L'avverso stuol, ch'ode l'orribil voce,
E tanti intorno lui morti rimira,
Ritien per la temenza il piè veloce,
Solo da lunge disfogando l'ira.
Votano le faretre; ognun feroce
Sceglie acute quadrella, e l'arco tira
Sì che repente ad ogni stral nemico
Segno diventa il valoroso Enrico.
XXXVII
Squarciansi de l'usbergo in un momento
Le ricchissime vesti, onde era chiaro;
E del cimier, che si crollava al vento
Lunge le piume dissipate andaro;
Ma de lo scudo nel temprato argento
Di tanti dardi penetrò l'acciaro,
Che nulla più da saettarsi avanza;
Ed ha di folta selva omai sembianza
XXXVIII
Freme il campion, nè da' guerrier s'aspetta
Prova d'alto valor, ch'ei non adempia;
Quando il fiero Ismael scoccò saetta
Da la corda tirata oltra la tempia.
Verso la destra coscia ella s'affretta
Del gran Francese, e sì crudel lo scempia
Che lo trabocca col ginocchio in terra;
Nè però teme, anzi è più franco in guerra.
XXXIX
Mossero allor veloci; un di Roano
Nacque sul lito, ed appellossi Anglante,
Nè di lui pronti men Guelfo, e Serrano,
Chiari in Bretagna, ambo nutriti in Nante.
Costor forti di cor, forti di mano,
Al percosso Baron piantansi avante,
Dando esempio di fede in tempo duro;
Ma ne l'ardir mal fortunati furo.
XL
Chè da lo stuolo in saettar non sazio
Nembo d'acuti dardi a lor sen vola;
E tanti di Serran fecero strazio,
Che ben tosto a la vita egli s'invola;
Nè di provarsi Anglante ebbe più spazio,
Si da non pochi gli s'aprì la gola:
Quattro a Guelfo piagaro il petto, e 'l tergo,
E trasser l'alma dal mortale albergo.
XLI
Ma non per tanto da temenza oppresso
Lascia ogni Turco l'ardimento in bando,
E stan da lunge, e fan vedere espresso
Quanto d'Enrico è paventato il brando:
Chè non venite a guerreggiar dappresso,
Femmine d'Asia? egli dicea gridando.
E pur bramoso di propinquo assalto,
La nobil spada sollevava in alto.
XLII
Quinci fu mosso; e che da spron d'onore
Ben stimolato ad affrontarlo vada
Sciriffo il dimostrò: con tal furore
Egli trascorse, anzi volò la strada.
Ma non prima giungea, che dentro il core
Sdegnoso Enrico gli piantò la spada;
Ivi i nodi de l'anima dissolve,
E di profondo orror tutto l'involve:
XLIII
Poi su lo scudo sanguinoso inchina
I membri a morte infievoliti, e lassi;
Ma verso la sua gente ivi vicina
Preghi facea, perchè fermasse i passi.
In sì rio tempo un Rodïan cammina
Là, dove il fiero Folco armato stassi;
Clinia fu questi, e come avvien, che 'l trove,
Lo riverisce, ed a parlar poi move:
XLIV
Su le torri di Francia il Turco ascende;
Non che si dia le spalle al fier nemico,
Pugnasi; ma colà mentre contende,
Mal sostiensi ferito il forte Enrico:
Uopo è d'aita. Ove ciò dirlo intende,
Volge Folco animoso il piede antico,
E le vestigia sue stuolo seguìa
Di cento armati, a cui dicea per via:
XLV
Non ha Guascogna Cavalier più forte
Del buono Enrico; a la Valetta il pregio
Mai non scemò; s'oggi è caduto a morte,
Prova udirem del suo valore egregio.
Amici, colpo di contraria sorte
A verace virtute è nobil fregio;
Spavento popolar non vi ritegna,
La Fè, la Patria guerreggiare insegna.
XLVI
Con sì nobili detti oltre s'avanza,
E tra' suoi Franchi si conduce al fine;
E visto a pena ei fu, ch'alta speranza
Prese quelle alme a sbigottir vicine:
Gridaro, ed ebbe quel gridar sembianza
Di procelloso suon d'onde marine,
Allor che presso Calpe a l'aer bruno
Trascorre irato il tridentier Nettuno.
