costato un vero sacrificio.
«Ed io, cosa avrei potuto dargli in compenso di tutto codesto? Il mio
amore. Ma quante donne potevano dargli altrettanto, e per di più
censo, bellezza, ingegno...
«Decisamente nel matrimonio a lui sarebbe toccata la parte bella della
generosità; a me quella umiliante dell'egoismo. Ecco perchè non
desideravo di sposare Max.
«Invece Gualfardo era avviato alla stessa mia carriera del teatro. Non
guadagnava più di me; e non poneva nessun ostacolo a che io
continuassi a cantare, e contribuissi quanto lui e più di lui alla
vita comune.
«Egli pure aveva molto ingegno; a lui pure sorrideva la gloria, ma la
stessa gloria, lo stesso ingegno che sorridevano a me. Eravamo pari. E
poi egli era taciturno, serio, compassato; non attirava le simpatie.
Ed era quindi più in grado di apprezzare il mio affetto. Era delicato
di salute e misantropo, due cose che creavano a lui il bisogno della
famiglia, a me la gioia e l'orgoglio di fargliene sentire i vantaggi.
«Per tutte queste ragioni io mi spaventavo all'idea di perdere l'amore
di Gualfardo, malgrado la libertà che mi risulterebbe da quella
perdita.
XXX.
«Gualfardo fu buono quella sera come sempre. Mi baciò in fronte come
soleva fare ogni sera, e mi parve che mi stringesse al suo cuore con
un'espansione insolita.
«Ne risentii più acuta la fitta del rimorso. Mi sentivo così vile,
d'ingannarlo come facevo, così vile...
«Avrei voluto scrivere a Max di troncare ogni corrispondenza con me;
di dimenticarmi, di lasciarmi tutta ai miei doveri. Ma non ne avevo il
coraggio. Ed aspettavo la sua lettera con tutta l'ansietà.--Sempre la
miserabile attrattiva del frutto proibito!
«Il posdomani la lettera venne.
«Max era malato. Soffriva, era triste. Non poteva scrivermi altro
perchè stava a letto. Appena guarito mi scriverebbe a lungo, aveva
tante cose a dirmi.
«Era malato; ed io non poteva correre a lui, sedermi accanto al suo
letto, curarlo, vegliarlo. Ed era malato per me, per la mia partenza;
ne ero sicura. Stava così bene prima! Era dunque il dispiacere che lo
faceva star male. No. Decisamente la nostra posizione non poteva
durare così. Non si comanda ai proprii sentimenti. Poichè ci
amavamo--non solo per noi, ma per lo stesso Gualfardo--era necessaria
una confessione, una risoluzione.
«Quella sera aspettai Gualfardo in uno stato di eccitazione
straordinaria. Volevo esser sola con lui. Ed invece il babbo s'era
incastonato nel suo seggiolone come una perla in un anello. Aveva
l'aria di doverci rimanere il resto de' suoi giorni; dacchè ero
tornata, da tre giorni, non era più uscito.
«--Non esci a passeggiare, babbo? gli domandai.
«--No, mi rispose; fa un caldo orribile.
«Che fare? Pure era necessario ch'io parlassi con Gualfardo da sola.
«--Babbo, ripresi. Io invece sento il bisogno di passeggiare questa
sera. Vuoi ch'io vada al Valentino a far un giro con Gualfardo? vuoi?
«--Eh! va. Omai sei artista; se gli ho permesso di andare ad
incontrarti a Milano, non vedo alcun male a lasciarti fare una
passeggiata con lui. Del resto è il tuo fidanzato.
«Io mi avviai alla mia camera per prepararmi col cappellino, tanto ero
impaziente di uscir subito appena Gualfardo fosse giunto. Ma prima che
fossi uscita il babbo riprese:
«--Ed è un bravo giovane, sai; un bravo, bravo giovane.
«--Sei ben fortunata, Fulvia, d'esserti imbattuta in lui; ed anch'io
ne son fortunato. Muoio tranquillo, vedi, sapendoti nelle sue mani,
perchè è un nobile cuore.
«Io fuggii senza rispondergli. Povero babbo! Io stavo per distruggere
la mia fortuna, e la sua tranquillità. E perchè? O Dio!
«--Gualfardo, volete condurmi al Valentino a far una passeggiata?--gli
dissi appena giunse.--Il babbo lo permette.
«Egli accettò colla solita cortesia.
«Era la prima volta che uscivamo soli. Eravamo un po' imbarazzati. Ed
io pensavo quante volte ero uscita a Milano con Max, e che non eravamo
imbarazzati; ed ammiravo quel carattere impetuoso, espansivo; e
deploravo il riserbo di Gualfardo, e dicevo tra me:
«--Ecco com'è. È impossibile amarlo com'io l'intendo. È la sua
freddezza che è causa di tutto.
«Quando fummo in Borgo Nuovo, c'era grande andirivieni di popolino e
di omnibus; e si faceva buio; e gli accendi-fanali correvano colle
loro pertiche illuminate come piccoli fari; e più d'una volta fui
urtata.
«Allora Gualfardo mi disse:
«--Vorreste prendere il mio braccio, Fulvia? Camminereste meno a
disagio. Se non ci avete difficoltà...
«Io presi il suo braccio, pensando quanto aveva tardato ad offrirmelo,
e quante cerimonie ci metteva; e che invece Max prendeva addirittura
il mio braccio e lo passava sotto il suo in barba a tutti, e
s'arrabbiava se un altro c'era arrivato prima. Ah! quello era amore!
«C'era molta gente al Valentino. Io proposi di andare fino alla
Barriera di Nizza costeggiando il Po.
«Quella strada era quasi solitaria. Parlavamo poco. Io ero preoccupata
di quanto stavo per dire. Gualfardo pareva si studiasse di portare il
discorso su argomenti estranei a noi. Trovava belle o brutte le case
dei canottieri; più o meno svelte le forme dei canotti. E fresca la
strada, e pittoresca, ecc.
«Dopo aver risposto una quantità di -sì-, e di -sicuro-, e di -già-,
io dissi ad un tratto:
«--Gualfardo, ho deciso di accettare la scrittura che mi hanno offerta
per Nuova-York.
«--Sì? diss'egli senza il menomo cenno di sorpresa o di approvazione o
di disapprovazione.
