dell'osteria gridandogli:
--Muoviti, fannullone!
Rabbrividì lungamente dondolando il capo, poi s'avviò strisciando i
piedi nel fango o col dorso curvato, mentre il padrone gli veniva
dietro borbottando:
--E dire che ha sedici anni! Ho avuto fortuna con costui!
Quella mattina Pietro immergeva più lungamente il braccio nella
rigovernatura fumante. Quel calore gli faceva bene. Ma era lento,
lento: penava a muoversi, e le vene della fronte erano turgide come se
stessero per iscoppiare. Nel terzo secchio trovò un pezzo di
costoletta, e s'affrettò a cavar fuori la pezzuola umida ed a
rinvoltarcelo dentro: ma non fece in tempo a portarlo sotto il sedile:
udì la voce del padrone che veniva fuori coll'ortolano e ricacciò la
pezzuola e tutto nello sparato della camicia. I due uomini
s'accostarono al ciuco, ed esaminarono il tumore. I monelli, a forza
di tirargli la coda, l'avevano ridotto in quello stato.
--Non mi riesce di farlo suppurare per quanti impiastri ci metta,
disse l'ortolano impensierito dalla paura di perdere la bestia.
--Bisogna tagliarlo, suggerì l'allevatore di maiali.
--Sie? Chiamare il veterinario, che mi prenderà due lire!
--È sempre meglio che condurlo alla scuola dei veterinari, dove,
invece di curarle, le bestie malate le fanno morire con un'acquetta,
per guardarci dentro e studiare le malattie.
L'ortolano rimaneva impaurito dinanzi a quest'alternativa, e l'altro
riprese:
--Del resto si può fare anche senza del veterinario. Se aveste un
temperino....
Il padrone del ciuco entrò nell'osteria, e ne uscì con un cameriere in
abito nero e sparato bianco, che pareva un signore. Aveva anche un
temperino in mano, e sorrideva di quei due villani, e dell'asino, e
del male, e di tutto.
--Dov'è che si deve fare questa grande operazione? domandò con aria di
sprezzo, accostandosi al ciuco ed arricciando il naso, perchè la
botola delle spazzature aperta mandava un puzzo atroce.
I due contadini, un guattero, un carbonaio, alcuni garzoni delle
botteghe vicine, gli si fecero intorno curiosi.
--Ma piove, gridò il cameriere; non sentite che la pioggia bagna? E
diede uno spintone all'asino per cacciarlo più contro il muro e
mettersi lui al riparo sotto la grondaia mentre lo operava. Gli altri
non badavano a quella pioggerella minuta, e strinsero il cerchio per
veder a tagliare e ad uscire il sangue.
Pietro pure voleva vedere, e cercò di farsi posto; ma il suo padrone
lo cacciò via. Egli si mise a strascicarsi intorno, tentando di
rizzarsi sulle spalle degli altri; ma tutti lo respingevano, ed era
troppo piccolo per vedere stando dietro. Allora s'affrettò,
inciampando e dondolando, fino al suo carro, e salì in piedi a
cassetto. Era un po' lontano, ma era alto, e di là vedeva tutto.
Fremeva d'impazienza e di curiosità. Allungava il collo, protendeva la
testa enorme, e la sua facciona gialla, più gialla del solito, quasi
livida, sembrava animarsi in quell'eccitazione dell'aspettativa
feroce. Fissava gli occhi iniettati e lucenti sulle mani del
cameriere, sul dorso gonfio dell'asino, come assetato di sangue, come
se dovessero cavarlo alla bestia per darlo da bere a lui.
Rideva di un riso muto, colla bocca aperta e le labbra tese sui denti
grigi; rideva da far paura.
Il bel cameriere immerse il temperino nella pelle tumefatta, e lo
spinse forte innanzi, aprendo un largo taglio. Il sangue sprizzò, si
stese, fece una larga macchia rosseggiante sul dorso della povera
bestia, che tremò tutta ed alzò prodigiosamente il capo in uno spasimo
silenzioso. Alla vista del sangue il pellagroso, dall'alto del carro,
lasciò sfuggire una risata rauca e stonata, una risata da briaco o da
pazzo. Poi sciolse frettoloso la sua pezzuola bagnata, e morse
avidamente il pezzo di costoletta.
---Filet de boeuf- al madera! Servito! gli gridò sghignazzando un
guattero che usciva dall'osteria. Pietro alzò i pugni; ma l'altro
tornò a dire: «Ecco il madera!» E gli scaraventò nel viso un
rimasuglio di rigovernatura rimasta nel secchio.
