Balena in antro, ove pastor soggiorna, A quei fochi divin tremagli in seno L'anima rozza, e di timor vien meno. XXXI Tal Folco in pria di se medesmo tolto Immobilmente stassi; indi ravviva Dio ringraziando, la letizia in volto, E verso i messaggier le labbra apriva: Se per scampo di noi, lunge non molto Move il Grande AMEDEO da questa riva, Sieno forti le destre, e i cori ardenti, E di scitico stral non si paventi. XXXII Non che sottrarci da fortuna acerba Con sì forte guerrier non siam bastanti; Ma sentirà nostre armi Asia superba; Ma tra catene lasceremla in pianti; Qual Savoia ne' suoi virtù riserba, Come di quel gran sangue ergansi i vanti, È noto, ed ove in mar Febo s'asconde, Ed ove il carro d'or tragge da l'onde. XXXIII Voi la fuor di ragion presa paura Ammorzate in altrui con nobil voci, Mentre le torri, e l'assalite mura Assegno in guardia a Cavalier feroci. Tale in sembianza a rimirar secura Folco parlava; i Rodïan veloci Poi ch'inchinato e reverito l'hanno, Van per scemare ai cittadin l'affanno. XXXIV Ma succinto di spada, altier sen giva Il vecchio Folco con breve asta in mano; Ed eccitando i Duci ei pria veniva Là, v'era in guardia il buon Velasco Ispano. Questi correndo il mar di riva in riva Alzò ricchi trofei per l'oceano; E fra gli Iberi suoi molto s'avanza, A cui Folco dicea lieto in sembianza: XXXV Viensene al fine, e del soccorso giunge Fama non vana; a' nostri casi indegni Mosse, o Fernando, ed è da noi non lunge Il buon Signor de' Savoiardi regni; Tu, se di vero onor cura ti punge, L'anima infiamma d'animosi sdegni Nei novi assalti; e questo debil muro Fa contra l'armi d'Ottoman securo, XXXVI Or ch'ei n'infesta. Le pensose ciglia Volge Fernando al suo Sovran Signore Posatamente, ed a risponder piglia Sponendo altier ciò ch'a lui detta il core: Quel, che tuo nobil senno or mi consiglia, Non manco il mi consiglia il proprio onore; A sua voglia AMEDEO vegna, e non vegna; Quì non giammai cadrà la nostra insegna. XXXVII Lieto lodalo Folco, e quindi i passi Rivolge, ed affrettando il piede antico Vien, dove tra' Francesi armato stassi, Lor cara scorta, l'animoso Enrico; Or, che per questi rüinosi sassi Vuoi di novo assalirne il fier nemico, Che pensi tu? sul combattuto calle Costringerassi a rivoltar le spalle? XXXVIII Tanto sangue fin quì, tanto in battaglia Sparso da noi sudor, tanto ardimento, Oggi con esso te cotanto vaglia, Che non ti prenda d'Ottoman spavento. Risponde Enrico: de la morte assaglia Spavento un core a le vili opre intento; Io m'adornai di questa Croce il petto, Perchè di bella gloria ebbi diletto. XXXIX Così disse egli. Folco oltre cammina Là, dove, pregio del suo Tebro eterno, II giovine Giordan, progenie Orsina, De l'Italica lingua have il governo; Sue guancie eran qual rosa mattutina, Che d'ostro ride a lo sparir del verno, E splende un lume altier negli occhi suoi, Onde sono usi fiammeggiar gli Eroi. XL Ver lui Folco diceva: esser puoi certo, Ch'ogni forte guerrier quinci a mille anni Invidïando il nostro nobil merto Avrà desir di sì lodati affanni; E s'a' vostri Romani il varco aperto Fu de la gloria in soggiogar tiranni, In soffrir pene, in disprezzar perigli, Deh non sian di viltà nostri consigli. XLI E quei risponde: io prontamente attendo Le vestigia seguir de gli avi altieri; Siasi Ottoman quanto mai fosse orrendo, Non fia, che 'n Dio fidando, unqua io disperi. Folco sì forte la risposta udendo, Verso una porta allor calca i sentieri, Onde poteano entrare armi d'aita, Ed onde far contra i nemici uscita. XLII Per quella aspra stagion fido custode L'animoso Lancastro ivi s'elesse, Che sorto da la culla, in su le prode Del bel Tamigi le vestigia impresse; Chiaro per gli avi; ma superba lode Acquistò, di sua man con l'opre istesse Tra' ferri or sotto caldi, or sotto geli Stancando il fianco, ed imbiancando i peli. XLIII A costui Folco favellò: le mura Già tutte aperte, e da gli assalti offese, Parte pregando ho già lasciate in cura Ed a l'Ispano, ed al valor Francese; Parte non men di lor farà secura Il valor de l'Italiche difese. I duci io vidi; e coraggioso e