XI Impugna il brando fiammeggiante, allaccia L'elmo d'almo fulgor giammai non spento, E l'ampio scudo fulminoso imbraccia, E scende, quasi in mar turbo di vento: L'adegua in corso; e l'implacabil faccia Michele ingombra di mortal spavento; E con sua tromba ad eccitarlo in guerra, L'aria scotendo, abbandonò la terra. XII Ciò rimirava, e stimolando Aletto A l'armi infiamma la commossa gente, E corre entro ogni vena, entro ogni petto, Qual corre lampo entro le nubi ardente; Quinci di guerreggiar nuovo diletto A' barbari agitati arde la mente. Trascorre il mostro, e i cori avvampa e punge: Quando tremendo ecco AMEDEO sorgiunge. XIII Quale il fiume superbo, ove ancor piange Cigno sul caso di Fetonte indegno; O quale il Nilo sconosciuto o 'l Gange, Se 'l freno usato ha de le ripe a sdegno, Dilaga orrendo in gran diluvii, e frange Ogni argine, ogni sponda, ogni ritegno, E biade e selve e ciò, che opponsi intorno, Ne porta al mar su l'implacabil corno. XIV A tal sembianza il cavalier superno Ne i campi avversi formidabil fere; Ed allor traboccò, preda d'inferno, Arsace il forte sotto l'armi altiere; Colmo d'orgoglio e di furore interno Ei trascorrea tra le seguaci schiere: Quando scorge AMEDEO, che orribil scende, E nel petto di lui la mira ei prende. XV Tende con dura mano arco lunato, Ove gran smalto, ove grande oro abbonda; Ma trascorrendo a vôto il dardo alato Poco le voglie de l'arcier seconda. AMEDEO l'urta; e nel sinistro lato Il brando insuperabile profonda: Gelido a morte singhiozzando ei geme: Con piè veloce il vincitore il preme. XVI Indi si scaglia, e con terribil mano Asconde il ferro a Baiazetto in seno, E percote Giaffer, percote Ismano, E fier percote Ariaden non meno, Stende Giunusso e Mustafa sul piano, Ferratto, Assan, Giesul, cari ad Ebreno, Cari ad Arsace, nel cui stuolo altieri Parte fur capitani, e parte alfieri. XVII Ed ecco giù dal ciel fulmini in terra Con destra armata d'immortal splendore Vibra Dio rimbombando; e i Turchi in guerra Tonando e ritonando empie d'orrore. Fende le nubi tenebrose, ed erra Per l'aria scossa un minaccioso ardore, Che tutto occupa il cielo in un momento: Tuona ei pur anco: ed ecco orribil vento, XVIII Che atro nembo di polve alza a le stelle, Che ne gli antri profondi agita l'ira Del vasto mar, che le foreste svelle, Ed isvelte su turbini le gira. Come il vulgo infedel tante procelle Contra sè volte e 'l folgorar rimira, Smarrisce il cor. Ma più terribil stringe AMEDEO l'armi, e contra lor si spinge. XIX Tutto di raggi orribilmente adorno Fra' turbati guerrier sangue diffonde, E l'alto Dio da l'immortal soggiorno Pur tuona, e d'atri nembi il polo asconde. A l'immenso fragor mugghiano intorno Le valli, i campi, le montagne e l'onde. Turbasi l'aria, e ne rimbomba il cielo: In fra i Turchi ogni cor s'empie di gelo. XX Tanto allor di temenza accoglie in seno Di Licia il campo, e sì fuggir desira, Ch'ei turba d'ogn'intorno, onde non meno Il campo de' Cilici a fuggir tira. Vede il tumulto, odene i gridi Ebreno, E contra lor solo AMEDEO rimira; Però s'innaspra, e di mortal disdegno Con volto irato e con gridar fa segno. XXI Poscia a lui da vicino alza la destra, Quasi duro villan dura bipenne, Quando batte, anelando, elce silvestra, Che a nave deggia rinnovar le antenne: L'elmo percote; ei come selce alpestra Saldo la piaga scitica sostenne. Ma l'Italico re tra' lombi spinse Punta mortal, ch'immantinente il vinse. XXII Sbieca le luci oscuramente, e suda Freddo sudor, come di neve uscito: E nel giù traboccar l'anima cruda, Sdegnosa del partir, tragge un muggito. Lasso! non ha chi ne la tomba il chiuda; Ma sanguinoso rimarrà sul lito Privo de' pianti e de gli estremi onori, Lungo pasto al digiun d'aspri avoltori. XXIII Quinci Aletto crudel sul duce anciso L'indomito furor non ben consola; E di Danastro a sè fingendo il viso Verso Alete e Giassarte ella sen vola. Grida il mostro infernal: certo è l'avviso: Non ascoltate invan la mia parola; Mentre quì state ad assalir le mura, Mal nostra gente è colà giù sicura. XXIV