«Quella risposta succinta mi sconcertò. Avevo contato su qualche
obbiezione, su qualche interrogazione per aprirmi la via a spiegare i
miei motivi. Che fare davanti a quel freddo monosillabo? Pensai di
ripetere per eccitare altre risposte.
«--Già, ripresi. Vado a Nuova-York.
«Questa volta egli non rispose affatto. Solo dopo un momento, tanto
per dir qualche cosa, mi domandò:
«--Avete già firmato la scrittura?
«--No, dissi; firmerò domattina.
«Vi fu ancora una pausa. Poi io soggiunsi.
«--Desideravo di parlarvene prima di concludere.
«--Grazie, Fulvia. Ma dovete far sempre il vostro interesse. Questo è
quanto preme.
«--Ebbene, no, esclamai con tutto il mio coraggio. Non si tratta del
mio interesse. Non è quella la ragione che ho consultato per
decidermi...
«Egli taceva, e si vedeva che lo faceva di proposito. Io ripresi:
«--È necessario ch'io vada ben lontana da voi, Gualfardo; ecco perchè
ho accettato.
«A queste parole Gualfardo mi prese la mano che appoggiavo al suo
braccio, e me la strinse in silenzio come per dirmi: coraggio!
«Codesto doveva sembrarmi strano, perchè mi avvertiva che le mie
parole non gli davano la menoma sorpresa. Ma io ero eccitata dalla
parte drammatica che m'ero imposta; e poi avevo realmente bisogno
d'essere incoraggiata, ed accettai quell'atto amichevole senza
esaminarlo punto.
«--Debbo andar lontano, Gualfardo, continuai cogli occhi a terra,
perchè non posso più essere vostra fidanzata. Non lo sono più...
«Un'altra stretta di mano, più energica della prima. Ed io continuai:
«--Ho un grave torto verso di voi. Ho molte cose da farmi perdonare.
Vi debbo una confessione. Gualfardo, quando mi sono fermata quei due
giorni a Milano...
«--Basta, Fulvia, interruppe Gualfardo con una terza stretta di mano.
So tutto. Ero a Milano prima di voi, vi ho veduta arrivare e partire.
So tutto.
«--E non mi diceste nulla?...
«--So che siete leale. Sapevo che parlereste voi. Era difficile; ci
voleva del coraggio. Ma voi l'avete trovato. Siete una brava
giovane...
«M'ero aspettata dei rimproveri o dei lamenti; un amante sdegnato o
afflitto. E non trovavo che un giudice giusto e clemente.
«Forse era un senso d'amor proprio ferito; allora non studiai le mie
impressioni; ma mi dolse all'anima di non sentirmi rimpianta neppure
con una parola. Pensai quanto era freddo per aver sopportato così
filosoficamente la scoperta ch'io amavo un altro: e dissi nel mio
cuore che non aveva nessun amore per me, dacchè si rassegnava così.
Non potei a meno di dirglielo:
«--Voi non mi amate, Gualfardo.
«--Perchè me lo domandate, dacchè amate un altro?
«È vero. Non avevo diritto di lagnarmi. Ma provavo, più forte della
mia ragione, una specie di civetteria sentimentale, che ambiva di
eccitare un rimpianto in quel cuore che era stato mio per tanto tempo.
«--Ve lo domando pel passato, risposi. Ah! per rassegnarvi così
freddamente bisogna che non mi abbiate amata mai.
«--Fulvia, volete dire che ho mentito con voi? Avete ragione di
dirmelo?
«Mio Dio! Ero io che avevo mentito. Rimasi umiliata. La lealtà della
sua condotta era un rimprovero alla mia.
«Avrei dovuto consolarmi di veder passare così liscia quella scena che
m'avea preoccupata e spaventata tanto. Ed invece soffrivo.
«--Mi sarete amico egualmente? gli domandai.
«--No, Fulvia, mi rispose. Dovete vincere quelle irresolutezze del
vostro carattere, che vi fa sempre appigliare ai mezzi termini.
Abbiate il coraggio dei vostri sentimenti. Non si può aver un amico ed
un amante. Sono due affetti che si somigliano troppo. Non mi amate
più? Amate un altro? Lasciatemi. Siate di quell'altro. Non ci
rivedremo più. Almeno non cercheremo più di vederci. Coraggio.
«Mi strinse ancora la mano, poi voltò strada per condurmi verso casa.
«Non vederlo più! Non avevo mai pensato ad una separazione così
assoluta. L'idea di spezzare la nostra intimità che mi era stata fin
allora una dolce abitudine, faceva un vuoto ne' miei sogni d'avvenire.
Non potevo pensarci senza raccapriccio.
«Provai un senso di freddo al cuore, e vidi tremolare tutti gli
oggetti traverso le lagrime che mi velarono gli occhi.
«Camminammo un lungo tratto in silenzio; ed in quei momenti rividi col
pensiero tutto il passato ch'io conosceva di quel giovane. Ritrovai la
sua generosità, la lealtà del suo cuore, ed il suo agire sempre nobile
e dignitoso. Ed allora la sua freddezza mi parve un torto ben lieve in
confronto al mio torto; e mi sentii sempre più avvilita. Ed il rimorso
nel mio cuore era più forte che il sentimento della libertà
ricuperata.
«Quelli che ci scontravano ci credevano marito e moglie, o, se ci
conoscevano, sapevano delle nostre promesse, e pensavano che fossimo
felici di quella passeggiata sentimentale a lume di gaz. E noi invece
eravamo divisi moralmente, e stavamo per diventare estranei.
«Volli pensare a Max. Ma mi faceva l'impressione di uscire da una casa
tepida, agiata, elegante, per correre lungo campi e boschi nel furore
d'un uragano, ad inebriarmi delle tremende bellezze della natura in
burrasca. Era la tempesta con le sue grandi emozioni, le sue fiere
bellezze, ma con tutti i suoi danni ed i terrori e le repulsioni che
inspira.
«Ed intanto provavo un'interna curiosità di sapere cosa accadesse nel
cuore chiuso di Welfard in quell'ora di separazione. Soffrivo di non
vederlo afflitto, e mendicavo un rimpianto.
«--Gualfardo..., cominciai.
«--Non parlate, Fulvia, mi rispose, io potrei accorgermi che siete
commossa, e rimproverarvi un'altra volta le irresolutezze del vostro
carattere.
