Tempesta e bonaccia
Romanzo senza eroi
Colombi, marchesa
MILANO
LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA
Corso Vittorio Emanuele, 26
1877
-Proprietà letteraria.-
-Tipografia Sociale--S. Radegonda 6.-
TEMPESTA E BONACCIA
I
AVV. MASSICO GUISCARDI
-Milano, Piazza del Duomo, N. 10.-
II.
-I LETTORI-
-In hac lacrymarum valle.-
III.
Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati
scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo
quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia
storia.
Non vanto illustri avi, nè sono figlio di paltonieri. Appartengo
all'umile classe dei borghesi. Non sono nè ricco nè povero. Ho
trent'anni.
Quattro anni sono mi accesi d'una grande passione; feci le debite
pazzie, e poichè le donne sogliono misurare e compensare l'amore a
seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per
quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacchè io l'amassi
davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima.
Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente
celebre: «Quanto dura l'eternità in Francia?» Se il plagio non
deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso
dicendo: «Quanto dura l'eternità in amore?»
Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l'eternità in
amore?»
Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita
senza un'altra gioia, nè un altro affetto, nè un altro interesse, nè
un'altra ambizione, fuorchè l'amore di quella donna. Non mi credevo
suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell'attrazione
potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine
convenzioni sociali.
Alcuni amici s'avventurarono a dirmi:
--Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d'un altro, e,
peggio, d'un amico? La tua coscienza non ripugna dallo -stringere
sorridendo la mano d'un uomo che tradisci-?
È la frase consacrata. Ed io meravigliavo tra me, come le menti di
quegli amici miei mancassero di elevatezza per non potersi scindere da
meschini pregiudizî sociali, ed innalzarsi con me nelle sublimi
regioni della passione. Sì; la mia donna era vincolata ad un altro. Ad
un egoista che si era permesso di farla sua, senza prevedere che io
l'avrei amata. Ad un tiranno, che persisteva ad essere suo marito
malgrado il nostro reciproco amore. Animo volgare, incapace di
eroismo, che non aveva nemmanco la generosità di -sopprimersi- per la
felicità d'un amico.
E nondimeno mi si accusava. Non si comprendeva che la mia colpa, se
pur colpa è possibile in una grande passione, era crudelmente espiata
dal pensiero che quell'uomo si permetteva di chiamar -sua- la donna
-mia-, di darle del tu, d'amarla, e forse financo di aspirare al di
lei amore. Oh, quell'uomo! Io l'odiavo per le ore di tortura che
m'imponeva; per le notti che mi faceva vegliare tra gli spasimi della
gelosia; per il sacrifizio cui mi assoggettavo ogni giorno di
frequentare la sua casa, di parlargli amichevolmente, di simulare
colla donna amata una freddezza che non avevo nel cuore, di tollerare.
che egli le parlasse con una famigliarità oltraggiosa. Oh! quando
stringevo sorridendo la mano d'Ernesto, nonchè sleale, mi sentivo
grande e generoso: perchè l'odiavo, perchè avrei voluto ucciderlo; e
me gli mostravo amico, e rispettavo la sua esistenza, per non
compromettere la donna mia.
IV.
Così pensavo allora, ed ero in buona fede, lo giuro.
Su quell'incendio passarono tre anni; e passarono le scene di gelosia,
sempre più rade da parte mia, sempre più frequenti da parte di lei; e
passarono i rimproveri che mi spesseggiavano sopra per ogni nonnulla.
Dopo tre anni e qualche mese cominciai ad accorgermi che
l'osservazione de' miei amici non era punto volgare, nè ingiusta.
Infatti come non ne avevo compreso prima la moralità incontestabile?
Come avevo potuto stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradivo?
Ma certo il mio cuore doveva aver ripugnato all'atto sleale. Certo
doveva aver fatto pressione sulla mia coscienza per amore della donna
mia; per farle il sacrificio de' miei principî... Deve essere un amore
ben grande quello che giunge fino ad immolare le cose più sacre, fin
l'onore. E dopo tutto ciò ella spingeva l'ingratitudine fino a farmi
dei rimproveri... Oh! le donne! E codesto esclamavo inorridito da
tanto egoismo.
V.
Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia
delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di
tradire un amico ne' suoi più cari affetti.
Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente,
giovane, simpatica.
La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi
offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non
desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico,
andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.
Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.
Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo
ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era
quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.
Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio
amico, lo accompagnavo--sino in capo alla scala,--la signorina disse a
Giorgio:
--E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non
se ne va?
--Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.
--Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra
di un'autopsia morale.
--Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà
meglio, sono certo che le piacerà.
--Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con
quel signore non oso; mi dà soggezione.
--Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.--Ma le giuro che egli non aspira
punto a destare questo sentimento nelle signore...
In quella rientrai. Giorgio mi disse:
--Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata;
ma ha soggezione di te.
Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione... si sarebbe detto
che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.
Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle
loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non
si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?
Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio
di felicità sull'esistenza della donna mia... Ma all'udire il
desiderio dell'artista... esordiente, giovane, simpatica,--dovetti
rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con
Giorgio in quella passeggiata.--Ritirarmi sarebbe stato esternare il
sospetto ch'essi stessero meglio soli... un uomo delicato non offende
così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della
mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile
di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una
cicala, nata solo per cantare.
Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti
melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza,
trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.
Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata
raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei
pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la
giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.
Ora dunque Fulvia desiderava passare la sua prossima sera di riposo al
circolo della marchesa, per ringraziarla della sua cortesia. Pregò
qualcuno di noi a volerla accompagnare. Con che gioia colsi
quell'occasione di vedere la donna mia!
Anche Giorgio Albani si offerse di fare da cavaliere alla giovane
artista; ma egli non frequentava la casa di Vittoria; la conosceva
poco; io invece ero intimo della famiglia; lo persuasi che era più
conveniente che Fulvia vi si presentasse con me, e con me solo.
Ella rimase indifferente a codesta discussione, ed interpellata
rispose:
--Per me, purchè vi sia qualcuno che m'accompagni, sia l'uno sia
l'altro, mi fa egualmente piacere.
Facemmo una lunga passeggiata. Fulvia fu allegra, gentile, spiritosa,
ma serbò sempre un certo imbarazzo riguardo a me. Quando mi parlava,
evitava di guardarmi, e non accompagnava il discorso col menomo gesto.
Si occupava ad abbottonarsi o sbottonarsi i guanti, a cogliere una
foglia ed a ripiegarla in tutti i sensi, e seguiva cogli occhi l'atto
della mano, quasi fosse più intenta a quello che a quanto diceva.
I tratti di spirito che intercalava al discorso, i frizzi con cui
presentava in caricatura una persona o una cosa, detti così senza
importanza e poco accentuati, acquistavano un carattere più umoristico
e sorprendevano di più.
Quando l'avemmo ricondotta all'albergo, Giorgio mi ripetè quanto ella
aveva detto a riguardo mio, mentre accompagnavo il mio vecchio amico
sulle scale.
--Ebbene, dissi, domani a sera non verrò. Non voglio privarla del
piacere d'esser sola con te.
Egli non rispose. Era delicatissimo, prudente, pieno d'onore. Forse
gli dispiacque il sospetto sottinteso in quella mia risposta, e non
volle nondimeno ribatterlo per non impegnare una discussione che
poteva far torto ad una signora ch'egli stimava. Parlammo d'altro e
parlammo poco.
Io amavo sinceramente Giorgio, che era un nobile cuore, un amico
leale. Pensai a lungo a quella parola amara che gli avevo detta; ed a
quando a quando ripensai alla antipatia della giovane artista per me.
Prima che giungesse la sera del giorno seguente, mi persuasi che, a
rimediare all'offesa che le avevo fatta, ed al dispiacere che avevo
dato a Giorgio, era necessario che passassi ancora quella sera con
loro. Andai a vedere Fulvia nel suo camerino in teatro; Giorgio mi vi
raggiunse, e tornammo all'Albergo Milano insieme.
Fulvia aveva cantato quella sera con tanta grazia e tanta passione,
che il pubblico l'aveva accolta con entusiastici applausi. Nel
camerino s'erano affollate le visite a complimentarla. Io l'avevo
ascoltata da un palco di proscenio, ed amantissimo della musica, ero
stato profondamente commosso dalla sua voce; dimenticai le parole poco
lusinghiere per me che ella avea dette ad Albani e, nella sincerità
dell'animo, le dissi porgendole la mano:
--Signora Fulvia, ella mi ha strappato le lagrime.
--Le ho vedute, mi rispose: e mi strinse la mano cordialmente, e da
quel momento fummo amici.
VI.
Il domani Fulvia non cantava, ed io accompagnai la giovane artista in
casa Prandi a passarvi la serata. La società era poco numerosa.
Vittoria accolse la sua raccomandata colla solita affabilità, e mi
parve che si riuscissero simpatiche a vicenda. Ciarlarono
all'amichevole un po' di tutto; Fulvia saltando di palo in frasca,
trattando le cose con frivolezza mista d'un zinzino di sarcasmo, ed
esprimendo certe idee arrischiate che facevano restare gli ascoltanti
a bocca aperta. La marchesa seria, melanconica, ragionevole.
Io certo preferivo il nobile buon senso della donna mia; ma così, da
osservatore, notai che la conversazione di Fulvia riusciva più
piacevole.
La marchesa mi guardava col suo occhio profondo pieno d'amore; i
lunghi sguardi ch'ella mi volgeva tradivano la più viva passione.
Io ne ero certo lusingato e felice; ma non avrei voluto per nulla al
mondo che Fulvia si accorgesse che io... cioè che la marchesa aveva il
cuore preoccupato. E però le ricordai che quando volesse ritirarsi,
ero a' suoi ordini.
Ella si trattenne sino alle dieci soltanto. Mentre uscivamo. Vittoria
mi strinse la mano e mi susurrò:
--Tornate?
Io le risposi con un cenno affermativo; ma nella mia alta prudenza
avevo già deciso che non tornerei. Fulvia poteva aver concepito
qualche sospetto, ed io sentivo di doverla persuadere, pel decoro
della donna mia, che il mio cuore... cioè che il cuore di Vittoria era
completamente libero. E però, rientrato con Fulvia all'Albergo Milano,
posai il cappello coll'aria tranquilla d'un uomo cui nulla fa premura,
deciso a trattenermi.
Vittoria avrebbe dovuto essermi riconoscente di quel sacrifizio fatto
al suo decoro.