Il pellagroso rivolse a lui la faccia grondante di quel luridume, coi
denti stretti, ed i pugni serrati e tremanti in atto minaccioso. Il
guattero continuò a ridere, ed a contraffarlo; e Pietro più
rabbiosamente gli scoteva contro i pugni irrigiditi, e si faceva più
rosso negli occhi e più livido nel viso. Poi cominciò a ridere, a
ridere forte con un suono opprimente di rantolo; e ad un tratto, coi
pugni alti e senza cessar di ridere, parve che si spingesse innanzi
come se si avventasse contro il guattero, e piombò dal carro.
Tutti gli corsero curiosamente intorno, abbandonando il ciuco che era
stato medicato e non divertiva più, Pietro si dibatteva ed ululava
sommesso, e dalla bocca gli usciva una schiuma bianca.
--È il -brutto male-, disse l'ortolano dal ciuco.
--È l'epilessia, corresse il cameriere elegante, ripulendo il
temperino nel grembiule del guattero.
--No; è la pellagra, disse il padrone di Pietro. Mi fa spesso questa
scena. Ora mi toccherà di metterlo sul carro come un morto, e per
tutto il giorno non lavorerà più.
E mentre, coll'aiuto dell'ortolano e del carbonaio, lo sollevava con
mal garbo, andava borbottando:
--E dire che ha sedici anni! Un bell'affare che ho fatto a pigliarmi
questo mangiapane!
Intanto l'asino, abbandonato a sè stesso, scosse lungamente il capo ed
il dorso indolorito; poi adocchiò il mucchio di frutta mézze e di
torsoli raccolti dal suo padrone sull'orlo della botola; allungò il
collo, allungò il muso, si spinse tutto innanzi tendendo la corda, che
scricchiolò sull'anello e parve vicina a spezzarsi, fiutò lungamente,
sfiorò col muso la provvista appetitosa, e riuscì ad afferrare colla
punta delle labbra un torso di cavolo.
Guardò il carro della rigovernatura che usciva lento e cigolando dal
cortile, ed a piedi del sedile, raggomitolato come un cencio, il solo
ragazzo che non gli aveva mai fatto alcun male, che non gli aveva mai
tirata la coda. Scosse le orecchie, poi addentò beatamente quel
torsolo bianco e succoso, vero cibo da ciuco malato, che non gli
sarebbe toccato di certo, se quel ragazzo, cadendo dal carro, non
avesse fatto accorrere l'ortolano lontano da' suoi averi. E, se mai
gli asini pensano, dovette pensare che la provvidenza è grande.
LE AFFITTACAMERE,
I.
La prima che conobbi diceva d'appartenere ad una famiglia patrizia.
Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto
essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che
sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l'affittacamere. Ad
ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla
madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva
d'una piccola pensione che le pagava il governo come figlia
d'impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano
fosse ancora sotto il governo austriaco.
Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di
sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che
avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la
manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano,
non si vedeva mai l'ombra. O erano morti, o non pensavano punto a
quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè,
nell'isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le
creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a'
suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia
indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.
La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non
dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni;
forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro,
colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che
traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i
capelli, altra volta biondi, ora d'un grigio giallognolo, e li
pettinava alla moda de' suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati
della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia
dentiera, dono d'una sua nobile parente, la quale non poteva più
servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa
di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d'uno degli interminabili
discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i
denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s'affrettava
con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca
chiusa, con un rumore d'ossame che dava i brividi. Aveva l'abitudine
di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva
la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una
caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili,
mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere,
metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo
aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla
bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!...» e doveva fuggire in camera a
togliersi la dentiera per poterla richiudere.
Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo
alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili,
avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere
che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai
se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe
stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo
quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto
l'anno.
Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del
tutto, nella quale l'unico fuoco che s'accendeva era la fiammella a
spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle
che affittava.
Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun
inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava
l'ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera,
faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e
lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva
affittare alle donne. Vergognosa com'era della sua povertà, viveva
affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo,
dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere
lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su
loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la
sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare
i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori,
pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A
quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata;
lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E
non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano
sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi
la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva
domandato: «Chi è quella bella -popola?-» Un'altra volta ci doveva
essere -un concorso a premio per le più belle gambe di Milano;- poi
era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a
lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello;
soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i
tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva
avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti
re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.
Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull'imbrunire, e
rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne
rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva,
a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a
spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel
boccone, si rinchiudeva durante un'ora e più, dicendo pomposamente:
«Vado a pranzo.»
Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del
quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun
partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i
legni senza lucido, le cornici scrostate, s'univano alla signora
Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una
scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito,
qualche pezzo d'argento Cristophle che ricordava l'incoronazione di
Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere
antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver
fatto cinquant'anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche
sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra
molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone,
qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi
la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo
che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in
diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali,
rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell'acciaio. Ma
il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro
macchiato, sul quale soltanto l'entusiasmo cieco della signora
Giuditta s'illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante
illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa.
Quel salotto, l'affittacamere lo metteva a disposizione de' suoi
pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e
quand'era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva
l'aria d'aver fatto una larghezza all'inquilino che aveva ricevuta la
visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.»
Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria
fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della
Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver
gente famosa in casa sua.
Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano
meglio delle altre, non le nominava mai.
La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di
rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo
un'assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per
salire a vederla.
--È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero
all'ospedale.
--Perchè all'ospedale? domandai.
--Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo
male, ed era rimasta sola.
--Ed i suoi parenti?
--È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo
che era morta per portar via i mobili.
--Non furono venduti pei funerali?
--Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad
abitare una delle sue camere mobigliate.
--Quale donnina?
--Non la conosceva? È la moglie d'un commesso viaggiatore, e, quando
il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla
signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l'unica che
andasse a prendere sue nuove all'ospedale....
Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera
vecchia non me ne aveva mai parlato.
Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche
variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile
somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro
quella magra industria rappresenta la fine d'una vita delusa; una
tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d'inedia,
quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.
Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono
dal popolo; per quelle la professione dell'affittacamere non è una
fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi
ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.
II.
La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua
padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa
era tornata in famiglia a deplorare co' suoi la spilorceria della
morta.
--Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno
qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite,
uscire senza farsi scorgere, e senza l'aiuto della cameriera non fanno
nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna
farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera
che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere
qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie
corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non
morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non
vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun
lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una
cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il
denaro; per noi se non capita una circostanza....
La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo
e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.
Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di
dir grazie, buoni da far legna per l'inverno, che una donna ricca
avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi
adagiò sopra le sue speranze.
--«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l'idea concepita ed
approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto
un punto di vista speciale.
--I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa
sarò io sola, suggeriva l'orgoglio della Teresa.
--Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si
dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà
una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname,
calcolava l'infingardaggine del marito.
--S'avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci
faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era
l'ideale delle ragazze.
E tutti d'accordo pensavano:
--Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a
tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di
cavarne partito.
Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano
l'affittacamere.
L'ideale della Teresa s'era avverato in parte. La faceva da padrona
dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano
lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era
stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove
c'era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una
vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza
di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei
pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione,
l'ingratitudine degli uomini....
Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a
forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano
il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa,
ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia;
ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e
passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri,
lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare
come un gatto domestico.
La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po' calva; le
mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d'un orecchio spaccato. Da
un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in
ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in
moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche
volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto.
Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla
pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni
mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in
quell'arnese, se s'imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere
di -partizioni-, di -scritture-, di -quartali-, d'impresari, di
soprani -pastosi-, di tenori che -baritoneggiano-, di -do di
petto-.... conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava.
Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in
casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla
sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:
--Ha avuto un -gran successo- a Lisbona. Ha fatto furore al Covent
Garden nella -Linda-. È -scritturato- a Bukarest con quaranta mila
lire per venticinque recite e la -beneficiata-....
--Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!
E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell'innominato che
chiamavano sempre -lui-, e l'Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come
se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a
narrare dei particolari gloriosi della carriera di -lui-: dame che se
n'erano innamorate, giovani dell'-alta aristocrazia- che avevano
staccati i cavalli dalla carrozza e l'avevano strascinata all'albergo,
serenate, doni di gran valore, versi.... Chiunque li avesse uditi
parlare con quella passione, con quell'entusiasmo, avrebbe creduto che
quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e
l'amore della famiglia.
Invece -lui- era stato l'amante dell'Ernesta; l'aveva trascinata con
sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte
ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato,
facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei
costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e
l'Ernesta era tornata a casa coll'orecchio fesso da uno schiaffo, che
le aveva fatto saltare l'orecchino da un capo all'altro del teatro.
E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo
stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non
aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva
mandato ogni sorta d'imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre
state rivolte alla moglie. Tutto l'odio dell'Ernesta e della sua
famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi
suoi denari, presto o tardi l'Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed
ora sarebbe moglie d'un grande artista, e ricca, ed in grado di
aiutare i suoi....»
La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di -lui-,
s'erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch'egli saliva
in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato
tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano
lusingate solo dall'idea che essi avevano avuto in casa il tenore
famoso, che l'Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora
delle lettere sue!
Intanto la figlia minore era cresciuta e s'era fatta una bella
giovane. A quindici anni, prima assai d'avere ben imparato il mestiere
di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre
scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.
Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia.
L'aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l'aveva creduta in
grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e
portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena
aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella,
e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia
dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze
mobiliate. Quei signori l'avevano vezzeggiata da bambina, e
corteggiata appena s'era fatta adolescente. Un giovane tenente, che
aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po' di
francese, usando per libri di testo i romanzi di -Dumas père-. La
Maddalena se n'era appassionata. Credeva d'averci imparata la storia
di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi
decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l'aria di saperla
lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore
sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n'era saputo più
nulla; gli era succeduto il cronista d'un giornale teatrale, che aveva
portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d'opera,
e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a
Maria dell'Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte
lagrime, all'indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a
memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.
Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la
Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da
più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano
stravagante e la burlavano.
Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva
ancora il mestiere, tra che pensava a tutt'altro, fece un grande
sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il
tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le
chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.
Nello stesso casamento, al pian terreno, c'era un giovane tappezziere
che s'era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti
destini, e diceva che «-colla sua educazione-, non avrebbe mai potuto
adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere -in una società
più alta-». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.
Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell'Ernesta, ne traevano
degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po', dicevano,
che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se
l'Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se
avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe
la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli
artisti; il mondo è per loro.
Che l'Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così
miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi
all'incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe
certo più fortunata.
C'era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si
appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato
alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d'ingresso pei
teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate
di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche
cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un
bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla
tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia:
«Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero
state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in
famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena
sapeva accaparrarselo....»
Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano
della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.
La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei
l'ingegno era tutto. Si innamorò d'un attore drammatico affatto
ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel
sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria.
Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace
di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene,
che -nessun altro attore sapeva interpretare-. Tutta la famiglia si
commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle
persone d'ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare
anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d'opera,
che erano la sua passione; ce n'erano di quelli che la facevano sempre
piangere, specialmente quelli della -Traviata: «Croce e delizia al
cor»-.
Per la Maddalena e per l'attore fu il contrario. Cominciarono dalla
delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da
collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel
accento romano, che andava -«a cogliere allori per la sua fanciulla»-.
E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e
destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto
ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena
cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d'amore, e dal
parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll'idea di dare
all'assente una prova di fedeltà. Ma l'assente non ne tenne conto, e
la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in
cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non
viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il
domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta
daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza,
cresce fino alla disperazione.
La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le
nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con
suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei
dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la
Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che
punto fossero andate le loro relazioni».
In un giorno di scoraggiamento l'Ernesta, che aveva sempre in mente
delle scene teatrali, disse:
--Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t'amo sempre, perdono
tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»
La Maddalena crollò il capo e rispose:
--Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben
vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta
che giocava per terra:
--Quando l'Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d'opera)
baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro
carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me
per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.
FEDE.
/* O let him whose sorrow
No relief find,
Trust in God and borrow
Ease for heart and mind.
-(Inno protestante)-.
Ormai non era più possibile negare che l'unico figlio ed erede del
professore Trestelle, filosofo materialista, aveva un'ombra scura
intorno al labbro superiore. E, dacchè questa verità era stata
riconosciuta, le esigenze del signorino avevano rotto ogni freno. Le
sue scarpe non erano mai lucide a sufficenza; ed i colori e la finezza
delle calze erano argomento di lunghe e minute istruzioni, e di
altrettante lagnanze; i solini riescivano sempre o troppo o poco
insaldati, e nessuna tavolozza possedeva la tinta precisa di turchino
che avrebbero dovuto avere.
La zia Giuliana, sorella del professore materialista, e la serva,
erano affaccendate tutto il santo giorno per tenere in ordine il
guardaroba del Don Giovanni in erba; ed intanto il governo della casa,
la cucina ed il resto, andavano alla peggio.
Un giorno il professore filosofo, che nella sua qualità di
materialista, alla tavola ci badava molto, chiamò sua sorella, posò
gli occhiali sul volume di Darwin che stava leggendo, e disse:
--Così non si va avanti. Bisogna prendere una donna che si occupi
esclusivamente della cucina.
La zia Giuliana cominciò le ricerche, e le aspiranti si succedettero a
processione, e ciascuna aveva da narrare una storia commovente per
raccomandarsi.
Il professore materialista rideva del suo riso da scettico a quelle
narrazioni, e rimandava le postulanti.
Finalmente si presentò una vecchia smilza e lunga, vestita di nero,
tutta ravviata e pulita, con uno scialle nero che le copriva il capo e
veniva ad incrociarsi sul petto.
--Come vi chiamate? domandò la zia Giuliana.
--Cecchina.
--Siete maritata?
--Sono vedova.
