Sempronia, e la morale salta agli occhi di tutti.
-- E se a qualcuno non salta agli occhi?
-- Vuol dire che è cieco e peggio per lui.
Non ebbe forza di dir altro. Rimase appassita; e così finì la storia
della Viola.
UNA PICCOLA VENDETTA.
Nel salotto della contessa Ipsilonne era rimasta una sola visitatrice,
quando entrò la signora Icchese tutta accesa in volto.
-- Così tardi? -- disse la contessa -- Non ti aspettavo più.
-- Sta zitta; non contavo di venire prima di pranzo, perchè ti ho
destinata tutta la sera. Ma sai, al solito; ho dovuto salire per forza.
-- Ancora?
-- Sempre.
-- Ma è una persecuzione! -- esclamò la contessa. -- Poi, accorgendosi che
quel discorso misterioso non era di buon genere dinanzi all'altra
visitatrice, ripigliò:
-- Con questa signora possiamo parlare apertamente; è una mia intima e
vecchia amica, sebbene sia giovane. -- E presentò: -- La signora Icchese,
la signora Zeta.
Le due dame s'inchinarono, e si porsero la mano in atto di simpatia.
La signora Zeta era una donnina attraente, senza essere quel che si suol
dire una bella donna. Era magra e piccolina; aveva due grandi occhioni
intelligenti, una bocca espressiva, una fisonomia aperta, schietta,
buona.
Vestiva con molta eleganza ma senza affettazione; portava il suo lusso
colla noncuranza d'una gran dama; non era mai preoccupata di rialzare lo
strascico per non sciuparlo, nè di assicurarsi colla mano inquieta se
non aveva perduto i ciondoli dell'orologio. Sapeva presentarsi in una
sala, rimanervi, ed uscirne, come la signora di Genlis d'elegante
memoria.
Non faceva consistere il riserbo nel parlare a monosillabi, nel porgere
appena la punta delle dita, nel far la preziosa come una provinciale. --
Sapeva che nelle case che frequentava non poteva trovarsi con signore
equivoche, e trattava tutte con vera cordialità, e non prendeva altra
misura per regolare la sua maggiore o minore espansione, che il grado di
simpatia da cui si sentiva animata.
La signora Icchese, con una figura affatto differente, alta, bionda,
fresca come un fiore, aveva gli stessi modi schietti e signorili, era
altrettanto attraente, e più bella. S'erano scontrate parecchie volte in
visita nelle stesse case, avevano scambiato qualche parola, e, senza
conoscersi altrimenti che di nome, si erano trovate simpatiche a
vicenda.
Così la proposta della contessa Ipsilonne di metter a parte la signora
Zeta del mistero di cui s'era parlato, piacque ad entrambe le
visitatrici, che accostarono le poltroncine in atto d'intimità.
-- Figurati, -- disse la contessa, -- che questa povera signora Icchese è
perseguitata da un cavaliere più innamorato che cortese, il quale ha
l'indiscrezione di seguirla in istrada come una crestaia.
-- Che mascalzone! Così sono educati i nostri giovinotti! -- Esclamò con
disprezzo la signora Zeta.
-- Le pare? -- entrò a dire la signora Icchese. -- Io ne sono così
mortificata, che appena mi accorgo d'essere seguita, salgo nella prima
casa d'amici che trovo, per togliermi da quel ridicolo.
-- La prego di considerare anche la mia casa come una casa d'amici, --
disse graziosamente la piccola bruna. -- In queste circostanze le signore
debbono aiutarsi fra loro. La farò accompagnare da mio marito, che è
serio, ed educato anche; non come questi giovani che hanno soltanto gli
abiti da gentiluomo, ma la cortesia la vanno studiando nelle botteghe
delle modiste, o fra le quinte del palco scenico.
-- Grazie di cuore. Permetterà ch'io venga a ringraziarla a casa sua,
anche senza che mi ci costringa quel signore.