La giovane mi guardò un momento con meraviglia, quasi aspettando che
mi congedassi. Io sedetti accanto alla sua tavola, e mi posi a
sfogliare un albo. Ella allora mi offerse un sigaro, e si pose a
sedere dall'altro lato del tavolino.
Per verità, benchè non ci mettessi interessamento di sorta, il tempo
mi passò veloce tenendo dietro alle matte scorribande di quel
cervellino per le vie più torte della fantasia.
Quel poco che sapeva del mondo lo presentava in modo affatto nuovo;
aveva il dono di sorprendere sempre. Quando la lasciai erano le
undici, e dovetti confessare a me stesso che uno spirito elegante e
sereno, per chi non avesse come me un'altra passione, può piacere non
meno che un'immaginazione vaporosa e sentimentale.
Certo, Giorgio Albani, col suo cuore entusiasta correva pericolo di
perdere la pace, frequentando quella giovane. Compresi che, a
preservare l'amico mio da una passione che potrebbe costargli delle
amarezze, era mio dovere condividere con lui la compagnia
dell'artista; e, quando uno di noi dovesse rimanere solo con lei, era
meglio che restassi io, che nel mio impegno con Vittoria aveva una
salvaguardia.
Il giorno dopo cominciai, coll'eroismo dell'amicizia, a passare tutte
le mìe ore di libertà presso Fulvia.
Giorgio era sempre con noi; veniva insieme e partivamo insieme. Egli
le lanciava sguardi appassionati; la circondava d'ogni maniera di
premure; e quando parlava con lei aveva persino un'altra voce; trovava
delle note profonde di petto che non avevo mai conosciute nella sua
scala vocale.
VII.
Un giorno, uscendo da pranzo con un amico, incontrai Fulvia tutta sola
che camminava a passi accelerati in via del Monte Napoleone
dirigendosi verso il Corso. Presentai l'amico a lei, lei all'amico, e
dalla presentazione emerse, sempre nuovo come la Fenice della favola,
il famoso complimento:
--Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza, col rispettivo:--Il
piacere è tutto mio.
Ma per verità, se vi fu momento in cui Fulvia non mi diede grande idea
del suo spirito, fu quello; tanto più che, nel pronunciare quel
supremo dei luoghi comuni, la vidi arrossire come una collegiale.
--Qui c'è del torbido, pensai; e quindi le chiesi dove fosse diretta.
--Dalla signora Melli, mi rispose, e continuava ad arrossire.
Io avevo tutta la stima di quella giovane, ma non ero tanto ottimista
da attribuire quel rossore e quella subita paralisi del suo spirito
alla soggezione che poteva inspirarle uno sconosciuto. E però, non per
curiosità, nè per interesse mio proprio, ma per l'interesse di Giorgio
che evidentemente l'amava, volli accertarmi se realmente andasse dalla
signora Melli, o se vi fosse qualche mistero di mezzo.
Lasciai ch'ella voltasse l'angolo del Corso, e quindi congedatomi
dall'amico le tenni dietro.
La signora Melli abitava una delle case del corso Venezia, tra la via
Monte Napoleone e la chiesa di San Carlo. Appostandomi nel caffè
dell'Europa, che è in faccia alla chiesa, avrei potuto vedere uscire
Fulvia dopo la sua visita, se realmente era diretta dove aveva
asserito.
Ma mentre passavo dinanzi alla casa in questione per dirigermi al
caffè, ecco Fulvia che usciva dalla porta.
Ella mise la più lusinghiera delle esclamazioni al vedermi.
Quella rapida uscita non era entrata per nulla nelle mie previsioni;
vidi che era lieta d'incontrarmi ancora.
--La civettuola!--cominciai a recriminare internamente--gioisce di
trovarmi qui. Si figura che la stia aspettando pei suoi begli occhi.
Come sono vane le donne!
La signora Melli non era in casa. Proposi a Fulvia di fare una
passeggiata. Ella accettò, e risalendo il Corso ci dirigemmo verso
Porta Venezia.
VIII.
Non so come avvenisse, che, durante quella passeggiata, ci trovammo a
parlare d'amore, a teorizzarvi intorno, a fare della metafisica
sentimentale. Certo fu lei a mettere il discorso su tale argomento. Le
donne non sanno parlar d'altro.
Per pura cortesia io dovetti secondarla, ed in breve c'ingolfammo in
uno di quei laberinti di ragionamenti da cui non c'è filo d'Arianna
che ci tragga.
Mi sarebbe impossibile dire da che punto partimmo, e dove ci condusse
la discussione, sebbene ne abbia in mente molte parole e persino il
suono della voce di Fulvia nell'atto che le pronunciava; ma l'ordine
mi sfuggì; forse perchè il discorso non ne aveva.
Si parlava d'incostanza. Fulvia mi disse:
--Convenga che noi abbiamo creato questa parola, e l'abbiamo schierata
tra le colpe nel codice dell'amore, mentre non è che un fatto
naturale. Forse l'amore è un episodio tempestoso; non altro. Due
persone s'incontrano; dopo un tempo più o meno lungo s'accorgono
d'amarsi; se lo dicono; sono felici di quel sentimento: ma quello
stato d'esaltazione non dura, e, cessata l'esaltazione, è cessato
l'amore. La costanza, che si traduce in quell'affetto lemme lemme, da
cui sono avvinti gli sposi, è un portato della civiltà, e ne abbiamo
bisogno per la tutela della prole. Ma in natura non esiste. Ed infatti
vediamo che tutti gli animali si amano per un dato periodo di tempo
poi diventano stranieri gli uni agli altri.
