di gesso? Se si fanno qualche carezza, non ci vedo nulla di male.
La Paola crollava le spalle e stava zitta. Infatti non avrebbe potuto
dire che ci vedesse del male neppur lei.
Ma non trovava più bello il matrimonio, dacchè lo vedeva così, e si
sentiva profondamente delusa, e soffriva della sua delusione, e non
sapeva più cosa desiderare nè cosa sperare, dacchè il suo sogno era
svanito.
A forza di isolarla in un ambiente di purezza ideale, di parlarle col
frasario convenzionale inventato per le ingenue, di accarezzare il suo
pudore esagerato e ritroso da sensitiva, l'avevano lasciato esaltare
fino alla mania.
Co' suoi ventidue anni e la sua intelligenza, non poteva serbare
l'indifferenza e la fede d'un'ingenua; capiva che fin allora s'era
ingannata; si sentiva fuori dalla normalità; ma non poteva vincere le
sue impressioni, la sua delicatezza nervosa, e soffriva, piangeva, si
eccitava.
*
* *
Dopo alcuni mesi la sposa cominciò ad abbandonarsi sulle poltrone in
abito discinto, e lo sposo, più tenero verso di lei, parlava tutto
ringalluzzito, di «quello che verrà,» della culla, dell'allattamento.
Erano discorsi nuovi in quella casa, dove era molto se, arrossendo e
chinando gli occhi, si diceva che «una tale signora aveva comperato un
figliolo».
La Paola aveva finito per isolarsi quanto era possibile, nella sua
cameretta.
Lavorava e pregava in silenzio, teneva sempre gli occhi bassi, ed a poco
a poco, la sua ritrosia sempre allarmata, le aveva dato un aspetto
rigido.
Un giorno il signor Cantinelli la prese a parte e le disse:
--Sai, figliola mia, che t'avvicini ai ventitre anni? Non è per dire che
invecchi, gioia mia, ma perchè è tempo di darti marito. Sono certo che
lo desideri.
--No, no, no! esclamò arrossendo la Paola.
--Via! tutte le ragazze dicono così. Ma quando lo trovano sono
contentone. E tu l'hai trovato.
--Non m'importa: Non lo voglio...
--Ma, no, bimba mia. Non far la ritrosa. Credi che io non abbia capito
che tu ci pativi a veder me e la Rosa che ci vogliamo bene? Ho visto che
avevi spesso gli occhi rossi, specialmente dacchè abbiamo delle
speranze... Si sa, una ragazza alla tua età, desidera d'andare a posto
anche lei, e la vista della felicità degli altri aumenta la sua
impazienza...
--Babbo. Ti giuro che non desidero di maritarmi. Voglio farmi monaca...
esclamò la Paola tutta nervosa.
--Non hai mai manifestata questa vocazione, Paola cara. È mio dovere di
esortarti a pensarci seriamente. Darsi al Signore è una buona, una santa
cosa; ma bisogna averne la vocazione; ed io credo d'aver osservato che
tu hai delle altre aspirazioni...
--Nessun'aspirazione. Hai osservato male, interruppe aspramente la
Paola. Voglio farmi monaca. È un pezzo che ci penso...
--Ma senti, almeno, quanto volevo dirti. È il nostro fabbriciere della
parrocchia che m'ha parlato d'un buon partito per te...
--Oh Dio! No no! Com'è possibile sposare uno che non si conosce? No.
Voglio farmi monaca. Digli di no. Nè lui, nè nessuno. Odio questi
matrimoni...
--Ebbene, insistè il padre, aspetta ancora. Ne troverai uno ti tuo
gusto. Ma intanto questo dovresti vederlo. È un'ottima persona, timorata
di Dio, ed un bell'uomo. Un po' maturo, ma ancora vegeto...
Queste ultime parole misero addirittura in convulsione la povera
sensitiva, che si nascose il volto gridando di no, che non voleva
saperne, che aveva una assoluta ripugnanza pel matrimonio, che si
sentiva una gran vocazione per la vita monastica, che voleva cominciare
il noviziato, subito, subito...
In un'altra famiglia quella vocazione senza fervore religioso,
improvvisa e tenace, avrebbe inspirato delle diffidenze, e spinto il
padre ad indagarne il movente.
