--«Voi avete la sapiente moderazione che v'inspira il vostro decoro di
donna; io no. Nel tempo stesso che v'onoro e vi venero, eccitate in me
i trasporti più rivoluzionarii dell'amore intero e prepotente.
--«Dunque, non ci vedremo per ora. Le nostre esistenze, come voi mi
diceste un giorno, debbono accontentarsi per ora di procedere
parallele. Chi sa che l'avvenire non permetta la convergenza delle due
linee? È un mio sogno ed una mia speranza.
--«Intanto, se questa lettera non è il Waterloo del mio povero amore,
seguitiamo ad amarci da lontano. Scriviamoci della lirica epistolare.
Ed, imitando quei grossi ragni da giardino di cui avevate tanta paura
nelle nostre gite campestri, gettiamo delle fila che forse il vento
romperà, forse diventeranno la tela istoriata d'un amore profittevole
alla mia vita, e degno di voi.
--«Triste e solitario, penserò spesso con amara dolcezza i vostri
dolci occhi fisi ne' miei. E voi?
--«MASSIMO.»
«Sempre nella stessa posizione prosaica, nell'atto di inzuccherare il
mio caffè, lessi tutta quella lettera. Passai dalla dolce trepidazione
della speranza al più profondo abbattimento, senza che il menomo
cangiamento si fosse fatto nella mia persona. Soltanto sentivo
velarmisi gli occhi d'un liquido tremolante, e poi grosse lagrime
rigarmi le guancie e cadere nella tazza che avevo dinanzi.
«Abbassai il velo ed uscii. Mi sentivo sola, perduta nel mondo; quella
lettera aveva fatto il vuoto intorno a me e nel mio cuore.
«Io non so dove trovino gli scrittori quei caratteri chiari, coerenti,
che, una volta descritti, agiscono sempre a seconda delle passioni e
dei sentimenti predominanti che hanno rivelati. Nel mondo non è così.
Si trovano nature fluttuanti in una perpetua alternativa di bene e di
male, di coraggio e di debolezza, di passione generosa e prepotente, e
d'egoismo calcolato e freddo.
«Massimo così appassionato, così impetuoso, così irriflessivo nelle
sue giovanili imprudenze, ora era ad un tratto prudente e misurato
come un'equazione algebrica. Qual'era il suo carattere? E dove?
Nell'uomo o nella lettera?
«Egli che mi aveva dimostrato un amore delirante, ora parlava con
paura del pericolo -che l'affetto che io gli avevo inspirato si
mutasse in passione.-
«Non era adunque che un semplice affetto? La passione era ancora nelle
nubi dell'avvenire? Ed il suo cuore era tuttavia calmo abbastanza per
venire a congresso colla ragione, capire che non era il caso
d'accelerare più oltre la misura de' suoi battiti, e fermarsi?
«Ma allora che cos'era il sentimento che mentre -mi onora e mi venera,
eccita in lui per me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore
prepotente ed intero?- Mentiva in quell'ultimo periodo? O mentiva nel
primo? M'ingannava l'uomo, o m'ingannava la lettera?
«Ingannava la lettera. Così pensai dopo averne passata in attenta
rassegna ogni frase, ogni parola.
«Egli mi amava; in un impeto di vera passione aveva deciso di
seguirmi, ed aveva sperato d'indurmi a rompere ogni altro impegno, a
mancare alla mia parola, ad esser sua.
«Poi, nell'intervallo tra il progetto e l'esecuzione, aveva pensato a
me, onesta e leale, che cesserei di esserlo il giorno in cui cedessi
al suo amore. E si era detto.
--«A che l'uomo sarebbe il più forte se non avesse il coraggio morale,
dinanzi all'amore di una donna, di combatterlo per sè e per lei,
quando è nell'interesse di lei di combatterlo?
«Ed attingendo nella lontananza quell'eroismo che vicino a me sarebbe
stato affogato da un impeto giovanile, ad una parola, ad uno sguardo,
aveva scritto una lettera ragionata; aveva compresso il suo cuore per
farlo tacere dinanzi al mio. Ed a quando a quando il cuore s'era
imposto alla ragione, ed aveva dettato una frase che smentiva le
precedenti.
«Così mi spiegai la lettera sconclusionata ed incoerente di Max. Era
realmente così?
«Ma ad ogni modo io ne era addolorata ed offesa. Avrei voluto quella
passione che non ragiona. Forse era un'idea da romanzo; forse sarebbe
stato una ruina per me; forse in realtà egli era generoso ed
assennato, io imprudente ed egoista; forse avrei dovuto ringraziarlo e
benedirlo del sacrificio che s'imponeva per me.
«Eppure non lo ringraziai nè lo benedissi. Il mio pensiero non andava
al futuro per calcolarvi i mali preveduti da quel savio procedere.
Stava nel presente, che aveva sognato divino e trovava arido e vuoto.
Cercava il giovane innamorato e trovava l'uomo savio. Nell'amarezza
della delusione gettai sulla carta questa risposta:
--«-Massimo-,
--«La vostra lettera è un plagio. Avete tradotte in pratica le mie
teorie dell'-episodio tempestoso-; ma voi, campione degli amori
eterni, l'avete abbreviato. Vedo che siete ridivenuto filosofo; ma vi
preferivo poeta.
--«FULVIA.»
* * * * *
«Dopo queste ci scambiammo una serie di quelle lettere, in cui il
platonismo dell'amicizia disillusa fa posto tra riga e riga alle
insinuazioni fatali dell'amore, che, grande o piccolo, caldo o freddo,
alato come un Dio o paffuto e rubicondo come la prosa dell'umanità,
sta sempre rimpiattato in qualche angolo, dovunque stanno in rapporto
un uomo giovane ed una giovane donna.