Disse tutto ciò con molta serietà; ma quando io volli rispondere per
combattere codeste idee, esclamò:
--Mio Dio, come siamo ridicoli a voler ragionare sul sentimento, e
definirlo! Ognuno lo prova in un modo speciale ed agisce in
conseguenza.
E rise del suo discorso, e sopratutto non poteva perdonarsi d'aver
detto -tutela della prole-, e d'aver paragonato l'amore degli uomini,
che per lei era tutto idealismo, a quello degli animali inferiori.
--Come tutto questo è volgare e brutale! diceva. Subordinare la
passione al calcolo preventivo dei bisogni della società!
Profanazione! dov'è il Cristo che scacci i mercanti dal tempio? Il
sentimento è l'essenza divina che il soffio di Dio ha infuso
nell'uomo. Accettiamolo com'è.
--Tutto questo mi prova, le risposi con un'enfasi di cui allora non mi
rendevo ragione, che per ora lei non è innamorata. L'amore ha leggi
fatali che tutti siamo costretti a subire. Ammetto che possa finire,
anzi in tesi generale è certo che finisce. Ma nessun innamorato ha il
coraggio di dirlo e neppur di pensarlo. -Mai-, -sempre-, sono parole
che si legano inevitabilmente all'amore. L'idea che quegli sguardi che
c'inondano di dolcezza non si rivolgeranno più sopra di noi, che
quella mano tanto eloquente pel nostro cuore non stringerà più la
nostra mano, che fra noi e quell'essere, che è parte di noi, che è
anzi tutta la nostra vita, debbano frapporsi il tempo e lo spazio, ci
mette spavento; sentiamo di preferire la morte; e nel giorno
dell'amore nessuno comprende la vita fuori e dopo di esso.
Io parlavo coll'eloquenza della convinzione, che è pure la chiave del
successo. E nondimeno ella si aggrappava sempre più alla sua strana
teoria, ed io non potei rimovernela d'un punto.
L'entusiasmo con cui dipingeva il suo -episodio tempestoso-, mi faceva
sentire sempre più, non per me, ma per l'amico mio, che certo amava
Fulvia, il bisogno che quell'amore fosse durevole.
Fulvia mostrava troppa potenza d'amore e di sacrifizio, perchè quelle
idee fossero inerenti al suo carattere. L'amore in lei doveva, una
volta nato, assorbire tutto il suo essere, sovrapporsi ad ogni
interesse, ad ogni considerazione, non colla sfrontatezza che calpesta
le leggi, ma colla nobile abnegazione che persiste, e vince.
Credetti comprendere che circostanze speciali non le permettessero la
speranza d'un amore più completo, ed ella si adoperasse ad idealizzare
quel poco che le veniva concesso, tanto per rapire la sua fugace
scintilla al fuoco celeste.
Ma quali fossero queste circostanze, non mi riesciva d'immaginarlo.
Un'artista giovane, libera, corteggiata, perchè non potrebbe amare?
perchè non potrebbe vagheggiare di unirsi per sempre all'uomo amato?
Forse un punto nero nel suo passato non le permetteva di abusare della
fede d'un uomo d'onore!
Ma tutto in lei si opponeva a questo sospetto.
Da tutti i suoi atti, da tutte le parole traspariva la confidente
lealtà della donna onesta.
Tuttavia, per l'interessamento che m'inspirava l'amico mio, sentivo il
bisogno di scrutare più profondamente l'animo di Fulvia.
--Giorgio è innamorato di lei, nevvero? le domandai senza altri
preamboli.
--Non mi ha mai detto questo.
--Non l'ha detto, ma l'ha fatto comprendere.
--Non so. Io non mi occupo d'indovinare sciarade.
--Sia sincera, Fulvia, mi dica la verità. Crede che Giorgio l'ami?
--Non posso dirle ch'io lo creda propriamente; ma certo se non mi
amasse, sarebbe un gran commediante.
--Dimostra di amarla molto dunque?
--Prende tutte le apparenze d'un sentimento profondo e represso.
--Represso?
--Certo. Represso.
--Non le disse mai una parola d'amore?
--Mai.
--Non le piace Giorgio?
--Sì; mi era simpatico, e la sua voce mi risuonava possentemente in
cuore.
--E poi?
--Cosa vuole! io ho una iettatura. Mi piacciono gli amori da romanzo.
Vorrei che l'amore fosse così anche nella realtà. Ed invece è
tutt'altro. E quando mi pare di scontrarmi in una passione come quelle
che si leggono, è come una goccia di mercurio; mi sfugge mentre sto
per afferrarla.
--Io non sono forte nello stile figurato, e forse non la comprendo,
osservai. Ma è certo che Giorgio non mi sembra punto inclinato a fare
con lei la goccia di mercurio.
--Eppure, prima che il sogno si facesse realtà, è passato un soffio di
vento, ed ha rovesciato l'idolo dal piedestallo.
--Così, domandai con involontaria acrimonia, lei ha avuto per Giorgio
il quarto d'ora di idolatria?
--Con che tuono lo dice?