«--O Gualfardo, i vostri rimproveri sono crudeli.
«--Lo so, Fulvia, e ve ne domando perdono. Ma è necessario parlarci
francamente per evitare degli equivoci, le cui conseguenze sarebbero
dolorose per entrambi. Voi avete troppa immaginazione. Vi siete
figurata una felicità che non esiste. Vi siete fatto uno di quegli
ideali inebrianti, che hanno d'uopo per realizzarsi di tutta la somma
di pregi che la natura ha ripartito in scarse dosi fra gli uomini,
senza la larga parte di difetti che ciascuno di essi possiede. Voi
volete la bellezza elegante, e la maschia espressione della forza;
volete gli impeti inconsiderati della passione, e la pace dignitosa
del sentimento legittimo; volete l'imprudenza giovanile, ed il decoro;
volete un insieme di cose che non si possono associare. Un giorno
trovaste in me alcune delle qualità del vostro ideale, e mi amaste per
esse; poi ne scontraste in un altro qualcuna più saliente, ed amaste
lui; in realtà non amate nè me, nè lui, nè un altro; è sempre la
vostra visione che amate, dispersa qua e là, ed associata a difetti
non contemplati nel vostro programma, che si rivelano poi, e
raffreddano il vostro entusiasmo. È per questo che, legata a me
aspiraste a Guiscardi, e sul punto di legarvi a lui, rimpiangete me.
Se fosse possibile a me di darvi la mia figura elegante e quella che
voi chiamate la nobiltà del mio carattere; se fosse possibile a lui di
cedervi la sua impetuosità giovanile e la sua bella voce ed il suo
fiero disprezzo delle convenienze, ed il suo ingegno; e, finalmente,
se fosse possibile a voi di animare quelle qualità astratte, non
rimpiangereste più nè lui, nè me, e sareste contenta con quel fantasma
di vostro gusto. Ma ciò non è possibile. Ed a qualunque di noi vi
appigliaste, siatene certa, Fulvia, voi fluttuereste sempre fra l'uno
e l'altro, in una alternativa incessante d'aspirazioni e di rimpianti.
«Io tenevo il capo abbassato; sentivo la verità di quel giudizio, e
piangevo amaramente in silenzio.
«Eravamo giunti alla porta della mia casa; egli mi stese la mano dopo
avere staccato il mio braccio dal suo, e mi disse:
«--Addio, Fulvia.
«Io avevo pieno il cuore, piena la mente di un mondo di cose da
rispondergli. Era una riconoscenza infinita, ed un profondo
pentimento.
«Alzai gli occhi, ma il suo sguardo limpido e leale mi paralizzò. Mi
sentii avvilita dinanzi a lui, non potei che rispondergli piangendo:
«--Addio, Gualfardo.
«E lo vidi allontanarsi per sempre.
XXXI.
«Fu una notte orribile per me, nella quale il mio cuore non cessò un
momento di battere lento e forte come una campana sepolcrale.
«Sentivo il vuoto intorno a me; eppure ben altri dolori m'aspettavano.
«Mi ero alzata presto dopo quella notte di veglia e di pianto, e dalla
mia finestra guardavo sbadatamente nella via.
«Mentre stavo assorta così, sentii prendermi per la vita e baciarmi
sui capelli.
«Era il babbo; ed era tanto pallido che, appena l'ebbi veduto, tutte
le mie preoccupazioni svanirono; non provai che lo spavento di vederlo
cadere in deliquio.
«--Mio Dio, babbo, come sei pallido! Che hai? Stai male?--gli chiesi
tremando di spavento; e lo feci sedere sul mio sofà, gli proposi di
fargli il caffè, di andare pel medico, e che so io altro.
«--No; mi rispose trattenendomi, non mi occorre nulla. Son venuto per
parlarti di cose gravi. Resta qui. Fammiti vicina; ho bisogno
d'abbracciarti per prender coraggio, povera Fulvia!
«Pensai che Gualfardo gli avesse scritto che rinunciava alla mia mano.
«--Vuoi dirmi di Gualfardo?... domandai.
«--No, cara. Ti parlerò anche di lui, ma quello è il più caro, il più
consolante de' miei pensieri. Debbo dirti una triste, triste notizia;
si tratta di me, Fulvia, del tuo povero babbo...
«Era profondamente commosso; la sua voce tremava.
«Credetti di comprendere, e chiudendogli la bocca con un bacio, gli
dissi:
«--Non dir più altro, babbo. Sono una sbadata; avrei dovuto pensarci
prima, che puoi trovarti in istrettezze. Io ho tutto il denaro
dell'ultimo teatro. Da questa mattina non avrai più nessun pensiero
molesto; scusami, povero babbo, non penso mai a nulla.
«--Tu sei un angelo, mi rispose singhiozzando; ed io debbo perderti,
lasciarti per sempre...
«A quella parola una luce fatale si fece nella mia mente. Misi un
grido e scoppiai in pianto.
«Povero, caro babbo! Egli, tanto ammalato, mi consolava in quel
supremo dolore.
«--Il tuo cuore ti ha detto la verità. Coraggio, mia buona Fulvia.
Pensa che sono vecchio. Dobbiamo pur morir tutti...
«--Ma no, tu non morrai; tu non devi morire. Faremo tutte le cure
possibili; chiameremo dei medici.--E piangevo, e mi agitavo nella
convulsione del mio dolore, tenendo stretto al cuore quel mio unico
parente, quasi per contenderlo alla morte che lo minacciava.
«La serva accorse alle mie grida, e mi disse con piglio severo:
«--Non faccia scene, signorina. Non vede che fa del male al suo babbo?
Il medico gli raccomanda di evitare ogni commozione.
«Quelle parole mi richiamarono in me. Ma il mio cuore era spezzato da
quell'annuncio crudele. Mi posi in ginocchio accanto al babbo, e
cercai di persuaderlo che il suo male non era grave.
«--Dimmi tutto, babbo; narrami come ti ammalasti, che medico ti vede,
e come ti venne quella idea triste che mi ha fatto tanta pena.
«--Come mi ammalai non lo so. Ma viveva ancora la tua povera mamma che
io soffrivo già di un acuto dolore al cuore, ogni volta che mi
esponevo a qualche fatica. Quand'ella morì, l'affanno di quella
perdita mi sviluppò una malattia di cuore, che mi tenne a letto più
d'un mese. Tu eri bimba allora, ma devi ricordarti di questa
circostanza.
