-- Imputata, voi conoscete il fonografo dunque -- disse il giudice. -- Sì. Me ne aveva parlato tanto il mio povero marito. -- E vi aveva mostrato questo? E voi l'avete posto in questa cassa? -- Nossignore. Me ne aveva parlato soltanto. Non mi conduceva mai al teatro; non ne avevo mai veduti. Oh mio Dio! Non era uno spirito; era una macchina che parlava! -- E voi ne siete sorpresa? Non lo sapevate? domandò il giudice con ironia. -- Non l'avrei mai pensato. Avevo dimenticato quei discorsi della macchina. Come potevo immaginarmi?...... -- E secondo le vostre deposizioni questa macchina apparterrebbe al teatro di Walnut-Street? -- Sì; quando il povero Tobie portò a casa la cassetta chiusa mi disse che quanto conteneva era del teatro, e che avessi a restituirlo alla sua morte. Il giudice diede un ordine perchè venisse condotto all'udienza il proprietario del Walnut-Theatre. Intanto l'avvocato Doulton prese la parola: -- È evidente che si attribuisce agli imputati l'astuzia d'essersi serviti di un fonografo per dar colore di verità alle loro affermazioni sorprendenti. Ma io vorrei che fosse chiamato il rappresentante del signor Edison, perchè esamini la macchina, e riconosca, se è possibile, da quanto tempo la lastra di stagnola ha ricevute le impressioni. E se non basta, chiunque ha conosciuto da vicino il defunto Tobie Reed potrà giudicare dell'identità della voce. Intanto è facile riconoscere che quella non è la voce di nessuno degl'imputati; ed è cosa molto probabile che il povero maniaco, impressionato dalla scoperta meravigliosa del signor Edison, abbia voluto servirsene per rammentare ai superstiti la sua ultima volontà. È più probabile senza dubbio, di quanto si è mostrato qui di supporre, che due giovani ignoranti, che non s'interessano punto ai trovati della scienza, abbiano potuto farsene argomento d'una mistificazione puerile, che certo non avrebbe potuto ingannare la maestà della giustizia. Il giudice non ebbe il tempo di rispondere perchè fu introdotto il proprietario del Walnut-Theatre, e quasi subito dopo sopraggiunse il rappresentante della casa Edison. Informato della scoperta fatta aprendo la cassetta, e delle deposizioni degli imputati, il proprietario del teatro rispose, -- che infatti, appunto un mese prima della morte del Reed, al momento di ritirare le sue macchine dopo gli esperimenti, il signor Edison, s'era lagnato della scomparsa di un piccolo fonografo. Forse il povero Tobie, che se ne era appassionato e che passava lunghe ore a contemplare quei prodigi, in un momento di pazzia se ne era impadronito. Il teste non aveva sospettato lui, perchè lo sapeva onestissimo. Il giudice interrogò il rappresentante della casa Edison: -- Riconoscete questo fonografo? -- Sì; è uno di quelli che avevamo in deposito e che abbiamo trasportati al Walnut-Theatre l'anno scorso all'epoca degli esperimenti. Quando li ritirammo ne mancava uno. -- Potrebbe ella dirci, esaminando il fonografo, da quanto tempo il foglio di stagnola ha ricevuto le impressioni della voce? L'interrogato crollò il capo in atto di dubbio, e si pose ad osservare la macchina. In quella accadde un movimento alla porta. Un signore si affacciò, acceso in volto, affannato. Voleva essere ammesso a parlare al tribunale. I -policemen- lo trattennero, ed uno di essi venne a dire al giudice che il dottor Wintry aveva una comunicazione importante da fare. Il giudice lo fece venire, e gli accordò la parola. Egli disse, parlando con un'agitazione che alla sua età aveva qualche cosa di solenne: -- La verità si è fatta chiara da sè. Gli imputati sono ignoranti, fanatici, ma sono innocenti del furto. Al principio della seduta, quando il fonografo ripetè il testamento del maniaco Tobie Reed, un uomo mise un grido e cadde in convulsioni atroci laggiù presso la porta. Dacchè durano i dibattimenti avevo sempre osservato quell'individuo dalla fisonomia volpina. Mi era antipatico, e m'inspirava dei sospetti. Quando l'udii mettere quel grido, riconobbi il grido del rimorso, della coscienza colpevole impaurita. Nella mia lunga carriera medica, mi accadde più d'una volta di assistere nelle ultime ore uomini che, integri in faccia al mondo, avevano la coscienza tribolata da rimorsi atroci; le loro paure deliranti, erano ritratte nella convulsione ignobile di quell'uomo. M'affrettai ad assisterlo. Lo feci portare all'ospedale, me gli posi accanto; appena la convulsione gli permise di parlare, balzò a sedere sul letto, e domandò tremando: -- Il morto ha detto tutto? -- Tutto -- risposi. -- Ah mio Dio! -- urlò il miserabile -- mi condanneranno a morte, mi impiccheranno... La convulsione lo riprendeva violenta a quell'idea paurosa, ma la mente rimaneva libera. Era in grado di parlare, e bisognava indurlo a dire la verità. -- Potreste trovare indulgenza nei vostri giudici -- gli dissi -- se confessaste la vostra colpa sinceramente, e senza restrizioni. -- Ma non ha detto tutto il morto? -- domandò con diffidenza. -- Sì. Ha detto che voi avete rubato i gioielli della vedova Blounty. -- Oh mio Dio! Mio Dio! -- esclamò picchiandosi il petto. -- È vero! Io non credeva che i morti potessero sorgere dalla tomba per accusarmi. -- Dovete dire se avevate altri complici. -- No; per amor del cielo, ch'io non mi metta altri delitti sulla coscienza. Era un anno che ambivo quel tesoro e non osavo portarci la mano per paura che mi scoprissero. Il primo sospettato sarei stato io. Quando vidi quei due idioti, ed udii la loro stupida storia del morto, pensai di profittare della loro intrusione nel cimitero per farli credere colpevoli