AL CANTO V. -Argomento del Poeta, nell'Amedeide maggiore-: «Nel V. narrasi l'assalto fra Turchi e fra Italiani: Giordano Orsino lor duce rimane morto; Trasideo pieno di ferite è condotto ad Egina sua sposa.» «Argomento del Paschiulli al canto IV dell'-Amedeide minore-, che in parte corrisponde al V della -magg-. Dopo chiare prodezze il grande Orsino Cade sui muri, e sale in ciel beato; E Trasideo, quasi a morir vicino, Si rinfranca in veder l'idolo amato. D'arnesi, ove sudò fabbro divino, È per Michel l'Eroe fatale armato, E da procelle accompagnato e lampi Fa di scitica strage orridi i campi. Osservazioni critiche del Cavaliere d'Urfé al canto V. «Je ne dis rien icy de la remarque que V. A. a faitte fort a propos de ce que N. D. sauve le Doria, qu'il favorisse presqu'autant qu'Amedee, et plus beaucoup que Folques le grand maistre; ce qui n'est pas raisonable et ne le peut excuser, si non qu'il est genevois (vuol dire -génois-) aussy bien que l'Auteur.» I poeti epici hanno un personaggio, che non è il principale, ma cui danno una grandezza e virtù ideale; nè alcuno mai pensò di condannarli con sì grave sopracciglio, come fa il censore dell'Amedeide. Bastino gli esempj di Turno nell'Eneide e di Rinaldo nella Gerusalemme. «La longue enumeration des tuez d'un seul coup est si ennuyeuse que le lecteur ne se peut empescher d'en desirer la fin; parce il ny voit rien de nouveau, et que le plus souvent il ny a que les noms tous seuls, et encore des noms si facheux a prononcer qu'il est impossible presque de les lire sans y faillir.» Quanto alla parte prima di questa censura; cioè alla lunga lista di morti uccisi d'un colpo solo, si è già risposto nelle annotazioni al canto III. Se al censore piacque di ripeterla, a noi spiace d'annojare i lettori. Riguardo ai nomi così malagevoli a pronunziare, il signor d'Urfé non è giudice competente. A me riesce più facile pronunziare, per es. -Orsino- che -de Bouflers-, -Trasideo- che -Bouchicaut- ecc.; ma io non conosco come fosse formato il timpano, nè come fatta la lingua dell'Urfé. «Il faut notter qu'il met force noms de maisons qui n'etoient point en lumiere en ce temps la, ou pour le moins qui estoient si vils qu'il ne pouvoient etre mis au rang ou il s'en sert, comme de Fracastor, Caponi, et plusieurs de Savonne; en quoy il fait tord a ceux qu'il nomme et qui etoient veritablement illustre (-sic-) en ce temps la.» Tra le doti egregie dell'animo del Chiabrera, non è ultima quella di uno sviscerato amore per la gloria dalla nazione italiana. Guidato da sì nobile sentimento volle fingere che all'assedio di Rodi si trovassero molti cavalieri italiani; dando loro i cognomi o di qualche famiglia per feudi e per guerrieri famosa, come Doria, Orsini e Baglioni; o per sommi letterati illustre, siccome Fracastoro e Castiglioni. L'amor di patria fecegli introdurre nel poema un Riario savonese. L'amicizia gli dettò d'innestarvi un Corsi fiorentino ed uno Sperone, padovano: per altre città scelse a piacere tra' cognomi più nobili; per es, in Asti i Rovèro, in Ancona i Ferretti. Vero è che non tutte queste case erano egualmente famose a' tempi di Amedeo; ma un poema non è un albero genealogico. «Le discours de Codre et de son compagnon, qui parlent si longuement entre eux quand ils rencontrent leur maistre en terre est bien superflu, car encores que il eust esté mort, tousiours estoit (-sic-) ce bien fait d'emporter le corps de leur maistre pour l'enterrer: a quoy donq'tant de propos se demandant s'il est en vie et s'ils l'emporteront?» Nell'Amedeide, qual va stampata, tutto il -lungo- discorso di Codro e del compagno è ristretto in meno di cinque versi (V. 50): In tale stato duo scudier l'han scorto, Ismeno e Codro; e favellava Ismeno: -Codro, che direm noi? del tutto è morto, O la grand'alma anco raccoglie in seno?