Quello, a noi tanto minacciato, move AMEDEO l'armi senza fallo altiere: Ei sol turba le squadre: or vostre prove Siano a lui contra in rinfrancar le schiere. Sì grida Aletto, e i cavalier commove, E lor giunge a le piante ali leggiere. Fiero intanto AMEDEO minaccia e stride, E Pirgo e Gorgo ed Acomate ancide. XXV Era ivi presso Abenamar, che sposo Non pria godèo de la bellezza amata, Che per legge real mosse doglioso Presso l'insegne de la gente armata. Or quì l'arco di gemme luminoso Depose in terra e la faretra aurata, E ginocchiato in ripregar mercede, Umil baciava al gran nemico il piede. XXVI Ei cosparse d'oblìo, ne i gran timori, Ch'era figliol del celebrato Alferno, Guerrier non privo di sublimi onori, E che già di Panfilia ebbe il governo. Ivi ei seppe adunar gemme e tesori, Onde l'altiero Ebren non l'ebbe a scherno; Anzi a la figlia di bellezze eccelse Per buon consorte Abenamar ei scelse. XXVII Ed ella disse in su la ria partita: Guarditi in guerra alto favor di Dio; Chè, se perviene a fin tua nobil vita, Anco fia giunto a riva il viver mio. Però membrando la parola udita, D'allungarsi l'etate ebbe disìo, E formò, tristo e lagrimoso il ciglio, Sì fatte note nel mortal periglio: XXVIII Deh se nel patrio regno ambo i parenti Tu pur lasciasti e la gentil consorte, Vaglia il nome di lor sì che rammenti De' miei, ch'afflitti piangeran mia morte. Non son queste saette oggi possenti Del campo estinto a ristorar la sorte: Asia per te de la vittoria è priva; Che monta omai, ch'io di quì fugga, e viva. XXIX Così diss'egli. Ed AMEDEO, che 'n seno Chiudea memoria de' voler divini, Per quei preghi al furor non stringe il freno, Ma con la manca man gli afferra i crini, E colà con l'acciar colpisce appieno Ove il petto e la gola han suoi confini. Quei supin cade, ed AMEDEO calpesta Le fredde membra, e di ferir non resta. XXX Spense Almorato, Oluzalin percosse, E poi Chiausso egli piagò nel fianco, Indi Serraffo de la vita scosse, Giammai co' dardi in guerreggiar non stanco; Su l'arene di sangue umide e rosse, Fuggendo, al fier Dragutto il piè vien manco; E mentre alzarsi dal terren s'affanna Con alta piaga il vincitor lo scanna. XXXI Mentre de l'altrui vita acerbe prede Fa l'alta destra, e 'n guerreggiar non posa, L'Angel di Rodi avea fermato il piede, Sembiante ad uom, ne la città dogliosa. Ivi gridava. Aspro aquilon, che fiede Sotto nubilo ciel valle selvosa, I sovrumani accenti altrui sembraro; Sì ch'a ciascuno il suo parlar fu chiaro: XXXII Rodj campioni, avvalorate i petti: Di quel grande AMEDEO giunta è la spada; E seco i turchi a guerreggiar costretti Non ch'altro, di fuggir non han pur strada. Sì li conforta. E su la fin dei detti Ei parve stella, che per l'aria vada, Allor che più la notte il ciel n'adorna: E cinta d'aure ad AMEDEO sen torna. XXXIII L'alto campion gir trascorrendo in questa, Omai trionfator dei duci spenti, Mirava Aletto, e, per crudel tempesta, Traboccar d'Ottoman l'armate genti. Quindi di sdegno la tartarea testa E gonfi di venen scote i serpenti Al collo intorno, e rimugghiando gira Mille cose nel cor gravido d'ira. XXXIV Se stessa alfin d'umane membra adorna, E va, torbido orror, per l'aure liete, Là dove per lo pian poco soggiorna, D'AMEDEO ricercando il forte Alete: Se prudente pensier non mi distorna, Guerrieri invitti, a certa morte andrete; Cotanto piove d'immortal valore Oggi da l'alto ad AMEDEO nel core. XXXV Cosparso di pallor bagna la strada Arsace, Ebren, del proprio sangue a morte; Perchè da solo a sol contra la spada Provarsi d'AMEDEO ciascun fu forte. Nessun più solo ad assalire il vada: Cedete alquanto a la contraria sorte; E sì forte uom, come prudenza insegna, Con lo sforzo del campo alfin si spegna. XXXVI Cotal consiglia. E disdegnosa e rea Dileguando per aria indi diparte, Ed appar là dove Rostange ardea D'ira sul campo, e dove ardea Giassarte. Ciò, ch'ad Alete ella parlò, dicea Quivi ad entrambi. Indi nel ciel cosparte Lascia le membra simulate e move, E tutti infiamma a sanguinose prove. XXXVII