Serate d'inverno
La Marchesa Colombi
LA MARCHESA COLOMBI
Serate d'Inverno
RACCONTI
TESTE ALATE -- LA PRIMA DISGRAZIA
IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE -- FIORE D'ARANCIO
IN PROVINCIA -- UN VELO BIANCO
1914
CASA EDITRICE MADELLA
SESTO S. GIOVANNI
PREFAZIONE
Sono l'incubo di mezzo mondo quelle lunghe, lunghe sere d'inverno, che
durano dalle sette alle dieci; tre ore per lo meno; per molte famiglie
assai più.
Alle quattro e mezzo, al più tardi alle cinque, s'è accesa la lampada in
sala da pranzo. Ad uno ad uno i membri della famiglia, chi da fuori, chi
dallo studio, chi dal salotto, si sono radunati là, intorno alla tavola
apparecchiata.
Quelli che sono usciti hanno reso conto dei gradi di freddo della
temperatura esterna, della maggiore o minore densità della nebbia, dello
stato delle contrade, se asciutte, fangose, gelate, ecc.
Le signore hanno riferite le visite fatte, le abbigliature della Tale e
della Talaltra, le carrozze che erano al corso, le stoffe nuove esposte
nei negozi di moda, le pelliccie, i cappellini.
I giovinetti hanno riportate le novità raccolte al caffè o al -club-;
chi s'è sposato, o è in procinto di farlo, chi è morto, chi è
innamorato; che -nuovissime- promette il manifesto del Manzoni: chi era
la signora più brillante la sera innanzi alla Scala; che cosa combinano
di fare gli ammiratori per la beneficiata della prima donna o della
prima ballerina.
Il babbo, i membri seri della famiglia, hanno recate le notizie
politiche e quelle dei loro reumi, che aumentano o diminuiscono in
ragione diretta dell'intensità del freddo, e dei loro catarri a cui
l'umidità fa dei brutti tiri.
Intanto è stata servita la minestra; ciascuno ha preso il suo posto, e
durante più d'un'ora tra un boccone e l'altro, si sono particolareggiati
tutti gli avvenimenti messi sul tappeto, si sono analizzati, discussi,
se n'è visto il fondo.
Alle sette il pranzo è finito, la tavola è sparecchiata, e la sera,
l'eterna sera d'inverno, non è cominciata ancora.
Gli scrittori sentimentali che hanno l'abitudine di guardare il mondo
traverso una lente azzurra come se fosse un eclissi, hanno scritto
volumi di prosa soave, sulle -serate di famiglia intorno al focolare
domestico-; ce le hanno dipinte come un perpetuo idillio.
Ma in realtà sono una delle tante cose, che sembrano belle soltanto
quando si guardano da lontano.
Io pure a quest'ora, dopo tanti anni e tanti avvenimenti, le ripenso con
dolcezza infinita le serate casalinghe della mia casa paterna.
Il capo di casa ottuagenario, che sonnecchiava in una poltrona accanto
al camino, e tratto tratto si svegliava in un sussulto, o perchè le
molle gli erano cadute dalle mani, o perchè la serva entrando gli aveva
mandata una corrente d'aria tra capo e collo, o per qualunque altro
avvenimento della medesima importanza.
Domandava l'ora, picchiava i tizzoni, osservava che io sporgevo sempre
le labbra come se fossi in collera col Padre Eterno, che mio fratello
non faceva mai nulla, che mia sorella aveva gli occhi rossi, che le zie
dovevano annoiarsi di far sempre lo stesso lavoro.
-- Maria, tira dentro quel muso.
-- Mario, fa qualche cosa, fannullone.
-- Teresa smetti quel ricamo che ti guasta la vista.
-- Quante calze ha fatte quest'inverno signora Caterina? Deve averne per
un reggimento.
-- Ce n'ha sempre di bucato da raccomodare signora Rosa?
Quando aveva fatta l'una o l'altra di queste osservazioni, tanto per
provarci che non dormiva, s'addormentava daccapo per un altro quarto
d'ora.
La zia Rosa non amava conversare; parlava soltanto quando poteva
imprendere una narrazione tutta finezze, e particolari, e dissertazioni,
e commenti, che le permettesse di tener la parola per una mezz'ora o
più, senza interruzione. Ma la sera non era più in lena, e preferiva
star zitta.
La zia Caterina parlava sempre per proverbi. Ne aveva una raccolta
immensa, colle rime che non tornavano, mezzi in lingua mezzi in
dialetto, e ad ogni discorso ne trovava uno da applicare.
Quando qualcuno si meravigliava degli interminabili rammendi di sua
sorella, era lei che rispondeva:
«-L'ago e la pezzuola, tengono in piedi la camiciola.-»
Se si osservava a lei che, a forza di far calze tutta la vita, doveva
averne una provvista sterminata, rispondeva subito:
-- -Pane e panni, buoni compagni.-
-- Che freddo! diceva qualcuno, non s'ha voglia di uscire.
-- Ma sicuro, ribatteva lei. -A Santa Caterina, chiudi i buoi nella
cascina.-
-- Le giornate cominciano ad allungarsi un poco.
-- Senza dubbio. -Natal el pass d'un gall.-
Questo era uno de' suoi proverbi più infelici, perchè oltre la rima
impossibile, aveva bisogno d'un discorso preparatorio per stabilire che
il passo d'un gallo era la misura di cui s'era allungata la giornata a
quell'epoca.
Mio fratello la chiamava il -Giusti-; e quando aveva bisogno d'una rima
pe' suoi infelici tentativi poetici, ricorreva sempre a lei.
Ma quei proverbi che ora mi fanno sorridere quando li ricordo, allora li
udivo ogni sera, li sapevo, li avevo in uggia.
Il nostro capo di casa aveva un fratello di settant'anni, che gli pareva
molto giovine perchè aveva undici anni meno di lui; egli veniva ogni
sera a sedere per un paio d'ore dirimpetto al suo primogenito dall'altro
lato del camino.
Quello parlava a monosillabi, e bisognava strapparglieli con una serie
di domande. S'accontentava di starsene zitto contemplando il fratello,
pel quale aveva una grande venerazione, e cogliendo il momento opportuno
per impadronirsi delle molle che l'altro si teneva amorosamente tra le
ginocchia, per picchiare un poco alla sua volta i tizzoni.