del furto. Mi premunii degli strumenti; ero coraggioso e forte e non credevo che i morti parlassero; non credevo in Dio; non credevo nell'altra vita; li avevo sempre visti così insensibili e muti i cadaveri degli uomini.... -- E quando essi furono arrestati voi solo apriste la tomba? -- Ci volle una grande fatica. Lavorai fino all'alba; dopo aver spogliato il cadavere e rimesso a posto il marmo esterno, seppellii i gioielli in un'altra fossa perchè non venissero scoperti in casa mia; poi corsi ad avvisare la polizia; e tutto sarebbe passato liscio, e, finito il processo, sarei andato lontano, avrei venduto tutto, avrei vissuto i miei ultimi anni nell'agiatezza. Ah! ma i morti parlano; io non sapevo che i morti potessero sorgere per accusarmi. -- Il suo stato è gravissimo -- soggiunse il medico -- e difficilmente potrà ricuperarsi. È disposto a dettare la sua deposizione. Ora spetta al tribunale raccoglierla legalmente, e render giustizia agli innocenti. Quell'uomo, quel miserabile, è Dionisius Ramble, il sexton. Così finì quello strano processo. I due fidanzati furono severamente ammoniti per il tentativo di violazione di tombe, ma considerata la loro superstiziosa ignoranza, che il prodigio del fonografo aveva esaltata, furono assolti. Il colpevole non ebbe tempo a subire la sua pena. Poco dopo la confessione la paralisi gli tolse la parola, ed in pochi giorni morì. Eccoti la Storia, e questa volta finita davvero, mia cara marchesa. Metto qui i miei saluti in fretta perchè sono stanca. -Tua di cuore- MARIA T. RICCARDO CUOR DI LEONE. Riescivo bene nella composizione, ed i miei compagni del collegio militare erano convinti che sarei diventato un grande scrittore. Io però della poesia amavo sopra tutto quella epica, e la mia ambizione era d'essere un eroe. Tutte le manifestazioni della forza fisica mi entusiasmavano. Da piccino m'ero fatto un idolo di Davide per il suo duello con Golia; e poi, a poco a poco, a quell'idolo troppo piccolo se n'era sostituito nell'animo mio uno colossale: Sansone, che atterrava un intero esercito colla mascella d'un asino. A dir vero non mi riesciva d'immaginarmi esattamente che cosa fosse quella mascella; se era l'osso della mandibola, oppure la parte carnosa che lo copre. Ma ad ogni modo era sorprendente che con quell'arma disadatta e difficile a maneggiare, Sansone avesse operato quei portenti di valore. Col tempo però divenni infedele anche a Sansone; vennero gli eroi d'Omero, Orlando, poi tutti i cavalieri del medio evo, ed i guerrieri moderni, ed i miei idoli si chiamarono legione. Tutti i miei sogni erano sogni di gloria. Essere al campo, udire un generale parlare d'un dispaccio importante, d'una missione perigliosa, d'un'esplorazione nel campo nemico e farmi innanzi calmo ed ardito: -- La farò io! E poi partire solo, di notte; essere assalito, combattere e salvare le carte affidate a me, a costo d'ingoiarle; vincere o morire. Ma il morire era l'ipotesi meno frequente delle mie epopee immaginarie. Tornavo sempre glorioso. Avevo ucciso una quantità di nemici, avevo disperso un intero drappello, avevo salvata la vita a qualche gran personaggio. Ogni domenica la mamma veniva a vedermi con mia sorella; sedevo accanto a loro e facevamo lunghe conversazioni. La mamma s'informava de' miei studi; la Margherita mi domandava se avevo scritto dei versi, e voleva vederli. Ma io passavo di volo sugli studi e sulla poesia. Le mie facoltà intellettuali mi portavano alla letteratura, ma i miei gusti bellicosi mi facevano disprezzare quella gloria incruenta. Parlando con quelli della mia famiglia, gli argomenti più graditi per me erano la mia forza muscolare, la mia agilità nella ginnastica, la mia precisione nel tiro al bersaglio, la mia abilità nella scherma. La mamma era contrariata ed un po' sgomenta; la Margherita sbadigliava e guardava i vestiti delle sorelle e delle mamme degli altri allievi. Ma io mi ascoltavo, mi esaltavo colle mie stesse parole, mi spronavo, m'infiammavo. Non c'era pericolo che non fossi pronto a sfidare, e che non mi sembrasse una bazzecola. Si narrava d'un incendio in cui qualcuno era perito? -- Se ci fossi stato io! Avrei traversate le fiamme; no il fumo non mi avrebbe soffocato. Io so stare sott'acqua venti secondi; sarei stato altrettanto nel fumo. E se si fosse rotta la trave sotto i miei piedi, avrei spiccato un salto, mi sarei aggrappato ad un cornicione, ad un chiodo, alla sporgenza più tenue; ma nessuno sarebbe perito se ci fossi stato io. Un monte di spavalderie; il mio coraggio immaginario non indietreggiava davanti a nulla. Nessuno aveva mai compiuto le prodezze che io mi sentivo capace di compiere. -- Dà retta, Riccardo. Non essere tanto vanitoso, -- mi diceva la mamma. -- Bada che -altro è parlar di morte altro è morire-. E mia sorella rideva, e mi ripeteva il nomignolo che m'avevano affibbiato i compagni di collegio: Riccardo Cuor-di-leone. Ma io non me ne offendevo: -- Che ne sapete voi altre donne? Nutrivo un profondo disprezzo pel sesso debole. Ma un bel giorno il sesso debole si vendicò crudelmente: m'innamorai. Ecco come andò la cosa: ci mettevamo sempre in parlatorio sul piccolo divano a destra dell'uscio. Una domenica vennero a sedere accanto a noi il babbo d'un mio compagno colla figliola, una giovinetta bionda, bellezza in erba, dicevo io; sebbene la Margherita, colla impertinenza de' suoi quindici anni, protestasse che l'erba aveva avuto tempo di metter le spighe, perchè aveva ventidue anni. Ma questa doveva essere una maldicenza atroce. Per solito non mi curavo punto di essere o di parere