di gesso? Se si fanno qualche carezza, non ci vedo nulla di male. La Paola crollava le spalle e stava zitta. Infatti non avrebbe potuto dire che ci vedesse del male neppur lei. Ma non trovava più bello il matrimonio, dacchè lo vedeva così, e si sentiva profondamente delusa, e soffriva della sua delusione, e non sapeva più cosa desiderare nè cosa sperare, dacchè il suo sogno era svanito. A forza di isolarla in un ambiente di purezza ideale, di parlarle col frasario convenzionale inventato per le ingenue, di accarezzare il suo pudore esagerato e ritroso da sensitiva, l'avevano lasciato esaltare fino alla mania. Co' suoi ventidue anni e la sua intelligenza, non poteva serbare l'indifferenza e la fede d'un'ingenua; capiva che fin allora s'era ingannata; si sentiva fuori dalla normalità; ma non poteva vincere le sue impressioni, la sua delicatezza nervosa, e soffriva, piangeva, si eccitava. * * * Dopo alcuni mesi la sposa cominciò ad abbandonarsi sulle poltrone in abito discinto, e lo sposo, più tenero verso di lei, parlava tutto ringalluzzito, di «quello che verrà,» della culla, dell'allattamento. Erano discorsi nuovi in quella casa, dove era molto se, arrossendo e chinando gli occhi, si diceva che «una tale signora aveva comperato un figliolo». La Paola aveva finito per isolarsi quanto era possibile, nella sua cameretta. Lavorava e pregava in silenzio, teneva sempre gli occhi bassi, ed a poco a poco, la sua ritrosia sempre allarmata, le aveva dato un aspetto rigido. Un giorno il signor Cantinelli la prese a parte e le disse: --Sai, figliola mia, che t'avvicini ai ventitre anni? Non è per dire che invecchi, gioia mia, ma perchè è tempo di darti marito. Sono certo che lo desideri. --No, no, no! esclamò arrossendo la Paola. --Via! tutte le ragazze dicono così. Ma quando lo trovano sono contentone. E tu l'hai trovato. --Non m'importa: Non lo voglio... --Ma, no, bimba mia. Non far la ritrosa. Credi che io non abbia capito che tu ci pativi a veder me e la Rosa che ci vogliamo bene? Ho visto che avevi spesso gli occhi rossi, specialmente dacchè abbiamo delle speranze... Si sa, una ragazza alla tua età, desidera d'andare a posto anche lei, e la vista della felicità degli altri aumenta la sua impazienza... --Babbo. Ti giuro che non desidero di maritarmi. Voglio farmi monaca... esclamò la Paola tutta nervosa. --Non hai mai manifestata questa vocazione, Paola cara. È mio dovere di esortarti a pensarci seriamente. Darsi al Signore è una buona, una santa cosa; ma bisogna averne la vocazione; ed io credo d'aver osservato che tu hai delle altre aspirazioni... --Nessun'aspirazione. Hai osservato male, interruppe aspramente la Paola. Voglio farmi monaca. È un pezzo che ci penso... --Ma senti, almeno, quanto volevo dirti. È il nostro fabbriciere della parrocchia che m'ha parlato d'un buon partito per te... --Oh Dio! No no! Com'è possibile sposare uno che non si conosce? No. Voglio farmi monaca. Digli di no. Nè lui, nè nessuno. Odio questi matrimoni... --Ebbene, insistè il padre, aspetta ancora. Ne troverai uno ti tuo gusto. Ma intanto questo dovresti vederlo. È un'ottima persona, timorata di Dio, ed un bell'uomo. Un po' maturo, ma ancora vegeto... Queste ultime parole misero addirittura in convulsione la povera sensitiva, che si nascose il volto gridando di no, che non voleva saperne, che aveva una assoluta ripugnanza pel matrimonio, che si sentiva una gran vocazione per la vita monastica, che voleva cominciare il noviziato, subito, subito... In un'altra famiglia quella vocazione senza fervore religioso, improvvisa e tenace, avrebbe inspirato delle diffidenze, e spinto il padre ad indagarne il movente. Ma in casa Cantinelli, si diceva con convinzione che «darsi al Signore è una santa cosa quando si ha la vocazione»; e, dacchè la fanciulla affermava d'averla, il padre devoto avrebbe creduto d'andar contro il volere di Dio, ostinandosi a contrariarla. Una volta presa quella risoluzione, la Paola affrettò le cose, e riesci ad entrare in convento prima che la sua