XLVII
Così nova risorse aspra battaglia,
Ed a proprio nemico ognun s'afferra;
Forte Abdulen contra Olivier si scaglia,
E fiero Uberto a Soliman fa guerra;
Amuratto a Rinaldo il braccio taglia
Che tien la spada, e lo calpesta in terra;
Carlo fere a Derniso, ove sul fianco
Ha la faretra; ed ei di duol vien bianco.
XLVIII
Fulvio le ciglia ad Acomàte fora,
Onde fur gli occhi eternamente oscuri,
E fora il core a Dragomano ancora:
Tanto il brando cacciò tra gli ossi duri.
Così feriansi, e s'innalzava ognora
Ferocissimo suon d'aspri tamburi,
Ed ognor consigliava a sprezzar morte
L'altiero fiato de le trombe intorte.
XLIX
Quinci tendere gli archi, erger gli scudi
Ciascun s'affretta e raggirar le spade:
Chi urta armati, chi ferisce ignudi,
Chi sorge altier, chi miserabil cade.
Infra tutti con atti a mirar crudi
Via più del sangue ostil lava le strade
Il vecchio Folco: coraggioso sfida
I fier nemici, ed a' seguaci ei grida:
L
Non perdete vigor, saldi le piante,
Di sdegno il petto, o Cavalieri, empiete;
Pronti le mani a l'armi, aspri il sembiante,
Fuggite voi, se me fuggir vedrete.
Ei sì diceva, e sospingeasi avante.
Allor chi spada, e chi ferrato abete,
E chi punta di stral bagnò nel sangue;
Ma pure il Turco in guerreggiar non langue.
LI
Nè meno alzano gridi ire spietate,
Nè men tra' fieri Duci aspra contesa
È sopra Rodi intra le schiere armate
Là, 've dal forte Ispano era difesa.
Parte per vie nei duri assalti usate
Pugna la Turca gente in alto ascesa;
Parte sul muro dissipato a terra,
Senza scale adoprar, fanno aspra guerra.
LII
Quì spirando per gli occhi alto ardimento
Argine fassi a' Barbari furori
Fernando, e sta fra mille rischi intento
Con forte destra a stoccheggiar nei cori:
Per lui Drausso, ed Alifar fu spento,
Che ricchi di Panfilia intra Pastori
Presso le gregge lor per le pendici
Di Sardimiso esser solean felici.
LIII
Come cinghial, cui molti verni alberga
Vesolo ombroso, ove assalirsi mira,
Inverso i cacciatori, aspro le terga,
Dal guardo irato i crudi incendj spira:
E come incontra il fier, bench'ei disperga
L'aste ferrate ne l'orribil ira,
Affretta l'orme, e gli si scaglia addosso
Con strano ardir l'abbaiator molosso:
LIV
Tal sta Fernando, e contra lui per via
Tal fassi Alfange; ei la faretra in posa
Lascia sul tergo, e da vicin ferìa
Sì che romperli il calle altri non osa.
Pur Diego l'incontrò, Diego d'Urìa,
Germe tra' più gentil di Sarragosa,
Di morte sprezzator, pur che si scriva
Suo nome eterno al suo grande Ebro in riva,
LV
In quel momento duro stral pervenne,
Colpo d'Astorgo, al Cavaliere Ispano;
Astorgo in mezzo il petto il guardo tenne,
E sciolse il dardo, e non lo sciolse in vano.
Ch'al tergo il ferro, e sovra il sen le penne
Fur del quadrel: Diego cadde sul piano,
E rimembrando i genitori ei piange.
Ma verso i Turchi favellava Alfange:
LVI
Chi nobile asta, e guadagnar disìa
Ricche faretre, e di bell'or cimieri,
Mostri valor, chè per la destra mia
Ornerallo Ottoman di doni altieri;
Ma chi codardo feritate oblia,
Consorte, e figli più veder non speri;
Or quì lo sbraneran queste mie mani,
E farò del suo cor convito ai cani.
LVII
Nè perchè favellasse il piè ritarda,
Anzi per entro la Cittate ei monta
Fervidamente, e disïoso ei guarda,
S'alcun de' Rodïan seco s'affronta.