Si scambiarono gl'indirizzi, si domandarono a vicenda in che giorno
ricevevano, ed entrarono poi nel cordiale rapporto delle visite,
recandosi volta a volta i complimenti dei rispettivi mariti, ed il loro
desiderio vivissimo di conoscere le amiche delle rispettive mogli. --
Complimenti e desiderii improvvisati dalla gentilezza delle dame, e di
cui i mariti non avevano il più lontano sospetto.
Un giorno la signora Zeta stava per andare a colazione, quando udì una
scampanellata forte, nervosa, sconveniente; -- e quasi subito vide
entrare la signora Icchese più accesa, più agitata ancora di quando
l'aveva scontrata dalla contessa Ipsilonne.
-- Oh, cara. A quest'ora? È ancora quell'indiscreto?
-- Appunto. Ho dovuto rifugiarmi qui. Mi scusi, sa.
-- Che! La ringrazio della fiducia. Ma è incorreggibile quell'uomo!
-- Peggio che mai. Si figuri che ha osato accostarsi per parlarmi.
-- Un insulto addirittura..... Malcreato! E dire che vi sarà una povera
signorina che sposerà un facchino di quella sorta.
-- L'avrà magari già sposato.
-- Oh Dio, no! «Prendendo moglie si fa giudizio». Ma anche il sapere che
ha trattato così da giovanotto, gli fa torto. Pensi se gli toccasse un
giorno o l'altro di imparentarsi con una sua amica, ed essere presentato
a lei dinanzi alla moglie. Che figura ci farebbe lui. E che scena!
-- La moglie non ne saprebbe nulla.
-- Che! certe cose non isfuggono. Ma lei è sempre agitata. Posso offrirle
un po' di vermouth?... No? Un caffè? Un tè? Allora una goccia d'acqua di
tutto cedro?
E tirarono in campo la rosoliera e centellarono il calmante zuccherino;
ed intanto una interrogava, e l'altra narrava come fosse uscita a
quell'ora del mattino, -- era mezzodì, -- per fare qualche spesuccia; e
come, appena fuori, avesse scontrato quel tale, che le si era posto
dietro; -- e come lei, trovandosi lì presso, si fosse affrettata verso
casa Zeta, e mentre svoltava nella porta lui si fosse accostato
togliendosi il cappello come per rivolgerle la parola, e lei via su per
le scale...
Ma omai era più di mezz'ora che era salita; l'importuno aveva avuto
tempo d'annoiarsi aspettando e d'andarsene; poteva avventurarsi ancora
in istrada. Suo marito l'attendeva a colazione.
-- In questo caso la lascio andare; ma non sola; mio marito
l'accompagnerà.
E la signora Zeta suonò il campanello e domandò alla cameriera:
-- È in casa il signore?
-- Sissignora, è entrato or ora. È in sala da pranzo. Debbo chiamarlo?
-- No, andiamo noi a raggiungerlo.
-- Ecco mio marito -- disse la signora Zeta entrando nella sala da pranzo,
e presentando un giovane piccoletto, biondino, mingherlino ed azzimato.
E rivolgendosi a lui proseguì:
-- Ti procuro la fortuna d'accompagnare la signora Icchese fino a casa
sua. Bada che è un'impresa cavalleresca. Si tratta di proteggerla contro
un mascalzone che ha la villania di seguirla in istrada.
Il marito s'inchinò muto e confuso..... a tanto onore. La signora
Icchese si fece rossa d'indignazione.
Quel marito, quel cavaliere cortese, quel paladino che doveva difenderla
contro il galante malcreato, era lo stesso galante, lo stesso malcreato.
-- E stia di buon animo, che con Giorgio è ben raccomandata. -- Disse la
signora Zeta salutando l'amica.
Fede di moglie!
Il cavaliere non osava parlare; ma la signora non gli si mostrò
sdegnata. Anzi, dopo il primo momento di sorpresa, parve mettersi di
buon umore. Appiccò discorso sul tempo e sul ballo nuovo della Scala.
