invecchiare quel balordo zio materno che mi aveva legata col battesimo
quella funesta eredità? Udivo ancora echeggiare le risate di quella
ragazza. Ero ridicolo anche per lei, per tutti!
La mattina seguente mi accostai alla finestra pian piano, in punta di
piedi, peritante, intimidito come un cane scottato. Ma non arrivai
neppure ad affacciarmi. Le cinque bocche rosate si spalancarono ad un
coro di risate sonore, ed i dieci occhi scintillanti mi trafissero come
dieci lame d'acciaio.
Dal fondo della mia camera le udivo sghignazzare ripetendo il mio nome.
-- Eu-stacchio. Ah! ah! ah!
Se dovevano esser queste le mie avventure, pensai che non valeva la pena
di desiderarle tanto!
E tuttavia, se non fosse stata quella miseria del nome l'avventura
sarebbe cominciata. Quella fanciulla era venuta a bussare al mio uscio
per farsi riaccendere il lume; ma il lume era un pretesto. Era venuta
per parlare con me; era stato il mio nome che l'aveva fatta fuggire.
Ah, se mi fossi chiamato Ernesto come diceva lei! Ernesto!
* * *
Era come se quel nome fosse fatto di pece o di trementina. Mi si era
appiccicato al cervello, e non potevo staccarmelo più. Avrei dati fin
gli scaffali della mia bottega per potermi ribattezzare.
Tentai ancora più volte di riaffacciarmi alla finestra; ma suscitai
sempre la stessa ilarità. Dovetti rinunciarvi.
Ad un tratto mi venne, improvvisa come se un amico me la susurrasse
all'orecchio, una idea luminosa.
-- Perchè non potrei chiamarmi Ernesto? Chi me lo impedisce? C'è forse
qualcuno che ha acquistata la proprietà di quel nome? Posso pigliarla io
quanto un altro. A Torino nessuno sa che mi chiamo Eustacchio, fuorchè
quelle fanciulle. Che non mi vedano più, ed in un paio di giorni mi
avranno dimenticato, ed avranno trovato un altro argomento da
divertirsi...
Avevo preso in affitto la camera per una settimana. La mia pigione
scadeva appunto il giorno seguente. Invece di rinnovarla feci fagotto,
mandai un sospiro alla finestra del laboratorio, senza affacciarmi per
non udire quelle risate schernitrici, e via per Torino in cerca di un
altro alloggio.
Lo trovai in via Pio Quinto, all'altro capo della città. Mi presentai
sotto il nome di Ernesto, e posi il cartellino collo stesso nome
sull'uscio. Poi scrissi a mia madre che avevo conosciuto un altro
Eustacchio Rossi, e la pregai di dirigermi le sue lettere al nome di
Ernesto per evitare confusioni.
Quel nome mi portò fortuna. Nessuno mi derideva più. Ebbi quasi subito
un'avventura colla serva d'un salumaio sotto i portici di San Salvario.
Non era bella come la sartorina dagli occhietti lucenti, ma era meno
insolente. Mi voleva bene, mi trovava bello, e mi chiamava Ernesto.
Io glielo facevo ripetere cinquanta volte in un'ora. Non potevo saziarmi
d'udire quel nome che mi accarezzava l'orecchio e mi compensava di tutti
i dispiaceri che m'aveva dato quell'altro.
A poco a poco stando a Torino divenni elegante fino a farmi delle carte
da visita. Non facevo visite, veramente. Ma ne avevo data una alla mia
amante che l'aveva piantata nella cornice dello specchio, ne avevo
piantato un'altra nello specchio della mia camera, ed una sull'uscio al
posto del cartellino manoscritto.
Ormai nessuno poteva più negare che mi chiamassi Ernesto; era stampato.
Erano le mie carte da visita quelle. Il giovine del trattore dove andavo
a pranzare mi chiamava famigliarmente signor Ernesto; e mi faceva un
piacere...
Fu un anno felice. Ero completamente libero. Prendevo sempre l'alloggio
di settimana in settimana, e quando la mia servotta cambiava padrone, io
cambiavo di casa per andarle vicino.
Da via Pio Quinto andai in via Vanchiglia, poi in via Plana, poi in Dora
Grossa, poi d'un balzo fino in Borgo Nuovo. Ero perfettamente padrone di
fare a mio modo. Non avevo bisogno neppure di scriverlo alla mamma,
perchè aveva cominciato a mandarmi la prima lettera ferma in posta
aspettando il mio indirizzo, ed aveva poi continuato sempre cosí.
Ci volle un anno intero per prepararmi all'esame. Gli altri si
sbrigavano più presto; ma io non avevo un cervello vulcanico. Però
quell'anno era passato presto.
Stavo per avere la patente.
Poi sarei tornato a Fossano carico d'allori, avrei preso il mio posto di
padrone nella mia bottega, ed in quella circostanza gloriosa, non
disperavo che anche la mamma consentisse a chiamarmi Ernesto. Soltanto
non avrei potuto metterlo sull'insegna in causa della patente. Ah!
questa pur troppo non si poteva avere senza presentare quella
disgraziata fede di nascita!
* * *
La vigilia degli esami andando alla posta, trovai una lettera profumata
come una scatola di canfora; ma non aveva odore di canfora, e portava
tanto di cifra e di corona sulla busta.
Cosa poteva essere? Un'avventura con una corona! Doveva essere una
regina.
Ed io che m'ero andato a perdere con una serva! Cosa vuol dire esser
troppo modesti!
Tagliai la busta pian piano col temperino, per non guastare la corona
che volevo far vedere a Fossano, ed apersi la lettera.
Erano poche parole. Ma che parole, Santa Sindone... immacolata! che
parole! Sottili che si vedevano appena, e tutte cascanti come donnine
gentili che cadono in svenimento.
«Mio signore,» cominciava... Suo signore! Il cuore mi diede un tal balzo
che credetti vedermelo uscire dalla bocca.
