-- Sì, mi sento male; ho i brividi; torniamo a casa.
Voltò strada subito, e ci ritirammo. Ma la mia casa non mi parve più
quel dolce nido di pace; la mia felicità era svanita; avevo lo sgomento
nel cuore.
Quel giovane che m'era passato accanto era Edmondo.
Neppure le cure amorevoli di Marco valsero a calmare la febbre
d'angoscia che mi agitava tutta.
Era stata come una visione di malaugurio. Sentivo che non poteva finire
così; conoscevo quel carattere tempestoso, imperioso, e sapevo che la
mia pace sarebbe perduta, che il mio bel nome di moglie non potrei più
portarlo con quella dignità che mi riconciliava col passato. Guardavo la
cara figura nobile di Marco, e pensavo:
-- Ecco; io ho portato la tempesta nella sua vita, la vergogna sul suo
nome; egli mi ha fatto tanto bene, ed io l'ho ingannato. Domani, doman
l'altro, incontrerà per via qualcuno che gli dirà:
-- Guarda; quel giovinotto là, era l'amante di tua moglie.
Avrei dato la mia vita avvenire, avrei dato persino il mio bell'anno di
nozze, perchè quella lettera perduta fosse giunta a suo tempo al mio
sposo; perchè mi avesse perdonata, o anche abbandonata, ma non fosse
stato ingannato lui.
Le mie previsioni sì avverarono. Quell'incontro fu il principio d'una
serie di dolori e di vergogne.
Il giorno dopo ricevetti una lettera da Edmondo. -- Mi aveva seguita,
conosceva il mio nuovo nome ed il mio indirizzo.
Suo padre era morto, ed egli era tornato libero e ricco per sposarmi.
Non gli era riescito di trovarmi: erano molti giorni che mi andava
cercando affannosamente, ed il suo amore s'accresceva in quelle ansietà.
Finalmente m'aveva scoperta, ed al tempo stesso aveva scoperto che
l'avevo dimenticato, che avevo sposato un altro.
«Povera Maria, -- scriveva. -- Fu il mio silenzio, l'isolamento, forse la
crudele necessità di vivere, che t'hanno indotto a sacrificarti con un
vecchio. -- Ma io so che non puoi amarlo, che il tuo cuore è mio.»
Non posso ripetere quelle supposizioni oltraggiose, che facevano salire
il rossore sulla mia fronte di moglie onesta. Mi pareva che quelle
parole profanassero il mio amore devoto per Marco, m'avvilissero dinanzi
a lui.
E dopo le supposizioni venivano le proposte oltraggiose anch'esse:
«Edmondo mi amava più che non mi avesse amata mai. -- -Mi perdonava,
d'averlo tradito!- -- Desiderava ardentemente di rivedermi; mi aspettava
l'indomani alla tale ora, nel tale luogo.»
Mi dava un appuntamento! A me, moglie d'un altro, vicina a divenir
madre! -- E non dubitava nemmeno ch'io potessi non andarci. Che avessi ad
offendermi poi!.... Ed infatti, non gli avevo dato il diritto di
giudicarmi così? Che ragione avevo di pretendere che mi credesse onesta?
Eppure ero onesta e pentita, e tutto quanto c'era di leale, di giusto
nella mia anima, si ribellava a quella proposta vergognosa.
Non risposi; ma dopo alcuni giorni venne un'altra lettera.
«Perchè non ero andata? -M'aveva aspettata.- Non avevo potuto sfuggire
al mio -vecchio marito-? Era geloso? E perchè non gli avevo risposto
almeno una parola?»
Umiliata, indignata da quei ripetuti insulti gli risposi: «che cessasse
di scrivermi; ch'io amavo e stimavo profondamente il marito che m'aveva
offerto lealmente il suo nome: che avrei preferito morire che fargli il
menomo torto.»
Ma quella risposta non fece che esaltarlo maggiormente. Irritato dal mio
rifiuto, mi rispose un biglietto ironico e crudele.
-- «Ah!, la signora si atteggia a Lucrezia Romana? -- Ma io possiedo un
grazioso epistolario, tutto scritto da lei, virtuosa signora; una
raccolta di letterine che tengo preziose e di cui non mi priverei che
dietro il grande compenso d'una sua visita, signora Lucrezia, oppure per
farne un dono al suo caro Tarquinio. Se domani alle due Ella non sarà
venuta a domandarmele, io manderò il piego a suo marito, e gli dirò: --
Questa donna che voi chiamate vostra....»
Quella minaccia mi atterrì. -- Se avesse parlato di uccidermi, di uccider
sè stesso, m'avrebbe impaurita meno. Nell'esaltazione del mio spirito,
avrei preferito un delitto, un rimorso eterno, alla vergogna dinanzi a
Marco; al disprezzo di quell'uomo che ammiravo come un Dio, e adoravo
come un amante.
Uscii di casa sola, paurosa, febbricitante, nascondendomi come
un'adultera, ed andai a quell'appuntamento per ricuperare le mie
lettere, il mio onore, l'onore di mio marito e di mio figlio. -- Era per
Marco che facevo quel passo; per la sua pace, per non espormi al suo
disprezzo; che so io? perchè lo amavo, ed avevo paura.
Edmondo mi aspettava in un tratto isolato dei bastioni di porta San
Celso.
Fu una scena ignobile ed umiliante. Quell'uomo a cui avevo dato il
diritto di non rispettarmi, abusava della sua posizione con preghiere
oltraggiose, e scusava l'insulto presente col ricordo d'un passato che
era un altro insulto.
Ritornai di là senza aver nulla a rimproverarmi, lasciandolo irritato,
respinto; ma sentendomi avvilita, scontenta di me.
Per indurlo a non rivelare a Marco il segreto colpevole del mio passato,
avevo dovuto scendere ad una transazione, indegna d'una moglie onesta.
Egli non aveva voluto darmi che una sola lettera; la prima che gli avevo
scritto:
-- Sentite -- m'aveva detto. -- Se volete ch'io vi rispetti, dovete essermi
indulgente. Io vi adoro, sono pazzo; abbiate pietà di me. Venite qui
ogni volta ch'io vi chiamerò, ed io m'accontenterò d'adorarvi come la
Madonna sull'altare; ed ogni volta che verrete vi renderò una delle
vostre lettere. Quando non ce ne saranno più non verrete più; lo so; ed
allora sarà di me quello che Dio vorrà. Ma finchè le tengo queste
caparre, dovete venire; lo voglio. -- E se una volta mancherete al mio
invito, io manderò le lettere che mi rimarranno a vostro marito; e lui
vi scaccierà, vi disprezzerà perchè l'avete ingannato, e quando vi
troverete sola, senz'appoggio, senza risorse, dovrete per forza
rivolgervi a me....