Fernando il vede, e par che d'ira egli arda,
E de la gente a guerreggiar più pronta
Ordina squadra bene armata e folta;
Ed a frenare il Turco ei si rivolta.
LVIII
Qual move a' gioghi d'Apennino intorno,
O sul Taburno il più guerrier de' tori,
Che sembra i venti minacciar col corno,
Ch'aure nei piedi, e c'ha negli occhi ardori,
Tal sotto l'elmo di gran piume adorno,
E del dorato scudo intra i fulgori
Ei move. Alfange, che venir lo scerne,
Sente alquanto gelar sue furie interne.
LIX
A se stesso in valor non s'assimiglia
Su quel dubbio momento; il piè sospende,
E di ritrarsi quindi ei si consiglia;
Poscia animoso il suo temer riprende:
Qual spavento di morte oggi mi piglia?
Ottoman che dirà, s'unqua l'intende?
E che dirà costui? parmelo udire,
Ch'egli innalzi trofeo del mio fuggire:
LX
Ah non sia ver giammai. Così contrasta
Per temenza d'infamia a sua paura.
Ma lungamente contrastar non basta,
E fuor sen va dall'occupate mura.
Scotea Fernando la terribile asta,
E dietro gli gridava: aurea armatura,
Alfange, intorno ti vegg'io, ma parmi
Che di guerrier non abbia altro che l'armi.
LXI
Ove ten fuggi? hai sì le piante alate?
Ferma alquanto a mirar come s'onori
Spagna nel risco de le schiere armate;
Ma che? più volte ve l'han detto i Mori.
Sì rivolto a biasmar tanta viltate,
Il faceva arrossir de' suoi timori;
Onde in mezzo del cor sentì fiorire
Di nobile battaglia alto desire.
LXII
Perchè formossi, e co' più fier sembianti,
E pur con guancie di rossor cosparte,
Rispose Alfange: io ti consento i vanti
Perchè la patria te ne insegna l'arte;
Ma pensa tu, che da' leggiadri amanti
Or periglio mortal tienti in disparte,
Nè procuri tra pompe i tuoi diletti
Col porre in corso, e col frenar ginnetti.
LXIII
Hai sugli occhi la morte: alto dolore
A la ria fama ingombrerà Castiglia,
Ove le belle dame arse d'amore
Dal tuo giostrar non rivolgean le ciglia.
Marran: in questo dir, sdegno, e furore
Ad impeto di tigre il rassimiglia,
Ed appressa l'Ispano, e vibra in alto
La spada, e move a più mortale assalto.
LXIV
Cupido di ferir scendea fischiando
Ver la sinistra tempia il crudo acciaro;
Ma con la spada avvicinarlo quando
Fernando il rimirò, favvi riparo;
Poscia la destra e l'affilato brando
Volge a colà ferir, dove legaro
I pieghevoli nervi il busto e 'l braccio;
Ed ivi il frange, come fragil ghiaccio.
LXV
Lunge sul pian da lo spallon reciso,
Come da fonte, il sangue atro discende;
Crollasi Alfange, e vien di neve in viso,
Al fin spossato in sul terren si stende.
Dardagan, che lo sguardo in lui tien fiso,
Di sdegno il petto e di pietate accende,
E corre a lui, ne' cui sembianti mira
Che l'alma giovinetta ancor non spira.
LXVI
Pregio di guerra è dimostrar valore,
Alfange, ei dice, ove il nemico assaglia;
Però, se quinci ti corona onore,
Di piaghe e di morir nulla ti caglia.
E quei, le ciglia, cui mortale orrore
Ad ora ad or più scuramente abbaglia,
Solleva alquanto, e con l'ardire usato
Rende risposta al Cavaliero amato:
LXVII
Vago di gloria e di virtù, sprezzai
Riposo ed or ne la magion paterna,
E tra queste armi di cangiar bramai
Caduca vita a bella fama eterna;
Or ch'io mi mora, e ch'io mi campi omai
Sia cura del gran Dio ch'altrui governa:
Tu, ben ti prego, ad Ottoman fa fede,
Ch'io non morii dando la fuga al piede.
LXVIII
Quì dietro il sangue, che sì largo ei versa,
L'anima vinta in ver le labbra invìa,
E di freddo pallor la guancia aspersa,
Tremando e palpitando ei si morìa.