«Sono una povera inferma...
-- Ah! è per questo, pensai che le parole cadono svenute.
«Quando tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarle
il suo tributo d'ammirazione...
-- Diamine! esclamai, io non ho ricevuto nulla! Dove l'hanno portato?
Forse all'indirizzo di via Pio Quinto. Ecco cosa si guadagna a cambiar
casa ad ogni momento. Bisognerà ch'io passi a vedere dal portinaio.
«... il loro tributo d'ammirazione, io, che sono condannata a starmene
in casa, dubito della giustizia di Dio.
«È un dubbio pericoloso per la mia anima cristiana; e dipende da lei il
togliermelo dal cuore, e restituirmi la fede. Vuole? Acquisterà merito
dinanzi a Dio. Basterà che mi provi che un po' di giustizia c'è sempre,
venendo questa sera a prendere un tè in casa mia perchè possa anch'io
conoscerla ed ammirare il suo ingegno. -- Contessa Tale dei Tali. -- Via
Tale, numero Tale.»
Era soltanto una contessa. Ma quasi lo preferivo. Una regina mi avrebbe
data un po' di soggezione.
* * *
Quel giorno avevo stabilito di ritirarmi in casa a ripassare i miei
studi per esser pronto l'indomani all'esame. Ma dopo quella lettera
capii che ne sapevo abbastanza. Del resto, avevo ben altro in testa che
gli studi in quel momento.
Erano già le undici e dovevo prepararmi per la sera ad andare dalla
contessa Tale dei Tali.
Scrissi subito una cartolina a mia madre, per sfogare la soddisfazione
immensa che mi gonfiava il cuore.
«Cara mamma. I miei studi sono compiuti gloriosamente; l'esito
dell'esame è più che sicuro; credo anzi che mi manderanno la banda
municipale per farmi onore, perchè pare che io abbia un ingegno
sorprendente. Tutti ne parlano; una contessa -di mia intima conoscenza-,
mi assicura che -tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a
portarmi il suo tributo d'ammirazione-. Io però non l'ho ancora ricevuto
in causa di uno sbaglio d'indirizzo; ma prima di partire ne farò ricerca
e te lo porterò.
«Domani coll'ultima corsa arriverò a Fossano colla patente. Annuncia ai
parenti ed amici la buona novella ed invitali a cena per festeggiarla.
«Tuo aff. figlio
«ERNESTO ROSSI
«Droghiere approvato.»
* * *
Ero sempre stato economo; lo ero per natura. Ma in quella circostanza
non era il caso di badare a miseria. La contessa m'invitava a prendere
il tè; bisognava renderle cortesia per cortesia.
Entrai da un droghiere e le feci mandare a casa una bella provvista di
caffè moka ed un pane di zucchero.
Poi, contento di me, pensai al modo di vestirmi per la sera.
Dovendo stare soltanto un anno a Torino, non mi ero provveduto di un
abito da serata; tanto più che avevo l'abitudine di passare le sere al
giardino della Stazione colla serva del salumaio, la quale non era
esigente sulla toeletta.
Ma ero sicuro che non si poteva andare da una contessa senza avere
l'abito a coda di rondine, i calzoni neri, la cravatta bianca.
Era una spesa enorme. Ma in quel momento non badavo più a spese; avrei
ipotecata la mia bottega, avrei messo sul lastrico me e mia madre per
non sfigurare.
Andai dai fratelli Bocconi e comperai tutto il vestiario, perfino le
scarpe lucide. La stoffa era ordinaria; poichè doveva servire soltanto
una volta, non metteva conto che durasse. Ma tutto era nuovo fiammante;
e tutto stretto stretto; le contesse amano gli uomini magri come croci,
ed io avevo una salute... oh, ma una salute, che mi arrotondava tutto
dai piedi al cervello.
Spesi ottanta lire. Uno spropositone! Ma infine tutti fanno qualche
pazzia in gioventù; e, d'altra parte, quel vestiario poteva ancora
servirmi quando avrei preso moglie.
* * *
La sera quando entrai nell'anticamera della contessa, così ben chiuso
ne' miei abiti che stentavo ad alzare le braccia per togliermi il
cappello, non erano ancora le sette.
-- La signora è a pranzo, mi disse il servitore.
-- Non importa, risposi. Ditele che son io. M'ha invitato pel tè; mi
aspetta.
Egli mi guardò ben bene dalla testa ai piedi. Forse non aveva mai visto
nessuno così ben vestito. Poi riprese:
-- Ma è molto presto.
Io sorrisi della sua ingenuità. Egli non sapeva con che ansietà mi
aspettasse quella povera dama, che dubitava persino della giustizia di
Dio per causa mia.
-- Se potesse tornare più tardi... soggiunse.
-- No, no. Lasciate pure che pranzi con comodo. L'aspetterò. E mi posi a
sedere in un angolo dell'anticamera dicendo:
-- Quando avrà finito mi riceverà.
-- Chi dovrò annunciare? domandò il servitore avviandosi per uscire.
-- Ernesto Rossi.
Egli si fermò di botto, poi tornò indietro e mi disse con premura:
-- Scusi. Può aspettare in sala. Favorisca.
Ed aprendo i due battenti della porta di contro, s'inchinò per lasciarmi
passare in una sala tutta piena di fiori e di specchi, con un tappeto su
cui si camminava senza rumore come fanno i fantasmi.
-- Anche i servitori sanno il mio nome e mi ammirano, pensai; ed andai a
contemplare in uno specchio la mia persona divenuta celebre.
* * *
Quello specchio era un uscio, ed era socchiuso. Dall'altro lato si udiva
tratto tratto il leggerissimo tinnire d'un bicchiere, d'una posata, d'un
piatto, subito represso. Doveva essere la sala da pranzo. I signori
usano pranzare pian piano come se avessero paura di venir sorpresi.