Ma in casa Cantinelli, si diceva con convinzione che «darsi al Signore è
una santa cosa quando si ha la vocazione»; e, dacchè la fanciulla
affermava d'averla, il padre devoto avrebbe creduto d'andar contro il
volere di Dio, ostinandosi a contrariarla.
Una volta presa quella risoluzione, la Paola affrettò le cose, e riesci
ad entrare in convento prima che la sua matrigna partorisse.
L'idea di trovarsi in casa in quel momento le dava i brividi.
La Bianca non poteva consolarsi della lontananza di sua sorella. Tanto
più che la Paola, a misura che s'era abbandonata a' suoi scrupoli, s'era
andata separando moralmente da lei, come se le facesse un torto
d'accettare quello stato di cose che le pareva scandaloso.
Nel suo isolamento la povera Bianca sentiva il bisogno di qualcuno da
amare e da proteggere, come aveva fatto colla sua sorella maggiore.
A poco a poco si venne affezionando alla matrigna, che era buona e che
aveva bisogno d'assistenza. E quando, due mesi dopo, la sposa la fece
chiamare nella sua camera una mattina, e le presentò un visino violaceo
di bimbo, tutto contornato di fasce e di trine, con due piccoli pugni
stretti che si agitavano inconscientemente fuori dalle fascie, si sentì
tutta intenerita, e pianse di commozione baciando quel nuovo fratello.
Il giorno stesso scrisse alla Paola:
«Rinuncia all'idea di abbandonarci per sempre. Torna fra noi. Dio ci ha
mandato un fratellino, piccino e bello come il bambino Gesù. Me lo
lasciano tenere a battesimo da me. Ma se tu vieni ti cederò questa
gioia, e lo chiameremo Paolo, e sarà il tuo fratellino. Quando il
Signore ne manderà un altro quello sarà il mio...»
La rigida novizia strappò la lettera, e rispose che era più ferma che
mai nel suo proposito di farsi monaca.
Infatti, otto mesi dopo pronunciò i voti.
Col volto pallido, gli occhi sempre bassi, l'aspetto rigido, suora Paola
Immacolata è ora la monaca più fredda e severa del convento.
Le educande tremano dinanzi a lei, che aspra, nervosa, eccitabile,
aggrava tutte le mancanze e le punisce con un rigore eccessivo ed
inesorabile.
Quando il signor Cantinelli va a farle una visita traverso la grata del
parlatorio, e la trova gelida, indifferente, completamente staccata da
lui, dalla Bianca, e che non parla mai dei nuovi fratellini che non vide
neppure, torna a casa dicendo:
--Era una vera vocazione. Il suo cuore era tutto per Dio e per la
religione. Non ha altri amori. Era una vera vocazione.
La Bianca è la sola che, nella sua semplice bontà, vede qualche cosa di
anormale che non capisce, ma sente, nell'anima di sua sorella; e dice
crollando il capo:
--Chissà! Forse se fosse stata allevata diversamente...
RACCONTO ALLA VECCHIA MANIERA.
La Carmela aveva conosciuto il suo fidanzato alla Sagra di Galliate.
C'era andata con una sorella del parroco, e s'era trovata tutta confusa
quando arrivando, aveva veduto nel cortile, una folla nera di preti. Non
aveva ancora sedici anni, ed era naturale che fosse molto timida. Aveva
detto alla sua compagna:
--Ma non ti pare che si dovrà stare in una gran suggezione, noi due sole
fra tanti preti?
La compagna, che era maggiore di lei di parecchi anni, le aveva
risposto:
--Se avessi creduto di non veder altri che preti non sarei partita da
Novara, e non t'avrei invitata, poverina.
Poi aveva soggiunto con un luccicchio giulivo negli occhi:
--Verrà Giusto, e verrà mio fratello Gaudenzio.
Giusto era il suo fidanzato, un giovine medico, che aspettava d'essere
nominato medico condotto di Oleggio per isposarla. Ed il fratello
Gaudenzio era uno studente che faceva il quarto anno di legge
all'università di Torino, e che l'Amalia vagheggiava di vedere
innamorato e fidanzato della sua amica.
Infatti poco dopo arrivarono Giusto e Gaudenzio, con una frotta d'amici,
tutti studenti che erano a Novara in vacanza, fra i quali Mario
Pedrazzi, che aveva ventidue anni, e stava per prendere la laurea da
ingegnere.