«E tra una lettera e l'altra cominciai a fare le prove dell'opera, poi
ad andare in iscena, ad essere applaudita, ad inebriarmi nella gloria
del successo, nella passione dell'arte; ed anche nell'interesse delle
nuove scritture.
«Tutto codesto spuntò la prima amarezza; mi aiutò a vivere senza
quella gioia di cui m'ero fatto un unico pensiero, mi ripose lo
spirito in calma.
«E quelle lettere ridivennero per me una grande dolcezza, e le attesi
e le accolsi e le studiai come a caso nuovo; e di volta in volta mi
affannai a trovarvi ed anche a provocarvi espressioni d'amore; e mi
dissi che la violenza con cui egli reprimeva il sentimento dinanzi
alla ragione, veniva meno grado grado, e tornai a credermi amata, e
tornai ad amare, e tornai a sperare. Erano illusioni? Era verità? Non
lo seppi mai.
XXI.
«Sempre con quell'andirivieni di lettere, che ormai era parte
integrante della mia esistenza, ed era la parte più cara, terminai la
stagione di Reggio; di là passai ai bagni di Livorno, dove mi
raggiunsero il babbo e Gualfardo che avevano ottenuto entrambi un mese
di libertà per passarlo meco.
«Questa volta Gualfardo ed io eravamo, per dirla con termine da
teatro, perfettamente -affiatati-. Freddi entrambi, egli per natura,
io per lo sgomento che avevo di mentire con lui un amore che sentivo
invece per un altro, ci trattavamo come due bagnanti che si sieno
conosciuti alla tavola rotonda il giorno innanzi. Così a me non
accadeva di fargli rimprovero della sua freddezza; e, quanto a lui,
sarebbe andato a rotoli il mondo prima che pensasse a rimproverarmi la
mia.
«E tuttavia ogni volta che scrivevo a Massimo o ricevevo lettera da
lui, mi sentivo umiliata della mia colpa, ne avevo rimorso, stavo a
disagio tra il babbo e Gualfardo; e cento volte fui sul punto di
aprire l'animo mio al mio bel maestro, e di dirgli lealmente: «o fa
ch'io possa amarti, o rendimi la mia libertà.»
«Ma come erano passati i trasporti febbrili di Milano pel bello ed
innamorato Massimo, come era passato il grande sconforto per la caduta
delle mie illusioni a Reggio, passarono anche i miei rimorsi ed i
propositi generosi. Nei romanzi, sul teatro, tutti i principii hanno
un fine; tutti gli intrecci giungono ad uno scioglimento. Nella vita
codesto accade di rado; tutto passa e si dilegua. -Sic transit-.
«E finì il mese dei bagni, e mi recai a Firenze dove ero scritturata
per andar in iscena colla -Jone- al teatro della Pergola.
«Le lettere di Max s'erano fatte sempre più misteriose; mi citava dei
versi d'amore, ne scriveva per me. Nella mia qualità d'artista ero
circondata a Firenze come altrove. Ben pochi non mi corteggiavano; ed
a me pareva che l'amore fosse il grande affare dell'umana vita.
«Il babbo era tornato con Gualfardo a Torino; non avevo ambiente di
famiglia che m'inspirasse a maggiore serietà d'idee. Quanto a
Gualfardo non mi parlava mai, nelle sue lettere, del nostro
matrimonio, più che d'un eclissi lunare. E così mi restava sempre quel
vuoto nel cuore, ch'egli non pensava a riempiere con una parola
appassionata, e ch'io popolava colla calda memoria di Max.
«Ero alla vigilia di lasciar Firenze. Scrissi al babbo che sarei
partita col primo treno dell'indomani, e sarei giunta a Torino la sera
stessa. Non contavo fermarmi per via.
«La sera mi giunse una lettera di Max. Era una strana lettera, che
riporto per intero.
* * * * *
--«-Mia buona amica-,
--«Avete voluto mortificarmi rimproverandomi i sottintesi delle mie
lettere; accetto la lezione e ve ne ringrazio. Voi dite sempre le cose
vere, e per giunta, come le dite benino! Insomma, siete una giovane
ammodo, e vorrei esservi vicino per esprimervi tutto il trasporto
d'amicizia e di simpatia... che ho per voi. Quanto al resto, acqua in
bocca. Non volete più che ne parli; e sia.
--«Mi crederete molto malvagio se vi dico che provo un senso di acre
voluttà figurandomi che il vostro Gualfardo pensa forse, nel gelo
della sua anima, alla vostra freddezza durante il mese di Livorno, e
ne soffre alla sua maniera?
--«Vi sono periodi nella vita in cui si sveglia nell'uomo tutta la
parte che gli è toccata nella grande eredità del male. Io mi trovo in
uno di cotesti periodi. Non mi sono mai sentito così parente (alla
lontana) coi malfattori d'alta e bassa sfera, come ora, e pensando a
voi ed al giovane tedesco.
--«Il fatto è che io sono molto infelice. Vi giuro pei bei giorni del
nostro fuggevole passato, che non faccio delle frasi per commovervi. A
che le farei? Anch'io come voi dispero dell'amore; anch'io, Fulvia,
guardo con tristezza sconfortata a quel lampo di felicità che ci ha
abbagliati. E poi? E poi c'è Gualfardo, e la vostra fede inviolabile a
quella statua di ghiaccio, ed il suo anello nuziale, e la sua
felicità.
--«-Non son chi fui, perì di me gran parte:- la parte migliore, la
parte che nessuna potenza umana potrà ridonare alla vita. Mi resta la
vostra amicizia, Fulvia; la vostra affettuosa amicizia, punto luminoso
e dolcemente mesto in una landa oscura e fastidiosa.
