Cara Speranza Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier MILANO CASA EDITRICE DI C. CHIESA · F.lli OMODEI · ZORINI e F. GUINDANI -Galleria Vittorio Emanuele, N. 17-80- 1896 DIRITTI DI PROPRIETÀ RISERVATA. Milano, Tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C. CARA SPERANZA. Si chiamava Amalia. Però, malgrado quel nome gentile, era una fra le più rozze campagnuole delle risaie, quando si presentò in casa nostra ad offrirsi come serva. S'era messe le scarpe per la solennità della circostanza, ma, appena vide il pavimento lucido del nostro gabinetto, rimase sbigottita e si curvò come per levarsele. Ci volle di molto a persuaderla d'entrare calzata com'era. Tuttavia non era timida nè selvatica, come sono, per lo più, le contadine; le pareva soltanto una mancanza di rispetto il mettere sul nostro pavimento le scarpe che aveva strascinate, per una lunga camminata, nella polvere della strada maestra da Momo a Novara. Ignorava ogni elemento di civiltà, e, nella sua cortesia istintiva da persona buona, inventava una civiltà a suo modo, che riesciva grottesca, sebbene, a conti fatti valesse forse quanto la nostra. Infatti nella China si tolgono le scarpe prima di entrare nelle case. È questione di usanze. In tutta la persona dell'Amalia si vedevano le traccie della vita e dei lavori delle risaie. Aveva ventisette anni ma ne dimostrava quaranta. Il volto era pieno di rughe, i capelli, folti sulla fronte, erano tanto radi sul cranio, che frammezzo alle ciocche, tirate nella legatura, si vedeva la pelle bianca sollevarsi. Portava la pettinatura del nostro contado, e come tutte le contadine, che quel peso enorme sul capo rende calve prima del tempo, suppliva alla capigliatura mancante con due grosse treccie di cotone, girate intorno ad un cerchietto di filo di ferro coperto di tela; ed in quelle puntava i grossi spilloni di falso argento. Sui capelli scarsi, quell'edificio non trovava appoggio sufficiente, e le ballonzolava dietro il capo. Le mancavano vari denti, e, traverso quei vuoti, le -esse- uscivano sibilanti. Ma di questi particolari della sua figura l'Amalia non si dava il menomo pensiero. Era forte e sana, sapeva d'aver ventisette anni. Cosa le importava di dimostrarne di più? Le domandammo se sapesse cucinare. Rispose: --No. So appena fare la minestra alla nostra maniera da contadini, e friggere le patate ed i fagiuoli; ma ho buona volontà; imparerò presto. --E sai stirare? --Neppure. Noi non usiamo stirar nulla... Ma anche questo potrò impararlo. Non abbiano paura: la -cognizione- non mi manca; capisco subito quello che mi insegnano. Mio padre domandò: --E per le informazioni, a chi debbo rivolgermi? --Se vuol andare a Momo, e domandare alla cascina Pometta, dove sono stata a servire per tredici anni... Ma per la fedeltà può mettermi nell'oro, guardi, che un quattrino, che è un quattrino, non lo toccherei. Le facemmo altre domande, alle quali rispose con sicurezza, e senza vantarsi mai. Ci piacque molto, e le proponemmo di venire con noi per un mese a titolo d'esperimento. Accettò, ma non colla prontezza e lo slancio che le sue risposte precedenti e le sue maniere espansive ci avevano fatto aspettare. Le domandai: --Non sei contenta? --Oh, per contenta lo sono di certo... Ed esitava sempre. Io soggiunsi per incoraggiarla: --Siamo soltanto due da servire: il babbo ed io. --Fossero anche dodici, la fatica non mi fa paura. Stette ancora titubante, poi soggiunse in fretta come per afferrare la risoluzione prima che le sfuggisse: --Ecco; è meglio che glielo dica addirittura. Io sono una figliola onesta, non cerco d'andare a spasso, non mi -perdo via- coi giovanotti, tiro dritto per la mia strada; ma però; cosa serve nasconderlo? Ho un bersagliere. Aveva pronunciato -bresagliere-, poi aveva messo fuori un gran sospirone, come per dire: «È fatta!» Questo bersagliere abbuiò subito, coll'ombra delle sue piume, la fronte di mio padre, che disse crollando il capo: --Uhm. Ho paura che non facciamo nulla. Ogni volta che andrete fuori avrete il bersagliere intorno... L'Amalia sospirò melanconicamente: --Oh! questo non è possibile. Il Re l'ha mandato in -Cicilia-. Mio padre che era un vecchio Piemontese devoto alla monarchia ed alla casa Savoia, approvò vivamente quella disposizione del Re. E l'Amalia, vedendolo sorridere, riprese fiduciosamente. --Serviva anche lui alla Pometta, ma allora non era bersagliere. Abbiamo cominciato a parlarci, dalla finestra della cucina che guardava nell'orto, perchè lui era ortolano. E che bel giovine! Se vedesse signor padrone, alto come lei, e più diritto di lei, perchè quello è giovine, e lei no, pover'uomo! Però noi si sapeva che doveva andare soldato e ci promettemmo di aspettarci finchè lui avesse -finito il suo tempo-. Sono quattro anni che gira per la Cicilia, ed io intanto servo, per mettere un po' di quattrini da parte; poi, dopo tre anni ancora, tornerà col suo congedo -risoluto- e mi sposerà. Dacchè il bersagliere era messo al sicuro di là dal mare, mio padre ammise l'Amalia ad un mese di prova, dopo il quale ella tirò via a servire senza che nessuno sollevasse la menoma obbiezione. Era una donna attiva, intelligente, pulita, e sempre allegra. Diceva -casa nostra -, diceva -noi-, nominando collettivamente se stessa ed i padroni, faceva un mondo d'accoglienze ai visitatori che venivano, e s'informava della loro salute come se fossero suoi amici; ma, in una famiglia alla buona come la nostra, queste dimestichezze si potevano perdonare. Imparava ogni cosa con molta facilità, e trovava tempo per la cucina, per stirare, per tenere in ordine la casa, ed