Il professore, che assisteva a quel dialogo, smise di leggere,
accavallò le gambe, e, preparando il sorriso scettico, stette a
sentire la barbarie del marito. Ma la Cecchina non diceva nulla.
Allora cominciò lui per incoraggiarla:
--E vostro marito....
--Mio marito è morto, che Dio l'abbia in gloria.
Il sorriso scettico si accentuò terribilmente, ed il professore
ripresa:
--E non v'ha lasciato nulla?
--M'ha lasciato tre figlioli.
--E con questi tre figlioli siete obbligata a servire?
--Sono poveri ed hanno famiglia; se lavorano loro, è giusto che
lavori anch'io.
--E vivete sola?
--Nossignore. Sto col più giovane dei miei figli e colla nuora.
--Andate d'accordo colla nuora?
--Si cerca di sopportarsi con pazienza, da buoni cristiani....
Il professore, senza alzar gli occhi dal libro, disse:
--Non credo che facciate al caso nostro. Si cercava una cuoca.
--Scusi tanto, riprese la Cecchina. Mi era stato detto che si
contenterebbe d'un mangiare semplice.... Scusi tanto.
E s'avviò verso l'uscio. Ma la zia Giuliana le teneva dietro cogli
occhi. Sapeva che la cucina casalinga e pulita era il debole di suo
fratello, e la pulizia di quella donna la incantava. Perciò indovinò
che non sarebbe disapprovata trattenendo la cuoca, e le domandò:
--E voi lo sapete fare un mangiare semplice e buono?
--I miei signori si contentavano, rispose la Cecchina.
--Perchè li avete lasciati i vostri padroni?
--Perchè i figli s'erano fatti grandi e volevano un cuoco.
La zia Giuliana disse che prenderebbe informazioni; ed infatti le fu
confermato quanto la Cecchina aveva detto. Per dieci anni aveva
servito nella famiglia d'un avvocato. La signora aveva una malattia in
una gamba, e la povera donna l'aveva sempre curata, medicata,
assistita. Poi l'aveva vegliata assiduamente quand'era stata per
morire; ma morta lei, i figli avevano trovato che un cuoco avrebbe
dato alla casa più lustro di quella povera vecchia, ed avevano
licenziata la Cecchina senza nessun compenso pe' suoi lunghi e fedeli
servigi, tranne il salario convenuto.
La Cecchina aveva cinquantasei anni, ma ne dimostrava almeno dieci di
più. Aveva pochi capelli, quasi tutti bianchi, gli occhi infossati
nelle orbite, e due solchi alle tempia, che facevano pensare ai crani
umani allineati negli ossari; le guance erano due cavità, ed il mento
sporgeva innanzi pel ravvicinamento delle gengive, a cui erano mancati
quasi tutti i denti. Eppure dalla fronte, dalla linea diritta del
naso, dalla piccolezza della bocca, e dall'ovale del volto, si capiva
ancora che quella donna era stata bella.
La zia Giuliana disse che, fra le cuoche che s'erano offerte, quella
era la migliore per ogni rispetto, ed il professore, sempre
brontolando che era una beghina, una baciapile, un'ignorante, finì per
accettarla al suo servizio.
E beghina era infatti la Cecchina. Ogni mattina, prima d'andare dai
padroni, entrava in chiesa a sentire la messa, e la sera, nel tornare
a casa sua, passava ancora a dire un'Avemmaria. Ma era laboriosa,
discreta, onesta; e la zia Giuliana, che badava a mantenere l'ordine
della famiglia ed era tollerante per il resto, lasciava che suo
fratello gridasse contro la «strana confusione d'idee di quella donna
e gli errori grossolani, e fatali al progredire della civiltà», e si
teneva preziosa la nuova serva, e le pigliava a voler bene, e la
interrogava sul suo passato.
C'erano degli episodi strazianti, delle scene tragiche in
quell'esistenza oscura e desolata.
La Cecchina era figlia d'un salumaio di Como, che aveva un po' di
quattrini e soltanto quattro figlioli; tre maschi e quell'unica
fanciulla. S'era maritata a diciassette anni con un uomo vicino ai
quaranta, che aveva una vecchia relazione con una mugnaia di
Borgovico.
Naturalmente, di quella relazione la Cecchina non ne sapeva nulla
allora; ma il marito, che era un barocciaio e faceva continui
trasporti di grano al mulino, aveva sposato quella giovinetta più per
i soldi del babbo che per lei; tanto più che il babbo salumaio, aveva
una cera da moribondo pel mal di fegato che soffriva, e non gli si
sarebbero dati sei mesi di vita; i figli maschi se n'erano andati pel
mondo, chi a Lecco, chi a Varese, ed uno fino a Milano; ed il
barocciaio calcolava che, morto il vecchio, avrebbe fatto casa comune
colla suocera, e sopratutto banco comune nella bottega. Tutto questo
andava molto a sangue alla mugnaia, la quale, per il denaro, avrebbe
venduta l'anima al diavolo, e tanto più facilmente aveva venduto il
suo carrettiere a quella giovinetta, sicura come era di ricomprarlo
con un'occhiata furba de' suoi occhi trentenni.