Agita gli angui, onde ella è cinta, atroci, E nel petto de' turchi incendio spira, E con suono alto di tartaree voci Va risvegliando la vergogna e l'ira: Su, suso, anime vil, su su veloci Fuggite pur, che 'l vostro re se 'l mira; Prezïosa corona, ampia mercede Vi promette ei, che sì dappresso il vede. XXXVIII Allor fra gli altri in minaccevol fronte Alete grida al fuggitivo stuolo: Non temerete voi, ch'altri racconte, Ch'andate in fuga? e che cacciovvi un solo? Così parlava disdegnoso. E pronte Pur le turbe al fuggir volgonsi a volo Impallidite: ma con fier sembianti Di nuovo ei corse, e lor parossi avanti. XXXIX E dice: o fidi a l'ottomana insegna E già per l'Asia vincitori altieri, Pugnate forti: così far v'insegna La chiara fama degli onor primieri. Ma l'incauto Imeral, che si disdegna Pugnar nascosto tra' lontani arcieri, Fra le turbe terribile si scaglia, Ed aspra move, e da vicin, battaglia. XL Fiero di man, fiero di spirto, e chiaro Per beltà grande in su l'età fiorita, Al cor d'Alete così forte è caro, C'ha men cara di lui sua propria vita. Costui lucente di gemmato acciaro Alza verso AMEDEO la destra ardita, E col brando gli assalta il fianco ignudo: Ei con la manca oppon l'etereo scudo. XLI E con la destra irata, ove trapunta Fascia d'indiche perle il sen circonda, Spigne entro il ricco manto orribil punta, E v'imprime ferita ampia e profonda. L'anima coraggiosa al varco giunta Sen va col sangue, che la terra inonda, E mesta abbandonò per modo indegno Le membra, in che beltate ebbe il suo regno. XLII Come chiusi quegli occhi in sonno eterno E mira il volto impallidito e scuro, Freme Alete così, ch'orrido verno È su per l'onde a rimirar men duro. Presta a quell'empio, o Regnator superno, Presta i fulmini tuoi; non fia sicuro: Chè de l'estinta gioventù diletta, A mal grado di te, vuò trar vendetta. XLIII Nel così dir, perchè mortale offenda, Avvisa fier là 'v'impiagarlo deggia. Ma di quanto furor l'anima accenda Ode il gran Dio da la stellante reggia; Sorge nell'alto, ed in sembianza orrenda Tutto balena il ciel, tutto lampeggia, E tra' fulgor di luminose rote Fulmini avventa, e l'empio cor percote. XLIV Qual del gran Po su l'arenose foci Al ciel pinte anetrelle alzano l'ali, Se fa sovra lo stormo, arcier, veloci Da l'arco intorto sibilar gli strali: Tali i turchi sen van, dianzi feroci, Vinti al tonar de i fulmini immortali. AMEDEO freme, e fra le turbe incerte Il volto e 'l brando vincitor converte. XLV Che sembrava egli allor che dentro il petto Incendio raccogliea d'ire infinite? Voi, ch'avete nel cielo alto ricetto, Vergini sacrosante, or sì mei dite. Qual, se sdegno a Nettun cangia l'aspetto, Teme Glauco e Nerco, teme Anfitrite: Ed ei su rote immense aspro fremente Conturba intorno il mar col gran tridente: XLVI Per guisa tal su quell'orribil piano L'alto d'Italia cavalier sen giva Pien di tempesta, e con terribil mano Fiumi di sangue in fra le squadre apriva. Ivi fra' tanti per suo scampo in vano Rapidamente Boecan fuggiva; Ed invan fugge Agazamin; chè 'l corso AMEDEO vince, e gli trafigge il dorso. XLVII Fugge Abdalà, ch'insuperabil'arco Ebbe dal padre già famoso arciero, Mai sempre invitto: ma ritrova il varco De l'atra stige sotto il gran guerriero; Piagato il collo traboccava Essarco Sul suol sanguigno. Ed AMEDEO leggiero Sovra i piè velocissimi, calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando. XLVIII Fulmina in arme il cavalier sublime, E, sparso il volto di disdegno interno, Prego non ode, i guerreggianti opprime, E fa de' fuggitivi aspro governo. Gran selce par, giù da l'alpestri cime, Da l'onde spinta e da l'orribil verno, Che scote d'Apennin l'ombrose spalle, E da lontan fa ribombar la valle. XLIX Atro sangue mortal dintorno inonda, Quasi torrente altier, l'ampia contrada, E pur per entro uccisïon profonda Tinge AMEDEO la formidabil spada. Qual dove fertil pian Cerere imbionda Sotto buon mietitor casca la biada: Tal quì le turbe impallidite e vinte A' colpi del gran re cascano estinte. L E già nel campo errar