anche per correre ogni giorno alla posta a domandare se c'erano lettere del bersagliere. Ne parlava continuamente. Tutti i vicini di casa, padroni e servitori, i nostri conoscenti, i portinai, i bottegai della contrada, sapevano che l'Amalia aveva un innamorato bersagliere; ed appena la vedevano le domandavano ridendo: --E così, Amalia? ha scritto il bersagliere? Il pollaiolo le regalava dei mazzi di penne di cappone, che lei metteva da parte giubilando per «-mandarle in Cicilia alla prima occasione-». Provava ad inalberarle da un lato del suo capo calvo, e, diceva: --Come staranno bene sul cappello del bersagliere! Per se stessa non comperava mai nulla. Riceveva col salario i vestiti e le scarpe, come si usa in provincia, ed il denaro delle sue mesate lo metteva tutto da parte per quando avrebbe sposato il bersagliere. S'era fatta lei stessa, col suo filato, varie pezze di tela che serbava preziosamente nel baule, e non ne avrebbe staccato da farsi una camicia per nulla al mondo. I doni che le si facevano lungo l'anno, le strenne di Natale, tutto riponeva per quel giorno desiderato e lontano. Ma aveva l'amore gaio; non la si udiva mai rimpiangere la lontananza dell'innamorato. Era sicura di quell'amore come di respirare e di vivere; il più lieve dubbio non era mai sorto nel suo cuore onesto; e quel pensiero del bersagliere la colmava di gioia. S'egli tardava a scriverle, la sola supposizione che l'Amalia faceva era che fosse malato; e allora s'impensieriva e moltiplicava le corse alla posta. Se incontrava il portalettere, erano sempre delle scene. Voleva che esaminasse ad una ad una le soprascritte, fin all'ultima; poi le domandava se era ben sicuro di non avere altre lettere in tasca, o di averne perduta qualcuna per via. Appena la lettera aspettata giungeva poi, era un delirio di giubilo. Non sapeva leggerla, ma cominciava fin dalla posta a dire agli impiegati: --È del bersagliere! Viene nientemeno che dalla Cicilia, e c'è su -Cara speranza-! E rideva, rideva, finchè le cadevano le lacrime. Poi correva verso casa, ed in capo alla contrada alzava la lettera, la faceva sventolare gridando: --C'è la lettera del bersagliere! C'è la lettera del bersagliere! Era sempre qualche bottegaio che gliela leggeva. E l'Amalia si piantava in faccia a lui, ridendo anticipatamente di gioia e guardandolo bene in viso, come se fosse il bersagliere stesso che parlasse, e lei volesse vederne il senso delle parole nell'espressione del volto. E, prima che si cominciasse a leggere, domandava tutta gongolante. --C'è «-Cara speranza-» in cima? «-Cara speranza-» c'era sempre; e le lettere si somigliavano tutte; ma l'Amalia esultava, si torceva le mani durante la lettura per comprimere le grida di piacere. Poi pigliava il foglio e saltava in mezzo al gruppo d'amici che si erano stretti intorno, e si agitava tanto, che l'aureola degli spilloni minacciava di strapparle, nella violenza dei rimbalzi, quei pochi capelli che la reggevano. E baciava la lettera, e rideva, rideva da perderne il fiato, e per parecchi giorni tutto il casamento era assordato dalla canzone favorita dall'Amalia: O mamma famm el lett, Che mi faroo la cuna, L'amor del bersaglier L'è sta la mia fortuna. Tutti compativano la schietta affezione della povera giovane; quell'amore gioviale faceva piacere; e poi si sapeva che era onesto. Col mare in mezzo, i due innamorati miravano al buon fine. Senza questo in provincia non avrebbero tollerato tanto. Quella passione immensa arrivò una volta a dare alla contadina una specie di divinazione. Era qualche tempo che il bersagliere non scriveva. Quando giunse la lettera, nell'aprirla se ne vide cader fuori un centesimo. Si fecero molti commenti nel vicinato: --Cosa vorrà dire? --Una moneta è un simbolo d'amore. --Ma non così intera; si deve tagliarla in mezzo, e portarne al collo metà per ciascuno. --Ma che! È perchè possiate giocare a croce e lettera per vedere se vi vuol bene. Ed il pollaiolo, che era il più istruito, e non credeva nè a talismani, nè ad oroscopi, e rideva delle sentimentalità amorose, diceva con sussiego: --Non istate ad almanaccar tanto: non è altro che uno scherzo. I soldati sono uomini di mondo; amano ridere... Ma l'Amalia rise meno del solito, e baciò la lettera più amorosamente; ed il domani, quando venne a ricevere gli ordini per la cucina, mi domandò come si potesse fare per mandare cinque lire fino in Sicilia. Poi disse: --Il bersagliere ha messo un centesimo nella lettera, poveretto. Vuol dire che ha bisogno di quattrini.--E spedì a Catania un vaglia di cinque lire. Infatti voleva dire così; il suo cuore amoroso aveva indovinato. Appunto per quella sua rustichezza affettuosa e bonacciona, l'Amalia dava nel genio a tutti i nostri parenti ed amici, che coglievano volentieri l'occasione di farle qualche regaluccio, di darle delle mancie o delle strenne. In tre anni le riuscì di raggranellare parecchie centinaia di lire ed un baule di roba. Il denaro l'aveva alla Cassa di risparmio, e tratto tratto veniva da me col libretto, perchè facessi il conto, a che somma era salito il suo capitale coll'aumento dei frutti. Bastava che potesse contare una lira più della volta precedente, per essere contentissima. Diceva: --È la dote del bersagliere. È il tesoro del bersagliere. Tutto quello che ho è per lui. E scoteva il capo con un'affermazione così energica che la pettinatura le batteva il cranio come il mantice d'una timonella sgangherata. Quei tre anni, durante i quali era stata bene alloggiata e ben nutrita, non avevano quasi punto invecchiata l'Amalia; ma non erano neppur riusciti ad abbellirla. Pareva