rosa.
Ella pensava:
-- Se l'amore rende invidiose ed intriganti le anime belle come quella di
Odda, meglio essere scettica e sposare un invalido, che guastarmi il
cuore. Però non cercherò di sposare il suo invalido. Lui o un altro, mi
è tanto indifferente!
* * *
Odda invece era trionfante, e le balzava il cuore di gioia.
-- Sono ancora riescita ad innamorarlo, diceva tra sè guardandosi allo
specchio mentre si scioglieva i magnifici capelli. E sorrideva al
proprio volto, e ad un'idea giuliva che aveva in mente.
L'indomani si alzò per tempo; vestì un elegante abito da mattina
sciolto, color di bronzo, con rabeschi di velluto lontra profilati in
oro, raccolse i capelli in una retina di filo d'oro brunito, infilò due
pianelline di pelle bronzata con una grossa fibbia dorata, lucente come
il sole; sorrise ancora nello specchio a quella sua abbigliatura da
civettuola, e s'affrettò nel salotto dicendo tra sè:
-- Verrà; sono sicura che mi sta spiando.
Infatti ebbe appena il tempo di sedere in una poltroncina e di far
mostra di leggere un giornale, che Leoni entrò.
Dopo il buon giorno scambiato e qualche preliminare senza costrutto,
egli le domandò il permesso di fumare un sigaro.
Odda non ebbe nulla in contrario; anzi le piaceva l'odore di sigaro.
-- Sono molto contento che le piaccia, disse Leoni appoggiando su quelle
parole per farle capire che avevano un senso recondito.
Odda s'affrettò a rilevarle colla compiacenza soverchia d'un'innamorata.
-- Che cosa può importare a lei? domandò.
-- M'importa assai perchè fumo sempre.
-- Anche le locomotive fumano sempre, e non hanno punto piacere che io
ami il loro orribile odor di carbone.
-- Le locomotive non sentono nulla. Io non sono una locomotiva.
-- È però ugualmente sempre in giro pel mondo. Fra un mese fumerà a
Londra o a Parigi o al Paraguay, ed il suo fumo non mi farà più nè
piacere nè dispiacere.
-- Sa perchè ho viaggiato finora? domandò Leoni con piglio confidenziale.
-- Per divertirsi, credo.
-- No. Ho viaggiato perchè ero solo, e la mia casa era fredda.
-- Non ci aveva i caloriferi?
-- Via, non mi canzoni. Era fredda moralmente; e non trovavo una donna
che la riscaldasse.
-- Ha viaggiato perchè non aveva moglie, insomma.
-- Appunto.
-- E non era più semplice ammogliarsi che fare il giro del globo? A
questo modo le azioni ferroviarie aumenteranno in proporzione diretta
del numero dei celibi.
-- Dimentica i viaggi di nozze, signorina. Poi rifacendosi serio,
riprese:
-- È presto detto ammogliarsi, e presto fatto anche. Ma io conoscevo
molto le donne. Trovavo in tutte più vanità che cuore; molta civetteria,
poca serietà; gli affetti di famiglia non abbastanza compresi; una
smania esagerata di divertimenti. Via... avrei voluto una donna perfetta
e non la trovavo.
-- Allora può ripartire col primo treno; di donne perfette non ce ne
sono. E neppure di uomini, veda; tanto meno.
-- Le abbandono gli uomini, ma difendo le donne in una. Ce n'è una
perfetta; una sola.
-- E non l'ha sposata?
-- La conosco soltanto da ieri.
-- Mia zia?
-- Che! Ho la memoria delle date. Un'afflizione....
-- Mia cugina allora?
-- Punto.
-- A quella non può nuocere la memoria delle date.
-- Non le ho badato nemmeno.
-- Badi che potrei prenderla per una dichiarazione.
-- La prenda, disse Leoni abbassando la voce d'un semitono per portarla
alla nota della passione. E senza lasciarle il tempo di rispondere
continuò:
-- Ho trovato in lei la bellezza, lo spirito, l'istruzione che ho cercato
invano nelle altre. So che ha un bel talento da artista ed un bel cuore
di donna. So che è buona, casalinga, coraggiosa; che ha tutte le
virtù...
-- Ed in compenso mi offre il suo cuore disilluso, il suo passato... che
non voglio conoscere, il suo avvenire che sarà quel che sarà. In
compenso a -tutte le virtù- offre la sua persona. Il premio Montyon!
-- Perchè mi deride? Perchè mi disprezza? Ho fatto la vita di tutti i
giovani infine; non sono più colpevole d'un altro; e mi offro per quel
che sono.
-- Ma in compenso a -tutte le virtù-. È molto modesto. Però anch'io,
veda, fra tutte le virtù ci ho pure la modestia, ed il premio Montyon
ch'ella mi offre, lo rifiuto.
Leoni era uomo di mondo; e ricevette quella staffilata coll'aria
compunta, e col rispetto che un gentiluomo serba sempre dinanzi ad una
signora. Ma il suo amor proprio era profondamente ferito, e quando Odda
stava per uscire dalla sala disse con voce sommessa:
-- O ieri sera la mia vanità m'ha ingannato assai o lei ha voluto punirmi
del mio passato con uno scherzo crudele.
Odda tornò indietro, gli porse cordialmente la mano, e gli disse:
-- Che le pare! Che la mia pedanteria debba arrivare a voler punire il
passato di chicchessia? No. Mi perdoni. Non ho agito bene forse, ma le
giuro che non mi sono permesso un cattivo scherzo. Tutto questo è serio,
molto serio...
-- Ma allora.... interruppe Leoni cogliendo al volo un raggio di speranza
che gli pareva balenare da quelle parole.
-- Mi dia retta. Temevo, ero certa anzi, che mia cugina avrebbe attirata
la sua attenzione e la sua simpatia. Dalla lettera che lei scrisse allo
zio avevo saputo il suo proposito di scegliersi una sposa qui, ed avevo
saputo anche la sua età, il suo passato... Dica, in coscienza, crede
d'aver ancora tanta poesia nel cuore, tanto sentimento giovanile, tanto
avvenire, da rendere felice una giovane di ventitrè anni? Dica, lo
crede?