forte Trovai ciascuno a vilipender morte. XLIV Lancastro, alberghi d'oro, alta ricchezza, Qual sommo ben non ogni spirto ammira, Ed anco in van scettro real si prezza; Sì miseria sovente in basso il tira; Ma tra rischi di morte oprar fortezza, Vincer la rabbia de' nemici, e l'ira, E consacrarsi a Dio ciascuno onora; Ciò dentro il tuo gran cor faccia dimora. XLV Rispose: e qual posso incontrar fatica, Quale oggi sarà stral, che mi percota, O qual m'assalirà spada nemica, Ch'altra in guerra simìl non mi sia nota? Io da l'etate acerba a questa antica, O per prossima piaggia, o per remota, Ed in terra, ed in mar vibrate ho l'armi: Signor, studio soverchio è 'l rifrancarmi. XLVI Mentre così dicea, volge animoso Lo sguardo acceso di terribil lume, E su l'elmo scotea cimier pomposo Di fregi d'oro, e di purpuree piume; Sembra fra' suoi seguaci olmo frondoso, Che trema i verdi rami in ripa al fiume Sotto Aquilon. Folco godea, che 'l vede Fiero cotanto; indi moveva il piede. XLVII E venne in mezzo a la città. Raccolto Fra' termini, che 'l duce ivi prescrisse, Stava gran stuolo in lucide arme avvolto Per gir colà, dove chiamarsi udisse. Folco ivi giunto, fe' sereno il volto, Ed ivi i passi raffrenando, disse, Verso color, che con silenzio attenti Coglieano il suon degli aspettati accenti: XLVIII Che ratto in corso a noi difender mova Campion di fama, e di virtute altiero, Mentre l'aspro Ottoman forze rinnova, E schiera turbe ad assalirne, è vero; Dunque in tale stagion sia nostra prova Mostrar petto robusto, animo fiero, E con armata man cercar vittoria, O con nobile morte impetrar gloria. XLIX Così disse egli: un coraggioso ardore In quelle squadre stimolava i petti; Ed aprendo le labbra Ottario, fuore Sospinse altier cotal risposta ai detti: Diane assalto Ottoman, ch'al suo furore Questi miei fidi a la difesa eletti I varchi chiuderan del rotto muro; In vece loro alzo la destra, e 'l giuro. L Gli occhi aperse costui là dove il Reno Per sì famosa via lava Costanza, Molti anni in guerra esperto, e quinci il freno Di quelle armate torme ebbe in possanza. Folco al parlar di lealtà ripieno Accrebbe dentro il cor nova speranza; Poscia i vestigi invìa dentro la reggia, Ch'altri cercando ivi trovarlo deggia. LI E già, lasciando in ciel gli spazj oscuri, Chiudeasi il Sol ne le marine Ibere, Quando per nova guardia i fier tamburi Chiamando van le rassegnate schiere; E con sembianti a rimirar securi Avvolto in armi a meraviglia altiere, Da le cui folte gemme un lume usciva, Come di stelle, Trasideo sen giva. LII A costui di sue grazie il cielo avaro, Ben largo fu; diegli real beltate, Sì che sul fior di gioventute è chiaro Sovra ogni duce infra le squadre armate: Avea di Lesbo il regno; e i suoi regnaro Per la Tessaglia a le stagioni andate, E ne l'orecchie altrui fama spargea, Che da l'inclito Achille ei discendea. LIII Quinci a l'orror de le battaglie volto Non tralignò; pien di vigore il petto, Fortissimo di man, sul piè disciolto Non avea, fuor che d'armi, altro diletto; Ma pur d'Amore entro la rete involto All'imperio di lui si fe' soggetto, E grave piaga volentier sofferse, Ch'ammirabile donna in cor gli aperse. LIV Ella per l'Asia intorno era famosa, Non pure in patria, ed appellossi Egina, D'Argesto nata, e de la grande Ermosa. Suoi nobil pregi ogni superbia inchina; E beltà Rodi nominar non osa, Ch'a la beltà di lei vada vicina, Nè forza di tesor le venìa meno, Anzi d'ampie castella aveva il freno. LV Felice a pien; per Trasideo bramata Già da' suoi genitor gli si promise; Ma venne il Turco, e la stagione armata Celebrare Imenei non gli permise. Questa beltà fervidamente amata Ei per mirar alquanto in via si mise, Dando a gli sguardi suoi, che tempo corto Avean di rimirarla, alcun conforto. LVI Dunque volgendo al caro albergo i passi Per varchi chiusi a le straniere genti, Ampia sala trovò, per onde vassi In loggia aperta a lo spirar dei venti: Quì con la vecchia madre Egina stassi Splendida in gonna di tessuti argenti, E con l'eburnee mani ordiva rete Di fila aurate, e di cerulee sete. LVII Ma come il volto amato ebbe