sossopra in volta Il re de' turchi rimirato avea Sue turbe armate, e via più sempre ascolta Grido, ch'ogn'ora al cielo alto ascendea; Che sia non sa: mille pensier rivolta Nel petto acceso, ed in sembianza rea E pur con occhio di crudel disdegno, Ch'a se ne venga Oronte al fin fa segno. LI Quei pronto move; ed al signor vicino E con rapidi passi in un momento, Ivi, la fronte umilemente inchino, Ch'a dir prendesse egli aspettava intento. Ed irato Ottoman: pur sul mattino Per noi vinceasi, onde or tanto spavento? Qual larva de le turbe agita il core? Cerca, onde sia de' nostri il gran terrore; LII E mi si scopra. Ei sì dicea turbato. Stette ascoltando il cavalier dimesso, Ed indi sprona il corridor frenato Battendo l'orme in sul sentier commesso. Tosto che dentro da lo stuolo armato Ei si condusse, a' primi sguardi espresso Gli fu, con grave pena oltra ogni essempio, De le genti dilette il crudo scempio. LIII Rimira di battaglia orribil'arte, Correre il sangue ed allagare il suolo, Mira monti d'estinti, e mira sparte Le squadre in fuga e che non pugna un solo; Parte s'adira riguardando, parte Ingombra il fiero sen pietate e duolo, E ferma il corso, e ne la gente ancisa Colmo di meraviglia il guardo affisa. LIV Non altramente da cordoglio è vinto Indo bifolco, ove ripone il piede Ne l'ampie stalle de l'armento estinto, Ch'a l'aer fosco del leon fur prede: Vede sbranati i fieri tori, e tinto De le squarciate membra il terren vede: E sparsa vede al vento ogni sua speme, E tra' singulti inconsolabil geme. LV A tal sembianza in rimirar s'attrista Oronte, e grida: ah miserabil sorte! Così per noi vittoria oggi s'acquista? Ed i trofei sperati oggi son morte? Mentre nel così dir volge la vista, Scerne Giassarte che terribil, forte Porge ne la battaglia in vario corso, Ove richiesto è più, saldo soccorso. LVI Di folta polve è ricoperto, e piove Giù per le guancia ampio sudor nel seno, E dal petto anelando il fiato move Che per molta fatica omai vien meno. Ver lui, che di guerrier fa nobil prove Oronte volge frettoloso il freno, E sollecito i fianchi al destrier punge: Ed, o Giassarte, egli gridò da lunge, LVII Onde il terror, che da vittoria certa Si casca in fuga? E quegli a lui vicino: Rodi era omai d'ogni suo stato incerta, Quando ecco apparve il cavalier latino; Non so, se di mortal titolo merta: Rassembra a me guerreggiator divino; Ei di gran sangue ha tutto sparso il piano; E noi le turbe incoraggiamo in vano. LVIII Arsace incontra lui cadde primiero, Aperto il fianco di crudel ferita. Cadde a terra trafitto Ebreno il fiero E sanguinando il suol sparse la vita. L'esercito a fuggir prende il sentiero Senza duci: ogni squadra era smarrita. Por loro animo in cor non è speranza: Omai fuor che morir nulla n'avanza. LIX Oronte udendo, giù da gli occhi un fonte Di caldo pianto distillava, e poscia Con la sinistra man batte la fronte, E d'acerbo dolor batte la coscia. Dunque a l'orecchia d'Ottoman fien conte Per me novelle di cotanta angoscia? Ch'ogni più gran guerrier di vita è tolto? E che 'l campo disperso in fuga è volto? LX Non darà del gran duol l'aspra novella Per certo Oronte; infra miserie tante Amo più tosto uscir morto di sella, Se gli altri vendicar non son bastante: Ma l'avverso campion come s'appella? Onde è repente apparso? ha di diamante Il fianco? il braccio ha di temprato acciaro, Che contra il suo ferir non sia riparo? LXI Così diceva. A i generosi accenti Cotal Giassarte la risposta porse: Che soggiunger poss'io? non ti rammenti Qual tra noi fama questi dì trascorse? Ch'a pro dovea de le rinchiuse genti AMEDEO tosto a la battaglia esporse, AMEDEO, ch'alto nell'Italia impera, Del cielo stirpe glorïosa altiera? LXII Quì tace. Oronte al cavaliere amico Con altiera sembianza a dir prendea: Giassarte, io nacqui in Misia, ove il Caìco L'onde rivolve, e fu mia patria Elea; Per genitori il Ciel diemmi Ulderico E la chiara beltà d'Algazarea, E mentre a' gradi eccelsi in guerra ascendo, De l'alma grazia d'Ottoman quì splendo. LXIII Non starmi