-- Bravo ragazzo! -- gridò il contadino, battendogli sur una spalla. -- Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. -- E gli levò il collare da cane. XXIII. Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto. Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai campi, e non si fermò un solo minuto finchè non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla casina della Fata. Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo, a occhio nudo, il bosco dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo; ma, guarda di qui, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini. Allora ebbe una specie di tristo presentimento; e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI MORTA DI DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO. Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra, e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dètte in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti ed acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco. E piangendo diceva: «O Fatina mia, perchè sei morta?... perchè, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, chè voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene.... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci.... ritorna viva come prima! Non ti dispiace a vedermi solo, abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero.... e allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì, voglio morire! ih! ih! ih!» [Illustrazione: -- O Fatina mia perchè sei morta?] E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non potè nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita. Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza: -- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù? -- Non lo vedi? piango! -- disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce, e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta. -- Dimmi, -- soggiunse allora il Colombo -- non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio? -- Pinocchio? Hai detto Pinocchio? -- ripetè il burattino saltando subito in piedi. -- Pinocchio sono io! -- Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino. -- Conoscerai dunque anche Geppetto? -- domandò al burattino. -- Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi, per carità; è sempre vivo? -- L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare. -- Che cosa faceva? -- Si fabbricava da sè una piccola barchetta, per traversare l'Oceano. Quel pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo. -- Quanto c'è di qui alla spiaggia? -- domandò Pinocchio con ansia affettuosa. -- Più di mille chilometri. -- Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!... -- Se vuoi venire, ti ci porto io. -- Come? -- A cavallo sulla mia groppa. Sei peso dimolto? -- Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia. -- E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo; e messa una gamba di qui e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, chè mi preme di arrivar presto!...» Il Colombo prese l'aìre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi, che per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura. [Illustrazione: Si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.] Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse: -- Ho una gran sete! -- E io una gran fame! -- soggiunse Pinocchio. -- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. -- Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino ricolmo di vecce. Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le vecce: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse: -- Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone! -- Bisogna persuadersi, ragazzo mio, -- replicò il Colombo -- che quando la fame dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le vecce diventano squisite! La fame non ha capricci nè ghiottonerie! -- Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparì. La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava, guardando verso il mare. -- Che cos'è accaduto? -- domandò Pinocchio a una vecchina. -- Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliuolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua.... -- Dov'è la barchetta? -- Eccola laggiù, diritta al mio dito -- disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta a quella distanza pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino. Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando: -- Gli è il mi' babbo! gli è il mi' babbo! -- Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla punta di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo. E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perchè si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. [Illustrazione: Pinocchio, non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome.] Tutt'a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare. -- Pover'uomo -- dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene alle loro case. Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando: -- Voglio salvare il mio babbo! -- Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio, non lo videro più. -- Povero ragazzo! -- dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case. XXIV. Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata. Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte. E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno. Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare. Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un fil di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido. Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture; ma si consolò subito col dire: -- Anche per questa volta l'ho scampata bella! -- Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore, e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio. Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli, e si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sè che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma così lontana lontana, che pareva una mosca. -- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! -- andava dicendo. -- Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi! ma a chi mai posso domandarlo? a chi, se non c'è nessuno?... -- Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi con tutta la testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire: -- Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola? -- Anche due -- rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo. -- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati? -- Ve ne sono sicuro! -- rispose il Delfino. -- Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui. -- E che strada si fa per andarvi? -- Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare. -- Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mi' babbo? -- E chi è il tuo babbo? -- Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare. -- Colla burrasca che ha fatto questa notte -- rispose il Delfino -- la barchetta sarà andata sott'acqua. -- E il mio babbo? -- A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque. -- Che è grosso dimolto questo Pesce-cane? -- domandò Pinocchio, che di già cominciava a tremare dalla paura. [Illustrazione: -- Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie della sua garbatezza.] -- Se gli è grosso!... -- replicò il Delfino. -- Perchè tu possa fartene un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa. -- Mamma mia! -- gridò spaventato il burattino; e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al Delfino e gli disse: -- Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie della sua garbatezza. -- Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto: tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile Pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca. Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò a un piccolo paese detto «il paese delle Api industriose.» Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino. -- Ho capito; -- disse subito quello svogliato di Pinocchio -- questo paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! -- Intanto la fame lo tormentava, perchè erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di vecce. Che fare? Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di pane. A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se non lavorano e patiscono la fame tanto peggio per loro. In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sè solo tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone. Pinocchio, giudicandolo alla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce: -- Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla fame? -- Non un soldo solo, -- rispose il carbonaio -- ma te ne do quattro, a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone. -- Mi meraviglio! -- rispose il burattino quasi offeso; -- per vostra regola io non ho fatto mai il somaro; io non ho mai tirato il carretto! -- Meglio per te! -- rispose il carbonaio. -- Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un'indigestione. -- [Illustrazione: -- Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla fame?] Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina. -- Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito? -- Volentieri; vieni con me a portar calcina, -- rispose il muratore -- e invece d'un soldo, te ne darò cinque. -- Ma la calcina è pesa, -- replicò Pinocchio -- e io non voglio durar fatica. -- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia. -- In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero: -- Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, va' piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! -- Finalmente passò una buona donnina, che portava due brocche d'acqua. -- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? -- chiese Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. -- Bevi pure, ragazzo mio! -- disse la donnina, posando le due brocche in terra. Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca: -- La sete me la son levata! Così mi potessi levar la fame!... -- La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito: -- Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel pezzo di pane. -- Pinocchio guardò la brocca, e non rispose nè sì nè no. -- E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavol fiore condito coll'olio e coll'aceto -- soggiunse la buona donna. Pinocchio dètte un'altra occhiata alla brocca, e non rispose nè sì nè no. -- E dopo il cavol fiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. -- Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere, e fatto un animo risoluto, disse: -- Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa! -- La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza di portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo. Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il cavol fiore condito e il confetto. Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi. Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua benefattrice: ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo -ohhh!- di maraviglia, e rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavol fiore. -- Che cosa è mai tutta questa meraviglia? -- disse ridendo la buona donna. -- Egli è.... -- rispose balbettando Pinocchio -- egli è.... egli è.... che voi mi somigliate.... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi occhi.... gli stessi capelli.... sì sì, sì.... anche voi avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate più piangere! Se sapeste! Ho pianto tanto, ho patito tanto!... -- E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettatosi ginocchioni per terra abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa. XXV. Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo. In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi ormai scoperta e non volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: -- Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io? -- Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l'ha detto. -- Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. -- E io l'ho caro dimolto, perchè così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto? -- È un segreto. -- Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Son sempre rimasto alto come un soldo di cacio. -- Ma tu non puoi crescere -- replicò la Fata. -- Perchè? -- Perchè i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. -- Oh! sono stufo di far sempre il burattino! -- gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. -- Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo.... -- E lo diventerai, se saprai meritarlo.... -- Davvero? E che posso fare per meritarmelo? -- Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. -- O che forse non lo sono? -- Tutt'altro! i ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece.... -- E io non ubbidisco mai. -- I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu.... -- E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno. -- I ragazzi perbene dicono sempre la verità... -- E io sempre le bugie. -- I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... -- E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. -- Me lo prometti? -- Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sarà, il mio povero babbo, a quest'ora? -- Non lo so. -- Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? -- Credo di sì: anzi ne sono sicura. -- A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sè. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò: -- Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? -- Par di no -- rispose sorridendo la Fata. -- Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi -qui giace-... -- Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma.... [Illustrazione: -- Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?] -- Oh che bella cosa! -- gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza. -- Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. -- Volentieri, volentieri, volentieri! -- Fino da domani -- soggiunse la Fata -- tu comincerai coll'andare a scuola. -- Pinocchio diventò subito un po' meno allegro. -- Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.... -- Pinocchio diventò serio. -- Che cosa brontoli fra i denti? -- domandò la Fata con accento