--«(Ora poi voglio posare sulla tua bella fronte un lungo bacio, che
sia il compendio delizioso di tutte le mie speranze svanite, di tutte
le mie illusioni non raggiunte; che sia come la cadenza armoniosa di
una bella canzone, che non dovremo mai più ricominciare).
--«Addio, Fulvia. Non mi rimproverate un ultimo sfogo dell'anima. Io
non sono temibile per voi. Non credo di esserlo stato mai dinanzi alla
vostra fiera virtù. Ma ora poi, mi sento disfatto in faccia a me
stesso, e debbo esserlo anche in faccia a voi. A rivederci, se il
destino lo vorrà. Quando vi stringerò la mano, la bella mano candida,
mi troverete molto mutato.
--«MAX.»
XXII.
«Quella lettera mi fece una profonda impressione. Lessi più e più
volte quel periodo chiuso nella parentesi, e lo ripensai ancora ed
ancora dopo aver piegata la lettera, e mi trovai di saperlo a mente.
«Mi nascondevo il volto tra le mani, e ad occhi chiusi vedevo Massimo
dinanzi a me, e sentivo il suo bacio. O Dio! Non era vero ch'egli non
fosse temibile per me. Ero d'una debolezza dinanzi a lui! Egli aveva
l'energia che mancava a me; e quello sguardo d'aquila che penetra
nell'anima. Con questo mi conosceva; con quella mi dominava.
«Se, quando io gli avevo detto in quella sera burrascosa: «Non vi amo
più» egli fosse rimasto umiliato dalla mia parola, e l'avesse
accettata, io mi sarei esaltata in quel capriccio, e vi avrei
persistito, e quell'amore sarebbe finito come la simpatia per Giorgio.
Max invece mi scrutò il cuore e vide che l'amore viveva, ma era
sopraffatto soltanto da una fantasia bizzarra; ed, ardito ed energico,
s'oppose alla mia fantasia, mi dimostrò il mio proprio inganno, e mi
disse:
--«Sii sincera; non vedi che mi ami?» Ed io fui sincera, il capriccio
svanì, l'amore rimase.
«Egli mi dominava coll'ascendente del suo grande ingegno e della sua
anima leale; e non poteva non esser temibile. Dovevo fuggirlo. Dovevo
fuggirlo.
«Codesto pensavo, poi ripensavo il suo bacio, poi guardavo la mia mano
per vedere se fosse realmente -la bella mano candida-, o se gli
preparasse una delusione. Dove poi? Quando? Io non ne sapevo nulla. Ma
chi può dire da quanto tempo ha cominciato ad abbozzarsi nel nostro
pensiero un errore prima che una circostanza futile, o una
catastrofe,--uno zeffiro o una bufera,--lo spingano nella realtà dei
fatti?
«Quella sera non ricevevo alcuno perchè dovevo fare i preparativi
della partenza. Però quando si presentò la signora contralto colla
quale avevo stretto amicizia, la mia cameriera credette dover fare
un'eccezione in suo favore e la introdusse.
«Ebbi sempre il baco delle confidenze. Le mostrai la lettera. Era una
donna franca e gioviale. Buona in realtà, onesta anche; ma senza
raffinatezze. A lei, bacio più bacio meno, non era quello che
disturbasse la digestione. In quella lettera non trovò che da ridere.
E come ne rise!
«Quanto a me, l'ultimo pensiero che avrei potuto avere, sarebbe stato
di ridere di quella lettera, e di un sentimento che mi dava
l'impressione di tenermi sospesa per virtù d'incanto sul cratere di un
vulcano. Però, appunto perchè a' miei occhi tutto codesto era tanto
serio e grave, che mi tormentava in una continua alternativa di
aspirazioni e di terrori, di audacia e di rimorso, mi sentii consolata
al vedere che quella giovane non lo considerava che come un gioco.
«Dunque io mi esageravo i miei torti, e Massimo pure si esagerava la
gravità dei nostri rapporti; non c'era alcun male. Infatti non ero io
onesta come prima, e degna della mano d'un uomo d'onore? Questo mi
rasserenò e diede alle mie idee ed al mio giudizio un carattere meno
severo.
«La contralto era milanese; ella doveva partire con me da Firenze per
Torino, dov'era scritturata. Ma voleva fermarsi due giorni a Milano.
--«Si fermi anche lei» mi disse. «Che paure ha? È forse la prima volta
che vede il signor Massimo? Se ha saputo rispettarla prima lo saprà
ancora. E poi la ci ha da essere anche lei.
«Tolga Iddio ch'io voglia scaricare, colla viltà di Eva, la
responsabilità di un mio errore sull'amica tentatrice. Ero libera ed
in età di ragione e d'esperienza, e quel che feci lo feci perchè
volli.
«Ma è un fatto che, una volta ch'ella ebbe messa la questione sotto un
punto di vista falso, io non la presi più che da quel lato. «Essere o
non essere Massimo capace di rispettarmi;--essere o non essere io ben
risoluta di rimanere onesta.»
«E, poichè di codeste due cose ero certa, non pensai che il male ha
tante gradazioni; che un fidanzato è oltraggiato non solo dall'ultima
conseguenza dell'infedeltà, ma da qualunque dimostrazione d'amore
prodigata ad un altro, fosse pur solo una stretta di mano; Una
lettera... una gita misteriosa poi... ed un bacio! Santa pazienza!
«Tutto codesto non pensai, e spedii questo telegramma al babbo:
«Pietro Zorra, via Roma, 10.
--«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.