elegante vestendomi; quanto comandava rigorosamente la disciplina, e nulla più. Ma quella domenica memorabile, traversando il parlatorio dopo la visita, mi alzai un pochino sulla punta dei piedi per vedermi quanto meglio era possibile nello specchio appeso al muro, che riflettè la mia faccia scolorita attraverso la mussolina bianca che lo salvava dalle mosche. E la domenica seguente, quando scesi in sala, avevo pettinato con grandissima cura i miei capelli ispidi, ed avevo versata mezza boccetta d'acqua di Felsina nella catinella prima di lavarmi. Olezzavo come un barbiere. Avevo le unghie un po' lunghette; le avevo lasciate crescere tutta la settimana e quella mattina le avevo arrotondate e limate amorosamente; e durante la visita avevo sempre tenute le mani distese sulle ginocchia ammirandone l'eleganza insolita. Questo fu il primo indizio. Il secondo fu una preferenza tutta nuova per le imprese galanti; eroiche sempre ma galanti. Intanto continuavo a vedere la Fulvia ogni domenica. Quando la vedevo entrare in parlatorio, alta un buon palmo più di me, coi capelli ondulati e biondi come i capelli d'una madonna, intorno ad un viso arguto come quello di certe attrici francesi, colla bocca un po' grande che sorrideva sempre mostrando dei denti un po' grossi ma bianchissimi, tutti i miei nervi trasalivano. Doveva passare davanti a noi per andare al suo solito posto, ed io mi rizzavo stecchito come se dovessi cominciare l'esercizio, e facevo il saluto militare. E lei era d'una gentilezza! Mi fissava in volto quei suoi grandi occhioni grigi in cui brillava un raggio di malizia, e sorrideva. La udivo parlare con suo fratello. Che note vibravano nella sua voce! Era la melodia più soave che avessi ascoltata mai. C'erano dunque uomini a questo mondo che si sentivano dire -ti amo-, da una voce come quella? Mi pareva che tutto il sangue mi affluisse sul volto, ed abbassavo il capo per nascondere quella debolezza. Ma la Margherita mi gridava con fraterna sincerità: -- Che orrore! Come sei diventato rosso! Sembri una barbabietola. Alle volte pensavo con isgomento a' suoi ventidue anni ed a' miei poveri tre lustri, e mi pareva di essere il Furio del De Amicis. Ma io non avevo quegli abiti così curiosamente corti e stretti. La mia uniforme mi stava bene. Furio era matto ad innamorarsi d'una donna di trent'anni, che avrebbe potuto essere sua madre, ed era sua cognata, ed aveva marito. -- Questa era giovane; senza dubbio la Margherita esagerava la sua età; non poteva avere più di dicianove anni, ed io era forte e robusto, dimostravo due anni almeno più di quelli che avevo. Chiunque me ne avrebbe dati diciasette; la differenza si riduceva dunque a due anni; a nulla. Avrei dato l'anima mia per poterle dire quanto l'amavo; ma non le ero stato presentato, non ci conoscevamo. Dovevo contentarmi di guardarla, di divorarla cogli occhi. Tutta la settimana rivedevo la sua manina; mi pareva di spogliarla del guanto che le dava una rigidezza e una levigatura gelida; di sentirla tepida, e liscia; di baciarla; di coprirmene il volto, per susurrarci dentro la mia confessione appassionata, per nasconderci le mie lagrime. Sospiravo un'occasione per poterle parlare, per fare qualche cosa per lei. Mi figuravo di scontrarla durante la vacanze in una gita a cavallo, e che il suo puledro bisbetico si impennasse minacciosamente sopra una strada ripida all'orlo d'un precipizio; ed io la vedessi sul punto d'essere rovesciata, e sfracellata giù sui sassi del burrone; e mi avventassi per salvarla; e fossi atterrato dal cavallo, pesto, ucciso; ma ancora morendo, tenessi fermo il puledro pel morso finchè lei fosse salva, e spirassi sentendomi mormorare sulle labbra un «grazie» nella dolcezza d'un bacio. C'era una ballata di Schiller che mi appassionava; la bella ballata intitolata -Il guanto-. Descrive un circo. Un leone, una tigre e due pardi, ruggono affamati nell'arena. Ad un tratto la bella Cunegonda lascia cadere dalla loggia un guanto, e dice al cavalier Dalorgia: -- Se è vero che mi amate, andate a raccoglierlo. Ed il cavaliere scende ardimentoso tra le fiere inferocite, prende il guanto, risale fra il plauso e lo stupore della folla. Ma fattosi incontro alla nobile donzella che gli sorrideva, orgogliosa di quella impresa compiuta per amor suo, invece d'inginocchiarsi a' suoi piedi implorando il premio del suo coraggio, le getta sdegnosamente in faccia il piccolo guanto ricamato, e le dice: -- Io non voglio nulla da voi. -- E l'abbandona per sempre. Avevo tradotta quella ballata, e l'avevo studiata a memoria in tedesco. I miei compagni ammiravano la mia traduzione, ed indovinavano a chi la dedicavo. Io del resto non ero molto circospetto. Sentivo il bisogno di manifestare la mia indignazione contro il cavalier Dalorgia, e di dichiarare che nel caso suo avrei operato meglio di lui. Invocavo tutte le belve del giardino zoologico. Avrei voluto vederne gremita l'arena di Milano, udirne i ruggiti minacciosi. E se una fanciulla che amavo ci avesse gettato il suo guanto, sarei corso in mezzo ad esse, e chinando il capo tra le fauci del leone, sotto l'occhio iniettato di sangue della iena, avrei raccolto l'oggetto prezioso. Non mi sarebbe neppure dispiaciuto una buona morsicatura, purchè in un punto che non mi sfigurasse, per poterle mostrare che versavo il mio sangue per lei. Mi pareva di sentirmi sul collo l'alito ardente delle fiere, di udirne l'ansimare affannoso e rauco. Io non l'avrei disprezzata per quella sfida la bella fanciulla. Me ne avesse procurate delle imprese per dimostrarle la mia