dunque, nè mirar, ch'in vano Pugni la plebe, o miserabil mora; Provarmi deggio, e racquistar sul piano L'alta vittoria non perduta ancora. E quì spronava: ma sul fren la mano Pongli Giassarte, e fagli far dimora. Sporgli volea quella, che dianzi scese Voce dal ciel: ma nulla Oronte intese. LXIV Ch'ove la fuga è più dispersa e folta, Ove più risonar sente le strida, Colà vibrando l'asta il fren rivolta, Ed arso d'ira a' fuggitivi ei grida: O dentro un vano orror gente sepolta, Chi sbigottiti a sì fuggir vi guida? Del popol d'Ottoman sì fatto è l'uso? Cangiate il brando a la conocchia, al fuso. LXV Così l'ingiurie e le parole adopra. E trascorrea per la sanguigna strada, E già scorgea, ch'ad Agricalte è sopra Fiero AMEDEO con la terribil spada. A ciò con lo splender di nobil'opra, Chiaro volando il nome suo sen vada, Costui s'arrischia. Ed AMEDEO la strozza Gli fere acerbo, e con l'acciar lo sgozza. LXVI Subito Oronte in sul destrier si scaglia, In foco d'ira fiammeggiando, e crudo Avventa di due punte una zagaglia Inverso il sen, che 'l vincitore ha nudo; Non l'offende però l'aspra battaglia, Ch'ei si rinchiuse ne l'immenso scudo, Tempra del ciel: ben su per l'aria andaro Scossi i rimbombi del superno acciaro. LXVII Allor scote le briglie, e picca il fianco Del gran destriero; e con la destra irata Impugna il brando, che dal lato manco Pendea ricinto di catena aurata. Ma nel buon corridor l'ardir vien manco Per l'alta fiamma a non mirarsi usata, Che da l'armi celesti in varie rote L'aria dintorno co' gran rai percote. /* LXVIII Ora restìo sul deretan si posa Innalberando; or fa ritroso il corso; Or tien la testa sotto il petto ascosa, E calci scaglia, e nulla sente il morso. Lascia d'Oronte alfin l'alma orgogliosa Con lieve salto il rubellante dorso Del corsier sbigottito, ed empie il seno D'ira, e per gli occhi fuor spande veneno. LXIX E move l'arme con terribil passo; Non diverso a mirar dal crudo orrore Di giogo alpestro, che travolve a basso Austro piovoso, o d'aquilon furore; Pianta il bosco non ha, ch'al gran fracasso Non crolli il tronco; e, palpitando il core, L'orecchia porge il montanaro intento; E lascia l'erba per terror l'armento. LXX Tale al grande AMEDEO fassi da presso, E col furore estremo, onde s'accende, Batte lo scudo, e col furore istesso L'elmo e 'l cimier ch'immortalmente splende. Ma non che di piagar gli sia concesso Lui, che l'arnese eterno arma e difende, Rintuzza il brando. Ed AMEDEO gli ha posta La fiera spada ne la destra costa. */ /* LXXI Poi ne la tragge, e con la man guerriera Immantenente ad assalir si volse Il dritto colmo de la testa altiera; Ma percotendo non di taglio il colse: Pur l'abbatteo; chè la percossa fiera L'intronò sì che di se stesso il tolse. AMEDEO lascia il fier, ch'estinto crede, E su gli altri fugaci affretta il piede. LXXII Qual su schiera d'augei, che 'n ripa al fiume Gode bel sol di boreal stagione, Spronato da digiun batte le piume Con unghia ingorda il peregrin falcone: Tale infra Turchi oltra l'uman costume Se stesso avventa l'immortal campione, Feroce, atroce; e fa sanguigni i lidi Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi. */ FINE DEL VII. CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO VII. L'argomento del canto VII viene così compendiato dal Poeta: «nel VII l'Angelo porta ad Amedeo armi: egli assale il campo de' turchi e lo mette in ispavento.» La prima stanza del canto VII dell'Amedeide maggiore è la 47 del canto IV della -minore-, il quale ha termine nella st. 22 del VII della -maggiore- che comincia: -Sbieca le luci- ec. Il canto V. della -minore-, principia con la 24 del settimo della -maggiore- Quinci Aletto crudel ec. Le stanze 26, 27, 47, 50 a 71, non si leggono nella -minore-, e quella che nella maggiore è la 72 ed ultima del VII, nell'altra è la 25 del V, e dice con diversa lezione così: Qual su schiera d'augel, che in ripa al fiume Gode bel sol di boreal stagione, Spronato da digiun batte le piume, Con unghia ingorda il peregrin falcone, Tal infra i turchi, oltra