«FULVIA.»
* * * * *
«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il
rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla
precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile
raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel
nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato
fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza
tranquilla ed il cuore contento.
XXIII.
«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un
simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel
momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo,
di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante;
ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta
una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente
coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone
che aspettavano.
«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che
tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di
domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi
se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.
«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli,
nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze
facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi
pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di
piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.
«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus
dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di
essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si
passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti,
poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza
Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non
avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri
dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non
vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.
«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia
fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.
«Avevo preparato a Firenze un biglietto per avvertirlo del mio arrivo,
e lo avevo impostato allo scalo. Non c'era caso che egli si alzasse
avanti la prima distribuzione della posta. Così il mattino seguente
alle otto avrebbe la mia lettera.
«Non mi fu mai possibile di tener conto, ne' miei calcoli, del tempo
che impiegherebbe il fattorino a recarsi da Max, ed egli a vestirsi ed
a venire da casa sua all'albergo--dalla via del Cappuccio alla piazza
S. Fedele--circa un chilometro di strada. Alle otto si cominciava la
distribuzione delle lettere; e mi pareva che alle otto Max busserebbe
alla mia porta.
«Tutta notte vegliai, angosciata dalla paura di non destarmi
abbastanza presto per essere in ordine a quell'ora mattutina. Alle sei
mi alzai senz'aver chiuso un occhio. Alle sette ero vestita per
ricevere. Con un'ora dinanzi a me, guardai trenta volte l'orologio e
feci dei calcoli infinitesimali, per persuadermi che avevo il tempo di
prendere il caffè prima che Max venisse. Ordinai quella bibita con
tanta premura che dovettero credere che mi prendesse male. Poi
m'inquietai che non fosse lì subito, e nel tempo che il cameriere
impiegò a scendere le scale e risalire, mi pentii dieci volte di aver
dato quell'ordine, e mi spaventai all'idea d'essere scoperta da Max
prendendo il caffè, come non so di che umiliazione. Appena fu recato
il vassoio, dissi al cameriere di aspettare, ed afferrata la tazza
ingollai tutto il caffè bollente in un fiato, bruciandomi la bocca e
lo stomaco, e rimandai tosto il servo col corpo del delitto.
«Non erano che le sette e mezzo. Ancora mezz'ora, mezzo secolo da
aspettare!
«Andai allo specchio e rifeci toletta; mi ravviai i capelli, rilavai
le mani, ecc. Finalmente sentii il primo tocco delle otto. Era come se
Max avesse bussato. Gettai alla rinfusa tutti gli oggetti da toletta
nella scatola senza prendere un minuto per ordinarli; e prima che
l'ottava ora fosse suonata, corsi a sedermi sul sofà, come se me ne
restasse appena il tempo.
«Oh Dio! Le ore avevano cessato di suonare, e Max non era ancora
giunto; ed il mio uscio rimaneva chiuso. Ne ero sbalordita come se da
quell'uscio avessi veduto entrare la guglia del duomo.
«Là, immobile su quel sofà, coll'occhio intento e l'orecchio teso,
rimasi ore dopo ore, e ad ogni passo di cameriere che saliva le scale,
il mio cuore si mettava a ballare una pazza tarantella. S'è molto
scritto sul senso di divinazione dell'amore che ci fa riconoscere il
-noto passo- della persona amata; ma in realtà codesto si riduce ad
una questione di scarpe. Quelle di Massimo scricchiolavano quand'ero a
Milano. Supposto che le avesse cambiate, addio -noto passo-; non
l'avrei riconosciuto più. Intanto scricchiolavano tutte le scarpe dei
servitori, e, se non ne presi un aneurisma, è un fenonemo da notare
negli annali della medicina.
«Passò il mezzogiorno, ed un'ora, e le due, ed ero sempre sola. Non
c'era pensiero desolante che non mi venisse in mente.
«Max era innamorato d'un'altra e non pensava più a me. O aveva
rinnovata la sua relazione colla marchesa Vittoria, e stava a Monza
nella villa di lei, e non aveva nemmanco idea della mia lettera e del
mio arrivo. O la lettera l'aveva ricevuta, sì; ma giudicava la mia
condotta severamente; come meritava. Gli sembravo un'avventuriera, una
donna senza decoro ad andarmene così di città in città per dare
appuntamento ad un giovinotto in una camera d'albergo. E non si
degnava neppure dì venire a porgermi la mano. Era un rimprovero, una
lezione.
«E quest'idea era la più insistente, la più terribile. Mi pareva di
vedermi dinanzi la bella figura tanto dignitosa di Gualfardo, fissarmi
con uno sguardo di sprezzo, che mi trafiggeva il cuore.
XXIV.
«Alle tre, non reggendo più a quell'immobilità angosciosa, uscii,
traversai la galleria senza nemmanco pensare che mi si potrebbe
riconoscere, andai in duomo, m'inginocchiai dietro il coro, ed in
quella penembra solenne, piansi amaramente.
«Per la prima volta pensai a lungo senza raccapriccio alla morte. Quel
primo novissimo di cui non è dato dubitare, mi pareva in quel momento
la cosa più desiderabile che rimanesse per me in questo mondo. La mia
agitazione era così grande, che nulla dovea sedurmi più di quella
tranquillità assoluta e secura. Pensavo che i morti dovevano gustare
una pace deliziosa adagiati nelle loro casse, dove non vi sono
fidanzati da ingannare, nè amanti da attendere, nè alberghi per
ospitare un errore.
