dell'osteria gridandogli: --Muoviti, fannullone! Rabbrividì lungamente dondolando il capo, poi s'avviò strisciando i piedi nel fango o col dorso curvato, mentre il padrone gli veniva dietro borbottando: --E dire che ha sedici anni! Ho avuto fortuna con costui! Quella mattina Pietro immergeva più lungamente il braccio nella rigovernatura fumante. Quel calore gli faceva bene. Ma era lento, lento: penava a muoversi, e le vene della fronte erano turgide come se stessero per iscoppiare. Nel terzo secchio trovò un pezzo di costoletta, e s'affrettò a cavar fuori la pezzuola umida ed a rinvoltarcelo dentro: ma non fece in tempo a portarlo sotto il sedile: udì la voce del padrone che veniva fuori coll'ortolano e ricacciò la pezzuola e tutto nello sparato della camicia. I due uomini s'accostarono al ciuco, ed esaminarono il tumore. I monelli, a forza di tirargli la coda, l'avevano ridotto in quello stato. --Non mi riesce di farlo suppurare per quanti impiastri ci metta, disse l'ortolano impensierito dalla paura di perdere la bestia. --Bisogna tagliarlo, suggerì l'allevatore di maiali. --Sie? Chiamare il veterinario, che mi prenderà due lire! --È sempre meglio che condurlo alla scuola dei veterinari, dove, invece di curarle, le bestie malate le fanno morire con un'acquetta, per guardarci dentro e studiare le malattie. L'ortolano rimaneva impaurito dinanzi a quest'alternativa, e l'altro riprese: --Del resto si può fare anche senza del veterinario. Se aveste un temperino.... Il padrone del ciuco entrò nell'osteria, e ne uscì con un cameriere in abito nero e sparato bianco, che pareva un signore. Aveva anche un temperino in mano, e sorrideva di quei due villani, e dell'asino, e del male, e di tutto. --Dov'è che si deve fare questa grande operazione? domandò con aria di sprezzo, accostandosi al ciuco ed arricciando il naso, perchè la botola delle spazzature aperta mandava un puzzo atroce. I due contadini, un guattero, un carbonaio, alcuni garzoni delle botteghe vicine, gli si fecero intorno curiosi. --Ma piove, gridò il cameriere; non sentite che la pioggia bagna? E diede uno spintone all'asino per cacciarlo più contro il muro e mettersi lui al riparo sotto la grondaia mentre lo operava. Gli altri non badavano a quella pioggerella minuta, e strinsero il cerchio per veder a tagliare e ad uscire il sangue. Pietro pure voleva vedere, e cercò di farsi posto; ma il suo padrone lo cacciò via. Egli si mise a strascicarsi intorno, tentando di rizzarsi sulle spalle degli altri; ma tutti lo respingevano, ed era troppo piccolo per vedere stando dietro. Allora s'affrettò, inciampando e dondolando, fino al suo carro, e salì in piedi a cassetto. Era un po' lontano, ma era alto, e di là vedeva tutto. Fremeva d'impazienza e di curiosità. Allungava il collo, protendeva la testa enorme, e la sua facciona gialla, più gialla del solito, quasi livida, sembrava animarsi in quell'eccitazione dell'aspettativa feroce. Fissava gli occhi iniettati e lucenti sulle mani del cameriere, sul dorso gonfio dell'asino, come assetato di sangue, come se dovessero cavarlo alla bestia per darlo da bere a lui. Rideva di un riso muto, colla bocca aperta e le labbra tese sui denti grigi; rideva da far paura. Il bel cameriere immerse il temperino nella pelle tumefatta, e lo spinse forte innanzi, aprendo un largo taglio. Il sangue sprizzò, si stese, fece una larga macchia rosseggiante sul dorso della povera bestia, che tremò tutta ed alzò prodigiosamente il capo in uno spasimo silenzioso. Alla vista del sangue il pellagroso, dall'alto del carro, lasciò sfuggire una risata rauca e stonata, una risata da briaco o da pazzo. Poi sciolse frettoloso la sua pezzuola bagnata, e morse avidamente il pezzo di costoletta. ---Filet de boeuf- al madera! Servito! gli gridò sghignazzando un guattero che usciva dall'osteria. Pietro alzò i pugni; ma l'altro tornò a dire: «Ecco il madera!» E gli scaraventò nel viso un rimasuglio di rigovernatura rimasta nel secchio. Il pellagroso rivolse a lui la faccia grondante di quel luridume, coi denti stretti, ed i pugni serrati e tremanti in atto minaccioso. Il guattero continuò a ridere, ed a contraffarlo; e Pietro più rabbiosamente gli scoteva contro i pugni irrigiditi, e si faceva più rosso negli occhi e più livido nel viso. Poi cominciò a ridere, a ridere forte con un suono opprimente di rantolo; e ad un tratto, coi pugni alti e senza cessar di ridere, parve che si spingesse innanzi come se si avventasse contro il guattero, e piombò dal carro. Tutti gli corsero curiosamente intorno, abbandonando il ciuco che era stato medicato e non divertiva più, Pietro si dibatteva ed ululava sommesso, e dalla bocca gli usciva una schiuma bianca. --È il -brutto male-, disse l'ortolano dal ciuco. --È l'epilessia, corresse il cameriere elegante, ripulendo il temperino nel grembiule del guattero. --No; è la pellagra, disse il padrone di Pietro. Mi fa spesso questa