Qualche rara volta mancava. Era il solo avvenimento che introducesse un
po' di varietà nelle nostre serate.
Allora il primogenito si metteva in grande apprensione. Si alzava tutto
ingranchito dal sonno, coi calzoni raggrinzati sulle ginocchia pel lungo
star seduto, passeggiava barcollando fin in fondo alla stanza, e
sospirava:
-- Ma! Cosa sarà accaduto a quel ragazzo? Per lui il suo secondogenito
era sempre un ragazzo.
E noi, coll'insolenza della gioventù, facevamo a gara a suggerirgli una
serie di disgrazie infantili e burlesche:
-- Sarà rimasto sotto una carrozza.
-- L'avrà portato via lo spazzacamino nel sacco come i bimbi cattivi.
-- Avrà fatto i capricci, e la mamma l'avrà mandato a dormire senza cena.
Ridevamo un momento, poi ricadevamo nella solita monotonia, finchè non
accadeva un altro di quegli episodi profondamente insignificanti, che la
nostra allegria giovanile, priva di sfogo, afferrava al volo per farsene
argomento di spasso.
La massima parte ce li forniva l'eccentricità bonaria del nostro vecchio
capo di casa.
Era un uomo estremamente alto e dritto, forte, magro, col volto color
del legno di noce, e talmente rugoso che sembrava una collaretta
arroccettata. Portava una folta parrucca bionda, sebbene nessuno si
ricordasse d'averlo mai visto biondo. Egli stesso non ne aveva idea.
Quando gli domandavamo com'erano stati i suoi capelli, ci rifletteva un
pochino colla sua bontà condiscendente, poi rispondeva:
-- Così... come i tuoi.
E questa medesima risposta la dava ugualmente a me che avevo i capelli
neri, a mio fratello che li aveva biondi, a mia sorella che li aveva
d'un bel castano bronzato.
Del resto egli non metteva punto civetteria nel portare la parrucca. Non
aveva mai pensato che dovesse illudere alcuno. Era leale in quello come
in tutto; le dava semplicemente per una parrucca; nè più nè meno.
L'aveva adottata nei tempi trapassati remoti, al principio della sua
calvizie, per riparare il capo dal freddo, e l'aveva serbata sempre come
una parte indispensabile del suo vestiario.
Quando le giornate erano rigide egli scendeva dal letto assiderato, ed
affrettava la toeletta per trovarsi più presto nella sua poltrona
accanto al camino. Allora la parrucca presentava ogni sorta di novità
bizzarre. Ora aveva un orecchio in mezzo alla fronte, ora sopra un
occhio; alle volte era messa col davanti di dietro addirittura.
Poi quando il freddo aumentava, il riparo della parrucca non bastava
più; ci voleva anche una berretta di lana. Ma per sentire il beneficio
della lana sul cranio calvo, egli si metteva la berretta di sotto, giù
giù fin sulla fronte, sulla nuca, sugli orecchi; poi la parrucca
inalberata sopra, come Dio vuole, con un largo orlo di berretta che
sporgeva tutto in giro.
-- Babbo, un fenomeno! diceva mio fratello. Una capigliatura bionda
cresciuta sopra una berretta.
Potrei continuare per un volume a narrare così i piccoli svaghi delle
nostre sere; miseri svaghi, che si rassomigliavano tutti, e passavano
presto.
Ora ripenso a quelle sere coll'animo commosso; ne risento soltanto
l'atmosfera tepida della famiglia, la pace, l'intimità. L'immensa
lontananza a cui le ha respinte il tempo, non permette più di vederne le
ombre.
Dio, com'erano noiose quelle sere d'inverno! Sempre i due vecchi accanto
al fuoco; sempre lo stesso tavolino un po' più indietro, colla stessa
lampada, e le stesse zie cogli stessi lavori. Sempre mio fratello,
imbronciato di non poter uscire a fare il giovinotto, che tirava certi
sbadigli da destare un morto. Ed io e mia sorella, sempre occupate a
ricamare fiori improbabili ed animali mostruosi, con tutta la precisione
possibile, su qualche inezia elegante.
Ogni tanto esclamavamo:
-- Oh Dio! Sono appena le otto! Sono appena le otto e mezzo!
E cosí via, di mezz'ora in mezz'ora, finchè veniva un'intimazione
superiore del nonno, sempre impensierito del nostro bene, di smettere il
ricamo perchè ci affaticava gli occhi.
-- Ma non sappiamo cosa fare, si rispondeva noi.
-- Leggete.
-- Non abbiamo libri.
-- Leggete una commedia di Goldoni.
Il nostro caro capo di casa era un uomo positivo. Si occupava, o
piuttosto s'era occupato di fisica, di chimica, di scienze esatte. Non
amava le vaporosità sentimentali; abborriva i romanzi.
Una volta un suo lontano parente povero, ch'egli colla sua grande bontà
manteneva a Torino per gli studi universitari, ebbe l'idea di scrivere
un romanzo, e trovò un editore che lo stampò, forse in penitenza de'
suoi peccati.
A titolo di riconoscenza il giovine autore dedicò quell'opera al suo
benefattore, e gliene spedí una copia.
È l'unica volta che mi ricordo d'aver visto in collera quell'uomo, che
era l'incarnazione della indulgenza, della mitezza. Non lesse una
parola; non guardò neppure il titolo. Prese il romanzo colle molle (le
compagne e la distrazione costante delle sue serate) lo mise sul fuoco;
e finchè lo vide interamente bruciato picchiò i tizzoni con maggiore
accanimento del solito. E da quel giorno soppresse la pensione al suo
parente.
-- Non voglio il rimorso d'aver fomentati i suoi cattivi istinti, diceva.
Quando non avrà denaro in tasca, sarà obbligato a lavorare, ed il lavoro
gli rimetterà la testa a posto.
Con queste idee, è facile immaginarsi come fosse fornita la nostra
libreria quanto a letture amene.
Oltre una serie infinita di opere scientifiche, c'erano il teatro di
Goldoni e quello di Alfieri.
Goldoni era il solo autore letterario che avesse trovato grazia agli
occhi del nostro capo di casa.