-- Ma io non pensavo a sua cugina, rispose il -lion- mortificato, forse
per la prima volta nella sua vita, e convinto. Pensavo a lei, che è
seria, generosa, che non ama la società...
-- E che ho ventotto anni, lo dica pure. Ma se io non mi fossi messa
innanzi, se non avessi cercato di attirare la sua attenzione su di me
con una civetteria che fa ridere me stessa, sarebbe stato a Valeria che
avrebbe pensato; ed a quest'ora avrebbe domandato lei e non me. E quella
ragazza, che non conosce il mondo come lo conosco io, avrebbe potuto
accettare la sua proposta per l'infelicità d'entrambi.
-- -D'entrambi-, è un complimento.
-- Se poi vuol dirmi anche che non ha più abbastanza cuore per soffrire
della infelicità di sua moglie... Ad ogni modo questa è la ragione per
cui mi sono data qualche ora alla civetteria. Volevo deprezzare la sua
offerta con un rifiuto, per impedire a lei di ripeterla a Valeria, ed a
Valeria di accettarla. Ed ora, mi perdona?
Leoni s'inchinò, e le strinse la mano con profonda stima. Non la
profonda stima kristophle che si presta a firmare qualunque lettera
sconclusionata; ma quella vera, che trova la via anche dei cuori
disillusi. Ed avrebbe dati volentieri dieci anni della sua vita, non
della passata, per poter ripetere con qualche speranza a quella
simpatica zitellona, la proposta che ella aveva rifiutata.
* * *
Quel giorno stesso Odda ricevette una lettera dell'Accademia di Brera in
cui le annunciavano che il suo quadro era fra i scelti per essere
acquistati dall'Accademia stessa, e la invitava presentarsi per regolare
le condizioni del contratto.
Odda non aveva la menoma attitudine agli affari, non ne capiva nulla.
Era ancora il caso di rivolgersi ad un parente, ad un amico, a qualcuno
che s'incaricasse di rappresentarla, e di fare i suoi interessi.
Ma il parente, l'unico, lo zio Giorgio, aveva un nuovo rancore contro la
pittrice.
La sera innanzi era stato al di là d'ogni meraviglia vedendo Odda
mettersi in galanteria con Leoni. In fondo, ben in fondo, era buon uomo,
e, pennelli a parte, quell'unica figliuola d'un unico fratello gli era
cara. A patto di non rimetterci nulla della sua borsa, nè delle sue
opinioni, avrebbe fatto di tutto per vederla maritata.
Così non s'ebbe a male di quella specie di soperchieria che Odda faceva
alla cugina beccandole lo sposo sotto gli occhi.
-- Ciascuno fa il suo interesse, diceva colla sua logica d'uomo d'affari.
Odda ha già ventotto anni; è più urgente per lei che per Valeria di
maritarsi. E se questo deve guarirla dalle sue ubbie sull'amore e
sull'arte, e farne una donna come le altre, mi rassegno volentieri a
rinunciare al mio disegno per adottare il suo.
Ma quando il mattino udì da Leoni che Odda aveva rifiutata la sua
domanda, non seppe più cosa pensare, e si sentì profondamente offeso.
-- Dacchè non lo voleva per sè, perchè portarlo via a Valeria? La sapevo
originale, ma non a questo punto. Così non l'avranno nè l'una nè
l'altra. Un partito perduto. E diceva questo come se dicesse: Un
capitale non impiegato.
In queste disposizioni di spirito, si può figurarsi come accolse la
preghiera di Odda per l'affare dell'Accademia.
-- Se vuoi che stiamo in pace, le disse, non parlarmi mai più de' tuoi
quadri.
Dunque per aiutare la povera Odda, ora come prima, il parente non c'era.
L'amico neppure.
Dovette rivolgersi daccapo al qualcheduno; lo stesso qualcheduno che
aveva ricevuto e presentato il suo quadro all'esposizione, il signor
Fulvio... ed un cognome.
Odda gli scrisse un altro biglietto, annunciandogli che si trovava a
Milano, che desiderava di conoscerlo, e che le brighe per quel noto
quadro non erano anche finite.
-- Voleva continuargli la sua tutela? Voleva recarsi da lei?
Nel pomeriggio erano tutti nel salotto, e stavano prendendo il caffè
dopo la colazione, quando il servitore annunciò il signor Fulvio.
Odda si fece rossa, e rimase un momento confusa. Le sussultava il cuore.
Non osava parlare per paura che le oscillasse la voce. Erano più di due
anni che pensava a lui, se n'era fatto un ideale, e se ne era
appassionata. Tuttavia seppe vincere la propria commozione, gli porse la
mano, e disse sorridendo:
-- Ma io non ho il diritto di parlarle, nè di presentarla a chicchessia,
dacchè nessuno l'ha presentata a me. Poi rivolgendosi al servitore gli
ordinò seriamente:
-- Annuncia anche noi.
Il servitore obbedì, e ripetè i nomi di tutti.
Quella trovata originale fece ridere la compagnia, e ciascuno alla sua
volta s'inchinò e porse la mano a Fulvio.
-- Ecco fatta la presentazione, disse Odda, è adesso soltanto che ci
conosciamo.
La zia Evelina, che aveva gli occhi intenti su di lei, con un sentimento
affatto differente da quello che la faceva travedere il giorno innanzi,
s'avvide del turbamento di Odda, si ricordò di quanto le aveva detto,
del suo amore ideale per una persona che non conosceva, e facendosi
accanto a lei le susurrò:
-- È lui?
-- Sì, rispose Odda, stringendole la mano.
-- Perdonami, Odda, avevo sospettato di te, ripigliò la zia.
-- Che amassi Leoni?
-- Sì.