Non gli fece più il viso serio delle altre volte. Che! gli sorrideva
mostrando certi dentini...
-- Sarebbe possibile che il sapermi marito di mia moglie l'avesse
persuasa... Mi sembra strano! -- Pensava il signor Zeta -- Eppure sì.
Sorride con civetteria; mi guarda furtiva... Oh le donne! Le amicizie
delle signore!
-- Eccomi giunta, -- disse la bella dama bionda fermandosi ad un portone.
-- Ma, spero, non mi pianterà qui sulla porta. Favorisca, la prego.
Potrei trovare il -mio persecutore- sulla scala.
-- La civettuola! Ha paura di non trovarlo, e vuol assicurarselo, --
pensava caritatevolmente il marito esemplare. -- Ed io che credevo d'aver
ad espugnare una fortezza! Ecco l'onestà delle dame.
E, con onestà da cavaliere, salì gongolando come un conquistatore,
dall'amica di sua moglie.
La signora traversò l'anticamera, l'antisala, il salotto, e tirava
innanzi. Il cavaliere credette conveniente fermarsi; per la prima
visita....
-- Favorisca, favorisca; la tratto in confidenza, -- disse la signora
sorridendo sempre.
Il cavaliere leale si slanciò coll'entusiasmo d'un Don Giovanni; ma
rimase come la statua del commendatore.
La bella dama lo introdusse nella camera da pranzo, e là gli presentò
una specie di colosso sui cinquant'anni, con una di quelle faccie
burbere con cui non si fa celia.
-- Mio marito, -- disse graziosamente. Poi rivolgendosi al marito, -- il
signor Zeta, che adora il -bezigue- e desidera di fare con te la tua
lunga, lunga partita tra la colazione ed il pranzo. -- È un pezzo che mi
perseguita... per riuscire a questo.
Gli uomini masticavano dei -grazie-, ed -ho piacere di fare la sua
conoscenza-, ed -il piacere è tutto mio-, e -s'accomodi-, ecc. E la
signora proseguiva:
-- Ecco il tavolino, le carte. E mentre il signor Zeta si diverte un paio
d'ore con te, io vado a pigliare la sua signora per far delle visite
insieme..
-- Per carità! -- susurrò il signor Zeta accostandosi a lei come per
aiutarla ad avanzare il tavolino. -- Non parli a mia moglie...
-- Ma che si crede? -- rispose con disprezzo la bella donna; -- se i
signori non sono più gentiluomini, le signore sono sempre gentildonne. .
. . . . . . . . . . .
-- Che coraggio! -- esclamò la graziosa signora Zeta rivedendo l'amica. --
Ha osato uscir sola ancora?
-- Ah, ora sono sicura di non trovarmi più tra i piedi quel signore. Ha
avuta una lezione ammodo.
-- Ed è Stato mio marito a dargliela? Che bravo Giorgio! Mi racconti.
-- No; voglio lasciargli il piacere di raccontargliela lui.
Non si sa che gesta eroiche si sia attribuite il marito per cavarsi
d'impaccio. Ma la sua bella donnina fu tutta orgogliosa d'aver uno sposo
tanto serio e cavalleresco, e quel fatto rialzò di molto la sua
ammirazione e la sua fiducia in lui.
Giorgio l'amava tanto, che la indusse quell'anno ad andare in campagna
ai primi di aprile perchè non vedeva l'ora di rinnovare in quella
solitudine la sua luna di miele.... e di fuggire il supplizio delle
partite a -bezigue-.
INDICE
Capo d'anno Pag.5
Chi lascia la via vecchia per la nova » 25
I morti parlano » 99
Riccardo Cuor di Leone »199
Storia di una Viola »223
Una piccola vendetta»255
-Finito di stampare
il giorno XV Febbraio MDCCCLXXX
nella Tipografia Nazionale
in Cesena.-
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (mania/manìa e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.
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