scena. Ora mi toccherà di metterlo sul carro come un morto, e per tutto il giorno non lavorerà più. E mentre, coll'aiuto dell'ortolano e del carbonaio, lo sollevava con mal garbo, andava borbottando: --E dire che ha sedici anni! Un bell'affare che ho fatto a pigliarmi questo mangiapane! Intanto l'asino, abbandonato a sè stesso, scosse lungamente il capo ed il dorso indolorito; poi adocchiò il mucchio di frutta mézze e di torsoli raccolti dal suo padrone sull'orlo della botola; allungò il collo, allungò il muso, si spinse tutto innanzi tendendo la corda, che scricchiolò sull'anello e parve vicina a spezzarsi, fiutò lungamente, sfiorò col muso la provvista appetitosa, e riuscì ad afferrare colla punta delle labbra un torso di cavolo. Guardò il carro della rigovernatura che usciva lento e cigolando dal cortile, ed a piedi del sedile, raggomitolato come un cencio, il solo ragazzo che non gli aveva mai fatto alcun male, che non gli aveva mai tirata la coda. Scosse le orecchie, poi addentò beatamente quel torsolo bianco e succoso, vero cibo da ciuco malato, che non gli sarebbe toccato di certo, se quel ragazzo, cadendo dal carro, non avesse fatto accorrere l'ortolano lontano da' suoi averi. E, se mai gli asini pensano, dovette pensare che la provvidenza è grande. LE AFFITTACAMERE, I. La prima che conobbi diceva d'appartenere ad una famiglia patrizia. Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l'affittacamere. Ad ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva d'una piccola pensione che le pagava il governo come figlia d'impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano fosse ancora sotto il governo austriaco. Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano, non si vedeva mai l'ombra. O erano morti, o non pensavano punto a quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè, nell'isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a' suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano. La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni; forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro, colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i capelli, altra volta biondi, ora d'un grigio giallognolo, e li pettinava alla moda de' suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia dentiera, dono d'una sua nobile parente, la quale non poteva più servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d'uno degli interminabili discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s'affrettava con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca chiusa, con un rumore d'ossame che dava i brividi. Aveva l'abitudine di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili, mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere, metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!...» e doveva fuggire in camera a togliersi la dentiera per poterla richiudere. Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili, avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto l'anno. Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del tutto, nella quale l'unico fuoco che s'accendeva era la fiammella a spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle che affittava. Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava l'ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera, faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva affittare alle donne. Vergognosa com'era della sua povertà, viveva affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo, dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori, pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata; lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva domandato: «Chi è quella bella -popola?-» Un'altra volta ci doveva essere -un concorso a premio per le più belle gambe di Milano;- poi era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello; soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna. Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull'imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un'ora e più, dicendo pomposamente: «Vado a pranzo.» Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s'univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d'argento Cristophle che ricordava l'incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant'anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali, rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell'acciaio. Ma il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro macchiato, sul quale soltanto l'entusiasmo cieco della signora Giuditta s'illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa. Quel salotto, l'affittacamere lo metteva a disposizione de' suoi pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e quand'era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva l'aria d'aver fatto una larghezza all'inquilino che aveva ricevuta la visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.» Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver gente famosa in casa sua. Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano meglio delle altre, non le nominava mai. La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo un'assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per salire a vederla. --È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero all'ospedale. --Perchè all'ospedale? domandai. --Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo male, ed era rimasta sola. --Ed i suoi parenti? --È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo che era morta per portar via i mobili. --Non furono venduti pei funerali? --Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad abitare una delle sue camere mobigliate. --Quale donnina? --Non la conosceva? È la moglie d'un commesso viaggiatore, e, quando il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l'unica che andasse a prendere sue nuove all'ospedale.... Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera vecchia non me ne aveva mai parlato. Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro quella magra industria rappresenta la fine d'una vita delusa; una tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d'inedia, quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni. Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono dal popolo; per quelle la professione dell'affittacamere non è una fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente. II. La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa era tornata in famiglia a deplorare co' suoi la spilorceria della morta. --Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite, uscire senza farsi scorgere, e senza l'aiuto della cameriera non fanno nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il denaro; per noi se non capita una circostanza.... La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie. Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di dir grazie, buoni da far legna per l'inverno, che una donna ricca avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi adagiò sopra le sue speranze. --«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l'idea concepita ed approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto un punto di vista speciale. --I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa sarò io sola, suggeriva l'orgoglio della Teresa. --Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname, calcolava l'infingardaggine del marito. --S'avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era l'ideale delle ragazze. E tutti d'accordo pensavano: --Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di cavarne partito. Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano l'affittacamere. L'ideale della Teresa s'era avverato in parte. La faceva da padrona dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove c'era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione, l'ingratitudine degli uomini.... Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa, ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia; ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri, lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare come un gatto domestico. La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po' calva; le mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d'un orecchio spaccato. Da un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto. Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in quell'arnese, se s'imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere di -partizioni-, di -scritture-, di -quartali-, d'impresari, di soprani -pastosi-, di tenori che -baritoneggiano-, di -do di petto-.... conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava. Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre: --Ha avuto un -gran successo- a Lisbona. Ha fatto furore al Covent Garden nella -Linda-. È -scritturato- a Bukarest con quaranta mila lire per venticinque recite e la -beneficiata-.... --Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno! E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell'innominato che chiamavano sempre -lui-, e l'Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a narrare dei particolari gloriosi della carriera di -lui-: dame che se n'erano innamorate, giovani dell'-alta aristocrazia- che avevano staccati i cavalli dalla carrozza e l'avevano strascinata all'albergo, serenate, doni di gran valore, versi.... Chiunque li avesse uditi parlare con quella passione, con quell'entusiasmo, avrebbe creduto che quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e l'amore della famiglia. Invece -lui- era stato l'amante dell'Ernesta; l'aveva trascinata con sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato, facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e l'Ernesta era tornata a casa