«--Guarii, ma continuavo a sentire a quando a quando quella puntura al
cuore; qualche volta avevo violente palpitazioni. Poi tutto passava,
ed io non ci badavo punto.
«--Ma quest'inverno il dolore cominciò a farsi insistente; al solo
salire una scala la palpitazione mi soffocava. Lasciai che tu fossi
partita per Milano, poi chiamai il medico. Egli mi prescrisse le
solite pillole che prendevo sempre quando si ridestava il mio male;
più tardi mi consigliò i bagni di mare. Fu allora che ti raggiunsi a
Livorno. Ti ricordi che mi trovasti dimagrato e pallido, ed io ti
dissi che soffrivo il caldo? Era la malattia che aveva già fatto
terribili progressi.
«--Il pensiero di lasciarti sola al mondo mi spaventava. Non volevo
crederci; non mi ci potevo adattare. Speravo sempre; volevo sperare ad
ogni costo.
«--Feci la cura dei bagni di mare con assiduità; avevo riposto in essa
tutta la mia fiducia; ma ne tornai più malato di prima. Quando mi
salutasti allo scalo di Livorno per andare a Firenze, mi parve che non
mi restasse tanta vita da vederti tornare, e dissi a Gualfardo:
«--Pensa a renderla felice, perchè non ha più che te sulla terra. Io
non la vedrò più.
«A quelle parole del babbo, io, che avevo sempre pianto in silenzio
nelle sue braccia ascoltandolo, non potei più frenare i miei
singhiozzi, e mi abbandonai ad un pianto convulso, disperato. Il babbo
piangeva anch'esso; mi baciò più volte con trasporto, e ripigliò:
«--Via, non tormentarti, Fulvia. Vedi che ho potuto riabbracciarti.
Chi sa; potrò forse ancora durare a lungo: sono malattie lente. Ma,
per la mia tranquillità, perchè io possa pensare senza spavento alla
morte, vorrei che tu mi dessi la consolazione di vederti unita a
Gualfardo.
«Quella domanda in quel momento mi suonò terribile, spaventosa come un
rimorso. Il mio fatale amore per Max, aveva distrutta l'ultima
speranza del mio povero babbo. L'idea di dirgli in quel momento la
triste verità, che Gualfardo non era più nulla per noi, che io l'avevo
respinto colle mie follie, che non lo vedremmo mai più, mi fece
spavento. Sentii che quella notizia poteva essergli fatale, che
l'avrebbe forse ucciso; compresi che dovevo ingannarlo. Rimasi muta,
assorta nel mio dolore.
«Egli pensò che esitassi a decidermi, e mi disse ancora:
«--Tu ti lasci sedurre da un'arte che lusinga il tuo amor proprio, e
le sacrifichi un amore che ti farà felice. Credilo al tuo babbo, che
ti ama tanto. Io ho studiato l'animo di Gualfardo; pensa con che
interesse l'ho studiato, dacchè so di doverti lasciare a lui, senza
nessun altri al mondo per proteggerti ed amarti. Credimi, Fulvia, che
se avessi la scelta fra i più splendidi partiti per collocarti, non
vorrei scegliere altri che lui; non ho conosciuto mai un più nobile
cuore, un animo più leale. Quando tu eri lontana, era lui che teneva
il tuo posto presso di me; che mi amava come un figlio; che mi
vegliava la notte quando stavo male; che sacrificava tutte le sue ore
di riposo per supplirmi all'ufficio, e compiere per me un lavoro che
mi diveniva sempre più faticoso. Fu lui che si assunse mille brighe
per domandare ed ottenere la mia giubilazione. Se in questi ultimi
tempi potrò godere un po' di riposo senza cadere nella miseria, lo
debbo a lui. Non potrai amarlo mai abbastanza per tutto il bene che ha
fatto al tuo babbo, mentre tu, povera figliuola, eri costretta a
starmi lontana...
«E sentendo che io piangeva amaramente, con tutta l'amarezza del
rimorso, riprese:
«--E tu pure lavoravi per me, ed ora mi porti il frutto delle tue
fatiche, che servirà a curarmi. Ho tanto bisogno di cure e d'affetto.
Tu mi farai guarire, mia Fulvia.
«Io sentivo che diceva tutto questo per consolarmi; perchè, nel
riandare la sua povera storia di dolori, s'era accorto del contrasto
penoso tra la mia posizione e quella di Gualfardo: tra me festeggiata,
inebriata d'applausi, felice e spensierata, lontana da lui,--e quel
generoso giovane che lo curava, lo consolava, lo sosteneva nelle
difficoltà della vita. S'era accorto che le cure di Gualfardo erano
altrettanti rimproveri al mio abbandono, e voleva consolarmi mostrando
apprezzare i miei guadagni che gli arrivavano tanto tardi.
«Come mi sentivo avvilita da tanta generosa bontà! Come ero nulla al
confronto di quei due nobili cuori! Ed appena tornata presso il mio
povero babbo, avevo allontanato da lui quell'unico amico, quel figlio
che lo consolava, che gli rendeva meno penosa la morte.
«Il babbo non diceva più nulla. Era là pallido, ansante per l'emozione
sofferta, e mi guardava coi suoi occhi lagrimosi e supplichevoli.
Volli consolarlo ad ogni costo, e gli dissi:
«--Sì, babbo; io sposerò Gualfardo appena sarai guarito; ed intanto
sta certo che io l'amo, che lo amo tanto, più della mia arte, più
della gloria, più di tutto. Tu solo mi sei più caro di lui. Ti
cureremo insieme, faremo dei bei progetti accanto a te, e quando
starai bene ci sposeremo; e se io dovrò cantare tu mi accompagnerai; e
quando non canterò staremo tutti e tre insieme.
«Povero babbo! Bastarono quelle parole a consolarlo. Si mise anch'egli
a far dei progetti, ma pur troppo non ci credeva, e li faceva per
illuder me.
«Da qualche tempo il suo male s'era aggravato. Non usciva che
pochissimo, e non mai solo. Gualfardo lo accompagnava. Egli s'era
offerto di venirmi ad incontrare a Milano, per prepararmi alla
disgrazia che m'aspettava. Temevano che la vista del babbo così magro
e pallido mi colpisse troppo dolorosamente.