- E Codro: -ecco ei respira; abbia conforto, A lui medica man non venga meno: Fia forse alla sua vita alcun riparo.- E sulle braccia il grave peso alzaro.» Ma forse nel MS. presentato dal Poeta al Duca il dialogo degli scudieri sarà stato più diffuso. -Varianti del canto V, che nella- minore -è il quarto-. Mancano alla -minore- le stanze 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, e 18; perciocchè dall'ultimo verso della st. 8. Sangue di Febo e de le muse amico, si trapassa alla st. che comincia, Quinci ben pronto agli ultimi soccorsi, che perciò è la 9 nell'-Amed. min-. e la 19 nella -maggiore-. Nella st. 34 della -magg-. -Travolve- intorno formidabil lume. Ma nella -minore-, st. 24: -Involve- intorno formidabil lume. La st. 25 della -min-. finisce in questa guisa: Nè pur l'orgoglio in Turacan vien meno; Anzi al gran Cavalier trafigge il tergo, Nè resse alle percossa il forte usbergo. Seguita poi la st. 26. Con ferrat'asta al Cavalier impiaga Di nuovo il fianco ecc. Al contrario l'-Amed. magg-. ha questa varietà. La st. 35 si termina alquanto diversamente: Non pur l'orgoglio in Turacan vien meno; Ma disperando Aletto ulula e mugge, Nè sa biasmar chi volge il tergo e fugge. Appresso si leggono le st. 36, 37, 38 e 39; e quella che nella -minore- è st. 26, nella -maggiore- è 40: Con ferrat'asta al Cavaliero impiaga Di nuovo il petto ecc. Dopo la st. 60 della -maggiore- che si chiude Ode il parlar, con maraviglia il sente, si leggono quattro stanze 61--64; e si chiude il canto V; dove al contrario nella minore, subito dopo il verso allegato, si continua il canto IV: Ma verso il campo i lumi eterni inchina Il Re del Ciel ecc. Di questa stanza e delle seguenti il Poeta formò il canto VII. Laonde nulla si ha nell'-Am. piccola- di ciò che forma il canto VI della -maggiore-. CANTO VI. ARGOMENTO. -Vien d'Ilario AMEDEO presso al ricetto Là del Filermo fra l'orrore ombroso: Quì di matrona in simulato aspetto, Pianti versando in mesto atto e doglioso, Gli si fè incontra l'infernale Aletto; E 'l ver tenendo in falsi detti ascoso, Invan tentò con sue malizie e frodi Che gisse il gran Campion lunge da Rodi.- I Aletto in tanto per lo giogo ombroso E del Filermo ne l'alpestro orrore Scorse AMEDEO, che di pugnar bramoso Da travagliarsi in armi attendea l'ore. Ei da l'antro selvaggio, ove nascoso La notte soggiornò, sen venne fuore A guardar, se fra l'orride foreste Scender vedeva a sè nunzio celeste. II Alza la fronte, e per lo ciel tal volta E per gli aerei campi il ciglio gira, Nè men tal volta de la selva folta Tra pianta e pianta intentamente mira; Nulla non vede, e via più sempre ascolta Fiero rimbombo di minaccia e d'ira, E de le trombe eccitatrici i carmi, E 'ntorno Rodi ogn'or gridarsi a l'armi. III Quinci ratto assalir l'infide genti Grande gli corre ardore entro a le vene. Come Leon se pascolare armenti Vede oltre al fiume ne le piaggie armene Ben l'unghie indura, e bene arrota i denti, E ben farìa sanguigne erbe ed arene; Ma pur paventa di superbia carco L'ampia riviera, che contrasta il varco. IV Tal fu del gran guerrier. S'avvampa in seno Di dare assalto, ed a pensar poi prende Sovra l'Angelo apparso, e' tiensi a freno, E, sofferendo, i suoi ritorni attende. Così con