coll'orecchio fesso da uno schiaffo, che le aveva fatto saltare l'orecchino da un capo all'altro del teatro. E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva mandato ogni sorta d'imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre state rivolte alla moglie. Tutto l'odio dell'Ernesta e della sua famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi suoi denari, presto o tardi l'Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed ora sarebbe moglie d'un grande artista, e ricca, ed in grado di aiutare i suoi....» La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di -lui-, s'erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch'egli saliva in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano lusingate solo dall'idea che essi avevano avuto in casa il tenore famoso, che l'Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora delle lettere sue! Intanto la figlia minore era cresciuta e s'era fatta una bella giovane. A quindici anni, prima assai d'avere ben imparato il mestiere di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro. Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia. L'aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l'aveva creduta in grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella, e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze mobiliate. Quei signori l'avevano vezzeggiata da bambina, e corteggiata appena s'era fatta adolescente. Un giovane tenente, che aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po' di francese, usando per libri di testo i romanzi di -Dumas père-. La Maddalena se n'era appassionata. Credeva d'averci imparata la storia di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l'aria di saperla lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n'era saputo più nulla; gli era succeduto il cronista d'un giornale teatrale, che aveva portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d'opera, e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a Maria dell'Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte lagrime, all'indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause. Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano stravagante e la burlavano. Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva ancora il mestiere, tra che pensava a tutt'altro, fece un grande sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate. Nello stesso casamento, al pian terreno, c'era un giovane tappezziere che s'era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti destini, e diceva che «-colla sua educazione-, non avrebbe mai potuto adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere -in una società più alta-». E la famiglia partecipava alle sue illusioni. Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell'Ernesta, ne traevano degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po', dicevano, che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se l'Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli artisti; il mondo è per loro. Che l'Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi all'incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe certo più fortunata. C'era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d'ingresso pei teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia: «Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena sapeva accaparrarselo....» Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano della ragazza, e diventava un briccone o poco meno. La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei l'ingegno era tutto. Si innamorò d'un attore drammatico affatto ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria. Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene, che -nessun altro attore sapeva interpretare-. Tutta la famiglia si commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle persone d'ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d'opera, che erano la sua passione; ce n'erano di quelli che la facevano sempre piangere, specialmente quelli della -Traviata: «Croce e delizia al cor»-. Per la Maddalena e per l'attore fu il contrario. Cominciarono dalla delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel accento romano, che andava -«a cogliere allori per la sua fanciulla»-. E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d'amore, e dal parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll'idea di dare all'assente una prova di fedeltà. Ma l'assente non ne tenne conto, e la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza, cresce fino alla disperazione. La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che punto fossero andate le loro relazioni». In un giorno di scoraggiamento l'Ernesta, che aveva sempre in mente delle scene teatrali, disse: --Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t'amo sempre, perdono tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?» La