matrigna partorisse. L'idea di trovarsi in casa in quel momento le dava i brividi. La Bianca non poteva consolarsi della lontananza di sua sorella. Tanto più che la Paola, a misura che s'era abbandonata a' suoi scrupoli, s'era andata separando moralmente da lei, come se le facesse un torto d'accettare quello stato di cose che le pareva scandaloso. Nel suo isolamento la povera Bianca sentiva il bisogno di qualcuno da amare e da proteggere, come aveva fatto colla sua sorella maggiore. A poco a poco si venne affezionando alla matrigna, che era buona e che aveva bisogno d'assistenza. E quando, due mesi dopo, la sposa la fece chiamare nella sua camera una mattina, e le presentò un visino violaceo di bimbo, tutto contornato di fasce e di trine, con due piccoli pugni stretti che si agitavano inconscientemente fuori dalle fascie, si sentì tutta intenerita, e pianse di commozione baciando quel nuovo fratello. Il giorno stesso scrisse alla Paola: «Rinuncia all'idea di abbandonarci per sempre. Torna fra noi. Dio ci ha mandato un fratellino, piccino e bello come il bambino Gesù. Me lo lasciano tenere a battesimo da me. Ma se tu vieni ti cederò questa gioia, e lo chiameremo Paolo, e sarà il tuo fratellino. Quando il Signore ne manderà un altro quello sarà il mio...» La rigida novizia strappò la lettera, e rispose che era più ferma che mai nel suo proposito di farsi monaca. Infatti, otto mesi dopo pronunciò i voti. Col volto pallido, gli occhi sempre bassi, l'aspetto rigido, suora Paola Immacolata è ora la monaca più fredda e severa del convento. Le educande tremano dinanzi a lei, che aspra, nervosa, eccitabile, aggrava tutte le mancanze e le punisce con un rigore eccessivo ed inesorabile. Quando il signor Cantinelli va a farle una visita traverso la grata del parlatorio, e la trova gelida, indifferente, completamente staccata da lui, dalla Bianca, e che non parla mai dei nuovi fratellini che non vide neppure, torna a casa dicendo: --Era una vera vocazione. Il suo cuore era tutto per Dio e per la religione. Non ha altri amori. Era una vera vocazione. La Bianca è la sola che, nella sua semplice bontà, vede qualche cosa di anormale che non capisce, ma sente, nell'anima di sua sorella; e dice crollando il capo: --Chissà! Forse se fosse stata allevata diversamente... RACCONTO ALLA VECCHIA MANIERA. La Carmela aveva conosciuto il suo fidanzato alla Sagra di Galliate. C'era andata con una sorella del parroco, e s'era trovata tutta confusa quando arrivando, aveva veduto nel cortile, una folla nera di preti. Non aveva ancora sedici anni, ed era naturale che fosse molto timida. Aveva detto alla sua compagna: --Ma non ti pare che si dovrà stare in una gran suggezione, noi due sole fra tanti preti? La compagna, che era maggiore di lei di parecchi anni, le aveva risposto: --Se avessi creduto di non veder altri che preti non sarei partita da Novara, e non t'avrei invitata, poverina. Poi aveva soggiunto con un luccicchio giulivo negli occhi: --Verrà Giusto, e verrà mio fratello Gaudenzio. Giusto era il suo fidanzato, un giovine medico, che aspettava d'essere nominato medico condotto di Oleggio per isposarla. Ed il fratello Gaudenzio era uno studente che faceva il quarto anno di legge all'università di Torino, e che l'Amalia vagheggiava di vedere innamorato e fidanzato della sua amica. Infatti poco dopo arrivarono Giusto e Gaudenzio, con una frotta d'amici, tutti studenti che erano a Novara in vacanza, fra i quali Mario Pedrazzi, che aveva ventidue anni, e stava per prendere la laurea da ingegnere. Era bello, biondo, coi capelli ondulati e rigonfi, cogli occhi d'un grigio chiaro, grandi, un po' infossati, pieni di languidezza e di mistero. Quegli occhi meravigliosi s'erano subito fissati negli occhioni neri della Carmela, come per magnetizzarla. E l'avevano magnetizzata. Prima del pranzo c'era stata la presentazione; a pranzo, seduti accanto, avevano fatto conoscenza; dopo pranzo, passeggiando in giardino dietro gli altri due già fidanzati, Mario aveva detto delle cose molto