risentito. -- Dicevo.... -- mugolò il burattino a mezza voce -- che oramai per andare a scuola mi pare un po' tardi.... -- Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi. -- Ma io non voglio fare nè arti nè mestieri.... -- Perchè? -- Perchè a lavorare mi par fatica. -- Ragazzo mio, -- disse la Fata -- quelli che dicono così, finiscono quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini; se no, quando siamo grandi non si guarisce più. -- Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale, rialzando vivacemente la testa, disse alla Fata: -- Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perchè insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero? -- Te l'ho promesso, e ora dipende da te. -- XXVI. Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pesce-cane. Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale. Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto di mano: chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare. Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si pigliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro: -- Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato. -- Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! -- urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro più impertinente degli altri, allungò la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso. Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese la gamba sotto la tavola, e gli consegnò una pedata negli stinchi. -- Ohi! che piedi duri! -- urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino. -- E che gomiti!... anche più duri dei piedi! -- disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco. Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un ben dell'anima. E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita. Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni; e fra questi c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore. [Illustrazione: E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso, intelligente.] Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte: -- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno, prima o poi, col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia. -- Non c'è pericolo! -- rispondeva il burattino, facendo una spallucciata, e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: «C'è tanto giudizio qui dentro!» Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che, andandogli incontro, gli dissero: -- Sai la gran notizia? -- No. -- Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una montagna. -- Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo? -- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu? -- Io no: voglio andare a scuola. -- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. -- E il maestro che dirà? -- Il maestro si lascia dire. È pagato apposta per brontolare tutti i giorni. -- E la mia mamma? -- Le mamme non sanno mai nulla -- risposero quei malanni. -- Sapete che cosa farò? -- disse Pinocchio. -- Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni.... ma anderò a vederlo dopo la scuola. -- Povero giucco! -- ribattè uno del branco. -- Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? Appena s'è annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s'è visto s'è visto. [Illustrazione: Coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si mossero a correre attraverso ai campi.] -- Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? -- domandò il burattino. -- Fra un'ora siamo bell'e andati e tornati. -- Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! -- gridò Pinocchio. Dato così il segnale della partenza, quel branco di monelli coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si messero a correre attraverso ai campi e Pinocchio era sempre avanti a tutti, pareva che avesse le ali ai piedi. Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli ansanti, trafelati, polverosi, e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato, in quel momento, non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro. XXVII. Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri. Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dètte subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio. -- O il Pesce-cane dov'è? -- domandò, voltandosi ai compagni. -- Sarà andato a far colazione -- rispose uno di loro, ridendo. -- O si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino -- soggiunse un altro, ridendo più forte che mai. Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse loro con voce di bizza: -- E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane? -- Il sugo c'è sicuro!... -- risposero in coro quei monelli. -- E sarebbe? -- Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai? -- E se io studio, che cosa ve ne importa? -- A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci costringi a fare una brutta figura col maestro.... -- Perchè? -- Perchè gli scolari che studiano, fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!... -- E allora che cosa devo fare per contentarvi? -- Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici. -- E se io volessi seguitare a studiare? -- Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai. -- In verità mi fate quasi ridere -- disse il burattino con una scrollatina di capo. -- Ehi, Pinocchio! -- gridò allora il più grande di quei ragazzi andandogli sul viso. -- Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!... perchè se tu non hai paura di noi, neanche noi abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo sette. -- Sette come i peccati mortali -- disse Pinocchio con una gran risata. -- Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamato col nome di peccati mortali!... -- Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa.... e se no, guai a te!... -- Cucù! -- fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura. -- Pinocchio! la finisce male!... -- Cucù! -- Ne toccherai quanto un somaro!... -- Cucù! -- Ritornerai a casa col naso rotto!... -- Cucù! -- Ora il Cucù te lo darò io! -- gridò il più ardito di quei monelli. -- Prendi intanto quest'acconto, e serbalo per la cena di stasera. -- E nel dir così, gli appiccicò un pugno nel capo. Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perchè il burattino, com'era da aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e lì, da un momento all'altro, il combattimento diventò generale e accanito. Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo. Allora i ragazzi indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili; e sciolti i fagotti de' loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i -Sillabari-, le -Grammatiche-, i -Giannettini-, i -Minuzzoli-, i -Racconti- del Thouar, il -Pulcino- della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicchè i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare. Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito, facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!» Intanto il combattimento s'inferociva sempre più, quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone infreddato: -- Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre!... -- [Illustrazione: Quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dall'acqua....] Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente: -- Chetati, Granchio dell'uggia! Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Va' piuttosto a letto, e cerca di sudare!... In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito ormai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice. Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un -Trattato di Aritmetica-. Vi lascio immaginare se era peso di molto! Uno di quei monelli agguantò quel volume, e presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni, il quale diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole: -- O mamma mia,... aiutatemi perchè muoio!... -- Poi cadde disteso sulla rena del lido. Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe, e in pochi minuti non si videro più. Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il suo fazzoletto nell'acqua del mare, e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto, piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva: -- Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi e guardami!... Perchè non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me.... O Dio mio! come farò ora a tornare a casa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà di me?... Dove fuggirò?... Dove anderò a nascondermi?... Oh quant'era meglio, mille volte meglio che fossi andato a Scuola!... Perchè ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione? E il maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma me l'aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi compagni!» Ma io sono un testardo.... un caparbiaccio.... lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio! E dopo mi tocca a scontarle.... E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me? -- E Pinocchio continuava a piangere, a berciare, a darsi dei pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio, quando sentì a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano. Si voltò: erano due carabinieri. -- Che cosa fai così sdraiato per terra? -- domandarono a Pinocchio. -- Assisto questo mio compagno di scuola. -- Che gli è venuto male? -- Par di sì!... -- Altro che male! -- disse uno dei carabinieri chinandosi e osservando Eugenio da vicino. -- Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che l'ha ferito? -- Io