la stessa del primo giorno che l'avevamo veduta. Soltanto, a misura che s'avvicinava il ritorno del bersagliere, la gioia che le traspariva dagli occhi, dal ridere beato, da tutta la persona, la rendeva quasi bella. Non mancavano che quindici giorni all'arrivo del bersagliere quando io mi ammalai d'una febbre intermittente e dovetti stare a letto. Mio padre che, sebbene fosse molto burbero, mi voleva bene, chiamò subito il medico, e mi curò come se si fosse trattato di una malattia grave. La povera Amalia, che m'aveva preso tanto affetto, era spaventata all'idea che dovessi ancora stare in letto quando sarebbe tornato il bersagliere. Domandava dava ansiosamente al medico: --Potrà alzarsi per il giorno quindici? Il quindici di novembre era il gran giorno che lei aspettava da sette anni. La mattina del dieci si alzò lei con una guancia enormemente gonfia. Ma diceva di non soffrire affatto, era semplicemente una flussione. --Purchè il bersagliere non mi trovi col viso storto! Era la sola cosa di cui si desse pensiero. Poi soggiungeva: --Gli farebbe troppo dispiacere di trovare ammalata la sua: «-Cara speranza-.» Non era la vanità che le stava in mente, era il desiderio che nulla turbasse la gioia del suo fidanzato. Quando venne il medico, e l'Amalia andò ad aprirgli sfigurata a quel modo, egli la interrogò sul suo male, le tastò il polso, poi la mandò a letto, ed entrò da me tutto serio ed accigliato. --Quella donna, mi disse, non istà punto, punto bene. Or ora la visiterò... Infatti andò a vederla a letto, e disse che, oltre alla risipola che le gonfiava il volto, c'era pericolo che le si sviluppasse il tifo. Proibì assolutamente ogni comunicazione con me, e fece chiudere tutti gli usci, perchè le nostre camere erano separate soltanto da un corridoio stretto. La sera l'Amalia aveva realmente il tifo, e la mattina dopo, colla scusa che la sua camera non aveva aria bastante, che l'ammalata infettava la casa, che agitava me colle sue grida deliranti, il medico indusse mio padre a farla portare in una camera particolare dell'ospedale. Avrei voluto vederla prima che se ne andasse, ma assolutamente non permisero nè che mi alzassi, nè che la portassero nella mia stanza. Mentre attraversava il corridoio udii che diceva colla sua voce giuliva: --Andiamo incontro al bersagliere! Tutta la roba mia è pel bersagliere. Cara Speranza! Ed intonava la solita canzone: O mamma famm el lett Che mi faroo la cuna... Domandai al medico impaurita: --Guarirà? --Può darsi. Vedremo come passa la prima settimana. Non poteva togliermela dal cuore un minuto. Avevo dei presentimenti tetri. E d'altra parte pensavo: --Ma finora non ha fatto che lavorare, senza distrazioni, senza affezioni di famiglia (perchè i suoi l'avevano mandata a servire a dodici anni e non se ne erano curati più), senza benessere, senza soddisfazioni di vanità; ha vissuto per una speranza, s'è appagata d'una promessa e non ha invidiato nessuno. Bisognerebbe dire che non c'è giustizia se quella promessa non le fosse mantenuta... Infatti non le fu mantenuta. La sera del giorno quattordici morì. Ma morì in un'estasi di gioia credendosi nelle braccia del suo bersagliere; ed il suo cadavere rimase sorridente colle labbra aperte sui poveri denti spezzati e radi. Poche ore dopo, giunsero i suoi fratelli, che mio padre aveva fatti chiamare. Io sapeva che la povera donna aveva sempre destinato quanto possedeva al bersagliere; tutti lo sapevano; ma non c'era nulla di scritto; non aveva neppure potuto dirlo formalmente a voce prima di morire, perchè era delirante. E quei parenti, due villani, lenti, freddi ed avidi, che non avevano fatto mai nulla per lei, si portarono via il frutto delle sue fatiche e privazioni, la dote del bersagliere, il tesoro d'amore, che la poveretta aveva impiegato tredici anni a raccogliere. Il giorno quindici arrivò il bersagliere e venne direttamente da noi. Era in viaggio da parecchi giorni, e non sapeva nulla della malattia dell'Amalia. Mio padre era all'ospedale presso la morta; dovetti far entrare il soldato nella mia camera, e quasi ne ebbi piacere per potergli dare la nuova dolorosa colla maggior dolcezza possibile, e dirgli qualche parola di conforto. Era appunto quello che i contadini chiamano un bel giovine; oramai però era uomo fatto, una grande e grossa persona massiccia, col collo corto, i capelli fitti e duri come setole, e ritti sopra la fronte stretta, gli occhi piccoli, il naso corto, il viso largo, e stupido; ecco quel personaggio adorato. Cominciai a dirgli che l'Amalia s'era ammalata, ed egli rimase impassibile. Aggiunsi che s'era ammalata gravemente, molto gravemente, che l'avevano portata all'ospedale. E lui, duro come un muro, ed egualmente freddo. Forse era soggezione, forse quello stupido amor proprio della gente rozza, di non lasciar scorgere la commozione che considerano come una debolezza. Allora presi coraggio e gli annunciai tutta la disgrazia. Si fece rosso rosso, girò nervosamente fra le mani il cappello piumato, ma non disse nulla. Lo esortai ad esser forte, a rassegnarsi, aggiunsi che era una grande sventura; che tutti la sentivamo, e che fin all'ultima ora la poveretta, anche delirando, aveva pensato a lui... E gli stesi la mano in atto di amichevole conforto. Egli la vide, ma non si mosse, non la prese, e disse soltanto facendosi anche più rosso: --Si può andare a vederla? Gli risposi di sì, gli diedi un biglietto per mio padre che era laggiù a disporre i funerali, e gli indicai la strada. Egli ascoltò tutto in silenzio senza guardarmi, poi fece goffamente il saluto militare, e, sempre muto, se ne andò. All'ospedale