sentimentali, e la Carmela s'era sentito rimescolare il sangue e sussultare il cuore; ai vespri avevano sempre tenuti gli occhi fissi l'uno nell'altro, lasciando che quelle occhiate lunghe e languide dicessero tutto quanto volevano dire; e la sera, andando alla stazione per ripartire, lungo la strada buia, Mario, che dava il braccio alla Carmela, le aveva presa la mano che si appoggiava sulla manica della sua giacchetta, e le aveva sussurrato: --Cara... cara... La Carmela non aveva risposto, e lui non aveva aggiunto altro. Ma avevano continuato a camminare colle mani unite, col braccio di lei stretto fortemente fra il petto ed il braccio di lui, ed avevano scambiato ogni sorta di confessioni, di proteste, di promesse in quel lungo silenzio d'amore. Poi, a Novara, quando lei gli aveva stesa la mano alla stazione, prima d'andarsene col suo babbo che stava ad aspettarla, Mario aveva sussurrato: --Per sempre...? E lei aveva chinato il capo con un sì molto sommesso, ma molto chiaro e risoluto. Ma da quel momento non c'erano più stati ravvicinamenti simili fra loro. L'Amalia, risentita che la sua amica avesse scelto per l'appunto un altro invece di suo fratello, s'era messa a trattarla con freddezza, a stare a distanza, e poco dopo s'era sposata, ed era partita col marito per Oleggio. Intanto Mario era partito di nuovo per Torino a compiere gli studi. Ma appena tornato a Novara colla laurea, s'era messo a passare parecchie volte al giorno sotto le finestre della Carmela, a seguirla in istrada, da lontano, perchè, naturalmente, lei non usciva sola, a fissarla col canocchiale tutta la sera, quando gli accadeva di vederla in teatro. Parecchie volte s'erano incontrati a qualche festa da ballo di famiglia, ed allora lui aveva ballato quasi esclusivamente con lei, e le aveva detto delle cose molto significative, per lei che, grazie al precedente di Galliate, era in grado di interpretarle: «Che lui aveva sempre avuto una gran preferenza per le donne brune. Che i dintorni di Novara non erano poi tanto privi di bellezze pittoresche come si diceva. Lui trovava che Galliate era un luogo pieno di poesia. Lui vagheggiava un ideale modesto: avviarsi bene nella sua carriera, associare alla sua esistenza una dolce compagna, bruna, e passare la vita tra lo studio e lei, in una bella Casina elegante e piccola...» Erano i suoi disegni d'avvenire che le comunicava a quel modo; e la Carmela ne era felice. Due volte il suo babbo le aveva fatte delle proposte di matrimonio. Ma lei, fedele al fidanzato del suo cuore, aveva rifiutato con un pretesto, per non tradire il suo segreto. Intanto erano passati tre anni. La Carmela ne aveva dicianove. Mario aveva messo uno studio, e faceva buoni affari. Era tempo di chiudere quel romanzo di amore, che tutta la città conosceva, ed al quale ogni mala lingua faceva un'aggiunta, e molti commenti. La Carmela in quei tre anni s'era cucito tutto il corredo, s'era preparati molti ricami in colore, per le poltrone del suo futuro salotto, aveva imparato a fare delle conserve, a riporre le frutta per l'inverno, a preparare dei liquori casalinghi, per essere una massaia modello. Ed aspettava fiduciosa e serena d'essere chiamata a mettere in pratica quelle cognizioni preziose, quando ad un tratto, in una casa terza, in un giorno di visita, in mezzo ad un circolo di signore, si sentì gettare brutalmente in faccia la nuova tremenda, che distruggeva tutto il suo avvenire: «L'ingegnere Pedrazzi è sposo.» Non svenne, come succede nei romanzi, e non abbreviò neppure la sua visita per non farsi scorgere. E stette a sentire le doti e la dote della sposa; una bella dote, perchè Pedrazzi aveva sempre aspirato a fare un ricco matrimonio; era un giovine serio, badava al sodo, era certo che farebbe una bella carriera... Appena tornata a casa, la Carmela si rinchiuse nella sua camera, e pianse finchè ebbe lacrime negli occhi. Dovette fare uno sforzo per andare a tavola; ma aveva il viso stravolto, e non mangiò nulla. Se ci fosse stata una mamma, una parente