Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il
viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la città, si
ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, com'è
facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice,
chi più contento di loro? In mezzo ai continui spassi e agli svariati
divertimenti, le ore, i giorni, le settimane passavano come tanti
baleni.
-- Oh! che bella vita! -- diceva Pinocchio tutte le volte che per caso
s'imbatteva in Lucignolo.
-- Vedi, dunque, se avevo ragione? -- ripigliava quest'ultimo. -- E
dire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di
tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare! Se
oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me,
ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i veri
amici, che sappiano rendere di questi grandi favori.
-- È vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento,
è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva,
parlando di te? Mi diceva sempre: «Non praticare quella birba
di Lucignolo, perchè Lucignolo è un cattivo compagno, e non può
consigliarti altro che a far del male!...»
-- Povero maestro! -- replicò l'altro tentennando il capo. -- Lo so pur
troppo che mi aveva a noia, e che si divertiva sempre a calunniarmi; ma
io sono generoso e gli perdono!
-- Anima grande! -- disse Pinocchio abbracciando affettuosamente l'amico,
e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna
di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere
in faccia nè un libro nè una scuola; quando una mattina Pinocchio,
svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa, che lo
messe proprio di malumore.
XXXII.
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino
vero e comincia a ragliare.
E questa sorpresa quale fu?
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che a
Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il
capo; e nel grattarsi il capo si accòrse...
Indovinate un po' di che cosa si accòrse?
Si accòrse, con suo grandissimo stupore, che gli orecchi gli erano
cresciuti più d'un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi
piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano
neppure! Immaginatevi dunque come restò, quando dovè toccar con
mano che i suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che
parevano due spazzole di padule. Andò subito in cerca di uno specchio,
per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, empì d'acqua la
catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non
avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un
magnifico paio di orecchi asinini. Lascio pensare a voi il dolore, la
vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!
[Illustrazione: I suoi orecchi, durante la notte, erano così
allungati, che parevano due spazzole di padule.]
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma
quanto più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano,
crescevano e diventavano pelosi verso la cima.
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella
Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il
burattino in così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
-- Che cos'hai, mio caro casigliano?
-- Sono malato, Marmottina mia, molto malato.... e malato d'una malattia
che mi fa paura! te ne intendi tu del polso?
-- Un pochino.
-- Senti dunque se per caso avessi la febbre. --
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il
polso a Pinocchio, gli disse sospirando:
-- Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...
-- Cioè?
-- Tu hai una gran brutta febbre!
-- E che febbre sarebbe?
-- È la febbre del somaro.
-- Non la capisco questa febbre! -- rispose il burattino, che l'aveva pur
troppo capita.
-- Allora te la spiegherò io; -- soggiunse la Marmottina -- sappi
dunque, che fra due o tre ore tu non sarai più nè un burattino, nè un
ragazzo....
-- E che cosa sarò?
-- Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come
quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al
mercato.
-- Oh! povero me! povero me! -- gridò Pinocchio pigliandosi con le mani
tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strappandoli rabbiosamente, come
se fossero gli orecchi di un altro.
[Illustrazione: -- È la febbre del somaro.]
-- Caro mio, -- replicò la Marmottina per consolarlo -- che cosa ci vuoi
tu fare? Oramai è destino, oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le
scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e
in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti
piccoli somari.
-- Ma davvero è proprio così? -- domandò singhiozzando il burattino.
-- Pur troppo è così! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci
prima!
-- Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di
Lucignolo!...
-- E chi è questo Lucignolo?
-- Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere
ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore.... ma
Lucignolo mi disse: -- «Perchè vuoi tu annoiarti a studiare? perchè vuoi
andare alla scuola?... Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi:
lì non studieremo più; lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e
staremo sempre allegri.»
-- E perchè seguisti il consiglio di quel falso amico, di quel cattivo
compagno?
-- Perchè?... perchè, Marmottina mia, io sono un burattino senza
giudizio.... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore,
non avrei mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene come
una mamma e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora non sarei
più un burattino.... ma sarei invece un ragazzino ammodo, come ce n'è
tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire
un sacco e una sporta. --
[Illustrazione: Prese un gran berretto di cotone, e,
ficcatoselo in testa.]
E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò
che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli in
pubblico, che cosa inventò? Prese un gran berretto di cotone, e,
ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto gli orecchi.
Poi uscì, e si dette a cercare Lucignolo da per tutto. Lo cercò nelle
strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne
chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l'aveva veduto.
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta, bussò.
-- Chi è? -- domandò Lucignolo di dentro.
