Cara Speranza
Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier
MILANO
CASA EDITRICE
DI C. CHIESA · F.lli OMODEI · ZORINI e F. GUINDANI
-Galleria Vittorio Emanuele, N. 17-80-
1896
DIRITTI DI PROPRIETÀ RISERVATA.
Milano, Tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C.
CARA SPERANZA.
Si chiamava Amalia. Però, malgrado quel nome gentile, era una fra le più
rozze campagnuole delle risaie, quando si presentò in casa nostra ad
offrirsi come serva.
S'era messe le scarpe per la solennità della circostanza, ma, appena
vide il pavimento lucido del nostro gabinetto, rimase sbigottita e si
curvò come per levarsele. Ci volle di molto a persuaderla d'entrare
calzata com'era.
Tuttavia non era timida nè selvatica, come sono, per lo più, le
contadine; le pareva soltanto una mancanza di rispetto il mettere sul
nostro pavimento le scarpe che aveva strascinate, per una lunga
camminata, nella polvere della strada maestra da Momo a Novara. Ignorava
ogni elemento di civiltà, e, nella sua cortesia istintiva da persona
buona, inventava una civiltà a suo modo, che riesciva grottesca,
sebbene, a conti fatti valesse forse quanto la nostra. Infatti nella
China si tolgono le scarpe prima di entrare nelle case. È questione di
usanze.
In tutta la persona dell'Amalia si vedevano le traccie della vita e dei
lavori delle risaie. Aveva ventisette anni ma ne dimostrava quaranta. Il
volto era pieno di rughe, i capelli, folti sulla fronte, erano tanto
radi sul cranio, che frammezzo alle ciocche, tirate nella legatura, si
vedeva la pelle bianca sollevarsi.
Portava la pettinatura del nostro contado, e come tutte le contadine,
che quel peso enorme sul capo rende calve prima del tempo, suppliva alla
capigliatura mancante con due grosse treccie di cotone, girate intorno
ad un cerchietto di filo di ferro coperto di tela; ed in quelle puntava
i grossi spilloni di falso argento. Sui capelli scarsi, quell'edificio
non trovava appoggio sufficiente, e le ballonzolava dietro il capo. Le
mancavano vari denti, e, traverso quei vuoti, le -esse- uscivano
sibilanti.
Ma di questi particolari della sua figura l'Amalia non si dava il menomo
pensiero. Era forte e sana, sapeva d'aver ventisette anni. Cosa le
importava di dimostrarne di più?
Le domandammo se sapesse cucinare.
Rispose:
--No. So appena fare la minestra alla nostra maniera da contadini, e
friggere le patate ed i fagiuoli; ma ho buona volontà; imparerò presto.
--E sai stirare?
--Neppure. Noi non usiamo stirar nulla... Ma anche questo potrò
impararlo. Non abbiano paura: la -cognizione- non mi manca; capisco
subito quello che mi insegnano.
Mio padre domandò:
--E per le informazioni, a chi debbo rivolgermi?
--Se vuol andare a Momo, e domandare alla cascina Pometta, dove sono
stata a servire per tredici anni... Ma per la fedeltà può mettermi
nell'oro, guardi, che un quattrino, che è un quattrino, non lo
toccherei.
Le facemmo altre domande, alle quali rispose con sicurezza, e senza
vantarsi mai. Ci piacque molto, e le proponemmo di venire con noi per un
mese a titolo d'esperimento. Accettò, ma non colla prontezza e lo
slancio che le sue risposte precedenti e le sue maniere espansive ci
avevano fatto aspettare.
Le domandai:
--Non sei contenta?
--Oh, per contenta lo sono di certo... Ed esitava sempre.
Io soggiunsi per incoraggiarla:
--Siamo soltanto due da servire: il babbo ed io.
--Fossero anche dodici, la fatica non mi fa paura.
Stette ancora titubante, poi soggiunse in fretta come per afferrare la
risoluzione prima che le sfuggisse:
--Ecco; è meglio che glielo dica addirittura. Io sono una figliola
onesta, non cerco d'andare a spasso, non mi -perdo via- coi giovanotti,
tiro dritto per la mia strada; ma però; cosa serve nasconderlo? Ho un
bersagliere.
Aveva pronunciato -bresagliere-, poi aveva messo fuori un gran
sospirone, come per dire: «È fatta!»
Questo bersagliere abbuiò subito, coll'ombra delle sue piume, la fronte
di mio padre, che disse crollando il capo:
--Uhm. Ho paura che non facciamo nulla. Ogni volta che andrete fuori
avrete il bersagliere intorno...
L'Amalia sospirò melanconicamente:
--Oh! questo non è possibile. Il Re l'ha mandato in -Cicilia-.
Mio padre che era un vecchio Piemontese devoto alla monarchia ed alla
casa Savoia, approvò vivamente quella disposizione del Re. E l'Amalia,
vedendolo sorridere, riprese fiduciosamente.
--Serviva anche lui alla Pometta, ma allora non era bersagliere. Abbiamo
cominciato a parlarci, dalla finestra della cucina che guardava
nell'orto, perchè lui era ortolano. E che bel giovine! Se vedesse signor
padrone, alto come lei, e più diritto di lei, perchè quello è giovine, e
lei no, pover'uomo! Però noi si sapeva che doveva andare soldato e ci
promettemmo di aspettarci finchè lui avesse -finito il suo tempo-. Sono
quattro anni che gira per la Cicilia, ed io intanto servo, per mettere
un po' di quattrini da parte; poi, dopo tre anni ancora, tornerà col suo
congedo -risoluto- e mi sposerà.
Dacchè il bersagliere era messo al sicuro di là dal mare, mio padre
ammise l'Amalia ad un mese di prova, dopo il quale ella tirò via a
servire senza che nessuno sollevasse la menoma obbiezione.
Era una donna attiva, intelligente, pulita, e sempre allegra. Diceva
-casa nostra -, diceva -noi-, nominando collettivamente se stessa ed i
padroni, faceva un mondo d'accoglienze ai visitatori che venivano, e
s'informava della loro salute come se fossero suoi amici; ma, in una
famiglia alla buona come la nostra, queste dimestichezze si potevano
perdonare. Imparava ogni cosa con molta facilità, e trovava tempo per la
cucina, per stirare, per tenere in ordine la casa, ed anche per correre
ogni giorno alla posta a domandare se c'erano lettere del bersagliere.