non domandò di mio padre nè diede il biglietto; però il babbo era presente quando entrò nella camera della morta. Stavano per metterla nella cassa; le avevano tolti gli spilloni, il capo era scoperto, e la bocca sdentata sorrideva ancora del suo buon sorriso. Il bersagliere s'accostò adagio adagio al cadavere, coll'aria impacciata, senza osare di guardar nessuno; poi, vedendo dall'altro lato del letto il fratello della morta, che altre volte aveva conosciuto, lo salutò con un cenno del capo serio, e disse: --Accidenti! com'era vecchia! Ma non c'era nessuna perfidia in quella parola. Era un'impressione che riceveva, e la esprimeva in tutta sincerità. Se l'Amalia fosse stata viva l'avrebbe espressa ugualmente a lei, senza per questo cessare di chiamarla, nel linguaggio artifizioso delle lettere -Cara Speranza-. Infatti, quando stesero la morta nella bara, egli si fece il segno della croce rapidamente e come di soppiatto, ma arrossì molto, e gli luccicarono gli occhi. Poi uscì ed andò ad aspettare il corteggio funebre a cinquanta passi dall'ospedale, fingendo di leggere un affisso. Lasciò sfilare il funerale modesto, poi si mise a seguirlo di fianco come se camminasse da quella parte per pura combinazione, e con quel mortorio non avesse nulla a che fare. Però giunto al cimitero entrò dietro gli altri, e rimase un po' in disparte col capo chino finchè fu coperta la fossa. Nel ritorno l'altro fratello della morta gli si accostò, e senza saluti nè parole di benvenuto, gli disse guardandosi la punta degli scarponi: --Sicchè la povera Amalia se n'è andata... Egli crollò il capo, scosse le spalle, come per cacciarsi un gruppo dalla gola, poi rispose: --Ma! E gli voltò la schiena. Mio padre raggiunse il soldato, e gli spiegò come a lui non fosse toccato nulla della piccola eredità, in causa dei fratelli. Ma che, per riguardo a quella povera anima, noi avevamo ritenute le lettere di lui, e che poteva venirle a prendere. --Oh! sono sciocchezze! E diede una grande scrollata di spalle. E, per quanto mio padre lo interrogasse, non ci fu verso di fargli dire se voleva riaverle, o se s'avevano da bruciare. E le bruciammo noi, mio padre ed io, nel fuoco del caminetto tutte le -care speranze- che avevano consolata quella vita povera, laboriosa ed onesta. IL «CURARE» RACCONTO DI NATALE Si finiva di pranzare in casa del professor Navaro; un pranzo di soli uomini ed un pranzo di Natale. Il nostro ospite ci aveva fatto assaggiare parecchi de' suoi vini di Sicilia; eravamo tutti di buon umore. Il professore ci spiegava come serbasse una specie di venerazione per quella festa, perchè era stata da tempo immemorabile oggetto di culto nella sua famiglia. Ci narrava di un suo nonno, che aveva accolto, in un Natale remoto, un nemico della sua casa, semplicemente per non respingere chi bussava alla sua porta in quel giorno solenne; ci narrava di elemosine rovinose, che i suoi vecchi avevano fatte con gran danno dei loro interessi, nella stessa solennità e per le stesse ragioni; e descriveva la pompa che metteva sua madre nell'addobbo della casa, che ornava tutta di piante verdi e di fiori, nello scambio dei doni, nel pranzo di Natale, al quale voleva che tutti i membri della famiglia assistessero, qualunque fosse la distanza che dovevano percorrere per arrivarci. Dovevamo appunto a quel culto tradizionale per una consuetudine di famiglia, il piacere di trovarci là riuniti; perchè ogni anno il professor Navaro si informava degli studenti che non andavano a far Natale alle loro case, e li invitava a passarlo con lui e coi suoi colleghi che, come lui, non avevano famiglia. L'idea che qualcuno pranzasse solo il giorno di Natale lo commoveva come una disgrazia. Mentre prendevamo il caffè, entrò il servitore ad annunciare che una persona, la quale non aveva voluto dare il suo nome, domandava di parlare al professore. Questi uscì per raggiungere nel salotto il suo visitatore, e lo vedemmo ricomparire dopo pochi minuti. Però si sarebbe detto che in quel breve tempo fosse stato, non in una camera ben chiusa e calda, ma all'aria rigida di quella serata di dicembre, sotto la neve che fioccava fitta, tanto s'era fatto pallido. Si rimise a sedere e vedemmo che rabbrividiva tutto. Bevve due bicchierini di -cognac- uno sull'altro, come per riscaldarsi, ci domandò cosa si stava dicendo, ma non diede retta alla risposta e non prese parte al discorso. Era distratto. Stava muto e pensoso e guardava fissa la brage del caminetto, con uno sguardo di ribrezzo, come se fosse stata qualche cosa d'orribile. Subivamo tutti l'influenza di quell'improvviso cambiamento d'umore, e, dopo aver rallentata la conversazione, abbassata la voce, finimmo per star zitti anche noi, non osando parlare, ed imbarazzati del nostro silenzio. Ad un tratto il professore ci guardò cogli occhi ancora stralunati, e disse: --Scusate; vi ho fatti ammutolire colla mia aria tragica. Ho ricevuto dianzi una forte scossa morale. Ho visto un individuo che mi ha ricordato un caso atroce della mia vita. Quella scusa non era fatta per rimetterci in allegria, e rimanemmo ugualmente impacciati e muti. Egli versò dell'altro -cognac- in giro, ne bevve appena un sorso, poi si alzò con impeto, e disse risolutamente: --Volete che vi narri quella storia? Ora ne ho la testa così piena che non saprei parlar d'altro. Figurarsi se volevamo! il professor Navaro era il più benvoluto ed il più ammirato dei nostri insegnanti. Il racconto d'un fatto della sua vita c'interessava tutti vivamente. E per giunta egli narrava bene, con facilità di parola da vero Siciliano. Ci stringemmo tutti intorno a