il canarino. Ma chi dunque? Io no di certo. Non le avevo dato alcun
motivo per desiderare di non amarmi più.
Pensai un momento. Ricordai le persone che vedeva, quelle che nominava,
le espressioni del suo volto, le sue parole, i suoi atti: e ad un tratto
mi ricordai:
-- Franco! Franco, che non voleva invitare. Franco per cui ha arrossito
come una fragola. È per lui che piange. È lui che vorrebbe non amare.
Dunque lo amava. Maledetto Franco! Chi era? Non lo conoscevo punto; ma
avrei voluto asfissiarlo.
* * *
Dora alzò gli occhi, ancora bagnati di pianto, e stette a guardare
distrattamente la porta a cristalli della sala che era in faccia a noi.
La musica cessò. Poi due figure si affacciarono nel vuoto illuminato
della porta. Un ufficiale ed una bella signora che si davano il braccio,
ed accostavano le teste per parlare sommessamente; poi ridevano.
Formavano un bel quadro oscuro su quel fondo chiaro di luce.
Dora li vide, e scoppiò in singhiozzi. Compresi che quell'ufficiale era
il capitano Franco Trestelle. Era gelosa di quella signora, come io ero
geloso del canarino. Povera Dora!
Le due ombre eleganti scesero lentamente la gradinata, e si avanzarono
verso di noi susurrandosi all'orecchio parole animate, e guardandosi
negli occhi, e ridendo.
Dora si rannicchiò dietro a me, si nascose alla mia ombra.
Io invece, più ardito, rimasi immobile in faccia ai misteriosi
passeggiatori. Guardai Franco. Era un bel giovine bruno, dalla persona
alta e florida, dal portamento baldanzoso, dagli occhi neri,
scintillanti, temerari e buoni.
Guardai la sua compagna. Il volto un po' dipinto, la persona
tondeggiante, l'abito damascato, i pizzi di Bruxelles, i brillanti che
parevano lucciole...
Per tutti i profumi del Serraglio! era una donna maritata.
* * *
Tutto il mio senso morale di fiore si rivoltò a quella scoperta. Lanciai
dietro a Franco un tal buffo di profumo, ch'egli volse il capo dicendo:
-- Che buon odore d'arancio!
E nel voltarsi vide un lembo di quella coda interminabile color di
zolfo, ed indovinò che Dora lo vedeva e lo udiva.
Si fece serio, e tirò via in silenzio, malgrado il cinguettìo ameno e
civettuolo della bella signora.
Quando furono scomparsi tra la folla della sala, Dora si alzò anch'essa.
Non sospettava punto d'essere stata scoperta. Mentre si avviava alla
sala del ballo, io le mandai un olezzo che voleva dire:
-- Prendimi con te.
Ella staccò un fiore dal mio stelo, e se lo pose nei capelli susurrando:
-- Non ho che te da amare, mio povero fiore. E rientrò.
Franco le andò incontro per domandarle un ballo. Ella stese la mano e lo
seguì in silenzio.
-- Si diverte Dora? domandò il cugino, non abbastanza prossimo per darle
del tu, non abbastanza lontano per chiamarla signorina.
-- Sì, rispose Dora.
-- Non l'avrei mai creduto; mi sembra malinconica.
-- È il mio carattere.
-- È pallida.
-- Lo sono sempre.
-- Da quando?
Dora non rispose. Franco osservò ancora:
-- Ed ha anche freddo, mi pare.
Dora tacque sempre, ed abbassò il capo. Franco le domandò:
-- Dove l'ha preso, quel fiore d'arancio?
-- Non so... sulla mia toeletta.
-- Ma che, Dora; si confonde. Mezz'ora fa non l'aveva.
-- L'ho colto or ora.
-- L'ha -colto- sulla toeletta? Ed abbassando la voce con una nota di
petto, appassionata come un sospiro, continuò:
-- Perchè stava sola, al freddo della notte, sul vaso d'arancio? Perchè
ha gli occhi rossi, Dora? Dica; perchè!
E la guardava fissamente in volto collo sguardo scintillante, temerario
e buono.
Dora non osò rispondere. Si fece rossa e continuò a tener gli occhi
bassi in silenzio.
Era la loro volta di ballare, e Franco la strinse forte al seno, e nel
lasciarla le premette lungamente la mano.
Fu l'ultimo ballo. Dora si ritirò nella sua camera, ma non dormì.
Guardava il mio fiore, ripensava tutto il discorso che aveva fatto
nascere, e mormorava:
-- Chissà?
* * *
Il domani tutti gli invitati partirono. Anche la bella signora dai
pizzi, dai brillanti, dai colloqui civettuoli e segreti.
Franco solo, come parente della famiglia, rimase.
-- Resti con noi, Franco? domandò la zia.
-- Sì. Dora mi ha promesso una gemma del suo arancio. Mi fermo per
staccarla, e per piantarla. Ed offerse il braccio alla cuginetta, e la
trasse presso il mio vaso.
-- Sa perchè non sono partito? le domandò colla sua bella voce di petto.
Lo -sai- Dora?
A quell'ultima parola che le dava del -tu-, Dora ebbe un sussulto che la
scosse tutta. Per un sentimento di decoro volle allontanarsi, ma non
ebbe il coraggio. Si lasciò cadere come nella notte sul mio vaso, e si
nascose il volto tra le mani.
Franco sedette egli pure, e le mormorò:
-- Non sono partito perchè ti voglio bene; e perchè so che tu pure mi
vuoi bene.
-- Oh, Franco! esclamò Dora singhiozzando. Questa notte non era a me che
volevi bene.
-- Sì, Dora, sempre. Ebbi un momento di debolezza, ma volevo bene a te
sola.
E le prese una mano, ed accarezzandola continuò:
-- Ed il tuo fiore mi fece voltare col suo profumo; e mi fece vedere che
eri qui sola, e che mi avevi veduto, e che piangevi. Ed allora non ho
più pensato che a te; te lo giuro. Vuoi perdonarmi, Dora?