Ma ne la patria in grave duol sommersa
L'antica genitrice il si disìa,
E stanca il Ciel tutte le notti e i giorni,
Pregando in van perch'egli a lei sen torni.
FINE DEL III CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO III.
-Osservazioni critiche-
DEL CAV. ONORATO D'URFÈ.
St. 60: «Il dit qu'Alfange est cogneu de Fernande (-sic-) et meme il
le nomme par son nom, combatant avec lui armé de toutte (-sic-) piece,
et de meme Alfange le nomme Espagnol; en quoy il y a peu d'aparance
s'il ne dit quelque chose au paravant qui soit cause qu'ils se
recognoissent.» Qual maraviglia, che un prode cavaliere spagnuolo sia
noto per nome ad un capitano de' Turchi, in una età, quando si
combatteva continuo dagli Spagnuoli contro de' Mori, e quando i Baroni
cristiani sovente andavano a militare in Oriente contro de' Turchi?
St. 66: «De plus en ce combat il fait qu'un amy d'Alfange luy parla
fort long tems et en presance de Fernande; et que peut on panser qu'un
ennemi fasse, dans la chaleur d'un combat, ou l'un et l'autre s'estoit
blessé.» Ma nell'Amedeide, com'è stampata, non è detto che Fernando
fosse presente alle parole che Dardagnano dice ad Alfange; le quali si
stendono per soli qualtro versi, che non durano certamente -fort long
tems-.
«Faut noter que toutte la description de cet assaut est fort
ennuyeuse, tant parce qu'il est donné sans ordre ny sans art de
guerre, que d'aulant qu'il y a fort peu d'incidants qui meritent
d'estre racontez, et l'enumeration de tant de morts incognus, et
mesmes (-sic-) tous tuez d'un coup est fort ennuyeuse.
Et encores que Virgile, et au paravant Homere, en ayent quelque fois
usé, il n'est pas bon de les imiter en ce que lon les a repriz; outre
que les tems sont fort differants et que le poete y doit faire une
grande consideration. Outre qu'il n'est pas vrais semblable qu'etant
armez ils soient tous tuez d'un seul coup.»
Non credo che il Chiabrera possa meritar lode d'intelligenza nell'arte
militare, essendo veramente senz'ordine e senza strategia la sua
descrizione dell'assalto dato alla città di Rodi e della difesa che ne
fanno i Cristiani. Ma vuolsi pur avvertire che i Turchi non avevano
allora quella cognizione dell'arte del guerreggiare, che ora cercano
d'apprendere; e tutto facevano con impeto disordinato, supplendo col
fanatismo e col numero degli uomini al difetto della scienza
guerresca. E quanto a' Cristiani, non eran neppur essi tattici famosi;
e il valore individuale, più che la forza delle masse bene ordinate,
decideva dell'esito delle pugne. Non vorrei che l'Urfé avesse
giudicato de' tempi di Amedeo colle idee e le arti de' tempi di Carlo
Emanuele.
Egli è poi certissimo non esser verisimile, che un sol colpo uccidesse
cavalieri armati di ferro da capo a piedi; ma il Poeta ci fa intendere
assai volte la ragione perchè un guerriero cadesse al primo colpo
nemico. Innanzi a tutto diciamo non essere stato mai costume de'
Turchi, di ricoprirsi con armature di ferro; e perciò dovevano essi
cadere prestamente sotto le spade e le aste de' forti cristiani. In
secondo luogo, il Cavaliere cristiano non era invulnerabile; non
essendo nè potendo essere l'armatura tutta d'un pezzo; e il pregio
degli arcieri e de' più destri combattitori stava in questo di mirare
colle saette, e di volgere le punte de' lor ferri, a quelle parti del
corpo che non aveano riparo nè d'elmo nè d'usbergo, cioè alle
giunture, dove le commettiture de' pezzi diversi dell'armatura
lasciano un varco alle punte delle lance, delle spade e degli
stocchi. E la storia ci fa conoscere che alcuna volta si perdettero
battaglie per la grande uccisione cagionata dall'accorgimento di
serrarsi da presso al nemico, e con gli stocchi ferirlo nelle parti
vitali, ovunque le commettiture lasciavano un piccolo varco all'armi
di punta.