lui, ardenti di curiosità, ed egli cominciò a parlare coll'accento vibrato e gli occhi luccicanti come se fosse già entrato nel vivo del racconto... «Nel 1853 studiavo all'università di Messina, ed ero innamorato della padrona del solo caffè che la polizia borbonica tollerasse. Eravamo in tre a disputarci le sue grazie, tutti e tre studenti di medicina. «Uno de' miei rivali era un certo Turiddu, figlio d'un emigrato, al quale il Governo aveva permesso da poco tempo di rimpatriare, e che, durante l'esilio, aveva cominciati gli studi universitarî a Parigi. «Era un buon giovine, di modi aperti, leale, buon patriota; ma quando entrava a parlare dei grandi scienziati francesi, dei loro studi, delle loro scoperte, non la finiva più. Nominava Velpéau, Nélaton, Ricord, come fossero stati suoi colleghi. Aveva frequentate le lezioni di Claude Bernard, e lo considerava, come era realmente del resto, un luminare della scienza. Tutto questo però, e neppure la rivalità in amore, non c'impediva d'essere buoni amici. «La mia avversione la serbavo tutta per l'altro rivale, Rosario Angherà, che era, non so bene se figlio o nipote, d'un pezzo grosso, e frequentava la casa del vescovo. Aveva lo sguardo falso e la parola melata; non s'abbandonava mai ad impeti di furia nè a sfoghi di passione. Era insinuante, conciliante, gesuiticamente dolce. Non lo potevo soffrire. «Una sera, alla presenza della bella caffettiera, gli misurai un ceffone che lo sbattè contro il muro. Si fece pallido di rabbia, ma non reagì. Raccolse il cappello che gli era caduto, e borbottando sommessamente, uscì dal caffè dove non si fece più vedere.» Il professor Navaro fece una pausa, durante la quale noi esprimemmo il nostro biasimo per la condotta di quel gesuita di Rosario, poi riprese: «Avevamo per professore di patologia un pover'uomo, il quale suppliva alla scienza che gli mancava, colle ciarle, col tuono dottorale ed enfatico, e con una gran fede in sè stesso. Lo chiamavamo il dottor Dulcamara. Però, se i suoi colleghi ed anche gli studenti lo conoscevano per quel che valeva, in città era riescito a farsi la riputazione d'uno scienziato. Si dava sempre l'aria d'un uomo assorto in profondi studi, ne parlava con grande sfoggio di parole tecniche ascoltandole rimbombare con compiacenza, ed i profani dicevano: Quanto sa quel professore! «Un giorno lo vedemmo venire in iscuola con un'aria più sibillina e tronfia del solito. «Una fortunata occasione, cominciò, una di quelle occasioni che si offrono soltanto all'uomo che vigila sempre per impadronirsi di ogni nuova scoperta che possa interessare la scienza, mi permette d'intrattenervi oggi d'un veleno rarissimo, e di mostrarvene sperimentalmente gli effetti. È questa certo la prima volta che in un'università del Regno, e cioè, con carattere scientifico, si presenta questo preparato, del quale credo che tutti voi ignoriate ancora il nome. Si chiama il -curare- ed a me è serbato l'onore di rivelarvene, pel primo, l'esistenza e le proprietà meravigliose. «Non so se i miei compagni fossero nello stesso caso, ma per conto mio era infatti quella la prima volta che sentivo nominare il -curare- che, a quei tempi, era ancora una novità in Europa. «Egli girò lo sguardo intorno lentamente per godere della stupefazione che era certo d'aver suscitata in noi, poi, pavoneggiandosi nella sua eloquenza, cominciò a divagare sui selvaggi dell'America del Sud, sulle loro freccie, -che traversano l'etra a volo-, e vanno a colpire -il pennuto volante presso le nubi, il fiero bisonte nei labirinti della foresta, e lo piombano fulminato al suolo-. Poi, chiudendo l'inevitabile esordio che precedeva sempre le sue trattazioni, concluse: «--Quelle freccie sono avvelenate col -curare-. «L'esordio e la perorazione erano la farina del suo sacco; poi recitava pagine e pagine, più o meno opportunamente scelte, di qualche trattato o giornale scientifico, e quella era la sostanza della lezione. «Quel giorno la sostanza prometteva d'essere interessante, e ci faceva sopportar con pazienza i fronzoli rettorici di cui l'ornava il professor Dulcamara. Cominciò dal fare una descrizione pomposa della «-fiesta de las juvias-» (festa del veleno) nella quale si raccolgono le liane necessarie alla preparazione del -curare-. Narrò le varie ipotesi su quel preparato, che alcuni credono puramente vegetale, altri suppongono misto con veleni di formiche e serpenti, e che è tuttora misterioso, perchè il segreto della composizione ne è serbato ai medici, o piuttosto agli stregoni delle tribù. Poi si dilungò nella relazione degli effetti del -curare-, il quale, ingoiato riesce inoffensivo, mentre invece introdotto nel sangue, sia per iniezione sia per ferita d'arma avvelenata, è un veleno istantaneo e micidiale. «---Ma, araldo mite della fiera e scheletrita mandataria, il curare riveste la tetra morte colle apparenze soavi del sonno...