E mentre parlava sommesso, tirava dolcemente la manina, e faceva chinare
verso di sè la personcina sottile e la bella testa bionda.
-- E poi se ti accade ancora un momento di debolezza? disse Dora. Ne hai
tanti quando ti trovi fra belle signore...
-- Sta sempre con me, cara. Sii tutta mia, ed i momenti di debolezza li
avrò soltanto per te. Lo vuoi Dora? Vuoi essere mia moglie? Di', vuoi?
Il braccio dell'ufficiale cingeva la personcina sottile, e la bella
testa bionda sfiorava quasi la sua spalla, mentre egli la guardava negli
occhi collo sguardo scintillante, temerario e buono.
Sì... Dora susurrò che voleva, e gli diede uno dei miei fiori:
-- È stato il mio fiore d'arancio che ci ha riuniti; quando andremo in
chiesa a sposarci lo porterò nei capelli.
Le labbra dell'ufficiale avevano incontrate quelle di Dora, e, per
quella combinazione improvvisata, il discorso rimase interrotto.
«Uhm! Uhm! Uhm! s'udì canticchiare quasi subito sul tono languido d'uno
sbadiglio.
-- Il babbo! disse Dora. Ed i due giovani balzarono in piedi, e corsero
incontro al signor Botanico, e colla voce commossa e gli occhi lucenti,
gli dissero tutto... o quasi.
-- Benedetti ragazzi! borbottò il babbo. Ma quel giorno, malgrado la
stanchezza della notte vegliata, si osservò che intonava con insolita
giocondità il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!»
E fu a questo modo ch'io divenni un fiore nuziale.
IN PROVINCIA
-Virginibus puerisque cano.-
-Traduzione libera.- -- Lettore, se
non è più giovinetto, m'incresce,
ma il mio racconto non è per lei.
Il nonno era stato farmacista in una piccola città della Lombardia. Sua
figlia, il cui marito era succeduto a lui nell'esercizio della sua
professione, come egli stesso tanti anni innanzi era succeduto al suo
babbo, sua figlia aveva obbedito fedelmente al precetto delle sacre
scritture, che dice alla sposa: «Sarai feconda come una vite... senza
crittogama».
E però la casa paterna in cui vivevano alla patriarcale tre generazioni,
riboccava di bimbi, di giovinetti, di fanciulle, e ciascuno aveva amici
del suo sesso e della sua età, che si riunivano poi tutti in un'amicizia
ed in un chiasso comuni.
Maria, la figlia primogenita dell'esercente farmacista, e quindi la
maggiore fra le nipotine del nonno, s'era fatta da qualche tempo
palliduccia ed imbronciata. Mangiava poco, lavorava meno, non rideva
affatto, piangeva spessissimo. Ed in conseguenza di questo trattamento
poco igienico, si andava assottigliando fino alla trasparenza. E tutto
questo a diciotto anni. Come mai Dio buono? E perchè?
Il perchè non s'aveva che a domandarlo al primo venuto. Nei piccoli
paesi non vi sono segreti. La vita è regolata come un orario di
collegio.
C'è un luogo di passeggio alla moda, dove convengono in certi giorni
stabiliti tutti i giovinotti e tutte le signore e signorine della città,
ad udire una musica come Dio vuole, che fissa loro le ore di uscita e
misura loro il passo. C'è una messa alla moda pei giorni di festa. Di
quando in quando c'è uno spettacolo teatrale: e dappertutto sono sempre
le stesse persone che si trovano, si ritrovano si guardano, si
conoscono, si studiano, si sanno a memoria a vicenda, e vedono
nell'interno delle famiglie e dei cuori come in un guanto rovesciato.
-- -Il tale corteggia la tale.- Così cominciano tutti i pettegolezzi nei
piccoli paesi. Un primo sguardo appassionato che ha fatto palpitare un
povero cuore di fanciulla, corre tutte le bocche come il listino di
borsa. Profanazione!
Poi si va innanzi.
-- -Quei due sono in sentimento.-
È il gergo del pettegolezzo.
-- Oggi al passeggio egli l'ha seguita. Allo svoltar del viale l'ha
salutata.
La giovinetta ripensa quel saluto nel segreto della sua stanza; si copre
gli occhi per dimenticare dov'è, e trasportarsi coll'immaginazione a
quel momento, e riprovarne la sensazione commovente e soave.
Poi, quando l'immaginazione è stanca e l'impressione, a forza di
ripetersi ogni sera, è esaurita, la giovinetta innamorata la confida
all'orecchio d'un'amica, per ravvivarla col suono della propria voce.
Ed intanto nel caffè della piazza la cosa è già stata detta e ridetta a
sazietà, e si sta già tutt'occhi aspettando la farsa d'un biglietto
furtivo, che non può mancare di passare la prossima domenica all'uscir
di chiesa, tra la folla, dalla mano del giovine in quella della ragazza.
Così tutti i segreti, nelle piccole città, sono segreti di Pulcinella. E
così pur troppo era passato fase a fase, sotto la revisione ed i
commenti di un piccolo pubblico scimunito, il segretuccio palpitante
della povera Maria.
Si trattava di un giovinotto ricco, bello, elegante; ma poco studioso,
sfaccendato e di costumi non molto esemplari.
Erano proprio arrivati fino all'episodio del bigliettino, episodio
ripetuto fedelmente tutte le domeniche ed altre feste comandate, con una
moltiplicazione di bigliettini che inondava tutte le scatole e scatoline
e scrignetti di cui erano adorni i cassetti della fanciulla; un vero
studio epistolare, che faceva molto onore all'assiduità dei due
studenti.
Poi Roberto aveva cominciato ad accorgersi di avere la tosse. Una tosse
misteriosa per verità, che sentiva lui solo, e soltanto di notte; ma
egli accertava che di notte la sentiva.