Ne parlava continuamente. Tutti i vicini di casa, padroni e servitori, i
nostri conoscenti, i portinai, i bottegai della contrada, sapevano che
l'Amalia aveva un innamorato bersagliere; ed appena la vedevano le
domandavano ridendo:
--E così, Amalia? ha scritto il bersagliere?
Il pollaiolo le regalava dei mazzi di penne di cappone, che lei metteva
da parte giubilando per «-mandarle in Cicilia alla prima occasione-».
Provava ad inalberarle da un lato del suo capo calvo, e, diceva:
--Come staranno bene sul cappello del bersagliere!
Per se stessa non comperava mai nulla. Riceveva col salario i vestiti e
le scarpe, come si usa in provincia, ed il denaro delle sue mesate lo
metteva tutto da parte per quando avrebbe sposato il bersagliere. S'era
fatta lei stessa, col suo filato, varie pezze di tela che serbava
preziosamente nel baule, e non ne avrebbe staccato da farsi una camicia
per nulla al mondo. I doni che le si facevano lungo l'anno, le strenne
di Natale, tutto riponeva per quel giorno desiderato e lontano.
Ma aveva l'amore gaio; non la si udiva mai rimpiangere la lontananza
dell'innamorato. Era sicura di quell'amore come di respirare e di
vivere; il più lieve dubbio non era mai sorto nel suo cuore onesto; e
quel pensiero del bersagliere la colmava di gioia.
S'egli tardava a scriverle, la sola supposizione che l'Amalia faceva era
che fosse malato; e allora s'impensieriva e moltiplicava le corse alla
posta. Se incontrava il portalettere, erano sempre delle scene. Voleva
che esaminasse ad una ad una le soprascritte, fin all'ultima; poi le
domandava se era ben sicuro di non avere altre lettere in tasca, o di
averne perduta qualcuna per via.
Appena la lettera aspettata giungeva poi, era un delirio di giubilo. Non
sapeva leggerla, ma cominciava fin dalla posta a dire agli impiegati:
--È del bersagliere! Viene nientemeno che dalla Cicilia, e c'è su -Cara
speranza-! E rideva, rideva, finchè le cadevano le lacrime.
Poi correva verso casa, ed in capo alla contrada alzava la lettera, la
faceva sventolare gridando:
--C'è la lettera del bersagliere! C'è la lettera del bersagliere!
Era sempre qualche bottegaio che gliela leggeva. E l'Amalia si piantava
in faccia a lui, ridendo anticipatamente di gioia e guardandolo bene in
viso, come se fosse il bersagliere stesso che parlasse, e lei volesse
vederne il senso delle parole nell'espressione del volto. E, prima che
si cominciasse a leggere, domandava tutta gongolante.
--C'è «-Cara speranza-» in cima?
«-Cara speranza-» c'era sempre; e le lettere si somigliavano tutte; ma
l'Amalia esultava, si torceva le mani durante la lettura per comprimere
le grida di piacere. Poi pigliava il foglio e saltava in mezzo al gruppo
d'amici che si erano stretti intorno, e si agitava tanto, che l'aureola
degli spilloni minacciava di strapparle, nella violenza dei rimbalzi,
quei pochi capelli che la reggevano. E baciava la lettera, e rideva,
rideva da perderne il fiato, e per parecchi giorni tutto il casamento
era assordato dalla canzone favorita dall'Amalia:
O mamma famm el lett,
Che mi faroo la cuna,
L'amor del bersaglier
L'è sta la mia fortuna.
Tutti compativano la schietta affezione della povera giovane;
quell'amore gioviale faceva piacere; e poi si sapeva che era onesto. Col
mare in mezzo, i due innamorati miravano al buon fine. Senza questo in
provincia non avrebbero tollerato tanto.
Quella passione immensa arrivò una volta a dare alla contadina una
specie di divinazione. Era qualche tempo che il bersagliere non
scriveva. Quando giunse la lettera, nell'aprirla se ne vide cader fuori
un centesimo. Si fecero molti commenti nel vicinato:
--Cosa vorrà dire?
--Una moneta è un simbolo d'amore.
--Ma non così intera; si deve tagliarla in mezzo, e portarne al collo
metà per ciascuno.
--Ma che! È perchè possiate giocare a croce e lettera per vedere se vi
vuol bene.
Ed il pollaiolo, che era il più istruito, e non credeva nè a talismani,
nè ad oroscopi, e rideva delle sentimentalità amorose, diceva con
sussiego:
--Non istate ad almanaccar tanto: non è altro che uno scherzo. I soldati
sono uomini di mondo; amano ridere...
Ma l'Amalia rise meno del solito, e baciò la lettera più amorosamente;
ed il domani, quando venne a ricevere gli ordini per la cucina, mi
domandò come si potesse fare per mandare cinque lire fino in Sicilia.
Poi disse:
--Il bersagliere ha messo un centesimo nella lettera, poveretto. Vuol
dire che ha bisogno di quattrini.--E spedì a Catania un vaglia di cinque
lire.
Infatti voleva dire così; il suo cuore amoroso aveva indovinato.
Appunto per quella sua rustichezza affettuosa e bonacciona, l'Amalia
dava nel genio a tutti i nostri parenti ed amici, che coglievano
volentieri l'occasione di farle qualche regaluccio, di darle delle
mancie o delle strenne. In tre anni le riuscì di raggranellare parecchie
centinaia di lire ed un baule di roba.
Il denaro l'aveva alla Cassa di risparmio, e tratto tratto veniva da me
col libretto, perchè facessi il conto, a che somma era salito il suo
capitale coll'aumento dei frutti. Bastava che potesse contare una lira
più della volta precedente, per essere contentissima. Diceva:
--È la dote del bersagliere. È il tesoro del bersagliere. Tutto quello
che ho è per lui.
E scoteva il capo con un'affermazione così energica che la pettinatura
le batteva il cranio come il mantice d'una timonella sgangherata.