Era bello, biondo, coi capelli ondulati e rigonfi, cogli occhi d'un
grigio chiaro, grandi, un po' infossati, pieni di languidezza e di
mistero.
Quegli occhi meravigliosi s'erano subito fissati negli occhioni neri
della Carmela, come per magnetizzarla. E l'avevano magnetizzata.
Prima del pranzo c'era stata la presentazione; a pranzo, seduti accanto,
avevano fatto conoscenza; dopo pranzo, passeggiando in giardino dietro
gli altri due già fidanzati, Mario aveva detto delle cose molto
sentimentali, e la Carmela s'era sentito rimescolare il sangue e
sussultare il cuore; ai vespri avevano sempre tenuti gli occhi fissi
l'uno nell'altro, lasciando che quelle occhiate lunghe e languide
dicessero tutto quanto volevano dire; e la sera, andando alla stazione
per ripartire, lungo la strada buia, Mario, che dava il braccio alla
Carmela, le aveva presa la mano che si appoggiava sulla manica della sua
giacchetta, e le aveva sussurrato:
--Cara... cara...
La Carmela non aveva risposto, e lui non aveva aggiunto altro. Ma
avevano continuato a camminare colle mani unite, col braccio di lei
stretto fortemente fra il petto ed il braccio di lui, ed avevano
scambiato ogni sorta di confessioni, di proteste, di promesse in quel
lungo silenzio d'amore.
Poi, a Novara, quando lei gli aveva stesa la mano alla stazione, prima
d'andarsene col suo babbo che stava ad aspettarla, Mario aveva
sussurrato:
--Per sempre...?
E lei aveva chinato il capo con un sì molto sommesso, ma molto chiaro e
risoluto.
Ma da quel momento non c'erano più stati ravvicinamenti simili fra loro.
L'Amalia, risentita che la sua amica avesse scelto per l'appunto un
altro invece di suo fratello, s'era messa a trattarla con freddezza, a
stare a distanza, e poco dopo s'era sposata, ed era partita col marito
per Oleggio.
Intanto Mario era partito di nuovo per Torino a compiere gli studi.
Ma appena tornato a Novara colla laurea, s'era messo a passare parecchie
volte al giorno sotto le finestre della Carmela, a seguirla in istrada,
da lontano, perchè, naturalmente, lei non usciva sola, a fissarla col
canocchiale tutta la sera, quando gli accadeva di vederla in teatro.
Parecchie volte s'erano incontrati a qualche festa da ballo di famiglia,
ed allora lui aveva ballato quasi esclusivamente con lei, e le aveva
detto delle cose molto significative, per lei che, grazie al precedente
di Galliate, era in grado di interpretarle: «Che lui aveva sempre avuto
una gran preferenza per le donne brune. Che i dintorni di Novara non
erano poi tanto privi di bellezze pittoresche come si diceva. Lui
trovava che Galliate era un luogo pieno di poesia. Lui vagheggiava un
ideale modesto: avviarsi bene nella sua carriera, associare alla sua
esistenza una dolce compagna, bruna, e passare la vita tra lo studio e
lei, in una bella Casina elegante e piccola...»
Erano i suoi disegni d'avvenire che le comunicava a quel modo; e la
Carmela ne era felice.
Due volte il suo babbo le aveva fatte delle proposte di matrimonio. Ma
lei, fedele al fidanzato del suo cuore, aveva rifiutato con un pretesto,
per non tradire il suo segreto.
Intanto erano passati tre anni. La Carmela ne aveva dicianove. Mario
aveva messo uno studio, e faceva buoni affari. Era tempo di chiudere
quel romanzo di amore, che tutta la città conosceva, ed al quale ogni
mala lingua faceva un'aggiunta, e molti commenti.
La Carmela in quei tre anni s'era cucito tutto il corredo, s'era
preparati molti ricami in colore, per le poltrone del suo futuro
salotto, aveva imparato a fare delle conserve, a riporre le frutta per
l'inverno, a preparare dei liquori casalinghi, per essere una massaia
modello.
Ed aspettava fiduciosa e serena d'essere chiamata a mettere in pratica
quelle cognizioni preziose, quando ad un tratto, in una casa terza, in
un giorno di visita, in mezzo ad un circolo di signore, si sentì gettare
brutalmente in faccia la nuova tremenda, che distruggeva tutto il suo
avvenire:
«L'ingegnere Pedrazzi è sposo.»