Maddalena crollò il capo e rispose: --Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta che giocava per terra: --Quando l'Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d'opera) baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata. FEDE. /* O let him whose sorrow No relief find, Trust in God and borrow Ease for heart and mind. -(Inno protestante)-. Ormai non era più possibile negare che l'unico figlio ed erede del professore Trestelle, filosofo materialista, aveva un'ombra scura intorno al labbro superiore. E, dacchè questa verità era stata riconosciuta, le esigenze del signorino avevano rotto ogni freno. Le sue scarpe non erano mai lucide a sufficenza; ed i colori e la finezza delle calze erano argomento di lunghe e minute istruzioni, e di altrettante lagnanze; i solini riescivano sempre o troppo o poco insaldati, e nessuna tavolozza possedeva la tinta precisa di turchino che avrebbero dovuto avere. La zia Giuliana, sorella del professore materialista, e la serva, erano affaccendate tutto il santo giorno per tenere in ordine il guardaroba del Don Giovanni in erba; ed intanto il governo della casa, la cucina ed il resto, andavano alla peggio. Un giorno il professore filosofo, che nella sua qualità di materialista, alla tavola ci badava molto, chiamò sua sorella, posò gli occhiali sul volume di Darwin che stava leggendo, e disse: --Così non si va avanti. Bisogna prendere una donna che si occupi esclusivamente della cucina. La zia Giuliana cominciò le ricerche, e le aspiranti si succedettero a processione, e ciascuna aveva da narrare una storia commovente per raccomandarsi. Il professore materialista rideva del suo riso da scettico a quelle narrazioni, e rimandava le postulanti. Finalmente si presentò una vecchia smilza e lunga, vestita di nero, tutta ravviata e pulita, con uno scialle nero che le copriva il capo e veniva ad incrociarsi sul petto. --Come vi chiamate? domandò la zia Giuliana. --Cecchina. --Siete maritata? --Sono vedova. Il professore, che assisteva a quel dialogo, smise di leggere, accavallò le gambe, e, preparando il sorriso scettico, stette a sentire la barbarie del marito. Ma la Cecchina non diceva nulla. Allora cominciò lui per incoraggiarla: --E vostro marito.... --Mio marito è morto, che Dio l'abbia in gloria. Il sorriso scettico si accentuò terribilmente, ed il professore ripresa: --E non v'ha lasciato nulla? --M'ha lasciato tre figlioli. --E con questi tre figlioli siete obbligata a servire? --Sono poveri ed hanno famiglia; se lavorano loro, è giusto che lavori anch'io. --E vivete sola? --Nossignore. Sto col più giovane dei miei figli e colla nuora. --Andate d'accordo colla nuora? --Si cerca di sopportarsi con pazienza, da buoni cristiani.... Il professore, senza alzar gli occhi dal libro, disse: --Non credo che facciate al caso nostro. Si cercava una cuoca. --Scusi tanto, riprese la Cecchina. Mi era stato detto che si contenterebbe d'un mangiare semplice.... Scusi tanto. E s'avviò verso l'uscio. Ma la zia Giuliana le teneva dietro cogli occhi. Sapeva che la cucina casalinga e pulita era il debole di suo fratello, e la pulizia di quella donna la incantava. Perciò indovinò che non sarebbe disapprovata trattenendo la cuoca, e le domandò: --E voi lo sapete fare un mangiare semplice e buono? --I miei signori si contentavano, rispose la Cecchina. --Perchè li avete lasciati i vostri padroni? --Perchè i figli s'erano fatti grandi e volevano un cuoco. La zia Giuliana disse che prenderebbe informazioni; ed infatti le fu confermato quanto la Cecchina aveva detto. Per dieci anni aveva servito nella famiglia d'un avvocato. La signora aveva una malattia in una gamba, e la povera donna l'aveva sempre curata, medicata, assistita. Poi l'aveva vegliata assiduamente quand'era stata per morire; ma morta lei, i figli avevano trovato che un cuoco avrebbe dato alla casa più lustro di quella povera vecchia, ed avevano licenziata la Cecchina senza nessun compenso pe' suoi lunghi e fedeli servigi, tranne il salario convenuto. La Cecchina aveva cinquantasei anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più. Aveva pochi capelli, quasi tutti bianchi, gli occhi infossati nelle orbite, e due solchi alle tempia, che facevano pensare ai crani umani allineati negli ossari; le guance erano due cavità, ed il mento sporgeva innanzi pel ravvicinamento delle gengive, a cui erano mancati quasi tutti i denti. Eppure dalla fronte, dalla linea diritta del naso, dalla piccolezza della bocca, e dall'ovale del volto, si capiva ancora che quella donna era stata bella. La zia Giuliana disse che, fra le cuoche che s'erano offerte, quella era la migliore per ogni rispetto, ed il professore, sempre brontolando che era una beghina, una baciapile, un'ignorante, finì per accettarla al suo servizio. E beghina era infatti la Cecchina. Ogni mattina, prima d'andare dai padroni, entrava in chiesa a sentire la messa, e