Quei tre anni, durante i quali era stata bene alloggiata e ben nutrita,
non avevano quasi punto invecchiata l'Amalia; ma non erano neppur
riusciti ad abbellirla. Pareva la stessa del primo giorno che l'avevamo
veduta.
Soltanto, a misura che s'avvicinava il ritorno del bersagliere, la gioia
che le traspariva dagli occhi, dal ridere beato, da tutta la persona, la
rendeva quasi bella.
Non mancavano che quindici giorni all'arrivo del bersagliere quando io
mi ammalai d'una febbre intermittente e dovetti stare a letto. Mio padre
che, sebbene fosse molto burbero, mi voleva bene, chiamò subito il
medico, e mi curò come se si fosse trattato di una malattia grave. La
povera Amalia, che m'aveva preso tanto affetto, era spaventata all'idea
che dovessi ancora stare in letto quando sarebbe tornato il bersagliere.
Domandava dava ansiosamente al medico:
--Potrà alzarsi per il giorno quindici?
Il quindici di novembre era il gran giorno che lei aspettava da sette
anni.
La mattina del dieci si alzò lei con una guancia enormemente gonfia. Ma
diceva di non soffrire affatto, era semplicemente una flussione.
--Purchè il bersagliere non mi trovi col viso storto!
Era la sola cosa di cui si desse pensiero. Poi soggiungeva:
--Gli farebbe troppo dispiacere di trovare ammalata la sua: «-Cara
speranza-.»
Non era la vanità che le stava in mente, era il desiderio che nulla
turbasse la gioia del suo fidanzato. Quando venne il medico, e l'Amalia
andò ad aprirgli sfigurata a quel modo, egli la interrogò sul suo male,
le tastò il polso, poi la mandò a letto, ed entrò da me tutto serio ed
accigliato.
--Quella donna, mi disse, non istà punto, punto bene. Or ora la
visiterò...
Infatti andò a vederla a letto, e disse che, oltre alla risipola che le
gonfiava il volto, c'era pericolo che le si sviluppasse il tifo. Proibì
assolutamente ogni comunicazione con me, e fece chiudere tutti gli usci,
perchè le nostre camere erano separate soltanto da un corridoio stretto.
La sera l'Amalia aveva realmente il tifo, e la mattina dopo, colla scusa
che la sua camera non aveva aria bastante, che l'ammalata infettava la
casa, che agitava me colle sue grida deliranti, il medico indusse mio
padre a farla portare in una camera particolare dell'ospedale.
Avrei voluto vederla prima che se ne andasse, ma assolutamente non
permisero nè che mi alzassi, nè che la portassero nella mia stanza.
Mentre attraversava il corridoio udii che diceva colla sua voce giuliva:
--Andiamo incontro al bersagliere! Tutta la roba mia è pel bersagliere.
Cara Speranza! Ed intonava la solita canzone:
O mamma famm el lett
Che mi faroo la cuna...
Domandai al medico impaurita:
--Guarirà?
--Può darsi. Vedremo come passa la prima settimana.
Non poteva togliermela dal cuore un minuto. Avevo dei presentimenti
tetri. E d'altra parte pensavo:
--Ma finora non ha fatto che lavorare, senza distrazioni, senza
affezioni di famiglia (perchè i suoi l'avevano mandata a servire a
dodici anni e non se ne erano curati più), senza benessere, senza
soddisfazioni di vanità; ha vissuto per una speranza, s'è appagata d'una
promessa e non ha invidiato nessuno. Bisognerebbe dire che non c'è
giustizia se quella promessa non le fosse mantenuta...
Infatti non le fu mantenuta. La sera del giorno quattordici morì. Ma
morì in un'estasi di gioia credendosi nelle braccia del suo bersagliere;
ed il suo cadavere rimase sorridente colle labbra aperte sui poveri
denti spezzati e radi.
Poche ore dopo, giunsero i suoi fratelli, che mio padre aveva fatti
chiamare.
Io sapeva che la povera donna aveva sempre destinato quanto possedeva al
bersagliere; tutti lo sapevano; ma non c'era nulla di scritto; non aveva
neppure potuto dirlo formalmente a voce prima di morire, perchè era
delirante. E quei parenti, due villani, lenti, freddi ed avidi, che non
avevano fatto mai nulla per lei, si portarono via il frutto delle sue
fatiche e privazioni, la dote del bersagliere, il tesoro d'amore, che la
poveretta aveva impiegato tredici anni a raccogliere.
Il giorno quindici arrivò il bersagliere e venne direttamente da noi.
Era in viaggio da parecchi giorni, e non sapeva nulla della malattia
dell'Amalia. Mio padre era all'ospedale presso la morta; dovetti far
entrare il soldato nella mia camera, e quasi ne ebbi piacere per
potergli dare la nuova dolorosa colla maggior dolcezza possibile, e
dirgli qualche parola di conforto.
Era appunto quello che i contadini chiamano un bel giovine; oramai però
era uomo fatto, una grande e grossa persona massiccia, col collo corto,
i capelli fitti e duri come setole, e ritti sopra la fronte stretta, gli
occhi piccoli, il naso corto, il viso largo, e stupido; ecco quel
personaggio adorato.
Cominciai a dirgli che l'Amalia s'era ammalata, ed egli rimase
impassibile. Aggiunsi che s'era ammalata gravemente, molto gravemente,
che l'avevano portata all'ospedale.
E lui, duro come un muro, ed egualmente freddo.
Forse era soggezione, forse quello stupido amor proprio della gente
rozza, di non lasciar scorgere la commozione che considerano come una
debolezza.
Allora presi coraggio e gli annunciai tutta la disgrazia.
Si fece rosso rosso, girò nervosamente fra le mani il cappello piumato,
ma non disse nulla.
Lo esortai ad esser forte, a rassegnarsi, aggiunsi che era una grande
sventura; che tutti la sentivamo, e che fin all'ultima ora la poveretta,
anche delirando, aveva pensato a lui... E gli stesi la mano in atto di
amichevole conforto.
Egli la vide, ma non si mosse, non la prese, e disse soltanto facendosi
anche più rosso:
--Si può andare a vederla?