E quanto bene gli facevano le pastiglie di -altheae officinalis-! Non
gli guarivano la tosse lì per lì. No, era una cura da continuare
all'infinito; ma una buona, buona cura.
E perchè gli giovasse, bisognava che andasse in persona a comperare le
pastiglie d'altea alla farmacia ogni mattina alle undici; poi alle tre,
prima del pranzo; poi ancora alla sera. Bisognava provvederle di volta
in volta per misurar le dosi; e continuare; sopratutto continuare.
E Maria era sempre in farmacia in quelle ore. Era ben naturale, dacchè
egli ci andava ad ore fisse, e tutte le fanciulle ordinate hanno pure la
loro giornata regolata ad ore fisse. Così, imbroccato l'incontro una
volta, era imbroccato per la vita eterna.
-- Quante ne vuole? domandava Maria.
-- Cinquanta grammi. Fresche come lei, signorina..
-- Oooh!... (rossore, confusione). E lei ha sempre la sua tosse?
-- Sempre, finchè potrò venire da lei a prendere le pastiglie d'altea.
Questo dialogo si ripeteva con pochissime varianti, tutte le volte che
il farmacista era assente, e Maria, che sapeva benissimo spedire le
ricette, lo suppliva.
Ella trovava tanto spirito in quelle due risposte di Roberto, e tanta
passione! Le commentava come si commenta il -Paradiso- di Dante, e, come
in quello, vi trovava sempre nuove bellezze.
Ma quando le imposte della farmacia si chiudevano alle undici di sera, e
Maria si ritirava nella sua cameretta a ripensare, e poi a sognare
baffetti nascenti e pastiglie d'altea, Roberto non si ritirava, non
pensava nulla, non sognava nulla. Andava a zonzo, beveva, giocava:
faceva una brutta vita di notte; -- brutta vita! Neppure l'ingenuo amore
che gli azzurreggiava al pensiero durante il giorno, riesciva a
purificarlo. Era come le pastiglie d'altea per la tosse. Gli faceva
bene, ma non lo guariva.
E la gente parlava, parlava a sproposito al solito. Trovava che tutti i
torti di lui si riverberavano sulla fanciulla, che non li conosceva
nemmanco:
-- Amare un giovine come Roberto! Con quella vita che fa! Chi la vorrà
più sposare quella ragazza? Egli l'abbandonerà; ne piglierà un'altra più
ricca, più bella, e lei resterà zitellona.
Così si suol ragionare. Egli, perchè era un discolo, avrebbe trovata una
sposa, ricca, bella, conveniente sotto ogni rapporto. Lei, perchè buona,
fiduciosa, e per disgrazia illusa da uno scostumato, avrebbe dovuto
portar la pena delle colpe di lui. Oh, giustizia! Che hai lasciato
pigliar la ruggine alle tue bilancie?
Ma il farmacista non istette a cercare il pelo nell'ovo. Seppe che
correvano ciarle sul conto della figliola, e volle farle tacere.
Prese a parte Roberto durante una delle sue provviste di pastiglie, e
gli fece uno -speech-, sulla riputazione delle fanciulle, infiorato di
tutti i paragoni colla fragilità del vetro, e la neve, e la sensitiva,
ch'egli ripetè con enfasi come se li stesse inventando lui freschi
freschi: «e se le sue intenzioni erano buone, si svelasse a lui, il
babbo; ma non stesse a compromettere la figliola, ed allontanarne gli
altri partiti..., ecc., ecc.
Pare che la bontà di quelle intenzioni non fosse tanta come voleva il
babbo; perchè in conseguenza del suo discorsetto, il grande smercio
dell'-althaea officinalis- cessò, ed incominciò l'affilarsi del viso, ed
il gonfiarsi ripetuto degli occhi di Maria.
Era passato più d'un mese. Una sera che c'erano in casa Dio sa quanti
ragazzi, tra quelli della famiglia ed i vicini e gli amici, ed il rumore
della brigata giovanile era diventato insopportabile, e la mamma aveva
ammonito inutilmente ed il babbo era montato inutilmente sulle furie, il
nonno entrò di mezzo come paciere. Chiamò a sè i nepoti ed i compagni
dei nepoti, se li fece schierare intorno alla poltrona fuori della
farmacia, e si dispose a raccontar loro una fola. Era il grande ripiego
a cui si finiva per ricorrere quasi ogni giorno.
Quella sera Roberto capitò a passar di là appunto in quel momento; e
vedendo che quei ragazzi, fra cui c'erano pure delle fanciulle, ed anche
Maria, aspettavano la fola del nonno, si fermò anch'egli a qualche passo
dalla poltrona venerabile. Era stato congedato dal negozio; ma là fuori
era sulla strada, area municipale, ed, a rigor di termini, nessuno
poteva impedirgli di rimanervi.
Il nonno, che lo vide colla coda dell'occhio, narrò:
-- C'era a' miei tempi un giovinotto che si chiamava Leonardo Valle. Non
era punto nobile, ma i suoi genitori avevano ammassati quattrini assai,
tenevano un andamento di casa coi fiocchi, ed il ragazzo era avvezzo a
mancare soltanto del sole nei giorni di pioggia.
Teatri, serate in casa, pranzi, lezioni d'equitazione, velocipede,
pattinaggio, nuoto... era una benedizione! Figurarsi il gusto che poteva
trovare alle ore passate sui banchi del liceo un omettino avvezzo a quel
po' po' di movimento. Non s'aveva che a parlargliene per venirgli in
uggia e farsi dar del pedante.
Tuttavia i genitori, cui sapevano male che venisse proprio su -il signor
nessuno-, ed avrebbero voluto udirlo chiamare il signor avvocato o il
signor dottore, battevano e ribattevano il chiodo dello studio. Allora
Leonardo, che aveva ormai diciotto anni, ed era dotato d'una volontà
energica, accampò il Codice che gli dava diritto ad essere emancipato.