Non svenne, come succede nei romanzi, e non abbreviò neppure la sua
visita per non farsi scorgere. E stette a sentire le doti e la dote
della sposa; una bella dote, perchè Pedrazzi aveva sempre aspirato a
fare un ricco matrimonio; era un giovine serio, badava al sodo, era
certo che farebbe una bella carriera...
Appena tornata a casa, la Carmela si rinchiuse nella sua camera, e
pianse finchè ebbe lacrime negli occhi.
Dovette fare uno sforzo per andare a tavola; ma aveva il viso stravolto,
e non mangiò nulla. Se ci fosse stata una mamma, una parente in casa, si
sarebbe avveduta che c'era un guaio. Ma la Carmela viveva sola col suo
babbo, vedovo, il quale badava più agli affari che a lei. E potè
abbandonarsi alla sua desolazione senza essere interrogata.
Passò la notte intera a ripensarci.
Certo non avrebbe più osato ricomparire in città dopo una simile
mortificazione. Avrebbe preferito morire. Ma non si muore quando si
vuole.
La Carmela aveva una sorella molto maggiore di lei, maritata già da
cinque anni con un ricco possidente di un villaggio presso Santhià.
S'era sposata quando la sorella più giovine era in collegio, e si
vedevano una volta all'anno a San Gaudenzio, quando la signora De
Lorenzi andava a Novara a passare quel giorno solenne nella casa
paterna.
Era naturale che la Carmela pensasse d'andare in quella circostanza da
sua sorella.
Ne parlò a suo padre, il quale consentì facilmente, e telegrafò per
annunciare la sua partenza. Ma ricevette un telegramma che le diceva di
non moversi, ed in seguito una lettera, che spiegava il telegramma.
Nel paese infieriva la difterite, e la signora De Lorenzi assisteva i
suoi coloni ammalati, prima per sentimento di carità, poi per conservare
la popolarità del marito, che era sindaco, e non disperava di diventare
deputato alle prime elezioni.
Ma questo non iscoraggiò la Carmela. La morte, nello stato d'animo in
cui si trovava, non le faceva paura. E ad ogni modo non voleva rimanere
a Novara a nessun costo.
Disse a suo padre: che lei non aveva più pace al pensiero che sua
sorella era sola, esposta al pericolo d'un contagio, che voleva andare
ad aiutarla, a dividere la sua sorte, ad assisterla, in caso che si
ammalasse, a morire con lei...
E si mostrò, o parve, nel suo eccitamento, animata da tanto affetto
fraterno e da tanto sentimento di carità, che suo padre le concesse di
partire.
Soltanto, lui non poteva accompagnarla. Era professore in un liceo
privato, ed, in coscienza, non poteva correre il rischio di portare il
contagio ai suoi allievi.
Fors'anche non gli garbava di pigliarlo neppure per sè. Però conosceva
un possidente di Tronzano, presso Santhià, che, di solito, era sempre a
Novara, nei giorni di mercato, e disse:
--Vedrò. Se Beltrami è qui, domattina lo pregherò d'accompagnarti.
Beltrami c'era. Accettò cordialmente l'incarico, prese la valigia della
Carmela e fece entrare la signorina in un vagone di prima classe, dove
rimasero soli.
Era un vecchio signore grasso coi capelli grigi.
La Carmela si rincantucciò in un angolo del vagone, e, col viso contro
il vetro del finestrino, stette a guardare i prati verdi ed umidi, le
risaie gialle allagate da un'acqua sudicia, tutta quella campagna
monotona, il cui piano liscio, sterminato, era appena interrotto da
qualche filare di gelsi, da pochi ciriegi selvatici sui quali
s'arrampicavano le viti, dalle case coloniche isolate, rozze, povere.
E pensava:
--Ecco; la mia vita omai scorrerà triste, monotona come questa pianura.
Arriverò a cinquant'anni, come sono oggi; più vecchia, più brutta, ma
senza gioie, dacchè non ho più amore nè speranza... Preferirei pigliare
la difterite e morire... sarebbe finita!
Sbirciò un'occhiata al vecchio signore, e vedendo che aveva spiegata la
-Perseveranza-, e leggeva attentamente il bollettino della borsa, ne
profittò per piangere liberamente.
Ma il suo compagno non era tanto assorto nel bollettino della borsa da
non udire i piccoli singhiozzi che le sfuggivano.