--Con che tuono? Non sono le sue parole? Non ha detto che si crea un
idolo? E che quell'idolo cade ben presto dal suo piedestallo?
--Sì, ho detto codesto, ed è vero. Ma ebbi torto di dirglielo. Io le
apro schiettamente il mio animo, come se fossimo vecchi amici. Le
spiego un fenomeno che accade a me, che nasce forse da una eccessiva
delicatezza di sentimento, e che ad ogni modo apporta conseguenze
penose, per me, come per altri; e lei mi risponde con un'ironia che
sente il rimprovero. Ci ho colpa io se sono fatta così?
Ella mi volse quell'apostrofe con una voce in cui strisciava l'accento
allentato del disinganno che sembra volgersi indietro, e staccarsi con
pena da una credenza passata; il suo cuore aveva sofferto della mia
ironia, e nelle sue parole mi pareva di sentire gocciolare le lagrime
che respingeva dagli occhi.
Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d'allora tanta equità di
sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze
azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al
sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al
pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.
Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia
testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione:
--Oh! perdoni, signora Fulvia, lo giuro sull'anima mia che non ho
voluto offenderla; dica, mi perdona?
Ella mi stese la mano senza parlare, e volle sorridermi per supplire
alla parola; ma le sue labbra tremavano in quel momento, ed i suoi
occhi mi apparvero natanti in uno strato cristallino... Povero cuore
di donna, tenero, generoso! Fulvia era commossa; ed io! Ah, non sapevo
che desse tanto rimorso l'offendere il prossimo. Ripregai quel
prossimo gentile di perdonarmi: e che me lo dimostrasse continuando
quel discorso interrotto: ero così felice di quelle confidenze e così
dolente di averle demeritate: ma no, non le avevo demeritate; ella non
lo credeva. No? Ebbene, perchè non proseguiva? Perchè non voleva dirmi
come era svanito in lei quel nascente amore per Giorgio?...
Un sorriso, una stretta di mano... ed il prossimo clemente continuava
così:
--Si ricorda la festa da ballo di martedì? Io, senza esser punto
innamorata di Giorgio, avevo avuto la debolezza di farmi bella per
lui. Mi pareva che mi amasse come vorrei essere amata io, per una
leggerezza di cui mi vergogno, desideravo di sentirmelo dire colla sua
voce appassionata. Giorgio m'invitò a danzare, e mi fece danzare
davvero. Ma quando mi strinse al suo cuore, e forse la parola d'amore
stava per sfuggirgli dal labbro, quell'abbraccio mi lasciò fredda.
Egli lo sentì, e tacque.
--Ma perchè? Cosa le aveva fatto?
--Nulla: si ricorda che lei mi aveva chiesto il primo ballo per star
seduti vicini, a veder le tolette? Allora Giorgio andò ad invitare
un'altra signora, e volle spiegare ai miei occhi tutte le sue grazie.
Mio Dio! Non l'avesse mai fatto! Non ha mai osservato come è ridicolo
un uomo serio nella danza? E per colmo di sciagura, ballava bene! Che
orrore! Era così volgare, così volgare... mi fece un'impressione
terribile... Mi fece ridere.
--Ma è una follia. Potrà cancellarsi quell'impressione. Giorgio non
ballerà più, e sarà tutto dimenticato.
--No. Da quel giorno quel principio di simpatia svanì. Giorgio ha
sentito il contraccolpo della mia freddezza. Egli è cortese sempre, ma
è tutto mutato per me. Però siamo sempre buoni amici.
--Ah! lei è una fanciulla terribile, Fulvia. Povero Giorgio! Povero
Giorgio! Egli che va superbo di ballar così bene!
Mi accorsi che accompagnavo quest'esclamazione col più giocondo riso.
Ne rimasi atterrito. E pensai: Amerei forse questa pazza giovane che
respinge da sè un nobile cuore, come un cencio, perchè l'uomo che
glielo consacra balla troppo bene?
Quando stavamo per entrare in città, le dissi:
--Lei è una donna molto simpatica, ma molto strana.
Ella non mi rispose. Rientrati in casa, ci sedemmo come la sera
innanzi, ai due lati del tavolino.
Riepilogavamo in brevi frasi interrotte i discorsi fatti. Mi ricordo
di averle detto:
--Io compiango quel povero giovane che s'innamorerà di una donnina
tanto capricciosa.
--Non lo compianga--mi rispose Fulvia con una profonda nota di petto
che non aveva mai fatto vibrare fin allora, neppure in teatro.--Non lo
compianga, perchè io credo di saper amare come poche donne sanno.
In quel momento Fulvia era bella d'entusiasmo e di passione.
--Per otto giorni? le dissi; e veramente anche la mia voce non aveva
più il suono di prima.
Oh! gioventù, gioventù!
Prima che Fulvia avesse tempo a rispondere, l'uscio si aperse, ed
entrò Giorgio con alcuni amici.
Giorgio era pallidissimo; aveva l'occhio spento; una nube di tristezza
pareva velargli la fronte; i suoi atti erano lenti, la sua voce fioca.
Disse: «-Buona sera, Fulvia-» come avrebbe detto «-Requiescat in
pace-.» Lo trovai molto ridicolo. Gli gridai alla mia volta «-Buona
sera, Giorgio!-» come avrei gridato «-Viva l'Italia!-»
E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un
sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la
convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi
la portata di codeste mie grazie.
Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il
sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno
sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto
oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio
mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento
era durato quattro anni... Sono fenomeni strani, ma che pure accadono.
Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a
quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella
legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo
amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la
tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo
ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia
con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue
ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può
farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino
alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che
m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino
a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio
onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto
m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare
tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva
sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta
giovane, ed io ballo assai male.»
Verso le quattro del mattino, stanco di avvoltolarmi nel letto, e
stanco di quelle idee sempre le stesse, che cominciavano a diventar
noiose, mi alzai, e mi posi a scrivere alla marchesa quelle mie
riflessioni, ed a persuaderla ch'era necessario separarci per sempre.
Per quanto io stesso riconosca i miei torti, e sappia punirmene col
sarcasmo, posso dirlo a fronte alta, io non sono cattivo. Avevo amata
Vittoria con tutta l'anima; la passione mi aveva trascinato per un
pendìo fatale e colpevole.
Le gelosie, gli ostacoli, l'acre sapore del frutto proibito e, più che
tutto, il bisogno d'amare del mio cuore giovane ed ardente, avevano
prolungato per quattro anni quell'accecamento passionato, che in una
natura più fredda, in una mente più calcolatrice, e però più egoista,
sarebbe cessato dopo pochi giorni. Quando conobbi Fulvia, un nuovo
amore, ed un amore puro, legittimo, pieno di speranze e di sorrisi,
che poteva fare la felicità di due cuori, senza frangere altri cuori,
senza ledere nè l'onore nè l'amicizia, senza dare rimorsi nè a me nè
ad altri, aveva cominciato a balenare alla mia mente come cosa che
riguardasse Giorgio. Così lo avevo compreso, apprezzato. A poco a
poco, senza ch'io stesso me ne rendessi conto, quella luce pura aveva
albeggiato sul mio proprio orizzonte, mi aveva presentato la vita
passata e la futura sotto un nuovo aspetto. Allora vidi l'errore che
la passione mi aveva celato. Considerai me stesso e gli altri, sperai
di potermi togliere a quella falsa posizione attingendo in un amore
innocente la forza di strapparmi a' vincoli, a cui tuttavia mi
legavano le memorie, le abitudini, la riconoscenza. Se avessi preso
quella risoluzione senza l'aiuto ed il conforto d'un nuovo affetto,
sarei stato più eroico. Io non fui che un uomo d'onore; accettai la
forza piovutami in cuore senza demandarle da qual parte venisse; avevo
trent'anni, ed avevo sostenute per quattro anni con fede e costanza le
tempeste d'un amore clandestino; chi potrebbe farmi una colpa d'aver
accolto nel mio pensiero la speranza d'un amore giovane ed ardente
come il mio cuore?
Tuttavia non fu senza lagrime che tracciai quella lettera che doveva
frapporsi, barriera eterna, fra me e Vittoria.
Il mio cuore è buono; sentii il suo dolore, ne presi la mia parte.
Dinanzi alla crisi tremenda della separazione, tutti i trasporti si
ridestarono in me. La bella figura piangente di Vittoria grandeggiò ai
miei occhi di tutta la nobiltà della sventura; tutti gl'istinti
generosi dell'anima mia mi riportarono verso di lei; dimenticai la
lieta artista che non aveva avuto ancora per me nè un palpito nè una
lagrima.
Se la donna mia fosse stata libera, quel salutare ritorno su me stesso
mi avrebbe ricondotto a lei per sempre; ed a lei, a lei sola, avrei
domandato ed offerto, nella serena dolcezza d'un amore senza colpa,
l'obblio dei nostri torti, dei nostri rimorsi. Un istante gettai la
penna e volli correre a lei, ma l'incanto omai era sciolto; e non mi
era più possibile di calpestare l'onore e l'amicizia che si
frapponevano fra noi. Se prima, cieco ed impetuoso, meritavo perdono,
ora ipocrita e consciamente colpevole, avrei meritato disprezzo.
Ripresi la lettera incominciata, ed ebbi il coraggio crudele di
compierla; e quando l'ebbi fatta consegnare a Vittoria, mi sentii
migliore. Ella mi rispose un biglietto rassegnato e melanconico in cui
mi domandava di continuare a frequentare la sua casa per salvare le
apparenze, per evitare i commenti. Nella gioia come nel dolore gli
amori colpevoli impongono la finzione ed il calcolo.
IX.
Per tutto quel giorno non vidi Fulvia. Omai non era più possibile
l'illusione. Non per convenienza, non per vegliare alla felicità di
Giorgio, ma per me, per la mia propria felicità io mi sentivo attratto
verso quella strana giovane; il suo sguardo, la sua voce, la lealtà
del suo cuore avevano gettato nel mio i germi dell'amore. Lo sentivo
nascere in me, ed un terrore inconscio mi avvertiva di fuggirla.
Tuttavia questa risoluzione non era ben determinata, e mentre andavo
vagando dalla Galleria al caffè Martini, e di là ai Giardini pubblici,
trovando le ore lunghe ed il giorno eterno, non volendo più tornare
all'Albergo Milano, dicevo fra me:
«Che mi dirà quando la rivedrò? Si lagnerà della mia assenza?»