Gli risposi di sì, gli diedi un biglietto per mio padre che era laggiù a
disporre i funerali, e gli indicai la strada. Egli ascoltò tutto in
silenzio senza guardarmi, poi fece goffamente il saluto militare, e,
sempre muto, se ne andò.
All'ospedale non domandò di mio padre nè diede il biglietto; però il
babbo era presente quando entrò nella camera della morta.
Stavano per metterla nella cassa; le avevano tolti gli spilloni, il capo
era scoperto, e la bocca sdentata sorrideva ancora del suo buon sorriso.
Il bersagliere s'accostò adagio adagio al cadavere, coll'aria
impacciata, senza osare di guardar nessuno; poi, vedendo dall'altro lato
del letto il fratello della morta, che altre volte aveva conosciuto, lo
salutò con un cenno del capo serio, e disse:
--Accidenti! com'era vecchia!
Ma non c'era nessuna perfidia in quella parola. Era un'impressione che
riceveva, e la esprimeva in tutta sincerità. Se l'Amalia fosse stata
viva l'avrebbe espressa ugualmente a lei, senza per questo cessare di
chiamarla, nel linguaggio artifizioso delle lettere -Cara Speranza-.
Infatti, quando stesero la morta nella bara, egli si fece il segno della
croce rapidamente e come di soppiatto, ma arrossì molto, e gli
luccicarono gli occhi. Poi uscì ed andò ad aspettare il corteggio
funebre a cinquanta passi dall'ospedale, fingendo di leggere un affisso.
Lasciò sfilare il funerale modesto, poi si mise a seguirlo di fianco
come se camminasse da quella parte per pura combinazione, e con quel
mortorio non avesse nulla a che fare. Però giunto al cimitero entrò
dietro gli altri, e rimase un po' in disparte col capo chino finchè fu
coperta la fossa.
Nel ritorno l'altro fratello della morta gli si accostò, e senza saluti
nè parole di benvenuto, gli disse guardandosi la punta degli scarponi:
--Sicchè la povera Amalia se n'è andata...
Egli crollò il capo, scosse le spalle, come per cacciarsi un gruppo
dalla gola, poi rispose:
--Ma!
E gli voltò la schiena.
Mio padre raggiunse il soldato, e gli spiegò come a lui non fosse
toccato nulla della piccola eredità, in causa dei fratelli. Ma che, per
riguardo a quella povera anima, noi avevamo ritenute le lettere di lui,
e che poteva venirle a prendere.
--Oh! sono sciocchezze!
E diede una grande scrollata di spalle. E, per quanto mio padre lo
interrogasse, non ci fu verso di fargli dire se voleva riaverle, o se
s'avevano da bruciare.
E le bruciammo noi, mio padre ed io, nel fuoco del caminetto tutte le
-care speranze- che avevano consolata quella vita povera, laboriosa ed
onesta.
IL «CURARE»
RACCONTO DI NATALE
Si finiva di pranzare in casa del professor Navaro; un pranzo di soli
uomini ed un pranzo di Natale.
Il nostro ospite ci aveva fatto assaggiare parecchi de' suoi vini di
Sicilia; eravamo tutti di buon umore. Il professore ci spiegava come
serbasse una specie di venerazione per quella festa, perchè era stata da
tempo immemorabile oggetto di culto nella sua famiglia.
Ci narrava di un suo nonno, che aveva accolto, in un Natale remoto, un
nemico della sua casa, semplicemente per non respingere chi bussava alla
sua porta in quel giorno solenne; ci narrava di elemosine rovinose, che
i suoi vecchi avevano fatte con gran danno dei loro interessi, nella
stessa solennità e per le stesse ragioni; e descriveva la pompa che
metteva sua madre nell'addobbo della casa, che ornava tutta di piante
verdi e di fiori, nello scambio dei doni, nel pranzo di Natale, al quale
voleva che tutti i membri della famiglia assistessero, qualunque fosse
la distanza che dovevano percorrere per arrivarci.
Dovevamo appunto a quel culto tradizionale per una consuetudine di
famiglia, il piacere di trovarci là riuniti; perchè ogni anno il
professor Navaro si informava degli studenti che non andavano a far
Natale alle loro case, e li invitava a passarlo con lui e coi suoi
colleghi che, come lui, non avevano famiglia. L'idea che qualcuno
pranzasse solo il giorno di Natale lo commoveva come una disgrazia.
Mentre prendevamo il caffè, entrò il servitore ad annunciare che una
persona, la quale non aveva voluto dare il suo nome, domandava di
parlare al professore. Questi uscì per raggiungere nel salotto il suo
visitatore, e lo vedemmo ricomparire dopo pochi minuti.
Però si sarebbe detto che in quel breve tempo fosse stato, non in una
camera ben chiusa e calda, ma all'aria rigida di quella serata di
dicembre, sotto la neve che fioccava fitta, tanto s'era fatto pallido.
Si rimise a sedere e vedemmo che rabbrividiva tutto.
Bevve due bicchierini di -cognac- uno sull'altro, come per riscaldarsi,
ci domandò cosa si stava dicendo, ma non diede retta alla risposta e non
prese parte al discorso.
Era distratto. Stava muto e pensoso e guardava fissa la brage del
caminetto, con uno sguardo di ribrezzo, come se fosse stata qualche cosa
d'orribile.
Subivamo tutti l'influenza di quell'improvviso cambiamento d'umore, e,
dopo aver rallentata la conversazione, abbassata la voce, finimmo per
star zitti anche noi, non osando parlare, ed imbarazzati del nostro
silenzio.
Ad un tratto il professore ci guardò cogli occhi ancora stralunati, e
disse:
--Scusate; vi ho fatti ammutolire colla mia aria tragica. Ho ricevuto
dianzi una forte scossa morale. Ho visto un individuo che mi ha
ricordato un caso atroce della mia vita.
Quella scusa non era fatta per rimetterci in allegria, e rimanemmo
ugualmente impacciati e muti. Egli versò dell'altro -cognac- in giro, ne
bevve appena un sorso, poi si alzò con impeto, e disse risolutamente:
--Volete che vi narri quella storia? Ora ne ho la testa così piena che
non saprei parlar d'altro.