-Varie Lezioni.-
-Amed. magg.- st. 2 E poi canuto crin, bianco le tempia.
......-min.-iviE per canuto crin bianco le tempia.
La prima lezione è apertamente viziosa, mancando a crin l'articolo che
noi vi abbiamo restituito, stamp. -il crin-.
-Amed. magg.- st. 3 Di Calvaria al monte.
......-min.- ivi Di Calvario al monte.
Possono stare amendue rettamente.
-Amed. magg.- st. 5 E colma di cordoglio in te confida.
......-min.- ivi E pur da te battuta in te confida.
Nell'Amed magg. la st. 7 finisce così:
E fan sonar di Dio le glorie sparte
Con alto stil su le sacrate carte.
Poi seguono le st. 8. 9. 10. e 11. e questa si chiude
co' due versi seguenti:
Ben che appellasse con più cupi orrori
Notte a posarsi i miserabil cori.
Ma nell'Amed. minore, mancano al tutto le st.
8. 9. 10. e 11, terminando la 7 così come siegue:
Benchè chiamasse con più cupi orrori
Notte a posarsi i miserabil cori.
Nell'Amed. min. manca la st. 15 -E parmi udir- ec.
Nella st. 37 dell'Amed. magg. ambedue l'ediz.
leggono -Bertagna-, idiotismo genovese, che gli operaj
delle stamperie avranno posto in luogo di -Bretagna-.
Le st. 47 e 48 non si leggono nell'Amed. minore.
-Amed. magg.- st. 63 marran; in questo dir sdegno e furore.
......-min.- Protervo; in questo dir sdegno e furore.
-Amed. magg.- st. ult. L'antica genitrice il si disia.
......-min.- st. ult. L'antica genitrice il si desia.
Il canto III. nell'Amed. magg. ha st. 68: nella
min. st. 61.
-Argomento del Peschiulli
al canto III dell'Amedeide minore.-
Dassi a Rodi battaglia, e i traci arcieri
Caggiono a fasci, ove combatte Enrico;
Ma, lui piagato, audace opponsi ai fieri
Su la rotta muraglia, il Duce antico.
Fernando, gloria dei famosi Iberi,
Alfange in altra parte ha per nemico;
Ma temuto il rampogna, e sì l'offende,
Che dispossato in sul terren lo stende.
CANTO IV.
ARGOMENTO.
-Infiamma Adrasta i femminili cori
Di girne a ritrovar l'aspra battaglia;
E lasciati i domestici lavori
Molte la van seguendo alla muraglia;
I detti di Nicandra i lor furori
A mitigar non han forza che vaglia:
Mentre parla Erimanto alla diletta,
Impiaga il braccio a lei crudel saetta.-
I
Per l'armi intanto, e per l'armata gente
Così per entro Rodi alto risuona,
Che men rimbomba, se per l'aria ardente
La gran porta del ciel fulmina, e tuona;
Ed a gravi pensier volta la mente
Quinci Adrasta magnanima ragiona
Nel tempio, ove le donne afflitte il ciglio
Facean preghiera nel mortal periglio.
II
Pria, ch'io pigli a parlar parmi vedere,
Che la parola mia sembrerà strana;
Ond'è giusta ragion farvi sapere,
Che per lo nascimento io son Spartana.
Le femmine colà di sangue altiere
Non disperdono il tempo in tesser lana;
Nè su trapunti coloriti e vaghi
Stancansi maneggiando e sete, ed aghi.
III
Ma ben sono use di faretra incarco
Portar sul tergo, ed affinar gli strali,
E tra foreste insidïando il varco
Trafigger duramente orsi e cinghiali;
Nè pur con forza di saetta, e d'arco
De gli uomini al valor si fanno uguali;
Ma ciascuna lottando il fianco allena,
E correndo la terra imprime a pena.
IV
Fra tai costumi in tale patria nata,
Figlia del ben famoso Onesicrito,
Quì nella terra vostra io fui traslata,
Ove il forte Cleandro ebbi a marito.
Non fia la voce mia dunque ammirata
S'a generosa impresa oggi v'invito;
E s'io v'accendo a dimostrar virtute,
Onde forse la patria abbia salute.