-- Non hai creduto di farmi torto, dacchè tu stessa lo ami.
-- Lo sapevi?
-- No. Ma questa mattina non sei fuggita abbastanza presto. Uscendo dal
salotto, dove ero stata con Leoni, ho veduto il tuo abito da camera che
scompariva in fondo al corridoio ed ho indovinato.
-- È vero, t'ho seguita, ed ho ascoltato tutto.
-- Povera zia! disse Odda pensando alla delusione che doveva provare.
Questo scambio di parole sommesse fu fatto in un minuto, mentre lo zio
Giorgio presentava seriamente Leoni e la sua famiglia a Fulvio.
Quando Odda e la zia si voltarono per unirsi alla compagnia, lo zio
diceva accennando Valeria:
-- E questa è mia figlia.
Valeria era rossa come una fiamma, ed imbarazzata come una collegiale,
lei che non si confondeva mai; mormorò senza guardare Fulvio:
-- Noi ci conosciamo già.
-- Sissignore, disse il pittore. Ebbi il piacere di vedere la signorina,
e di esserle presentato all'ultimo ballo del casino.
La zia Evelina, che non si ricordava di questo, e non osava dirlo per
non offendere Fulvio, guardava lui e Valeria in atto di stupore.
-- Tu non c'eri, zia, rispose Valeria indovinando il suo pensiero. Ti
ricordi che all'ultimo ballo sono andata colle signorine Tali e colla
loro mamma?
Si parlò dell'esposizione. La zia e la nipote c'erano state due giorni
prima. Valeria, che, passato il primo momento, aveva riacquistata
l'usata sicurezza ne parlava con grande interessamento.
E quante cose sapeva!
Sapeva che il signor Fulvio aveva esposto tre quadri di genere ed una
marina. Il quadro della prima sala era collocato bene, in luce; otteneva
tutto il suo effetto. Che effetto! Peccato che lo avesse comperato il
signor Flidgeby (fin il nome inglese sapeva!) Peccato! con quel nome là,
il meno lontano che poteva portarlo era a Londra. Invece il quadro della
seconda sala era così mal collocato dietro quell'enorme cornicione d'un
quadro di battaglia, che lo adombrava tutto... E così in alto! Ne aveva
provato un tal dispetto.... Fortuna che lo aveva scelto l'Accademia, e
dopo l'Esposizione si potrebbe vederlo collocato meglio. E quel puttino
del terzo quadro nella quinta sala! Quel puttino lo aveva sempre
dinanzi; faceva greppo così bene, che nell'allontanarsi ella si era
voltata per vedere se non era ancora scoppiato in pianto....
Odda, coll'occhio fisso, ed il cuore serrato come in una mano di
ghiaccio, osservava la cugina mentre parlava cosí.
I modi indifferenti, la sua affettazione di scetticismo, erano affatto
scomparsi. Aveva gli occhi scintillanti, il volto acceso, e da tutta la
persona bella spiravano l'entusiasmo e la passione.
Che momento fu quello per Odda! Povera giovine. Ripensò i -suoi-
entusiasmi, la -sua- passione che aveva coltivati per tanto tempo in
fondo al cuore. Ella pure aveva in mente tutti quei quadri, li aveva
analizzati, copiati, con infinito amore, e colla mente rivolta a
quell'autore ignoto, studiandone l'ingegno, il cuore, l'ispirazione.
Ed ora, dopo due anni era venuto il giorno di conoscerlo quell'autore.
Lo aveva aspettato palpitando e domandando a sè stessa coll'angoscia
dell'incertezza:
-- Sarà bello e cortese?
Sì, era bello e cortese. Ma là, accanto a lui, c'era una fanciulla che
lo amava anch'essa, e che egli pure amava. Povera Odda!
Un momento la sua parte di debolezza umana le ricordò che il giorno
innanzi coi suoi ventotto anni ella aveva potuto eclissare la cugina. Si
ricordò la propria figura riflessa nello specchio; era nobile e bella.
Leoni, l'uomo delle avventure galanti, malgrado la sua lunga esperienza,
era caduto ai suoi piedi.
-- Se anche Fulvio mi trovasse bella? Se apprezzasse il mio ingegno? Se
mi amasse come Leoni? Chissà?
Ma fu un pensiero che passò di volo. Il nobile cuore di Odda non era di
quelli che la passione può indurre a commettere una slealtà.
-- E Valeria? rispose subito a sè stessa. Valeria che lo ama, che me l'ha
confessato; perchè era di lui che mi parlava ieri.
E qui la speranza, la terribile ingannatrice, le suggerì un dubbio.
-- E se non fosse di lui?
Allora s'accostò al pianoforte dove i due giovani stavano discorrendo,
fece scorrere il dito su la tastiera come aveva fatto Valeria il giorno
innanzi, poi le domandò:
-- E adesso le senti tutte quelle note?...
-- Sì, tutte, tutte, anche i diesis, disse la signorina facendosi rossa,
troppo rossa per un discorso affatto musicale.
Addio fallace speranza! Non fu che un disinganno di più.
Odda andò a sedere in disparte, e ripensò la sua arte, il successo del
suo quadro, i suoi lavori finiti, i disegni audaci d'altri lavori. Ma
tutto questo lo ripensò senza passione, perchè ormai le mancava il
sentimento entusiasta che le aveva dato coraggio, ambizione, fermezza.
Pure non si lasciò abbattere. Era quello o non mai il momento di sentire
il vantaggio d'un'altra passione che non fosse l'amore.
-- Perchè ho imparato un'arte? Perchè il babbo me l'ha data, se non per
preservarmi dal vivere esclusivamente all'amore, dal rendermi ridicola
nell'età matura cogli sterili rimpianti d'un sentimentalismo incompreso?
Egli non mi ama? Pazienza. Il mio lavoro, un lavoro assiduo,
interessante, studiato, mi occuperà la mente e il cuore. Sarò forte.
* * *
Lo zio Giorgio invitò Fulvio a pranzo perchè potesse avere il tempo di
mettersi d'accordo con Odda circa il quadro.