«Quello era vero; mostrava la vita com'era realmente; non inventava
passioni esagerate; ritraeva uomini e donne in carne ed ossa come noi,
colle nostre virtù ed i nostri vizii, e senza fantasticaggini, senza
esaltazioni. Quelli erano libri che facevano buon sangue, rasserenavano
lo spirito, e non guastavano la testa alla gioventù.
Più tardi aveva comperato il teatro d'Alfieri, sperando di trovarci le
stesse qualità. Ma era stato un gran disinganno. Quegli eroi
cattedratici, quelle passioni frementi, quelle tirate retoriche lo
avevano esasperato.
«Egli non aveva mai conosciuto nessuno, in ottantun'anni di vita, che
parlasse a quel modo. Quegli uomini e quelle donne sempre furibondi, che
ammazzavano e si facevano ammazzare come se si fossero fatto strappare
un dente, che vivevano sempre nelle nubi, gli parevano matti; gli davano
le vertigini.
Appena noi ragazze eravamo tornate di collegio aveva messo l'Alfieri
sotto chiave.
-- Se leggono questa roba, addio lista del bucato, diceva; addio note
della spesa; addio testa! Si mettono in mente di sposare un eroe e non
si maritano più.
Rimaneva il Goldoni. L'autore positivo e vero delle scene casalinghe,
dai pettegolezzi borghesi, dagli amori tranquilli. Ed ogni volta che
sentiva il bisogno di darci una distrazione per quelle benedette sere
d'inverno, era sempre il suo ritornello:
-- Leggete una commedia di Goldoni.
Le avevamo lette tutte, rilette, ri-rilette; le sapevamo a memoria, le
avevamo talmente negli orecchi, che per gioco i miei fratelli ed io
parlavamo qualche volta per ore intere in versi martelliani (che le nove
Muse ce li perdonino!) ma le sillabe e le rime tornavano sempre.
Se in quella noia profonda ci fossero capitati dei libri di racconti, in
cui non si fossero narrate passioni da romanzo per far infuriare il capo
di casa vecchio, e che avessero ritratta qualche scena amena e
commovente per divertire i giovani, sarebbero stati una benedizione.
Si sarebbe letta una novella ogni sera, ci si sarebbe conversato sopra
un quarto d'ora senza misericordia pel povero autore, e sarebbe venuta
l'ora di coricarsi; ed allora si sarebbe finito per dire:
-- Malgrado tutto, ci ha fatto passare la sera, però.
Ed in vista di questo gli si sarebbero perdonati i suoi difetti, e
l'indomani si sarebbe fatto ancora buon viso al libro, ed ancora, ed
ancora finchè si fosse giunti all'ultima pagina.
Dopo si sarebbe dimenticato; pazienza; questa è la sorte comune dei
libri che non hanno altro scopo fuorchè il diletto; ottenuto lo scopo il
mezzo non serve più.
Ma più tardi, giungendo fra noi un altro volume dello stesso autore,
avrebbe trovata la stessa accoglienza.
Di gente che passa la sera come la passavamo noi, ce n'è un numero
sterminato. Sono le famiglie modello che stanno riunite, che si amano,
che s'annoiano insieme; quelle che hanno inspirata la poesia del
focolare. Poi c'è un altro numero sterminato di famiglie, in cui il
babbo è fuori da un lato, i fratelli dall'altro, e le signore passano la
sera in casa tra loro. Poi vi sono le altre in cui la mamma è ancora
giovine o crede di esserlo, e va a teatro, va in società; e le signorine
che non debbono assistere alla commedia, non debbono vedere le
ballerine, non debbono udire una quantità di cose in conversazione,
rimangono sole a casa. Oppure è tutta la parte giovine della famiglia
che esce e si diverte; ed una nonna, una zia, una vecchia parente, ha
dinanzi la prospettiva d'una lunga serata tra il caldanino e la lampada.
Queste persone solitarie ed annoiate, in quelle ore di solitudine e di
noia, sono disposte all'indulgenza, come eravamo io ed i miei fratelli
nelle nostre serate di famiglia. Ed è a loro ch'io raccomando i miei
poveri raccontini, implorando per essi quell'accoglienza ch'io avrei
fatta ai raccontini di chi allora avesse avuto il pensiero pietoso di
scriverli per me.
TESTE ALATE
I.
Nell'autunno del 1869 mi trovavo a villeggiare ad Intra sul lago
Maggiore.
In una gita ad Arona, fra le solite figure straniere che sembrano darsi
convegno da tutti i paesi d'Europa sul ponte di quel battello a vapore,
avevo incontrato un giovinotto lombardo, col quale avevo stretta
relazione.
Io andavo poi regolarmente due volte ogni settimana ad Arona, e
nell'andare o nel venire mi trovavo sempre con quel giovine.
Gli altri passeggeri si vedevano una volta, due, poi scomparivano. Erano
sempre figure nuove, quasi sempre figure ignote. Noi soli tornavamo
ancora ed ancora.
Quel giovine non era facile ad entrare in discorso. Ma una volta
entrato, era piacevolissimo, e qualche volta s'abbandonava ad
un'allegria clamorosa. Ma bisognava che altri lo eccitasse. Sembrava una
di quelle macchine che, appena montate, vanno, vanno con una celerità
sorprendente; ma se le vediamo ferme, non possiamo persuaderci che
quegli ammassi di ordigni muti ed inerti abbiano in sè la facoltà di
tanto rumore, di tanto movimento.
Non dirò che provassi pel mio compagno di viaggio nè una misteriosa
attrazione, nè quella curiosità, quell'interessamento irresistibili che
si trovano soltanto nei romanzi. Fu la circostanza dei nostri frequenti
incontri che fece nascere tra noi una relazione superficiale, la quale
si andò facendo man mano meno cerimoniosa, più franca, più espansiva,
più confidenziale, e finì col diventare una sincera ed affettuosa
amicizia. Tutto questo nello spazio di un mese. Ma eravamo giovani tutti
e due, ed alla nostra età le amicizie si fanno presto.
Conoscendo intimamente Gustavo, mi accorsi che, sebbene il fondo del suo
carattere fosse gioviale, il suo stato abituale, in quel momento almeno,
era triste ed impensierito. Però non cercai di provocare le sue
confidenze con domande indiscrete; c'è una così lieve sfumatura tra
l'interessamento e la curiosità!