V
Udite voi come ad ogn'or maggiore
Rimbombo empie del ciel tutte le bande?
E che strepito d'armi, e che furore
Di varie voci orribile si spande?
Certo che degli assalti aspro è l'orrore,
E de lo scampo nostro il risco è grande;
E certo, quanto il mio pensier comprende,
De l'estrema speranza or si contende.
VI
Or perchè dunque disperando stassi,
E per noi di campar non si tien cura?
Chè non moviamo, ove si pugna, i passi,
Tentando farne la Città sicura?
Colà con dardi, o traboccando sassi,
Non potrem forse assicurar le mura?
Non potremo versar vasi bollenti
Sovra esso il volto a le nemiche genti?
VII
Ma vero sia, che nostra man non vaglia
Far prova d'armi in così gran perigli.
Fia pur, ch'ogni guerrier ne la battaglia
Quinci a più travagliar si riconsigli:
E come non fia ciò? su la muraglia
Verso le madri mireranno i figli?
Verso le care donne i car consorti?
E poscia a loro pro non saran forti?
VIII
Potran mirar di noi l'egra vecchiezza
Condannarsi a dispregi, ed a martiri?
O lor non peserà, nostra bellezza
Farsi trastullo a barbari desiri?
Non crescerà, non doppierà fortezza
Ogni alma di guerrier come ci miri?
Non diverrà più coraggiosa? Andiamo:
Chi ci ritien? che paventiam? che stiamo?
IX
Nè queste nostre man fien le primiere,
Che tra' nemici sian vedute armate;
Anzi presso ciascun, donne guerriere
Furo famose a le stagioni andate;
Veduta fu tra coraggiose schiere
Magnanima reina in su l'Eufrate
Andar fra' duri strepiti di Marte
Ver Babilonia con le chiome sparte.
X
Ma che più vi dico io? sul Termodonte
Non corse già stagion, ch'ogni donzella
Con le man forti, e con le voglie pronte
Si coceva sul petto una mammella?
E con fier guardo in minaccevol fronte
Esercitava in guerra arco, e quadrella?
E correr si vedea, come se penne
Avesse a' piedi, e maneggiar bipenne?
XI
Se dunque in tanti lochi, e 'n tanti tempi
Tra l'armi il nome femminil s'avanza,
Non dobbiam noi per così chiari esempi
Tra' rischi avvalorar nostra speranza?
Non dobbiam per la patria, e per li Tempi
Vivamente provar nostra possanza?
E ver nemico tal, che da lui vinte
Potremo a gran ragion bramarci estinte.
XII
Non è quegli Ottoman, ch'a strazio mena?
Che porta, ovunque giunge, aspra ventura?
Che vincitor la nobiltà disvena?
E danna i vili a ria prigione oscura?
La costui fiera man pietà non frena;
Ma per le voci di pietà s'indura,
E da la ferità solo ritiensi
Allor, che per lussuria infiamma i sensi.
XIII
Così diceva; ed al fervor dei detti,
Ed a' sembianti altier, con che gli espose,
D'insolito ardimento empieva i petti,
E le donne, ch'udian, fea coraggiose,
E già vedeansi sfavillar gli aspetti,
E già moveansi i piè; quando s'oppose
La canuta Nicandra a quei pensieri,
Disconsigliando a donne atti guerrieri.
XIV
Costei Massa lasciò, lasciò Carrara,
E venne pronta ne la Rodia terra
Presso il figlio Eritreo, di cui ben chiara
Fama trascorse o fosse in pace, o 'n guerra.
Visse ei così, ch'a farsi eterno impara,
S'altri l'imita; al fin sen gìo sotterra,
Lasciando a' Malaspini alme ghirlande,
Progenie sua, che a Val di Macra è grande.
XV
Ella quì prese a favellar; che dica
Voce di fama, e se a guerrier furore
Manifestasse a la stagione antica
La destra femminil tanto valore,
Prender non vuò di esaminar fatica;
Ma ben pensando mi ritorna in core,
Che la fama quaggiù spesso è verace,
E che spesso mentendo anco non tace.