lenti piè l'ermo terreno Va trascorrendo, ed ora sale, or scende Fin che trova bagnar l'alpestri sponde Dolce ruscel di limpidissime onde. V In su la destra e su la manca riva Foltissime innalzarsi orride e dure Quercie vedeansi; e non giammai s'apriva Strada a' raggi del sol per l'ombre oscure; E di loro ogni tronco al ciel saliva Non mai percosso da villana scure, Nè mai soleasi al bello orror selvaggio Far da' pastori o da gli armenti oltraggio. VI E non senza ragion: quivi soggiorno Già scelse Ilario. Era costui ben chiaro Per suoi tesori, e di virtute adorno Pregi di nobiltate anco l'ornaro; Ma per far più spedito al ciel ritorno, Contra gli agi del mondo ebbe riparo A l'aspra povertate; e' in questi liti Trasse de la sua vita i dì romiti. VII Ei quì di vimi rusticani un tetto Per sè compose; e non usate piume, Ispide paglie gli prestavan letto, Mentre Febo nel mar chiudeva il lume: Furono i manti suoi bigio negletto; I cibi l'erba, le bevande il fiume: E di mille infelici a sè devoti, Umil pregando, egli adempieva i voti. VIII Mute lingue sciogliea; grazie divine; E di febbri cessò ghiacci ed ardori; Ed ad ogn'or per quelle strade alpine Apparìan zoppi, e divenìan cursori; Onde poi giunto de la vita al fine Lasciò ver sè tanto amorosi i cori, Ch'a dimostrare altrui siccome degno Fosse d'altiero onor, si fece segno. IX Ersero quì di bianca rupe e dura, Colonna sposta a' guardi anco lontani, Su cui del famoso uom l'aurea figura Giunte levava al cielo ambe le mani: Ma ne la base non vulgar scultura Segna le vie de gli esercizii umani, Dando a veder, ch'al gran Signor di sopra Servesi or col pensiero ed or con l'opra. X Vedeasi Elìa, che senza tema alcuna L'empio furor di Giesabel sopporta Sul monte; ed a nutrir l'alma digiuna Il sollecito corbo esca gli porta. In altra parte Gedeon raguna Sua gente al fiume, ed ivi a ber conforta; E de l'immenso stuol sceglie trecento, Che di prodezza dier chiaro argomento. XI Fisso AMEDEO ne la scolpita istoria Dal profondo del cor tragge tai detti: Felicissimi spirti, a tanta gloria Dal monarca del cielo in terra eletti. Sì parla; e tuttavia volge in memoria Le meraviglie de i divini effetti; Ed in quei marmi tien la vista intenta, Quando il mostro infernal gli si presenta. XII S'era l'empio Demon d'intorno tolto L'orrore, e via dal crin gli angui fischianti, E dimostrava, trasformando il volto, Di ben nobile donna atti e sembianti; Svelato il seno, e tutto il busto involto Avea tra seta di cerulei manti, D'abito fra negletta e fra pomposa: Ma sovra modo a rimirar dogliosa. XIII Cotale agli occhi del guerrier scoprirsi Determinò ne la remota sede Aletto; e di repente indi partirsi Sembiante fa, come di lui s'avvede. Ed ei, che la mirò quasi pentirsi D'avere innanzi a lui fermato il piede Volge placidi sguardi; e poi cortese In sì fatta maniera a parlar prese: XIV Non torcere orma, e nel tuo cor speranza Ravviva, e sgombra ogni sospetto indegno; Ferma; chè di mia destra ogni possanza Per lo scampo di Rodi a provar vegno. A questo dir non serenò sembianza; Pur d'affidarsi il rio Demon fe' segno, E quasi in aspro duol fosse sommerso Mise alta voce incontro al Ciel converso: XV Era vantaggio non giammai fondarsi Tuoi regii alberghi e tue superbe mura, Rodi, s'al mondo acerbamente farsi Doveano specchio di crudel ventura. O pensier di mia vita al vento sparsi! Ma quale alma qua giù vive secura? Ciascuno in terra è condannato in guai; E fora meglio non ci nascer mai. XVI Ecco dolenti mi s'accrescon gli anni A pianger de' miei