Si volse stupito, stette un tratto a considerarla, poi lasciando la
-Perseveranza- abbandonata sul sedile, le si fece accosto e le disse:
--Come! Piange? Un'eroina?
La Carmela stava in un momento d'eccitazione. Aveva bisogno di sfogo, ed
in un impeto di sincerità esclamò:
--No, non dica... Io non sono un'eroina!
--Ma se va a sfidare la morte per curare i contadini difterici...
Il signor Beltrami diceva questo con un'ombra d'ironia. Non amava gli
atteggiamenti drammatici, e le ostentazioni d'eroismo inutile.
La Carmela intuì quella disapprovazione per quanto celata, e ne fu
punta. Quel vecchio signore aveva un'aria buona ed intelligente nel
volto florido, negli occhi scintillanti come quelli d'un giovinotto. Le
inspirava fiducia, ed avrebbe voluto che la stimasse; e senza
rifletterci molto, tornò a dire:
--Ma io non vado a sfidare la morte. Vado a cercarla, o vado a
nascondermi perchè ho un gran dispiacere, e non ho il coraggio di
sopportarlo. Ecco che eroina sono!
E ricacciando il volto nella pezzuola, che era già tutta bagnata,
riprese a piangere, senza ritegno, un po' sollevata da quella
confidenza.
Il vecchio signore lasciò che si sfogasse un poco, ed intanto la guardò
fisso con occhio di profonda pietà; poi le disse:
--Via, ora smetta di piangere. Le fa male, e si fa gli occhi gonfi che è
un peccato. Mi confidi il suo gran dispiacere. Faccia conto ch'io sia il
suo babbo... Ma non tanto severo come lui; un babbo indulgente, pieno di
compatimento pei dispiaceri della gioventù, e disposto a ricevere le sue
confidenze con cuore da amico... Dica, via. Vuole che siamo amici? Vuol
dirmi perchè è afflitta, perchè piange?
Era appunto quanto aveva bisogno quel povero cuore crucciato ed oppresso
dal suo cruccio segreto. Un amico a cui confidarlo. Rispose senza
scoprirsi il volto, perchè si vergognava:
--Piango perchè il mio amante mi ha abbandonata.
Il vecchio signore fece un balzo sul sedile, ed esclamò meravigliato:
--Il suo amante? Lei aveva un amante? Ma quanti anni ha?
--Ne ho diciannove. Erano già tre anni che ci si voleva bene...
--Ma il suo babbo, che è tanto severo, le permetteva questa relazione?
--Non la sapeva.
--Non avrà saputo in che rapporti erano; ma infine, che lei conosceva
quel giovinotto, che veniva in casa sua, doveva pure saperlo...
--Ma no. Non veniva in casa mia...
Il vecchio signore stette un tratto confuso, poi riprese un po'
esitante, e colla voce un po' meno dolce:
--Allora era lei... Dove lo vedeva, insomma?
--Lo vedevo dal balcone.
--Ah! esclamò il signor Beltrami; ed i suoi occhi brillarono più che
mai, ed il suo volto tornò sereno. Riprese l'interrogatorio
coll'indulgenza di prima.
--E, si scrivevano?
--No...
--Ma come avevano fatto per sapere di volersi bene? Avevano pure dovuto
dirselo, o scriverlo...
La Carmela era tutta mortificata. Infatti non se l'erano detto nè
scritto. Volle narrare la storia di Galliate, ma quel vecchio signore,
alla sua età, aveva perduto di vista gli amori giovanili, e rispose
quasi ridendo:
--Se non c'è altro, figliola mia, non è un amante che ha perduto, è un
sogno che s'è dileguato.
Le prese tutte e due le mani in una delle sue che era grossa e forte, le
pose l'altra sulla fronte, e rispingendole il capo indietro per
guardarla negli occhi, le disse:
--Lei non sa cosa sia l'amore.
In quella lo sportello fu aperto con impeto, ed i guarda freni passarono
gridando:
--Vercelli! Vercelli! Chi scende? Dodici minuti di fermata...
Vercelli!...
Il vecchio signore scese, ed andò al caffè a bere una tazza di birra.
La Carmela un po' stupita dal discorso che avevano fatto, dal vuoto che
aveva dovuto riconoscere nel suo passato, tenne dietro collo sguardo a
quell'uomo attempato, che le aveva inspirata tanta fiducia.