Odda scese a pranzo vestita di nero, senza la menoma pretesa
all'eleganza.
-- Oggi non sei in vena di fare conquiste? le disse Valeria.
Odda stava per giustificarsi; ma Valeria non glie ne lasciò il tempo, e
riprese:
-- Odda, ti ringrazio dal fondo del cuore. La zia mi ha detto tutto. Ed
io che ieri ho pensato male di te?
-- Mi hai creduta innamorata di quel vecchio -lion-!
-- Perdonami; non sapevo nulla ieri.
-- Ed oggi cosa sai?
-- So che recitavi una parte difficile, uggiosa, compromettente, per
liberarmi da un matrimonio che mi avrebbe resa infelice.
-- Non sai altro?
Valeria la guardò co' suoi occhi alteri in cui si rifletteva la
sincerità di un carattere che non discende mai ad una finzione.
-- So che tu sei superiore alle debolezze delle altre donne, rispose. Che
hai rifiutato Leoni, che rifiuteresti chiunque, che non hai altro amore
fuorchè la tua arte: che hai rinunciato alle passioni della gioventù.
-- Sì, ci ho rinunciato, disse Odda. Ti giuro che ci ho rinunciato.
-- Ma so anche, continuò Valeria, che mi vuoi bene, e farai ancora
qualche cosa per me.
Odda le strinse la mano in silenzio. Aveva il cuore troppo gonfio per
risponderle in quel momento. Si volse a Leoni, fece
-- Io sono la zitellona della famiglia, e sono più che parente, sono
amica di Valeria. Via, mi faccia le sue confidenze.
-- Ma io non so se debbo osare. Suo zio è così avverso agli artisti....
-- No; lo zio è avverso solamente alle artiste. Gli uomini li autorizza a
fare quanti quadri vogliono, a due sole condizioni: che ne ricavino
molto denaro, e che non li facciano ammirare da lui. Lei adempie da un
pezzo alla prima condizione, e credo che non avrà difficoltà ad
adattarsi alla seconda.
-- Pensi! Coll'attenzione che ha la bontà di accordar lei a' miei quadri,
non resta più nulla a desiderare al mio amor proprio.
-- Dunque?
-- Dunque, se crede che le mie speranze non siano troppo audaci ed
infondate, dacchè mi legge nel cuore, mi abbandono a lei. Disponga di
me.
Se quelle parole le avesse dette per lei stessa! Disporre di lui;
trasportarlo nella sua solitudine d'Ameno, nella sua villa, piena di
ricordi e dei lavori di lui; in riva al suo lago, su cui aveva tanto
vagato solitaria, pensando al suo povero amore ignorato: vivere a due
una stessa vita, colla stessa passione, la stessa arte, un ingegno
gemello!... Povera Odda! Fu un momento crudele. Quel sogno svanito si
ravvivò ancora una volta al suo pensiero, tanto più splendido quanto più
isperato. Si sentì infelice, sconfortata, sola, miserabile.
Si alzò con un singhiozzo strozzato in gola, salì frettolosa nella sua
stanza, e si abbandonò ad un pianto disperato. Dinanzi ad una passione
che si spezza, non c'è forza d'animo che valga. Una donna è sempre una
donna, e bisogna che pianga.
Ma, pagato quel tributo alla fragilità umana, Odda fece chiamare lo zio,
e gli domandò, a nome del suo illustre collega, la mano di Valeria.
La situazione di Fulvio era troppo bene assicurata, il suo nome troppo
stimato come uomo e come artista, perchè lo zio Giorgio pensasse a
rifiutare quella proposta.
-- Ero in collera con te, Odda, le disse, perchè hai mandato a monte il
mio disegno su Leoni. Ma ora me ne compensi. A conti fatti questo qui
lavora, ha più avvenire, è anche più giovine, dacchè le donne ne fanno
caso. Il partito è migliore. E poi dici che si amano... Un'altra cosa di
cui fanno caso soltanto le donne, ma infine giacchè si può conciliar
tutto, meglio così. Però non capisco perchè, dopo aver fatto la
civettuola per innamorar Leoni, lo hai rifiutato. Me l'ha detto lui, che
l'hai rifiutato.
-- Giacchè gliel'ha detto...
-- Scusa, è una pazzia. Potresti sposarlo. Tu hai ventotto anni; la
differenza non è già più tanto grande. E poi è disoccupato, potrebbe
stare ad Ameno quanto ti piace.... Ti converrebbe perfettamente. È
robusto, bell'uomo, d'umore sereno, non gli manca assolutamente nulla.
-- Nulla fuorchè una piccola cosa, un'inezia. D'inspirarmi un pochino
d'amore. Oh! un'inezia affatto. Ma sa, zio, noi donne ci si bada alle
inezie.
-- Ma perchè lusingarlo allora?
-- Ah! È stato un capriccio da zitellona. Non dice lei che il babbo,
lasciandomi imparare un'arte, ha fatto di me un fenomeno! I fenomeni non
si capiscono sempre.
E senza spiegarsi di più si avviò alla sala da pranzo.
La zia, i due ospiti e Valeria stavano aspettando. Fulvio e Valeria
guardarono ansiosamente in volto ad Odda per leggervi la loro sentenza,
e, vedendola pallida come una morta, tremarono pel loro amore. Nel loro
giovanile egoismo non sospettarono nemmeno che potesse esservi un altro
amore che si sacrificava.
Odda entrò, bella del suo coraggio eroico, andò a loro sorridente
(povera Odda!) prese la mano di tutti e due, e disse:
-- Vittoria! Il babbo acconsente, ed io vi unisco in nome del padre,
della zia, e della vecchia cugina. E fece l'atto di benedirli. Poi
volgendosi a Valeria, soggiunse:
-- Vedi pure che ne' miei consigli da romanzo hai trovato la felicità.