Si prese il fatto suo, e fece come il podestà di Sinigaglia, e come il
figliuol prodigo. Ed allora, viva l'allegria! Non c'era più nè giorno nè
notte; era lui il padrone del mondo, e se gli avessero detto che quella
vasta proprietà potrebbe trovarlo un giorno a borsello vuoto, e venirgli
contestata, avrebbe fatto spalluccie.
Ma «-Vedi giudizio uman come spesso s'erra-» il borsello vuoto gli
capitò in tasca più presto assai che non lo credessero neppure gli
invidiosi, i quali per altro hanno sempre il tempo dell'oriolo girato
sull'avanzo.
-- Gli amici mi aiuteranno, pensò, hanno tanto fatto il chiasso alle mie
spese...
-- Ma sì, eh? Uno aveva finito appunto allora l'ultimo scudo. L'altro era
figlio di famiglia; quell'altro aveva un amministratore taccagno che gli
teneva conto fin delle frazioni infinitesimali... e così via.
-Amici da starnuti-
-Il più che tu ne cavi è un Dio t'aiuti!-
Fu tutto quello che ne cavò Leonardo. Il proverbio dice «chi s'aiuta
Iddio l'aiuta.»
Bisognava dunque che cominciasse dall'aiutarsi da sè; e non era facile
con quella sorta di passato, che gli aveva lasciato il cervello vuoto
come una casa nuova.
Un momento pensò le rivoltelle, ed i bracieri di carbone, ed i tonfi nel
Po, ed i salti mortali giù dai campanili, proprio mortali davvero
quelli, e non so che altre reminiscenze bislacche di cronache di
giornali.
Ma, per fortuna, se il povero babbo era morto, gli restava la mamma. E
quando si ha una mamma che piangerebbe tutte le lacrime de' suoi occhi,
e si struggerebbe la vita di cruccio, certi spropositi non si fanno.
Tirò la somma del -dare- e dell'-avere-. Questo era assolutamente nulla;
ed il -dare- invece era parecchio. Finchè aveva creduto di poterli
pagare da un'ora all'altra, quei debitucci non gli erano sembrati nulla.
Ma dal momento che non si sentiva sicuro di metterci il saldo, ne ebbe
una vergogna tremenda. Se la sua mamma avesse saputo che aveva dei
debiti... Madonna Santa! E corse da lei, che non aveva più veduta dopo
la sua emancipazione e le giurò sui suoi capelli bianchi che vivrebbe
delle proprie fatiche, e sarebbe un galantuomo.
-- Non offrirmi nulla, soggiunse. Non dirmi che mi perdoni. Non lo merito
ancora, mamma; e non mi permetterò di rivederti finchè non mi senta
degno della tua benedizione.
E vendette tutti i gioielli, i mobili di lusso, un mondo di inutilità
che aveva comperate; e con quei denari pagò fin l'ultimo soldo da' suoi
debiti. Allora si sentì tolto un peso dal cuore; e cominciò ad esaminare
le sue capacità.
Misericordia!
Aveva avute da piccino delle governanti tedesche e francesi, ed aveva
imparato a balbettare quelle due lingue; ma malamente e senza conoscerle
a fondo. Del resto sonava -La Stella confidente- sul pianoforte, ballava
a perfezione e dirigeva le quadriglie come un generale d'armata. E
null'altro.
Però sì; aveva una bella mano di scritto, chiara, elegante. Era pochino;
ma, non avendo di meglio, pensò di cavare partito da quella sola
capacità.
Non gli riuscì subito, nè facilmente. Ma domanda e ridomanda, venne a
capo di scoprire una benedizione di notaio, che aveva bisogno di uno
scrivano, e che lo prese nel suo studio per sessanta lire al mese.
Lui, che non trovava mai nulla abbastanza buono pel suo palato guasto,
si prefisse di vivere con una lira al giorno. A colazione un pane da due
soldi con una tazza di latte. Poi andava a desinare in una trattoria
dove mangiava una minestra con un pezzo di carne, senza ber vino. La sua
salute non fu meno florida per questo. Prese in affitto un abbaino che
mobigliò con un lettuccio, una tavola, una catinella e due sedie. Pagava
dieci lire al mese di pigione. Gli rimanevano venti lire. Dieci le
destinò a pagare un maestro di contabilità, dal quale andava a scuola
ogni giorno nel solo tempo che aveva libero, da mezzodì ad un'ora. Le
dieci lire rimanenti le mise a parte per vestirsi.
E la sera, che altre volte era costretto a disputare alla noia a forza
di divertimenti costosi e strambi, la passava solo nella sua cameretta a
studiare le due lingue che conosceva imperfettamente.
Ci mise tutta la sua volontà energica, e perseverò in quella vita con
coraggio. In capo ad un anno poteva parlare e scrivere speditamente il
francese ed il tedesco. E l'aritmetica e l'algebra non avevano più
segreti per lui. Una casa di commercio molto accreditata ricercava un
commesso. Egli si presentò. Fu provato al concorso con sei altri
aspiranti, ed ottenne quell'impiego con tre mila lire all'anno. Allora
andò dalla mamma, e le disse:
-- Ho voluto essere ancora degno del tuo amore e del nome del babbo. Ora
puoi benedirmi, mamma, perchè la stessa volontà energica di cui m'ero
valso per far il male, mi ha giovato per ricondurmi a te, che sei il
bene.
* * *
Il nonno aveva parlato serio serio e concitato; e però la piccola
brigata trovò che la fola di quel giorno non era punto dilettevole, e si
disperse, brontolando un pochino. Ma Maria che aveva indovinato a chi la
dedicasse il nonno, gli strinse la mano in silenzio; e tutti e due
tennero dietro collo sguardo a Roberto, che cacciate le mani in tasca, e
col capo chino sul petto, si allontanò lento e pensoso, e scomparve
senza voltarsi.