Non era punto grasso, come le era parso alla prima. Era robusto. Teneva
il cappello in mano facendosi aria, ed i suoi capelli grigi, ritti sul
capo, foltissimi, facevano una bella cornice al volto fresco. Aveva le
sopraciglia ed i baffi castani, appena brizzolati di qualche filo
d'argento. E camminava leggero, svelto. Da lontano le accennò se volesse
bere, ed i suoi occhi neri brillarono come due fiamme.
La Carmela nel suo profondo abbandono, provò un'ombra di gioia al vedere
che quel vecchio amico, non le aveva perduta la considerazione, e
sembrava volerle bene anche dopo la sua confidenza. Ed era stupefatta
d'avergliela fatta quella confidenza, così, subito, conoscendolo appena.
Ma le pareva di conoscerlo da un pezzo. Era così ardito, insinuante, ed
aveva una voce così calda, e guardava così direttamente negli occhi. Non
si poteva mentire con lui.
Del resto cosa le importava? Non lo sapeva tutta Novara il suo segreto?
Il vecchio signore risalì, tornò a sedere al suo posto, e riprese la
-Perseveranza- senza parlare. I guarda freni chiusero i vagoni, il
convoglio si mosse, ed i due amici rimasero ancora soli.
Ad un tratto il vecchio signore si alzò, andò a sedere accanto alla
Carmela, le prese la mano che lei teneva abbandonata in grembo e le
disse, come se continuasse il discorso di poco prima:
--L'amore, figliola mia, il buono, il vero, non si accontenta di quelle
lunghe separazioni mute, senza una manifestazione, senza uno sfogo.
L'amore non bada alla laurea dell'uomo, alla dote della donna, a nessuna
considerazione d'interesse. Un uomo che ama arde tutto, freme, desidera
con forza, con passione; va direttamente al suo scopo, e domanda
francamente, impaziente alla donna che ama:
«--Vuoi esser mia?»
Nell'enfasi di quel discorso, il vecchio signore aveva attirata a sè la
mano che stringeva, e guardava la Carmela negli occhi tanto davvicino,
che il suo alito le sfiorava la bocca.
Non era più vecchio. Era un uomo forte, appassionato e bello.
Quelle parole entravano acute, pungenti nel cuore della Carmela, e le
faceva sentire amaramente che, infatti, non era stata amata mai, che
s'era illusa. Eppure doveva essere una dolce cosa sentirsi amata così.
Una dolce cosa, che lei non proverebbe mai...
Ma mentre pensava questo, invasa da una gran voglia di piangere, di
piangere, sul petto di quell'amico di un'ora, che le parlava con tanto
calore, sentì un braccio forte e tremante stringersi intorno alla sua
vita, e quella voce dolce e profonda ripetere:
--Di' vuoi? Voi essere mia moglie, mia compagna nel bene come nel male?
Vedi, io ti conosco da un'ora, ti amo da un'ora, forse da meno, ma non
aspetto domani a dirtelo.
Poi soggiunse colla disinvoltura d'un uomo avvezzo alle tempeste della
vita:
--È vero che ho trent'otto anni, e non ho molto tempo d'aspettare.
E vedendo che la Carmela non parlava, ma tremava tutta e non cercava di
sciogliersi dal braccio che la stringeva, riprese:
--Non temere, bambina... So chi sei, e non dimentico che t'hanno
affidata a me. Non ti domando che una parola. Di' non ti spaventano i
miei capelli grigi?
La Carmela abbandonò il capo sulla spalla di lui, susurrando:
--Oh no! no!
Scendendo alla stazione di Santhià, il vecchio signore si fece incontro
alla sorella della Carmela dicendole:
--Le presento la mia sposa. Glie l'affido soltanto per poche ore, e la
riconduco subito a Novara, perchè ha una gran paura della difterite.
La signora De Lorenzi osservò:
--T'avevo pur detto, di non venire, Carmela.
E la Carmela, dando uno sguardo al suo compagno, rispose:
--Allora non avevo paura di morire.
FINE.