«Ed invece egli m'aveva trovata a Milano folleggiante dietro un amore
colpevole, dimentica della famiglia, di lui, di tutto. Come doveva
disprezzarmi! E come dovette disprezzarmi ancora più, quando al mio
giungere, tutta assorta nelle passioni che mi tempestavano nell'anima,
io non m'ero neppure avveduta del deperimento del mio povero babbo;
non avevo domandato perchè, giubilato da circa un mese, e senza
impegni, non fosse venuto egli stesso ad incontrarmi. Non avevo
chiesto nulla, non avevo veduto nulla; egoista, crudele, non pensavo
che alla mia passione ed a' miei rimorsi.
XXXII.
«Per tutto quel giorno il babbo fu così spossato dall'emozione, che
non ebbe la forza di vestirsi per fare una passeggiata. Rimase in
abito da camera, steso nella sua poltrona. Non mangiò quasi nulla, e
ripetutamente si lagnò di non vedere Gualfardo. Io gli dissi una
quantità di scuse: aveva trascurato a lungo le sue lezioni durante la
mia assenza, ed ora, che io era presso il nostro caro malato,
desiderava di riparare il tempo perduto. Andava in iscena un'opera
nuova, ed egli doveva dirigere le prove d'orchestra. Era occupato egli
stesso a scrivere un'opera, ed aveva frequenti abboccamenti col poeta
che gli scriveva il libretto.
«Ma il babbo non s'appagava di quelle ragioni che egli sapeva al pari
di me.
«--I giorni scorsi lavorava qui--mi diceva;--e tra una lezione e
l'altra passava a vedermi. Dovrebbe oggi venire più che mai, dacchè ci
sei tu. Voi non v'amate come prima. Ieri me ne sono accorto. Perchè
non vi parlavate punto tornando dallo scalo? Tu non lo guardavi
nemmeno; ed egli se ne andò appena fosti giunta. Ebbi una grande
fatica a salire la scala da solo. Egli mi reggeva sempre. Come è
andata a non scontrarvi a Milano?
«Tutte queste domande mi straziavano il cuore. Rispondevo vagamente,
cercando di rassicurarlo, ma vedevo che non potrei ingannarlo a lungo.
L'assenza di Gualfardo lo tormentava, ed a me non riesciva di
spiegarla.
«Dopo due giorni il babbo era tanto inquieto, che mi obbligò a mandare
la serva da Gualfardo per vedere se non fosse malato. Profittai di
questa sua idea, e senza mandare, rientrai dopo un tempo conveniente
per lasciargli credere che fosse eseguita la sua commissione, e gli
dissi, che Gualfardo era a letto con una infreddatura al capo, che
sperava di alzarsi presto, ed appena uscirebbe di casa verrebbe da
noi. Che del resto il suo male non era grave.
«Il mio povero malato si crucciò tutta notte, vegliò angosciato
pensando al suo giovane amico. Io dormivo nella sua camera stesa sopra
un sofà senza spogliarmi, per esser pronta ad assisterlo sempre. Lo
sentii sospirare, rivoltarsi nel letto, e mi domandò da bere con una
frequenza straordinaria. Aveva una febbre violenta.
«Al mattino mi disse:
«--Fulvia, Gualfardo dev'essere malato più seriamente che non dice.
Siamo appena in settembre e fa un caldo soffocante. Con un caldo così
non si sta letto per un'infreddatura. Manda ancora stamane a vedere
come sta. E poi appena sarò alzato prenderemo una carrozza; tu mi
accompagnerai, ed andremo a vederlo.
«Non era possibile esporre il povero babbo in quello stato ad una
scoperta dolorosa. Andando da Gualfardo lo avremmo trovato fuori,
avrebbe compreso d'essere ingannato, avrebbe scoperto la verità, ne
sarebbe morto di dolore.
«Corsi nella mia camera e scrissi in fretta questo biglietto, che
mandai a Gualfardo:
--«Il babbo sta male e vi domanda ad ogni momento. Nello stato in cui
è ridotto, non posso dirgli perchè non venite più; lo ucciderei. La
nostra unione è la sola speranza che lo conforti nei suoi dolori.
--«Siate generoso, Welfard. Venite per lui. Lasciategli la sua dolce
illusione; e quando il vostro ufficio pietoso sarà compito, mi
lascierete sola col mio dolore; non mi vedrete mai più, ed io vi
benedirò pel bene che avrete fatto al mio povero babbo.
«FULVIA.»
«Mandai la serva con quel biglietto; la mandai in carrozza per avere
più presto la risposta. L'aspettai in un'angoscia inesprimibile. Omai
non mi facevo illusione sullo stato del babbo. La sua vita, la breve
vita che gli rimaneva ancora, dipendeva da quella risposta.
«Dopo mezz'ora la serva tornò con un altro biglietto. Lo apersi
tremando, ed in quel momento pregai dal fondo del cuore come da gran
tempo non avevo pregato. La mia fede era così grande, così vera in
quell'ora di dolore, da credere che la mia preghiera potrebbe
modificare la risposta di Gualfardo già scritta, già nelle mie mani.
«Non erano che quattro parole:--«Fra un'ora verrò.»
«Misi un grido di gioia, corsi in camera del babbo, e gli dissi:
«--Gualfardo è guarito, sta bene, fra un'ora verrà.
«E lo dissi con tanta gioia, pensando da che pericolo lo salvava
quella notizia, che il povero babbo, tratto in inganno, scambiò quel
trasporto figliale per un trasporto d'amore, e, sempre preoccupato di
me e del mio avvenire, mi abbracciò tutto consolato, e mi disse:
«--Dunque sei ben contenta di vederlo; dunque lo ami; sarai felice con
lui? Quanto bene mi fa questo pensiero. Temevo che tu non l'amassi.
«Quella parola fu un altro rimprovero. Sì. Amavo Gualfardo con tutta
la mia riconoscenza di figlia. Ma non era quello l'amore cui pensava
il mio povero babbo.
«Esatto come sempre, Gualfardo giunse all'ora indicata. Egli fu
generoso fino all'eroismo. Debbo pur dirlo, per quanto la sua
generosità fosse per me una tortura. Mi salutò colla solita dolcezza
tranquilla, mi strinse la mano e mi baciò sulla fronte. Ma intanto mi
susurrò all'orecchio col suo sguardo più cerimonioso:
«--Perdonate, Fulvia; è necessario fingere per la pace del babbo.