Non occorre dire che, dopo il matrimonio, Ambrogio continuò, grazie al
grano ed al mulino, la sua tresca colla mugnaia grassa come una
quaglia, serbando alla giovane sposa gli amplessi violenti delle sue
ore d'ebbrezza, e le busse delle ore tristi, quando l'altra lo
tribolava per avere i quattrini, che il suocero si ostinava a serbare,
con quel filo di vita epatica, che gli durava Dio sa come.
Intanto madre natura, che non è punto sentimentale, badava a fare il
suo compito senza curarsi se il carrettiere fosse ubbriaco od
innamorato; e nella casa della giovine sposa i bambini si tenevano
dietro l'uno all'altro come le canne dell'organo; ce n'erano già tre,
due maschi ed una bimba.
Ed il salumaio non moriva. Anzi, contro ogni aspettativa, un bel
giorno gli morì la moglie di polmonite. La povera Cecchina pianse
amaramente la perdita della sua mamma; ed il carrettiere riformò il
suo programma, e pensò di andar a vivere col suocero il quale, oltre a
mantenergli la moglie ed i figlioli, gli avrebbe lasciato metter mano
nella cassetta del banco.
Ma il suocero, epatico e malandato com'era, si trovava per l'appunto
nella stessa condizione di lui; aveva un'amante; e la recente
vedovanza gli permetteva di sposarla. Figurarsi se voleva in casa
tutta quella tribù di figlia e genero e bambini, a disturbargli la
luna di miele! Lo avesse pur voluto lui, c'era la seconda moglie che
ci metteva riparo, perchè alla cassetta del banco voleva starci lei;
era quello l'unico amore che l'aveva spinta nelle braccia magre del
vecchio salumaio.
Allora il barocciaio sfogò contro la Cecchina tutta l'amarezza della
sua delusione, e furono rampogne, busse, miserie d'ogni sorta, fino al
giorno tremendo in cui la poveretta si vide portare a casa il marito
moribondo sopra una barella.
--Aveva il viso, i capelli, il collo, tutti coperti di sangue, narrava
la Cecchina; e non si capiva neppure dove fosse la ferita. Quando vidi
quell'orrore, mi posi a gridare: «Madonna santa! com'è stato?» E gli
uomini che lo avevano portato mi risposero: «È per quella strega
bionda di Borgovico. Ha saputo che Ermanno il barcaiolo le bazzicava
in casa, e ci andava dopo di lui; e lui, nell'uscire, lo ha aspettato
alla porta, e quando l'ha visto venire, gli è balzato incontro colla
sua frusta da carrettiere, gridando:--«Vai dentro se n'hai il cuore,
che ti stacco il collo con questa corda, guarda!» Ma l'altro, che va
sempre col coltello affilato in tasca, ha detto: «Serbala per le
bestie la tua corda da frusta, villano: questo taglia meglio, per Dio
santo!» E lo ha steso in terra d'un colpo».
La Cecchina abbassava la voce nel raccontare quelle infamie, e
sopratutto le bestemmie, come se temesse che il Padre Eterno avesse a
sentirla di lassù. Ma la zia Giuliana la interrogava con tanto cuore,
che lei si faceva animo a raccontar tutto, e proseguiva:
--Mandai una vicina a chiamare il medico, e misi in fascie un lenzuolo
buono, per bendare la testa a mio marito, e mi veniva il pianto dal
cuore, perchè, malgrado tutto, era il mio uomo, ed avevo quei
figlioli; ed avrei fatto ogni cosa per assisterlo ed alleviargli il
male. Ma appena potè parlare, egli domandò la sua mugnaia; la chiamava
piangendo, «che quell'altro brigante non gliel'avesse a portar via».
Cosa farci? Era moribondo, e la volontà dei moribondi non si deve
contrariare. Mi toccò a me d'andarla a cercare, e pregarla di venire
se non voleva farlo morir disperato. E poi dovetti starmene in un
canto a veder lui che si buttava con le braccia fuori dal letto
incontro a quella donna, e la supplicava:
«Oh Maddalena, non mi abbandonare, che t'ho voluto tanto bene; non mi
abbandonare!» E morì pregando lei come se fosse stata la Madonna.