Due giorni dopo giunse alla farmacia una lettera dalla posta coi bolli
di Milano. Era diretta a Maria; ma, naturalmente, la ricevette e la
lesse il babbo, poi la comunicò alla mamma, al nonno; li consultò tutti
e due, si fece un gran discutere se convenisse o no di parlarne a Maria;
e finalmente considerato l'aspetto sofferente e la malinconia della
ragazza, ed i buoni propositi dichiarati nella lettera, fu deciso alla
unanimità di comunicare a Maria quell'epistola. Era di Roberto e diceva
così:
«-Signorina-,
«Io non ho, come quel Leonardo della fola, una mamma per giurare sui
suoi capelli bianchi di mutar vita. Ma sento che se l'avessi avuta,
sarei stato migliore di lui; perchè ieri, appena vidi lei cogli occhi
arrossati, ed udii le parole del suo nonno, ho provato un rimescolamento
nel cuore, ed ho giurato di mettermi al sodo.
«Quello là aveva di mira il compenso di farsi benedire e voler bene
dalla sua mamma. Ed io sono venuto qui a studiare ed a farmi una
posizione per farmi benedire e voler bene da lei.
«Quando sarò medico e verrò in farmacia per domandarle... le pastiglie
d'altea, il suo babbo, non mi metterà più fuori, spero. Saprò stendere
la mia brava ricetta, in latino anche, e, se avrà da mettermi fuori,
dovrà mettermici colla sua figliola.
«Glielo dica, signorina, per vedere se volesse permetterle di scrivermi
una parolina di tanto in tanto per darmi coraggio.
«ROBERTO.»
E ne scrissero tante di paroline: e poi venne un giorno in cui non ne
scrissero più, perchè potevano dirsele.
UN VELO BIANCO
La vidi la prima volta nella Galleria Subalpina dai signori Baratti e
Milano. Ero entrato per pigliare una -soda water-, che mi aiutasse a
digerire la colazione, e mi desse appetito pel pranzo. Ero già a questi
termini.
-Lei- era con un'altra signora, ed io non osavo guardarla in viso, per
non mostrarmi indiscreto. Stavo voltato verso lo specchio, e la vedevo
in effigie. Che effigie, signori pittori! Che effigie! Se loro fossero
mai riusciti a farne una simile!
Lunga, sottile, svelta... se fossi a Milano, direi come la guglia del
Duomo. Ma vi potrebbe esser qualcuno che non l'ha veduta. Mettiamo,
svelta come un palo del telegrafo; un po' di linea e di buon garbo ce
l'aggiunga lei, signora lettrice, con quella parte d'immaginazione che
il suo cattivo genio le ha data.
Dico -il suo cattivo genio-, perchè l'immaginazione per me è stata una
fonte di disgrazie. Sentirà. Ma ora tiriamo innanzi.
Aveva i capelli neri come questo inchiostro; ed il viso bianco come
questa carta; e gli occhi vivaci, incisivi, come i tratti di spirito di
cui vorrei infiorare la mia narrazione se ne fossi capace. E la sua
bocca...
No. Qui bisogna che mi fermi un poco. La sua bocca era un poema.
Si figuri, signora lettrice, che la vidi nel momento in cui l'apriva per
introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa
accartocciate, -un marron glacé-. Il -marron glacé- era dei più grossi,
e naturalmente -lei- apriva la bocca a tutta forza come se gridasse:
-- Aiutoooo!!!
Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel minuto là! Sarebbe
andato a nascondersi lui ed il suo -o-, che doveva essere uno sgorbio,
al confronto di quella rotondità di bocca. No. Sono pronto a giurarlo
sul Vangelo, sul Corano, sui libri dei Veda, sul libro mastro del mio
sarto, non è mai esistita nei fasti della bellezza umana, una bocca più
rotonda di quella.
E che denti! E che freschezza! Se i rettorici non mi avessero sfruttata
l'immagine dello scrignetto di perle, sarebbe il caso di applicarla
davvero. Così dovrò accontentarmi del paragone d'un gelato di fragole,
guarnito di mandorle. È un po' da credenziere; ma quella bocca color di
rosa non li sdegnava punto i lavori da credenziere. Oh punto, punto!
Quando il -marron glacé- fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate
afferrarono una -brioche-; poi un -petit four-; poi un -croque en
bouche-, e l'uno dopo l'altro fecero scomparir tutto nel gelato di
fragola.
Il -croque en bouche- fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero
cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto
quei dentini bianchi... cric, cric, cric...
Ah! quel cric, cric! La -soda water- mi salì alla testa, mi entrò nel
naso, mi andò in gola a traverso, nell'eccesso della commozione. Tossii,
tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava
pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che
era con -lei- che diceva:
-- Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo.
Che Santa Lucia le conservi la vista! L'ora del pranzo! Ah! era un
tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di
pasticcieria con accompagnamento di -vermouth-.
Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose,
avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per
tutta la sera, per tutta la notte, l'ebbi sempre in mente.
* * *
Avevo trentanove anni ed undici mesi. Il sagrestano della mia parrocchia
e gli spazzini del municipio possono far fede che non erano ancora
quaranta.
Avevo perduto i genitori poco dopo la mia maggiorità, ed avevo menato
una vita alquanto allegra, troppo forse, da cui m'ero ritirato da
qualche anno col patrimonio ridotto a metà, e le facoltà digestive
ridotte a zero. Non più pranzi d'amici, nè cene, nè ritrovi giovanili.
Ciascuno di codesti spassi lo scontavo, ormai, con una piccola malattia;
ed avevo finito per condannarmi ad una vita d'isolamento, di bistecche e
di -soda water-.
Molte volte m'era venuta l'idea di ammogliarmi per avere chi confortasse
i miei dolori di stomaco, e sorvegliasse meglio le mie bistecche. Ma mi
ero sempre incontrato con signorine che mangiavano poco e bevevano
acqua, ed avevo tremato di sposare uno stomaco fragile come il mio, per
passare con mia moglie il resto dei nostri giorni ad intenerirci a
vicenda sulle nostre indigestioni, ed a prodigarci decotti di camomilla.