-- Sono io! -- rispose il burattino.
-- Aspetta un poco, e ti aprirò. --
Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio,
quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran
berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò
subito dentro di sè:
-- Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche
lui la febbre del ciuchino?... --
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:
-- Come stai, mio caro Lucignolo?
-- Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
-- Lo dici proprio sul serio?
-- E perchè dovrei dirti una bugia?
-- Scusami, amico: e allora perchè tieni in capo cotesto berretto di
cotone, che ti cuopre tutti gli orecchi?
-- Me l'ha ordinato il medico, perchè mi son fatto male a un ginocchio.
E tu, caro Pinocchio, perchè porti codesto berretto di cotone ingozzato
fin sotto gli orecchi?
-- Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono sbucciato un piede.
-- Oh! povero Pinocchio!
-- Oh! povero Lucignolo!... --
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il
quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro, in atto di
canzonatura.
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al
suo compagno:
-- Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di
malattia agli orecchi?
-- Mai!... e tu?
-- Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio che mi fa
spasimare.
-- Ho lo stesso male anch'io.
-- Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?
-- Tutt'e due. E tu?
-- Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?
-- Ho paura di sì.
-- Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
-- Volentieri! Con tutto il cuore.
-- Mi fai vedere i tuoi orecchi?
-- Perchè no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
-- No: il primo devi esser tu.
-- No, carino! Prima tu e dopo io!
-- Ebbene, -- disse allora il burattino -- facciamo un patto da buoni
amici.
-- Sentiamo il patto.
-- Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
-- Accetto.
-- Dunque attenti! --
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
-- Uno! Due! Tre! --
Alla parola -tre!- i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li
gettarono in aria.
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse
vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro
colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar
mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi
smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare
una bella risata.
[Illustrazione: Cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi
smisuratamente cresciuti.]
E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che,
sul più bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e
barcollando e cambiando di colore, disse all'amico:
-- Aiuto, aiuto, Pinocchio!
-- Che cos'hai?
-- Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe.
-- Non mi riesce più neanche a me -- gridò Pinocchio, piangendo e
traballando.
[Illustrazione: Ragliando sonoramente, facevano tutt'e due in
coro: -j-a, j-a, j-a-.]
E mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e,
camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre
per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono
zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene
si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.
Ma il momento più brutto per que' due sciagurati sapete quando fu? Il
momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi
di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si
provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.
Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano
fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due
in coro: -j-a, j-a, j-a-.
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:
-- Aprite! Sono l'omino, sono il conduttore del carro che vi portò in
questo paese. Aprite subito, guai a voi! --
XXXIII.
Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il
Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e
saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro,
per far con la sua pelle un tamburo.
Vedendo che la porta non si apriva, l'omino la spalancò con un
violentissimo calcio: ed entrato nella stanza, disse col suo solito
risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
-- Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi ho subito riconosciuti alla
voce, e per questo eccomi qui. --
A tali parole i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con
gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
Da principio l'omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata
fuori la striglia, cominciò a strigliarli per bene.
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi,
allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato,
con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. Lucignolo fu
comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti,
e Pinocchio fu venduto al Direttore di una compagnia di pagliacci e di
saltatori di corda, il quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi
saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.
[Illustrazione: Li condusse sulla piazza del mercato, con la
speranza di venderli.]
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che
faceva l'omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva la fisonomia
tutta di latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare
per il mondo; strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti
i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole; e dopo
averli caricati sul suo carro, gli conduceva nel «Paese dei balocchi»
perchè passassero tutto il loro tempo in giuochi, in chiassate e
in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di
baloccarsi sempre e di non studiar mai, diventavano tanti ciuchini,
allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a
vendere sulle fiere e su i mercati. E così in pochi anni aveva fatto
fior di quattrini ed era diventato milionario.
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so per altro, che Pinocchio
andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia
di paglia: ma Pinocchio dopo averne assaggiata una boccata, la risputò.
Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma
neppure il fieno gli piacque.
-- Ah! non ti piace neppure il fieno? -- gridò il padrone imbizzito.
-- Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo,
penserò io a levarteli!... --
E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.
Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e
ragliando disse:
-- J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...
-- Allora mangia il fieno! -- replicò il padrone, che intendeva benissimo
il dialetto asinino.
-- J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...
-- Pretenderesti, dunque, che un somaro pari tuo, lo dovessi mantenere
a petti di pollo e cappone in galantina? -- soggiunse il padrone
arrabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una seconda frustata.