no! -- balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo. -- Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l'ha ferito? -- Io no! -- ripetè Pinocchio. -- E con che cosa è stato ferito? -- Con questo libro. -- E il burattino raccattò di terra il -Trattato di Aritmetica-, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere. -- E questo libro di chi è? -- Mio. -- Basta così: non occorre altro. Rizzati subito, e vien via con noi. -- Ma io.... -- Via con noi!... -- Ma io sono innocente.... -- Via con noi! -- Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro: -- Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. -- Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl'intimarono con accento soldatesco: -- Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! -- Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sè. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire. [Illustrazione: Si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due.] Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una diecina di passi. -- Si contentano -- disse il burattino ai carabinieri -- che vada a riprendere il mio berretto? -- Vai pure; ma facciamo una cosa lesta. -- Il burattino andò, raccattò il berretto.... ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile. I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli 1 - - ! - - , . 2 - - : 3 , ' . - - 4 5 . 6 7 8 9 10 . 11 12 : 13 , , 14 ' . 15 16 17 18 , , 19 , 20 . 21 22 , 23 , , , 24 : , 25 , , 26 ; , , , 27 28 . 29 30 ; 31 , 32 , . 33 ' . ' , , , 34 : 35 36 37 38 39 40 . 41 42 , ' 43 , . , 44 , . 45 , , , 46 , : 47 , 48 ' ' . 49 50 : 51 52 « , ? . . . , , 53 , , ? . . . 54 ? , , 55 , ! ! ! . . . 56 , ! . . . . . . . 57 , . . . . ! 58 , ? . . . 59 , ' . . . . 60 . 61 ? , ? 62 ? ? ! 63 , , ' ! , 64 ! ! ! ! » 65 66 [ : - - ? ] 67 68 , ' 69 : , , 70 . 71 72 , , 73 , : 74 75 - - , , ? 76 77 - - ? ! - - 78 , . 79 80 - - , - - - - 81 , , ? 82 83 - - ? ? - - 84 . - - ! - - 85 86 , , 87 . . 88 89 - - ? - - . 90 91 - - ! ! ? 92 ? ? , ; 93 ? 94 95 - - ' . 96 97 - - ? 98 99 - - , ' . 100 ' 101 : , 102 . 103 104 - - ' ? - - 105 . 106 107 - - . 108 109 - - ? , 110 ! . . . 111 112 - - , . 113 114 - - ? 115 116 - - . ? 117 118 - - ? ' ! . - - 119 120 , , ; 121 ' , , 122 : « , , , 123 ! . . . » ' 124 , . 125 ' , 126 : , 127 , 128 , , . 129 130 [ : , , 131 . ] 132 133 . , : 134 135 - - ! 136 137 - - ! - - . 138 139 - - ; 140 , ' . - - 141 142 , ' 143 ' . 144 145 , , 146 : , , : 147 , ' , 148 : 149 150 - - ! 151 152 - - , , - - - - 153 ' , 154 ! ! - - 155 156 , , ! 157 . 158 159 , 160 , 161 . 162 163 , 164 . 165 166 - - ' ? - - . 167 168 - - , , 169 170 ; 171 ' . . . . 172 173 - - ' ? 174 175 - - , - - , 176 , 177 . 178 179 , 180 , : 181 182 - - ' ! ' ! - - 183 184 , ' ' , 185 , : , 186 , 187 , 188 . 189 190 , , 191 , 192 , , 193 , , ' 194 . 195 196 [ : , 197 . ] 198 199 ' , . 200 : 201 . 202 203 - - ' - - , 204 ; , 205 . 206 207 ' , , 208 , : 209 210 - - ! - - 211 212 , , 213 . ' , ' 214 , , 215 . ' , 216 . 217 218 - - ! - - , 219 ; , 220 . 221 222 223 224 225 . 226 227 ' « » . 228 229 230 , 231 , . 232 233 ! , , 234 , . 235 236 , 237 . ' . 238 239 : . 240 , , , 241 . , 242 , ' , 243 . 244 245 , , 246 ; : - - 247 ' ! - - 248 249 ; 250 , 251 . 252 253 , 254 255 ' 256 . , 257 , , , 258 . 259 260 - - ' ! - - . - - 261 ' , 262 263 ! ? , ' 264 ? . . . - - 265 266 ' , , , 267 , , 268 ; ' , 269 , 270 ' . 271 272 , 273 , : 274 275 - - , , ? 276 277 - - - - , , 278 . 279 280 - - ' 281 , ' ? 282 283 - - ! - - . - - , 284 . 285 286 - - ? 287 288 - - , , 289 . . 290 291 - - ' . 292 , 293 ' ? 294 295 - - ? 296 297 - - , 298 . 299 300 - - - - - - 301 ' . 302 303 - - ? 304 305 - - ' ' - , 306 307 . 308 309 - - - ? - - , 310 . 311 312 [ : - - , : 313 ' , . ] 314 315 - - ! . . . - - . - - 316 ' , , 317 , 318 . 319 320 - - ! - - ; 321 , : 322 323 - - , : ' , 324 . - - 325 326 327 : , . 328 , , 329 - 330 . 331 332 ' , 333 « . » 334 : , 335 . 336 . 337 338 - - ; - - - - 339 ! ! - - 340 341 , 342 ' ; 343 . 344 345 ? 346 347 : 348 ' , . 349 350 ' : 351 ' 352 ' . , , 353 , 354 , ' 355 . 356 ' ; 357 . 358 359 , 360 , 361 . 362 363 , , 364 , , : 365 366 - - 367 ? 368 369 - - , - - - - , 370 ' 371 . 372 373 - - ! - - ; - - 374 ; ! 375 376 - - ! - - . - - , , 377 , 378 ' . - - 379 380 [ : - - 381 ? ] 382 383 , 384 . 385 386 - - , , ' , 387 ' ? 388 389 - - ; , - - - - 390 ' , . 391 392 - - , - - - - 393 . 394 395 - - , , , 396 , . - - 397 398 ' , 399 ' ' , : 400 401 - - ? , ' 402 ' , 403 ! - - 404 405 , ' . 406 407 - - , , ' 408 ? - - , ' 409 . 410 411 - - , ! - - , 412 . 413 414 , , 415 : 416 417 - - ! ! . . . - - 418 419 , , : 420 421 - - ' , 422 . - - 423 424 , . 425 426 - - 427 ' ' - - . 428 429 ' , 430 . 431 432 - - 433 . - - 434 435 ' , 436 , , : 437 438 - - ! ! - - 439 440 , , 441 , . 442 443 , 444 , , 445 . 