Alla vista di quella fanciulla, le mie idee coniugali si ridestarono.
Era lo stomaco delle mie aspirazioni. L'apparecchio digestivo d'uno
struzzo nel petto gentile d'una bella signorina di vent'anni.
Non sapevo chi fosse. Aveva l'aspetto ed il vestire d'una straniera. E
la signora che l'accompagnava, piccola, grossa, col viso infiammato, ed
una pioggia di ricci d'un biondo scialbo misto di grigio lungo le
guancie, gli abiti corti, le scarpe di grossa pelle a doppia suola, ed
un lungo velo turchino sopra un cappello ridicolo, era quanto si potesse
desiderare di meno bello, ma di più -touriste-.
Però quella specie di pallottola, del peso di qualche tonnellata, aveva
cinguettato in italiano:
-- Sbrighiamoci; è l'ora del pranzo.
Aveva veramente cinguettato? Il suo accento era veramente straniero? Non
avrei saputo dirlo. Avevo fissata tutta la mia attenzione sulla giovine,
e queste considerazioni circa la loro nazionalità le facevo dopo,
fondate sopra memorie molto vaghe.
Ad un tratto mi colpì improvvisa ed atroce come un crampo allo stomaco
questa idea:
-- Se sono straniere in viaggio, può darsi che partano domani, che siano
già partite questa sera, per Londra, per Nuova-York, per le steppe della
Russia, e che io non le riveda più.
Parlavo in plurale, ma il mio rimpianto era per una sola.
Era notte inoltrata quando mi venne quel pensiero pauroso. Passai delle
ore agitatissime, ed appena fu giorno, mi slanciai ai musei, alla sala
d'armi, al giardino del re, al cimitero. Visitai molte chiese, poi il
Teatro Regio, desolato come un disinganno, alla luce scialba che vi
penetra di giorno, coi palchetti vuoti cavernosi come tante orbite
cieche. Ma in nessun luogo incontrai la bella straniera.
-- Sarà andata a Superga, pensai.
Erano le quattro del pomeriggio. Non avevo più il tempo di andarci
anch'io. Stanco, affannato, corsi giù giù in via di Po, fino alla Gran
Madre di Dio e passeggiai più d'un'ora nella speranza di vedere le
viaggiatrici tornare.
Ma nemmeno per ombra! ed intanto pensavo la sua bella figura, i suoi
occhi, la sua bocca rotonda, ed il suo appetito, il suo meraviglioso
appetito. Mi pareva di sentire ancora il cric, cric del -croque en
bouche-.
-- Se fosse rimasta a Torino? Se fosse là, come ieri a quest'ora, ad
esercitare i suoi dentini? Infatti, che cosa mi prova che sia andata ad
assiderarsi fra quei morti reali? Dio degli Dei! Ed io sto qui ad
aspettarla come un grullo. Oh! l'immaginazione!
E via, un'altra volta di corsa lungo i portici di Po senza fermarmi
finchè mi trovai, ansimante ed acceso in volto, nel negozio del
pasticciere.
Era là. L'avevo trovata! Per tutte le cose dolci della terra! Mi sentii
sollevare un peso dal cuore, come se avessi digerita la colazione.
Tornai a piantarmi, come il giorno prima, in faccia allo specchio, per
contemplarla senza soggezione. Ma la vecchia rotonda dai ricci biondi le
stava sempre dinanzi, e mi toglieva la vista della personcina elegante.
Quel giorno mi proposi di non lasciarmela sfuggire senza scoprire almeno
dove fosse alloggiata, e quando uscì le tenni dietro.
-Lei- e la sua compagna camminavano con una celerità inglese, e mi
fecero correre sino in via Cernaia. Là, entrarono in una casina piccola,
che aveva un giardinetto a fianco.
Andavano a fare una visita? O a casa loro!
Rimasi al mio posto come una sentinella tedesca, per aspettare la
risposta a queste domande. Sonarono le sei, le sei e un quarto, le sei e
mezzo. Le signore non uscivano. Erano appunto le sei e mezzo il giorno
innanzi quando la mamma aveva detto alla figliola:
-- Sbrighiamoci, è l'ora del pranzo.
Dunque pranzavano là, e dovevano essere a casa loro, perchè la vecchia
con quelle scarpe e quegli abiti corti, non era certo in arnese per un
pranzo d'invito.
Sapevo dove abitavano; era già qualche cosa. Ma è nella natura
dell'amore di non fermarsi mai nella scala ascendente dei desiderii. Ora
avrei voluto sapere chi erano.
Mi avventurai ad entrare. Il portinaio aveva una faccia incoraggiante.
-- È da affittare questa palazzina? domandai.
-- Nossignore. È già affittata a due signore inglesi.
-- Ah! le signore...
-- Sì. Le signore... Hanno un nome spropositato che non si può dire.
-- Aspetta... e finsi di cercare nella mia memoria. Che! l'ho dimenticato
anch'io. Non importa; una giovine...
-- Una vedova ed una miss.
Diedi un biglietto da cinque lire al bimbo del portinaio ed uscii
trionfante.
A conti fatti non ero molto bene informato. Che la giovine era una
-miss- lo sapevo anche prima. Che la vecchia fosse vedova, non
m'importava affatto. Tuttavia quella vedovanza mi dispensava dalle
lunghe aspettative, per domandare traverso la Manica il consenso del suo
signore e padrone, per sposare la figliola.
Ed intanto era certo che abitavano là; che non mi guizzerebbe via la
sposa come un'anguilla, fischiando dietro alle mie speranze, pel tubo
della locomotiva.
Mentre stavo fermo dinanzi alla porta a fare l'inventario delle notizie
raccolte, vidi venire un servitore con due bottiglie di selz: mi passò
accanto, entrò nella palazzina e salì, senza parlare al portinaio che
era uscito a guardarmi dietro, per imprimersi bene in mente come sono
fatti gli uomini che pagano cinque lire tre risposte inconcludenti.