A quella seconda frustata, Pinocchio per prudenza si chetò subito, e
non disse altro.
Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase solo: e perchè erano
molte ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande
appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un
po' di fieno; e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo
tirò giù.
-- Questo fieno non è cattivo; -- poi disse dentro di sè -- ma quanto
sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora,
invece di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella
fetta di salame. Pazienza!... --
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po'
di fieno: ma non lo trovò, perchè l'aveva mangiato tutto nella notte.
Allora prese una boccata di paglia tritata: e in quel mentre che la
stava masticando, si dovè persuadere che il sapore della paglia tritata
non somigliava punto nè al risotto alla milanese nè ai maccheroni alla
napoletana.
-- Pazienza! -- ripetè, continuando a masticare. -- Che almeno la mia
disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e
che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!
-- Pazienza un corno! -- urlò il padrone, entrando in quel momento
nella stalla. -- Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato
unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perchè tu
lavori e perchè tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da
bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerò a saltare i cerchi, a
rompere col capo le botti di foglio e a ballare il valzer e la polca,
stando ritto sulle gambe di dietro. --
Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, dovè imparare tutte
queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di
lezioni, e molte frustate da levare il pelo.
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone potè annunziare
uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore,
attaccati alle cantonate delle strade, dicevano così:
GRANDE SPETTACOLO
DI
GALA
Per questa sera
AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI
ED ESERCIZI SORPRENDENTI
ESEGUITI DA TUTTI GLI ARTISTI
e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia
e più
Sarà presentato per la prima volta
il famoso
CIUCHINO PINOCCHIO
detto
LA STELLA DELLA DANZA
Il teatro sarà illuminato a giorno
Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo
spettacolo, il teatro era pieno stipato.
Non si trovava più nè una poltrona, nè un posto distinto, nè un palco,
nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di
ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di
veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia,
vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle
fin sopra ai ginocchi si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto
un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato
discorso:
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
«L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre
metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchè il piacere di
presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre
ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di sua maestà
l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e
compatiteci!»
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma
gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla
comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto
agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie
e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi: la criniera
divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di seta rossa: una
gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta
intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era, insomma, un
ciuchino da innamorare!
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle
grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo
mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle
pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina
trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riusciti vanitosi tutti
i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto
più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia
gentilezza invece di farmi da lui ben volere, me ne ha maggiormente
cattivato l'animo. Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel
suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea
di Parigi riconobbe esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e
della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo
nonchè nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.
Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi,
permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani
sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora
lo spettacolo, invece di domani sera, sarà posticipato a domattina,
alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»
E qui il Direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi
volgendosi a Pinocchio gli disse:
-- Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi,
salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e
ragazzi! --
Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase
inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non
gli gridò:
-- Al passo! --
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare
intorno al Circo, camminando sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
-- Al trotto! -- E Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in
trotto.
-- Al galoppo! -- e Pinocchio staccò il galoppo.
-- Alla carriera! -- e Pinocchio si dette a correre, di gran carriera. Ma
in quella che correva come un barbero, il Direttore, alzando il braccio
in aria, iscaricò un colpo di pistola.
[Illustrazione: Pinocchio ubbidiente piegò subito i due
ginocchi davanti.]
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo,
come se fosse moribondo davvero.
Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di
battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente di
alzare la testa e di guardare in su.... e guardando vide in un palco
una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla
quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto
d'un burattino.
-- Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! -- disse dentro
di sè Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla
gran contentezza, si provò a gridare:
-- Oh Fatina mia! oh Fatina mia! --
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e
prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti
i ragazzi che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è
buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col
manico della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il
naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore
che aveva sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda
volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a
piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno degli altri,
il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
-- Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta
grazia sapete saltare i cerchi. --
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti
al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di
sotto. Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro
gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui
ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena potè ritornare alla
scuderia.
-- Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! -- gridavano
i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più vedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando
l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
-- Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a
ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. --
[Illustrazione: Il ciuchino, con quel macigno al collo, andò
subito a fondo.]
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al
garzone di stalla:
-- Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
-- Venti lire.
-- Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo
compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e
con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio
paese. --
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse
il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli
un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in
mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.
Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il
compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere
sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di
morire affogato, per poi scorticarlo e levargli la pelle.
XXXIV.
Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere
un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal
terribile Pesce-cane.
Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore
disse, discorrendo da sè solo:
-- A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'e
affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel
tamburo. --
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una
gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua....
Indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua
un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla.
Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credè di sognare e
rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
Riavutosi un poco del suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
-- E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...