l'uman costume, Se stesso avventa l'immortal campione: Feroce, atroce; -ma tra furie accensa Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa-. Le parole scritte in corsivo veggonsi nella maggiore alla st. 14 del canto VIII, con qualche varietà di lezione; come a suo luogo diremo. Le censure di Onorato d'Urfè sono molto prolisse; e perciò ne daremo brevemente la sostanza. Non piace al critico che Amedeo riceva le impenetrabili armi celesti; perciocchè «faire faire tous par la force des armes, et par les miracles c'est luy (-ad Amedeo-) ravir une grande partie de sa gloire.» Osserva che Omero lascia ad Achille -un endroit par ou il peut estre blessé-; e che Virgilio non dice che fossero -invincibili- le armi temperate nella fucina di Vulcano per Enea. Conchiude il Censore: «Adunque io vorrei, per lasciare qualche luogo alla virtù del grande Amedeo, dargli quest'armi, mettendo però certe condizioni alla forza; come, se l'Angelo gli dicesse: Quest'armi sono così fatte, che nulla ti potrà resistere, se tu sei prode, se tua speranza metti in Dio, se i tuoi disegni sono tutti ad onore e gloria di lui; se la fatica non ti abbatte: se non ti abbandoni alla voluttà ed ai vizj, e somiglianti condizioni; perchè in tal guisa, oltre l'elezione di Dio, sarebbevi alcuna cosa di proprio, che farebbe crescere in pregio l'Eroe. Nota poi, come cosa fuor d'ogni verisimiglianza, che Amedeo, e pressochè tutti gli altri combattenti, uccidono i nemici con un solo colpo; tranne Ottomano; la quale cosa non è poi vera così sempre, come dice il Cav. d'Urfé, e ne abbiamo già toccato altrove. St. 21. Canta il poeta che un maomettano ad Amedeo L'elmo percote: ei come selce alpestre Saldo la piaga scitica sostenne. E il censore, rammentato, poco gentilmente invero, l'antico proverbio «conviene che il mentitore abbia buona memoria» aggiunge che il Chiabrera non ricordando più le armi impenetrabili date ad Amedeo «il escrit qu'un turc le frappe sur l'eaulme, et le blesse--saldo la piaga scitica sostenne.» Ma forse il poeta usò -piaga- per -colpo-: benchè non mi sovvenga esempio di tal significato. St. 25-29. Abenamar, vedutosi sul punto di essere ucciso da Amedeo, «...l'arco di gemme luminoso Depose in terra e la faretra armata; E ginocchiato in ripregar mercede Umil baciava al gran nemico il piede . . . . . . . . . . . . . . . «...et Amedeo che in seno Chiudea memoria de' voler divini... ...con la manca man gli afferra i crini E colà con l'acciar colpisce appieno, Ove il petto e la gola han suoi confini; Quei supin cade, et Amedeo calpesta Le fredde membra; e di ferir non resta.» In questo luogo il cav. d'Urfè trova degna di grave riprensione la crudeltà attribuita ad Amedeo; e dice non vedere nel poema che l'Eroe abbia ricevuto ordini divini così severi, che non lascino luogo ad un atto di pietà. E il calpestare le membra del nemico ucciso, è fatto non degno di alto cavaliere. Ricorda poi che i turchi non nutriscono i -crini-; facendosi rader la testa, che cuoprono col turbante. Ma forse non è rigorosamente vero, che tutti i maomettani si radano affatto il capo. Nel Genovesato si afferma che lasciavano un ciuffo di capegli, detto dal volgo nostro -sciscìa-. St. 66. Narra il poeta che Oronte Avventa di due punte una zagaglia Inverso il sen che 'l vincitore ha nudo. «Je ne say pas (dice il critico) commant il l'arme de toutte piece, et puis qu'il die qu'il a le flanc et le sein nud.» Sarà una distrazione del Chiabrera. CANTO VIII. ARGOMENTO. -In ruinosa fuga il piè rivolve L'oste infedel: grida Bostange invano. Ma l'empia Furia che trovar risolve Scampo a salvar l'esercito ottomano, In un momento d'ombra oscura involve L'aria serena, e tutto abbuja il piano. Ne va Folco a incontrar il sommo Duce, E dentro la città seco il conduce.