-- Il servitore delle signore inglesi? gli dissi accennando l'uomo dalle
bottiglie.
Egli chinò più volte il capo in segno affermativo ammiccandomi degli
occhi... Anche quella conoscenza era buona. Un servitore può essere un
alleato; ed io ne avevo bisogno, perchè avevo la velleità romanzesca di
voler conoscere la signorina, ed assicurarmi d'essere amato prima di
presentarmi ufficialmente come pretendente. Per una inglese questo era
nelle regole.
L'indomani replica dell'incontro dal pasticciere, e dell'inseguimento
fino in via Cernaia. Quel giorno pranzai in una trattoria da quelle
parti per non iscostarmi troppo, e verso le sette andai a passeggiare
dinanzi alla palazzina aspettando di vedere il servitore. Avevo
preparato un biglietto rispettoso, serio, pratico, degno d'una giovine
inglese.
«SIGNORINA,
«Dal primo giorno che la vidi dal pasticciere mi ha divorato il cuore
col suo -croque en bouche-. Sono gentiluomo; patrimonio discreto,
abitudini tranquille, carattere uguale, trentanove anni e undici mesi;
un po' avariato nelle funzioni digestive. Questa confessione le provi la
mia lealtà. Quanto all'aspetto può giudicarlo da sè, e se potessi
sperare di ottenere le sue simpatie, sarei felice di offrirle la mia
mano, e di domandarle in ginocchio la sua».
Seguiva il nome e l'indirizzo, contrada, numero e tutto perchè potesse
rispondermi.
Circa le otto vidi il servitore che usciva dalla palazzina e s'avviava
ad un'edicola in piazza Solferino, dove comperò alcuni giornali.
Quando stava per rientrare in casa, me gli accostai, e gli dissi:
-- Vorreste portare questa lettera alla signorina?
-- -I don' dan't understand- mi rispose. (Non capisco).
-- -To miss.- Gli dissi mostrandogli la lettera.
-- -Yes, sir.- E, presa la lettera, se ne andò, senza farmi difficoltà e
senza mostrare la menoma meraviglia.
-- Miss è molto accessibile, a quanto pare, pensai. Troppo accessibile.
Si vede che la sua mamma le accorda tutta la libertà inglese.
Aspettavo di ricevere il giorno dopo un invito, o un biglietto che mi
offrisse il mezzo di farmi presentare alla mamma, per poter conoscere la
signorina, e farmi conoscere da lei.
Dio! che agitazione fu quella. Avrei giurato di avere vent'anni.
Dimenticai la magnesia, la soda, le pastiglie di bismuto. Passai la
notte a leggere un romanzo d'amore.
La mattina mi alzai ad un'ora inverosimile, e mi provai allo specchio
tutti i miei abiti neri e le mie cravatte bianche. Alle nove ero in gran
toletta da visita. Non c'era senso comune a quell'ora. Ma non potevo
persuadermene.
-- Non si sa mai quel che può accadere, suggeriva la mia impazienza.
Potrebbe scrivermi di mettermi in relazione con Tizio, che mi facesse
conoscere a Sempronio, che mi presentasse a Caio, che mi conducesse da
Martino, il quale fosse incaricato di offrirsi d'introdurmi presso la
signora vedova e la miss. Supposto che tutti quei personaggi avessero
qualche altro affare oltre la mia presentazione, ci vorrebbe del tempo a
trovarli ed a farli agire; infine è meglio tenersi pronto ad ogni
evento.
Più presto che non osassi sperarlo, ricevetti un biglietto di grossa
carta inglese, scritto a lunghi caratteri inglesi. Lascio stare i miei
palpiti, le mie agitazioni, le mani tremanti nell'aprire la busta, che
si possono trovare descritti un paio di volte in tutti i romanzi che
addormentano l'umanità. La lettera veniva dalla posta, e diceva così:
«MIO SIGNORE,
«Io non conosco voi. Io sono non abbastanza libera per pregar voi di
venire, e conoscere me. Cosa fare?
«MISS GEMMY FAAT.»
Mandai dal cuore tutt'altro che benedizioni a quella madre crudele che
teneva schiava la bella fanciulla. A cosa serve esser inglesi, a cosa
serve aver un servitore compiacente, se sul più bello si debbono
troncare a questo modo le speranze d'un galantuomo?
Dovevo essere commovente col mio abito nero, la cravatta bianca, il
-gibus- sotto il braccio, i guanti a tre bottoni, gli occhi imbambolati,
e quel pochino di languido appetito che mi aveva dato la speranza,
completamente svanito.
Povera bimba. Era vittima della tirannia della vedova; ma quanto a lei
non mi respingeva; tutt'altro. Si affidava a me, mi domandava nella
semplicità del suo cuore:
-- Cosa fare!
Infatti, cosa fare? Non era il caso di darsi vinti così. Bisognava
pensarci, cercare. Intanto avevo il conforto di vederla dal pasticciere.
Quel giorno la vedova rotonda, mi parve più vecchia di vent'anni, ed
orribile. Aveva una avidità di -croque en bouche-, che mi irritava. Ne
divorò una dozzina, e ad ogni uno mi guardava come se volesse divorare
anche me.
Mi venne il sospetto che avesse scoperta la mia lettera alla figliola, e
cercasse d'impaurirmi per impedire il nostro matrimonio. Mi proposi
d'esser cauto, e quando uscirono non le seguii.
Invece di avviarsi a casa come gli altri giorni, entrarono dalla modista
di contro, e fecero spiegare una quantità di tulle bianco, che riempì la
bottega, velò la bacheca, avvolse le signore come in una nuvola
trasparente.
-- Un abito da ballo! pensai; deve andare ad una festa; è l'occasione di
conoscerla. È andata apposta in quel negozio ed a quest'ora, per farmelo
capire. Dovunque sia quel ballo giuro che non mancherò.
E mi diedi d'attorno per sapere dove e quando si ballasse.