Figurarsi se volevamo! il professor Navaro era il più benvoluto ed il
più ammirato dei nostri insegnanti. Il racconto d'un fatto della sua
vita c'interessava tutti vivamente. E per giunta egli narrava bene, con
facilità di parola da vero Siciliano. Ci stringemmo tutti intorno a lui,
ardenti di curiosità, ed egli cominciò a parlare coll'accento vibrato e
gli occhi luccicanti come se fosse già entrato nel vivo del racconto...
«Nel 1853 studiavo all'università di Messina, ed ero innamorato della
padrona del solo caffè che la polizia borbonica tollerasse. Eravamo in
tre a disputarci le sue grazie, tutti e tre studenti di medicina.
«Uno de' miei rivali era un certo Turiddu, figlio d'un emigrato, al
quale il Governo aveva permesso da poco tempo di rimpatriare, e che,
durante l'esilio, aveva cominciati gli studi universitarî a Parigi.
«Era un buon giovine, di modi aperti, leale, buon patriota; ma quando
entrava a parlare dei grandi scienziati francesi, dei loro studi, delle
loro scoperte, non la finiva più. Nominava Velpéau, Nélaton, Ricord,
come fossero stati suoi colleghi. Aveva frequentate le lezioni di Claude
Bernard, e lo considerava, come era realmente del resto, un luminare
della scienza. Tutto questo però, e neppure la rivalità in amore, non
c'impediva d'essere buoni amici.
«La mia avversione la serbavo tutta per l'altro rivale, Rosario Angherà,
che era, non so bene se figlio o nipote, d'un pezzo grosso, e
frequentava la casa del vescovo. Aveva lo sguardo falso e la parola
melata; non s'abbandonava mai ad impeti di furia nè a sfoghi di
passione. Era insinuante, conciliante, gesuiticamente dolce. Non lo
potevo soffrire.
«Una sera, alla presenza della bella caffettiera, gli misurai un ceffone
che lo sbattè contro il muro. Si fece pallido di rabbia, ma non reagì.
Raccolse il cappello che gli era caduto, e borbottando sommessamente,
uscì dal caffè dove non si fece più vedere.»
Il professor Navaro fece una pausa, durante la quale noi esprimemmo il
nostro biasimo per la condotta di quel gesuita di Rosario, poi riprese:
«Avevamo per professore di patologia un pover'uomo, il quale suppliva
alla scienza che gli mancava, colle ciarle, col tuono dottorale ed
enfatico, e con una gran fede in sè stesso. Lo chiamavamo il dottor
Dulcamara. Però, se i suoi colleghi ed anche gli studenti lo conoscevano
per quel che valeva, in città era riescito a farsi la riputazione d'uno
scienziato. Si dava sempre l'aria d'un uomo assorto in profondi studi,
ne parlava con grande sfoggio di parole tecniche ascoltandole rimbombare
con compiacenza, ed i profani dicevano: Quanto sa quel professore!
«Un giorno lo vedemmo venire in iscuola con un'aria più sibillina e
tronfia del solito.
«Una fortunata occasione, cominciò, una di quelle occasioni che si
offrono soltanto all'uomo che vigila sempre per impadronirsi di ogni
nuova scoperta che possa interessare la scienza, mi permette
d'intrattenervi oggi d'un veleno rarissimo, e di mostrarvene
sperimentalmente gli effetti. È questa certo la prima volta che in
un'università del Regno, e cioè, con carattere scientifico, si presenta
questo preparato, del quale credo che tutti voi ignoriate ancora il
nome. Si chiama il -curare- ed a me è serbato l'onore di rivelarvene,
pel primo, l'esistenza e le proprietà meravigliose.
«Non so se i miei compagni fossero nello stesso caso, ma per conto mio
era infatti quella la prima volta che sentivo nominare il -curare- che,
a quei tempi, era ancora una novità in Europa.
«Egli girò lo sguardo intorno lentamente per godere della stupefazione
che era certo d'aver suscitata in noi, poi, pavoneggiandosi nella sua
eloquenza, cominciò a divagare sui selvaggi dell'America del Sud, sulle
loro freccie, -che traversano l'etra a volo-, e vanno a colpire -il
pennuto volante presso le nubi, il fiero bisonte nei labirinti della
foresta, e lo piombano fulminato al suolo-. Poi, chiudendo l'inevitabile
esordio che precedeva sempre le sue trattazioni, concluse:
«--Quelle freccie sono avvelenate col -curare-.
«L'esordio e la perorazione erano la farina del suo sacco; poi recitava
pagine e pagine, più o meno opportunamente scelte, di qualche trattato o
giornale scientifico, e quella era la sostanza della lezione.
«Quel giorno la sostanza prometteva d'essere interessante, e ci faceva
sopportar con pazienza i fronzoli rettorici di cui l'ornava il professor
Dulcamara. Cominciò dal fare una descrizione pomposa della «-fiesta de
las juvias-» (festa del veleno) nella quale si raccolgono le liane
necessarie alla preparazione del -curare-. Narrò le varie ipotesi su
quel preparato, che alcuni credono puramente vegetale, altri suppongono
misto con veleni di formiche e serpenti, e che è tuttora misterioso,
perchè il segreto della composizione ne è serbato ai medici, o piuttosto
agli stregoni delle tribù. Poi si dilungò nella relazione degli effetti
del -curare-, il quale, ingoiato riesce inoffensivo, mentre invece
introdotto nel sangue, sia per iniezione sia per ferita d'arma
avvelenata, è un veleno istantaneo e micidiale.
«---Ma, araldo mite della fiera e scheletrita mandataria, il curare
riveste la tetra morte colle apparenze soavi del sonno...- esclamò il
professor Dulcamara esordendo alla parte pratica della lezione; e passò
ad esporre i sintomi particolari di quella morte, che poco dopo potemmo
osservare noi stessi.
«Era il punto culminante della lezione.
«Il professore cavò di tasca una busta, l'aperse solennemente, e ci fece
vedere due freccie colla punta avvelenata, che aveva ricevute in dono da
un viaggiatore reduce dall'America.
«Era trionfante.