- I In sì torbido tempo indomito erra Bostange, e, pien d'ardir le membra antiche, Garrisce i suoi, che ne la dubbia guerra Non osano aspettar l'armi nemiche: Tornate in Asia, e da la patria terra Quì mandate a soffrir vostre fatiche Stuolo di donne, o cavalier codardi, Ch'elle più forte avventeranno i dardi. II Così ne i vinti cor va rinforzando L'ardir caduto, e con terribil guardo Vibra dintorno trascorrendo il brando, Saldo sul fianco, e sovra i piè non tardo; Errando scerne, che gittava Urgando Del già feroce Alete il gran stendardo, E che per l'orme de l'ignobil via Appresso il vile alfier lo stuol sen gìa. III Sozzo infamato, egli dal cor profondo Grida ver lui, che lo stendardo abbatte, Così si lascia ogni virtute al fondo? Uomo in grado d'onor così combatte? Che pera il giorno, che nascesti al mondo, E la ria madre, che ti diede il latte. E tanto di furor gridando ei s'empie Che con l'elso a l'alfier batte le tempie. IV Nè meno a gli altri incontra aspro si sdegna; Ma dice: il brando ha da recarvi aìta: Fuggite in van; cotesta fuga indegna Con esso un palo vi torrà di vita. Ma non per tanto rinfrancar s'ingegna La turba indarno; ella sen va smarrita, Nè prego ascolta, nè conforto aspetta; E pur Bostange intorno i passi affretta. V Errando avviensi, ove del duol sofferto Fatto avea 'l fiero Oronte in sè ritorno, Ed a l'aure serene il guardo aperto Il rivolgea pien di vergogna e scorno. Da lunge il Duce di sua vista incerto, S'appressa ove il guerrier facea soggiorno, E quando in ravvisarlo errar non puote, Apre il varco del petto a cotai note: VI Oronte, guerreggiando unqua mirasti Sembiante assalto? ove virtù mortale Sembra, che 'n campo contrastar non basti, E contra l'armi d'un guerrier sia frale? Ma dimmi, come ne l'assalto entrasti? Come nullo altro in su l'arcione assale Con forte destra gli avversarj teco? E la tua piaga alcun periglio ha seco? VII Sì Bostange dicea. L'altro solleva Dal polveroso suolo, ove è disteso, Il fianco infermo, e con la man stringeva Il sangue, che venìa dal fianco offeso. Risponde poi: mentre a fuggir prendeva La turba quì, n'ebbe il tumulto inteso Il signor nostro; e de le genti ancise Ch'io ricercassi la cagion, commise. VIII Onde io quì venni: ed, o Bostange, oh quanto Per noi raccolgo suscitarsi affanno! Come estinto rimansi il nostro vanto! In fumo i nostri onor come sen vanno! Giorno eterno di duol, giorno di pianto, Giorno dove il morir fia 'l minor danno; E tu pur chiedi, se mia piaga è forte? Avessemi ella già condotto a morte. IX Quivi lo sguardo nel guerrier rivolto Spinse dietro le voci alto sospiro; E Bostange si diè con saldo volto A di lui consolar l'aspro martiro: Quale hai dal fianco sospirar disciolto? E dal tuo mesto cor quai note usciro? Uomo, ch'imbianca guerreggiando il crine, Non sa che de gli assalti è dubbio il fine? X Rimembra, Oronte, ed indivina a pieno Per le passate le stagion future: Pria ch'Asia d'Ottoman soffrisse il freno Quante ore volser sanguinose e dure? Così di Rodi n'avverrà non meno: Oggi d'un lampeggiar vane paure Empiono a queste turbe il cor di ghiaccio, Dimane avranno invitto il petto e 'l braccio. XI Tu le piaghe a saldar, come è dovuto, Ritorna, e del morir lascia il pensiero; Pensa a l'acquisto del vigor perduto Per farti poi de la vittoria altiero. E già de gli scudier col pronto aiuto 1 2 , 3 ' ' , 4 ' , 5 , : 6 ' ; ' 7 ; 8 , 9 ' , . 10 11 12 13 14 , 15 ' , 16 , , 17 ; 18 19 ' . 20 , : 21 . 22 23 24 25 26 , 27 ; 28 ' , 29 ' , 30 , 31 , , , 32 , , 33 ' . 34 35 36 37 38 39 ; 40 , ' , 41 ' ; 42 ' 43 : 44 , , 45 . 46 47 48 49 50 , 51 , ; 52 53 ' . 54 ' ; 55 : 56 : 57 . 58 59 60 61 62 , 63 , 64 , , 65 , 66 , 67 , , , , 68 , 69 , . 70 71 72 73 74 75 ' 76 ; 77 ' . 78 , 79 ' , 80 : 81 : , 82 83 84 85 86 , 87 ' 88 , , 89 . 90 91 ' , 92 . 93 ' , . 94 95 96 97 98 99 ' , 100 ' ' 101 , ' . 102 ' 103 , , ' . 104 ' , : 105 ' . 106 107 108 109 110 111 , , 112 ' ' ' , 113 ' . 114 , , 115 ; 116 ' , 117 . 118 119 120 121 122 , 123 , 124 , , , 125 : 126 ' ; 127 . 128 ' ' 129 , ' . 130 131 132 133 134 , 135 , : 136 ' , 137 , . 138 ! ; 139 140 ' , 141 ' . 142 143 144 145 146 147 ' ; 148 149 . 150 : ' : 151 ; 152 , 153 . 154 155 156 157 158 , , 159 ' : 160 : 161 . 162 , , 163 . 164 , 165 . 166 167 168 169 170 , 171 , 172 173 ' . 