Nè ragionamenti, nè suppliche erano valsi a dissuaderlo da quel
proposito; ed io avevo dovuto promettere che andrei, come una colpevole,
come un'innamorata, a riconquistare ad una ad una le mie lettere a
prezzo, se non del mio onore, del mio decoro.
Non so quali speranze insensate lo esaltassero ancora. Credeva forse
che, a forza di rivederlo tornerei ad amarlo; o credeva di
compromettermi con quegli incontri imprudenti, e di farmi scacciare dal
marito senza scendere lui stesso all'odiosità d'una delazione.
Ed io tornai alla mia casa con quel coltello alla gola; a qualunque ora,
in qualunque momento potevo venir chiamata dal mio antico amante; ed
avrei dovuto accorrere, o lasciarmi denunciare a mio marito che adoravo,
che mi sembrava innalzarsi sempre più nella sua virtù alta e serena, a
misura ch'io ridiscendevo nel fango.
VI.
Da quel momento vissi in continue angoscie; non osavo sostenere lo
sguardo di mio marito; tremavo all'udire il campanello dell'anticamera;
sorvegliavo l'arrivo della posta, e più d'una volta nascosi
vergognosamente una lettera sotto gli occhi della cameriera, all'udire
il passo di Marco.
Due, tre volte ancora, uscii ad ore insolite, giustificando quelle
stranezze con una bugia, e corsi all'appuntamento forzato d'Edmondo,
coll'anima straziata, come Ernani all'appello della tromba che lo
chiamava alla morte.
Camminavo contro il muro come per nascondermi, avevo il volto coperto da
un velo, ero pallida e tremavo: e gli uomini mi guardavano sogghignando,
ed i monelli, che mi vedevano incontrare un giovane sui bastioni
deserti, giravano intorno a noi scambiandosi grida e canzoni sfacciate.
E quando rientravo nella mia casa onesta mi pareva di profanarla; quando
Marco mi parlava colla sua voce schietta, chinavo gli occhi e mi sentivo
indegna di lui.
Che importava che non lo tradissi? Che importava che lo amassi, e gli
fossi fedele, ed odiassi addirittura il suo rivale, e non gli
permettessi neppure una parola che potesse offendere mio marito? -- Le
apparenze erano contro di me; agivo come non avrebbe agito nessuna donna
rispettabile; se Marco mi avesse sorpresa a quegli appuntamenti, o
chiunque altri m'avesse sorpresa invece di lui, avrebbe avuto diritto di
giudicarmi colpevole. -- Da un giorno all'altro potevo scontrarmi in una
signora che sapesse le mie uscite misteriose, e mi rifiutasse il saluto.
Era una situazione insopportabile. Il mio carattere se ne risentiva;
rimpiangevo ardentemente la mia felicità perduta. Mi pareva d'esser
punita troppo severamente delle colpe passate, e mi ribellavo contro i
rigori della giustizia. Sentirmi onesta e fedele, ed esser condannata ad
apparire infedele e disonesta; era un supplizio atroce; e non vedevo
alcuna via per uscirne; e non ero abbastanza colpevole per avere il
coraggio di quelle viltà. Ogni giorno mi sentivo più abbattuta; lottavo
tra l'ansia di ricuperare fin l'ultima lettera, e lo scoraggiamento che
mi spingeva ad abbandonare quella partita tremenda.
Marco doveva accorgersi che qualche cosa di terribilmente penoso
accadeva dentro di me. Mi guardava fissa coll'occhio melanconico, come
per dirmi:
-- Perchè? Perchè non hai più fiducia in me? Perchè mi sfuggi? Perchè
soffri, e mi nascondi il tuo dolore?
Ed io sentivo che lo rendevo infelice, ed ero disperata. E forse
l'indomani avei dovuto tornare laggiù ai commenti dei passeggieri, agli
scherni dei monelli, alle preghiere oltraggiose d'Edmondo!
Venne un giorno in cui non mi sentii più forza per quella commedia
crudele. La mia salute era gravemente alterata. Soffrivo un doppio
martirio del corpo e dell'anima. La vita m'era diventata una tortura;
non avevo più il coraggio di sopportarla. Ero disperata; la mia testa si
esaltava; -- decisi di morire. Ne domando perdono a Dio; non sapevo
quello che facessi; ma decisi di morire.
Combinai freddamente il mio disegno -- Avevo in casa una boccetta
d'arsenica che m'aveva ordinato il medico poco dopo il mio matrimonio;
le mie nuove speranze materne erano sopravvenute a farmi sospendere
quella cura ed il rimediò pericoloso era rimasto là, dimenticato in un
armadio, col suo conta-goccie accanto. Ce n'era abbastanza per
uccidermi.
Pensai sospirando con che scrupolo Marco mi contava le goccie quando
pigliavo quel veleno salutare; e come si opponeva severamente a
lasciarmelo amministrare da chiunque altri; e con che ansietà
interrogava il medico e me stessa. Ora la mia salute non m'importava
più.
-- Io non conterò le goccie, -- pensavo -- Lo prenderò tutto d'un fiato, e
che Dio mi perdoni. Avrò finito di soffrire a questo modo.
Ma poi un'idea orrenda mi balenò alla mente. Mio figlio! Avrei
avvelenato mio figlio; l'avrei ucciso con me!
Oh Dio! Anche quell'amore santo di madre doveva essermi uno strazio. --
No. Qualunque cosa potesse accadere, non volevo mettere a pericolo
l'esistenza di mio figlio, non volevo privare suo padre di quell'ultimo
amore.
-- Vivrò finchè sarà nato, -- dissi. -- Ma non vivrò fra le menzogne e
gl'inganni.
Non avevo speranza di commovere Edmondo; ero certa che la prima volta
che avessi mancato di rispondere al suo richiamo imperioso, avrebbe
mandate le lettere a mio marito. Era irritato dalle mie continue
ripulse, dall'indifferenza con cui lo trattavo; era geloso del mio amore
per Marco, non aspettava più che un'occasione per vendicarsi di tutto.
Ebbi un momento d'energia disperata.