[Illustrazione: Invece di un ciuchino morto, vide apparire a
fior d'acqua un burattino vivo.]
-- Quel ciuchino son io! -- rispose il burattino, ridendo.
-- Tu?
-- Io.
-- Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?
-- Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
-- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando nell'acqua,
sei diventato un burattino di legno?...
-- Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
-- Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle.
Guai a te, se mi scappa la pazienza!
-- Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi
questa gamba e io ve la racconterò. --
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera
storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e
allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria, prese a
dirgli così:
-- Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma
mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo
mondo ce n'è tanti: se non che, per la mia poca voglia di studiare e
per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa.... e un bel giorno,
svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto d'orecchi....
e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna,
caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure
a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal
Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far
di me un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi; ma una sera
durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi
zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il Direttore non sapendo che cosa
farsi d'un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!
-- Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi rende i miei
poveri venti soldi?
-- E perchè mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia
pelle un tamburo!... un tamburo!...
-- Pur troppo! E ora dove troverò un'altra pelle!...
-- Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'è tanti, in
questo mondo!
-- Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
-- No, -- rispose il burattino -- ci sono altre due parole, e poi è
finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per
uccidermi, ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanità, avete
preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al
mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve
ne serberò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta
avete fatto i vostri conti senza la Fata....
-- E chi è questa Fata?
-- È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che
vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio,
e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi
ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti,
meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a sè stessi.
Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di
affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i
quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a
mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i
pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi,
chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle
zampe, chi la pelliccia della schiena.... e fra gli altri, vi fu un
pesciolino così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda.
-- Da oggi in poi -- disse il compratore inorridito -- faccio giuro di
non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una
triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
-- Io la penso come voi -- replicò il burattino, ridendo. -- Del resto,
dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta
quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,
com'è naturale, all'osso.... o per dir meglio, arrivarono al legno,
perchè, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato
i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che il legno
non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto
se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi
grazie.... Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune,
avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto.
-- Io mi rido della tua storia -- gridò il compratore imbestialito. -- Io
so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini.
Sai che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso
di legno stagionato per accendere il fuoco nel camminetto.
-- Rivendetemi pure: io sono contento -- disse Pinocchio. Ma nel
dir così, fece un salto e schizzò in mezzo all'acqua. E nuotando
allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero
compratore:
-- Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo,
ricordatevi di me. --
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi
indietro, urlava più forte:
-- Addio, padrone;... se avete bisogno di un po' di legno stagionato per
accendere il camminetto, ricordatevi di me. --
Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non
si vedeva quasi più; ossia si vedeva solamente sulla superficie del
mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori
dell'acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buon
umore.
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare
uno scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio,
una bella caprettina, che belava amorosamente e gli faceva segno di
avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della caprettina, invece
di esser bianca, o nera, o pallata di più colori, come quella delle
altre capre, era invece turchina, ma d'un turchino così sfolgorante,
che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a
battere più forte! Raddoppiando di forze e di energia si diè a nuotare
verso lo scoglio bianco; ed era già a mezza strada, quand'ecco uscir
fuori dell'acqua e venirgli incontro un'orribile testa di mostro
marino, con la bocca spalancata come una voragine, e tre filari di
zanne, che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
E sapete chi era quel mostro marino?
Quel mostro marino era nè più nè meno quel gigantesco Pesce-cane
ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la
sua insaziabile voracità, veniva soprannominato «l'Attila dei pesci e
dei pescatori.»
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio, alla vista del mostro.
Cercò di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella
immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di
una saetta.
-- Affrettati, Pinocchio, per carità! -- gridava belando la bella
caprettina.
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le
gambe e coi piedi.
-- Corri, Pinocchio, perchè il mostro si avvicina!... --
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella
corsa.
-- Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge! Eccolo!... Eccolo!...
Affrettati, per carità, o sei perduto!... --
[Illustrazione: E Pinocchio nuotava disperatamente con le
braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.]
E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, via, e via, come
anderebbe una palla di fucile. E già si accostava allo scoglio, e già
la caprettina spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine
davanti per aiutarlo a uscir fuori dell'acqua.... Ma!...
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro, tirando
il fiato a sè, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un
uovo di gallina, e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità,
che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, battè un colpo così
screanzato da restarne sbalordito per un quarto d'ora.
Quando ritornò in sè da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi,
nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sè c'era da ogni parte
un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di
essere entrato col capo in un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in
ascolto e non sentì nessun rumore; solamente di tanto in tanto sentiva
battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non
sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai
polmoni del mostro. Perchè bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva
moltissimo d'asma, e quando respirava pareva proprio che soffiasse la
tramontana.