- esclamò il professor Dulcamara esordendo alla parte pratica della lezione; e passò ad esporre i sintomi particolari di quella morte, che poco dopo potemmo osservare noi stessi. «Era il punto culminante della lezione. «Il professore cavò di tasca una busta, l'aperse solennemente, e ci fece vedere due freccie colla punta avvelenata, che aveva ricevute in dono da un viaggiatore reduce dall'America. «Era trionfante. «Ordinò al bidello di portargli un coniglio che aveva fatto tener pronto per lo sperimento, e lo punse leggermente sulla schiena, senza che l'animale cessasse di guardar in giro co' suoi occhi d'oro fiammante, e di agitare febbrilmente il nasino roseo in segno di timido sgomento. «Ma pochi minuti dopo se ne andò cheto cheto in un angolo dell'aula, si rannicchiò contro il muro, ed abbassò gli orecchi sul dorso come se si disponesse a dormire. Rimase perfettamente tranquillo, ed a poco a poco s'accasciò; prima le gambe cedettero, e gli si piegò il capo; poi tutto il corpo cadde sul fianco completamente paralizzato. Sei minuti dopo essere stato ferito, il coniglio era morto, senza gridi, nè rantoli, nè convulsioni che indicassero la menoma sofferenza o una lotta tra la vita e la morte. «Durante l'esperimento il professore ci aveva narrati vari esempi, citando le fonti a cui li aveva attinti, i quali tutti provavano che la morte per avvelenamento col -curare-, riesce tranquilla e quasi dolce. Più di tutti ci aveva interessati la relazione della morte di un uomo, ch'egli aveva letta in una notizia di Watterton sul -curare-, riportata probabilmente da un giornale. Due Indiani erano a caccia nella foresta; uno tese l'arco, e scagliò una freccia avvelenata contro una scimmia rossa che s'era arrampicata ad un albero. Il colpo era quasi perpendicolare. Là freccia non colpì la scimmia, e nel ricadere ferì l'Indiano al braccio un po' al disopra del gomito. Egli fu convinto che tutto era finito per lui. Disse al compagno colla voce commossa e guardando il suo arco: «Non lo tenderò mai più.» Poi si tolse la scatola di bambù col veleno, che portava ad armacollo, la pose in terra coll'arco e le freccie, ci si sdraiò accanto, disse addio all'amico, e cessò di parlare per sempre. «Ci eravamo tutti serrati intorno alla tavola del professore sulla quale era stato trasportato il coniglio morto, e, per combinazione, mi trovavo accanto al mio rivale Rosario Angherà. Quando me ne avvidi, feci un atto di ribrezzo e mi restrinsi come per evitare il suo contatto. Ma egli era intento ad esaminare la seconda freccia avvelenata rimasta nell'astuccio del professore, mentre questi finiva il racconto del cacciatore, e citava le parole stesse del Watterton: «Sarà un conforto per le anime pietose il sapere che la vittima non ha sofferto, perchè il -wourali-, o -curare-, distrugge dolcemente la vita.» A questo punto della sua narrazione il nostro ospite pareva stanco: gli tremava la voce, strascicava lentamente le parole come se gl'increscesse di pronunciarle, ed era evidente che avrebbe voluto sospendere quel racconto cominciato con tanto impeto, e che ora gli faceva ribrezzo. Ma noi lo ascoltavamo tanto avidamente i nostri occhi erano fissi su di lui con tanta ansietà, rimanevamo così ostinatamente muti quand'egli faceva una pausa, per timore di distrarlo dall'argomento, che comprese d'essersi impegnato troppo per retrocedere. Si asciugò il sudore che gli faceva luccicare il viso, bevve un po' di -cognac-, poi ripigliò: «La curiosità mi fece vincere l'avversione, e mi avvicinai a Rosario. Fremevo d'impazienza che egli deponesse quella freccia, per impadronirmene alla mia volta; e gli stavo sopra per fargli capire che si sbrigasse. Ma, vedendo che indugiava sempre, gli dissi stizzosamente: «--Quando avrete finito... «Egli non si mostrò offeso: mi guardò un minuto, poi torse subito gli occhi, e, con quella sua falsa mellifluità, mi rispose porgendo la freccia: «--Se volete osservarla voi, prendetela pure... «Ma mentre sporgevo la mano per pigliarla, fece un movimento così rapido, che la punta mi si conficcò nel palmo. «Un grido generale, disperato, s'alzò da tutti i petti; tutti gli sguardi, tutte le braccia si tesero verso di me: esclamazioni d'orrore, di spavento, di rimprovero, di minaccia, si incrociarono; tutti parlavano, tutti gesticolavano senza intendersi, mentre il professore più frenetico di tutti, picchiava disperatamente i pugni sulla tavola urlando: «--Disgraziato! l'avete ucciso! l'avete ucciso!« Sebbene il professor Navaro ci stesse lì dinanzi vegeto e sano a narrare lo stranissimo caso, noi pure eravamo agitati, come gli studenti di Messina. Alcuni s'erano alzati ed avvicinati a lui, e gli stavano intorno appoggiati alle spalliere delle sedie vuote, altri alzavano i pugni rabbiosi contro l'avvelenatore. Uno studente fece per movere una domanda, ma parecchie voci l'interruppero: --Stia zitto; stiamo a sentire. Superato il ribrezzo che gli inspirava il ricordo dell'atto codardo del suo nemico, il professor Navaro aveva ripreso il suo accento vivo, e tirò via a narrare, come se risentisse ancora quelle impressioni, e vedesse quelle scene. «Alla prima non avevo capito; la puntura era stata così lieve, che non avevo pensato alla gravità del caso. Subito però, vedendo il terrore di tutti, l'idea orrenda della morte m'invase, e, reagendo con tutta la forza della mia giovine vita, mi posi a gridare: «--L'amputazione! Bisogna amputare la mano! «Ma la confusione, l'urlìo, il trambusto erano tali, che non potei essere udito, e dovetti ripetere più volte: «--Sentite! sentite! Dacchè non soffro nulla, è segno che il veleno è localizzato. Amputando la mano si può forse salvarmi. «Tutto questo era accaduto rapidissimamente; non eran passati due minuti dacchè ero stato ferito. Eppure, dovendo parlar forte per esser inteso, sentii di dover fare una certa fatica; ed ancora, la mia voce non suonò alta in proporzione dello sforzo fatto: l'udirono appena i più vicini, e furono loro che lo dissero agli altri, e subito si ripetè da tutte le parti: «--L'amputazione! L'amputazione! È inutile! Ma chissà? Si può tentare! «--Un chirurgo! Nella scuola di chirurgia!... «Parecchi studenti si precipitarono fuori in cerca del chirurgo. Intanto si continuava a darmi del -rhum- ed a domandarmi: «--Che cosa sentite? Soffrite molto? «No. Non soffrivo punto; ma avevo