«Ordinò al bidello di portargli un coniglio che aveva fatto tener pronto
per lo sperimento, e lo punse leggermente sulla schiena, senza che
l'animale cessasse di guardar in giro co' suoi occhi d'oro fiammante, e
di agitare febbrilmente il nasino roseo in segno di timido sgomento.
«Ma pochi minuti dopo se ne andò cheto cheto in un angolo dell'aula, si
rannicchiò contro il muro, ed abbassò gli orecchi sul dorso come se si
disponesse a dormire. Rimase perfettamente tranquillo, ed a poco a poco
s'accasciò; prima le gambe cedettero, e gli si piegò il capo; poi tutto
il corpo cadde sul fianco completamente paralizzato. Sei minuti dopo
essere stato ferito, il coniglio era morto, senza gridi, nè rantoli, nè
convulsioni che indicassero la menoma sofferenza o una lotta tra la vita
e la morte.
«Durante l'esperimento il professore ci aveva narrati vari esempi,
citando le fonti a cui li aveva attinti, i quali tutti provavano che la
morte per avvelenamento col -curare-, riesce tranquilla e quasi dolce.
Più di tutti ci aveva interessati la relazione della morte di un uomo,
ch'egli aveva letta in una notizia di Watterton sul -curare-, riportata
probabilmente da un giornale. Due Indiani erano a caccia nella foresta;
uno tese l'arco, e scagliò una freccia avvelenata contro una scimmia
rossa che s'era arrampicata ad un albero. Il colpo era quasi
perpendicolare. Là freccia non colpì la scimmia, e nel ricadere ferì
l'Indiano al braccio un po' al disopra del gomito. Egli fu convinto che
tutto era finito per lui. Disse al compagno colla voce commossa e
guardando il suo arco: «Non lo tenderò mai più.» Poi si tolse la scatola
di bambù col veleno, che portava ad armacollo, la pose in terra
coll'arco e le freccie, ci si sdraiò accanto, disse addio all'amico, e
cessò di parlare per sempre.
«Ci eravamo tutti serrati intorno alla tavola del professore sulla quale
era stato trasportato il coniglio morto, e, per combinazione, mi trovavo
accanto al mio rivale Rosario Angherà. Quando me ne avvidi, feci un atto
di ribrezzo e mi restrinsi come per evitare il suo contatto. Ma egli era
intento ad esaminare la seconda freccia avvelenata rimasta nell'astuccio
del professore, mentre questi finiva il racconto del cacciatore, e
citava le parole stesse del Watterton: «Sarà un conforto per le anime
pietose il sapere che la vittima non ha sofferto, perchè il -wourali-, o
-curare-, distrugge dolcemente la vita.»
A questo punto della sua narrazione il nostro ospite pareva stanco: gli
tremava la voce, strascicava lentamente le parole come se gl'increscesse
di pronunciarle, ed era evidente che avrebbe voluto sospendere quel
racconto cominciato con tanto impeto, e che ora gli faceva ribrezzo. Ma
noi lo ascoltavamo tanto avidamente i nostri occhi erano fissi su di lui
con tanta ansietà, rimanevamo così ostinatamente muti quand'egli faceva
una pausa, per timore di distrarlo dall'argomento, che comprese
d'essersi impegnato troppo per retrocedere. Si asciugò il sudore che gli
faceva luccicare il viso, bevve un po' di -cognac-, poi ripigliò:
«La curiosità mi fece vincere l'avversione, e mi avvicinai a Rosario.
Fremevo d'impazienza che egli deponesse quella freccia, per
impadronirmene alla mia volta; e gli stavo sopra per fargli capire che
si sbrigasse. Ma, vedendo che indugiava sempre, gli dissi stizzosamente:
«--Quando avrete finito...
«Egli non si mostrò offeso: mi guardò un minuto, poi torse subito gli
occhi, e, con quella sua falsa mellifluità, mi rispose porgendo la
freccia:
«--Se volete osservarla voi, prendetela pure...
«Ma mentre sporgevo la mano per pigliarla, fece un movimento così
rapido, che la punta mi si conficcò nel palmo.
«Un grido generale, disperato, s'alzò da tutti i petti; tutti gli
sguardi, tutte le braccia si tesero verso di me: esclamazioni d'orrore,
di spavento, di rimprovero, di minaccia, si incrociarono; tutti
parlavano, tutti gesticolavano senza intendersi, mentre il professore
più frenetico di tutti, picchiava disperatamente i pugni sulla tavola
urlando:
«--Disgraziato! l'avete ucciso! l'avete ucciso!«
Sebbene il professor Navaro ci stesse lì dinanzi vegeto e sano a narrare
lo stranissimo caso, noi pure eravamo agitati, come gli studenti di
Messina. Alcuni s'erano alzati ed avvicinati a lui, e gli stavano
intorno appoggiati alle spalliere delle sedie vuote, altri alzavano i
pugni rabbiosi contro l'avvelenatore. Uno studente fece per movere una
domanda, ma parecchie voci l'interruppero:
--Stia zitto; stiamo a sentire.
Superato il ribrezzo che gli inspirava il ricordo dell'atto codardo del
suo nemico, il professor Navaro aveva ripreso il suo accento vivo, e
tirò via a narrare, come se risentisse ancora quelle impressioni, e
vedesse quelle scene.
«Alla prima non avevo capito; la puntura era stata così lieve, che non
avevo pensato alla gravità del caso. Subito però, vedendo il terrore di
tutti, l'idea orrenda della morte m'invase, e, reagendo con tutta la
forza della mia giovine vita, mi posi a gridare:
«--L'amputazione! Bisogna amputare la mano!
«Ma la confusione, l'urlìo, il trambusto erano tali, che non potei
essere udito, e dovetti ripetere più volte:
«--Sentite! sentite! Dacchè non soffro nulla, è segno che il veleno è
localizzato. Amputando la mano si può forse salvarmi.
«Tutto questo era accaduto rapidissimamente; non eran passati due minuti
dacchè ero stato ferito. Eppure, dovendo parlar forte per esser inteso,
sentii di dover fare una certa fatica; ed ancora, la mia voce non suonò
alta in proporzione dello sforzo fatto: l'udirono appena i più vicini, e
furono loro che lo dissero agli altri, e subito si ripetè da tutte le
parti:
«--L'amputazione! L'amputazione! È inutile! Ma chissà? Si può tentare!