Aveva la voce commossa, ma tutti l'attribuirono alla gioia di quel
momento. La zia sola, che sapeva il suo povero segreto, indovinò lo
strazio che soffriva, e le susurrò:
-- Ma l'ha trovata a prezzo della tua.
-- Oh! io ho un altro amore, rispose Odda prendendole il braccio e
traendola in disparte. Sposerò i miei pennelli. Finora furono sempre
compiacenti con me, mi tennero buona compagnia, e la pace ha sempre
regnato in famiglia. Il babbo lo diceva: «Impara l'arte e mettila da
parte.» Ora è venuto il momento di trarne profitto. È una fortuna che
sia là da parte.
-- Come ti ammiro Odda! esclamò la povera zia. Tu sei così generosa, ed
io invece ho il cuore pieno di fiele contro Leoni perchè non mi ama.
Odio lui, odio tutte le persone che sono amate e felici. Vorrei far dei
dispetti a tutti, e sento che se li vedessi miserabili ne godrei.
-- Oh, zia!
-- È orribile, Odda, ma è vero. Non so che fare di me stessa; mi sento
vecchia e non mi ci so rassegnare; mi sento inutile al mondo; non so a
chi voler bene.
-- Non ne vuoi un poco a me, zia? Non vuoi che io cerchi di consolarti?
-- Sì, Odda. È questo che volevo da te. Dimmi; non hai bisogno di una
stupida creatura che sappia togliere la polvere a' tuoi quadri, che ti
sostenga la tavolozza? Mi pare che accanto a te, col tuo nobile esempio,
lontana dalla società leggera e pettegola, mi affliggerei meno
d'invecchiare. Potrei imparare ad occuparmi di qualche cosa meno
irritante che il mio miserabile idillio morto, che non mi riesce di
galvanizzare.
Odda le aperse le braccia e le disse con tutta cordialità:
-- Sii la benvenuta, zia, nella mia villa modesta. Vedrai che non ci
starai troppo male. I bimbi del paese ti ammireranno quando spiegherai
loro i profondi misteri del sillabario, come il protagonista del tuo
idillio non t'ha ammirata mai. E quando racconterai loro le storie dei
Greci e dei Romani, ti vorranno bene come egli non te ne ha mai voluto.
-- Quanti compensi trovi nel tuo bel cuore, Odda. Mi porterò un baule di
sillabari; ed imparerò a memoria tutta la storia universale di Cesare
Cantù.
-- Troppo zelo, cara zia. Pensa che avrai altro a fare, ed il tuo tempo
sarà prezioso laggiù. Vi saranno i vecchi poveri che aspetteranno un
brodo per riscaldarsi lo stomaco; i malati poveri che avranno bisogno
della medicina; vi sarà della gente che avrà fame; dell'altra che avrà
freddo; e dei poveri piccini che il Padre Eterno, in un momento di
distrazione, avrà mandati al mondo senza ricordarsi di provvederli del
loro piccolo bagaglio di fascie e pannolini. Tu penserai a tutti. E
quella gente ti sarà riconoscente, e ti benedirà, come non ha mai
pensato ad esserti riconoscente ed a benedirti quello dell'idillio il
quale non ha voluto neppure farti benedire dal prete.
-- E nessuno sorriderà ironicamente, perchè sono vecchia?
-- Ma che, zia! La provvidenza non invecchia mai. E tu sarai la
provvidenza. Vedrai. Tutto codesto non è elegante, senza dubbio, ma vale
assai meglio che trascinare la tua maturità mascherata da giovinetta,
tirando un idillio per la coda.
Due mesi dopo, quando si celebrarono le nozze di Valeria, le due signore
stabilite ad Ameno, fecero una gita a Milano per assistere a quella
festa di famiglia.
La zia Evelina aveva smesse le abbigliature giovanili, le pettinature
giovanili, le sentimentalità giovanili. La pace le era entrata
nell'animo. Le occupazioni morali e serie che le riempivano la vita, le
davano quel contento di sè, che tranquillizza il cuore e rasserena lo
spirito. Era bella ancora, ma una bella matrona senza pretese, senza
civetteria, senza ridicolaggini.
Leoni era stanco del suo isolamento, della sua stupida esistenza da
scapolo, de' suoi tentativi di conquista che riescivano come quello
fatto con Odda.
S'intrattenne a lungo colla zia Evelina, si fece raccontare la sua nuova
vita, le placide giornate d'Ameno, cosí occupate, così serene. La trovò
buona, affettuosa, sensata. In un momento d'entusiasmo le disse:
-- Come vorrei passare i miei giorni con lei e come lei ad Ameno!
-- Come me, vale la pena di desiderarlo, rispose la zia Evelina; ma con
me, poteva dirlo quindici anni fa; ora è troppo tardi.
-- Oh! quindici anni... protestò Leoni, ostentando un'incredulità
galante.
-- Quindici, mio signore; e venticinque che ne avevo allora fanno
quaranta. Ad Ameno s'impara a contare i proprii anni senza arrossire.
Odda, con quell'ospitalità cortese che la rendeva tanto simpatica,
invitò Leoni a passare il novembre alla sua villa. Egli accettò, ed
appena celebrate le nozze dei giovani, partì colle due signore pel
tranquillo romitaggio di Odda.
Egli aveva quarantacinque anni, e la zia Evelina ne aveva quaranta ed
era molto ben conservata. E poi, non ricercava più l'amore, lo
respingeva, era occupata d'altro, aveva acquistata l'attrattiva d'un
frutto proibito.
Ad Ameno non si stampano giornali; non seppi altro. Ma i contadini si
maritano giovani assai; eppure mi dissero che in quell'inverno, erano
inscritti nell'albo municipale due sposi maggiorenni.
FIORE D'ARANCIO
Da quanto più lontano risalgono le mie memorie, mi ricordo di aver
aperta la corolla alla scossa di una brezza mattinale, e d'essermi
trovato ad un'altezza straordinaria. Ero proprio sulla punta d'un ramo
che si slanciava verso il cielo, e vedevo il terreno del giardino, al di
sotto, molto al di sotto di me.