-- Se un giorno sentirà il bisogno di dirmi i suoi crucci, li accoglierò
con cuore d'amico, pensavo. Se vorrà serbarli per sè, rispetterò il suo
segreto.
Intanto cercavo, per quanto era in mio potere di mantenerlo divertito.
Ogni mattina gli facevo un programma per passare la giornata: erano gite
sul lago, pranzi alle isole, partite di pesca, escursioni sui monti,
visite alle fabbriche di tela, di carta, di vetro, ecc.
Una mattina mi parve più mesto del solito.
-- Cosa facciamo oggi? gli domandai.
-- Quello che vuoi, mi rispose, purchè siamo soli.
-- Prendiamo un canotto, e facciamo un viaggio d'esplorazione sul lago,
in cerca di un luogo pittoresco per pranzare insieme?
-- Io preferirei una gita su qualche monte. In barca si rimane così
inerti che si cade in malinconia. Ho già tanta tristezza nell'anima; ho
bisogno di movimento per distrarmene un poco.
Era la prima volta che alludeva alla sua tristezza. Ebbi la delicatezza
di non rispondere a quella mezza confidenza, per non mostrare d'esserne
stato all'agguato.
Gli proposi di andare a Premeno. Egli accettò, e mezz'ora dopo salivamo
una stradetta di montagna, erta, tortuosa, pittoresca.
Camminavamo da quasi due ore, quando il cielo cominciò ad annuvolarsi;
minacciava un temporale.
-- Guarda, Carlo, mi disse Gustavo additandomi una nuvoletta scura, non
ti pare che quella nuvola abbia la forma di due teste di angeli?
-- Ma che! Mi sembra piuttosto che raffiguri un cane accovacciato.
-- Ah! Lo sapevo, sai, che tu non l'avresti veduta come me! E disse
queste parole con accento addolorato.
Non capivo perchè desse tanto peso a quella sciocchezza, e gli risposi
meravigliato:
-- Ti dispiace tanto che io non veda due teste d'angeli! Via, ci metterò
un po' di buona volontà. Già, nelle forme vaghe delle nuvole si vede
quel che si vuole.
-- No. Lo sapevo già che tu non avresti veduto come me. È una mia
visione, eterna, crucciosa. Vedo dovunque delle teste alate. È il mio
incubo.
-- È un bell'incubo. Dicono che Iddio si circondi di angeli per abbellire
il Paradiso, e tu che hai la fortuna di vederne in -hac lagrymarum
valle-, te ne lagni?
Gustavo chinò il capo sul petto, e stette zitto un pezzo, come
discutendo qualche cosa di grave tra sè e sè. Ad un tratto si fermò, mi
prese le mani, e mi disse con voce commossa:
-- Senti, Carlo. Questa storia delle teste alate, che ti sembra certo una
puerilità, è il segreto della mia malinconia, delle mie incertezze. È il
cruccio della mia vita. E mi pesa, e vorrei parlarne con te. Tu mi sei
amico, mi vuoi bene. Ti dirò tutto, quello ch'è passato e quello che mi
tormenta ancora; e tu mi darai il consiglio ed il coraggio di cui ho
bisogno. Lo vuoi, Carlo?
Non so dire che slancio d'affetto, e che senso d'immensa pietà mi si
destassero in cuore per quella sventura misteriosa e grande. Se avessi
secondato il primo impulso, mi sarei stretto Gustavo al cuore, avrei
pianto con lui. Ma per quello sciocco riserbo che ci fa arrossire de'
nostri sentimenti migliori, e ne imbriglia le manifestazioni, mi limitai
a stringergli le mani, e gli dissi con calore:
-- Con tutto il cuore Gustavo, con tutto il cuore.
Egli mi prese il braccio, continuò a salire, e lasciandosi dietro
Premeno, mi trasse sopra un'altura in un piccolo spianato sassoso e
disuguale, che si chiama col nome pomposo di -Piazza Garibaldi-. Vi
trovammo alcune panche e delle tavole di sasso. Sedemmo sotto una specie
di grondaia per ripararci dalla pioggia che cominciava a cadere. Gustavo
prese alcuni sassolini sulla tavola che aveva dinanzi, li agitò un poco
in silenzio, poi prese a parlare rapidamente, sempre baloccandosi con
quei sassi per darsi un'aria disinvolta, mentre invece la sua voce
tradiva l'agitazione dell'animo.
II.
-- Tre anni sono, disse, ero un giovinotto allegro, pieno di vita,
affettuoso, noncurante del domani, amante del lavoro, appassionato per
la mia arte, nella quale mi sentivo capace di riescire a qualche cosa.
-- Bada alla tua modestia, Gustavo. La farai arrossire.
-- No; lasciami dire quel tanto di buono che ho avuto; ne avrò bisogno
per farmi perdonare il tanto male che mi resta a dirti.
Poi soggiunse con un sorriso penoso come una lacrima:
-- Parlo di un morto. Il Gustavo d'allora non esiste più.
E continuò a rimovere vivamente quel pugno di sassolini, a gettarli in
alto ed a riprenderli, finchè l'intenerimento che gli aveva fatta
oscillare la voce nelle ultime parole fu dominato. Allora riprese senza
alzare lo sguardo:
-- Una mattina giravo per Milano cercando alloggio. Passando in via
dell'-Unione-, vidi ad una porta un -appigionasi-, ed entrai.
«È al secondo piano, l'uscio a destra,» mi disse la portinaia.
-- Salii. La serva che venne ad aprire m'introdusse in un salotto, e mi
lasciò dicendo:
«S'accomodi. La signora verrà a momenti.
-- La prima cosa che vidi fu un cavalletto, su cui stava una tela finita,
rappresentante due teste alate. Ma non erano teste di puttini. Erano due
belle teste di donna, piene d'espressione e di vita. Una, pallida, con
una ricchezza di capelli, di ciglia e di sopracciglia d'un bel castano
chiaro e due grandi occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica
e dolce. L'altra sembrava piuttosto la testa d'un'amazzone che quella di
un angelo. Capelli nerissimi, occhi neri scintillanti, profilo greco,
bocca stretta e severa, carnagione bruna, colorita, attraente.