-- Non andrò più da Edmondo -- pensai. Ma prima che mi denunci a mio
marito, mi denuncierò da me stessa. Dacchè sono decisa a morire, voglio
confessargli tutto, confessarglielo io, che posso pure dirgli qualche
cosa per mitigare i miei torti ed attenuare il suo disprezzo. -- Gli
rammenterò com'ero sola, lontana da mia madre, da tutti i miei, e
povera; e che a forza d'andare all'ufficio come gli uomini, e cogli
uomini, non vedevo più la sconvenienza di trattarli con dimestichezza,
non avevo più soggezione, non arrossivo più. Gli dirò che in quella
posizione non avevo nessuna affezione, nessun consiglio, nessuna gioia
per sfogare l'espansione della mia anima giovanile; e come fui punita, e
come mi pentii. E poi gli dirò della lettera che gli avevo scritta; gli
giurerò in ginocchio, davanti a Dio, che l'avevo scritta spontaneamente,
per dirgli tutta la verità; e che non fu di proposito, ma per una
combinazione fatale che l'ho ingannato.
Mi scaccerà egualmente, perchè la clemenza umana non basta per di certi
perdoni, ed io implorerò che mi lasci vivere qui, lontana da ogni altra
vergogna fintanto che gli abbia dato un figlio da amare. Poi me ne andrò
a morire in qualche luogo isolato, senza contristarlo con una scena
d'orrore. -- Ed avrò almeno il conforto di sapere che quando penserà a me
non mi accuserà d'averlo ingannato, mi giudicherà colpevole, ma non vile
ed ingrata; e mi disprezzerà meno.
Sola nella mia stanza, mi esaltai tutto il giorno con quei pensieri,
colla visione di quelle scene strazianti. -- Stavo così male che potei
evitare d'andare a pranzo; avevo pianto in modo da sfigurarmi, e poi
avevo bisogno di non distrarmi dal mio proposito. Era la prima volta che
non andavo a pranzo con mio marito; pensavo:
-- Pranzerà in fretta, poi verrà subito a vedermi; -- e lo aspettavo per
fargli la mia confessione.
Avevo preparato in mente ogni parola, ogni atto. Era un discorso lungo,
una serie d'accuse, di scuse e di suppliche. Ma sapevo che doveva finire
con una separazione definitiva. No; non era possibile che mi lasciasse
aspettare in casa sua la nascita del mio bambino, mi manderebbe dalla
mamma, e non lo vedrei più. -- Quando arrivavo col pensiero a quel punto,
quando gli dicevo addio, ricominciavo a piangere disperatamente.
Essere uniti a quel modo, amarsi tanto, e doversi separare!
VII.
Ero appunto in una convulsione di pianto, quando Marco aperse l'uscio.
Singhiozzavo tanto, che non l'avevo udito venire. Non lo aspettavo così
presto. M'ero figurata che pranzerebbe prima; ma non aveva pranzato;
appena gli avevano detto che stavo troppo male per andare a tavola, era
corso a vedermi.
-- Maria! -- esclamò sorpreso di trovarmi a quel modo.
Tutto il mio discorso mi sfuggì dalla mente come se ogni parola avesse
poste le ali. -- Capii alla prima che non potrei mai fare una confessione
solenne, a periodi ordinati, come l'avevo immaginata. La realtà è tanto
diversa dall'immaginazione. Tutte le esclamazioni enfatiche, le scene
pittoresche dei drammi sono sogni da poeti. Nella vita reale le cose
accadono in tutt'altro modo.
Però, anche rinunciando alla speranza di fare un bel discorso, mi rimase
il proposito di confessare ad ogni modo, di uscire da quella ignobile
pastoia d'inganni.
-- Oh Marco! -- singhiozzai. -- Senti, ho una cosa da dirti.
-- Di' su, cara. -- Cosa vuoi? -- Mi rispose dolcemente.
-- È una cosa enorme, vergognosa -- balbettai esitando e coprendomi il
volto col fazzoletto.
Non rispose, ma mi prese una mano come per farmi coraggio. Io mi lasciai
scivolare pian piano dalla poltrona, e rimasi in ginocchio dinnanzi a
lui che mi si era seduto accanto. Ma fu tutt'altro che la genuflessione
drammatica che avevo progettata; feci quell'atto senza slancio, come per
vezzo; poi nascosi il volto sulle sue ginocchia, e gli dissi:
-- Lascia che te lo dica così; se ti guardassi non oserei.
Sentii le sue mani posarsi su' miei capelli, e pensai:
-- Ecco l'ultima carezza che mi fa. Fra un momento ritirerà le mani con
ribrezzo e mi respingerà. -- E tutto il mio coraggio svanì, e tornai a
dire:
-- Senti, Marco.... -- ed intanto pensavo quale piccola mancanza potessi
inventare per giustificare quella scena senza dirgli la verità.
-- E così? -- disse Marco. -- Cosa debbo sentire? -- Via di'; ti faccio
paura? -- Poi soggiunse in tuono di scherzo:
-- Hai ammazzato qualcuno?
Quella parola mi richiamò vivissimo il mio proposito di suicidarmi;
l'orrore d'aver compreso in quel progetto orrendo la vita di mio figlio;
e le lettere; le lettere disgraziate che mi avevano condotta a quel
punto. -- Mi tornò al pensiero la scena di vergogna, tante volte temuta,
di vedere quelle lettere, in cui sfogando i miei rimorsi avevo
ripetutamente affermata la mia colpa, lette ad una ad una da Marco; e di
udirlo dirmi:
-- Perchè m'hai ingannato?
No; non potevo, non volevo ingannarlo più.
-- Senti Marco, -- ripresi con uno sforzo sovrumano -- una volta, prima che
tu m'avessi mai parlato -- sai -- quand'ero tanto sola -- e tanto
triste....
Esitai un momento. La mia voce tremava, ed il cuore mi batteva forte
forte, ed avevo un fischio negli orecchi come quando s'ha preso troppo
chinino; non avevo la forza di proseguire; avrei voluto che
m'incoraggiasse. -- Egli mi disse soltanto:
-- Ebbene? Quand'eri tanto triste?...
Io pensai di dire alla prima il peggio, d'impegnarmi in modo da non
poter più retrocedere, e misi avanti il nome:
-- Edmondo -- sai, -- Edmondo Soldani....
Sentii la mano di Marco passarmi sotto il mento, poi chiudermi la bocca;
poi, accanto all'orecchio, la sua voce, quel dolce suono d'amore, mi
susurrò:
-- Stai zitta, bimba. Io so tutto.