audacia! Non era per nulla che mi chiamavano Riccardo Cuor-di-leone. Ma intanto le settimane passavano; io continuavo a vedere la Fulvia in parlatorio ad ogni visita, ad arrossire, a tremare, a sudar freddo, ed anche caldo, perchè ormai s'era nel maggio; -- e non era mai capitata la menoma occasione di fare prova del mio coraggio esponendo la vita per lei. La seconda domenica del mese, il signor Malinverni giunse solo in parlatorio per vedere suo figlio. La Fulvia non era con lui. Tutto il tempo della visita fui inquieto e distratto. Non udivo che cosa mi dicesse la mamma; mi voltavo ogni volta che s'apriva l'uscio; ero sulle spine. Che fosse già andata in campagna? E non avessi a vederla per tutto l'anno;.... e forse mai più! Suo fratello era maggiore di me; l'anno seguente doveva entrare all'Accademia. Quella settimana passò lunga e triste. Alla ricreazione m'accostavo al Malinverni per domandargli di sua sorella. Ma poi il nome non voleva uscire dalle labbra. Mi si metteva in gola come il torsolo del pomo d'Adamo e non c'era verso di tirarlo fuori. Mi strozzava. Con tanto ardimento che avevo nel cuore non osavo parlare. Ci volevano fatti per me, non parole. Oh, un'occasione! Chi mi faceva nascere un'occasione per far vedere che non ero timido, che non esitavo, che nelle circostanze ero forte ed audace come il mio amore! La domenica seguente la Fulvia mancò ancora. Non esitai più. La sera stessa nel cortile, mi accostai al Malinverni e gli dissi risolutamente: -- Senti... -- Che cosa? -- mi domandò. -- Senti.... volevo dirti.... -- Che cosa, via! Sbrigati! -- Che fra due settimane ci sarà la distribuzione delle cifre reali. Mi asciugai la fronte bagnata di sudore. Sempre il torsolo del pomo d'Adamo. M'era rimasto in gola. Ed intanto la sua lontananza, la paura di non rivederla più, m'infiammavano sempre maggiormente. Tremavo di me stesso, della mia passione calda e pazza. Chi poteva dire a che eccessi di audacia mi avrebbe portato? Mi sentivo il coraggio di rapirla; temevo di non sapermi frenare, di slanciarmele incontro cieco, fremente d'amore, e di stringerla al cuore alla presenza di tutti. La distribuzione delle cifre reali fu fissata per l'ultima domenica di maggio. Tutti i parenti furonvi invitati; doveva essere una festa solenne. Oh se la Fulvia fosse venuta! Io non avrei avuto ai fianchi come le altre domeniche la mamma e la Margherita; e dal mio posto in mezzo ai compagni avrei potuto contemplare la mia bella fanciulla, mentre lei mi avrebbe guardato co' suoi grandi occhi chiari. Mi guardava sempre, e mi sorrideva. Oh mio Dio, mio Dio! che cosa sarebbe accaduto? Mi sentivo delle audacie, delle audacie!... E quel giorno venne senza ch'io l'avessi più riveduta al parlatorio. Quando scesi nel cortile per la cerimonia, ero in uno stato d'esaltazione da non si dire. Se non veniva, era finita; non l'avrei forse veduta più. Era necessario che quel giorno la Fulvia venisse, e che quel giorno sapesse che l'amavo. Avevo passata la mattina a scriverle in ottava rima, le angoscie e le smanie del mio cuore innamorato. Bisognava che ad ogni modo le dessi quel biglietto, anche a costo di far nascere uno scandolo. Che m'importava di suo padre, de' miei parenti, di tutto il mondo? Io lo sfidavo il mondo nella foga del mio amore. Eravamo tutti schierati. Il generale con un seguito di ufficiali superiori ci passava in rivista. Gli invitati venivano a gruppi; le signore cogli ombrellini aperti, cogli abiti lunghi lunghi, che i signori pestavano un pochino per poi salutarle fino a terra nel dire -pardon-. Pigliavano i posti con un gran bisbiglio, poi li mutavano per star più comode, e movevano le sedie, e le facevano cadere, e salutavano le nuove venute da lontano, poi volevano avvicinarle, si scambiavano dei segni, s'alzavano in piedi un'altra volta, e ricominciavano ad andare e venire, e conversare. In quella confusione, per quanto guardassi, non potevo vedere se c'era la Fulvia. Avevo anche il sole che proprio mi dava negli occhi. Ad un tratto risonò un rullo di tamburo prolungato, s'intonò la musica. Cominciava la distribuzione delle cifre reali. Dovevo essere uno dei primi chiamati. Quando udii il mio nome uscii fuori. La cifra da darsi a me era stata portata alla mamma. Mi feci innanzi, umile in tanta gloria... Dio degli innamorati! Accanto alla mamma c'era il signor Malinverni, ed accanto a lui la Fulvia, come in parlatorio. Un momento fui sul punto di correre a lei, di gettarmi a' suoi piedi. Ma la mamma era là colle mani stese per darmi la cifra; tutti gli occhi erano su di me; dovetti frenare il mio ardore, e stare ad ascoltare quanto mi diceva la mamma, ed accogliere i complimenti di una quantità di cugini che aveva condotti con sè. Ma in realtà non ascoltavo nulla. Guardavo la Fulvia, più bella che mai, con un vestito bianco leggero; mettevo tutta l'anima negli occhi, e fissavo i suoi, che mi fissavano anch'essi, e mi sorridevano... Se il cavallo del generale, in un accesso di pazzia, avesse preso la fuga precipitandosi contro di lei! Mi sarei gettato innanzi a farle scudo del mio corpo, l'avrei sollevata fra le mie braccia, con tutta l'audacia del mio amore e de' miei quindici anni! «Oh!» -- non era il cavallo. Era la Fulvia che facendo per vezzo il mulinello col fazzoletto di trina, mentre mi guardava sorridendo, se l'era lasciato sfuggire di mano. Era venuto a cadere a due passi da me, e lei continuava a sorridere come per invitarmi a raccoglierlo. Dio, che momento!... Il cuore si pose a sussultarmi con tanta violenza nel petto, come se volesse uscirmi dalla