-- E così? domandò una voce d'uomo.
-- E così, rispose una vocina di donna, gli ho scritto, e l'ho invitato
per questa sera al nostro tè.
Capii che parlavano di me, e stetti a sentire coll'orecchio all'uscio.
-- È una pazzia, Emma. Un'imprudenza. Ti crederà una donna leggera,
ripigliò l'uomo.
E la vocina graziosa:
-- Ma che! Non è un vanerello. Tutti mi parlano di lui, del suo ingegno;
io non posso andarlo a sentire, e mi struggo di curiosità. Era naturale
che lo invitassi a farmi una visita. Di sera poi, in pubblico, presente
mio marito, perchè spero che ti fermerai in casa... Via, che male ci
trovi?
-- Trovo che metti troppo entusiasmo nella tua curiosità. Questa sera
sarò io che mi chiamerò Otello.
Questa mi parve curiosa che per ricevermi volesse cambiar nome anche
lui. Del resto se gli piaceva di chiamarsi Otello, era un'idea come
un'altra; ma non potevo a meno di ridere al pensiero delle disgrazie che
gli tirerebbe addosso quel nome, più strampalato del mio Eustacchio.
In quella entrò il servitore e disse:
-- Il signor Ernesto Rossi aspetta in sala.
S'udì un susurrìo sommesso, poi un rumore di sedie.
Io mi allontanai in fretta dall'uscio; e quasi subito il servitore lo
aprì, e vidi entrare la contessa, piccolina e pallida, che zoppicava
leggermente e si reggeva al braccio del marito.
* * *
Io mi feci innanzi, stendendole la mano quant'era larga, e le dissi:
-- Sono venuto un po' presto! ma so che, -aspettare e non venire è una
cosa da morire-, e non ho voluto farla aspettare.
Invece di rispondermi la contessa guardò suo marito tutta confusa come
se non avesse capito.
Egli si mise a ridere, forse della semplicità di sua moglie, poi mi
disse:
-- Perdoni. Non abbiamo il bene di conoscerla...
-- Ernesto Rossi, risposi. La signora mi ha scritto...
-- Ernesto Rossi il tragico? interruppe guardandomi nel bianco degli
occhi come se volesse cavarmeli.
-- Nossignore, io non sono tragico. Ho sempre avuto un carattere mite.
-- Ma cosa fa? Cos'è?
-- Sono studente.
La contessa si mise a ridere come se non l'avesse saputo. Poi mordendosi
le labbra per star seria domandò:
-- Studente di legge?
-- Nossignora.
-- Di matematica?
-- Nossignora.
-- Di medicina?
-- Nossignora.
-- Ma studente di che cosa?
-- Studente droghiere.
Fu come se le avessi sparato contro una fucilata. Cadde di piombo sopra
un divano in una convulsione di ridere. Pareva che soffocasse. Ne ebbe
per un quarto d'ora.
Io non capivo nulla di quell'allegria straordinaria. Finalmente quando
le riescì di riavere il fiato, mi domandò:
-- È lei che mi ha mandato il caffè! e fuori a ridere daccapo.
-- Sissignora, risposi. Mi sono presa la libertà...
-- Guarda un po', Emma, a che cosa ti esponi colle tue imprudenze da
ragazzetta! le disse il marito coll'aria indulgente con cui si
rimproverano i bambini malati.
-- Via, ribattè la signora pigliandogli la mano e facendoselo sedere
accanto. Ora è inutile che tu faccia l'Otello. Vedi bene che Desdemona
potrebbe offrirgli una dozzina intera di fazzoletti, senza nessun
pericolo.
Capii che la signora Desdemona doveva essere una persona della famiglia
che offriva una dozzina di fazzoletti in compenso dello zucchero e del
caffè. Allora presi una sedia, apersi con cura le falde dell'abito e
curvai pian piano le mie ginocchia strette, per mettermi a sedere ed
aspettarla. Ma in quella la signora diede uno strappo al cordone del
campanello che mi fece balzare in piedi daccapo.
Il servitore si presentò all'uscio e la padrona gli disse:
-- Pagate a quest'uomo il caffè e lo zucchero che ha mandato quest'oggi,
ed accompagnatelo. È il droghiere; fu un errore introdurlo qui.
E mi fece un cenno colla mano, non tanto per salutarmi quanto per
mostrarmi la porta.
Maledizione! Anche quel nome d'Ernesto che mi pareva tanto bello mi
portava disgrazia come l'altro.
Non ero io, per caso, che portavo disgrazia ai nomi?
Corsi a casa colla testa in fuoco.
Bruciai le carte di visita; strappai il nome dall'uscio; e ripresi il
mio primo battesimo di Eustacchio. Per quello che ne avevo cavato, non
metteva conto di cambiare.
Ma quella scena m'aveva talmente scombussolata la mente, che il giorno
dopo, quando mi presentai agli esami, tutti i miei studi di un anno mi
erano svaporati dalla testa; non ne sapevo più assolutamente nulla.
Tutti i tentativi che feci negli anni seguenti ebbero gli stessi
risultati. A qualunque domanda rispondevo Ernesto Rossi, Eustacchio
Rossi. Non sapevo dir altro.
D'allora il cervello mi è andato in acqua, e si coagula appena qualche
rada volta nei freddi intensi, e per breve tempo. Sono i lucidi
intervalli di cui mi valsi per narrare alla meglio la mia prima
disgrazia.
IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE
Odda aveva ventotto anni. Era orfana e senza marito. Abitava sola una
sua villa ad Ameno sul lago d'Orta. Sola, coi suoi pennelli che sapeva
adoperare maestrevolmente, colle massime del suo babbo, e con
un'illusione tutta sua.
Le massime del babbo, che Odda aveva adottate, si riassumevano, o quasi,
nel proverbio:
«Impara l'arte e mettila da parte.» Soltanto che il proverbio era
applicato alle fanciulle, alla loro educazione.