in casa, si sarebbe avveduta che c'era un guaio. Ma la Carmela viveva sola col suo babbo, vedovo, il quale badava più agli affari che a lei. E potè abbandonarsi alla sua desolazione senza essere interrogata. Passò la notte intera a ripensarci. Certo non avrebbe più osato ricomparire in città dopo una simile mortificazione. Avrebbe preferito morire. Ma non si muore quando si vuole. La Carmela aveva una sorella molto maggiore di lei, maritata già da cinque anni con un ricco possidente di un villaggio presso Santhià. S'era sposata quando la sorella più giovine era in collegio, e si vedevano una volta all'anno a San Gaudenzio, quando la signora De Lorenzi andava a Novara a passare quel giorno solenne nella casa paterna. Era naturale che la Carmela pensasse d'andare in quella circostanza da sua sorella. Ne parlò a suo padre, il quale consentì facilmente, e telegrafò per annunciare la sua partenza. Ma ricevette un telegramma che le diceva di non moversi, ed in seguito una lettera, che spiegava il telegramma. Nel paese infieriva la difterite, e la signora De Lorenzi assisteva i suoi coloni ammalati, prima per sentimento di carità, poi per conservare la popolarità del marito, che era sindaco, e non disperava di diventare deputato alle prime elezioni. Ma questo non iscoraggiò la Carmela. La morte, nello stato d'animo in cui si trovava, non le faceva paura. E ad ogni modo non voleva rimanere a Novara a nessun costo. Disse a suo padre: che lei non aveva più pace al pensiero che sua sorella era sola, esposta al pericolo d'un contagio, che voleva andare ad aiutarla, a dividere la sua sorte, ad assisterla, in caso che si ammalasse, a morire con lei... E si mostrò, o parve, nel suo eccitamento, animata da tanto affetto fraterno e da tanto sentimento di carità, che suo padre le concesse di partire. Soltanto, lui non poteva accompagnarla. Era professore in un liceo privato, ed, in coscienza, non poteva correre il rischio di portare il contagio ai suoi allievi. Fors'anche non gli garbava di pigliarlo neppure per sè. Però conosceva un possidente di Tronzano, presso Santhià, che, di solito, era sempre a Novara, nei giorni di mercato, e disse: --Vedrò. Se Beltrami è qui, domattina lo pregherò d'accompagnarti. Beltrami c'era. Accettò cordialmente l'incarico, prese la valigia della Carmela e fece entrare la signorina in un vagone di prima classe, dove rimasero soli. Era un vecchio signore grasso coi capelli grigi. La Carmela si rincantucciò in un angolo del vagone, e, col viso contro il vetro del finestrino, stette a guardare i prati verdi ed umidi, le risaie gialle allagate da un'acqua sudicia, tutta quella campagna monotona, il cui piano liscio, sterminato, era appena interrotto da qualche filare di gelsi, da pochi ciriegi selvatici sui quali s'arrampicavano le viti, dalle case coloniche isolate, rozze, povere. E pensava: --Ecco; la mia vita omai scorrerà triste, monotona come questa pianura. Arriverò a cinquant'anni, come sono oggi; più vecchia, più brutta, ma senza gioie, dacchè non ho più amore nè speranza... Preferirei pigliare la difterite e morire... sarebbe finita! Sbirciò un'occhiata al vecchio signore, e vedendo che aveva spiegata la -Perseveranza-, e leggeva attentamente il bollettino della borsa, ne profittò per piangere liberamente. Ma il suo compagno non era tanto assorto nel bollettino della borsa da non udire i piccoli singhiozzi che le sfuggivano. Si volse stupito, stette un tratto a considerarla, poi lasciando la -Perseveranza- abbandonata sul sedile, le si fece accosto e le disse: --Come! Piange? Un'eroina? La Carmela stava in un momento d'eccitazione. Aveva bisogno di sfogo, ed in un impeto di sincerità esclamò: --No, non dica... Io non sono un'eroina! --Ma se va a sfidare la morte per curare i contadini difterici... Il signor Beltrami diceva questo con un'ombra d'ironia. Non amava gli atteggiamenti drammatici, e le ostentazioni d'eroismo inutile. La Carmela intuì quella disapprovazione per quanto celata, e ne fu punta. Quel vecchio signore aveva