Mi guardai beatamente intorno, superbo della mia alta posizione.
Al di là del giardino che avevo immediatamente ai piedi, dominavo il
pendìo della collina, nella sua discesa ripida fino al Po; su quel
pendìo facevano macchietta tante ville signorili, sparse qua e là, come
un branco di pecore biancheggianti. E giù giù in fondo, vedevo il Po,
che s'incurvava, si torceva, mandava riflessi metallici come un
serpente.
-- Com'è bello stare al dissopra di tutti; dominare sui proprii simili!
pensavo olezzando dalla corolla sospiri di soddisfazione.
Poi guardavo gli altri fiori d'arancio che erano sbocciati sulla stessa
mia pianta, ma nei rami inferiori, e che, per quanto allargassero i
petali, non potevano vedere lo spazio immenso che io abbracciavo con uno
sguardo. Li osservavo dall'alto, ed esclamavo con disprezzo:
-- Poveretti!
Non l'avessi mai detta quella parola orgogliosa! Da Lucifero in poi, la
superbia non ebbe mai miglior risultato che un capitombolo. Io ero
destinato ad aggiungere un documento di più alla serie già numerosa di
documenti, che provano la vanità delle cose di questo mondo.
Mentre ero assorto nella contemplazione della mia grandezza, vidi venire
dall'estremità del giardino un signore abbrunato dal sole come una
statua di bronzo, con un giubbino di tela bianca, ed un largo cappello
di paglia. Camminava colle mani dietro il dorso canticchiando: «Uhm!
Uhm! Uhm!» Teneva nella destra una piccola falce, lucente come un quarto
di luna.
Quando fu vicino alla bella pianta d'arancio, che era come chi dicesse
il mio albero genealogico, osservò con compiacenza il tronco robusto, le
foglie spesseggianti, ed i fiori; fiori bassolocati, i miei umili
fratelli che avevo disprezzati.
Ma invece di dividere la mia commiserazione, quel signor Botanico
esclamò:
-- Bella pianta! Bella fioritura, per bacco! Questa va mandata
all'esposizione.
Quella parola mi scese nel calice, soave come una goccia di rugiada!
L'esposizione! Era là che la mia posizione eminente avrebbe attirata
l'ammirazione di tutti.
Ad un tratto il signor Botanico alzò lo sguardo fino a me. Cercai di
allargarmi e rizzarmi sullo stelo per piacergli. Ma egli si rabbuiò
tutto in volto, e si pose a chiamare:
-- Michele! Chele! Cheee!
-- Signore! rispose il giardiniere sbucando in lontananza da dietro un
chiosco di gelsomini, e correndo, con grande accompagnamento di zoccoli,
alla nostra volta.
-- Chi v'ha insegnato a lasciar allungare un ramo a quel modo? gli gridò
il padrone accennando il mio ramo. Mi guasta tutta la pianta. Voi non
badate a nulla. Ch'io stia una settimana in città, e ritrovo il mio
giardino ridotto come l'orto di Renzo.
Il giardiniere non sapeva come fosse l'orto di Renzo. Ma io, che in una
precedente esistenza aveva udito leggere i -Promessi Sposi-, stando nei
capelli d'una bella signora, ed ero morto soffocato tra due pagine di
quel libro, compresi benissimo. Lo slancio preso dal mio ramo non andava
punto a genio del signor Botanico; provai un'angoscia indicibile.
-- Vuole che lo tagli quel ramo, signor padrone? domandò con piglio
compunto quello snaturato giardiniere.
Se avessi potuto stritolarlo!
-- Sì eh? A quest'ora ci pensate? Ma quando sono qui io non ho bisogno di
voi. Stateci attento un'altra volta.
Nell'agonia di quel momento i miei sentimenti erano così eccitati, che
stavo per fare un miracolo, ed in uno sforzo supremo sciogliere la
parola, ad eterna meraviglia del signor Botanico e di tutti i botanici
presenti e futuri. Ma non ne ebbi il tempo. Vidi il signore color di
bronzo alzare il braccio verso di me, vidi balenare nella sua mano il
piccolo quarto di luna, sentii un dolore atroce alla congiuntura del
ramo. Tutto il paesaggio mi oscillò d'intorno; perdetti l'equilibrio, e
caddi rovinando a terra, mentre il signor Botanico si allontanava
ripetendo in tono di soddisfazione il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!»
* * *
Là, umiliato ripensavo ad Icaro, che era caduto anch'esso per aver
voluto salire troppo alto; e le mie povere foglioline bianche si
rammollivano al sole come le sue ali di cera.
Pensavo che presto sarei morto, per rinascere chissà quando e chissà
come; ed olezzavo languidamente negli ultimi sospiri la mia animuccia di
fiore quando vidi due scarpine di pelle bronzata, e due calzettine
azzurre tese su due gambine rotonde, che si avanzavano rapidamente verso
di me, col movimento alternato di due piccoli stantuffi d'una macchina a
vapore.
Feci uno sforzo straordinario per guardare più in su, ma non potei
vedere che due ginocchietti color di rosa che si piegavano al mio
fianco; ogni energia mi mancò e rimasi appassito.
Udii vagamente una vocina armoniosa che diceva:
-- Oh! chi me l'ha gettato a terra il mio povero fiore? Il mio fiore
bello che saliva fino alla mia finestra? Povero fiore! Povero fiore!
Mi sentii rialzato nella posizione verticale, e due labbruzzi come due
fragole, mi sfioravano i petali susurrando ancora:
-- Ti hanno gettato a terra, povero fiore! povero fiorellino mio! Ma io
ti farò tornar vivo, e sarai la mia pianta. Io so fare; io so fare; m'ha
insegnato il babbo.