Fu tale lo sbalordimento a quelle parole, che dimenticai la vergogna e
alzai il capo per guardarlo in viso. Poi all'incontrare il suo sguardo
buono, sentii la vampa del rossore salirmi alla fronte, chinai di nuovo
la testa avvilita e scoppiai in un pianto dirotto.
Egli lasciò che mi sfogassi un poco, poi mi disse:
-- Via, Maria; calmati. Vedi pure che non sono un giudice tanto
terribile....
-- Oh ma tu non sai.... singhiozzai senza guardarlo....
-- Io -so tutto-, t'ho detto. -- Non ti ricordi che me l'hai scritto tu?
-- Ah! tu hai ricevuta quella lettera? -- gridai.
-- Ma sì, non me l'avevi mandata tu stessa?
-- Credevo che non ti fosse giunta.
-- Sì, mi è giunta la vigilia delle nozze.
-- Ma perchè non m'hai detto nulla?
Egli mi rialzò abbracciandomi; mi fece sedere sulle sue ginocchia, e
carezzandomi amorevolmente la fronte ed i capelli, riprese con un
accento di clemenza che mi spezzava il cuore:
-- Perchè sapevo già tutto, anche prima che tu mi scrivessi quella
lettera. Perchè t'avevo domandata in moglie, appunto per toglierti dalla
falsa posizione in cui t'avevano posta. Perchè ti compiangevo e ti
perdonavo. Perchè in gran parte la colpa non era tua; eri troppo giovane
per allontanarti dalla mamma, per viver sola, per saperti condurre da te
stessa nelle difficoltà della vita. La gioventù ha bisogno di guida.
L'amore è un sentimento naturale, un istinto. Posta nell'occasione è
certo che se non oggi, domani, una fanciulla s'innamora. Se è sola,
libera, se non ha accanto una tutela che la trattenga a tempo, la
passione la domina. Negli animi gentili, il pudore stesso può essere una
tutela sufficiente. Ma quando una ragazza s'è avvezza a trattare gli
uomini come compagni d'ufficio, a non arrossire dinanzi a loro, il primo
pudore istintivo è già vinto, -- e la caduta è più facile.
Io l'ascoltavo con raccoglimento, e mi ripetevo nel cuore ogni sua
parola. -- Era lui che mi scusava come avrei voluto scusarmi io stessa se
avessi potuto parlare. Come faceva a leggere così nel mio cuore? -- Era
superiore in tutto. Chissà? Forse avrebbe avuta la clemenza di
perdonarmi anche dopo la confessione che stavo per fargli. Dio perdona
le più gravi colpe, ed egli era buono e grande come un Dio.
-- Ed ora cosa debbo fare, Marco? -- gli domandai timidamente.
-- Cosa devi fare? -- Ma nulla. Devi continuare ad essere una brava
donnina, onesta, come sei stata sempre dacchè mi hai sposato....
-- Ma io non sono una brava donnina, non sono onesta! -- esclamai con uno
slancio di lealtà, non potendo tollerare quegli elogi immeritati.
Con un moto istintivo mi allontanò da sè e si rizzò in piedi. Io pure
ero rimasta in piedi a capo chino, e piangente. Ma egli riprese subito
la sua calma da uomo giusto. Venne a fermarsi dinanzi a me e mi disse:
-- Via, spiegati. Alza il volto e guardami.
Io obbedii e fissai timidamente ne' suoi, i miei occhi pieni di lagrime.
Marco riprese guardandomi fin nell'anima:
-- È vero che la madre di mio figlio non è una moglie onesta? È vero,
Maria?
-- No, no, no, non è vero! -- urlai con un grido disperato, un vero grido
di madre.
-- Allora siedi qui; calmati e parla.
E, sedendo egli stesso, mi additò una poltrona accanto a lui; era serio,
ma senza rigore.
Io gli dissi tutto. Il ritorno d'Edmondo, le sue lettere, il supplizio
degli appuntamenti, fino a quel giorno in cui non avevo più avuto il
coraggio di sopportare quella tortura, e nella mia stessa debolezza
avevo attinta la forza di confessarmi a lui, e di morire.
-- Quando dovresti andare? -- mi domandò con voce addolorata.
-- Domani -- susurrai.
-- Domani manderà le lettere a me. Le bruceremo senza aprirle, e non ne
parleremo mai più.
-- E non mi manderai via? -- dissi non potendo credere a tanta gioia.
-- Perchè dovrei mandarti via, poverina? -- Perchè tu dovessi ancora
appigliarti ad un impiego insufficiente a farti vivere, ed essere
trascinata dalle circostanze e dal bisogno a transigere col tuo decoro?
-- È soltanto per non espormi a quel pericolo che non mi scacci? --
domandai sentendo gelarmi il cuore al pensiero che di tutto il suo
bell'amore non mi fosse rimasta che un po' di compassione.
-- È perchè ti voglio bene, e ti perdono; -- mi disse abbracciandomi.
E d'allora la pace è tornata nel mio cuore e nella mia casa.
Ma ogni volta che sento declamare sull'emancipazione della donna, sulla
produzione sociale a cui ha diritto, deploro queste novità pericolose,
che rendono le giovinette indipendenti, e le allontanano dal loro
ambiente naturale, che è la famiglia. -- Vorrei che gli impieghi pubblici
accordati alle donne, fossero dati esclusivamente alle vedove o alle
giovani mature, e che avessero un compenso sufficiente, per farle vivere
senza stenti; perchè la miseria è una triste consigliera. -- Vorrei che
le questioni sociali non facessero perder di vista le questioni morali.
-- Ora che ho fatto una prova dolorosa, e che sono madre anch'io, penso
come la mia povera mamma:
-- Meglio trecento lire soltanto, ma vivere in famiglia, e lavorare in
una scuola ad educare dei bimbi con fatica materna e moralizzatrice, che
guadagnare tre volte tanto, sole, giovani, ed inesperte, facendo
l'impiegato lontano dai nostri protettori naturali.
I MORTI PARLANO.
-Questo racconto fu pubblicato alcuni mesi sono nel Fanfulla. Per non
toglierci nulla della sua verità, lo ristampo colla lettera che lo
accompagnava al direttore del giornale.-
AL DIRETTORE DEL «FANFULLA»
ROMA.