Rimasta vedova, la Cecchina aveva dovuto provvedere per parecchi anni
a sè ed ai figli col solo lavoro delle sue mani. Aveva fatto la
lavandaia, la serva, la barcaiola, la filatrice. Poi i figli avevano
cominciato a guadagnare qualche cosa. Ma, avvezzi ad esser mantenuti
dalla mamma, si facevano tirare pei denti a dar qualche soldino in
casa, e soltanto la figliola, tornando dalla filanda, portava tutti i
denari della settimana alla Cecchina, e non domandava nulla.
C'era un altro giorno doloroso, un altro nuvolone nero su
quell'orizzonte grigio, su cui il sole non aveva mai mandato un raggio
di calore nè di luce.
La Cecchina, istigata dalla zia Giuliana, narrava la partenza di suo
figlio per l'esercito, mentre il professore sorbiva, lento lento, il
caffè.
--Giovanni era stato esente dalla leva perchè era il primo ed io era
vedova, diceva la vecchia; e pochi mesi dopo aveva preso moglie e se
n'era andato a Dongo a lavorare nella fabbrica di ghisa. L'anno dopo
dovette andare Michele alla leva; quello non c'era modo di salvarlo.
Quando dovette partire, spogliai la casa di tutto quanto avevo. Quella
poca tela messa da parte per la ragazza la vendetti; e poi gli diedi
fin il mio anello nuziale, che lo vendesse a Milano per procurarsi
qualche soldo. La mia figliola, poveretta, diceva: «Dategli tutto,
mamma; accontentatelo, perchè sarà lui che dovrà darvi pane quando
sarete vecchia; io me ne vado con questa tosse; m'ha uccisa la
filanda». Io non credevo, perchè era tanto giovane e, dalla tosse in
fuori, non pareva malata; era più stanca che altro; con un po' di
riposo avrebbe ripreso colore e sarebbe tornata come prima; ne ero
sicura. Quello che mi crucciava era Michele, che se ne andava via fin
in capo al mondo, dove c'erano i briganti.
--Quella mattina, me la ricordo sempre. Tirava un vento che il
battello a vapore saltava sul lago come un cervo nel bosco, e veniva
giù una pioggerella diaccia, che era come sentirsi cadere addosso
tante punte d'aghi. Quando mi alzai, Michele era già uscito; e la
Teresa dormiva nel mio letto tutta rossa in volto come un fiore;
dormiva il dolce sonno della gioventù; ed io pensai: «Che morire!
questa la salvo per me; il re non me la prende questa, e fra un mese
sarà guarita; non si muore con quei colori, e con quel sonno
profondo».
--Ed uscii in punta di piedi pensando a quella consolazione che mi
restava, in mezzo a tanti guai. Quando mi accorsi che pioveva, non
tornai neppure indietro a pigliare l'ombrello per non svegliare la mia
figliola. Per che cosa svegliarla? per condurla a piangere laggiù alla
stazione? C'è sempre tempo di piangere a questo mondo.
Ci volle un bel tratto a giungere a Camerlata, e quando arrivai ero
fradicia. La folla dei coscritti e dei parenti s'era riparata sotto la
piccola tettoia, dove si stava pigiati che non si poteva muovere un
dito. Ma io ero alta, e rizzandomi in punta di piedi, potevo cercare
il mio figliolo al disopra delle teste degli altri. Dopo molto
guardare, mi riescì di scorgerla in un angolo la sua testa bruna e
riccioluta. Michele era là, rincantucciato in fondo alla stazione, col
viso rivolto al muro; e guardava in terra. Mi sentii serrare il cuore.
Ero sicura che pensava alla sua mamma, e si nascondeva la faccia, per
non farsi scorgere che ci pativa tanto ad abbandonarmi; non era un
ragazzo espansivo, ma in quel momento il suo cuore di figlio doveva
farsi sentire. Chiamai più volte: «Michele! Michele!» Ma non mi udì.
Allora feci a spintoni, senza badare alle maledizioni ed agli urti che
mi rispondevano, ed a forza di fare, mi riescì di arrivargli vicino,
tanto da potergli toccare una spalla. Si voltò in fretta, ed aveva gli
occhi rossi e grossi come pugni. Gli stesi le braccia singhiozzando:
«Sono qui, Michele, sono io». E mi pareva che dovessi morire là sul
suo cuore, oppure andargli dietro dove il re lo mandava.
Ma lui non me le stese le sue braccia. Il capo solo aveva voltato
verso di me, e la persona era ancora rivolta al muro, e le sue mani
posavano sulle spalle d'una ragazza pallida, che piangeva senza
asciugarsi le lagrime.
--Oh mamma! mi disse, cosa vi è saltato in mente di venir fuori con
questo tempo?