un'aria buona ed intelligente nel volto florido, negli occhi scintillanti come quelli d'un giovinotto. Le inspirava fiducia, ed avrebbe voluto che la stimasse; e senza rifletterci molto, tornò a dire: --Ma io non vado a sfidare la morte. Vado a cercarla, o vado a nascondermi perchè ho un gran dispiacere, e non ho il coraggio di sopportarlo. Ecco che eroina sono! E ricacciando il volto nella pezzuola, che era già tutta bagnata, riprese a piangere, senza ritegno, un po' sollevata da quella confidenza. Il vecchio signore lasciò che si sfogasse un poco, ed intanto la guardò fisso con occhio di profonda pietà; poi le disse: --Via, ora smetta di piangere. Le fa male, e si fa gli occhi gonfi che è un peccato. Mi confidi il suo gran dispiacere. Faccia conto ch'io sia il suo babbo... Ma non tanto severo come lui; un babbo indulgente, pieno di compatimento pei dispiaceri della gioventù, e disposto a ricevere le sue confidenze con cuore da amico... Dica, via. Vuole che siamo amici? Vuol dirmi perchè è afflitta, perchè piange? Era appunto quanto aveva bisogno quel povero cuore crucciato ed oppresso dal suo cruccio segreto. Un amico a cui confidarlo. Rispose senza scoprirsi il volto, perchè si vergognava: --Piango perchè il mio amante mi ha abbandonata. Il vecchio signore fece un balzo sul sedile, ed esclamò meravigliato: --Il suo amante? Lei aveva un amante? Ma quanti anni ha? --Ne ho diciannove. Erano già tre anni che ci si voleva bene... --Ma il suo babbo, che è tanto severo, le permetteva questa relazione? --Non la sapeva. --Non avrà saputo in che rapporti erano; ma infine, che lei conosceva quel giovinotto, che veniva in casa sua, doveva pure saperlo... --Ma no. Non veniva in casa mia... Il vecchio signore stette un tratto confuso, poi riprese un po' esitante, e colla voce un po' meno dolce: --Allora era lei... Dove lo vedeva, insomma? --Lo vedevo dal balcone. --Ah! esclamò il signor Beltrami; ed i suoi occhi brillarono più che mai, ed il suo volto tornò sereno. Riprese l'interrogatorio coll'indulgenza di prima. --E, si scrivevano? --No... --Ma come avevano fatto per sapere di volersi bene? Avevano pure dovuto dirselo, o scriverlo... La Carmela era tutta mortificata. Infatti non se l'erano detto nè scritto. Volle narrare la storia di Galliate, ma quel vecchio signore, alla sua età, aveva perduto di vista gli amori giovanili, e rispose quasi ridendo: --Se non c'è altro, figliola mia, non è un amante che ha perduto, è un sogno che s'è dileguato. Le prese tutte e due le mani in una delle sue che era grossa e forte, le pose l'altra sulla fronte, e rispingendole il capo indietro per guardarla negli occhi, le disse: --Lei non sa cosa sia l'amore. In quella lo sportello fu aperto con impeto, ed i guarda freni passarono gridando: --Vercelli! Vercelli! Chi scende? Dodici minuti di fermata... Vercelli!... Il vecchio signore scese, ed andò al caffè a bere una tazza di birra. La Carmela un po' stupita dal discorso che avevano fatto, dal vuoto che aveva dovuto riconoscere nel suo passato, tenne dietro collo sguardo a quell'uomo attempato, che le aveva inspirata tanta fiducia. Non era punto grasso, come le era parso alla prima. Era robusto. Teneva il cappello in mano facendosi aria, ed i suoi capelli grigi, ritti sul capo, foltissimi, facevano una bella cornice al volto fresco. Aveva le sopraciglia ed i baffi castani, appena brizzolati di qualche filo d'argento. E camminava leggero, svelto. Da lontano le accennò se volesse bere, ed i suoi occhi neri brillarono come due fiamme. La Carmela nel suo profondo abbandono, provò un'ombra di gioia al vedere che quel vecchio amico, non le aveva perduta la considerazione, e sembrava volerle bene anche dopo la sua confidenza. Ed era stupefatta d'avergliela fatta quella confidenza, così, subito, conoscendolo appena. Ma le pareva di conoscerlo da un pezzo. Era così ardito, insinuante, ed aveva una voce così calda, e guardava così direttamente negli occhi. Non si poteva mentire con lui. Del resto cosa le importava? Non lo sapeva