-- Erano due belle teste ed era un bel lavoro. Stavo assorto in quella
contemplazione che mi appassionava come uomo e come artista, quando udii
aprire l'uscio del salotto, ed una voce lieve lieve mi disse:
«È il signore che desidera di vedere il quartierino da affittare?
-- Mi voltai a quella simpatica voce di donna; ma invece di risponderle,
misi un'esclamazione di meraviglia.
-- La signora che mi aveva parlato era l'originale della testa alata,
dagli occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce.
-- Ella comprese la causa del mio stupore, e mi disse:
«Ha osservato quel lavoro, nevvero? Deve trovarmi vana assai per essermi
ritratta così. Ma veda: non ho che una parente al mondo, una sorella che
mi è tanto cara. E viviamo lontane, lontane. Quando ho cominciato questo
quadro destinato a lei, mi venne naturale di ritrarre il suo bel volto;
e poi non ho potuto rassegnarmi e mettergli là accanto una testa
qualunque, ideale o vera, ma indifferente. Ci voleva la testa di
qualcuno che l'amasse, e ci ho posta la mia.
-- Ella aveva cessato di parlare, ed io non pensavo a risponderle ed
ascoltavo sempre, e quella voce lieve lieve vibrava ancora nell'aria
intorno a me. Era lei l'originale del quadro; l'aveva dipinto lei! Era
giovine; era bella di quella bellezza sofferente che interessa ed
affascina; era artista come me.
-- Trovai superbe quelle camere che dovevano farmi vivere accanto a lei;
e mi affrettai ad impadronirmene.
-- La mia padrona di casa era una signorina. Si chiamava Clelia Moris, ed
aveva ventiquattro anni. Era una natura eletta, aristocratica, delicata,
fatta per vivere in un ambiente di poesia; le cure materiali
dell'esistenza la urtavano penosamente. Quando le domandai il prezzo del
mio nuovo alloggio, me lo disse rapidamente, senza guardarmi, a bassa
voce, ed arrossì fin sulla fronte. Quando la sera, appena installato in
casa sua, le posi dinanzi il denaro, ella arrossì ancora di più; cercò
di profferire un -grazie- che le rimase fra i denti; tenne sempre gli
occhi fissi sul lavoro, si diede a cucire con una rapidità febbrile, e
lasciò il denaro sulla tavola senza osare nè di ritirarlo, nè di
guardarlo.
-- Al confronto di quell'estrema delicatezza, io che senza essere nè
cupido, nè avaro, non avevo mai avuta l'idea di trovarmi umiliato per
rapporti di denaro con chicchessia, mi sentii compreso da tanta
inferiorità, che non osavo quasi più parlare, e sostenevo male la
conversazione con frasi scucite, alle quali Clelia rispondeva con
monosillabi, senza alzar gli occhi. Compresi che quel denaro posto là
tra me e lei sul tavolino era la causa della sua confusione e mi
ritirai.
-- Il mio cuore d'artista, che s'era conservato entusiasta e buono
malgrado la vita burrascosa d'un giovine affatto libero, era fatto per
apprezzare le cose belle, per amarle con passione.
-- Così non mi feci neppur un momento l'illusione di rimanere con quella
fanciulla nei prosaici rapporti di padrona di casa ed inquilino, e
nemmeno in quelli paradossali dell'amicizia. L'amore non mi venne
addosso inavvertito. Da quel primo giorno, da quella prima ora, sentii
che avrei amata Clelia con tutto l'ardore di cui era capace il mio
cuore. Ma non pensai menomamente di fuggire, di sottrarmi a quel
fascino: lo guardavo venire con delizia, come si guarda in aprile
rinverdir la natura, gonfiarsi le gemme, sbocciare le rose.
-- Quando rividi Clelia il giorno dopo, non le parlai più di pigione, di
denaro. Discorremmo d'arte, di libri, di teatri, di amici lontani, di
noi, di tutto. Ed allora non fu punto impacciata; le parole non le
morivano fra i denti come la sera innanzi; parlava con entusiasmo, e mi
guardava negli occhi senza sfrontatezza, ma con un'espressione di
curiosità e di simpatia.
-- Così passarono dieci giorni. Dieci giorni così belli, così
inebbrianti, che darei tutto il sangue delle mie vene per farli
rivivere. Amavo quella fanciulla come un pazzo; e sentivo il bisogno di
dirglielo, di dirlo a tutti, di gridarlo sui tetti. E tuttavia la sapevo
così delicata, che temevo d'offenderla. Esitai due giorni ancora. Ma la
passione, la speranza, la gioia mi gonfiavano talmente il cuore, che mi
pareva dovesse scoppiare. Tremavo da un momento all'altro di non sapermi
frenare, di saltarle al collo e di coprirla di baci, senz'altro
preavviso a costo di farmi scacciare come un malcreato. Non potevo più
vivere così. Bisognava che ella mi amasse, o che me ne andassi per non
vederla mai più.
-- Una sera stavo seduto accanto a lei che lavorava. Frenai i miei impeti
entusiastici, e cercai di fare la mia dichiarazione un po'
indirettamente ed accartocciata, come si usa fra persone ammodo.
«Lei non ha altra affezione al mondo che per sua sorella, signora
Clelia? le domandai.
«Perchè me lo domanda?
-- Ella mi diede questa risposta continuando a lavorare, tranquilla,
senza il menomo imbarazzo. Mi parve molto fredda. Provai nel cuore un
senso di delusione penoso, e tra l'amore e lo sdegno, tutti i miei
propositi di convenienza sfumarono; me le accostai all'orecchio fin
quasi a toccarlo colle labbra, e con tutta la passione che mi sentivo
nel cuore, le dissi:
«Perchè vi amo, Clelia. Vi amo!
-- M'aspettavo un'esplosione di sdegno. Ero spaventato dalle mie stesse
parole. Ma ella si voltò lentamente, e guardandomi in volto coi suoi
grandi occhi limpidi, mi rispose:
«Lo so bene che mi amate, Gustavo.
-- Rimasi istupidito. Era la schiettezza dell'innocenza, o era un
artificio di civetteria? Quella pace, quella sicurezza, volevano dire
che mi amava, o che si prendeva gioco di me? Volli saperlo, e col cuore
tremante le domandai:
«Lo sapete, e non ne siete offesa?