bocca. Volli spingermi innanzi, precipitarmi. Ma il movimento non mi riusciva. Era come il torsolo del pomo d'Adamo che restava in gola. Rimanevo là inchiodato, guardando con ansia quel piccolo disco di trina. Oh! se ci fosse stato soltanto un leone, un piccolo leoncino... Ma in quel circo di belle signore che mi guardavano bisbigliando fra loro, che nascondevano dietro il ventaglio il sorriso ironico delle loro labbra, ed intanto ridevano colla fronte, cogli occhi, con tutta la persona... oh! meglio tutti i ruggiti della fossa di Daniele che quel chiacchierìo sommesso e pungente, come il sibilo d'un branco di serpi. Ed intanto la Fulvia continuava ad invitarmi collo sguardo, e dietro a me i miei compagni urtandosi col gomito susurravano troppo forte: -- Riccardo Cuor-di-leone. Presi una risoluzione eroica; mi spiccai dal mio posto; mi feci innanzi arditamente contro il fazzoletto... ma nel momento di curvarmi a raccoglierlo sotto il fuoco di tanti sguardi, il cuore mi mancò; -- gli diedi una lunga occhiata, un sospiro, -- poi mi scansai per non calpestarlo, e tornai al mio posto fra i compagni, che mi accolsero con una salva di fischiate. STORIA D'UNA VIOLA. Erano parecchi mesi che stavo sul lago di Como, passando il giorno a ciel sereno fra i semplici piaceri della villeggiatura, e la sera ad ascoltare della buona musica. E quelle armonie belle dell'arte, unite alle armonie della natura, avevano per me tale incanto, che non pensavo più a scrivere; o, se ci pensavo un momento, mi ravvedevo subito, perchè m'accorgevo che le mie parole messe in fila sopra la carta, erano una povera cosa al confronto di quella meraviglia di lago e di monti; e le mie rime appaiate avevano un misero suono al confronto di quelle musiche melodiose. Ma se queste erano buone ragioni per me di stare in ozio, non persuadevano punto il direttore d'un giornale per cui lavoravo, il quale quando pagava voleva essere servito, -- ed anche quando non pagava. Una bella sera, tra il duetto del -Don Carlos- e la romanza del -Ruy Blas-, mi giunse, come una tegola sul capo, una letterona gialla, coi doppi bolli dell'ufficio di posta e dell'ufficio del giornale. Per me, che non avevo una parola di scritto, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi là alla sponda del lago, tenendo tra le mani l'epistola senza aver il coraggio di leggerla, e pensando con raccapriccio tutte le parole amare che c'erano dentro, mentre dietro a me, nel salotto, risuonavano le note soavi della -Dolce voluttà- del Marchetti. Ad un tratto, udendo echeggiare gli applausi, mi lasciai vincere dall'entusiasmo, alzai le mani per applaudire anch'io, e la lettera gialla cadde nel lago. Che cosa mi diceva? Non lo seppi mai. -- Era andata a seppellirsi nelle onde coi suggelli intatti, portando il suo segreto nella tomba, come si dice nei romanzi a tinte scure. Se era in versi l'avranno letta le ondine, se era in prosa gli agoni del lago, che piacciono tanto ai buongustai di Milano. Questo incidente senza sèguito non produsse nessuna modificazione nell'impiego del mio tempo; sicchè, quando tornai in città, riportai tutta la mia carta candida come il velo d'una sposa, e le mie penne asciutte come la borsa d'uno studente. Colla vita cittadina avevo ritrovato però il proposito del lavoro, e mi affrettai a scrivere al direttore dalle lettere gialle, promettendogli di fare subito qualche cosuccia per lui. Ma promettere è facile, e mantenere è difficile. Dopo un lungo ozio avevo il cervello ossidato; e non sapevo come cavarmela, quando per buona sorte, mi giunse un'altra lettera del Direttore del giornale, il quale, per ringraziarmi della mia promessa, mi mandava una viola del pensiero. -- Se mi riescisse di far parlare questo fiore! -- pensai, -- di cavarne un apologo alla vecchia maniera, di quelli che sotto una forma più o meno dilettevole insegnano qualche cosa ai bimbi! Se ne sono fatti già tanti e tanti.... Ma che cosa non s'è fatto a questo mondo? Anzi gli altri sono un precedente per far accettare il mio. E dopo questa breve discussione tra me e me, domandai alla viola: -- Avresti una storia tu? -- Chi non ha una storia? -- mi rispose. -- È di quelle che insegnano qualche cosa ai bimbi? -- No; non è pei bimbi; insegna alle giovinette a non essere incostanti, a non lasciarsi abbagliare dalle qualità apparenti, a tener conto delle virtù serie e degli affetti provati, quando debbono fare una scelta... -- È quello che mi occorre. Me la vorresti narrare? -- Perchè no? Mi resta ancora succo vitale per alcune ore, le impiegherò a fare la mia confessione generale. Ed ecco quanto mi disse la viola del pensiero: * * * La prima sensazione che provai destandomi alla vita fu un malessere inesprimibile. Un'afa pesante mi avvolgeva. Mi sentivo oppressa. Non c'era un soffio d'aria che mi desse forza di spiegare le foglie. Mi riescì appena con grande fatica e con grande lentezza di socchiudere in punta i miei petali. Il mio occhio giallo, dal centro del mio bruno volto, potè ricevere un po' di luce, e prendere cognizione degli oggetti situati in linea retta dinanzi a quella specie di cannocchiale che i petali attorcigliati gli facevano intorno. Per qualche tempo non potei discernere altro che una luce fosca intercettata da una specie di nebbia; ma a poco a poco, esercitando meglio la vista, mi accorsi che quella che mitigava la luce intorno a me non era punto nebbia; era una parete, che dalla curva che avevo dinanzi, e di cui non vedevo il termine, argomentai essere di forma circolare. Essa non era nè abbastanza trasparente da lasciarmi