«Avrei voluto partir subito; correre a Torino. Ma avevo scritto che
giungerei sabato colla contralto. Che cosa penserebbero il babbo e
Gualfardo a vedermi arrivare il giovedì, e sola? Eppure, in tanta noia
ed in tanto cruccio, non andavo a cercar consiglio dalla contralto.
L'idea di vederla trattar leggermente quell'agonia della mia coscienza
mi faceva male. Comprendevo omai tutta la gravità del mio passo, e
qualunque fosse il giudizio indulgente di lei, sentivo che non
potrebbe modificare il mio. Nell'uscire scontrai un prete nella
navata; e desiderai d'esser quel prete. Poi vidi un vecchio cieco che
vendeva amuleti e coroncine; e desiderai d'esser quel cieco. E
pensavo. Ecco due uomini che non hanno amori, e non sentono rimorsi, e
sono felici. In quello stato d'animo non credevo ad altre passioni nè
ad altri errori, nè ad altre miserie.
«Nel traversare la Piazza del Duomo per tornare a casa mi trovai in
faccia a Giorgio.
«Se fossi stata più devota l'avrei creduta una grazia concessa dal
cielo alla mia preghiera. Egli non riderebbe de' miei rimorsi, de'
miei dolori. Era un'anima nobile, un amico.
«Gli strinsi la mano con effusione, e come cosa convenuta, egli venne
con me; era contento di rivedermi, ed io ero felice d'averlo trovato.
Gli dissi tutto, tutto il peso che avevo sul cuore. Ed egli mi narrò
come mi avesse amata. Ed io pure gli narrai come allora l'avevo
compreso. E fin che rimase nel mio cuore una piega da svolgere non
cessai dalle confidenze.
«Mi disse che gli facevo male a parlare del mio amore per Max. Ma io
avevo bisogno di parlarne; avevo bisogno di accusarmi.
«Giorgio era uomo di spirito. Checchè avesse nel cuore, non fece la
menoma scena di gelosia. Parlò di Max come ne parlava sempre, con
entusiasmo, colla più calda amicizia. Dissipò tutti i miei terrori.
«--Max non amava un'altra. Non vedeva più Vittoria. E non penserebbe
mai a disprezzarmi per essermi trattenuta a Milano per lui. Max non
era nè severo, nè formalista; guardava ai fatti, e nessuno conosceva
meglio di lui, che io era un'onesta giovane. La sua mamma era in
campagna sul lago di Como; egli c'era forse andato a passare una
giornata, e per questo non aveva ricevuto il mio biglietto, e non era
venuto.»
«Tutto codesto mi disse colla sua bella voce un po' commossa, ed io ne
ebbi profondo conforto.
«Si trattenne a lungo. Passò tutta la sera con me. Si parlava sempre
del passato. E v'erano momenti in cui la sua bella voce mesta mi
commoveva. Ed allora riprendevo a parlare di Max, ed esageravo il mio
amore per lui con espressioni da romanzo. Ero così indisposta contro
di me, mi giudicavo così severamente, che quell'emozione involontaria
alla voce di Giorgio mi sembrava una colpa. E sentivo orrore di me.
Impaurita de' miei sentimenti, li prendevo tutti in mala parte. Se un
accattone m'avesse commossa domandandomi un soldo, mi sarei accusata
d'amare quell'accattone. Se un poeta ignoto m'avesse commossa colle
sue rime, o un maestro colle sue melodie, mi sarei accusata d'amare
quel poeta e quel maestro.
«Però m'accusavo a torto. Ora, ripensando a tutto quel passato, se
v'ha cosa in cui possa riposare la mente senza scontento di me, se
v'ha memoria di cui possa gloriarmi, è quella della sera passata con
Giorgio, della sua lealtà, del suo nobile contegno, della sua vera
amicizia.
XXV.
«Ebbi un'altra notte d'insonnia angosciosa; ed ancora mi alzai
all'alba, ed ancora passai una mattina in ansietà assurde e ridicole
per chi m'avesse osservata a sangue freddo, ma che per me erano una
vera agonia.
«Alle dieci s'udì una corsa rumorosa su per le scale, come d'un
cameriere che accorra ad un appello impaziente, o d'un ragazzo che
giochi; e la sbarra risuonava forte. Ed immediatamente il mio uscio fu
aperto con impeto. E, senza farsi annunciare, senza bussare, senza
chieder permesso, Max irruppe in camera tutto ansante, e mi prese
nelle sue braccia.
«Era dunque ancora lui, impetuoso, passionato, che non faceva mai
nulla come gli altri. Non era vero ch'egli fosse mutato. Alteramente
bello ed alteramente imprudente come prima, dimenticava il mondo
dinanzi al suo amore, non soffriva l'indugio d'un'ambasciata, correva
lieto e spensierato dove lo portava il cuore.
«Com'era felice di vedermi! Anch'io fui felice, Furono belle ore; ore
di gioia inebriante. E quel bacio sulla mia fronte, quel bacio che
aveva descritto nella sua lettera, fu quanto di più intimo, di più
colpevole avvenisse tra noi. Egli mi stringeva le mani, e mi diceva:
«--Voi mi siete sacra per la vostra ingenua fiducia, Fulvia. Sono
contento d'amarvi così. Credetelo pure, io conosco il mondo, e vi
giuro che la sola felicità vera, è quella che si può rammentare senza
rimorso.
«Perchè, s'egli può rammentarmi senza rimorso, ne rimase tanto a me? I
doveri d'una donna sono dunque così differenti e maggiori? E, da lei
che è più debole, si dovrà pretendere di più? Cosi è. Egli mi
rispettava, faceva il suo dovere di uomo d'onore; era onesto e grande.
Io mi creavo un segreto, preparavo una menzogna per ingannare un
nobile cuore, ed ero colpevole.