«E tutto il conforto, tutta la dolcezza che m'avea posta nell'anima la
soave intimità di quel saluto, dileguarono a quelle parole.
«D'allora egli fu sempre assiduo presso il babbo come lo era stato
durante la mia lontananza. Quando li vedevo uscire insieme, e
Gualfardo si metteva un braccio del povero babbo intorno al collo, e
lo cingeva alla vita per sorreggerlo nello scendere la scala, poi
entro la carrozza gli accomodava i cuscini, e mi salutavano tutti e
due dalla finestra dove correvo per vederli ancora, pensavo con dolore
che io era estranea a quel cuore che mio padre credeva mio, che non
m'era più data la suprema delle gioie di rendergli una vita d'amore in
compenso della sua generosa devozione.
«A misura che lo vedevo così nobile, così buono, la memoria di Max
diveniva più scolorita nella mia mente. Ed in quell'atmosfera di
affezioni calme, legittime, sante, il mio amore per Max mi sembrava un
romanzo, una follia. E ne arrossivo ogni giorno più. Mentre prima lo
avrei gridato sui tetti, ora mi vergognavo di ripensarci io stessa.
Era perchè il mio cuore si apriva per la prima volta ad un sentimento
basato su qualche cosa di serio, di grande. Ad un amore inspirato
dalla riconoscenza figliale, dalla virtù. Dinanzi a questi due nobili
moventi, cos'erano più la bella voce ed il carattere bizzarro di Max?
«Quante lagrime ho sparse in quelle ore tristi in cui rimanevo sola a
rassettare la stanza del mio povero babbo, a rifare quel letto, ad
accomodar quei guanciali, dove pur troppo tra poco non riposerebbe
più!
«Poi tornavano; rivedevo quelle cure amorose dell'elegante giovane pel
povero vecchio infermo, e quelle attenzioni delicate, figliali, che mi
inondavano l'anima di riconoscenza e d'amore, e ricevevo ancora il suo
bacio, il saluto soave e fatale, come l'oppio che inebria ed uccide.
«Ne venni al punto d'attendere, d'invocare ansiosamente quelle ore di
disperante commedia; di accogliere con passione quel bacio
convenzionale, di valermi del vantaggio della nostra strana situazione
per stringere al mio cuore quell'uomo che non mi amava più, per
serrare la sua mano tra le mie, per parlargli come ad un fidanzato,
per pascere il mio cuore innamorato con una cara e funesta illusione.
«Nessuno, al vederci così uniti nell'affetto, nella cura comune d'un
caro infermo, che entrambi chiamavamo babbo, nessuno avrebbe
sospettato mai che tempesta mi fervesse nell'animo e che abisso ci
separasse.
«Intanto la malattia del babbo procedeva rapida, inesorabile. Gli si
eran gonfiate le gambe, le mani, il volto; omai non usciva più, ed a
stento ci riesciva di collocarlo in una poltrona per rifargli il
letto. Era una poltrona lunga dove il malato stava disteso; e mentre
io accomodavo il letto, Gualfardo apriva le finestre, poi spingeva
lentamente la poltrona per far movere il babbo e fargli respirare un
po' d'aria.
«Oh! in quel momento mi sarei gettata in ginocchio, avrei baciato i
suoi piedi, per implorare che mi lasciasse dedicargli la mia vita.
Tutta la mia riconoscenza di figlia si volgeva in amore per lui, tanto
generoso, buono, servizievole nella sua apparenza fredda ed elegante.
Ed io stupida e leggiera non avevo saputo indovinare quel nobile
cuore.
«Intanto il babbo insisteva sempre a pregarci perchè ci sposassimo
prima ch'egli morisse.
«Noi ripetevamo che volevamo aspettare che fosse guarito, che per
allora non pensavamo che a lui; non volevamo fare un matrimonio nella
tristezza; avremmo celebrate insieme le nostre nozze e la sua
guarigione.
«Ma egli non s'illudeva sul suo stato, ed un giorno ci disse, quasi
piangendo:
«--Perchè non volete darmi questa consolazione? Siete tanto buoni
tutti e due, e potete respingere la preghiera d'un moribondo? Fulvia,
te lo domando pel bene che ti voglio, pei tormenti che soffro, pel
dolore della nostra separazione; Gualfardo, te lo domando in nome di
tua madre, nella solennità della morte; datemi questo conforto, questo
pensiero di pace. Che vi veda uniti, che possa dire: lascio a mia
figlia l'amore e l'appoggio del più nobile degli uomini, ed allora
morrò contento.
«A quell'appello straziante per una grazia impossibile, io scoppiai in
pianto. Credetti giunta l'ora terribile di svelare la verità, di
troncare quel misero filo di vita con un ultimo, grande dolore.
«Ma Gualfardo, generoso, grande, clemente come un Dio, si alzò, venne
a me stendendomi le mani, e mi disse:
«--Volete essere mia sposa domani, Fulvia?
«Poi, col piglio sommesso con cui soleva dirmi dopo un bacio quel
crudele «-Perdonate-» che mi gelava il cuore, tornò a ripetere
stringendomi le mani:
«--Volete?
«Egli perdonava; faceva sacrificio di sè, del suo sdegno, dinanzi al
desiderio d'un moribondo; e per risparmiargli un dolore diceva
realmente a me, che non amava più, a me, che disprezzava: «Volete
essere mia sposa?»
«Era troppo grande sacrificio per lui; troppa grande gioia per me che
la meritavo così poco.
«Ebbi il coraggio di respingerla, e, con uno sguardo che voleva dire:
«Secondatemi» risposi:
«--Domani è impossibile, Welfard. Dovete prima far venire le vostre
carte. Scrivete; procuratevele, e poi ci sposeremo subito.
«Gualfardo mi strinse ancora le mani, poi me le lasciò cadere
susurrandomi:
«--Brava!
«Era una parola crudele. Mi diceva che liberandolo da me lo aveva
salvato. Eppure mi fece del bene. Il suo amore era perduto per me. Mi
era ancora un conforto la sua stima.
«Ma il babbo disse con tristezza:
«--Ci vorranno almeno otto o dieci giorni. Il vostro paese è tanto
lontano! Non avrò tempo a vedervi uniti!