Milano, 29 giugno 1879
-Caro signor direttore-,
Le mando due lettere che ho ricevute dall'America a circa un anno di
distanza l'una dall'altra. La seconda è un seguito affatto impreveduto
della prima; ed entrambe riusciranno certo più interessanti ai lettori
del suo -Fanfulla-, che non sarebbe riuscita quella tale mia novella che
vado promettendo da tanto tempo e non scrivo mai.
Mi si va ossidando l'immaginazione; non so più inventar nulla, e sono
ridotta a fare da cronista, mandandole invece d'un romanzo la relazione
d'un fatto vero che somiglia ad un romanzo.
Veda se può accontentarsene, ed in tal caso la prego di restituirmi le
lettere quando le avrà pubblicate perchè sono d'un'amica lontana che
forse non vedrò più, e le tengo preziose.
-Devotissima sua-
LA MARCHESA COLOMBI.
LETTERA PRIMA.
Filadelfia, 5 gennaio 1878.
-Mia cara,-
Oggi tutti i giornali cittadini si occupano di un originale che morì
ieri l'altro; un tipo strano che ti voglio descrivere perchè forse ti
gioverà in qualcuno de' tuoi romanzi.
Tanto, non avrei altre notizie da darti, perchè mio marito è sempre
fuori per i suoi affari, Ettore è in collegio, ed io muoio di nostalgia,
al solito.
Ti dissi che m'ero abbonata al teatro di Walnut-Street. Ci andavo ogni
sera coll'assiduità d'una persona annoiata che cerca distrarsi. Qui
posso andar sola al teatro in assenza di mio marito. A Milano mi sarebbe
sembrata un'enormità.
Dal mio palco potevo vedere tra la prima e la seconda quinta, un ometto
piccolo, magro con un viso tutto zigomi, colle labbra così sottili che
la sua bocca pareva una ferita cicatrizzata, col naso anch'esso sottile
come una piccola parete di cartoncino, un paravento messo là fra due
guance, perchè l'occhio destro non potesse vedere quello che accadeva a
sinistra. La testa era completamente calva, ed ai due lati del paravento
luccicavano due occhietti piccoli, neri, vivacissimi, irrequieti,
guarniti di ispide ciglia rossiccie, dalle quali si poteva argomentare
che quando quell'uomo aveva avuto dei capelli, erano stati rossi.
Era un operaio del teatro. Un buon operaio; tutto il giorno lavorava
alle scene, agli attrezzi, ai sipari, a tutto il meccanismo del
palcoscenico che io non conosco. Ma la sera non faceva nulla. Non
bisognava contare su lui.
Prima che si accendessero i fanali era là al suo posto fra la prima e la
seconda quinta, ascoltando ogni parola, seguendo ogni gesto, cogli occhi
scintillanti, la bocca semi-aperta, la persona protesa innanzi,
completamente elettrizzato da quanto vedeva ed udiva.
Erano quarant'anni che faceva quella vita; era entrato al servizio del
teatro a sedici anni, ed ora ne aveva cinquantasei.
S'era ammogliato tardi, ed aveva sposato una cameriera del console
francese, che aveva imparato per pratica la lingua dei suoi padroni, e
ne andava superba. Ma l'amore per la giovane Bess non lo aveva distolto
dal suo grande amore per l'arte. Era questa per lui una specie di mania.
Pare che non avesse mai compreso precisamente cosa fosse l'artifizio
drammatico; e confondeva bizzarramente nella sua testa la finzione colla
realtà.
Sapeva che -i signori del teatro- -- come diceva lui -- studiavano una
parte; vedeva che gli stessi avvenimenti si ripetevano moltissime volte,
organizzati sotto un dato titolo; capiva che quei personaggi morivano
sul palcoscenico, poi tornavano a vivere dietro il sipario. Ma, malgrado
ciò, quei personaggi per lui esistevano realmente; li identificava cogli
attori, ed in ogni dramma vedeva una parte di vero.
Qualche volta, filosofando coi suoi compagni operai un po' demoralizzati
che dubitavano dell'immortalità dell'anima, Tobie Reed era uscito a
dire, come prova di quanto egli credeva con fede profonda, che aveva
veduto Otello uccidere Desdemona e poi uccidere sè stesso al
Walnut-Theatre, la tale sera e la tale altra, e poi li aveva riveduti
tutti e due trasformati in Giulietta e Romeo, o in Fausto e Margherita.
Tutti i frequentatori del Walnut-Theatre conoscevano le piccole manie di
Tobie, come lo chiamava con accento francese la Bess. Era divenuto
celebre per una scena buffa.
La sua grande ambizione, l'aspirazione della sua anima da artista, era
quella di rappresentare una parte sul palcoscenico, una parte qualunque;
non ci metteva orgoglio.
-- Sia pure da servitore o da spazzino -- diceva. -- Sono un povero
operaio, e non potrei diventare un signore nè un re. Ma se potessi
comparire là fuori anch'io.....
Era un pensiero che lo tormentava continuamente. Gli pareva che entrando
in iscena prenderebbe parte a quella vita avventurosa dei drammi che lo
appassionava tanto.
Il capocomico, il quale era anche primo attore nella sua compagnia, era
agli occhi di Tobie l'onnipotenza; egli pensava con ansietà che sarebbe
bastata una parola di quell'uomo per aprirgli il varco a quel mondo
fantastico a cui anelava.
Tobie non avrebbe mai osato rivolgersi direttamente a quel personaggio
alto e misterioso che vedeva ogni sera sotto nuovi aspetti e con nuovo
prestigio. Ma da tutti gli impiegati, da tutti i subalterni del teatro
gli faceva portare la sua supplica di accoglierlo nella compagnia, e
stava sempre aspettando una risposta.
La Bess, che s'infastidiva di quell'idea stravagante, gli diceva spesso:
-- Non farti illusioni, Tobie. La tua voce è troppo cupa. Non sei fatto
per recitare. E poi, a cosa servirebbe?
Era una donnina positiva, d'idee strette, ignorante, che passava la vita
lavorando. Al teatro non ci andava mai, e credeva che tutte le arti
fossero perditempi inutili, ed anche un po' peccaminosi.
Ma Tobie non rinunciava per questo alle sue speranze.
Una sera si dava l'-Amleto-. Egli era là, al solito posto fra le quinte,
cogli occhi sbarrati, il cuore palpitante per quel povero principe
mesto, che era il capocomico. Ad un tratto gli sente dire con accento di
profonda incertezza:
-- -Tobie or not Tobie-...
Parlava di lui! Era preoccupato della sua domanda. Rifletteva se dovesse
ammettere Tobie all'onore della scena. Ci doveva essere un posto
vacante, ed il principe pensava se gli convenisse meglio ammetterci
-Tobie or not Tobie-.