Andai da tutti i miei amici eleganti, da tutte le signore brillanti di
Torino; nessuno sapeva d'una prossima festa. Nessuno pensava a ballare.
Cominciavo ad inquietarmi. Andavo cercando nei -clubs-, nei caffè;
fermavo la gente per la strada; volevo una festa da ballo ad ogni costo.
Finalmente la trovai in Doragrossa. Vidi un giovine di studio del mio
notaio che mi salutò, e lo aggredii gettandogli contro come un colpo di
rivoltella la solita domanda:
-- Scusi, sa dove si balla in questi giorni?
-- Sissignore, in casa Pepesale.
Gli avevo presa una mano; afferrai anche l'altra, le strinsi
amorosamente. Avrei voluto stringermelo al cuore in un amplesso di
gratitudine.
-- E lei ci andrà, esclamai. Ed io pure ci andrò. Mi procuri un invito...
-- Ma signore...
-- La prego, non mi dica di no. Non può credere come desidero di
conoscere la famiglia Pepesale. È il più ardente dei miei voti; ne perdo
l'appetito ed il sonno. I signori Pepesale sono necessari alla mia vita,
alla mia felicità...
Dovetti pregare, insistere. Quel povero giovine, rimandato come una
palla avanti e indietro mi portò le risposte più negative, più scortesi.
«Era una festicciola affatto privata; non ricevevano altri che gli amici
intimi; avevano già troppi ballerini; le signore erano poche; ero
soverchio; non mi volevano a nessun patto.
Ma insistetti sempre; ed a forza d'indiscrezione, mi riuscì di estorcere
quell'invito.
C'erano tre giorni da aspettare; ed ogni giorno la bella miss e la
grossa mamma, dopo il vermouth entrarono dalla modista, ed ogni giorno
misero fuori stoffe e veli bianchi.
Finalmente venne l'ora di rivestire il mio povero abito nero, la mia
disgraziata cravatta bianca, il mio -gibus-, che respinto con impeto
quella mattina, s'era guastata una molla, e ad ogni movimento
scricchiolava in suono di pianto. Mi vestii palpitando e partii.
Quando la carrozza si fermò alla porta indicata, guardai dallo sportello
e dissi al cocchiere:
-- Tira via. Non è qui.
-- Sissignore. Ha detto numero trentuno.
Guardai meglio; era proprio quel numero e quella contrada... Ma la porta
era buia, e la scala poco illuminata. Non si vedeva un servitore, non
s'udiva alcun suono, non c'era una carrozza. Ed erano le dieci e mezzo.
Salii al primo piano. Tutti gli usci chiusi, e profondo silenzio. Salii
al secondo: usci chiusi ed un fievole suono in lontananza. Al terzo
piano il suono si faceva un po' più distinto. Doveva esser là. Ma gli
usci erano sempre chiusi.
Per quanto la cosa mi paresse strana sonai il campanello.
-- Forse non avranno abbastanza servitù per lasciare una persona fissa
alla porta, pensai.
Venne ad aprirmi lo stesso scrivano del mio notaio, da cui avevo estorto
l'invito. Servitori punto. L'unica lampada dell'anticamera mandava un
profumo di petrolio fatale al mio stomaco. Fui sul punto di tornare
indietro. Ma pensai a miss Gemmy, così elegante, così bella, e con un
eroismo da innamorato, mi tolsi il soprabito.
-- Oh mio Dio! esclamò lo scrivano stupefatto, come se dal mio soprabito
avesse veduta uscire la statua del Conte Verde a cavallo.
Lo guardai con disprezzo. Come voleva che vestissi, quel selvaggio, dove
le signore erano in bianco? Osservai la sua giacchetta, il suo -gibus-,
la sua cravatta scura.... E là dentro c'era miss Gemmy colla nuvola di
tulle.... Mascalzone!
Entrai in una sala col -gibus- sotto il braccio, chiudendomi il terzo
bottone d'un guanto, e pregando lo scrivano di presentarmi alla padrona
di casa.
-- Scusi non c'è. Dev'essere di là.
-- Andiamo di là, dissi avviandomi sempre cogli occhi al bottone del mio
guanto, per cercare la signora in un'altra sala.
-- Ma che le pare! rispose quel giovine arrestandomi, vorrebbe venir lei
in cucina?
-- In cucina? Alzai gli occhi sbalordito, e mi guardai intorno.
Per quanto v'ha di ridicolo sopra la terra, avrei voluto esser di sotto!
Un salotto di pochi metri quadrati, coi mattoni nudi, alcune vecchie in
cuffia che mi fissavano come un oggetto di curiosità, un gruppo di
fanciulle vestite di scuro, che mi sbirciavano sogghignando come
monelli, e cinque o sei giovani di studio o commessi di negozio senza
guanti, che le incoraggiavano a burlarsi di me.
In quella lo scrivano, partito in esplorazione in cerca della padrona di
casa che stava in cucina, mi venne incontro con una donnetta in abito di
seta nera, che mi porse la sua manuccia nuda e disse:
-- Mi fa piacere di conoscerla signor.... E lasciò il nome sospeso come
fanno le signore dei negozi salutando gli avventori.
Seppi più tardi che erano una famiglia di droghieri ritirati allora
allora dal commercio.
Le dissi che ero passato un momento solo per iscusarmi di non poter
profittare del suo invito. Ero aspettato ad un contratto di nozze....
Accennai alla mia toeletta ridicola, per giustificarla con quel
pretesto, e presi la porta, accompagnato dall'ilarità rumorosa delle
signorine e dei commessi di negozio.
* * *
Quella scena mi pose in uno stato deplorabile. Ero irritato,
svergognato, deluso. Non si poteva andare innanzi così. La mia pace ne
soffriva troppo. E la mia digestione poi!
-- Cosa fare? Miss Gemmy lo domandava a me. Avrebbe anche dovuto aiutarmi
un poco. Nell'eccitazione dell'animo, le scrissi:
-Signorina-,
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