distinguere gli oggetti esterni, nè abbastanza opaca da privarmi di luce. Hoffmann, quel bizzarro ingegno che conosce tutte le lingue delle cose che non parlano, ha detto a voi altri uomini che noi fiori non moriamo se non per rinascere poi a nuove vite, nelle quali, come Cagliostro, come il conte di San Germano, serbiamo memoria di tutte le esistenze anteriori. Io avevo terminato la mia vita precedente frammezzo a due croci nell'occhiello dell'abito d'un uomo di Stato. E là, durante la mia lenta agonia, avevo inteso parlare delle cittadelle di Alessandria, di Fenestrelle, dello Spielberg e dei Piombi. Ora, al vedermi quella parete intorno, pensai con raccapriccio a quelle prigioni; e feci come i discepoli di Cristo alla vista del paralitico; mi domandai per qual colpa de' miei padri ero stata condannata a quella pena. A questo punto interruppi la viola per dirle: -- Scusa, mio bel fiorellino. Questa erudizione evangelica l'hai acquistata anch'essa fra le croci dell'uomo di Stato? -- Che! -- mi rispose: -- Quelle sono croci che non cominciano dalla passione e non vanno al Calvario.... Ma dove ero rimasta? Ho perduto il filo. -- Eri al principio della tua ultima esistenza, con quella specie di muraglia della China intorno... -- Ah! sì... Ora mi rammento. -- E continuò: Non saprei dire precisamente quanto tempo languissi nella penombra di quella prigione. Quando mi sentii mancare, mi posi a gridare invocando soccorso, e narrando le sofferenze che mi procurava quella specie di macchina pneumatica. Allora una voce gentile mi gridò: -- Abbi pazienza, Viola. Io ti vedo e ti sento e penso a liberarti. -- Grazie, -- esclamai. -- Ma sollecita, ti prego. Ho esaurito il poco carbonio che c'era qui dentro. Ora l'azoto e l'ossigeno mi asfissiano. -- Non posso affrettarmi quanto vorrei, -- mi rispose la stessa voce. -- Sono legato anch'io, e prima di muovermi debbo svincolarmi. -- Dimmi almeno il nome di questa carcere che mi rinchiude. -- Si chiama bicchiere. -- Bic....? -- chiere. -- Ma che! Bicchiere è un vaso di cui gli uomini si servono per bere. -- Appunto, Viola. Ti hanno capovolto addosso uno di quei vasi. -- Ma scusa. I bicchieri sono trasparenti; me l'hanno detto le foglie di rosa che erano avvezze a nuotarci dentro sul vino di Falerno; e questo mio carcere non è punto diafano, lo vedi. -- È perchè ha fatto freddo nella notte; la brina vi si è appiccicata per di fuori ed ha appannato il vetro. -- Non ci mancava altro. -- Così mi si impedisce anche di vederti. Vorresti dirmi in compenso il tuo nome? -- Tulipano bruno. -- Ah! sei un nobile fiore. Fui una volta in Olanda con un ladro francese fuggito dalla Bastiglia, ed ho udito narrare la storia de' tuoi avi. -- Non sei difficile ad accontentare nella scelta de' tuoi compagni di viaggio, Viola. Timidissima, come sono, fui mortificata da quel rimprovero, e non osai rispondere. Intanto il tempo passava ed il Tulipano bruno non parlava più. La mia situazione diveniva intollerabile; i miei petali ammolliti dall'aria pesante, mi si erano ripiegati sull'occhio; ero ricaduta nell'oscurità; il mio stelo si indeboliva sempre. Floscia, ricurva, sfiorando già col capo la terra aspettavo ad ogni minuto la morte; quando ad un tratto udii uno scricchiolìo, poi il rumore di qualche cosa che si spezza. Al tempo stesso un corpo non molto pesante, ma spinto con impeto, diede un urto secco alla parete sinistra del bicchiere, che si rovesciò e cadde fuori dagli orli del vaso; lo udii frangersi rumorosamente ad una certa distanza al disotto di me; e, troppo debole per sopportare il contatto immediato dell'aria, caddi, appassita per terra. * * * Mi ridestai al tepore d'un bel raggio di sole. Mi rizzai rinvigorita; aspirai l'aria pura che mi avvolgeva, stesi i petali foschi, ed apparvi in tutto il vigore della bellezza della gioventù. Nella gioia di quel momento, non pensai che a godere della luce e della vita ricuperate. Mi trovavo sul davanzale d'un'ampia finestra, e guardavo intorno esaminando avidamente i luoghi e le cose. Ma un olezzo noto mi susurrò: -- Quando n'avrai abbastanza di guardare in giro ti ricorderai pure di me? -- Era il Tulipano bruno. Quattro pezzi di legno stavano sul terreno intorno al mio liberatore. Uno di essi aveva il piede sul vaso del Tulipano, ed era steso in tutta la sua lunghezza traverso il mio. Un lungo filo rosso e bianco attorcigliato giaceva fra i legni sulla terra mossa da quella rovina. Il Tulipano, libero da quei vincoli che lo tenevano ritto, aveva incurvato il suo lungo stelo, e colla bella testa toccava quasi la mia. -- Quanto ti debbo! -- gli dissi: -- ti sei privato per me di tutti i tuoi sostegni. -- Dacchè lo riconosci, -- mi rispose, -- ne sono largamente ricompensato. -- Come non riconoscerlo? -- dissi eludendo il complimento. Fu certo questo legno steso dietro a me, che ha rovesciato il bicchiere maledetto. -- Oh mille volte maledetto; perchè era una barriera che ti divideva da me. Mi sentii imbarazzata. Stetti alquanto in silenzio. Ma i pistilli bianchi del Tulipano mi volgevano sguardi d'amore. Per togliermi a quel fascino cercai di proseguire il discorso; e tornai a dire: -- Sei stato ben generoso a rinunciare per me alla tua nobile posizione verticale. -- Di' che fui egoista piuttosto. Eravamo tanto lontani allora.... -- Ed ora, -- l'interruppi, -- tutto il peso del capo ti gravita sullo stelo, e t'incurva tanto che nessuno ti vede più; non sembri più alto di me; guarda come sono vicine le nostre teste. -- Te ne lagni, Viola? -- olezzò lieve lieve. Lagnarmene! Io! Il suo profumo