regi il sangue morto, E bene esperta de gli umani inganni Ritrovo angoscia, ove cercai conforto. Quì per la forza de gl'interni affanni Bagna di caldi pianti il viso smorto, E tra lunghi sospir non fa parola. Ma quei tormenti il Cavalier consola: XVII Nobile donna, non largare il freno A' gridi, e fra i dolori asciuga il ciglio, Che per questo mortal corso terreno A ben condursi fa mestier consiglio; E se t'ingombra di terrore il seno De l'assediata Rodi il fier periglio, Esser può, che tuo pianto invan si spanda, Chè 'l gran Dio per soccorso oggi mi manda. XVIII Io non son nulla; ogni mio moto è tardo; E non ho spirti a la vittoria pronti: Ma per Dio l'uomo fral fassi gagliardo; E mille esempi se ne van ben conti: Dio regge il mondo; e se raggira un guardo Quetansi i venti, e son tremanti i monti, E benchè frema, l'arenose sponde Non bagna il mar, s'ei lo comanda a l'onde. XIX Per tanto spera. Ei più non disse. All'ora Tenne alquanto il Demon le ciglia immote, E poi gridò: se colà su dimora Alcuno Dio fra le stellanti rote, Nol so; ma se pur v'è, perchè ad ogn'ora Le preghiere di noi lascia gir vote? Forse ne l'alto egli trïonfa e regna, E noi qua giuso riguardar disdegna? XX Lassa da grave e da mortal ruina Sentomi tanto duramente oppressa, Che quasi al disperar fatta vicina Mi conduco a parlar fuor di me stessa: Crebbi in mezzo a' tesor; nacqui reina; Ed or d'ogni miseria in fondo messa, Per questi boschi, ovunque il piè mi mena, Fuggo de' Turchi la crudel catena. XXI Dunque obbrobrio a la patria, obbrobrio a gli avi Camperò schiava? o mie speranze liete, E del viver giocondo ore soavi, Ove sparite? ed a che fin giungete? Ma tu che 'n tempi sì dogliosi e gravi Per noi venivi ad arrecar quiete, Come indugiasti? e per l'Egeo ritenne Qual torbido austro tue velate antenne? XXII Certo il sembiante e de begli occhi ardenti I lampi e gli atti a rimirar celesti Creder mi fan, che da l'inique genti Il popol Rodïan difeso avresti; Or sei giunto ad udir gridi dolenti, E de' buon cavalier corpi funesti, Altari e chiese depredate ed arse, E lor sacre reliquie al vento sparse. XXIII Così ragiona ingannatore e geme, E di lagrime finte inonda il viso, E poscia batte ambe le palme insieme E nel gran cavalier tien l'occhio fiso. Egli ascoltando le querele estreme E de la terra il non temuto avviso, Alquanto i suoi pensier seco raccoglie Non certo a pieno, indi la lingua scioglie: XXIV Donna, se 'l tuo parlar per me s'intende, Rodi è caduta a terra; ascolto il vero? Più da' suoi cavalier non si difende? Del superbo Ottoman sostien l'impero? Quivi Aletto sue frodi a narrar prende: Ma ferma il guardo in volto al cavaliero, Ben osservando, s'ei consente o nega Credenza al ver, mentre le note spiega. XXV Chi superbo, diss'ella, alza la mente, E tra' mortali temerario spera, Nè sa, come qua giù fugga repente Lunge da noi felicità leggiera, Stato oggi al guerreggiar fosse presente, Ed al cader de la cittade altiera, Che fatto quinci si sarebbe esperto Come sia di ciascun lo stato incerto. XXVI Rodi fulgida d'or, nudrice antica D'alme guerriere, e al cui superbo grido Non reggeva giammai forza nemica, Ove ogni industria, ogni valor fea nido, Sparsa è per terra; ed avverrà, che dica Nocchier tra l'onde costeggiando il lido: L'alta reggia dì Rodi era in quel loco Quando il fier Ottoman la diede al foco. XXVII Signor, da' Rodïan tanta difesa Fecesi un tempo, e sì schernîr sua vita, Che stanco il Turco di fornir l'impresa Omai la speme avea quasi smarrita; Ed ecco fama vivamente