Fui sottoposto ad un'operazione dolorosa. Mi si schiacciò con un sasso
l'estremità del gambo; mi fu ravvolto intorno alla parte schiacciata
qualche cosa come dei fili, poi fui piantato in terra. Ma tutto codesto
era fatto con garbo infinito, da due manine minuscole e liscie, ed io
pensavo nel mio dolore, che molti ammalati avrebbero voluto esser
guariti a quel modo.
* * *
Quando fui piantato sul gambo, e la terra del vaso fu leggermente
inaffiata, mi sentii rinfrescato, e ripresi abbastanza vigore per
osservare il medico pietoso che m'aveva salvato.
Era una bella bimba di otto anni. Bianca, rosea, bionda come un puttino
dell'Albani. E mi saltellava intorno giuliva, proprio come quei puttini
nella -Danza degli amori-; soltanto un po' più vestita.
Dio dei fiori! Quanto ho voluto bene a quella bimba! Quanta riconoscenza
le ho votata! Morii e mi riprodussi, sempre sulla -sua- pianta, e sempre
devoto alla mia piccola salvatrice.
Ogni autunno veniva un giorno triste, in cui Dora mi salutava, mi
copriva amorosamente i piedi colla paglia, mi raccomandava al
giardiniere, poi saliva in carrozza mostrandomi le gambine, ed i
ginocchietti dal rovescio, ed il fondo bianco delle gonnelline corte.
Poi mi mandava un bacio, ed un altro, ed un altro; i cavalli
scalpitavano, prendevano la corsa e via! Per sei mesi non la vedevo più.
L'inverno era lungo ed uggioso, e lo passavo pensando a lei, e
tesoreggiando profumi per inebbriarla in primavera.
Ad ogni maggio la vedevo tornare più alta, più bella. Mi faceva un gran
chiasso d'intorno. Ripeteva le lezioni camminando su e giù accanto al
vaso, con voce alta e monotona, ed alternando le risposte poco sicure,
con domande fatte in tono cattedratico e colla voce grossa per imitare
una maestra.
Poi buttava i libri all'aria, giocava, rideva, cantava; mi circondava il
vaso di bambole. Talvolta stendeva a' miei piedi una tovaglina più
stretta d'una pezzuola, disponeva tondini e bicchieri infinitesimali,
chiamava i bimbi del giardiniere, ed imbandiva un banchettino da burla
con foglie di rosa, confetti ed acqua inzuccherata.
-- Bei tempi erano quelli! Bei tempi!
* * *
Poi venne un anno, lo ricordo sempre, un anno in cui non vidi più le
gambine rotonde ed i ginocchietti color di rosa. Le gonnelline corte
erano allungate. I bei capelli, sciolti fin allora come una pioggia
d'oro, erano intrecciati e raccolti a spirale a sommo il capo.
Dora non saltava più; camminava composta. Non canticchiava più
canzonette stonate al vento; cantava in tempo ed a tono, con
accompagnamento di pianoforte; non mi ingombrava più il vaso di bambole;
vi sedeva tranquilla con qualche libro accanto, e leggeva versi e prose
in lingue strane che non potevo comprendere, ma che sonavano soavi come
una melodia udite dalla sua voce armoniosa.
La bimba era divenuta una signorina.
Però mi amava sempre, mi chiamava sempre la -sua- pianta, il -suo-
fiore; ed io mi avvezzai a vederla così.
Fu ancora un tempo bello. La signorina veniva in villa colle sue
compagne. Sedeva o passeggiava con loro intorno a me. Parlava di studi,
d'arti, di teatri, di libri, di musica, di abbigliature.
Posava sul mio vaso la gabbia del canarino, e gli diceva molte cose
graziose, molti vezzeggiativi, a cui il canarino rispondeva
gorgheggiando. Allora erano grandi elogi, grandi ammirazioni pel suo
canto e pe' suoi occhi innamorati; ed io ero geloso. Non de' suoi occhi,
che per la bellezza non avevo nulla da invidiargli; ma dei suoi
gorgheggi. Oh come avrei voluto sciogliere anch'io una canzone a quella
bella fanciulla!
Nel mio dolore, le soffiavo in volto una ondata di profumo, ed allora
ella si volgeva a me, e dava a me pure espansioni e lodi. Ed io pensavo:
-- A lui il canto, a me l'olezzo. E non invidiavo più il canarino.
* * *
Più volte si diedero delle feste. Vennero molti bei signori dalla città.
Si appesero lampioncini a tutti gli alberi del giardino. Tutte le sale
furono illuminate. Udivo la musica. Vedevo traverso le finestre belle
coppie di signori e dame agitarsi in tempo di danza. Ed i bicchieri
tinnivano, ed echeggiavano i discorsi galanti e le risa.
La mia salvatrice era ammirabile allora, col volto acceso dal movimento
e dall'allegrezza. Andava, veniva, danzava, rideva, ricercata da tutti,
cortese con tutti, bella, gioconda, felice.
Il signor Botanico, vestito di nero, coi guanti, e senza il terribile
quarto di luna, ma sempre color di bronzo, la seguiva coll'occhio
passeggiando di sala in sala, e spesso gli sfuggiva, sui tre toni più
alti della soddisfazione paterna, il suo piccolo crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!
Quell'anno Dora venne a salutarmi il mattino dopo la festa, un po'
abbattuta dalla lunga veglia, ma sorridente, spensierata. Andava
incontro al carnovale, co' suoi divertimenti che amava tanto; e non si
affliggeva punto di tornare in città.
Ne fui lungamente crucciato, tanto più che il canarino era partito con
lei. E nelle giornate uggiose dell'inverno ripensai quel saluto senza
rimpianto della signorina, lo confrontai coi saluti espansivi della
bimba, ed appassii di dolore. Mi sentivo meno amato.
Con che ansietà aspettai la primavera! Con che gioia la sentii venire
tepida e serena! Il succo mi corse più rapido e caldo negli steli; mi
sentii ravvivato, e sperai.
* * *
Un mattino, quando non me l'aspettavo ancora, udii rotare la carrozza
dei signori. Mi feci investire dal primo soffio d'aria che passò per
voltarmi da quella parte ed essere il primo a vedere la mia salvatrice.