la sera, nel tornare a casa sua, passava ancora a dire un'Avemmaria. Ma era laboriosa, discreta, onesta; e la zia Giuliana, che badava a mantenere l'ordine della famiglia ed era tollerante per il resto, lasciava che suo fratello gridasse contro la «strana confusione d'idee di quella donna e gli errori grossolani, e fatali al progredire della civiltà», e si teneva preziosa la nuova serva, e le pigliava a voler bene, e la interrogava sul suo passato. C'erano degli episodi strazianti, delle scene tragiche in quell'esistenza oscura e desolata. La Cecchina era figlia d'un salumaio di Como, che aveva un po' di quattrini e soltanto quattro figlioli; tre maschi e quell'unica fanciulla. S'era maritata a diciassette anni con un uomo vicino ai quaranta, che aveva una vecchia relazione con una mugnaia di Borgovico. Naturalmente, di quella relazione la Cecchina non ne sapeva nulla allora; ma il marito, che era un barocciaio e faceva continui trasporti di grano al mulino, aveva sposato quella giovinetta più per i soldi del babbo che per lei; tanto più che il babbo salumaio, aveva una cera da moribondo pel mal di fegato che soffriva, e non gli si sarebbero dati sei mesi di vita; i figli maschi se n'erano andati pel mondo, chi a Lecco, chi a Varese, ed uno fino a Milano; ed il barocciaio calcolava che, morto il vecchio, avrebbe fatto casa comune colla suocera, e sopratutto banco comune nella bottega. Tutto questo andava molto a sangue alla mugnaia, la quale, per il denaro, avrebbe venduta l'anima al diavolo, e tanto più facilmente aveva venduto il suo carrettiere a quella giovinetta, sicura come era di ricomprarlo con un'occhiata furba de' suoi occhi trentenni. Non occorre dire che, dopo il matrimonio, Ambrogio continuò, grazie al grano ed al mulino, la sua tresca colla mugnaia grassa come una quaglia, serbando alla giovane sposa gli amplessi violenti delle sue ore d'ebbrezza, e le busse delle ore tristi, quando l'altra lo tribolava per avere i quattrini, che il suocero si ostinava a serbare, con quel filo di vita epatica, che gli durava Dio sa come. Intanto madre natura, che non è punto sentimentale, badava a fare il suo compito senza curarsi se il carrettiere fosse ubbriaco od innamorato; e nella casa della giovine sposa i bambini si tenevano dietro l'uno all'altro come le canne dell'organo; ce n'erano già tre, due maschi ed una bimba. Ed il salumaio non moriva. Anzi, contro ogni aspettativa, un bel giorno gli morì la moglie di polmonite. La povera Cecchina pianse amaramente la perdita della sua mamma; ed il carrettiere riformò il suo programma, e pensò di andar a vivere col suocero il quale, oltre a mantenergli la moglie ed i figlioli, gli avrebbe lasciato metter mano nella cassetta del banco. Ma il suocero, epatico e malandato com'era, si trovava per l'appunto nella stessa condizione di lui; aveva un'amante; e la recente vedovanza gli permetteva di sposarla. Figurarsi se voleva in casa tutta quella tribù di figlia e genero e bambini, a disturbargli la luna di miele! Lo avesse pur voluto lui, c'era la seconda moglie che ci metteva riparo, perchè alla cassetta del banco voleva starci lei; era quello l'unico amore che l'aveva spinta nelle braccia magre del vecchio salumaio. Allora il barocciaio sfogò contro la Cecchina tutta l'amarezza della sua delusione, e furono rampogne, busse, miserie d'ogni sorta, fino al giorno tremendo in cui la poveretta si vide portare a casa il marito moribondo sopra una barella. --Aveva il viso, i capelli, il collo, tutti coperti di sangue, narrava la Cecchina; e non si capiva neppure dove fosse la ferita. Quando vidi quell'orrore, mi posi a gridare: «Madonna santa! com'è stato?» E gli uomini che lo avevano portato mi risposero: «È per quella strega bionda di Borgovico. Ha saputo che Ermanno il barcaiolo le bazzicava in casa, e ci andava dopo di lui; e lui, nell'uscire, lo ha aspettato alla porta, e quando l'ha visto venire, gli è balzato incontro colla sua frusta da carrettiere, gridando:--«Vai dentro se n'hai il cuore, che ti stacco il collo con questa corda, guarda!» Ma l'altro, che va sempre col coltello affilato in tasca, ha detto: «Serbala per le bestie la tua corda da frusta, villano: questo taglia meglio, per Dio santo!» E lo ha steso in terra d'un colpo». La Cecchina abbassava la voce nel raccontare quelle infamie, e sopratutto le bestemmie, come se temesse che il Padre Eterno avesse a sentirla di lassù. Ma la zia Giuliana la interrogava con tanto cuore, che lei si faceva animo a raccontar tutto, e proseguiva: --Mandai una vicina a chiamare il medico, e misi in fascie un lenzuolo buono, per bendare la testa a mio marito, e mi veniva il pianto dal cuore, perchè, malgrado tutto, era il mio uomo, ed avevo quei figlioli; ed avrei fatto ogni cosa per assisterlo ed alleviargli il male. Ma appena potè parlare, egli domandò la sua mugnaia; la chiamava piangendo, «che quell'altro brigante non