E continuavo a ripetere queste parole:
«Quanto tempo che non vi vedo, Max!» e studiavo in esse l'intonazione
della sua voce. Dove e quando mi avrebbe salutato così, dacchè non
dovevo più vederla?
Non ne sapevo nulla, ma udivo quelle parole, e mi scendevano al cuore;
e le ripetevo con tale insistenza che ne ero sbalordito, ed il capo mi
pesava come dopo un'emicrania.
Il giorno seguente, alle undici del mattino, stavo in piedi al caffè
Martini dalla parte di via Manzoni. Il mio famoso: «-Quanto tempo che
non vi vedo, Max!-» cominciava a farsi scolorito, e, malgrado tutti
gli sforzi della mia immaginazione, non mi riesciva più di riprodurre,
nel pronunciare quella frase, l'impressione di dolcezza che mi aveva
fatta provare il giorno innanzi. Avevo vegliato tutta notte su quel
pensiero. Lo avevo completamente esaurito, e con esso la mia energia,
l'immaginazione, e la potenza d'amare. Ero annoiato; mi trovavo
puerile d'aver fantasticato come uno scolaro dietro un sogno d'amore;
i miei scrupoli a proposito di Vittoria mi sembravano ridicoli;
insomma l'uomo raffazzonato dalle abitudini sociali si sostituiva in
me all'uomo della natura, in quell'atmosfera del caffè Martini.
Guardavo giù giù in via S. Giuseppe l'andirivieni di belle signore in
toletta da mattina, di bei giovanotti che le adocchiavano; e
sbadigliavo ad intervalli misurati, quando udii una vocina graziosa
esclamare:
--Oh! il signor Guiscardi!
Era Fulvia accompagnata da Giorgio che andava alla -prova dell'opera-.
Io mi affrettai a salutarla, ed ella mi disse:
--Come va che ieri non l'ho veduto tutto il giorno?
Nulla dell'intonazione misteriosa e melanconica della frase ch'io
sognavo. Ed infatti, perchè mi avrebbe detto Max? Non me l'aveva mai
detto. E dove aveva preso io l'idea ch'ella mi amasse tanto da
esclamare -quanto tempo!- dopo un giorno? È vero ch'io non aveva
stabilito l'epoca del nostro incontro; ma è altresì vero che mi
giungeva già in ritardo.
Fulvia mi rivedeva con evidente piacere; ma era lieta e serena come
all'usato.
--Credevo che mi amasse, ma non è vero, pensai. E questa contrarietà
mi ridonò tutto l'ardore giovanile del giorno innanzi; e quella frase
scolorita riprese tutte le sue attrattive; ed avrei dato l'anima mia
per sentirmi dire da Fulvia:
--Quanto tempo che non vi vedo, Max!
Il mio proponimento di fuggire la giovane artista fu completamente
dimenticato. Era evidente che non l'avevo preso se non per provare
quanto le rincrescerebbe la mia lontananza. Ma poichè non produceva
nessun effetto, era necessario ch'io mi facessi amare abbastanza,
perchè un'altra volta avesse a desiderarmi. Questa argomentazione
naturalmente non la formulai nè colle parole, nè col pensiero; ma mi
sentii irresistibilmente trascinato a ravvicinarmi a Fulvia, e da quel
giorno le consacrai tutte le ore, tutt'i momenti che la mia
professione mi lasciava liberi.
E rivissero in me i poetici entusiasmi della prima giovinezza, e le
timide peritanze e gl'impeti inconsiderati ed i terrori puerili, e
l'eterno dubbio e l'eterna speranza.
Con lei sciolsi il riso romoroso della fanciullezza; e mi abbandonai
alle vergini emozioni dei primi affetti. Tutto il mondo era rinverdito
intorno a me, ed io col mondo.
Nè mai parola esplicita d'amore era corsa tra noi, nè mai ci eravamo
trovati a lungo da soli dopo quella sera. Altri amici erano sempre con
noi e tutti la corteggiavano, e parecchi nutrivano evidentemente per
lei vero affetto, e speravano. Ed io li trovavo sommamente
impertinenti, ed era offeso che Fulvia non se ne mostrasse
oltraggiata. Ed io pure l'amavo, e speravo, e non mi credevo
impertinente, nè avrei trovato ragionevole che Fulvia considerasse
codesto un oltraggio.
Tutti insieme facevamo lunghe scorribande per le nostre prosaiche
campagne lombarde; e talora la mesta Vittoria era con noi; e Fulvia le
cingeva la vita, e lungo i campi monotoni passeggiavano abbracciate e
parevano la statua del dolore stretta a quella della gioia, il
compendio della vita umana.
In tali giorni io non corteggiavo Fulvia, per non offrire alla
marchesa uno spettacolo doloroso; e di codesta abnegazione mi sentivo
eroico.
Ma allora i miei amici le stavano intorno e le dicevano mille cose
galanti, e le davano margheritine a sfogliare per vedere chi di noi
l'amasse più; ed io mi sentiva molto infelice.
X.
Un giorno ella si fermò ritta in un prato con un fascio di codesti
fiori e li diede a reggere ad un bel giovane che le stava al fianco.
Poi andò man mano prendendo le margherite, e ad ognuna dava il nome
d'uno di noi, poi la sfogliava dicendo: «-mi ama, poco, molto, di
cuore, alla follìa, mi burla-.»