intesa Fu per ciascun, ch'a noi veniva aìta: Un Italico re, franco, feroce Mosso già s'era a navigar veloce. XXVIII Regge il Piemonte; e tra guerrieri acciari Gode sudando; e sol di gloria ha brama; E sangue di mille avi al mondo chiari, Chiaro risplende, ed AMEDEO si chiama; Or sì fatto campion solcare i mari, Ascoltando Ottoman cantar la fama, Di prevenir suoi corsi il prese cura; Schierò le genti ed assaltò le mura. XXIX Non sì tosto il mattin l'ombre disperse, Che udissi all'armi. Ogni guerrier cristiano Intrepido a la morte il petto offerse, E vittoria cercò con nobil mano. Aspramente pugnossi, al fine aperse Varco ne la città l'empio Ottomano A' suoi popoli ingordi, onde repente Dentro inondò l'abbominevol gente. XXX Sparsero i Rodïan gemiti e pianti: Ma del rio vincitor le man spieiate Da per tutto spargean fochi fumanti, Non perdonando a le magion sacrate. Io, che nel tempio con umìl sembianti A la corte del ciel chiedea pietate, Fra 'l rimbombo de i gridi e de gli ardori, Piena di ghiaccio il cor, men venni fuori. XXXI Incontro un mio scudier pallido in viso, E dimando qual sia nostra ventura. Ei mi risponde: è tuo figliuolo anciso; Ottoman trïonfante entro le mura. Alla fiera novella io presi avviso Di serbar la mia vita almen sicura, E sovra legno piccioletto ignoto Ho cercato del mar seno remoto. XXXII Vegno qua sù, perchè minor periglio Stimai partire entro la notte ombrosa; E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio Ed il nocchier là giù m'attende e posa. Così dicendo, annuvolava il ciglio, Pianti versando, e si mostrò dogliosa, E lungamente sospirava, e come Tutta infelice disperdea le chiome. XXXIII A quegli atti AMEDEO cangia l'aspetto, Ed in parti diverse il pensier gira; E per qual via deggia avverarsi il detto De l'Angel sacro taciturno ammira. Ed in quel punto va seguendo Aletto Le cominciate frodi; in pria sospira, Poi dal preso cordoglio ella si scote E franca in voce fa sentir tai note: XXXIV Chiarissimo Signor, la cui sembianza Porge d'ogni virtute alto argomento, Poscia che ad impiegar la tua possanza Per lo stuol Rodïan stato sei lento, Odi quale per noi riman speranza; E se lo stato mio teco rammento, Ed il mio favellar vien da lontano, Non te ne caglia, ch'io non parlo in vano XXXV Non distante di quì lungo sentiero, Samo da non sprezzarsi, isola siede, In cui regnò d'ogni virtude altiero Argesto, e di lui nacqui unica erede; E perchè senza maschi al bello impero, Per usanza, la donna anco succede, Io di non pochi re mossi le voglie, Che gareggiando mi chiedeano a moglie. XXXVI Ma sovra ognun tra la sì nobil gente A' miei parenti rassembrò più degno Filippomène; ei di tesor possente In Scio già nacque, e ne godeva il regno: Vago d'aspetto, e ne le guerre ardente, E ne la pace di cortese ingegno: Nè men per sangue: eran congiunti seco I più chiari signor del popol greco. XXXVII Sposata io fei giocondo il cor paterno Per un figliol d'ogni bellezza adorno: Ma, lasciandolo infante, al ciel superno L'alma del genitor fece ritorno. Pur da me non per tanto ebbe governo Tal che fregi d'onor si vide intorno; E d'ogni alma virtute apprese l'arte; Benchè più forte egli donossi a Marte. XXXVIII Glauco appellossi; e, come fu sul fiore Degli anni suoi più verdi, ebbe desire Di porre in Rodi il piè; scola d'onore, E reggia d'armi e d'onorato ardire; Andovvi; e quivi giunto arco d'amore Il costrinse a provar dolce martire; Chè Melibea con suoi begli occhi il prese, E del giovine incauto il petto accese. XXXIX Di così fatto amor