gliel'avesse a portar via». Cosa farci? Era moribondo, e la volontà dei moribondi non si deve contrariare. Mi toccò a me d'andarla a cercare, e pregarla di venire se non voleva farlo morir disperato. E poi dovetti starmene in un canto a veder lui che si buttava con le braccia fuori dal letto incontro a quella donna, e la supplicava: «Oh Maddalena, non mi abbandonare, che t'ho voluto tanto bene; non mi abbandonare!» E morì pregando lei come se fosse stata la Madonna. Rimasta vedova, la Cecchina aveva dovuto provvedere per parecchi anni a sè ed ai figli col solo lavoro delle sue mani. Aveva fatto la lavandaia, la serva, la barcaiola, la filatrice. Poi i figli avevano cominciato a guadagnare qualche cosa. Ma, avvezzi ad esser mantenuti dalla mamma, si facevano tirare pei denti a dar qualche soldino in casa, e soltanto la figliola, tornando dalla filanda, portava tutti i denari della settimana alla Cecchina, e non domandava nulla. C'era un altro giorno doloroso, un altro nuvolone nero su quell'orizzonte grigio, su cui il sole non aveva mai mandato un raggio di calore nè di luce. La Cecchina, istigata dalla zia Giuliana, narrava la partenza di suo figlio per l'esercito, mentre il professore sorbiva, lento lento, il caffè. --Giovanni era stato esente dalla leva perchè era il primo ed io era vedova, diceva la vecchia; e pochi mesi dopo aveva preso moglie e se n'era andato a Dongo a lavorare nella fabbrica di ghisa. L'anno dopo dovette andare Michele alla leva; quello non c'era modo di salvarlo. Quando dovette partire, spogliai la casa di tutto quanto avevo. Quella poca tela messa da parte per la ragazza la vendetti; e poi gli diedi fin il mio anello nuziale, che lo vendesse a Milano per procurarsi qualche soldo. La mia figliola, poveretta, diceva: «Dategli tutto, mamma; accontentatelo, perchè sarà lui che dovrà darvi pane quando sarete vecchia; io me ne vado con questa tosse; m'ha uccisa la filanda». Io non credevo, perchè era tanto giovane e, dalla tosse in fuori, non pareva malata; era più stanca che altro; con un po' di riposo avrebbe ripreso colore e sarebbe tornata come prima; ne ero sicura. Quello che mi crucciava era Michele, che se ne andava via fin in capo al mondo, dove c'erano i briganti. --Quella mattina, me la ricordo sempre. Tirava un vento che il battello a vapore saltava sul lago come un cervo nel bosco, e veniva giù una pioggerella diaccia, che era come sentirsi cadere addosso tante punte d'aghi. Quando mi alzai, Michele era già uscito; e la Teresa dormiva nel mio letto tutta rossa in volto come un fiore; dormiva il dolce sonno della gioventù; ed io pensai: «Che morire! questa la salvo per me; il re non me la prende questa, e fra un mese sarà guarita; non si muore con quei colori, e con quel sonno profondo». --Ed uscii in punta di piedi pensando a quella consolazione che mi restava, in mezzo a tanti guai. Quando mi accorsi che pioveva, non tornai neppure indietro a pigliare l'ombrello per non svegliare la mia figliola. Per che cosa svegliarla? per condurla a piangere laggiù alla stazione? C'è sempre tempo di piangere a questo mondo. Ci volle un bel tratto a giungere a Camerlata, e quando arrivai ero fradicia. La folla dei coscritti e dei parenti s'era riparata sotto la piccola tettoia, dove si stava pigiati che non si poteva muovere un dito. Ma io ero alta, e rizzandomi in punta di piedi, potevo cercare il mio figliolo al disopra delle teste degli altri. Dopo molto guardare, mi riescì di scorgerla in un angolo la sua testa bruna e riccioluta. Michele era là, rincantucciato in fondo alla stazione, col viso rivolto al muro; e guardava in terra. Mi sentii serrare il cuore. Ero sicura che pensava alla sua mamma, e si nascondeva la faccia, per non farsi scorgere che ci pativa tanto ad abbandonarmi; non era un ragazzo espansivo, ma in quel momento il suo cuore di figlio doveva farsi sentire. Chiamai più volte: «Michele! Michele!» Ma non mi udì. Allora feci a spintoni, senza badare alle maledizioni ed agli urti che mi rispondevano, ed a forza di fare, mi riescì di arrivargli vicino, tanto da potergli toccare una spalla. Si voltò in fretta, ed aveva gli occhi rossi e grossi come pugni. Gli stesi le braccia singhiozzando: «Sono qui, Michele, sono io». E mi pareva che dovessi morire là sul suo cuore, oppure andargli dietro dove il re lo mandava. Ma lui non me le stese le sue braccia. Il capo solo aveva voltato verso di me, e la persona era ancora rivolta al muro, e le sue mani posavano sulle spalle d'una ragazza pallida, che piangeva senza asciugarsi le lagrime. --Oh mamma! mi disse, cosa vi è saltato in mente di venir fuori con questo tempo? Io non potei rispondere; avevo un gruppo in gola, ed un freddo mi correva nelle vene, come quando avevo veduto il mio uomo morire colle mani sulle mani della sua mugnaia. Mi caddero le braccia, e rimasi là senza dir nulla; egli mi susurrò spingendo il capo indietro: --Andate, mamma, andate