-- Ella depose il lavoro, e senza precipitazione, colla calma d'una vera
beatitudine mi guardò a lungo e mi disse:
«Non posso esserne offesa, perchè anch'io vi amo.
«Voi mi amate, Clelia? Oh non avrei mai osato crederlo!
«Osatelo, Gustavo. Osatelo perchè siete un bravo giovine.
-- E mi prese il capo colle sue mani bianche, e senza agitarsi, senza
arrossire, mi baciò sulla fronte. Ricevetti quel bacio in ginocchio, a
capo chino, senza ricambiarlo, in un religioso raccoglimento, come si
riceve una benedizione.
-- Vivemmo otto mesi così. Otto mesi di incantevole ebbrezza, amandoci
con tutto l'ardore dei mortali, con tutta la purezza degli angeli.
-- Clelia aveva in casa una serva che l'aveva veduta nascere; una di
quelle donne che invecchiano nella famiglia del primo padrone, ci si
affezionano come se fosse la famiglia loro e ne dividono eroicamente
quando occorra, le disgrazie, i sacrifici, le privazioni, senza
immaginarsi nemmeno per ombra il proprio eroismo.
-- Da quel giorno ogni volta ch'io sonavo alla porta di Clelia, la
vecchia Rosa, dopo avermi introdotto, sedeva anch'essa nel salotto, a
qualche distanza da noi, e lavorando in silenzio, assisteva a tutte le
mie lunghe visite. Era un po' sorda, e le nostre parole le sfuggivano;
ma non eravamo soli.
-- Ci eravamo fidanzati tra noi, da cuore a cuore; ed io lavoravo
assiduamente ad un quadro che dovevo mettere all'Esposizione di Firenze,
e col quale speravo di farmi conoscere per guadagnarmi una situazione da
dividere con Clelia. Quando le dissi questi particolari che non mi
permettevano di sposarla subito, mi rispose senza vergognarsi:
«Io pure sono povera, Gustavo. Non vi porterò altra dote che il mio
amore.
-- Del resto non seppi mai nulla riguardo ai suoi interessi. Evitava di
parlarne; credo che soffrisse delle privazioni, ma non me le disse mai.
Cercai più volte di farmi raccontare di quella sorella lontana, ma ella
mi rispose vagamente, e finì col dirmi:
«Perchè cercate di indagare i miei interessi di famiglia? Dubitate di
me, Gustavo? Mia sorella è maritata, ed è onestissima.
-- Io non dubitavo di lei, e non domandai più nulla, e non pensai che ad
esser felice.
-- Una sola cosa mi tormentava durante quegli otto mesi così belli: la
salute di Clelia. Non era precisamente inferma, ma era tanto gracile e
delicatina, che un nulla la faceva ammalare. Parecchie volte al giorno
prendeva un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, ed aveva sempre la
tosse. Ma io pensavo: «Non è più tanto giovine, la tisi è la malattia
delle giovinette.» E scacciavo le idee tristi guardando la serenità dei
suoi begli occhi.
-- Sul principio della nostra relazione, uscendo di casa, una sera
incontrai alcuni amici, che m'invitarono ad una cena. Dopo la cena, si
fece un po' di chiasso, e rimasi fuori tutta la notte.
-- La mattina, quando andai da Clelia, fui spaventato al vedere quanto
male le aveva fatto quella mia scappata. Era pallida, abbattuta, cogli
occhi gonfi di pianto; sembrava che uscisse da una malattia. Non mi fece
alcun rimprovero. Ma la sua sofferenza mi fu un rimprovero crudele.
D'allora rientrai più presto la sera, la circondai di affettuose
assiduità, ma per parecchi giorni le durò una febbricciatola che mi
rodeva la coscienza.
-- Ogni volta che nasceva tra noi una di quelle piccole questioni da
innamorati, che sono tanto belle per la pace che le segue poi, Clelia ne
aveva la febbre.
-- Più volte, solo nella mia stanza, piangevo di rabbia pensando a quel
che potrebbe accadere. Avrei voluto parlarne alla vecchia Rosa; ma non
mi aveva più perdonato quella notte passata fuori, che aveva fatto
soffrir tanto la sua padrona; e non mi badava più. E poi col suo udito,
non era possibile discorrere in segreto con lei.
-- Un giorno condussi a casa un amico medico, pregandolo di osservare
attentamente la mia fidanzata, senza farsi scorgere. Glielo presentai e
lo feci rimanere tutta la serata con noi.
-- Quando uscii ad accompagnarlo mi disse che non osava dare un giudizio
senza avere visitata l'ammalata, ma aveva tutta -la veste- della tisi.
Forse potrebbe ancora vivere a lungo; ma la menoma scossa, la menoma
sofferenza fisica o morale potrebbe esserle fatale...
-- Ebbi alcuni giorni di profondo sconforto. Ma Clelia era così serena,
cosí felice; mi parlava sempre del nostro avvenire, ci credeva tanto,
che tornai a crederci anch'io.
-- Infine quel medico non l'aveva oscultata. Chi sa? Forse s'era
ingannato sulla natura del male. Appena Clelia sarebbe mia, la condurrei
a Napoli, a Madera, la farei vivere in una pineta, dove i polmoni
delicati si riconfortano; ne avrei tanta cura, la renderei tanto felice,
che non soffrirebbe più...
-- Intanto il mio quadro era finito ed era tempo d'andarlo ad esporre.
Dovevo separarmi per poco da Clelia. Ci scambiammo le solite promesse e
raccomandazioni.
«Scrivimi, sai, mi diceva, non tenermi in pena, non darmi crucci, te ne
prego. Io sono come quelle povere pianticine esotiche che si conservano
belle e profumate, finchè sono tenute in un dato ambiente, con quelle
date cure; ma un soffio d'aria, una goccia d'acqua più o meno, bastano a
farle morire.
-- Io promisi, di cuore, di gran cuore, perchè l'amavo più della mia
vita, e tremavo per la sua. E partii.
III.
-- Avevo venticinque anni. Mi sentivo pieno di vita e di speranza.
Partivo lasciandomi dietro la dolcezza dell'amore, per andare incontro
alla dolcezza della gloria.
-- Clelia sembrava rinverdita colla primavera; da qualche tempo stava
bene, ed era evidente che quel medico s'era ingannato.