tutta Novara il suo segreto? Il vecchio signore risalì, tornò a sedere al suo posto, e riprese la -Perseveranza- senza parlare. I guarda freni chiusero i vagoni, il convoglio si mosse, ed i due amici rimasero ancora soli. Ad un tratto il vecchio signore si alzò, andò a sedere accanto alla Carmela, le prese la mano che lei teneva abbandonata in grembo e le disse, come se continuasse il discorso di poco prima: --L'amore, figliola mia, il buono, il vero, non si accontenta di quelle lunghe separazioni mute, senza una manifestazione, senza uno sfogo. L'amore non bada alla laurea dell'uomo, alla dote della donna, a nessuna considerazione d'interesse. Un uomo che ama arde tutto, freme, desidera con forza, con passione; va direttamente al suo scopo, e domanda francamente, impaziente alla donna che ama: «--Vuoi esser mia?» Nell'enfasi di quel discorso, il vecchio signore aveva attirata a sè la mano che stringeva, e guardava la Carmela negli occhi tanto davvicino, che il suo alito le sfiorava la bocca. Non era più vecchio. Era un uomo forte, appassionato e bello. Quelle parole entravano acute, pungenti nel cuore della Carmela, e le faceva sentire amaramente che, infatti, non era stata amata mai, che s'era illusa. Eppure doveva essere una dolce cosa sentirsi amata così. Una dolce cosa, che lei non proverebbe mai... Ma mentre pensava questo, invasa da una gran voglia di piangere, di piangere, sul petto di quell'amico di un'ora, che le parlava con tanto calore, sentì un braccio forte e tremante stringersi intorno alla sua vita, e quella voce dolce e profonda ripetere: --Di' vuoi? Voi essere mia moglie, mia compagna nel bene come nel male? Vedi, io ti conosco da un'ora, ti amo da un'ora, forse da meno, ma non aspetto domani a dirtelo. Poi soggiunse colla disinvoltura d'un uomo avvezzo alle tempeste della vita: --È vero che ho trent'otto anni, e non ho molto tempo d'aspettare. E vedendo che la Carmela non parlava, ma tremava tutta e non cercava di sciogliersi dal braccio che la stringeva, riprese: --Non temere, bambina... So chi sei, e non dimentico che t'hanno affidata a me. Non ti domando che una parola. Di' non ti spaventano i miei capelli grigi? La Carmela abbandonò il capo sulla spalla di lui, susurrando: --Oh no! no! Scendendo alla stazione di Santhià, il vecchio signore si fece incontro alla sorella della Carmela dicendole: --Le presento la mia sposa. Glie l'affido soltanto per poche ore, e la riconduco subito a Novara, perchè ha una gran paura della difterite. La signora De Lorenzi osservò: --T'avevo pur detto, di non venire, Carmela. E la Carmela, dando uno sguardo al suo compagno, rispose: --Allora non avevo paura di morire. FINE. INDICE Cara Speranza -pag.- 1 Il «Curare». Racconto di Natale» 29 Suor Maria. Racconto di Natale » 73 Silenzi d'Amore » 125 Una Vocazione» 165 Racconto alla vecchia maniera » 197 Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. I numeri di pagina indicati nell'Indice, anche se errati, sono stati conservati. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale): Pag. 20 - era spaventata [spaventa] all'idea 92 - abbottonato a sghembo [sgembo] 124 - s'udiva uno strano rumore [rumure] 130 - Aveva realmente le attrattive [attrative] 147 - se ne entusiasmò [entusiastò] 180 - gli era possibile di conciliare [concigliare] 181 - gli occhi chiari da bionda [bionde] Grafie alternative mantenute: Turiddu / Turiddo qua / quà ? , . 1 2 . 3 . 4 5 , , 6 , , 7 , 8 . 9 10 , 11 , 12 , ' 13 . 14 15 ' , 16 ' ' ' ; ' 17 ; ; 18 , , , , 19 . 20 21 * 22 * * 23 24 25 , , , 26 , « , » , ' . 27 28 , , 29 , « 30 » . 31 32 , 33 . 34 35 , , 36 , , 37 . 38 39 : 40 41 - - , , ' ? 42 , , . 43 . 44 45 - - , , ! . 46 47 - - ! . 48 . ' . 49 50 - - ' : . . . 51 52 - - , , . . 53 ? 54 , 55 . . . , , ' 56 , 57 . . . 58 59 - - . . . . . 60 . 61 62 - - , . 63 . , 64 ; ; ' 65 . . . 66 67 - - ' . , 68 . . . . . 69 70 - - , , . 71 ' ' . . . 72 73 - - ! ! ' ? . 74 . . , . 75 . . . 76 77 - - , , . 78 . . 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