174 ' 175 , 176 , 177 . 178 179 180 181 182 ' , , 183 ' , 184 , 185 . 186 , 187 ' ' ; 188 189 . 190 191 192 193 194 : 195 ; 196 , , 197 . 198 , 199 ' ' , 200 , , 201 : 202 203 204 205 206 207 , 208 209 ' , ' . 210 211 : 212 ; 213 , ' , . 214 215 216 217 218 ' . , ' 219 ' , 220 , 221 , 222 ' 223 . 224 , 225 , . 226 227 228 229 230 , , 231 , 232 , 233 ' ; 234 ' , 235 , ; 236 ' 237 . 238 239 240 241 242 ' 243 ' , ' , 244 ' , 245 , . 246 . , 247 , 248 ; 249 ' : 250 251 252 253 254 , : 255 ; 256 257 ' , . 258 . 259 , ' , 260 ' : 261 ' . 262 263 264 265 266 ' , 267 , 268 , , , 269 ' ' . 270 271 272 , 273 ' . 274 275 276 277 278 ' , 279 , , ' , 280 , 281 ' : 282 , 283 , ; 284 ' 285 ' . 286 287 288 289 290 291 , , ; 292 293 ' . 294 : 295 ; 296 , , 297 . 298 299 300 301 302 . 303 , 304 305 ' , . 306 , ' , 307 . 308 , 309 . 310 311 312 313 314 , , , 315 ' , 316 317 ' : 318 , , , 319 , ' ' ; 320 , 321 , . 322 323 324 325 326 327 : 328 , ' , 329 ' ? ? 330 . 331 332 : 333 , . 334 335 336 337 338 : ' 339 ' , 340 : ' 341 . 342 ' , 343 ' , 344 , 345 , , . 346 347 348 349 350 , , 351 ' , 352 ' , 353 ' . 354 355 , 356 : 357 ' . 358 359 360 361 362 , 363 ' , 364 , 365 ' . 366 ' 367 , , 368 369 , . 370 371 372 373 374 375 , 376 , ' 377 ' . 378 ' , , 379 ; : 380 ' , 381 , . 382 383 384 385 386 , , 387 ' ' . 388 ' 389 ; 390 ' , 391 , , 392 ' 393 , ' . 394 395 396 397 398 ' 399 ' , 400 , , 401 ' : 402 , , 403 . 404 , 405 ' . 406 407 408 409 410 411 ' ? 412 , ' , 413 , . 414 , ' , 415 , : 416 417 : 418 419 420 421 422 ' 423 ' ' 424 , 425 . 426 ' 427 ; 428 ; ' 429 , . 430 431 432 433 434 , ' ' 435 , 436 : 437 ' ; 438 439 . 440 , 441 , . 442 443 444 445 446 , 447 , , 448 , , 449 ' . 450 , ' , 451 ' ' , 452 ' ' , 453 . 454 455 456 457 458 , 459 , ' , 460 461 . 462 463 : 464 465 ' . 466 467 468 469 470 471 ' 472 , 473 , ' ' ; 474 : 475 , 476 , 477 ' . 478 479 480 481 482 ; 483 , 484 , , 485 ' . 486 : 487 , ? 488 ? 489 , ' ; 490 491 492 493 494 . . 495 , 496 497 ' . 498 499 , ' 500 , , 501 . 502 503 504 505 506 ' , 507 , 508 ' , 509 ; 510 ' , 511 , 512 , 513 . 514 515 516 517 518 519 , 520 ' ' , 521 ' ' : 522 , 523 : 524 , 525 ' . 526 527 528 529 530 ' 531 , : ! 532 ' ? 533 ? 534 , 535 , 536 , 537 , . 538 539 540 541 542 , 543 , 544 545 . 546 , 547 , 548 : 549 , , , 550 551 552 553 554 , 555 ? : 556 ' , 557 ; 558 , : 559 ; 560 ; 561 . 562 563 564 565 566 , 567 . 568 569 . 570 ' 571 : . 572 : 573 ' . 574 575 576 577 578 , 579 , 580 , 581 ' . 582 ' ' 583 ? 584 ' ? 585 ' ? 586 587 588 589 590 ' 591 ; 592 , 593 : 594 ' ' ? 595 ? 596 ? , 597 ? 598 599 600 601 602 . 603 : 604 ' ? 605 ? 606 ' 607 , 608 , ' ' , 609 ? 610 611 612 613 614 . 615 : 616 , , 617 ' , ; 618 619 ' , 620 ' , 621 ' ' . 622 623 624 625 626 , , ' 627 , ; 628 , 629 ' . 630 : 631 , . 632 , 633 : . 634 635 636 637 638 ' , 639 , 640 ' , 641 ' ' : 642 , 643 ? 644 ' ' ? 645 , . 646 647 648 649 650 ' . 651 , 652 , ' 653 . 654 ' , 655 , 656 ' . 657 , ' . 658 659 660 661 662 , 663 ' , 664 665 , ' ; 666 ' ' , 667 ' ' , 668 : ' 669 . 670 671 672 673 674 , 675 ; 676 , 677 . 678 ' 679 ' , 680 ' 681 ' ' . 682 683 / * 684 685 686 687 688 689 ; ; 690 , 691 , . 692 ' ' 693 694 , 695 ' , . 696 697 698 699 700 ' ; 701 702 , 703 , ' ; 704 , ' 705 ; , , 706 ' ; 707 ' ' . 708 709 710 711 712 , 713 , ' , 714 , 715 ' ' ' . 716 717 , ' , 718 . 719 . 720 * / 721 722 / * 723 724 725 726 727 , 728 729 ; 730 : 731 ' ; 732 ' . 733 , ' , 734 . 735 736 737 738 739 ' , ' 740 , 741 742 : 743 ' 744 ' , 745 , ; 746 , , . 747 * / 748 749 750 . . 751 752 753 754 755 756 757 . 758 759 760 ' : « 761 ' : ' 762 . » 763 764 ' 765 - - , . 766 - - : - - . . 767 - - , - - 768 . , , , , 769 - - , , 770 ' , : 771 772 ' , 773 , 774 , 775 , 776 , ' , 777 ' : 778 , ; - 779 ' ' - . 780 781 . 782 , ; . 783 784 ' ; 785 . 786 787 ; 788 « , 789 ' ( - - ) 790 . » - 791 - ; - - 792 . 793 : « , 794 , ' , 795 ; , ' : ' , 796 , , 797 , ; 798 : , 799 ; , ' , 800 , 801 ' . 802 803 , ' , , 804 , 805 ; ; , 806 . 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