«Allora fui io che presi la mano di Gualfardo, e traendolo accanto al
letto dissi:
«--Tu avrai tempo a vederci sposi, ed a vivere con noi molti anni,
babbo. Ma per farti piacere noi ci uniamo ora qui; davanti a Dio e
davanti a te; tu ci benedirai, e sarà come se fossimo già sposati.
«Ed alla mia volta susurrai a Gualfardo: «Perdonate.»
«Egli comprese ch'io non davo valore a quella cerimonia; che volevo
soltanto ingannare pietosamente il povero malato; ancora una volta mi
disse: «Brava!» e s'inginocchiò accanto a me, ed il babbo congiunse le
nostre mani e ci benedisse.
XXXIII.
«Da quel momento la pace entrò nel suo cuore, ed il suo volto fu
sempre animato da una serena rassegnazione. Vedeva avanzarsi la morte
a gran passi, e ne parlava senza terrore. Il mio povero babbo era
profondamente credente; aveva quella fede consolante che toglie ogni
squallidezza alla morte; che anima di spiriti aleggianti, di memorie,
d'affetti e di speranze, la tristezza glaciale della tomba.
«Ci parlava con dolcezza di quando saremmo uniti, in un piccolo nido
d'amore, e la sua anima invisibile vivrebbe tra noi:
«--Allora non mi spaventeranno le distanze ed i biglietti di strada
ferrata, diceva sorridendo. Se vi -scrittureranno- per la China, io
sarò là prima dì voi; entrerò in tutte quelle case da bambole, e vi
cercherò la meno inospitale, la più europea; poi verrò a prendervi,
v'accompagnerò nel viaggio, ed allo sbarco vi susurrerò all'orecchio:
«Contrada tale, numero tale,» e voi ci andrete credendovi guidati dal
caso, e troverete il nido scelto da me: e ci starete comodi e
felici... Non mi direte, come facevate prima: «Grazie, babbo; come sei
buono, babbo; tu pensi sempre a noi.» No; non lo direte; sarà il caso,
sarà la fortuna che ringrazierete; ma non importa, io vi vedrò
contenti, ed il mio spirito esulterà. Allora non sarete più
imbarazzati come ora dinanzi a me. Vi crederete soli, e non assumerete
quell'aria freddamente cerimoniosa; io potrò udire le vostre parole
d'amore; pormi tra i vostri sguardi per leggerne l'espressione
passionata; contare i vostri baci, misurare e risentire la vostra
felicità.
«Tutto codesto diceva colla sicurezza della sua fede robusta; e lo
diceva sorridendo per consolarci nel nostro dolore. Quando Gualfardo
si mostrava un po' espansivo con me, il povero malato dimenticava ogni
sofferenza, ed era contento; non avea vissuto che per me, e credendomi
felice non sentiva di morire.
«Era una strana situazione. Sapevo che Gualfardo non mi amava più, nè
mi amerebbe più mai. «So tutto» m'aveva detto, quando avevo voluto
confessargli il mio amore per Max, «so tutto.» Ma non era vero. Egli
poteva avermi veduta all'albergo, stare alla finestra con Max. E
quando dopo tali apparenze accusatrici, mi diceva: «So tutto» doveva
credermi più colpevole che non fossi.
«No, non sapeva tutto. Non sapeva che Max aveva avuta tanta
generosità, tanta poesia giovanile nel cuore, da rispettare, nella
donna che amava, la fidanzata d'un altro. Non sapeva che, leggiera,
incostante, compromessa, in quell'ora stessa che mi credevo obbligata
a rendergli la sua parola, a scindere il nostro impegno, ero ancora
onesta e degna di lui.
«No; non sapeva tutto questo, ed io dovevo nascondere il mio amore per
lui, possentemente ravvivato da quel ravvicinamento, da quella
comunanza d'affetti e di dolori, dalle nobili manifestazioni dei suoi
sentimenti; dovevo nasconderlo perchè sapevo che non troverebbe mai
più la via del suo cuore. Ch'egli non dimenticherebbe mai la colpa di
cui mi accusavano le apparenze; che, anche quando in un impeto
generoso mi aveva detto sinceramente: «Volete essere mia sposa
domani?» anche allora poteva perdonarmi, poteva darmi il suo nome, la
sua vita, ma non obbliare il passato, non rendermi la sua fiducia, il
suo amore.
«Ed allora appunto che io dovevo dissimulare a Gualfardo i miei
sentimenti, egli si forzava di mostrarsi espansivo con me per
consolare il babbo, ed io cercavo di fargli credere simulate in favore
del malato quelle dimostrazioni, che gli corrispondevo con tutta
l'espansione del mio cuore.
«Quella situazione strana sarebbe stata insopportabile, se la
preoccupazione continua e più saliente di vedere spegnersi lentamente
una cara vita, non ne avesse distratto il nostro spirito. Subivamo nei
nostri rapporti sensazioni ed impressioni, volta a volta attraenti,
repulsive, angosciose; ma non erano che sensazioni, ed il pensiero non
ci si arrestava mai. Il pensiero di entrambi noi, era fisso alla
malattia del babbo, ad alleviare i suoi dolori. Mai una volta mi
domandai, che sarebbe di me quando quell'ultimo parente avesse cessato
di soffrire. Tuttavia sentivo che nel tempo stesso che perderei il
babbo, perderei anche Gualfardo. Ma lo sentivo senza pensarci. Il mio
cuore viveva con tutte le sue potenze d'affetto, d'amor proprio, di
tendenza istintiva alla felicità, di rimpianti, e d'aspirazioni; ma
nella mia mente io ero completamente dimenticata, e con me tutto il
mondo; non esisteva che quel filo di vita del mio povero babbo.
«E quel filo di vita si spense, senza angoscie, senza convulsioni
d'agonia.
«Era trascorso poco più d'un mese dal mio arrivo a Torino. II babbo
era deperito di giorno in giorno. Non lasciava più il letto. Le gambe
gli si erano gonfiate enormemente; non si nutriva quasi più. E quella
gonfiezza saliva, ed aumentava sempre.