fama trascorse Sì ch'intorno a l'Egeo ciascun ne parla; Ed a l'animo mio temenza porse Non seco proponesse alfin sposarla. Mentre dunque poteva, ed era in forse La ria ventura, io destinai vietarla. Bene avea la fanciulla i pregi suoi: Ma bassi assai per adeguarsi a noi. XL Dunque sciolsi le vele, e fei vedermi In Rodi seco, e mie preghiere esposi, E con ragion sostenni i sensi infermi, E dolcemente a' suoi desir m'opposi. Ma mentre io vo cercando indugi e schermi, Oh de l'eterno Dio giudicj ascosi! Ecco che i miei disegni in un momento Spariti son, siccome nebbia al vento. XLI Venne Ottomano, e, come suol, spietato De la pace ad ogn'or troncò la speme; Onde a lui contra, il Rodïano armato Oggi è caduto, e seco Glauco insieme. Cadde, misera me! nè mi fu dato Mirarlo almeno in su quelle ore estreme, E ripor le sue membra in nobil marmi, Ed ivi, come suolsi, appender l'armi. XLII Ah che sul petto d'ogni onor ben degno, E sul crin d'oro e su la regia testa Sfoga l'empio Ottoman forse il disdegno, E da l'iniqua turba or si calpesta! Alma ben nata, s'oggi a te non vegno, Vedi come qua giù nulla m'arresta, Se non se quella, che per te s'aspetta, Contra il nemico rio, giusta vendetta. XLIII E tu, sommo Campion, che 'l mal presente Fosti dal Cielo a divietare eletto, Come affermasti; ed a ciò far possente, Ben ti confessa il sovrumano aspetto: Signor, vientene meco; io navi e gente E ciò, che 'n guerra fa mestier, prometto: Quanto può Samo, e quanto possa Scio Da' cenni pende e da l'arbitrio mio. XIIV Poi parentadi ed amicizie, quanti Veggonsi oggi regnar per l'onda Egea, Armi susciteranno e naviganti E Lenno e Lesbo e la discosta Eubea. Così parlando rinnovava i pianti L'odioso spirto: ei tuttavia fingea Volto a tentar con le sottil sue frodi, Che sen gisse AMEDEO lunge da Rodi. XLV Ed ei tenendo in cor le voci impresse De l'alto messaggier dianzi disceso, Seco non sa pensar, come cadesse Un regno, che dal Cielo era difeso. E pur costei con le sue luci istesse Videlo darsi in preda al fuoco acceso; E fra 'l sangue de' suoi spenti e dispersi Aveva in trista fuga i piè conversi. XLVI Fra' tai pensieri in sè medesmo ondeggia. Alfin non sa voltarsi indi a partire Che pria l'eccelso messagger non veggia. E verso il mostro ei così prende a dire: Non è regno sì forte o nobil reggia. Donna, per cui s'adeschi uman desire, Che polvere sul pian tosto non cada, Se la destra di Dio vibra la spada. XLVII Ha forse Rodi a la pietade eterna Con lunghe colpe sue rotto il confine, Onde il sommo Signor, ch'altrui governa, Pur con giustizia or la corregge al fine. Ma, benchè l'occhio uman poco discerna L'alto giudizio e l'azïon divine, A dritta ragïon creder conviene Ch'anco l'ira di Dio sia nostro bene. XLVIII Ei talor flagellando in tempi duri Di severo Signor prende sembianza, Perchè del nostro errar fatti sicuri Apprendiamo invocar la sua possanza. Or tu, reina, sollevar procuri Con arme e con tesor nostra speranza; Caduche forze; e per le vie del mondo Vuoi fornir tuoi disegni; ed io rispondo: XLIX Dal ciel venne messaggio; ed ei commise Ch'io quì posassi; e ch'Ottomano a terra Vedrebbe il campo, per mia man, promise, Ch'oggidì Rodi sì terribil serra. Ma, fin ch'a me ritorni, ei non permise Scender dal monte, o riprovarmi in guerra. Egli arme recherìa da soggiogarlo; E tutto questo è ver, come ti parlo. L Se quì dunque soccorsi abbiam sì presti, A che cercando gir forze lontane? Certo non deesi co' favor celesti Porre in bilancia le possanze umane. Ei più non ragionava. Aletto