Io non potei rispondere; avevo un gruppo in gola, ed un freddo mi
correva nelle vene, come quando avevo veduto il mio uomo morire colle
mani sulle mani della sua mugnaia. Mi caddero le braccia, e rimasi là
senza dir nulla; egli mi susurrò spingendo il capo indietro:
--Andate, mamma, andate a casa; non lasciate sola quella poveretta,
che se ne va alla malora, se ne va.
Che il signore mi perdoni, perchè in quel momento non ci ho veduto
più, e gli ho gridato:
--Taci, malaugurio! Non ti basta di abbandonare la tua mamma come un
cane per badare a far all'amore, mi vuoi far morire quella sola
figliola che mi vuol bene! Non troverai mai bene a questo mondo,
guarda!
M'era appena scappata di bocca quella parola, che ero pentita; ma
avevano aperto i cancelli, e tutti s'erano pigiati per uscire. Mi
trovai là, vergognosa di quanto avevo detto, abbandonata, estranea a
tutti in mezzo a quella gente che si baciava e piangeva l'un per
l'altro. Il cuore di mio figlio se l'era preso quella giovane che non
aveva fatto nulla per lui. Ed io, che lo avevo allevato, e che m'ero
distrutta lavorando per dargli pane, ero così mortificata d'essere
andata là a sorprenderli, come se avessi fatta un'azionaccia.
Gli avevo portato un dispiacere e delle male parole all'ultim'ora, per
mia memoria. Non osai più accostarmi. Lo vidi che dal vagone
continuava a parlare con la sua ragazza ed a stringerle la mano
traverso lo sportello, ed a guardarla con quegli occhioni gonfi, dove
c'era tanto amore da riempiere il cuore a dieci mamme; ma non ne
toccano alle povere mamme di quegli amori e di quelle occhiate là.
Neppure quando il treno si mise a fischiare, per dire: «Badate, si va
via; affrettatevi a salutare le vostre mamme»; neppure allora pensò a
cercarmi. Le carrozze si allontanarono adagio, adagio, poi più in
fretta, più in fretta, e lui sempre fisso a guardare quella giovane,
come se lo avesse messo al mondo lei; e quando il treno era tanto
lontano che stava per scomparire, si vedeva ancora una cosa che
sporgeva dal finestrino e s'agitava adagio, adagio, con un movimento
di grande malinconia: era la testa di Michele che salutava la sua
ragazza.
--Ecco; l'uomo non è che un animale, disse il professore materialista,
che, senza parere, aveva dato retta a quel discorso, e seconda gli
istinti della natura.
E la Cecchina, che non aveva capito le sue parole, disse, appunto come
se rispondesse:
--Se non fosse stato il pensiero della religione, io l'avrei
strangolata quella giovane, che mi rubava il cuore di mio figlio. Ma
pensavo che questa vita passa presto, e ne viene un'altra dove saremo
tutti uguali, poveri e ricchi, e chi più avrà patito troverà più
compenso....
Il professore mise fuori una risatina scettica, e la Cecchina,
credendo che riflessa di quanto leggeva nel libro, abbassò la voce e
disse, parlando alla zia Giuliana:
--È sempre la speranza d'una vita migliore che ci dà la forza di
sopportare i dolori di questa vita qui.
Una mattina che Ettore doveva andare a caccia, fece un casa del
diavolo perchè la Cecchina tardava a giungere con certe calze di lana
forti, che aveva avuto l'incarico di preparargli per quel giorno.
--Non può tardar molto, disse la zia Giuliana; sarà andata alla messa.
--Ma è insopportabile questa beghina, gridò il giovinotto. Ci fa
aspettar tutti pel suo pregiudizio della messa. Cosa spera cavarne? Il
pane siamo noi che glielo diamo.
--Bisogna aver pazienza, osservò la zia; è una buona donna.
--La morale, sentenziò il professore, può svolgersi e progredire da
sè, distaccandosi dalla religione.
--Ma che cosa promette la morale a questi disgraziati, che non hanno
avuto un'ora di gioia in tutta la loro vita? Che compenso può dare per
tutti i dolori che hanno patito? domandò la zia.
--Se fossero meno ignoranti, rispose il professore,
comprenderebbero....
--Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e
patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al
mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel
mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che
il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè
resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito
tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci
consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della
poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per
distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se
furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è
che un sogno.... Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di
farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non
diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo
la loro parte di bene in questa.
La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e
profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia
Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola.
--Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele,
esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non
potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa,
e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La
condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che
bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo
pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla
fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la
notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva
altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti
e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue,
tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a
darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata;
l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse:
--Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi
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