Quanto all'illusione di Odda... ma è meglio, signore lettrici, che la
vedano da loro, tenendo dietro al racconto.
Ecco come andò la cosa.
Odda aveva finito un quadro di genere, e l'aveva mandato all'esposizione
di Brera. Non quest'anno però; le prego signore lettrici; non cerchino
sul catalogo, non voglio fare personalità.
Mandare un quadro all'esposizione è cosa facile senza dubbio. Ma occorre
sempre un parente, un amico, qualcheduno, che lo riceva, si assicuri che
il viaggio non l'ha avariato, lo presenti, lo faccia collocare, e molti
etcetera.
Il parente Odda l'aveva; un fratello del babbo. Ma era un uomo d'affari,
che non ammirava l'arte in generale, e la odiava addirittura nelle
donne, le quali, secondo lui, sono create e messe al mondo unicamente...
per creare e mettere al mondo non già quadri, nè libri, nè statue,
s'intende.
Dunque il parente Odda l'aveva, ma era come non l'avesse.
L'amico non l'aveva punto.
Dovette ricorrere al qualcheduno. Il qualcheduno era un pittore, di cui
Odda aveva ammirati, studiati, copiati i quadri. Alcuni li aveva anche
comperati, ed era superba, e più ancora felice di possederli. Si
chiamava Fulvio... ed un cognome.
Ma qui finivano le informazioni di Odda. Chi era? Com'era? Giovine?
Vecchio? Ricco? Povero? Bello? Brutto?
Di tutto questo non ne sapeva più di loro, signore lettrici. Sapeva però
che ne era idealmente innamorata, e questo lo sanno anche loro a
quest'ora. Colla loro penetrazione di donna l'hanno indovinato da questo
esordio.
Dunque Odda aveva scritto un biglietto al signor Fulvio e lo aveva
pregato per la loro fratellanza in arte, e per la sua cortesia verso una
signora, a volersi incaricare di ricevere il suo quadro, presentarlo,
farlo collocare e molti etcetera.
Ed il signor Fulvio, da uomo cortese, aveva risposto ringraziandola
dell'atto di fratellanza, ed accettando l'incarico con entusiasmo. -- E
più tardi aveva sfogato in quattro «piedi» d'appendice d'un giornale
quotidiano, la sua ammirazione pel talento artistico della signora Odda,
la quale lesse quel giudizio colla gioia con cui i pochi eletti fra i
molti chiamati leggeranno la loro parte di giudizio universale, nella
valle di Giosafatte; lo imparò a memoria, e fabbricò un castello in aria
colossale su quella base di carta.
* * *
L'esposizione stava per essere chiusa; lo zio Giorgio, il parente
iconoclasta, era tornato dalla campagna colla famiglia: una figliuola di
ventitrè anni, ed una sorella vedova -- anni x.
Odda era giunta anch'essa in casa dello zio, per sapere cosa avvenisse
del suo quadro, ritirarlo, o ritirarne il prezzo se si vendeva.
Era arrivata col treno della mezzanotte; s'era coricata subito, ed il
mattino, alzandosi tardetto, aveva trovato lo zio in sala da pranzo che
si bisticciava colla sorella per cagion sua.
-- L'arte delle donne, diceva lo zio, è di essere buone mogli e buone
mamme. Ecco la sola idea vera e sana che voi altre possiate avere; ecco
la vostra felicità, la vostra gloria. La famiglia; non altro che la
famiglia.
-- E chi glie lo nega, zio? entrò a dire Odda che aveva udite quelle
ultime parole.
-- Tu stessa lo neghi, figliola, ed i paradossi del tuo povero babbo. S'è
visto mai una stramberia simile? Avete una ragazza bella, robusta,
buona, ed invece di farne una madre di famiglia, farne un'artista, un
fenomeno!
-- Ma crede che, se avessi trovato un uomo come l'avrei voluto, non
l'avrei preferito ai pennelli ed alla tavolozza? E che il mio babbo non
avrebbe approvata quella preferenza? Ma che! Le pare? Il babbo ha voluto
che imparassi un'arte, e se l'avessi preferito mi avrebbe fatto imparare
una scienza, o tutt'altra cosa, unicamente per prepararmi una passione
di ripiego. Egli diceva:
«Le ragazze che non fanno nulla di serio, si mettono in testa d'essere
al mondo soltanto per trovare un marito, e non pensano che a quella -x-
incognita e sospirata. Si fanno belle per piacere alla -x-; acquistano
una certa coltura, per interessare la -x-; non ne acquistano troppa, per
non adombrare la -x-; sono casalinghe, economiche, oneste, per
rassicurare la -x-. E quando invecchiano senza averla trovata, non sanno
più per chi serbare tutte le qualità coltivate per la -x-, e le lasciano
andare. E si persuadono che hanno fallito lo scopo della vita, e
diventano stizzose, sfiduciate, invidiose; o, se sono buone, diventano
beghine. Diamo loro un'occupazione nobile e seria, che le appassioni per
sè stessa, indipendentemente dall'idea del marito. Se il marito verrà,
lo ameranno malgrado la loro occupazione; se non verrà, continueranno a
lavorare e ad amare il loro lavoro. Avranno sempre un'idealità, un amore
nella vita.» Ecco quel che diceva il babbo.
-- Ma quello che non capisco, osservò lo zio, è appunto che una ragazza
quando non è un mostro, non abbia a trovare un marito.
-- Eppure è facile capirlo, rispose Odda, dacchè il mondo è pieno di
zitellone. Ma anche quelle che trovano marito, non lo trovano tutte come
avrebbe voluto il babbo, e come vorrei io. Allevate nell'idea fissa che
debbano maritarsi presto, e che il non maritarsi è una vergogna, le
ragazze a vent'anni cominciano ad inquietarsi se non sono ancora spose.