INDICE
Cara Speranza -pag.- 1
Il «Curare». Racconto di Natale» 29
Suor Maria. Racconto di Natale » 73
Silenzi d'Amore » 125
Una Vocazione» 165
Racconto alla vecchia maniera » 197
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. I numeri di pagina
indicati nell'Indice, anche se errati, sono stati conservati. Sono
stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
Pag. 20 - era spaventata [spaventa] all'idea
92 - abbottonato a sghembo [sgembo]
124 - s'udiva uno strano rumore [rumure]
130 - Aveva realmente le attrattive [attrative]
147 - se ne entusiasmò [entusiastò]
180 - gli era possibile di conciliare [concigliare]
181 - gli occhi chiari da bionda [bionde]
Grafie alternative mantenute:
Turiddu / Turiddo
qua / quà
?
,
.
1
2
.
3
.
4
5
,
,
6
,
,
7
,
8
.
9
10
,
11
,
12
,
'
13
.
14
15
'
,
16
'
'
'
;
'
17
;
;
18
,
,
,
,
19
.
20
21
*
22
*
*
23
24
25
,
,
,
26
,
«
,
»
,
'
.
27
28
,
,
29
,
«
30
»
.
31
32
,
33
.
34
35
,
,
36
,
,
37
.
38
39
:
40
41
-
-
,
,
'
?
42
,
,
.
43
.
44
45
-
-
,
,
!
.
46
47
-
-
!
.
48
.
'
.
49
50
-
-
'
:
.
.
.
51
52
-
-
,
,
.
.
53
?
54
,
55
.
.
.
,
,
'
56
,
57
.
.
.
58
59
-
-
.
.
.
.
.
60
.
61
62
-
-
,
.
63
.
,
64
;
;
'
65
.
.
.
66
67
-
-
'
.
,
68
.
.
.
.
.
69
70
-
-
,
,
.
71
'
'
.
.
.
72
73
-
-
!
!
'
?
.
74
.
.
,
.
75
.
.
.
76
77
-
-
,
,
.
78
.
.
'
,
79
,
'
.
'
,
.
.
.
80
81
82
,
,
83
,
,
84
,
85
,
,
.
.
.
86
87
'
,
88
,
,
89
.
90
91
,
«
92
»
;
,
93
'
,
'
94
,
.
95
96
,
,
97
.
98
99
'
.
100
101
.
102
,
'
'
,
'
103
,
104
'
.
105
106
107
,
.
108
109
,
110
'
.
,
,
111
,
112
,
,
113
,
114
,
.
115
116
:
117
118
«
'
.
.
119
,
.
120
.
121
,
,
.
122
.
.
.
»
123
124
,
125
.
126
127
,
.
128
129
130
,
,
'
,
131
.
132
133
,
,
,
,
134
135
.
136
137
138
,
,
,
139
,
,
140
,
:
141
142
-
-
.
143
.
.
.
144
145
,
,
146
,
,
'
;
147
:
148
149
-
-
!
.
.
.
150
151
152
153
154
.
155
156
157
.
158
'
,
'
159
,
,
.
160
,
.
161
:
162
163
-
-
,
164
?
165
166
,
,
167
:
168
169
-
-
170
,
'
,
.
171
172
:
173
174
-
-
,
.
175
176
,
,
'
177
.
178
179
'
,
'
180
.
181
182
,
'
,
183
,
184
,
,
185
.
186
187
,
,
,
'
188
,
,
'
,
189
.
190
191
'
192
,
.
'
.
193
194
'
;
,
,
195
;
,
196
,
197
,
'
198
;
199
'
'
,
200
;
,
201
,
,
,
202
,
203
,
:
204
205
-
-
.
.
.
.
.
.
206
207
,
.
208
,
209
,
210
,
,
211
'
.
212
213
,
,
,
214
'
,
215
:
216
217
-
-
.
.
.
?
218
219
,
220
.
221
222
'
.
223
224
'
,
'
225
,
'
,
226
,
'
,
227
.
228
229
.
230
231
,
'
232
,
,
233
,
,
,
,
234
,
.
235
236
'
,
237
,
238
,
,
239
,
:
«
240
.
241
.
242
.
243
:
,
244
,
,
245
,
.
.
.
»
246
247
'
;
248
.
249
250
.
251
,
,
,
252
.
253
254
.
.
255
,
.
256
,
,
257
'
,
.
258
259
'
,
'
260
,
261
,
,
262
'
,
,
263
.
264
265
'
266
,
,
,
267
,
,
268
,
269
:
270
271
«
'
.
»
272
273
,
,
274
.
275
;
,
276
;
,
,
277
.
.
.
278
279
,
,
280
.
281
282
;
,
283
.