Pinocchio, sulle prime, s'ingegnò di farsi un po' di coraggio: ma
quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro
marino allora cominciò a piangere e a strillare; e piangendo diceva:
-- Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi!
-- Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? -- disse in quel buio una
vociaccia fessa di chitarra scordata.
-- Chi è che parla così? -- domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo
spavento.
-- Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con
te. E tu che pesce sei?
-- Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino.
-- E allora se non sei un pesce, perchè ti sei fatto inghiottire dal
mostro?
-- Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha
inghiottito! Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?...
-- Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e
due!...
-- Ma io non voglio esser digerito! -- urlò Pinocchio, ricominciando a
piangere.
-- Neppure io vorrei esser digerito -- soggiunse il Tonno -- ma io sono
abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni,
c'è più dignità a morir sott'acqua che sott'olio!...
-- Scioccherie! -- gridò Pinocchio.
-- La mia è un'opinione -- replicò il Tonno -- e le opinioni, come dicono
i Tonni politici, vanno rispettate!
-- Insomma.... io voglio andarmene di qui.... io voglio fuggire....
-- Fuggi, se ti riesce!...
-- È molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? -- domandò il
burattino.
-- Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare
la coda. --
Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di
vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
-- Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? -- disse Pinocchio.
-- Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il
momento di esser digerito!...
-- Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse
qualche vecchio pesce capace d'insegnarmi la strada per fuggire?
-- Io te l'auguro di cuore, caro burattino.
-- Addio, Tonno.
-- Addio, burattino; e buona fortuna.
-- Dove ci rivedremo?...
-- Chi lo sa?... È meglio non pensarci neppure! --
XXXV.
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete
questo capitolo e lo saprete.
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si
mosse brancolando in mezzo a quel buio, e camminando a tastoni dentro
il corpo del Pesce-cane, si avviò, un passo dietro l'altro, verso quel
piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera
d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così
acuto di pesce fritto, che gli pareva d'essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto:
finchè, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato....
che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola
tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una
bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto
bianco, come se fosse di neve o di panna montata; il quale se ne stava
lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte,
mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
[Illustrazione: E più andava avanti, e più il chiarore si
faceva rilucente.]
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e
così inaspettata, che ci mancò un ètte che non cadesse in delirio.
Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e
invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e
sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di
gioia, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto,
cominciò a urlare:
-- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio
più, mai più, mai più!
[Illustrazione: Gettandosi al collo del vecchietto, cominciò
a urlare.]
-- Dunque gli occhi mi dicono il vero? -- replicò il vecchietto,
stropicciandosi gli occhi. -- Dunque tu se' proprio il mi' caro
Pinocchio?
-- Sì, sì! sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato,
non è vero? Oh babbino mio, come siete buono!... e pensare che io,
invece.... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo
e quante cose mi sono andate a traverso! Figuratevi che il giorno
che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca, mi compraste
l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini,
e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perchè gli cocessi il
montone arrosto, che fu quello poi che mi dètte cinque monete d'oro,
perchè le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi
condussero all'Osteria del Gambero Rosso, dove mangiarono come lupi, e
partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi
dietro, e io via, e loro dietro, e io via, e loro sempre dietro, e io
via, finchè m'impiccarono a un ramo della Quercia Grande, dovecchè
la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una
carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: «Se
non è morto, è segno che è sempre vivo» e allora mi scappò detta una
bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta
di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare
le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'Osteria, e il
pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai
più nulla, la quale il Giudice quando seppe che ero stato derubato, mi
fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri,
di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che
rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe
il collare da cane perchè facessi la guardia al pollaio, che riconobbe
la mia innocenza e mi lasciò andare, e il serpente, colla coda che gli
fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto, e così
ritornai alla casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo
vedendo che piangevo mi disse: «Ho visto il tu' babbo che si fabbricava
una barchettina per venirti a cercare», e io gli dissi: «Oh! se avessi
le ali anch'io» e lui mi disse: «Vuoi venire dal tuo babbo?» e io gli
dissi: «Magari! ma chi mi ci porta?» e lui mi disse: «Ti ci porto io»
e io gli dissi: «Come?» e lui mi disse: «Montami sulla groppa» e così
abbiamo volato tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che
guardavano verso il mare mi dissero: «C'è un pover'omo in una barchetta
che sta per affogare» e io da lontano vi riconobbi subito, perchè me lo
diceva il core, e vi feci segno di tornare alla spiaggia....
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