-- Ero contento di me, del mondo, di tutti. Quegli otto mesi di amore
virtuoso, di vita casalinga, mi avevano ritemprata la salute. Il sangue
mi scorreva caldo e robusto nelle vene. La natura mi rifulgeva intorno
splendida e giovine come nel giorno della creazione. Ed io pure ero
giovine e felice come Adamo. Ma per me pure c'era un frutto proibito; ed
io pure trovai l'Eva che me lo porse.
-- La incontrai nel breve tragitto di mare tra Genova e Livorno, quella
Eva francese col viso dipinto di bianco o di roseo, e gli occhi dipinti
di nero, e le labbra dipinte di rosso. Ho sempre avuto un profondo
disprezzo per le donne imbellettate. Ma pur troppo vi sono delle ore
maledette nella vita, in cui la materia vince l'anima, ed allora si
accoglie volentieri una donna che si disprezza, perchè i suoi favori si
ottengono facilmente. Quella straniera bionda fece due terzi della
strada per avvicinarsi a me. Nelle disposizioni in cui mi trovavo, -lo
spirito è pronto, ma la carne è debole-: ed io non mi feci pregare per
fare l'altro terzo.
-- Avevo promesso a Clelia di scriverle da Livorno la prima lettera. Ma
quando presi la penna per scrivere a lei che stimavo tanto, alla mia
sposa, in una camera profanata dalla presenza di quell'avventuriera,
sentii una profonda vergogna di me, e per non mentire non scrissi nulla.
L'amavo con tutta l'anima ma le ero infedele; cosa avrei potuto dirle in
quell'ora che non ripugnasse alla mia coscienza?
-- Pensai che quella relazione avventurosa sarebbe presto troncata; che
quella donna se ne sarebbe andata, e quando mi fossi sentito ancora
degno dell'amore di Clelia, le avrei scritto.
-- Il mio quadro piacque, e fu comperato da un signore americano che lo
pagò bene. Questa circostanza aumentò visibilmente la tenerezza della
signora francese per me, ma diminuí d'altrettanto la mia.
-- Alle emozioni nobili dell'arte, era strettamente legata ogni memoria
del mio cuore. Mi svegliai da quella specie di delirio, che mi aveva
tenuto unito per tre settimane ad una creatura indegna di occupare
un'ora della vita d'un galantuomo.
-- Pensai con angoscia a Clelia. Povera gioia! Erano tre lunghe settimane
che l'avevo lasciata, e non le avevo scritto una parola. Mi rammentai
con indicibile spavento la sua estrema sensibilità, la sua salute
delicata. «Se l'avessi fatta ammalare? Mio Dio!»
-- Forse m'aveva scritto?
-- Corsi alla posta. Vi trovai infatti due lettere ferme in posta, perchè
non le avevo mandato il mio indirizzo. Una aveva la data di pochi giorni
dopo la mia partenza. Clelia era già inquietissima del mio silenzio; mi
pregava di scriverle; era tormentata da presentimenti dolorosi e strani.
Quelle fibre tanto delicate e nervose, presentono vagamente il male che
noi facciamo loro, mentre noi, nature meno squisite, lo comprendiamo
appena quando ne vediamo le conseguenze irreparabili.
-- L'altra lettera era scritta soltanto da quattro giorni. Erano poche
parole. Clelia era ammalata; l'agitazione, l'incertezza in cui l'avevo
lasciata, avevano abbattute le sue poche forze. Le era tornata la
febbre, e si sentiva debolissima. Ma aveva sempre fede in me. E mi
pregava di tornare, di tornar subito, se non volevo che morisse di
cruccio.
-- Lacrime di vero cordoglio, di rimorso, di vergogna, mi bagnarono gli
occhi, mi gonfiarono il cuore.
-- La sera stessa lasciai quella donna malaugurata, e partii.
-- Ma quella lettera era giunta da quattro giorni. Erano cinque giorni
che Clelia l'aveva scritta, ed io giunsi a Milano dopo due altri giorni.
Mio Dio! Cosa poteva essere accaduto in quel tempo?
-- Quando sonai alla porta di Clelia il cuore mi batteva da spezzarmi il
petto. La serva mi disse con amarezza:
«Ben presto l'avrà uccisa del tutto, sarà contento.
-- Sentii che meritavo quel rimprovero, e la seguii senza risponderle a
capo chino, cogli occhi gonfi di lacrime.
-- Quando stavo per entrare nella camera di Clelia, Rosa mi disse ancora:
«Ed ora vorrebbe comparirle dinanzi così, come una bomba, per farla
morire sul colpo? Il medico ha raccomandato di non darle emozioni.
-- Mi fermai, ed essa entrò. Ma un minuto dopo udii una voce piena di
dolore, d'amore, di pianto, esclamare:
«Gustavo! Oh vieni Gustavo!
-- Mi precipitai nella camera, caddi in ginocchio accanto alla poltrona
di Clelia, mi premetti sul volto le mani che ella mi stendeva in segno
di perdono, e piansi, singhiozzai come un disperato. Ed essa, povera
gioia, mi copriva il capo di baci e di lacrime, senza un rimprovero,
senza un lamento.
-- Quando cercai di accusarmi, di domandarle perdono, mi chiuse la bocca
colla mano e mi disse:
«Stai zitto, Gustavo. Non parlar del passato. È stato un brutto sogno;
dimentichiamolo. Ti perdono tutto, sai. Ora non pensiamo che ad amarci,
ed esser felici. Forse potremo esserlo per poco.
-- Io piangevo, piangevo, e dal fondo del cuore offrivo a Dio la mia vita
in cambio della sua.
-- Tuttavia mi sembrava che Clelia si esagerasse il suo male. Era
magrissima è vero; ed aveva la voce debole. Ma non era a letto, ed il
suo volto animato della gioia non aveva l'aspetto d'un volto di persona
gravemente ammalata. Ed io pensavo ancora che l'avrei fatta guarire a
forza di cure e d'amore; che l'avrei resa felice, che l'avrei sposata
subito, anche il domani, e l'avrei portata a Viareggio, e l'avrei
condotta ogni giorno nella pineta. Oh Dio! Si può forse morire quando si
ama e si è amati così?