«--Un chirurgo! Nella scuola di chirurgia!...
«Parecchi studenti si precipitarono fuori in cerca del chirurgo.
Intanto si continuava a darmi del -rhum- ed a domandarmi:
«--Che cosa sentite? Soffrite molto?
«No. Non soffrivo punto; ma avevo una gran pena a dirlo. Pareva che la
sede della mia voce fosse scesa in fondo in fondo al petto; l'azione
della gola era insufficiente per attingerla. Risposi una volta o due con
accento fioco, poi la voce non venne più. Movevo le labbra ma non usciva
nessun suono. Intorno dicevano:
«--Oh Dio! Oh Dio! perde la parola; non parla più; il veleno ha già
fatto il suo effetto; non siamo più in tempo per l'amputazione.
«Immaginate l'angoscia che provai a quella sentenza; volevo dire di no;
che provassero ad ogni modo; che s'affrettassero... E non potevo dir
nulla. La mia voce era morta. Intanto sentii una grande spossatezza
invadermi le membra, mi mancarono sotto le gambe, e, se non m'avessero
sorretto, sarei caduto. Mi trascinarono fino alla poltrona del
professore, dove mi adagiarono dicendo:
«--Ha perduti i sensi; è svenuto.
«Io non ero svenuto: feci un altro sforzo per dirlo, ma fu impossibile.
Cercai di accennare colla mano, ma, con infinito terrore, sentii che la
mano rimaneva immobile come di piombo; volli scuotere il capo, ma anche
il congegno del collo non giocava più; avevo perduto la facoltà di
muovermi!
«Atterrito, cercai di dare allo sguardo l'espressione della mia
inenarrabile angoscia, ma lo sguardo non può fare lunghi discorsi, e,
per quanto immenso fosse l'interesse con cui mi osservavano, i miei
compagni, dicevano soltanto:
«--Pare che veda ancora, ma non ci riconosce.
«E mi chiamavano.
«Ah! Ah! nessuno potrà mai dire lo sforzo straordinario di volontà ch'io
facevo per dare un'espressione a' miei occhi. Ma lo spavento interno, la
disperazione non si traducevano neppure nello sguardo.»
Nel ricordare quell'atroce suplizio, il professor Navaro fremeva tutto.
Non poteva più star fermo; passeggiava per la stanza, agitato, nervoso,
asciugandosi il sudore, e gesticolando rabbiosamente. Pareva che
lottasse ancora contro quell'orribile impotenza. Noi gli tenevamo dietro
ansiosamente cogli sguardi interrogatori, smaniosi d'udire la fine di
quel caso meraviglioso e tremendo. Egli respirò due o tre volte forte,
s'appoggiò alle spalle d'un suo collega come per sentire qualche cosa di
caldo e di vivo accanto a sè, e ripigliò quella storia di morte:
«Ad un tratto una parola orrenda mi suonò all'orecchio.
«--L'occhio s'è fatto vitreo. Non vede più.
«Il professore mi prese una mano e ne pizzicò le carni così forte, che
sentii un gran dolore, ma nessun muscolo si contrasse a quella
sofferenza, ed egli, lasciando ricadere il mio braccio, disse:
«--Non sente più nulla.
«Allora mi fecero soffrire delle piccole torture, sempre nella speranza
di risvegliare la mia sensibilità; mi strinsero i lobi degli orecchi
fino allo spasimo, mi strapparono dei capelli, dei peli della barba, mi
bruciarono, mi punsero; io sentivo quei dolori acuti, che aggiunti alla
tortura che provavo, mi irritavano fino alla pazzia, poi udivo ripetere:
«--No; non sente più nulla.
«Il professore mi applicò l'orecchio al petto e disse:
«--Pare che ci sia ancora una lieve pulsazione; ma presto il cuore avrà
cessato di battere; fra pochi minuti sarà morto. Povero giovine! Povero
giovine!
«Nessuna mente umana ha mai immaginato nulla di tanto crudele. Non
potevo nemmeno girare gli occhi, nemmeno chiuderli! Le mie membra erano
impietrite; ero imprigionato vivo in un corpo morto. Se mi si fossero
rizzati i capelli sulla fronte, come si dice che avvenga per senso di
raccappriccio! Se fossero incanutiti! Si sarebbe capito almeno che
qualche cosa viveva in me; che viveva lo spavento; uno spavento
angoscioso, febbrile, furibondo!
«Ma nessun segno esterno tradiva la vita del mio cervello, della mia
volontà, la tortura del mio spirito. Rimanevo impassibile e freddo come
una mummia nelle sue bende secolari.
«Mi sollevarono di peso, e con un immenso mormorio di compassione, mi
portarono, cadavere animato e sensibile, nel gabinetto anatomico, dove
mi stesero sulla tavola.
«Vidi alcuni de' miei compagni che piangevano; altri, allevati
devotamente, si fecero il segno della croce, poi lo ripeterono su di me.
«Un vecchio bidello bisbigliava tutto compunto:
«---Requiem æterna dona eis, Domine.-
«Vidi il povero prof. Dulcamara che si mordeva i pugni ed esclamava con
una convinzione, che in quel momento non mi parve neppur comica:
«--Maledetta la mia scienza!
«Poi vidi una cosa atroce, mostruosa. Una di quelle infamie che
farebbero fremere d'indignazione tutto un popolo, contro le quali
l'umanità si solleva indignata; e non potei fremere nè sollevarmi!
«Rosario Angherà, pallido, piangente, mi venne accanto sospirando:
«--Oh che disgrazia! povero me, che fatalità!
«Si pose in ginocchio accanto al mio cadavere, e, giungendo le mani come
se pregasse perdono, mi susurrò all'orecchio:
«--So che tu vivi, che vedi e che senti: ma non lo dirò. M'hai
schiaffeggiato e m'hai chiamato vile; i vili non salvano i coraggiosi,
ma si vendicano.
«Poi si alzò, e col volto fra le mani, come accasciato dal dolore, uscì,
e tutti lo seguirono.