Hanno paura del celibato come dell'inferno. Pensano il giorno e sognano
la notte domande di matrimonio. Ed appena si presenta un partito
conveniente, lo accettano, non perchè amino quell'uomo-partito, ma per
fuggire il pericolo di rimaner zitellone.
-- Mettiamo capo alla teoria dell'amore prima del matrimonio, disse lo
zio Giorgio con molta ironia.
-- Precisamente, affermò Odda. L'amore ci dev'essere. È la sola
guarentigia di felicità che abbiano gli sposi. Due persone che si
uniscono senza amore, può darsi che si amino vivendo insieme; ma può
anche darsi che non si amino; e mi pare troppo ardito tentare la prova.
Bisogna amarsi per sposarsi, e non sposarsi per amarsi.
-- Questo è un bisticcio, malignò ancora lo zio.
-- Lo spiego. E, se la zia Claudina lo permette, lo spiego con un
esempio.
-- Fai pure, disse la vedova indovinando che Odda voleva parlare di lei.
Fai pure. Siamo in famiglia.
-- Ebbene. La zia aveva venticinque anni... Non ti preme di nasconderli,
vero?
-- No, no, tira via.
-- Quelli là non li nasconde, disse ridendo lo zio Giorgio. Sono gli
altri...
-- Aveva venticinque anni, continuò Odda, ed era innamorata di qualcuno.
Il qualcuno non sapeva il suo amore.
-- Scusa, interruppe la zia, lascia che questa storia la racconti io che
la conosco meglio. Il qualcuno sapeva perfettamente d'essere amato, ed
aveva fatta la sua brava corte per riescirci. Ma se gli era caro farsi
amare, ed essere preferito in società dalla zia che era una bella
signorina molto elegante, gli era anche più cara la sua libertà; e
respingeva sempre nelle penombre d'un avvenire indeterminato la famosa
catena coniugale, il cui nodo gordiano gli faceva paura. Un giorno si
presentò al babbo della signorina il signor Tale dei Tali, che aveva
trent'anni, una bella situazione, quindici mila lire di rendita, e
nessuna paura del nodo gordiano.
«Cosa fare? pensò la signorina. Se quell'altro non si decide ho da
rimaner zitellona?» E spaventata da quella minaccia di ridicolo, sposò
il giovine bello, ricco stimato, dicendo:
«Col tempo lo amerò.»
Ma invece non lo amò mai.
Egli sentì il contraccolpo della freddezza della moglie; ne fu afflitto,
poi annoiato, poi disgustato.
Onesti entrambi, si resero infelici a vicenda. Ed alla fine, quel nodo
gordiano che avevano stretto nella speranza di amarsi poi, dovettero
invocare d'accordo la spada d'Alessandro per tagliarlo.
Vissero tre anni divisi e poi il marito morì in Inghilterra, lontano dal
suo paese e dalla moglie, che rimase in una casa non sua, di peso a se
stessa ed agli altri.
La zia stette un po' impensierita dopo quel riassunto della sua vita
uggiosa, e Odda accennandola allo zio disse:
-- Ora veda. Se quella signorina, invece di passare tutte le sue ore di
libertà ad aspettare lo sposo, e le altre ad occuparsi per lui, avesse
diviso il suo tempo fra i doveri di casa ed un'arte, se ne sarebbe
appassionata, e non avrebbe trovato il tempo lungo fino a venticinque
anni, e l'avvenire senza marito non le sarebbe apparso deserto. Avrebbe
pensato: «Se quel tale si deciderà a superare l'avversione del nodo
gordiano, sarò felice tra la mia arte e lui; altrimenti mi resterà
sempre l'arte, non sarò inutile al mondo.» E non avrebbe sposato
quell'altro per fare infelice se stessa e il marito.
-- Sì; ma queste sono le eccezioni, ribattè lo zio.
-- Non sono -le- eccezioni; sono -fra le molte- eccezioni. Poi c'è
l'altra eccezione di quelli che si sposano senza amore, e dopo qualche
tempo si danno a vivere ciascuno a suo modo, hanno appartamenti
differenti, abitudini differenti, e differenti relazioni. Poi l'altra
eccezione del marito che ama la moglie, e dell'amico che ne è amato. Poi
l'altra eccezione della moglie amante ma trascurata, che fila in casa il
sentimento e la noia, mentre il marito si spassa fuori. Poi ancora
l'altra eccezione della moglie coscenziosa, che combatte nel suo cuore
un sentimento estraneo alla famiglia, ed è onesta ma infelice.
-- E tu senza figlioli, senza sposo, sola nella tua casa deserta, sei
felice perchè fai dei quadri?
-- Ora non si tratta di me, zio. Le ho detto che l'arte è una passione di
ripiego. Se fossi infelice, essa varrebbe a consolarmi, a preservarmi
dalle invidiuzze, dai sentimenti meschini; a darmi un valore personale,
che mi farebbe evitare il ridicolo, ed all'occorrenza mi aiuterebbe a
guadagnarmi la vita.
* * *
Questo battibecco minacciava di durare tutto il giorno, col solito
risultato delle discussioni, di lasciare ciascuno del proprio parere.
Ma fortunatamente per loro, signore lettrici, entrò un servitore con una
lettera che lo zio Giorgio comunicò alle signore.
«CARO GIORGIO.
«Ho fatto come l'ape, che vola di giardino in giardino, sugge i fiori, e
passa, senza voltarsi a guardare se il suo bacio li ha avvizziti; poi,
quando la primavera è passata, ed il suo corpo s'è fatto grave al volo,
si richiude nell'alveare a deporvi il miele.
«Io ho svolazzato rubando dolcezze di baci traverso la Francia,
l'Inghilterra, la Germania; ed ora che il sole di primavera è tramontato
dietro i miei quarantacinque anni, portando seco le curiosità giovanili,
i giovanili ardimenti, torno anch'io al mio bell'alveare ambrosiano.