m'inebbriava; il suo sguardo attraeva il mio; un senso ignoto di dolcezza m'inondava il calice. Avrei voluto possedere la bellezza della camelia, il profumo della vaniglia; mi sentivo umile, bruna, piccina; ed una stilla trasparente bagnò il velluto delle mie foglie. Gli uomini la credettero rugiada, ma il Tulipano vide che era una lagrima. In quel punto passò un soffio di vento. Egli vi si piegò sotto, si lasciò spingere, ed il fulvo de' suoi lunghi petali sfiorò il fulvo de' miei, mentre tornava ad olezzare dolcemente. -- Te ne lagni, Viola? Ma nel mondo degli uomini, dove l'amore fa tanto chiasso ed è tanto eloquente, il nostro amoruccio di fiori, semplice ed impacciato, deve sembrare ridicolo. Lascia dunque ch'io tenga per me le memorie di quelle espansioni soavi. Ti dirò solo che da quel giorno ed in quel bacio ci giurammo di amarci sempre; e lo zeffiro che ci aveva congiunti, portò a Flora il giuramento, con cui la Viola ed il Tulipano si erano fidanzati. * * * Quella felicità era troppo grande perchè potesse durare. Sopravvenne la fatalità che regnava su di noi sotto la forma d'una bella signora; vide i disastri accaduti, e, per buona sorte, ne incolpò di vento. Ma tornò a rizzare sullo stelo il mio amico generoso, gli ripose intorno più saldi i bastoncini caduti, e lo rilegò più stretto di prima. Un momento tremai di veder ricomparire anche il bicchiere; ma grazie al mio aspetto florido, quel supplizio mi fu risparmiato; e potevo vedere ancora, sebbene da lontano, il bel Tulipano il cui bacio mi aveva inebbriata. È vero che, ritto così sulla sua alta persona, con quella barricata intorno, egli appariva fiero e superbo; e nel segreto del mio calice mi sentivo isolata, e rimpiangevo quella dolce espansione a cui l'avevano condotto un momento la generosità e l'amore. Tuttavia i suoi pistilli mi guardavano sempre, il suo effluvio era sempre egualmente amorevole; ed io pensavo che gli dovevo la libertà e la vita; pensavo che era generoso e buono, ed ero felice del suo amore. Così passarono tre ore senza che nulla turbasse la nostra pace; e la prova di quella lunga costanza, e le memorie di quel tempo trascorso insieme, riassodavano il nostro affetto. In quella calma serena, senza agitazioni, senza tempeste, la vita mi era facile. Ma a poco a poco la noia cominciò ad insinuarsi nello spazio vuoto tra il Tulipano e me. Per fortuna -- allora dissi per fortuna, -- una bestiolina verde, un bruco, venne a strisciare sugli orli del mio vaso. Sebbene fosse bruttina, la vista di quella bestiola mi divertì. Mi piaceva la flessibilità delle sue movenze, la facilità con cui si raccoglieva in un gruppo o si stendeva, modificando il portamento a seconda delle esigenze del cammino. Ella mi disse: -- Bella Viola, è un pezzo che vado strisciandoti intorno. Ammiro il tuo volto timido e pensoso. Lascia che mi avvicini a te; coprimi della tua ombra. Ti vorrò bene come una sorella. So che hai innamorato il Tulipano bruno; ma le barriere che ha intorno lo tengono lontano da te. Dammi ospitalità fra le tue foglie, e tu m'insegnerai parole d'amore; ed io andrò da te a lui e gliele recherò. Tu penserai per me, io striscierò per te. -- Lusingata dall'idea d'avere accanto un'amica, protesi fiduciosa le mie povere foglioline e vi raccolsi la bestiuccia strisciante. Ella tornò a dirmi: -- Quanto è bello il Tulipano bruno! Soffre di esserti lontano. Lo sguardo de' suoi pistilli è pieno di tristezza; affidami parole di conforto che io gliele rechi sommesse, e sarà felice. Ed io gli risposi: -- Non potresti dirgli nessuna cosa che non ci siamo già detta. Non intrometterti fra noi. Il tempo logorerà il filo che lo lega, ed allora saremo ancora uniti. La bestiolina verde, irritata da quel rifiuto, si diede a suggere l'umore vitale alla mia radice. Mi sentivo indebolire, ma non sapevo il perchè; e tra il sole che mi ardeva, tra l'avidità della mia falsa amica, mi andavo lentamente struggendo. La bella signora che aveva riposto in ceppi il Tulipano, vedendomi in quello stato disse: -- Questa Viola va portata all'ombra. -- E mi sollevò col mio vaso. Allora la bestiolina verde strisciò rapidamente sull'orlo del vaso, e si lasciò cadere sulla finestra, poi si rimise a strisciare sul vaso del Tulipano bruno. Addolorato della mia partenza, coi pistilli rivolti verso di me, egli non si avvide della bestia. Ma io la vedevo avanzarsi lentamente fin presso lo stelo del mio nobile fiore, e mentre mi allontanavo colla signora, pensavo con ingannevole fiducia: «Quella bestiolina verde gli parlerà di me.» * * * La bella signora mi fece attraversare parecchie sale e gabinetti, e finalmente giunta ad un salottino giallo, aperse la finestra e mi pose accanto ad un magnifico Garofano rosso, in tutto il vigore d'una vegetazione ridondante. Oh lo splendido fiore! I bei petali vivaci! Le belle foglie tese e verdeggianti! Il suo olezzo profumava l'aria tutt'intorno, e mi pareva che la presenza di quel fiore bello e forte, dovesse allietarmi la vita. Nel nostro linguaggio di profumi, egli diceva cose sorprendenti; ne diceva molte e mi faceva passare di meraviglia in meraviglia. Pensai al linguaggio degli altri fiori, e mi parve triviale, e tornai ad ascoltare il Garofano. Pensai al Tulipano bruno; ed anche il Tulipano non mi parve più bello. -- Che cosa gli dirà la bestiolina? -- dicevo nel mio cuore. -- Ed in fondo al calice una voce gelosa mi rispondeva: -- La bestiolina strisciante non gli parlerà per te ma per sè stessa. Si farà amare e tu sarai dimenticata. -- E tornavo a guardare il Garofano, poi rispondevo: -- Oh, che