Tobie era timido, rispettosissimo; ma in quel momento vedeva agitarsi la
grande questione della sua vita: «-that is the question-» diceva
pensosamente Amleto. Una parola detta a tempo, un'intercessione,
potevano forse deciderlo in favore del povero operaio.
Tobie si lasciò vincere dalla sua grande passione, si fece innanzi sul
palco, un passo solo, colle mani giunte, e con voce supplichevole
esclamò:
-- -Oh yes sir! Tobie! Tobie!-
Neppure la sepolcrale serietà d'Amleto potè resistere a quella scena; ed
il pubblico applaudì con entusiasmo.
Tobie, da quell'uomo discreto che era, si ritirò subito. Ma il sorriso
del capocomico gli aveva dato buone speranze. Infatti, egli aveva preso
interessamento per quel personaggio bizzarro, che aveva ridotta ai
minimi termini per conto suo la grande questione dell'essere o non
essere. Ogni volta che gli passava accanto dopo quel fatto, sorrideva
ancora.
Una sera, al momento di andare in iscena, venne a mancare, per un
malessere improvviso, un attore di terz'ordine che doveva comparire
soltanto un momento per annunciare ad un sovrano che la reggia era stata
incendiata dai sudditi ribelli. Erano poche parole. Una comparsa.
-- Accontentiamo Tobie Reed -- disse il capocomico. -- Vestite lui, ed
insegnategli la parte.
Si può figurarsi la gioia, l'esaltazione di Tobie. Aveva raggiunta la
mèta sospirata tanto lungamente. Ecco; un sovrano lo prendeva al suo
servizio; e toccava a lui, Tobie, dare il primo allarme per avvertire il
suo signore dell'incendio.
In un momento tutto si confuse in quella povera testa. Non pensò più ad
altro che al pericolo del sovrano suo signore; se ne appassionò; avrebbe
voluto correre subito da lui; e ci volle tutta a trattenerlo fino al
momento in cui toccava veramente a lui d'entrare in iscena.
Appena gli dissero: -va-, egli balzò con furia fuori dalle quinte, al
colmo dell'esaltazione, urlando come uno spiritato:
-- Fuoco! Fuoco! Siamo circondati dalle fiamme!
E la sua voce cavernosa aveva preso un accento così spaventosamente
vero, che il pubblico impaurito rispose con grida di terrore, balzò in
piedi, rovesciò le panche, ed urtando, calpestando tutto, si precipitò
fuori, pazzo di terrore, credendo che fosse realmente incendiato il
teatro.
Naturalmente quel successo impreveduto troncò netta la carriera
drammatica di Tobie Reed, e le simpatie del capocomico per lui. Egli lo
riprese severamente, lo chiamò vecchio imbecille, e lo rimandò con
disprezzo ai suoi lavori manuali.
Fu un avvilimento profondo per Tobie. Avevano forse ragione la Bess ed i
suoi amici. Egli aveva una voce cavernosa che impauriva la gente. Doveva
rinunciare a recitare; rinunciarvi per sempre, perdere la speranza che
aveva vagheggiata per tanti anni.
Ne era profondamente desolato. Ma d'altra parte riconosceva che la
sentenza che lo colpiva era giusta; egli aveva veduto con sgomento la
catastrofe suscitata in teatro dalla sua comparsa; aveva constatati i
danni; non c'era a dire; meritava d'essere espulso; ma era un gran
dolore, un gran dolore!
Soltanto Tobie non riesciva a comprendere come mai -- dopo averlo
respinto dalle scene con tanto sdegno e tanto perentoriamente -- ogni
volta che si rappresentava l'Amleto il capocomico tornasse ad agitare
fra sè la stessa questione: «-Tobie or not Tobie!-»
Che volesse prenderlo un'altra volta nella compagnia? Riammetterlo alla
difficile prova? Non era possibile; lo aveva chiamato -vecchio
imbecille-; gli aveva imposto severamente di non comparirgli più
dinanzi. Eppure tratto tratto era là daccapo, perplesso, inquieto, a
ripetere:
-- -Tobie or not Tobie; that is the question.-
A forza di pensarci, il povero Tobie ne perdeva la testa; vaneggiava.
Associava quella scena coll'altra del cimitero, e si faceva delle idee
sempre più confuse e truci. Finì per immaginarsi che il sovrano suo
signore, ch'egli aveva servito così poco, e che ora confondeva con
Amleto, lo avesse condannato a morte per punirlo della scena
dell'incendio, ed avesse ordinato a' suoi sgherri di portargli la testa
del colpevole decapitato.
E Tobie era in grado di riconoscere meglio di chicchessia, che il
sovrano aveva le sue buone ragioni per dubitare dell'identità del cranio
che gli dava il becchino, e per domandare ripetutamente se proprio era
«-Tobie or not Tobie-».
Sul palcoscenico del Walnut-Theatre non erano mancati tiranni
sanguinari, per giustificare le supposizioni atroci di Tobie.
C'erano momenti in cui il pover'uomo, nel suo immenso sconforto, pensava
che, se veramente quel cranio fosse stato il suo, avrebbe rappresentata
una parte nell'-Amleto-, ed una parte importante; e gli doleva quasi di
non essere stato decapitato.
A lungo andare, e col ripetersi di quella scena, il pensiero di Tobie si
fissò con insistenza su quella combinazione funebre, la quale conciliava
il suo desiderio di prender parte alle rappresentazioni drammatiche
colla incompatibilità della sua voce e la sua inettitudine a recitare.
Se avesse potuto davvero mettere là il suo cranio! Ma come fare?
Finalmente, a forza di rifletterci sopra, gli parve d'aver trovato il
modo; e da quel momento il suo spirito apparve più sollevato e
tranquillo. Aveva ancora una speranza, una meta, per quanto stravagante,
a cui rivolgere l'attività della sua mente.
In quell'epoca cominciò a correre voce che Tobie Reed avesse fatto una
ricca eredità. Ma il suo modo di vivere non mutò affatto; continuò a
lavorare tutto il giorno e ad assistere alle rappresentazioni della sera
coll'usata assiduità; la sua casa non s'ingrandì nè si fece più bella;
la Bess continuò a lavorare di cucito per un negoziante di biancheria
come aveva fatto sempre; e la diceria dell'eredità non ebbe più corso.