446 447 , . 448 . 449 450 , 451 : 452 , - ! - , 453 , , 454 . 455 456 - - ? - - 457 . 458 459 - - . . . . - - - - . . . . . . . . 460 . . . . . . . , , , 461 . . . . . . . . . . . . , . . . . 462 . . . . ! ! . . . 463 ! . . . , ! . . . 464 ! ! , ! . . . - - 465 466 , , 467 468 . 469 470 471 472 473 . 474 475 , 476 . 477 478 479 , 480 : , 481 , 482 , : 483 484 - - ' ! ? 485 486 - - , ' . 487 488 - - , ? , ; 489 , . 490 491 - - ' , , , 492 . 493 ! . . . ? 494 495 - - . 496 497 - - : ' . ? 498 . 499 500 - - - - . 501 502 - - ? 503 504 - - . , 505 . 506 507 - - ! ! - - , 508 . - - ' . . . . 509 510 - - , . . . . 511 512 - - ? ? 513 514 - - : . 515 516 - - ? 517 518 - - ' ! , . . . . 519 520 - - . 521 522 - - , . . . . 523 524 - - , , ' . 525 526 - - . . . 527 528 - - . 529 530 - - . . . 531 532 - - . 533 . 534 535 - - ? 536 537 - - . , 538 . . . , , 539 ' ? 540 541 - - . 542 543 - - ? 544 545 - - : . - - 546 547 , 548 , 549 . , 550 , : 551 552 - - , : ? 553 554 - - - - . 555 556 - - , 557 - - . . . 558 559 - - : . 560 : 561 , ' , ' 562 : , ' 563 . . 564 . . . . 565 566 [ : - - , : 567 ? ] 568 569 - - ! - - ' . 570 571 - - . 572 573 - - , , ! 574 575 - - - - - - ' 576 . - - 577 578 ' . 579 580 - - ' . . . . - - 581 582 . 583 584 - - ? - - 585 . 586 587 - - . . . . - - - - 588 ' . . . . 589 590 - - . 591 . 592 593 - - . . . . 594 595 - - ? 596 597 - - . 598 599 - - , - - - - , 600 ' . ' , , 601 , , 602 , . ' ! ' 603 , ; 604 , . - - 605 606 ' , , 607 , : 608 609 - - , , , 610 , , 611 . ' , ? 612 613 - - ' , . - - 614 615 616 617 618 . 619 620 ' , 621 - . 622 623 624 . 625 626 , 627 ! , . 628 , : : 629 ; 630 ' , 631 , . 632 633 ; , 634 , 635 , : 636 637 - - , : . 638 . 639 640 - - ! ! - - 641 , : 642 , ' 643 . 644 645 : , 646 . 647 648 - - ! ! - - 649 . 650 651 - - ! . . . ! - - , 652 , ' . 653 654 , 655 : 656 ' . 657 658 , , , 659 , , ' 660 , . 661 662 ; 663 ' 664 . 665 666 [ : , 667 , , . ] 668 669 , 670 : 671 672 - - , ! , 673 , ' , , 674 . 675 676 - - ' ! - - , 677 , ' , 678 : « ' ! » 679 680 , , 681 , , , 682 : 683 684 - - ? 685 686 - - . 687 688 - - - . 689 690 - - ? . . . - 691 ? 692 693 - - . ? 694 695 - - : . 696 697 - - ' ? . 698 , . 699 700 - - ? 701 702 - - . 703 . 704 705 - - ? 706 707 - - - - . 708 709 - - ? - - . - - - 710 . . . . . 711 712 - - ! - - . - - 713 ? ' 714 , ' , ' 715 ' . 716 717 [ : 718 . ] 719 720 - - ? - - . 721 722 - - ' ' . 723 724 - - , ! , ! - - . 725 726 , 727 728 , 729 . 730 731 , , 732 , , , 733 , , . 734 , , 735 . 736 737 738 739 740 . 741 742 : 743 , . 744 745 746 , 747 ; - . 748 . 749 750 - - - ' ? - - , . 751 752 - - - - , . 753 754 - - - - 755 , . 756 757 , 758 , 759 ; 760 , : 761 762 - - ? 763 - ? 764 765 - - ' ! . . . - - . 766 767 - - ? 768 769 - - . 770 771 ? , ? 772 773 - - , ? 774 775 - - , 776 . . . . 777 778 - - ? 779 780 - - , , 781 , . ! 782 ! . . . 783 784 - - ? 785 786 - - , , , , 787 . 788 789 - - ? 790 791 - - , 792 . 793 794 - - - - 795 . 796 797 - - , ! - - 798 . - - : 799 ! . . . , 800 ! 801 . 802 803 - - - - . 804 805 - - ? ! 806 ! . . . 807 808 - - ! ' . . . . , ! . . . 809 810 - - ! - - , ' 811 , . 812 813 - - ! ! . . . 814 815 - - ! 816 817 - - ! . . . 818 819 - - ! 820 821 - - ! . . . 822 823 - - ! 824 825 - - ! - - . - - 826 ' , . - - 827 828 , . 829 830 , , ; , 831 ' , : , 832 ' , . 833 834 , , . 835 , 836 . 837 , . 838 839 840 , ; 841 ' , 842 - - , - - , - - , - - , 843 - - , - - 844 : , ' , 845 , , 846 , . 847 848 ! , 849 , ' ; 850 , , 851 , : « 852 : ! » 853 854 ' , ' 855 , ' ' 856 , 857 : 858 859 - - , ! 860 . 861 ! . . . - - 862 863 [ : ' , 864 ' . . . . ] 865 866 ! . , 867 , , 868 : 869 870 - - , ' ! 871 . ' 872 , ! . . . 873 874 , 875 , 876 , . 877 878 , ' , 879 . - - . 880 ! 881 882 , 883 , : 884 , , 885 , 886 : 887 888 - - , . . . ! . . . - - 889 . 890 891 , 892 , . 893 894 ; , 895 , 896 ' , 897 . , 898 , : 899 900 - - ! . . . ! . . . ! . . . 901 ? , , 902 ! , ! . . . , . . . . 903 , . . . . ! 904 ? . . . 905 ? ? . . . ? . . . 906 ? . . . ' , 907 ! . . . , 908 ? ' ! . . . 909 ' : « ! » 910 . . . . . . . . , 911 ! . . . . , , 912 ' . ! , 913 , ? - - 914 915 , , 916 , 917 . 918 919 : . 920 921 - - ? - - . 922 923 - - . 924 925 - - ? 926 927 - - ! . . . 928 929 - - ! - - 930 . - - : 931 ' ? 932 933 - - ! - - . 934 935 - - , ' ? 936 937 - - ! - - . 938 939 - - ? 940 941 - - . - - - 942 - , , 943 . 944 945 - - ? 946 947 - - . 948 949 - - : . , . 950 951 - - . . . . 952 953 - - ! . . . 954 955 - - . . . . 956 957 - - ! - - 958 959 , , 960 ' 961 , : 962 963 - - . 964 . . - - 965 966 , , 967 ' : 968 969 - - ! ! , ! - - 970 971 , 972 , . 973 . , 974 ! . : 975 : 976 . , 977 , 978 : , , 979 , . 980 . 981 982 [ : , 983 . ] 984 985 , 986 , 987 . 988 989 - - - - - - 990 ? 991 992 - - ; . - - 993 994 , . . . . 995 , , 996 . 997 . 998 999 , , 1000