a questi Detti del gran guerrier mesta rimane; E pur con tutto ciò l'anima fiera Trar ne l'inganno alfin non si dispera. LI Chiaro è per sè, che dove Dio s'impiega, Non è contrasto: ma sua man possente Pur ciascun dì far meraviglie nega, Ed ama, che 'n suo pro sudi la gente. Deh! vien, Signor, dove costei ti prega; Fatti Duce de' nostri; indi repente Torna, tonando, ad Ottoman, che prende Lungo piacer de i vinti, e non t'attende. LII Così diss'ella; e non però commove Il gran guerrier a di là torre i passi; Chè, qual su l'Apennin quercia di Giove Contra i soffi di Borea, immobil stassi. Veggendo Aletto uscire in van sue prove, Indi sparisce rimugghiando, e fassi Fra le cresciute rabbie un foco d'ira. Ed AMEDEO con meraviglia il mira. FINE DEL VI CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO VI. Si è già detto nelle annotazioni al canto V, che nell'-Amedeide minore- nulla si ha di ciò che costituisce il canto VI della -maggiore-; e perciò manca l'argomento del Peschiulli. Quello del Poeta dice così: «Aletto con inganni si prova di far partire Amedeo da Rodi; ma invano.» Tre critiche osservazioni trovo nel MS. del cav. d'Urfé; le quali cadono sul canto VI. 1. «Je remarque deux choses en la tromperie que le demon veut faire a Amedee lorsqu'il se presente a luy; l'une que luy voulant persuader que Rodes estoit desja priz, il devoit avoir priz la forme d'un homme de qui le nom fust cogneu par reputation et non pas d'une femme du tout incognue, que Amedee pouvoit avec raison croire s'en estre fuye de peur.» Il critico ha ragione. 2. «Et puisque l'auteur vouloit donner cette forme au demon, il devoit aussy y aiouter touttes les choses vray samblables; mais il n'est pas vray samblable, qu'une royne telle qu'il (-le demon-) se dit, soit aynsi seule parmi les rochers, et mesme ayant sa navire ancree a la plage voisine.» È verissimo che la finta regina dice ad Amedeo: E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio Ed il nocchier là già m'attende e posa; ma trattandosi di -piccoletto legno-, come chi dicesse una gondoletta, potea ben essere che nel naviglio si trovasse un solo marinajo; il quale, rimanendosi a guardia del legno, non poteva accompagnare la regina; che non era poi la regina di Francia, ma di due isolette in levante. 3. «Et le discours d'Amedee me samble aussy peu vray samblable, car il ny a pas apparence qu'un si sage prence rancontrant une femme exploree luy aille dire qu'il vient pour secourir Rhodes, ny moins qu'il s'aille vanter que Dieu le mande pour donner ce secours; et puis enfin luy descouvre que Dieu luy ait envoyé un Ange pour ce subjet, et luy en doive envoyer encores un autre; car ces graces et ces visions se doivent celler a cascun, a plus forte raison a une femme et femme encores incognue.» Che le grazie e le visioni si debbano celare, non è sempre vero; Raffaele diceva a Tobia, essere bene -rivelare le opere di Dio-. Lasciata dunque da un lato la ragione ascetica, non opportunamente allegata dal cav. d'Urfé, diremo che il Duca troppo apertamente scopre cose importantissime e segrete ad una principessa ignota; la quale, partendosi sul -piccoletto legno-, e divulgando il luogo dove Amedeo si stava, e i disegni che volgeva nell'animo, avrebbe potuto nuocere moltissimo all'impresa del soccorso di Rodi. In somma, in questo canto VI. sono versi bellissimi, nobili sentenze, e locuzione elegante; ma non è degno di quella mente che il compose, nè di quella scienza che sempre apparir debbe in tutte le parti d'un epico poema. CANTO VII. ARGOMENTO. -Il Re del Cielo ad AMEDEO destina Michele ad arrecar l'armi immortali: Pronto egli dalla torre adamantina A lui ne scende dibattendo l'ali E compie, l'alta volontà divina. Se le indossa AMEDEO; con armi tali Scende il monte qual turbine di vento, E i Turchi ingombra di mortal spavento.