a casa; non lasciate sola quella poveretta, che se ne va alla malora, se ne va. Che il signore mi perdoni, perchè in quel momento non ci ho veduto più, e gli ho gridato: --Taci, malaugurio! Non ti basta di abbandonare la tua mamma come un cane per badare a far all'amore, mi vuoi far morire quella sola figliola che mi vuol bene! Non troverai mai bene a questo mondo, guarda! M'era appena scappata di bocca quella parola, che ero pentita; ma avevano aperto i cancelli, e tutti s'erano pigiati per uscire. Mi trovai là, vergognosa di quanto avevo detto, abbandonata, estranea a tutti in mezzo a quella gente che si baciava e piangeva l'un per l'altro. Il cuore di mio figlio se l'era preso quella giovane che non aveva fatto nulla per lui. Ed io, che lo avevo allevato, e che m'ero distrutta lavorando per dargli pane, ero così mortificata d'essere andata là a sorprenderli, come se avessi fatta un'azionaccia. Gli avevo portato un dispiacere e delle male parole all'ultim'ora, per mia memoria. Non osai più accostarmi. Lo vidi che dal vagone continuava a parlare con la sua ragazza ed a stringerle la mano traverso lo sportello, ed a guardarla con quegli occhioni gonfi, dove c'era tanto amore da riempiere il cuore a dieci mamme; ma non ne toccano alle povere mamme di quegli amori e di quelle occhiate là. Neppure quando il treno si mise a fischiare, per dire: «Badate, si va via; affrettatevi a salutare le vostre mamme»; neppure allora pensò a cercarmi. Le carrozze si allontanarono adagio, adagio, poi più in fretta, più in fretta, e lui sempre fisso a guardare quella giovane, come se lo avesse messo al mondo lei; e quando il treno era tanto lontano che stava per scomparire, si vedeva ancora una cosa che sporgeva dal finestrino e s'agitava adagio, adagio, con un movimento di grande malinconia: era la testa di Michele che salutava la sua ragazza. --Ecco; l'uomo non è che un animale, disse il professore materialista, che, senza parere, aveva dato retta a quel discorso, e seconda gli istinti della natura. E la Cecchina, che non aveva capito le sue parole, disse, appunto come se rispondesse: --Se non fosse stato il pensiero della religione, io l'avrei strangolata quella giovane, che mi rubava il cuore di mio figlio. Ma pensavo che questa vita passa presto, e ne viene un'altra dove saremo tutti uguali, poveri e ricchi, e chi più avrà patito troverà più compenso.... Il professore mise fuori una risatina scettica, e la Cecchina, credendo che riflessa di quanto leggeva nel libro, abbassò la voce e disse, parlando alla zia Giuliana: --È sempre la speranza d'una vita migliore che ci dà la forza di sopportare i dolori di questa vita qui. Una mattina che Ettore doveva andare a caccia, fece un casa del diavolo perchè la Cecchina tardava a giungere con certe calze di lana forti, che aveva avuto l'incarico di preparargli per quel giorno. --Non può tardar molto, disse la zia Giuliana; sarà andata alla messa. --Ma è insopportabile questa beghina, gridò il giovinotto. Ci fa aspettar tutti pel suo pregiudizio della messa. Cosa spera cavarne? Il pane siamo noi che glielo diamo. --Bisogna aver pazienza, osservò la zia; è una buona donna. --La morale, sentenziò il professore, può svolgersi e progredire da sè, distaccandosi dalla religione. --Ma che cosa promette la morale a questi disgraziati, che non hanno avuto un'ora di gioia in tutta la loro vita? Che compenso può dare per tutti i dolori che hanno patito? domandò la zia. --Se fossero meno ignoranti, rispose il professore, comprenderebbero.... --Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è che un sogno.... Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo la loro parte di bene in questa. La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola. --Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele, esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa, e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue, tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata; l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse: --Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi ' : 1 2 - - , ! 3 4 , ' 5 , 6 : 7 8 - - ! ! 9 10 11 . . , 12 : , 13 . 14 , ' 15 : : 16 ' 17 . 18 ' , . , 19 , ' . 20 21 - - , 22 ' . 23 24 - - , ' . 25 26 - - ? , ! 27 28 - - , , 29 , ' , 30 . 31 32 ' ' , ' 33 : 34 35 - - . 36 . . . . 37 38 ' , 39 , . 40 , , ' , 41 , . 42 43 - - ' ? 44 , , 45 . 46 47 , , , 48 , . 49 50 - - , ; ? 51 ' 52 . 53 , 54 . 55 56 , ; 57 . , 58 ; , 59 . ' , 60 , , 61 . ' , , . 62 ' . , 63 , , , 64 , ' ' 65 . 66 , ' , , 67 . 68 69 , 70 ; . 71 72 , 73 , . , 74 , 75 , 76 . , ' , 77 , 78 . , 79 . 80 81 - - - - ! ! 82 ' . ; ' 83 : « ! » 84 . 85 86 , 87 , . 88 , ; 89 , 90 . , 91 ; , 92 , 93 , . 94 95 , 96 , 97 , . 98 99 - - - - , ' . 100 101 - - ' , , 102 . 103 104 - - ; , . 105 . , 106 . 107 108 , ' ' , 109 , : 110 111 - - ! 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