-- Passai il resto della giornata accanto a lei. Ogni tanto tossiva,
tossiva a lungo da rimanerne quasi soffocata. Ed io soffrivo, avrei dati
dei pugni contro il cielo. Ma poi quell'accesso passava; Clelia
riprendeva a discorrere del nostro avvenire; era serena, felice. Ed io
pensavo che la tosse della tisi è breve, asciutta. Che quella tosse
violenta non poteva essere che un'infreddatura. Non conoscevo quella
malattia inesorabile se non dai romanzi, e mi facevo illusione.
-- La sera quando Clelia mi congedò per coricarsi, la pregai di lasciarmi
rientrare più tardi, per vegliarla durante la notte. Ella me lo permise.
-- Quando fu a letto, tornai infatti nella sua camera.
«È quasi inutile che tu stia alzato, mi disse. Mi sento bene. Il tuo
ritorno mi ha guarita. Ti lascio star qui perchè abbiamo tante cose da
dirci, e poi Rosa ha bisogno di dormire, ha tanto vegliato le notti
scorse.
-- Rosa se ne andò; la udimmo chiudere gli usci, e ritirarsi nella sua
stanza. Io rimasi solo accanto al letto di Clelia, più bella, più
serena, più amante che mai.
-- Io pure non avevo mai sentito d'amarla tanto come quella sera.
Comprendevo tutti i miei torti, avevo tanto da farmi perdonare! Ed ella,
povero angelo, aveva tanto sofferto, aveva tanto bisogno di conforto...
-- Cercammo il perdono, l'obblìo, il conforto nel nostro amore. Quella
notte fummo sposi davanti a Dio. Ma la mattina quando mi risvegliai
accanto a Clelia, ella non aveva più che un soffio di vita. Il mio
disgraziato amore l'aveva uccisa.
. . . . . . . . . .
A questo punto del suo racconto Gustavo aveva la voce commossa,
strozzata dal pianto. Agitava furiosamente i sassolini, li prendeva in
mano e li respingeva con rabbia, mentre le lacrime gli gonfiavano gli
occhi e cadevano sulla tavola di sasso.
Io non cercai di consolarlo. Rispettai il suo dolore, e rimanemmo
entrambi in silenzio. Finalmente scosse il capo, si asciugò
coraggiosamente le lacrime, come per dire:
«Non me ne vergogno,» e riprese il suo racconto.
IV.
-- Due giorni dopo Clelia era morta. Fuggii da quella casa colla
disperazione nell'anima. Presi alloggio in una delle contrade più
deserte di Milano, e vissi là due mesi come un condannato, senza veder
nessuno, lavorando e piangendo.
-- L'arte mi era divenuta più cara; era l'unica passione che avessi avuta
comune con lei. Ed ormai i miei quadri si vendevano; andavo guadagnando
nome ed agiatezza, ora che non avevo più quella cara per cui avevo
desiderato l'uno e l'altra; ed in quell'isolamento il mio dolore si
andava facendo ogni giorno più intenso.
-- Poi vennero i soliti amici premurosi della salute di chi non sa più
che farne, e mi costrinsero a lasciar Milano, a viaggiare, a divagarmi.
«Al passato non c'era rimedio; quella poveretta era etica, già
condannata quando l'avevo conosciuta; cosa volevo fare sempre solo così!
Ero giovine, avevo un avvenire dinanzi a me, avevo altri doveri che di
piangere, ecc.»
-- Più per togliermi la noia, che non persuaso da quei discorsi, lasciai
Milano e viaggiai sei mesi, senza cercare tuttavia altra distrazione nè
altro conforto che il lavoro, al quale dava grande argomento la varietà
dei luoghi.
-- Tuttavia non potevo viaggiar sempre. Mi fermai a Torino, dove per un
anno feci la stessa vita solitaria che avevo fatta in viaggio.
-- Ma a poco a poco lo smercio de' miei quadri, le esposizioni, i critici
d'arte che parlavano di me nei giornali, mi obbligarono a rivedere
qualcuno. Finii per riprendere in una certa misura i rapporti colla
società.
-- O Carlo, arrossisco nel dirlo; ma anch'io parlavo, anch'io ridevo;
ridevo come gli altri. Quando pensavo a Clelia risentivo nel cuore tutto
il mio dolore, ma c'erano delle ore e delle ore in cui non ci pensavo.
Si dice tanto che la gioia è fugace. Ma e il dolore non lo è forse
altrettanto? Noi siamo deboli. Non sappiamo soffrire a lungo; siamo
incostanti in tutto. La costanza è una virtù superiore alla nostra
natura imperfetta.
-- Un giorno passando in via Nuova, vidi uscire da un negozio di guanti
una signora alta e bruna, vestita con eleganza.
-- Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per
nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista
di quella signora mi fece un'impressione strana. Mi parve che avesse in
sè qualche cosa della mia povera sposa; mi parve che quegli occhi
scintillanti mi parlassero di lei. Non le somigliava punto, eppure me la
ricordava. Mi pareva che quella signora ed io fossimo amici da un pezzo,
e che ella conoscesse tutti i miei dolori; e senza quasi volerlo, la
seguii.
-- Giunta in piazza Castello ella prese l'-omnibus- della via Po. Stavo
per salire io pure nell'-omnibus-, ma mi fermai. Mi pareva di commettere
un'infedeltà alla memoria di Clelia. E rimasi; e l'-omnibus- partì colla
bella signora.
-- Mi sentii contento di me, come quando si è fatta una buona azione o si
è vinta una mala tendenza.
-- Ma quando la fatalità ci si mette, tutti i nostri sforzi per
combatterla non riescono a nulla.
-- Pochi giorni dopo andai per sentire -Cause ed effetti- al teatro
Gerbino. Era la beneficiata della prima attrice Vittoria***. Quando
uscì, riconobbi la bella signora che avevo incontrata in -via Nuova-.
-- Mi dissero che quell'artista era molto ricca, molto spiritosa, molto
corteggiata, e molto onesta. Quella riputazione di onestà, che i
disillusi trovavano incredibile, e su cui facevano i più assurdi
commenti e le più rancide facezie, mi fece molto piacere. Non avrei
voluto che quella donna, che nel mio pensiero si associava all'immagine
di Clelia, fosse stata una delle solite donne da teatro; mi sarebbe
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