E codesto fece per gli uomini come per le donne ch'erano con noi, e ad
ogni oracolo erano esclamazioni e risa e commenti.
Quando disse il mio nome, io che me ne stavo a due passi con Vittoria,
tesi l'orecchio, e sentii battermi il cuore ed accelerarsi il respiro,
come se si agitasse una quistione vitale. Sull'ultima fogliolina,
cadde la parola «-mi burla-.»
--Oh mi burla! esclamò, è una impertinenza! Perchè potesse burlarmi
bisognerebbe ch'io l'amassi.
Quelle parole gettate al vento, con un lieto riso, mi suonarono al
cuore come una sentenza di morte---Bisognerebbe ch'io l'amassi-.
Dunque non mi amava? Sperava ch'ella si volgesse a riferirmi la
crudele risposta del fiore per combatterne la calunnia; ma l'allegra
signora passò tosto ad un altro nome, e da quello ad un altro, senza
pensarvi più che tanto; ed io odiai e maledissi tutti quelli di cui il
fiore asseriva che amavano Fulvia -molto, di cuore, alla follìa-.
Che mi disse Vittoria in quel frattempo? Che le risposi? Si avvide
della mia agitazione? Mi trovò crudele? O ridicolo? Non ne so nulla;
non vi pensai punto. Dimenticai lei ed il mondo; rimasi solo col mio
amore. Oh gioventù, gioventù!
Ed i giorni correvano veloci, ed io correva con loro a capo fitto in
quella vertiginosa tempesta del cuore; dramma palpitante che si agita
nell'intimo del nostro essere, celato al di fuori dalle frivolezze e
dai sorrisi.
Fulvia teneva sulla tavola un albo, ed io vi avevo già scritto e
riscritto il mio amore in versi ed in prosa. E tuttavia nè io credevo
averglielo rivelato, nè ella averlo compreso. Perchè prima e dopo
della mia parola che partiva dall'anima, erano altre parole che sa
Iddio d'onde venissero. Tutti scrivevano su quell'albo, ed io lo presi
in orrore.
Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli -albums-, i
mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che
l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva
scritto parecchie volte -Fulvia Zorra-. Per tutto il tempo che rimasi
tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in
triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un
imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di
ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a
guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse
comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e
tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi
accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane
scrissi in caratteri microscopici -Massimo Guiscardi-. Poi le misi
dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»
--Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.
--Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria
che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.
Ella guardò bene e poi disse:
--Io non vedo che il suo nome.
E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un
idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita... Ella non
comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e
spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:
--Non capisce mai nulla lei!
Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece
rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella
carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione
che fugge... Ma non disse una parola di più. Comprese che
l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il
suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione,
all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi
tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.
XI.
Sovente uscendo dal teatro dopo lo spettacolo giungevo in tempo ad
offrire il braccio a Fulvia prima de' miei amici.--Ed allora la tenevo
stretta stretta come cosa mia, e camminavo a fronte alta come un
conquistatore, e meravigliavo che i passeggeri non mi facessero tutti
di cappello, e leggevo l'ammirazione mista d'un po' d'invidia su tutti
i volti. È ben vero che a tarda sera poco si distinguono i volti, e
meno le passioni che esprimono: ma che non vede un occhio innamorato?
V'erano momenti in cui tenendola serrata così, e combinandosi i nostri
passi come un solo passo, e tacendo entrambi quasi per muto accordo,
mi pareva che pensassimo e sentissimo insieme, ed ella si fondesse in
me, ed io in lei, e facessimo un solo essere.--E me la immedesimavo
per modo, che finivo per dubitare della sua presenza reale, e credermi
solo sognando di lei. Allora provavo il bisogno di accertarmi della
sua esistenza. Nè volevo parlare per non rompere l'incanto: e mi
passavo la sinistra mano dietro il dorso, e colla punta delle dita
sfiorava il gomito del suo braccio che posava sul mio. Se aveva le
maniche serrate ai polsi, le mie dita non incontravano che la stoffa
dell'abito, ed ella non s'avvedeva di nulla. Ma più spesso aveva
maniche svolazzanti, ed allora sentivo un gomito fresco e liscio, e
non sapevo staccarmene, e mi prendevano vertigini pel dispetto di non
poterci arrivare che colla punta delle dita. Ed allora Fulvia
spaventata si voltava, poi alla sua volta portava dietro la mano
destra per accertarsi che non aveva una bestia sul gomito. Sono certo
che pensava ad una bestia, ed aveva paura.
Io lasciava che si tranquillasse, poi ripetevo il gioco, e la poverina
diveniva pensosa ed inquieta.
Una volta ebbe come un'idea, un sospetto del vero, perchè la vidi
cercare collo sguardo la mia mano sinistra. Ma questa era tornata già
a carezzarmi il mento, ed ella tornò daccapo ad impensierirsi.
E codesto perchè, malgrado tanta tempesta di giovanile amore che si
agitava in me, io la corteggiavo evidentemente meno de' miei amici; e
per una certa convinzione che avevo d'inspirare le stesse
inquietudini, gli stessi trasporti che provavo, non assumevo
nessun'aria sentimentale; ero sempre allegro, e questo mi faceva
sembrare indifferente.
Come dunque Fulvia avrebbe potuto credere che un giovane che non la
corteggiava, nè faceva l'innamorato, cadesse in simili ragazzate? Io
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