«Da molte notti Gualfardo rimaneva a vegliare il malato con me. Non ci
coricavamo più, non uscivamo più di camera. Quando uno era spossato si
addormentava per poco nella poltrona da una parte del letto, mentre
l'altro vegliava dall'altro lato. Era la vigilia degli Ognissanti. Da
due giorni e due notti non avevo più riposato un minuto. Le cure che
la malattia richiedeva erano faticose, ed io consentivo a dividerle
con Welfard, ma non a cederle a nessuno. Ero in uno stato di
abbattimento; indebolita, convulsa. Il babbo, che aveva appena un filo
di voce, mi accennò di accostarmi, e tenendomi abbracciata colle poche
forze che gli restavano, mi disse:
«--Riposati un poco nella poltrona, mia cara. Mi farà bene a vederti
dormire; e Gualfardo mi veglierà. Poi soggiunse:
«--Tuo marito mi veglierà;--e ci guardò entrambi con un sorriso di
gioia celeste.
«--Ma tu come stai, babbo? gli chiesi con un senso di paura che non
potevo spiegarmi. E se avesti bisogno di me?
«--Tuo marito ti sveglierebbe; dille che si riposi, Gualfardo;
diglielo tu. E lo fissava coll'occhio pieno d'ansietà, come se
desiderasse ardentemente di vedermi dormire.
«Gualfardo, che lo comprese meglio di me, ed indovinò che voleva
togliermi al supremo dolore di vederlo morire, strinse il mio capo sul
suo cuore, e baciandomi in fronte, mi disse:
«--Sì, Fulvia; dormi. Io ti sveglierò:--e mi condusse alla poltrona,
mi accomodò i cuscini, mi coperse con uno scialle, poi tornò presso il
babbo.
«All'istante il sonno mi vinse. Un sonno profondo, senza sogni. Non so
quanto tempo durasse. Quando mi svegliai ero nella mia camera, sulla
stessa poltrona. Accanto a me era seduta la vecchia serva del babbo. E
sulle mie ginocchia un pezzo di carta su cui era scritto a matita:
--«Coraggio, Fulvia. Non ha voluto che lo vedeste morire; non vuole
che lo vediate più. Ha desiderato di rimanere per sempre nella vostra
memoria come lo vedeste ieri sera quando vi baciò e vi sorrise.
Obbedite e siate forte. Lo spirito del povero babbo vi vede e vi
benedice.--Io l'accompagnerò fino all'ultimo. Farò come se fosse mio
padre. Non uscite dalla vostra camera.
«WELFARD.»
* * * * *
«Dopo tante veglie e fatiche la natura aveva vinto, ed avevo dormito
l'intera notte ed una parte del mattino. Povero, caro babbo! Aveva
avuto l'eroismo di pensare ad addormentarmi, perchè non lo vedessi
morire. Santi eroi dell'affetto, della famiglia! A codesti non si
fanno monumenti, e statue. Ma hanno un monumento nel cuore dei
superstiti che hanno amato; e se i loro spiriti possono vederlo,
devono esserne più consolati.
XXXIV.
«Come avevo presentito, perdendo il babbo perdetti anche Gualfardo.
«Egli vegliò il cadavere, ordinò i funerali e mandò una carrozza a
prendermi per la messa di requie; tutto ciò senza che io lo vedessi.
Poi terminato quel doloroso compito se ne andò, e non lo rividi più.
«Ero in una specie d'apatia. L'isolamento pesava su me, mi gelava il
cuore. Non pensavo nulla. Mi sentivo sola e profondamente infelice.
«Mi erano rimaste nella mente quelle ultime parole scritte da
Gualfardo, che interpretavano pure l'ultima volontà del povero babbo:
«Non uscite dalla vostra camera.»
«Mi pareva che non dovessi uscirne più; che dovessi passare il resto
de' miei giorni solitaria ed inerte in quei dodici metri quadrati di
spazio, per obbedire a due ordini egualmente sacri.
«Non ricevevo nessuno. La serva mi recava continuamente delle lettere.
Ne avevo aperte alcune sbadatamente e ci avevo trovato una carta da
visita colle iniziali P. C. scritte a mano.
«Quella formola -per condoglianza-, che ricorreva persino ad
un'abbreviazione per sbrigarsi più presto da un dovere di società che
non aveva nessun lato piacevole, mi parve uno scherno al mio dolore,
mi irritò; e d'allora a misura che la serva mi recava quelle buste le
gettavo sulla tavola senza aprirle.
«Non so quanto tempo rimanessi così, muta, triste, isolata nella mia
camera. Forse qualche settimana appena, forse pochi giorni. Ma nella
mia memoria quel tempo occupa uno spazio grande, mi pare di esserci
rimasta un anno.
«Un giorno la serva entrò con una lettera. Io la presi e la gettai
sulla tavola.
«Ma no. Ella tornò a darmela. Bisognava che io la leggessi; l'aveva
recata un signore, che stava aspettando la risposta.
«--Chi è? domandai.
«La serva non lo sapeva. Era già venuto due volte, ed essa non l'aveva
introdotto, dicendogli che io non ricevevo ancora. Ora era tornato con
quella lettera, ed attendeva ch'io gli facessi dire una parola.
«Lessi la lettera. Era dell'agente teatrale che mi aveva proposto la
scrittura per Nuova-York. Aveva aspettato a lungo la mia decisione in
proposito. Non ricevendola era venuto per vedermi; alla porta gli
avevano detto che il mio babbo stava male; che io non abbandonavo più
la sua camera.
«Aveva compreso che in quel momento non potevo pensare ad altro, e,
nella necessità di fare la compagnia, aveva scritturata un'altra
donna.
«Ma ora, al momento di partire, quella signora s'era ammalata alle
tonsille, ed il medico le aveva consigliato un lungo riposo, se non
voleva perdere affatto la voce.
«Per questo egli, informato della mia disgrazia che mi lasciava
nell'isolamento, veniva a proporre ancora a me quella scrittura
ridivenuta disponibile. L'arte potrebbe distogliermi da' miei tristi
pensieri, ecc., ecc.
«In realtà mi sentivo sola ed infelice. Il babbo e Gualfardo, le due
grandi affezioni, e le sole che mi legassero a Torino, erano entrambe
perdute per me.
«L'amore dell'arte non mi parlava punto al cuore in quelle ore di
sconforto.
«--Ma se potessi ancora trovarvi un interessamento,--pensai.--Se
potessi ancora appassionarmi di qualche cosa, dare uno scopo alla mia
vita!
«Non istetti a riflettere un istante di più. Feci entrare
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