«Tutte le furie dell'inferno avevano invaso il mio cuore; l'odiavo come
non s'è forse mai odiato sulla terra; smaniavo d'avventarmi contro di
lui, di stringere fra le mie mani il suo collo torto, di strangolarlo,
di sfracellargli coi miei piedi quella testa falsa, ipocrita, malvagia.
E non avevo la potenza neppur di dire:
«--È un omicida.
«Mi sentivo stretto in una guaina di bronzo.
«Rimasi solo in quella cella buia, su quella fredda tavola di marmo
sulla quale erano stati sparati tanti cadaveri.
«M'abbandonavano. Mi credevano morto.
«Allora mi si affacciò alla mente un pensiero pauroso:
«--Se fossi realmente morto? Se la morte fosse così? Che cosa ne
sappiamo noi? Se lo spirito umano non si spegnesse contemporaneamente al
corpo? Se dovesse stargli unito ancora, chissà per quanto tempo, forse
per sempre, assistere alla putrefazione, alla dissoluzione delle
membra?... E poi?...
«A quell'idea, provavo quell'estrema disperazione che ci fa urlare come
belve, dilaniare le carni, che ci trascina al delitto, al suicidio. Mi
ricordai un tetro caso d'una giovine, che, dopo esser stata sepolta come
morta, s'era risvegliata nella fossa; ma a lei almeno erano tornate le
forze per urlare, per dibattersi, e fu trovata col capo sfracellato
contro le pareti della bara; mentre io non potevo nulla per abbreviare
il mio supplizio; mi bruciavo internamente di furore, mi sentivo
impazzire a quelle supposizioni spaventose, e rimanevo tranquillo nella
mia solenne immobilità da idolo.
«Accanto a me, sulla tavola c'era un coltello anatomico. Avevo il capo
rivolto da quella parte e lo vedevo. Mi sarebbe bastato di sporgere una
mano per afferrarlo.
«Con che ardore desiderai quel coltello!
«Pensavo che, forse, una ferita al cervello o al cuore, in una parte
essenzialmente vitale, avrebbe spenta la mia anima viva nel mio corpo
morto. Ma poi chissà? Ad ogni modo non avrei potuto ferire che il corpo,
e quello era già cadavere irrigidito.
«In tutta la mia vita spensierata e giovine, non avevo mai pensato con
tanto solenne spavento alla dualità possibile dell'essere umano; mai
l'idea consolante dell'immortalità dell'anima, s'era presentata ad una
mente d'uomo sotto un aspetto tanto minaccioso e spaventevole.»
A misura che il professore Navaro procedeva nel suo racconto, la sua
eccitazione si comunicava a tutti noi. Senza quasi avvedercene, ci
eravamo rizzati in piedi, e gli stavamo raggruppati intorno dinanzi al
fuoco, che nessuno pensava più a ravvivare.
A momenti ci guardavamo l'un l'altro sbalorditi e dubbiosi, sospettando
che, portata al sommo grado la nostra curiosità, il narratore dovesse
cavarsela collo scioglimento comune a molte novelle fantastiche:
--A questo punto mi svegliai; avevo sognato.
Ma poi uno scoppio di voce appassionata, un sospiro affannoso, un
brivido di raccapriccio del professore, ci attestavano la verità del
fatto, ed accrescevano il nostro interessamento. Il professore continuò:
«Avevo serbate tutte le mie facoltà intellettuali, ma la misura esatta
del tempo mi sfuggiva. L'impazienza angosciosa allungava enormemente i
minuti.
«Mi pareva d'essere rimasto lungamente in quella camera squallida,
quando udii distintamente dei passi che s'avvicinavano rapidissimi, e la
voce di Turiddu che gridava:
«--Lo so di certo. Me l'ha spiegato Claude Bernard. Se fossi stato in
iscuola avrei impedito la circolazione del veleno nel sangue. Ma anche
ora siamo in tempo a salvarlo; non è passato un quarto di ora...
«Un quarto d'ora! M'era parso lungo per lo meno tre ore! Turiddu spinse
l'uscio, ed ansimante, col viso stravolto, corse a me guardandomi con
infinita pietà. Lo seguivano il professore Dulcamara, parecchi studenti,
ed il professore di chirurgia, che erano riesciti a trovare. Questi
disse:
«--Se si fosse potuto amputarlo in tempo...
«--Che! rispose Dulcamara. La morte è venuta istantanea; fu l'affare di
sette minuti.
«--Ma che morte! ribattè Turiddu. Vi giuro che questo giovine è vivo. In
questo corpo immobile, dietro quest'occhio vitreo, con tutte le
apparenze della morte, la sensibilità e l'intelligenza persistono
intere; egli ci vede e ci sente...
«Oh la gioia, la gioia infinita che mi invase in quel momento! Mi parve
che quell'incanto malefico fosse vinto; che in quell'eccesso di giubilo
potessi stendere le braccia al mio salvatore.
«Ma no; nulla. Il piacere, come il dolore mi lasciavano impassibile e
freddo. Intanto il professore tratteneva per le braccia Turiddo, che
dava delle istruzioni ad un compagno, e gli gridava:
«--Cosa dite! cosa dite, figlio mio! Non vedete che è rigido? Che gli
abbiamo punte le carni, gli abbiamo strappati i capelli e non ha dato
segno di dolore?
«--Perchè non può dar segni; ma il dolore lo sente. Il -curare- non
colpisce che i nervi motori; Navaro è morto parzialmente; i nervi motori
sono morti...
«--Questo è un delirio, tornava a dire il professore.
«E l'altro più affannato che mai:
«--È una verità, professore. Io lo sapevo fin da Parigi. Ne ho parlato
anche a Rosario Angherà. Come mai non se n'è ricordato? Si vede che la
disgrazia l'ha sbalordito. Ma non c'è un minuto da perdere. Ora Navaro è
vivo in un corpo paralizzato. Però in meno di mezz'ora saranno
paralizzati anche i polmoni e morirà asfissiato.
«Queste parole mi spiegarono una sensazione nuova di soffocamento, che
cominciavo a sentire. Era l'asfissia! La morte che avevo invocata prima,
veniva ora che stavano per soccorrermi. Veniva pur troppo, veniva
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