Stava seduta in fondo alla carrozza. Era pallida e mesta.
Il mio primo sguardo fu per lei; il secondo per cercare il mio piccolo
rivale biondo. Ma nè presso la signorina, nè dietro colla cameriera, mi
riuscì di vedere la gabbia. Il canarino non c'era.
-- Forse è morto pensai. E nella mia semplicità di fiore compiansi
sinceramente il mio rivale.
Ma, nello scendere di carrozza, la vecchia zia di Dora, che faceva
raccogliere dalla cameriera una catasta di scialli, mantelli, sciarpe,
veli, borse ed ombrelli, si volse alla nipote, e le disse:
-- E il tuo canarino, Dora?
-- Ah! esclamò Dora con un atto di sorpresa incresciosa; ma fu
passeggera. Riprese subito con indifferenza:
-- L'ho dimenticato!
Flora e Cerere! Aveva dimenticato il canarino! Ma a che cosa pensava
dunque?
Mi passò accanto senza guardarmi ed entrò in casa. Più tardi però uscì,
e venne a vedermi, e mi accarezzò. Ma erano carezze distratte. Il suo
cuore non era più là. Le olezzai contro tutto il mio profumo per
consolarla. Ella lo accolse colla stessa indifferenza con cui s'era
ricordata del canarino.
Passò un mese senza che udissi la sua voce intonare una canzone. Non la
vidi mai sorridere. Passeggiava lenta, solitaria, silenziosa, e spesso
aveva gli occhi rossi e gonfiati.
Piangeva? E perchè? Avrei voluto saperlo, ed avrei dato fin l'ultimo
atomo d'essenza che poteva esalare dalla mia corolla per risparmiarle
una pena.
Anche il signor Botanico avrebbe voluto saperlo, ed avrebbe dato fin il
suo quarto di luna per risparmiarle una pena. Ma non riusciva neppur lui
a capirne nulla e gemeva tristamente in tuono di dolore il suo piccolo
crescendo:
«Uhm! Uhm! Uhm!
* * *
Un giorno erano tutti seduti dinanzi a me sotto la gradinata della sala
da pranzo. -Tutti- non erano molti. Il signor Botanico, la vecchia zia e
Dora.
Parlavano d'una festa da dare in villa, come l'anno precedente.
Dora aveva un taccuino sulle ginocchia, e scriveva colla matita l'elenco
delle persone da invitare. La zia le dettava una filza sterminata di
nomi da signora, che Dora scriveva con indifferenza. Finita quella
litania femminile, cominciò un'altra litania più lunga di nomi maschili,
che la signora continuava a dettare, come le si affacciavano alla
memoria.
Si affacciavano prima i marchesi, i baroni, i conti, poi i cavalieri,
gli avvocati, gli ingegneri, ed i signori -Tali-.
Dora scriveva sempre senza dare il menomo segno di approvazione o di
biasimo. Giunta in fine dell'elenco, la zia conchiuse per ultimo:
-- E Franco.
-- Franco? disse Dora facendosi rossa come una fragola.
-- Sicuro, Franco. Vorresti escludere dagli invitati mio cugino?
Dora non fece altri commenti. Scrisse, poi ripetè:
-- Capitano Franco Trestelle.
La signora non aveva più nomi da aggiungere. Si alzarono per andare a
scrivere gli indirizzi delle circolari.
Per quella sera Dora non uscì più in giardino, ed io rimasi solo a
pensare cosa, o chi, o come potesse essere quel Franco, al cui nome
soltanto Dora si scuoteva dalla sua apatia, e si coloriva come una
fragola.
* * *
Venne il giorno della festa. Dora era troppo occupata per pensare a me.
La vidi tutto il pomeriggio andare e venire in abito di percalle
azzurro, ed incontrare ed accogliere le sue ospiti. Era gentile con
tutti. Ma non sorrideva, non si animava. Una cura penosa doveva starle
nel cuore.
Sull'imbrunire cominciarono a giungere i -landeaux- ed i -breacks- senza
signore, tutti carichi di giovani eleganti, coi lunghi pastrani di
lustrino, che scendevano fin sulle scarpe per coprire le abbigliature da
ballo. La vecchia zia ed il signor Botanico li accoglievano salutandoli
dalla gradinata del salotto; ma Dora non c'era più.
-- È intenta alla sua abbigliatura di gala, pensai: e mi rassegnai a non
vederla; ma il tempo mi parve lungo.
Verso le due di notte, quando la musica era più animata, e le coppie si
movevano più allegramente nelle sale, vidi un'ombra solitaria e bianca
scendere la gradinata, ed avviarsi con rapidità convulsa verso di me.
Era Dora con un bell'abito di seta color di zolfo; aveva la coda lunga
come una cometa, ed era ornato da sciarpe di velo reseda, sostenute con
mazzi di rose d'un bel carmino. A breve distanza, ed a luce di luna
quell'abbigliatura chiara pareva bianca.
Il volto pallido della signorina, i suoi occhi gonfi si accordavano male
coll'aria di festa della sua casa e della sua abbigliatura.
Si gettò a sedere sul mio vaso, mi appoggiò la fronte al tronco, e
rimase a lungo cosí, a capo chino, come se contemplasse la terra che mi
circondava. Ma le cadevano dagli occhi grosse goccie cristalline, che
non erano pioggia nè rugiada. Avevano un sapore acre. Erano lacrime.
Io le effusi intorno tutto il mio olezzo, la avvolsi in un'atmosfera di
profumo, come si ravvolgono le reliquie adorate in nubi d'incenso. Ed il
suo cuore, commosso da quella espansione, si aperse ad una confidenza
intima, e sospirò:
-- Se potessi non amarlo più!
Non amare, più chi? Il Canarino? Ma se l'aveva dimenticato! E poi perchè
non amarlo più? Erano sempre andati d'accordo... No. Non poteva essere
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