,
,
284
'
.
285
,
,
.
286
.
287
288
.
289
290
291
.
.
292
.
293
294
,
295
.
296
297
'
,
298
'
,
299
300
.
301
302
'
303
.
304
305
,
,
306
.
307
,
,
.
308
309
,
310
,
,
311
,
,
312
.
313
314
.
,
'
315
,
.
316
.
317
318
:
319
,
'
,
320
,
,
,
321
,
.
.
.
322
323
,
,
,
324
,
325
.
326
327
,
.
328
,
,
,
329
.
330
331
'
.
332
,
,
,
,
333
,
,
:
334
335
-
-
.
,
'
.
336
337
'
.
'
,
338
,
339
.
340
341
.
342
343
,
,
344
,
,
345
'
,
346
,
,
,
347
,
348
'
,
,
,
.
349
350
:
351
352
-
-
;
,
.
353
'
,
;
,
,
354
,
.
.
.
355
.
.
.
!
356
357
'
,
358
-
-
,
,
359
.
360
361
362
.
363
364
,
,
365
-
-
,
:
366
367
-
-
!
?
'
?
368
369
'
.
,
370
:
371
372
-
-
,
.
.
.
'
!
373
374
-
-
.
.
.
375
376
'
'
.
377
,
'
.
378
379
,
380
.
'
381
,
'
.
382
,
;
383
,
:
384
385
-
-
.
,
386
,
387
.
!
388
389
,
,
390
,
,
'
391
.
392
393
,
394
;
:
395
396
-
-
,
.
,
397
.
.
'
398
.
.
.
;
,
399
,
400
.
.
.
,
.
?
401
,
?
402
403
404
.
.
405
,
:
406
407
-
-
.
408
409
,
:
410
411
-
-
?
?
?
412
413
-
-
.
.
.
.
414
415
-
-
,
,
?
416
417
-
-
.
418
419
-
-
;
,
420
,
,
.
.
.
421
422
-
-
.
.
.
.
423
424
,
'
425
,
'
:
426
427
-
-
.
.
.
,
?
428
429
-
-
.
430
431
-
-
!
;
432
,
.
'
433
'
.
434
435
-
-
,
?
436
437
-
-
.
.
.
438
439
-
-
?
440
,
.
.
.
441
442
.
'
443
.
,
,
444
,
,
445
:
446
447
-
-
'
,
,
,
448
'
.
449
450
,
451
'
,
452
,
:
453
454
-
-
'
.
455
456
,
457
:
458
459
-
-
!
!
?
.
.
.
460
!
.
.
.
461
462
,
.
463
464
'
,
465
,
466
'
,
.
467
468
,
.
.
469
,
,
470
,
,
.
471
,
472
'
.
,
.
473
,
.
474
475
,
'
476
,
,
477
.
478
'
,
,
,
.
479
.
,
,
480
,
.
481
.
482
483
?
?
484
485
,
,
486
-
-
.
,
487
,
.
488
489
,
490
,
491
,
:
492
493
-
-
'
,
,
,
,
494
,
,
.
495
'
'
,
,
496
'
.
,
,
497
,
;
,
498
,
:
499
500
«
-
-
?
»
501
502
'
,
503
,
,
504
.
505
506
.
,
.
507
508
,
,
509
,
,
,
510
'
.
.
511
,
.
.
.
512
513
,
,
514
,
'
'
,
515
,
516
,
:
517
518
-
-
'
?
,
?
519
,
'
,
'
,
,
520
.
521
522
'
523
:
524
525
-
-
'
,
'
.
526
527
,
528
,
:
529
530
-
-
,
.
.
.
,
'
531
.
.
'
532
?
533
534
,
:
535
536
-
-
!
!
537
538
,
539
:
540
541
-
-
.
'
,
542
,
.
543
544
:
545
546
-
-
'
,
,
.
547
548
,
,
:
549
550
-
-
.
551
552
553
.
554
555
556
557
558
559
560
561
-
.
-
562
«
»
.
»
563
.
»
564
'
»
565
»
566
»
567
568
569
570
571
572
573
574
,
575
.
576
'
,
,
.
577
(
)
:
578
579
.
-
[
]
'
580
-
[
]
581
-
'
[
]
582
-
[
]
583
-
[
]
584
-
[
]
585
-
[
]
586
587
:
588
589
/
590
/
591