«Non mi rimane più molto miele da deporvi, ma se tu mi aiuterai a
trovare una collaboratrice giovine, onesta, buona, ho in mente che tra
due ne avremo abbastanza per comporre a una discreta luna di miele.
«In volgare desidero di ammogliarmi. Pensaci un poco, e, prima di tutto,
pensa a prepararmi da pranzo, perchè col treno che segue questa mia,
sarò a Milano.
«-Tuo-
«LEONARDO LEONI».
-- Un buon partito per Valeria, disse l'incorreggibile zio Giorgio.
-- Ma che! Tua figlia è troppo giovine per lui, osservò la zia facendosi
rossa.
-- Cosa importa l'età? Se stando qui per alcuni giorni gli riescisse di
farsi amare.....
-- Ma non deve riescirgli, insistè la zia. È un uomo leggero, disilluso,
che ha fatto una vita galante.
E la signora Claudina diceva questo con enfasi, perchè quel Leoni era
appunto il giovinotto che l'aveva corteggiata quand'era giovine lei,
quello che aveva avuto paura del nodo gordiano. Ed ora che tornava
disposto ad ammogliarsi, ed ella era vedova...
Ma lo zio non voleva saperne.
-- Ubbie, ubbie, gridava.
Erano tutte ubbie per lui, dinanzi al fatto positivo d'una domanda di
matrimonio. Le galanterie di Leoni erano cose passate; aveva fatte le
sue scappate in gioventù, ma ora pensava a prender moglie, ed il
proverbio dice «Prendendo moglie si fa giudizio».
Odda invece, colle sue idee ed i suoi principii, fu addirittura
indignata dell'idea di maritare a quel modo Valeria. E disapprovò lo
zio, e fece un'opposizione così calorosa, che la zia, la quale aveva
cominciato dal farsi rossa, finì per farsi pallida, ed ebbe il sospetto
che Odda fosse segretamente innamorata di Leoni.
L'aveva forse incontrato in società quando aveva ancora il babbo ed
abitava a Milano; ed era per lui che non aveva mai voluto maritarsi, e
s'era ritirata ad Ameno, dove aveva passato nell'isolamento e nel
lavoro, tutto il tempo che Leoni era stato in viaggio, ecc., ecc.
* * *
Tutto il giorno la zia Claudina andò almanaccando prove in appoggio del
suo sospetto. Verso sera, trovandosi sola con Odda le disse:
-- Insomma, perchè ci opponiamo a questo matrimonio? Se alla ragazza
piacesse?...
-- Anche tu, zia! Ma ci opponiamo perchè Valeria è giovane e Leoni è
vecchio. Perchè Valeria è buona ed affettuosa, ed egli ha logorato quel
poco che aveva di bontà e di sentimento negli attriti di una vita
leggera. Perchè Valeria, che ha paura di rimaner zitellona e ridicola,
e, senza la prospettiva del matrimonio non saprebbe cosa fare della sua
attività e dei suoi entusiasmi, accetterà quel partito, tanto per
maritarsi. E poi s'accorgerà che non ama e non è amata, e sarà infelice.
-- Ma, se invece di Valeria che ha ventitrè anni, fosse una donna più
matura che sperasse in Leoni?
-- Se lo sperasse soltanto, come un partito ignoto di là da venire,
qualunque fosse l'età di quella donna direi a lei pure:
«Non vada incontro al matrimonio a sangue freddo, mia signora. Lasci che
l'amore glielo conduca per mano. Non dubiti; l'amore è nel suolo, è
nell'aria, è nella natura. Verrà.
-- E se il suolo, l'aria, la natura avessero già esaltata questa loro
produzione? Se quella donna matura amasse Leoni?
-- Allora non avrebbe di meglio a fare che cercare d'esser corrisposta e
sposarlo.
Parlava per se stessa? Era per cercare di esser corrisposta lei, che si
opponeva a quel matrimonio? La zia Claudina non sapeva cosa pensarne. E
tuttavia le premeva assai di saperlo.
Pensò che era meglio pigliare la questione di fronte, e, passando
l'acqua dov'è più stretta, domandò a bruciapelo:
-- E tu, Odda, non senti la mancanza dell'amore intorno a te? La
nostalgia della famiglia?
-- Fino all'anno scorso ebbi il babbo...
-- Che! La famiglia ascendente non basta alle aspirazioni della vita
giovanile.
-- È vero, confessò Odda con sincerità. Ho sognato anch'io la -mia-
famiglia colle sue cornici color di rosa e d'azzurro. Ma è là
nell'azzurro. Cosa farci? Vorresti ch'io stessi giorno e notte colla
testa in mano pensando se verrà o se non verrà? Oppure che, per farlo
venire, prendessi il primo -partito- venuto, e gli facessi fare la parte
del protagonista come in una commedia, a rischio di trovare poi che
quella parte non gli va, e di rovinare la produzione?
-- Allora vuol dire che là nell'azzurro, ci sarebbe il tuo protagonista?
-- Sì, ma molto nell'azzurro. Figurati zia che non lo conosco ancora.
-- Allora è un'idealità?
-- No; è un uomo vero. Ma non mi fu presentato, e nella nostra società,
per quanto si apprezzi l'ingegno d'una persona, per quanto s'abbia
pensato a lei degli anni, non si può dire di conoscerla finchè un
fantoccio qualunque non abbia detto fra noi:
«Il signor Tale; la signora Tale,» e che noi ci siamo inchinati l'uno
all'altro.
-- Questo non è accaduto, dunque non lo conosco, e può darsi ch'egli
pensi a me come alla questione d'Oriente.