una gran pena a dirlo. Pareva che la sede della mia voce fosse scesa in fondo in fondo al petto; l'azione della gola era insufficiente per attingerla. Risposi una volta o due con accento fioco, poi la voce non venne più. Movevo le labbra ma non usciva nessun suono. Intorno dicevano: «--Oh Dio! Oh Dio! perde la parola; non parla più; il veleno ha già fatto il suo effetto; non siamo più in tempo per l'amputazione. «Immaginate l'angoscia che provai a quella sentenza; volevo dire di no; che provassero ad ogni modo; che s'affrettassero... E non potevo dir nulla. La mia voce era morta. Intanto sentii una grande spossatezza invadermi le membra, mi mancarono sotto le gambe, e, se non m'avessero sorretto, sarei caduto. Mi trascinarono fino alla poltrona del professore, dove mi adagiarono dicendo: «--Ha perduti i sensi; è svenuto. «Io non ero svenuto: feci un altro sforzo per dirlo, ma fu impossibile. Cercai di accennare colla mano, ma, con infinito terrore, sentii che la mano rimaneva immobile come di piombo; volli scuotere il capo, ma anche il congegno del collo non giocava più; avevo perduto la facoltà di muovermi! «Atterrito, cercai di dare allo sguardo l'espressione della mia inenarrabile angoscia, ma lo sguardo non può fare lunghi discorsi, e, per quanto immenso fosse l'interesse con cui mi osservavano, i miei compagni, dicevano soltanto: «--Pare che veda ancora, ma non ci riconosce. «E mi chiamavano. «Ah! Ah! nessuno potrà mai dire lo sforzo straordinario di volontà ch'io facevo per dare un'espressione a' miei occhi. Ma lo spavento interno, la disperazione non si traducevano neppure nello sguardo.» Nel ricordare quell'atroce suplizio, il professor Navaro fremeva tutto. Non poteva più star fermo; passeggiava per la stanza, agitato, nervoso, asciugandosi il sudore, e gesticolando rabbiosamente. Pareva che lottasse ancora contro quell'orribile impotenza. Noi gli tenevamo dietro ansiosamente cogli sguardi interrogatori, smaniosi d'udire la fine di quel caso meraviglioso e tremendo. Egli respirò due o tre volte forte, s'appoggiò alle spalle d'un suo collega come per sentire qualche cosa di caldo e di vivo accanto a sè, e ripigliò quella storia di morte: «Ad un tratto una parola orrenda mi suonò all'orecchio. «--L'occhio s'è fatto vitreo. Non vede più. «Il professore mi prese una mano e ne pizzicò le carni così forte, che sentii un gran dolore, ma nessun muscolo si contrasse a quella sofferenza, ed egli, lasciando ricadere il mio braccio, disse: «--Non sente più nulla. «Allora mi fecero soffrire delle piccole torture, sempre nella speranza di risvegliare la mia sensibilità; mi strinsero i lobi degli orecchi fino allo spasimo, mi strapparono dei capelli, dei peli della barba, mi bruciarono, mi punsero; io sentivo quei dolori acuti, che aggiunti alla tortura che provavo, mi irritavano fino alla pazzia, poi udivo ripetere: «--No; non sente più nulla. «Il professore mi applicò l'orecchio al petto e disse: «--Pare che ci sia ancora una lieve pulsazione; ma presto il cuore avrà cessato di battere; fra pochi minuti sarà morto. Povero giovine! Povero giovine! «Nessuna mente umana ha mai immaginato nulla di tanto crudele. Non potevo nemmeno girare gli occhi, nemmeno chiuderli! Le mie membra erano impietrite; ero imprigionato vivo in un corpo morto. Se mi si fossero rizzati i capelli sulla fronte, come si dice che avvenga per senso di raccappriccio! Se fossero incanutiti! Si sarebbe capito almeno che qualche cosa viveva in me; che viveva lo spavento; uno spavento angoscioso, febbrile, furibondo! «Ma nessun segno esterno tradiva la vita del mio cervello, della mia volontà, la tortura del mio spirito. Rimanevo impassibile e freddo come una mummia nelle sue bende secolari. «Mi sollevarono di peso, e con un immenso mormorio di compassione, mi portarono, cadavere animato e sensibile, nel gabinetto anatomico, dove mi stesero sulla tavola. «Vidi alcuni de' miei compagni che piangevano; altri, allevati devotamente, si fecero il segno della croce, poi lo ripeterono su di me. «Un vecchio bidello bisbigliava tutto compunto: «---Requiem æterna dona eis, Domine.- «Vidi il povero prof. Dulcamara che si mordeva i pugni ed esclamava con una convinzione, che in quel momento non mi parve neppur comica: «--Maledetta la mia scienza! «Poi vidi una cosa atroce, mostruosa. Una di quelle infamie che farebbero fremere d'indignazione tutto un popolo, contro le quali l'umanità si solleva indignata; e non potei fremere nè sollevarmi! «Rosario Angherà, pallido, piangente, mi venne accanto sospirando: «--Oh che disgrazia! povero me, che fatalità! «Si pose in ginocchio accanto al mio cadavere, e, giungendo le mani come se pregasse perdono, mi susurrò all'orecchio: «--So che tu vivi, che vedi e che senti: ma non lo dirò. M'hai schiaffeggiato e m'hai chiamato vile; i vili non salvano i coraggiosi, ma si vendicano. «Poi si alzò, e col volto fra le mani, come accasciato dal dolore, uscì, e tutti lo seguirono. «Tutte le furie dell'inferno avevano invaso il mio cuore; l'odiavo come non s'è forse mai odiato sulla terra; smaniavo d'avventarmi contro di lui, di stringere fra le mie mani il suo collo torto, di strangolarlo, di sfracellargli coi miei piedi quella testa falsa, ipocrita, malvagia. E non avevo la potenza neppur di dire: «--È un omicida. «Mi sentivo stretto in una guaina di bronzo. «Rimasi solo in quella cella buia, su quella fredda tavola di marmo sulla quale erano stati sparati tanti cadaveri. «M'abbandonavano. Mi credevano morto. «Allora mi si affacciò alla mente un pensiero pauroso: «--Se fossi realmente morto? Se la morte fosse così? Che cosa