m'importa? . . . . . . Qui l'olezzo della povera Viola usciva lento ed a sbalzi, come se si vergognasse di quanto diceva. E non aveva torto. Io le dissi: -- Come! Amavi già anche il Garofano, Viola? Scusa, ma non posso farti complimenti sulla tua costanza. -- Te ne ho forse domandati? -- ribattè con arroganza scotendo le foglioline, per dissipare l'abbattimento che le avevano cagionato quelle memorie. -- Io ti racconto la mia storia al momento di finire questa vita. È un esame severo che faccio a me stessa; non cerco nè lodi nè biasimo. Non so se fra gli uomini sia lo stesso, ma nei fiori il sentimento si impone molte volte alla volontà ed alla ragione. Sentivo di dover tutto il mio cuore al Tulipano; ma mi trovavo sola, perduta in luoghi ignoti; e senza volerlo subivo il fascino di quell'altro fiore, più ardito, più appariscente, più forte. * * * Una volta il Garofano mi disse: -- Tu mi guardi, Viola, ed anch'io ti guardo... Accanto a te sento di star bene; i tuoi petali sono freschi e vellutati, ed il tuo olezzo lieve mi piace. Ma tu, non ami un altro fiore? Ed io rinnegai il primo amore. Rinnegai l'amico buono e generoso che mi aveva salvata, e rivolsi la faccia al Garofano. -- Allora il Garofano mi disse che mi amava, e quella parola, antica come il mondo, mi parve nuova, olezzata da lui. Egli mi avvolse nella sua ombra, ed io dimenticai il mondo dei fiori per lui. Stese verso di me le sue foglie acute con tanto impeto, che ne fui punta. Ma io amai il dolore e pensai: -- Se la bella signora mi ponesse nel suo vaso le nostre radici potrebbero congiungersi. Egli indovinò il mio pensiero, e ripetè sommesso ed amoroso: -- Se la bella signora ti ponesse nel mio vaso le nostre radici potrebbero congiungersi. In quella passò il vento, e sibilando mi gridò: -- E il Tulipano bruno! -- Ma io non l'ascoltai, ed il fischio del vento si perdette nello spazio. * * * Si faceva buio ed era vicina la notte. La bella signora venne alla finestra, sollevò col braccio destro il Garofano, prese me coll'altra mano, e ci portò dentro. Dove andavamo? Io non pensai al dove. Che mi importava dacchè partivo con lui? Fece pochi passi e mi depose sopra una tavola del suo salotto. All'altro capo della tavola vidi il Tulipano bruno. La bella signora collocò lo splendido Garofano nel posto più evidente, ad un angolo del caminetto presso la lampada, poi andò a chiudere la finestra. Ad un tratto una farfalla dalle ali azzurre si spiccò dalla parete e si pose a svolazzare intorno al lume accanto al Garofano. Era la bestiolina verde che aveva messo le ali. Allora il Garofano esalò verso di lei il suo profumo più acuto, per invitarla a posarsi sulle sue foglie. A quella vista il mio povero calice si strinse per l'angoscia, e gridai al fiore brillante: -- Perchè non mi guardi più, Garofano? Non ti ricordi che hai detto d'amarmi! E che se la bella signora mi porrà nel tuo vaso le nostre radici si congiungeranno? Egli mi rispose ridendo: -- Oh la piccola scimunita, che prende sul serio tutte le parole olezzate al vento! Non vedi ch'io sono grande e bello ed ho più profumo degli altri fiori? Sogni, povera violetta. A me la farfalla, che vive nell'aria, che sorvola alla terra, che domina lo spazio! -- Bada -- gli dissi: -- quando splendeva il sole, quella farfalla era un bruco, e strisciava sulla terra, strisciava sullo stelo dei fiori, e ne succhiava gli umori, e nella loro morte cercava la vita. -- Che m'importa il passato? Il bruco è scomparso, io amo l'oro e l'azzurro della farfalla. Io tacqui, chinai la testa pensosa, e tutte le mie foglie stillarono. Ma il Garofano non lo vide. Allora il Tulipano mi disse: -- Viola; piangi perchè il Garofano non t'ama più, o piangi d'averlo amato? Io scrutai profondamente il mio calice. Pensai al passato; pensai a tutto; guardai ancora una volta il Garofano vanitoso smemorato che folleggiava col bruco alato, e risposi: -- Piango d'averlo amato. -- Il Tulipano riprese: -- Vedi? il mio amore era più calmo, più ragionevole; inebbriava meno; ma era più durevole del suo. La bestiuccia verde strisciò sul mio stelo, salì sino ai miei petali; ma appena passò il vento, io mi agitai con esso e la respinsi, perchè amavo te sola. Il tempo e lo spazio si frapposero tra noi, e t'amai ancora. Mi dimenticasti per il Garofano, e ti amo sempre. Vuoi che ti perdoni? Dimmi che mi ami e ti perdonerò. -- Chinai il capo umiliata e commossa, e raccolta in me stessa, stetti pensando come rispondere a quella voce dolce e tranquilla che mi ripeteva la profferta clemente. Ero delusa del Garofano. Vedevo dov'era la verità, e mi sentivo felice di quel perdono. Ma sarebbe troppo comoda la vita, se quando l'inganno non ha più seduzione per noi, bastasse tornare ai primi amori, per trovare ancora tutte le gioie dei cuori innocenti. Mentre meditavo così la mia risposta, un dolore inatteso, acuto, infinito, mi strappò ai sogni della speranza. Era la bella signora che m'aveva staccata dal ceppo. Ella mi porse ad un giovane in abito nero e guanti grigi, che uscì portandomi via. Poco dopo egli mi pose in un foglio di carta scritta, la ripiegò, e rimasi qualche tempo nell'oscurità, sbalestrata in ogni senso. Poi sentii lacerare la carta, spiegarla, e mi trovai qui. Mi restavano pochi minuti di vita; tu li prolungasti colle tue cure, e muoio ringraziandoti. -- Un momento, Viola! -- gridai -- non morire ancora. E la morale da mettere in fondo? -- Chiama Tizio e Caio il Garofano ed il Tulipano, chiama la Viola - - , - - . 1 2 - - . . 3 4 - - ? 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