Tuttavia era stata una ragione abbastanza plausibile che l'aveva
suscitata. Per più d'un mese Tobie s'era mostrato preoccupatissimo della
sua successione. Voleva far testamento; andava domandando a tutti come
si facesse, come potesse esprimere validamente le sue ultime volontà un
uomo che non sapeva scrivere; e se fosse indispensabile ricorrere a un
notaio, e se si dovesse pagarlo, e quanto.
Questo -se- e questo -quanto- erano stati due ostacoli insuperabili pel
povero Tobie, ed avevano privato i posteri delle sue ultime volontà.
Egli aveva messo fuori un gran sospirone sulla spesa approssimativa d'un
testamento che gli avevano indicata, e non ne aveva parlato più. Era
evidente che le supposizioni dell'eredità erano state infondate. Tobie
aveva desiderato di far testamento per qualche sua stranezza, come aveva
desiderato di recitare; era stata una nuova manìa; ma in realtà di
patrimonio da legare non ne aveva, dacchè gli mancavano persino i
quattrini per pagare il notaio.
L'anno scorso in principio dell'inverno il signor Edison prese in
affitto il teatro di Walnut Street per un dato numero di sere. Doveva
fare davanti al pubblico i primi esperimenti del fonografo.
Tobie rimase sbalordito quando vide il palcoscenico invaso fin dal
mattino da quelle macchine d'ogni dimensione. Che cosa dovevano farne? E
dove starebbero gli attori? Non gli riesciva d'immaginare che strano
dramma si preparasse. Specialmente quel cilindro, lungo quasi un metro,
montato sopra una specie di cavalletto, con tanta complicazione di
piombi appesi a catene di varie lunghezze, e ruote e manovelle, quel
grande ordigno che teneva il posto d'onore sul davanti della scena, lo
impensieriva moltissimo.
Tutta l'altra serie di fonografi di dimensioni minori, che erano sparsi
su varie tavole, Tobie li credette macchine da cucire, e suppose che le
avessero portate là perchè nel dramma si dovesse rappresentare una
sartoria, un laboratorio, o qualche cosa di simile.
La sera del primo esperimento Tobie fu sollecito ad accorrere al suo
posto fra le quinte, più curioso, più interessato che mai. Non vedeva
l'ora di sapere che parte doveva rappresentare quella macchina.
Cominciò dal non capir nulla, e dal sorprendersi al vedere che non
comparivano attori, che non c'erano scene, che un giovane signore tutto
solo e vestito di nero faceva al pubblico un lungo discorso.
-- -It is a lecture- -- è una conferenza -- disse Tobie.
Ma la sua meraviglia passò ogni limite, quando vide il giovane signore
accostare la bocca alla macchina misteriosa, e confidare al suo orecchio
d'ottone il solito dilemma che da tanti anni tribolava il capocomico:
-- -Tobie or not Tobie; that is the question.-
Era dunque per decidere di questo che si era fatto tutto
quell'apparecchio? E che cosa ne risulterebbe?
Tobie aveva finito per rassegnarsi a non essere artista; aveva un altro
progetto che appagava le sue lunghe aspirazioni. Tuttavia fu vivamente
interessato da quel modo tutto nuovo di risolvere una questione.
Dopo aver parlato, il giovane signore passò dietro la macchina e si pose
a tirare le corde ed i piombi.
-- Si estrarrà a sorte -- pensò Tobie. Ed aspettava di veder uscire da
qualche parte una cartolina su cui fosse scritto il -sì-, o il -no-.
Ma invece fu la macchina stessa che ripetè colla medesima intonazione
piena di dubbi:
-- -Tobie or not Tobie, that is the question.-
Era stupefacente che quel suo desiderio fosse diventato la
preoccupazione generale. Che persino le macchine si tormentassero con
quella questione. Alla lunga, però, capì che la macchina non aveva
pensieri suoi da esprimere; che ripeteva soltanto quanto le avevano
detto. Ripeteva tutto; colla stessa voce, colle stesse intonazioni! Una
macchina che parlava!
Era un miracolo come quello dell'asina di Balaam.
Ma dopo la macchina grande parlarono anche le piccole, le macchine da
cucire. Il miracolo era più grande d'ogni altro scritto nella Bibbia.
L'asina di Balaam era unica.
Tobie era in un orgasmo straordinario. Nessuna produzione drammatica lo
aveva mai esaltato tanto.
-- Parlano! -- gridava. -- Udite, udite! Vi sono macchine che parlano!
Ripetono una volta, dieci volte, cento volte, quanto hanno udito!
E s'informava se quelle macchine potessero ripetere un discorso dopo un
dato tempo... dopo un mese... dopo un anno...
-- Sì, potevano ripeterlo dopo un tempo infinito, purchè non venisse
toccato il foglio di stagnola su cui era rimasta l'impressione della
voce, mediante le oscillazioni inflitte al piccolo perno....
Tobie non comprendeva nulla delle spiegazioni; ma la sua gioia era al
colmo. Batteva le mani, saltava, rideva come un pazzo. Pareva che quella
scoperta lo toccasse ne' suoi interessi più vitali; che l'avessero fatta
esclusivamente per lui.
Quando il teatro fu deserto, egli s'introdusse sul palcoscenico, e passò
parte della notte a far girare il manubrio dei fonografi, ad ascoltarli
ripetere le parole che erano state dette nella serata, a dirne di nuove
ed a farle ridire. E così continuò per tutte le notti finchè durarono
gli esperimenti. Si credeva che lo avesse colto una nuova mania.
-- Chiodo scaccia chiodo -- dicevano i suoi compagni. -- L'idea fissa del
fonografo gli farà passare quell'altra di recitare. Ma sarà pazzo
egualmente. Soltanto avrà cambiato pazzia.
Invece quando i fonografi sgombrarono il teatro, Tobie non ne parlò più;
ed al desiderio di diventare attore drammatico non fece più la menoma
allusione. Si era fatto serio, tranquillo; lavorava assiduamente.
Guarito da quelle idee strane, era un buon operaio ed un buon marito.
Al teatro si diceva per celia:
-- Ecco la prima utilità del fonografo. Ha guarito un pazzo. Forse la
serietà di quella scoperta e di quelle dimostrazioni scientifiche gli ha
raddrizzata la testa.
Era questo un risultato non preveduto dal signor Edison; ma un risultato
buono, ad ogni modo; e gli amici di Tobie se ne rallegravano. Ma era
un'illusione, se ne accorsero ben presto.