ne sappiamo noi? Se lo spirito umano non si spegnesse contemporaneamente al corpo? Se dovesse stargli unito ancora, chissà per quanto tempo, forse per sempre, assistere alla putrefazione, alla dissoluzione delle membra?... E poi?... «A quell'idea, provavo quell'estrema disperazione che ci fa urlare come belve, dilaniare le carni, che ci trascina al delitto, al suicidio. Mi ricordai un tetro caso d'una giovine, che, dopo esser stata sepolta come morta, s'era risvegliata nella fossa; ma a lei almeno erano tornate le forze per urlare, per dibattersi, e fu trovata col capo sfracellato contro le pareti della bara; mentre io non potevo nulla per abbreviare il mio supplizio; mi bruciavo internamente di furore, mi sentivo impazzire a quelle supposizioni spaventose, e rimanevo tranquillo nella mia solenne immobilità da idolo. «Accanto a me, sulla tavola c'era un coltello anatomico. Avevo il capo rivolto da quella parte e lo vedevo. Mi sarebbe bastato di sporgere una mano per afferrarlo. «Con che ardore desiderai quel coltello! «Pensavo che, forse, una ferita al cervello o al cuore, in una parte essenzialmente vitale, avrebbe spenta la mia anima viva nel mio corpo morto. Ma poi chissà? Ad ogni modo non avrei potuto ferire che il corpo, e quello era già cadavere irrigidito. «In tutta la mia vita spensierata e giovine, non avevo mai pensato con tanto solenne spavento alla dualità possibile dell'essere umano; mai l'idea consolante dell'immortalità dell'anima, s'era presentata ad una mente d'uomo sotto un aspetto tanto minaccioso e spaventevole.» A misura che il professore Navaro procedeva nel suo racconto, la sua eccitazione si comunicava a tutti noi. Senza quasi avvedercene, ci eravamo rizzati in piedi, e gli stavamo raggruppati intorno dinanzi al fuoco, che nessuno pensava più a ravvivare. A momenti ci guardavamo l'un l'altro sbalorditi e dubbiosi, sospettando che, portata al sommo grado la nostra curiosità, il narratore dovesse cavarsela collo scioglimento comune a molte novelle fantastiche: --A questo punto mi svegliai; avevo sognato. Ma poi uno scoppio di voce appassionata, un sospiro affannoso, un brivido di raccapriccio del professore, ci attestavano la verità del fatto, ed accrescevano il nostro interessamento. Il professore continuò: «Avevo serbate tutte le mie facoltà intellettuali, ma la misura esatta del tempo mi sfuggiva. L'impazienza angosciosa allungava enormemente i minuti. «Mi pareva d'essere rimasto lungamente in quella camera squallida, quando udii distintamente dei passi che s'avvicinavano rapidissimi, e la voce di Turiddu che gridava: «--Lo so di certo. Me l'ha spiegato Claude Bernard. Se fossi stato in iscuola avrei impedito la circolazione del veleno nel sangue. Ma anche ora siamo in tempo a salvarlo; non è passato un quarto di ora... «Un quarto d'ora! M'era parso lungo per lo meno tre ore! Turiddu spinse l'uscio, ed ansimante, col viso stravolto, corse a me guardandomi con infinita pietà. Lo seguivano il professore Dulcamara, parecchi studenti, ed il professore di chirurgia, che erano riesciti a trovare. Questi disse: «--Se si fosse potuto amputarlo in tempo... «--Che! rispose Dulcamara. La morte è venuta istantanea; fu l'affare di sette minuti. «--Ma che morte! ribattè Turiddu. Vi giuro che questo giovine è vivo. In questo corpo immobile, dietro quest'occhio vitreo, con tutte le apparenze della morte, la sensibilità e l'intelligenza persistono intere; egli ci vede e ci sente... «Oh la gioia, la gioia infinita che mi invase in quel momento! Mi parve che quell'incanto malefico fosse vinto; che in quell'eccesso di giubilo potessi stendere le braccia al mio salvatore. «Ma no; nulla. Il piacere, come il dolore mi lasciavano impassibile e freddo. Intanto il professore tratteneva per le braccia Turiddo, che dava delle istruzioni ad un compagno, e gli gridava: «--Cosa dite! cosa dite, figlio mio! Non vedete che è rigido? Che gli abbiamo punte le carni, gli abbiamo strappati i capelli e non ha dato segno di dolore? «--Perchè non può dar segni; ma il dolore lo sente. Il -curare- non colpisce che i nervi motori; Navaro è morto parzialmente; i nervi motori sono morti... «--Questo è un delirio, tornava a dire il professore. «E l'altro più affannato che mai: «--È una verità, professore. Io lo sapevo fin da Parigi. Ne ho parlato anche a Rosario Angherà. Come mai non se n'è ricordato? Si vede che la disgrazia l'ha sbalordito. Ma non c'è un minuto da perdere. Ora Navaro è vivo in un corpo paralizzato. Però in meno di mezz'ora saranno paralizzati anche i polmoni e morirà asfissiato. «Queste parole mi spiegarono una sensazione nuova di soffocamento, che cominciavo a sentire. Era l'asfissia! La morte che avevo invocata prima, veniva ora che stavano per soccorrermi. Veniva pur troppo, veniva 1 2 - 3 4 5 6 7 8 . . . 9 10 - , . - - 11 12 13 14 15 . 16 17 , . . . 18 19 20 21 22 . 23 24 25 . , , 26 , 27 . 28 29 ' , , 30 , 31 . ' 32 ' . 33 34 , , , 35 ; 36 , 37 , . 38 , , 39 , , , 40 , . 41 . 42 . 43 44 ' 45 . . 46 , , , 47 , , , 48 . 49 50 , , 51 , 52 , 53 ; 54 . , ' 55 , . 56 , , , - - 57 . 58 59 ' 60 . , ' . 61 ? 62 63 . 64 65 : 66 67 - - . , 68 ; ; . 69 70 - - ? 71 72 - - . . . . 73 . : - - ; 74 . 75 76 : 77 78 - - , ? 79 80 - - , , 81 . . . 82 ' , , , , 83 . 84 85 , , 86 . , 87 ' . , 88 89 . 90 91 : 92 93 - - ? 94 95 - - , . . . . 96 97 : 98 99 - - : . 100 101 - - , . 102 103 , 104 : 105 106 - - ; . 107 , ' , - - , 108 ; ; ? 109 . 110 111 - - , 112 , : « ! » 113 114 , ' , 115 , : 116 117 - - . . 118 . . . 119 120 ' : 121 122 - - ! . ' - - . 123 124 125 , . 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