* * *
È una proprietà fatale della gelosia, di trovare delle ragioni per
tormentarsi, anche nelle cose che sembrano fatte apposta per
rassicurarla. La zia Claudina pensò:
-- Ecco. È proprio lui. Lo conosce, ma non le fu presentato. Lo avrà
veduto, udito discorrere con quella disinvoltura che possiede lui solo,
saprà delle passioni che ha ispirate, delle sue avventure, e si sarà
esaltata.
Ma mentre si angustiava con queste fisime, la povera zia aveva una
rivale assai più pericolosa di Odda.
Lo zio Giorgio era andato dalla figliola, e le aveva detto il suo
disegno:
-- Leoni aveva tanto, e tanto. Agli anni non ci si doveva badare, perchè
gli uomini, che Dio li benedica! non invecchiano mai. Lei invece a
ventitrè anni non era più giovine. E però, dacchè Leoni era disposto ad
ammogliarsi, egli, babbo, credeva conveniente di non lasciarsi sfuggire
quel partito.
Valeria aveva trovato che il babbo aveva perfettamente ragione. Aveva
provata una fitta al cuore, ed un momento il suo avvenire le era apparso
triste come un annuncio di morte. Ma tuttavia aveva aderito a conoscere
Leoni, e si disponeva a presentarsi a lui sotto l'aspetto più
favorevole, a cercare di piacergli, ed a sposarlo se le riesciva.
Odda, che contava unicamente sull'opposizione della ragazza, si sentì
scoraggiata quando la vide comparire in sala con un'abbigliatura che in
casa non portava mai, e mettersi al pianoforte ad esercitarsi in un
terribile pezzo, che avrebbe messi in fuga tutti i partiti della terra,
se la bella figura di Valeria non avesse distratta la loro attenzione da
quel supplizio acustico.
-- Perchè ti sei fatta così bella, Valeria? domandò Odda.
-- Per farti onore, disse la signorina continuando a precipitare i diesis
ed i bemolli.
-- -Esclusivamente- per far onore a me?
-- Tu pretendi un omaggio esclusivo?
-- Domandare non è rispondere; ma ho già capito che, se lo pretendessi,
sarei delusa. Ed accostandosi a Valeria, ed appoggiandosi alla spalliera
della sedia, continuò:
-- Confessa, bimba, che quell'abbigliatura non l'hai fatta per me.
-- Non -soltanto- per te, via!
-- Bene. Ora cominci ad esser sincera. E quell'affastellamento di crome e
di biscrome, chi deve sedurre?
-- Oh questo, non te sicuramente, che metti sempre in burla -il pezzo
della signorina di casa-. Che pretendi si studiino le arti fino nelle
viscere...
Odda in quel momento non aveva testa ad affermare le sue teorie. Rimase
un momento a riflettere, poi senz'altro esordio, passando accanto al
piano e guardando Valeria negli occhi, le disse:
-- E tu acconsentiresti a quel matrimonio?
-- Perchè no? -- rispose la signorina con indifferenza.
-- Perchè no? Ma perchè no, bambina: appunto perchè no, non deve essere,
non può essere.
E vedendo che Valeria sorrideva amaramente mordendosi le labbra,
picchiando con dispetto un -la- col suo ditino nervoso, le tirò accanto
uno sgabello, si pose a sedere, e pigliandola amorosamente per la vita,
le disse: -- Senti, Valeria. Tu non sei un'ingenua da commedia. Sai che
esistono i mariti e le mogli, ed anche gli innamorati. Sai che esiste un
sentimento che si chiama l'amore, il quale si estende sopra una lunga
scala, dalla simpatia nascente ed occulta che si riporta da un ballo, da
un'adunanza, da una passeggiata, e si nutre in fondo all'anima, dove
vive e muore ignorata, fino alle tempeste irrompenti dei romanzi e dei
melodrammi, che molte volte hanno la loro parte di verità.
Valeria, picchiando sempre il -la- col ditino nervoso, osservò con un
po' di ironia:
-- Mia cara Odda, a forza di star sola, e di corrispondere col mondo
soltanto per iscritto, hai imparato a parlare come un libro. Bada che
potrebbe essere ridicolo.
-- Eh, che m'importa! esclamò con disprezzo la pittrice. Poi riprendendo
il suo tuono affettuoso continuò:
-- Dammi retta, Valeria. Non sacrificare ad idee convenzionali, ad
un'ingenuità di forma, la confidenza che apre il cuore e può fargli del
bene. Dillo a me sola, che non rido mai del sentimento, lo sai; dimmi;
di quella lunga scala dell'amore, non t'è mai risuonata nel cuore,
neppure una nota?
Valeria pose il primo dito sul -do- dei bassi, e facendolo scorrere di
volo lungo la tastiera fece sonare tutti i tasti in una velocissima
scala, poi disse col solito sorriso:
-- Tutte!
Odda sussultò di sorpresa. Pensò un minuto come se cercasse di
sciogliere un problema, poi facendosi mesta, domandò:
-- E neppure una nota ti ha risposto in un altro cuore, forse?
Valeria pose le mani sul piano, eseguì di volo una scala cromatica, poi
rispose, ridendo come una scettica dello stupore di Odda:
-- Tutte. Anche i diesis.
-- E sposeresti Leoni? domandò Odda sbalordita.
-- Eh! disse Valeria stringendosi nelle spalle.
-- Via, allora è di lui che sei innamorata.
-- Che! Non so che viso abbia.
-- Si può amare anche un uomo che non s'è mai veduto.
-- Questa fenice non sarà Leoni però.
-- Valeria, cos'è questo enigma? Vuoi sposare uno sconosciuto, un
vecchiotto, mentre ami un altro e ne sei amata?
-- Mia cara, tu vai nel romanzo.
-- Ma non capisci, bimba, esclamò Odda spaventata da tanto scetticismo,
non capisci che in amore il romanzo è la realtà? Che in ogni vita di
donna c'è, ci dev'essere questo romanzo d'amore? E che, se non lo farai
con tuo marito, lo farai con un altro?