Un giorno, circa un mese dopo gli esperimenti del fonografo, la Bess si
vide portare a casa il marito sopra una barella tutto insanguinato. Era
caduto dall'alto d'una scala a pioli sulla quale era salito per disporre
i sipari del teatro; era precipitato in orchestra e s'era ferito
gravemente al capo, battendo la fronte contro un leggio di ferro.
Quando lo deposero sul letto, era svenuto. Il medico dichiarò che la
ferita era mortale, e non diede nessuna speranza.
La Bess mandò a chiamare un cugino del marito Seth Reed, il solo parente
ch'egli avesse. Dopo circa un'ora, Tobie si risvegliò dal suo
abbattimento, riconobbe il cugino e la moglie, e stese loro le mani; ma
ebbe appena il tempo di dire:
-- Udite, udite. Questa è la mia ultima volontà. Tagliatemi la testa, e
portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'-Amleto-.
Ricadde sul guanciale; gli prese il rantolo e mezz'ora dopo spirò.
La mania di Tobie Reed non era guarita affatto. Egli visse e morì nella
sua idea fissa di diventare attore drammatico. Soltanto si era
tranquillato perchè, una volta persuaso di non poterci riuscire da vivo,
aveva pensato un modo per riuscirci almeno dopo morto, mettendo sulla
scena il suo povero cranio. E questo lo appagava.
Pur troppo, mia cara, il mio racconto è finito, e debbo riconoscere che
non ha un bel finale d'effetto; anzi non ha finale addirittura, e
termina meschinamente a coda di sorcio. Ma le cose vere non sono mai
così bene organizzate come i vostri fatti da romanzo, immaginati apposta
per fare impressione a chi li legge. La realtà non mira a far
impressione; è quel che è; e per questo i romanzi piacciono quasi sempre
di più.
Ad ogni modo, io t'ho dato un tipo abbastanza originale. Se ti riesce di
creargli intorno un romanzo, una novella, qualche cosa, non mancare di
spedirmene una copia, la prima. Ho tanto bisogno di distrazioni contro
la nostalgia che mi tormenta! Tanto, che t'ho scritto una serie di
pagine abbastanza scipite per ingannare la noia di un lungo pomeriggio,
a rischio di triplicare il porto della mia lettera.
Saluta tuo marito per tutti noi, dammi notizie di voi altri e della mia
cara Milano, e credimi
-Tua di cuore-
MARIA T.
LETTERA SECONDA.
Filadelfia, 10 aprile 1879.
-Cara,-
Dopo la scoraggiante accoglienza che hai fatta l'anno scorso al povero
Tobie Reed, dovrei limitarmi a scriverti il bollettino sanitario della
mia famiglia; -noi stiamo bene, e così spero anche di te-; e non
aspirare mai più a suggerirti nessun tipo pe' tuoi racconti.
Ma tutti abbiamo la nostra parte d'amor proprio. Io poi, oltre la mia,
debbo avere anche quella di qualchedun altro, perchè quella tua risposta
a proposito della mia narrazione: -povera di fatti, punto interessante e
che finiva male-, non la mi è mai andata giù. Ed ora che quel racconto
ha avuto un seguito di fatti, ed un'altra fine, provo una specie di
soddisfazione personale; mi pare che tutto questo sia avvenuto per dare
una riparazione a me e per provarti che la storia ch'io t'avevo
suggerita non era poi così poco interessante come tu credevi. Sicuro! Ho
scoperto che non finiva là; era soltanto il prologo di un dramma, un
vero dramma questo, che si è svolto or ora, sotto i miei occhi. Figurati
se voglio rinunciare a narrartelo!
Circa un anno fa, poco prima della morte del Reed, era morta qui una
ricchissima vedova senza figli. Aveva dei parenti, che, come al solito,
avevano fatto grande assegnamento sulla sua eredità. Ma all'apertura del
testamento, si era trovata una clausola stravagante, che diminuiva il
patrimonio di più di un terzo. Ella chiamava eredi universali de' suoi
beni mobili ed immobili, ecc., i suoi due fratelli Abele e Nathan
Blounty; ma faceva un'eccezione riguardo a' suoi gioielli, i quali
dovevano essere tutti sepolti con lei, -nessuno eccettuato-.
Quei gioielli erano qualche cosa di favoloso. Te ne cito uno solo per
darti un'idea del loro immenso valore. Ti ricordi la famosa collana di
perle che il povero marchese A.... aveva voluto comperare a Parigi per
sua moglie, e non potendola pagare sborsò finchè visse trentamila lire
all'anno, come interesse del capitale che rappresentava? Devi
ricordartela, perchè l'abbiamo veduta insieme molti anni sono alla
Scala, ed allora tutta Milano ne parlava.
Ebbene, quella collana -- che alla morte del povero marchese A....,
completamente rovinato, era tornata al suo proprietario -- era poi
passata per varie mani, ed aveva finito per capitare a Filadelfia
all'epoca dell'ultima esposizione.
Qui era stata comperata dalla vedova Blounty, ed ora faceva parte dello
sfarzoso corredo di gioielli destinati ad ornare il suo cadavere pel
giorno del Giudizio.
Puoi figurarti con che desolazione i fratelli accompagnarono al cimitero
ed affidarono alla terra la salma preziosa.
La cassa in cui l'avevano rinchiusa era addirittura una cassa forte,
tutta coperta di ferro, e saldata in giro. Essi avevano, per forza,
obbedito al volere della defunta; ma non rinunciavano a custodire
gelosamente quelle ricchezze, come se le considerassero sempre di loro
proprietà, e sperassero che, per qualche evento imprevedibile, dovessero
un giorno o l'altro tornare nelle loro mani.
Pare però che quelle precauzioni non fossero sufficienti. Quel tesoro
sepolto doveva naturalmente allettare i ladri.
Infatti, circa quindici giorni sono, nella notte del 27 marzo, furono
arrestati nel recinto del cimitero due giovani, un uomo ed una donna,
armati di vanghe e di leve.
Il -sexton- (custode del cimitero) li aveva uditi, ed era corso a
chiamare due -roundsmen- (uomini della polizia che fanno ronda durante
la notte). Egli sapeva che a quell'ora avevano l'abitudine di fare una
lunga sosta ad una birraria poco lontana, ed infatti aveva avuto la
fortuna di trovarli.
I colpevoli erano stati arrestati e frugati. Ma non s'erano trovati
addosso a nessuno dei due, nè oggetti funebri, nè oggetti di valore di
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