«Ma allora non pensavo più a fare esami di coscienza.
«Max possedeva tutte le superiorità. La bellezza, la forza, l'ingegno,
il carattere; ed in esse io trovava una scusa alla mia debolezza, ed
una protezione contro le accuse del mondo e della mia coscienza.
XXVI.
«Non vidi più Giorgio, non vidi più alcuno fuori di Max. Egli mi
lasciò, appena per qualche ora, al tempo del pranzo. Poi tornò. Faceva
un gran caldo. Aprimmo il balcone; ci sedemmo l'uno accanto all'altro
tenendoci per mano, e guardando, giù nella via, le signore che
andavano al teatro Manzoni a piedi ed a capo scoperto per pigliare il
fresco. Eravamo sereni ed ilari come due fanciulli. Io gli dissi:
«--Ecco, io non potrò mai andare a teatro con voi. Eppure sarei tanto
felice se lo potessi. Seduta in un palchetto in faccia ad uno sposo
amato, come si devono risentire tutte nell'anima le situazioni
passionate del dramma! Vi sono certe scene che non ho mai potuto udire
senza provare un gran desiderio di ripeterle con una persona amata.
«Allora egli volle che ne citassi qualcuna; ma la mia memoria non me
ne suggeriva; ero tutta assorta nella bella scena reale che
rappresentavamo noi due per noi soli. E gli risposi:
«--Suggeritemi voi, così vedrò se i nostri pensieri si sono accordati
prima di conoscerci.
«Ed egli a citarmi le cose più strambe, passando dagli amori di
Arlecchino e Colombina, alla tomba di Giulietta; ricordando le
situazioni più comiche, evitando a bello studio tutte le scene di
passione. E ridevamo come due scolari in vacanza. Io gli chiesi:
«--Che cosa fanno stasera al Manzoni?
«--Non lo so, mi rispose; vado a vedere.
«--Sì, poi mi racconterete la commedia; e se non la sapete dovrete
inventarla.
«--Accettato. Le scene di sentimento le reciteremo a braccio.
«E scese a leggere il manifesto. Io lo guardavo dalla finestra.
«La commedia annunciata era il -Terenzio-. Egli risalì, felice che
dovessimo parlare in versi martelliani. Io mi prestai di buon grado
alla scena tra Terenzio e Creusa, e da parte di Max, i versi di
Goldoni non furono peggiorati certo.
«Quando cominciò la gente ad uscir dal teatro, gli dissi che lo
spettacolo era finito, e che doveva ritirarsi. E ci lasciammo
stringendoci la mano. Giovani, liberi, innamorati, riuniti
misteriosamente, ci lasciammo con una stretta di mano, e fummo felici,
«sotto l'usbergo del sentirci puri.»
XXVII.
«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a
prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi?
Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era
avvenire per noi. Scriverci... era tutto.
«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in
sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi,
ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale
eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di
veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona
col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della
partenza.
«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a
Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era
più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia
posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per
cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia
gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per
accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di
frequentarmi.
«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone
oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in
vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del
nostro procedere. E pensavo:
«--Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele,
è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a
che sono ridotta.
«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di
cancellare dalla mia vita quel passo fatale.
«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè
vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si
spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà
esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai
meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno
impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci
sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?
«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente.
Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo
il coraggio di dirgli:
«--Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile
carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra
fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado
tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia
parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io
non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi
affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha
le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti,
voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed
ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che
sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io
voglio essere felice.»
«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile
spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed
allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà
renderla a nessuno.
«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la
partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il
cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora
una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e
traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo
senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da
aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più
sincere promesse di -sempre- e di -mai-.
«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da
cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei
giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa. -Sic transit-.
«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed
andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala
d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel
carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là
guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce
scialba e triste, e Max mi disse:
«--Incomincia ad albeggiare.
«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si
allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi
rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi
stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi
d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella
malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E
pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava
ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il
tramonto.
XXVIII.
«--Torino! Porta Susa! Chi scende! Porta Susa!
«Queste grida ripetute a varie distanze e lo spalancarsi della
portiera, mi strapparono alle mie fantasticaggini. Scesi dalla
carrozza e mi avviai all'uscita, triste, confusa, umiliata all'idea di
incontrarmi con Gualfardo.
«Avevo fatti pochi passi, quando sentii prendermi di mano la valigia,
ed udii una voce ben nota dirmi:
«--Ben tornata, Fulvia.
«Era Gualfardo.--Pensai che, per un carattere freddo e chiuso come il
suo, aveva fatto molto a domandare che lo lasciassero passare entro lo
scalo per incontrarmi un minuto prima, e quel pensiero mi serrò il
cuore come un rimorso.
«--Come va, Gualfardo? gli dissi.
«--Bene, bene, e voi? Passate di qui, a destra. Il vostro, biglietto?
E mentre rimetteva il biglietto alla guardia, riprese:
«--Ecco il babbo.
«Io gli corsi incontro per abbracciarlo.
«--Ben tornati, disse il babbo.
«Quel plurale mi sorprese. La gioia del mio ritorno lo confondeva.
«--È un pezzo che state ad aspettarmi? domandai.
«--No, giungo or ora, rispose il babbo.
«--Ah, sei venuto solo? gli chiesi stupita che rispondesse in
singolare alla domanda che gli avevo fatto in plurale.
«--Sicuro. E voialtri avete fatto buon viaggio?
«--Come, voialtri? Io.
«--Ma non siete venuti insieme?
«--Son venuta colla contralto; ma tu non la conosci punto. A
proposito, nello scendere è sgusciata via. Non l'ho più vista.