XVII
Vago pensier di seminar diletti,
E d'adescare il popolare ingegno,
Di leggiadre menzogne adombra i detti,
E della verità trapassa il segno.
Ma se il molle candor de i nostri petti,
Se nostra fievolezza a guardar vegno,
Se 'l mansueto cor, per certo parmi,
Che vanamente ci voltiamo a l'armi.
XVIII
Candide mani a bei ricami usate
Vibreran ferro? e da le tele ordite
Trapasserem contra le schiere armate?
Ah? che sarem soverchiamente ardite.
Nè se a risco mortal fien rimirate
Da' nostri cavalier le nostre vite,
Fia di sdegno maggior loro alma accesa,
Nè più feroce ne la ria contesa.
XIX
Anzi pietate, ed amorosa cura,
Che suoi cari oblïar non mai sofferse,
Ammolliran per la crudel ventura
L'anime fiere, a noi mirar converse.
Le destre lor, ne la battaglia dura,
Di barbarico sangue atre e cosperse,
Per noi coprir da le percosse infeste,
Incontra Turchi appariran men preste.
XX
Ben è ver, ch'Ottoman non frena l'ira,
Sempre ingordo via più dei nostri danni,
E del misero dì l'ora desira,
In che noi tutti a giogo vil condanni.
Ma dal ciel Dio grandissimo rimira
Sovra il furor dei perfidi tiranni,
E con sue forze onnipotenti, eterne
I loro orgogli e l'alterezza scherne.
XXI
Pensate a Faraon fra tante pene
Già tanto afflitto; ei rote, arme, destrieri
Già mise in campo per le rosse arene,
Ed affondò se stesso, e suoi guerrieri.
Or non men d'Ottoman sperar conviene,
Se 'l Ciel prende a disdegno i suoi pensieri:
Ed ei gli prenderà, s'umilemente
Ne farem verso Dio preghiera ardente.
XXII
Dunque de l'aste, e dei guerrieri acciari
La cura abbandoniam: nostri campioni,
Nel tempo andato in guerreggiar ben chiari,
Oggi saranno a noi difender buoni:
Noi supplicando a' sacrosanti Altari
Preghiamo il Ciel, ch'a Rodi oggi perdoni
E sul nostro fallir pietà dimostri;
Chè questi son gli abbattimenti nostri.
XXIII
Ella quì tacque, e lagrimosa il ciglio
S'atterra, e verso Dio manda preghiere;
Ed a ben molte fe' mutar consiglio
Di più trovar le combattute schiere.
Ma la Spartana nel mortal periglio
Tien fermo non per tanto il suo volere,
Ratto movendo il piè ver la muraglia,
Per colà ritrovar l'aspra battaglia.
XXIV
Seco non poche; e dal gentil sembiante
Vedeansi sfavillar magnanime ire,
Mentre col passo de le vaghe piante
Movono in atto di guerriero ardire,
E sotto bianchi lini aura volante
Loro rabuffa il crin. Tali apparire
Sul muro, ove s'impiaga, ove s'ancide,
Infra 'l comune orror, Folco le vide.
XXV
Ei raccolse nel cor gran meraviglia,
E, mosso inverso lor senza dimora,
Dice: forse schernisconsi mie ciglia?
Deh che vegg'io non più veduto ancora?
Quale d'armi vaghezza oggi vi piglia?
E chi tanto donzelle oggi avvalora?
Perchè siete fra noi? Certo io non trassi
Con alcun messaggiero i vostri passi.
XXVI
Adrasta, sparsa d'ardimento il viso,
De' lor vïaggi la cagion dispiega.
E Folco allor con un gentil sorriso
Dalla muraglia a dipartir le prega:
Che sia colmo d'amore il vostro avviso,
Certo è senza ragion, s'alcuno il nega;
Ma non dovete voi scemar le lodi,
E far vergogna a i difensor di Rodi.
XXVII
Dunque a nostra onta nell'età futura
Udransi i Turchi, e non pur or vantarsi,
Che per difesa de le patrie mura
Fosser costrette anco le donne armarsi?
Non è ragion; ma se da ria ventura
Può per armata man Rodi salvarsi,
Cessi l'affanno, e rinfrancato il core,
Salvarla queste nostre avran valore.