- I Ma verso il campo i lumi eterni inchina Il Re del Ciel da l'immortal sua sede, E certo nunzio al gran guerrier destina Scelto campion de l'immutabil fede. Guarda per l'ampia regïon divina Spirti infiniti, che gli stanno al piede; Indi a Michel guerreggiator sublime Ne l'armi eterne il suo voler esprime: II Fendi l'aria, dic'Ei, vola repente In sul Filermo, ove AMEDEO soggiorna: Armi gli reca; e la fida alma ardente A l'armi infiamma; indi qua sù ritorna. Perch'a l'orgoglio de l'iniqua gente, Ei pugnando la giù, fiacchi le corna, Seco gli Angioli fian, cui data è cura E di Lui stesso e de le rodie mura. III Tanto diss'egli: e fiammeggiando ascende Michel su l'ali, ove ne l'alto appese Serbansi l'armi, sempiterne, orrende, Vinte non mai ne le sacrate imprese. Torre è nel ciel, ch'inespugnabil splende Tra' nembi ardenti, e tra gran fiamme accese, E di diaspro insuperabil, scorno De gli anni, immensa si dilata intorno. IV Tanto s'innalza oltra il gran ciel superno, Quanto il superno ciel s'alza da terra: Copre i gran tetti suoi diamante eterno, Diamante eterno apre il suo varco e 'l serra: Dentro son l'armi, onde il profondo inferno, Onde il rio mondo si conquassa in guerra: Eterei dardi, archi fulminei, vaste Squame d'usberghi fiammeggianti ed aste. V Pendon lucidi carri, onde volanti Gli Angioli van su per gli eterei campi; Scudi fulgidi, brandi, elmi spiranti, Da l'oro eterno, inestinguibil vampi. Miratisi quivi i fulmini tonanti Sparsi di nembi, di fragor, di lampi: Armi, di che 'l gran Dio può solo armarsi, Splendenti, ardenti, orribili a mirarsi. VI Or, poi che dentro a l'ampia mole ascese, Da Dio sospinto, il messagger beato, Scudo, elmo, brando, intra' più scelti, ei prese, Onde AMEDEO scenda in battaglia armato, E tromba; onde egli a memorande imprese Sprona gli eroi con l'immortal suo fiato: Sì provveduto, in su l'aeree penne Dal sommo olimpo al cavalier sen venne. VII Passa il cristal, cui pura luce aggiorna, E 'l ciel trasvola giù di stella in stella; Passa ove accende le volubil corna De l'almo sol la vergine sorella; Varca il foco e le nubi; indi l'adorna Piaggia de l'aria rugiadosa e bella, E tra le selve di Filermo ombrose, A piè del gran guerrier l'armi depose. VIII Ivi fra viva luce, onde circonda, Orribile a veder, l'ampie foreste Con aura soavissima, gioconda, Scioglie in voce mortal, spirto celeste: L'armi, onde oggi Ottoman tua man confonda, Dal ciel ti reco; or tu feroce in queste Fulmina omai su le nemiche genti: E sta quale alpe al minacciar de' venti. IX La terra e 'l ciel tramuteransi avanti Che 'l fato crolli, ove il gran Dio destina: Sì cinto di dïaspri e di diamanti Stassi il voler de la virtù divina. Così gli dice; e spargli indi davanti: Pur come sol, ch'a l'oceàno inchina Rapido a sera: ed AMEDEO raggira Cupido i lumi, e le grandi armi ammira. X Qual, se in danze amorose anzi il cospetto Esce di duci peregrini e regi, Regia donzella, empie di gaudio il petto, Mirando sè con ammirabil fregi: Tale in petto AMEDEO cresce il diletto, In quelle armi guardando, eterei pregi; E più s'infiamma a la battaglia; e veste L'inclite membra de l'acciar celeste. . 1 2 - , ' - : 3 4 « . 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