«Intanto eravamo usciti sotto il portico, e Gualfardo fece avanzare
una carrozza. Quando io ed il babbo vi fummo entrati, Gualfardo mi
domandò la ricevuta del mio bagaglio, e voleva rimanere per farmelo
condurre a casa subito. Io risposi che non occorreva; potevo far
ritirare i bauli con comodo il domani.
«Egli ci mise dell'insistenza, come se gli desse noia d'entrare in
carrozza con noi. Allora il babbo gli disse:
«--Almeno metti qui le valigie che t'imbarazzano.
«Un altro plurale! Io non avevo che una valigia.
«--Sì, dissi; posate la mia valigia. Ed intanto tiravo fuori il
portafogli per dargli la ricevuta del bagaglio.
«Egli posò sul sedile dinanzi a noi la mia valigia, prese lo scontrino
che gli porgevo, e via.
«--Gualfardo! gli gridò il babbo. Anche l'altra, che ne fai di
quell'impiccio?
«Gualfardo tornò indietro. Era un po' arrossito, ed il suo occhio ebbe
qualche cosa di triste in risposta al mio sguardo attonito.
«Egli aveva due valigie!
«--Ma io non ne ho che una, gli dissi. Quella non è mia...
«--È mia, disse Gualfardo.
«Sentii vagamente che in quella parola c'era qualche cosa di
spaventoso, e tuttavia non compresi ancora.
«--Vostra! esclamai. Mi siete venuto incontro colla valigia?
«--Ma sì;--ed entrando in carrozza soggiunse: Tanto fa che venga con
voi; il bagaglio lo prenderò domani; e diede l'indirizzo al cocchiere.
Poi, fissandomi con quella sua aria impassibile da tedesco che metteva
i brividi, mi disse:
«--Vi sono venuto incontro fino a Milano; ecco perchè ho la valigia.
«--Ah? che? come? Non vi siete scontrati? Ora capisco perchè volevi
nascondere la valigia colla scusa di rimanere a ritirare il bagaglio.
Non volevi ch'io ridessi!
«Così esclamava il babbo, e rideva, e trovava un umorismo infinito a
pensare che Gualfardo mi era venuto incontro senza trovarmi; ed
attribuiva la confusione di Gualfardo e la mia confusione unicamente
alla paura del ridicolo.
«Oh Dio! il ridicolo! avrei voluto vedere tutta Torino a bocca
squarciata, tenendosi le costole dal ridere per conto mio; avrei riso
più forte di tutti, avrei danzato di gioia se avessi potuto non essere
che ridicola.
«Ero rimasta fulminata dalle parole di Gualfardo. Avevo udito le
osservazioni del babbo meccanicamente; ma nel mio interno avevo ben
altra preoccupazione.
«Che cosa aveva fatto Gualfardo a Milano? Come e perchè non mi aveva
trovata? Sapeva qualche cosa? Sapeva tutto? O non sapeva nulla?
«Il suo volto era perfettamente impassibile. A giudicare da quello si
poteva credere che non sapesse nulla.
«Cento domande mi vennero alle labbra nell'ansietà di quel momento. Ma
sentivo battermi il cuore con tale violenza, e provavo un'angoscia ed
un'umiliazione tanto profonde, che non avrei potuto pronunciare una
parola su quell'argomento, senza tradirmi col rossore e col tremito
della voce.
«Così non dissi più altro, e mi diedi a guardare fuori dallo
sportello, ed a fissare i passeggieri con tanta attenzione, come se
tra essi cercassi una persona aspettata, dalla cui presenza dipendesse
il massimo interesse della mia vita.
«E Gualfardo, seduto di contro a me, stava ritto come un palo per
lasciarmi padrona dello sportello, e non fece più la menoma allusione
al suo viaggio. Pareva che, ai nostri occhi, l'andare incontro a
qualcheduno per sette ore di ferrovia e non trovarlo, e tornare
indietro ciascuno per suo conto, e vedersi soltanto allo scalo
d'arrivo, fosse la cosa più naturale del mondo.
«Il babbo pensava, forse, che fosse nato tra noi uno di quei malumori
da innamorati, che hanno bisogno di esaurirsi in silenzio, per dar
luogo all'ansia della riconciliazione; e, dopo quella prima espansione
di meraviglia, non cercò più spiegazione. Del resto, taciturno per
abitudine come tutte le persone avvezze ad una vita monotona,
laboriosa, e solitaria, non soleva mai cercare il fondo delle cose
quando per giungervi gli occorreva un soverchio dispendio di parole.
«Quando la carrozza si fermò in via Roma, alla porta della nostra
casa, Gualfardo scese pel primo, mi aiutò a scendere alla mia volta,
prese la mia valigia da una mano e la sua dall'altra, e s'avviò verso
la scala. Il cuore mi si allargò. Se saliva così col suo piccolo
bagaglio, era dunque disposto a rimanere a colazione con noi.
Incoraggiata da quell'idea lo guardai in volto; era perfettamente
calmo. Grazie ad Apollo, grazie a tutte le divinità protettrici degli
amanti, il suo viaggio non l'aveva condotto a nessuna scoperta; egli
non sapeva nulla.
«Tutto questo pensai nell'istante ch'egli impiegò a muovere due passi.
Al terzo, la serva che era scesa per incontrarci, lo fermò per
isbarazzarlo delle valigie.
«In quel momento credo che il sangue abbia sospesa la circolazione
nelle mie povere vene, tanto era vitale per me la risposta ch'egli
stava per dare a quella serva.