XXVIII
Or voi presso gli altar fate ritorno,
E meste le ginocchia ivi atterrate,
E pregate il gran Dio, che in questo giorno
Ci sia Dio di clemenza e di pietate.
Noi con man pronte moveremo intorno,
Ed a gli assalti de le turbe armate
Farem contrasto; incontrarem ferite;
E porremo in oblìo le nostre vite.
XXIX
Udendo il gran Baron, gran reverenza
Prese le donne; e tutte unite insieme,
Verso i lasciati altar, fero partenza,
A colà rinnovar preghiere estreme.
Ma pure Adrasta non cangiò sentenza;
Ed a veder, se rimanea più speme
Per la muraglia a passeggiar si diede;
Ed Alcimida movea seco il piede.
XXX
Alcimida bellissima, cui luce
Tanto splendor ne l'ammirabil volto,
Che ad amorosi ceppi ognun conduce
Senza mai disïar d'esser disciolto,
Figlia fu di Feralmo, inclito Duce;
Ei molto in guerra ebbe di gloria, e molto
Lasciò di disïabile ricchezza;
Immensa dote a la costei bellezza.
XXXI
Di quì tra' Rodïan per lei feriti
Fur mille cori, e mille petti accesi;
Ma tutti ardendo rimanean scherniti
E ne le fiamme lor ben vilipesi.
Solo fur d'Erimanto i preghi uditi
Benignamente, ed i sospiri intesi,
Ed a gli occhi di lui porgea conforto
Con dolcissimi sguardi, e non a torto.
XXXII
In altr'uom, gioventù non mai simile
Rodi mirò; viso vermiglio e bianco,
E per nobile sangue aria gentile,
Ed in robuste membra animo franco.
Ma perchè tanto onor sembrasse vile,
La forza del tesor gli venne manco;
Ed a Creùsa, onde Alcimida nacque,
II sì povero pregio unqua non piacque.
XXXIII
Però mai sempre al suo desir ritrosa
Serbò la figlia in solitario letto;
Ed ella il sofferì; perch'amorosa
Non avea, ch'Erimanto, altro diletto;
Ed a ben sostener la fiamma ascosa
Dentro le vene, onde struggeasi il petto,
Tenea, quando poteva, il guardo intento
A rimirarlo, e feane il cor contento.
XXXIV
Quinci mosse dal tempio, ed ebbe ardire
D'appressarsi all'assalto; e quinci schiva
Fu del saggio consiglio al dipartire
Dianzi, ch'ogni altra donna indi partiva.
Or mentre secondando il suo desire,
Pur con Adrasta infra i guerrier sen giva,
Adrasta vide il figlio, e seco a lato
Starsi Erimanto, e vagamente armato.
XXXV
La gran Spartana giù del nobil seno
Grida, o Pelasgo; ed ei si volse intorno;
Ed il sembiante dimostrò sereno
E di vera fortezza il guardo adorno.
Ella soggiunge: non ti tenga a freno
Rimembranza di morte in questo giorno;
Fa schermo a Rodi da' nemici incendi;
Pensa al nome di Sparta, onde discendi.
XXXVI
A tal detti risposta egli non porge;
Anzi con forte piede oltra si spinge,
E nel giovane petto impeto sorge,
Tal ch'a vittoria, od a morir s'accinge.
Ma, la sua donna, ove Erimanto scorge,
A lei s'accosta e di parlar si finge,
E pur di fiamme disïate, e ree
Con gli occhi fissi un lungo incendio bee.
XXXVII
Poscia diceva: o del mio cor conforto,
Unico Sole, onde dovea serena
Farsi mia scura vita, e chi t'ha scorto?
Certo la man d'Amore or quì ti mena;
Chè se nei duri assalti io cadrò morto,
Almen avrò da consolar mia pena;
Poi che sul punto estremo oggi rimiro
Chi per me raddolcisce ogni martiro.
XXXVIII
Sia di tua madre altiera il cor contento,
Chè dato non t'avrà povero sposo,
Quando poco splendor d'oro, e d'argento
Oscura, appresso lei, merto amoroso;
Ma se gli occhi rivolgi al mio tormento,
S'al vivo foco ne le vene ascoso,
Ove infelice mi consumo e moro,
Dirai, che tanta fede era tesoro.
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