-- Stai sicura, disse Valeria con una calma sfiduciata che faceva
contrasto all'eccitamento di Odda, che se quell'altro fosse qui a
domandarmi di collaborar lui al mio romanzo come marito, sarei felice di
accettarlo. Ma quello non c'è. Mi fa la corte; mi ama anzi. Ma è
giovine, brillante, ha un bell'ingegno, un bel nome, e forse pensa al
matrimonio come a farsi cremare. Io invece ci penso; debbo pensarci
perchè sono alla vigilia di diventare una zitellona. Non ho un'arte come
te che assorba i miei pensieri. M'hanno data soltanto l'educazione d'una
signora. Non ho risorse in me stessa. Se non avrò una famiglia mia di
cui occuparmi, passerò forse la vita a far pettegolezzi sul conto del
prossimo, a spropositare sulla politica, ad allevare e vezzeggiare dei
cani, a mettere il becco nelle cose altrui, a farmi ridicola per parer
giovine, a rendermi uggiosa a tutti. Non ti pare che sia meglio sposare
un invalido, ma pigliare un posto in società?
-- Ma il tuo amore non lo conti? E quel tale che incontrerai forse
sovente, e che sarà più bello di tuo marito, più giovine di tuo marito,
più intelligente, più innamorato?
-- Quel tale... Guarda; quando si è al municipio, si strappa via dal
cuore. E faceva l'atto di strapparlo tirandosi l'abito convulsamente sul
petto. Si mette là, fra due pagine del codice civile, e si chiude bene
ad essicarvi, come un povero fiore appassito.
-- Povera bimba! sospirò Odda.
-- Ma che ti credi? Io non ho mai sperato di meglio. Quello là non è
della pasta di cui si fanno i mariti. Il matrimonio per gli uomini è il
corpo degli invalidi, e le donne che li sposano, si fanno suore di
carità. Ma rassicurati sai; io saprò rispettare i miei voti; non farò
parlare il mondo di me. Figurati! è per non farlo parlare che mi
dispongo a sedurre legalmente il mezzo secolo venerabile del signor
Leoni.
* * *
All'ora del pranzo, quando le signore comparvero per fare gli onori
all'ospite che era giunto, Odda si presentò con un'abbigliatura così
elegante e di buon gusto, che il -lion- si credette in dovere di lodarla
come si loda un merito personale.
Aveva un abito di velluto nero a strascico, colla scollatura quadrata
sul petto e le maniche corte. La gonna era ornata da una sciarpa
ricchissima di blonda bianca ingiallita, sostenuta da un grosso mazzo di
gerani rossi e limonaria. La scollatura era pure guarnita di blonda
antica, con un mazzo di gerani. I capelli nerissimi, rialzati sulla
nuca, come si vedono alle statue greche, erano intrecciati di grosse
perle ingiallite, ed ornati con un mazzo di gerani e limonaria.
Odda aveva la persona elegantissima; alta, svelta, tondeggiante senza
grossezza; aveva la carnagione fresca delle persone robuste e
tranquille; gli occhi, nerissimi come i capelli, erano d'una serenità
affascinante, e la bocca aveva il sorriso della bontà.
L'abito color di rosa di Valeria fu completamente ecclissato; e la zia
Evelina che aveva studiata per la circostanza un'abbigliatura giovanile,
mista di roseo e d'azzurro, apparve un po' più matura di quel che fosse
in realtà, perchè le sue forme pronunciate sembravano anche più grosse
con quelle tinte chiare.
Non essendovi la moglie del capo di casa per occupare il centro della
tavola in faccia a lui, quel posto toccava naturalmente alla zia, la
quale nel disporre la mensa vi aveva messo il proprio nome, ed alla sua
destra aveva messo il nome di Leoni.
Ma al momento d'andare a tavola, mentre la signora si alzava per
invitare Leoni ad accompagnarla, questi s'affrettò ad offrire il braccio
ad Odda.
La zia si lasciò accompagnare da un altro invitato, ma durante il pranzo
si mostrò severa col suo vicino; gli domandò se per caso nella Cina i
convitati usano disporre del loro braccio per accompagnare una signora a
tavola, prima che la padrona di casa abbia scelto il suo cavaliere.
-- Non saprei, non sono stato nella Cina, rispose Leoni.
-- Allora deve aver viaggiato fra le -pelli rosse-.
Valeria invece non dava alcun segno di dispetto. Pensava il discorso
passionale che le aveva fatto Odda la mattina, e diceva tra sè:
-- Povera Odda! Perchè non dirmelo che lo amava lei? Voleva spingere me
al romanzo, per paura che mutassi scioglimento al suo.
E, buona per natura, rinunciava tranquillamente a quel matrimonio. Per
nulla al mondo avrebbe voluto frapporsi alla felicità d'un'amica.
Odda non aveva mai sfoggiato tanto spirito come quella sera. Si mostrò
sotto un aspetto veramente seducentissimo. Leoni si ringiovaniva di
dieci anni per corteggiarla. Le ore passarono in parlari arguti, in
piccole civetterie; nessuno pensò a domandare il famoso pezzo studiato
da Valeria. Fu il babbo stesso che, al momento di separarsi da' suoi
ospiti disse alla figliuola:
-- Non ci suoni qualche cosa al piano, Valeria?
-- Ah sì! appunto; -La sonate de mademoiselle votre fille-, disse Odda
con un'ironia che nessuno aveva mai trovata nella sua bella voce, prima
di quella sera.
Valeria non ripicchiò la parola acerba della cugina, non si mostrò punto
risentita. Sonò «-Parigi, o cara-» senza variazioni, e ridendo per la
prima di quello scherzo, disse che non sapeva altro.
Ma ritirandosi nella sua camera, camminava lenta, a capo chino, ed era
tanto impensierita che non s'avvedeva d'un'infinità di goccie
biancastre, che la candela stearica le lacrimava sull'abito color di
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