«--Ah, bene! Poichè sei qui, ti lascio la valigia della tua padrona, e
profitto della carrozza per portare a casa la mia.--Disse questo col
solito piglio tranquillo. E cedette la valigia. Se ne andava! Mi
lasciava appena arrivata. Che voleva dire? Sapeva perchè ero stata a
Milano? Si allontanava per sempre?
«Questo pensiero mi traversò la mente spaventoso, come l'idea della
morte, che ci empie di terrore nell'istante di cadere in deliquio.
Esso mi strappò una domanda angosciosa:
«--Gualfardo! mi lasciate?... e tosto, sentendo la stranezza di
quell'impeto, soggiunsi: Non restate a colazione con noi?
«--Non posso, mi rispose, senza neppure notare la mia agitazione. Sono
due giorni che manco alle lezioni. Verrò questa sera.
«Due giorni! Gli porsi macchinalmente la mano, e salii le scale di
corsa senza aver mente a rispondere una parola.
«Due giorni! Mio Dio! Quanto può aver scoperto in due giorni!
XXIX.
«Per tutti i vizi che la morale condanna, per tutte le colpe che la
legge punisce, dovrebbe essere espiazione sufficiente la tortura
morale che io soffersi quel giorno. Mi sentivo avvilita in faccia a
Gualfardo; sentivo ch'egli aveva diritto di sprezzarmi, e ne piangevo
con tutta l'amarezza del mio cuore. Pensavo:
«--Questa sera, o mi darà un bacio, come soleva prima che partissi, ed
io dovrò renderlo,--io che l'ho tradito,--fare la parte di Giuda,
piegarmi all'onta della finzione. O non mi darà il solito bacio, ed
allora vorrà dire che sa tutto, che non si considera più mio
fidanzato, ma ha bastante fede nella mia lealtà per aspettare che gli
faccia io stessa la confessione che gli debbo.
«Ed allora pensavo seriamente a quella confessione. La dovevo io
realmente? Non avevo ricusato di sposare Max per evitarla? Ed ora
perchè la farei? Max non era che un amico per me.
«Sì, ma un amico che ero andata a vedere segretamente; un amico da cui
aspettavo una lettera con tutta l'ansietà del mio cuore.
«Ed un istante sentivo di dovere aprir l'animo mio a Gualfardo ad ogni
costo.
«Poi andavo alla finestra, guardavo un poco la gente, pensavo che,
forse, neppur la metà di quelle signore che avevano marito, nutrivano
per esso un sentimento più caldo dell'affettuosa stima ch'io aveva per
Gualfardo. Che, forse, una gran parte di esse avevano amato un altro
prima di sposar quello, che se ne ricordavano ancora; eppure non erano
meno buone mogli, ed i loro mariti non erano infelici per questo; e
nessuno faceva a quelle donne una colpa dei loro sentimenti
combattuti; nessuno le disprezzava. Ricordai parecchie signore ch'io
conosceva in quelle identiche circostanze; erano signore ammodo, cui
il mondo non faceva la menoma eccezione, il menomo rimprovero.
«Allora le mie idee presero un altro indirizzo.
«Certo io ero troppo scrupolosa. Infine mi ero contenuta decorosamente
con Max; egli sapeva il mio impegno; tra noi non s'era parlato che
d'un sentimento fraterno. Io non avevo tradito i miei doveri verso
Gualfardo. Ero ancora degna di lui. D'altra parte, quanti giovani
avevo io conosciuti mentre cantavo? Quanti m'avevano corteggiata?
Quanti m'avevano parlato con meno riserbo di Max? Io non li avevo
lusingati, avevo respinto il loro amore. Precisamente come avevo fatto
con Max. Forse che pensavo di fare a Gualfardo la cronaca di quelle
galanterie? Nemmeno per ombra. E perchè dovrei farmi un dovere di
narrargli la mia relazione con Max? Perchè gli altri li avevo respinti
senza soffrirne, e Massimo lo avevo ricusato con dolore? Ma questo non
era che un merito di più.
«Poi vennero le penombre della sera. Non vidi più la gente in istrada.
Non vidi più nulla intorno a me; ed allora guardai nella mia
coscienza.
«E vidi che tutto ciò era sofisma per ischermirmi da un dovere penoso.
Vidi che la mia colpa non stava nel sentimento involontario ch'io
provavo per Max, ma nelle piccole ipocrisie d'amicizia con cui lo
alimentavo; in quella specie di compromesso col mio dovere, con cui
cercavo di ricusare il suo amore, e di serbarlo vivo al tempo stesso;
di mantenermi in dolci rapporti con lui, senza spezzare il mio vincolo
con Gualfardo, che per una cara abitudine si era immedesimato colla
mia esistenza; e da cui non avevo il coraggio di sciogliermi.
«In realtà io non desideravo di sposar Max. Egli aveva un grande
ingegno, una posizione agiata, un avvenire largo di promesse, una
salute fiorente, una maschia bellezza, e tutte quelle attrattive di
parola, di voce, di modi, di eleganti cognizioni, che guadagnano tutte
le simpatie, che aprono tutte le porte.
«Un uomo così, nel matrimonio ha tutto a dare, nulla a ricevere. Per
farmi sua moglie avrebbe dovuto sacrificarmi la sua libertà. Farmi
vivere colle sue rendite ed i suoi guadagni, perchè la sua carriera
legale sarebbe stata inconciliabile colla vita girovaga di un'artista.
E poi egli non avrebbe avuto alcun bisogno di farmi continuare a
cantare. Per adattarsi alla vita di famiglia avrebbe dovuto far
violenza al suo carattere gioviale, brillante; alle sue abitudini
chiassose e disappensate; imporsi una gravità, una monotonia, un
ordine d'esistenza a cui non era punto inclinato, e che gli avrebbero
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