davanti In repentino oblìo sparse i lavori, Ed agitata ella cangiò sembianti Accesa il volto di più bei rossori; Nè meno in Trasideo; stile d'amanti; Si destaro nel sen geli ed ardori, Chè nell'istesso punto or rosso, or bianco Interrotti sospir trasse dal fianco. LVIII Ver lui, che contra lei s'era rivolto, Si move Ermosa, e con desir l'abbraccia, Ed indi afflitta gli diceva: ascolto D'armi orribile suon che 'l cor m'agghiaccia; Deh chi sarà nel ciel, che quinci tolto L'aspro Ottoman, così dolente il faccia, Come gli empi furor del duro Scita Empiono di dolor la nostra vita? LIX Provin, provino, oh Dio! de' nostri affanni Il gran martir nei proprj lor perigli, Ed al peso sentir de' nostri danni Dannati sian lor genitori, e figli; Ma te la gioventù de' fervidi anni, O speme del mio cor, sì non consigli, Che dietro un nome lusinghier di gloria, Di te stesso, e di noi perda memoria. LX Quando lucente, e di metal guernito T'avanzerai ne le battaglie orrende Rammenta, Trasideo soverchio ardito, Di chi piangendo i tuoi ritorni attende. Sì parla, e giù dal volto scolorito Calda pioggia di lagrime discende; Ma non scemando in Trasideo l'ardire, Verso le donne amate ei prese a dire: LXI Guarderà su nel ciel questa mia vita, Qual per l'addietro, alta Pietà divina; Vuolsi sperar: non lusinghiera aita D'uno Italico Eroe fassi vicina. Con questi detti a confortarsi invita L'anima bella de l'afflitta Egina; Ma per conforto in van forma ogni detto: Cotanto affanno le conturba il petto. LXII Ella ver Trasideo rivolge alquanto Le vaghe ciglia, indi le affisa in terra, E ne' begli occhi le lampeggia il pianto, Cui per estrema forza il varco serra; Poi dimessa dicea: vivrem mai tanto, Che giunga il fin de l'odïata guerra? Sì che d'avverse trombe al crudo orrore Non ci si scota palpitando il core? LXIII Che più spero dolente? o che non spero? E che dirti degg'io? corri in battaglia; Tu de la patria, e tu di noi guerriero Posar non dei, quando Ottoman n'assaglia. Quì Trasideo non tacque: il tempo è fiero; Con torbido furor Marte travaglia Nostre speranze; e per trovar salute È da provarsi in arme ogni virtute. LXIV Che fia non so; ben ho fermato in mente Anzi fra duri acciar correre a morte, Che del crudo Ottoman l'iniqua gente Vincitrice mirar dentro a le porte, Troverò requie infra le turbe spente: Voi, quale aspetti miserabil sorte, Eleggo non pensar; tormento immenso Troppo suolmi assalir, s'unqua ci penso. LXV Cotal rivolto a le miserie incerte, Egli dicea d'ogni speranza in forse. Ella avendo a' sospir le labbra aperte Dal nobil cor tale risposta porse: Che per lo sangue mio fosser sofferte Viltati indegne il Sole unqua non scorse, Nè soffrirò, che per innanzi ei scorga, Ch'a vil catena queste braccia io porga. LXVI Diasi Rodi al furor d'aspri nemici, Chiudano in porto i vincitor le vele; Me già non mireran Frigi, e Cilici Portare urne da fonti, e tesser tele. Per tal modo schernìa l'ore infelici Tra le minaccia d'Ottoman crudele La vergine superba; in rimirarla Alto agitato Trasideo non parla. LXVII Ed ella fa recar candida vesta, Che lungo studio di Meonia gente Fra gangetiche perle avea contesta, Giungendo a varia seta oro lucente. Era quivi a mirar, ch'empio funesta L'onde spumanti del Troian torrente Con ampio sangue, e che sdegnoso ancide Le Dardanie falangi il gran Pelide. LXVIII Mirasi poi da gran furor sospinto, Che de l'estrema tomba il dono ei nega, E sovra lui, che gli ha l'amico estinto, Del terribile cor l'ira dispiega; I piè trafigge al Cavalier già vinto, E tra le rote del gran carro il lega: Tre volte intorno a le muraglia ei gira De i patrii alberghi, e seco dietro il tira. LXIX I superbi destrier volve e rivolve, Il freno allenta ed implacabil fiede; Ettor s'adombra d'una orribil polve, E da l'alte sue torri Ecuba il vede. Di sì nobile spoglia il busto involve Al Cavalier, cui se medesma diede; E soggiungea: quì ti sia specchio il vanto, Onde il gran sangue tuo splende cotanto. LXX Sì disse alteramente; indi il sereno Volto alquanto turbò, nè più ragiona. Trasideo colmo di gran fiamma il seno L'amatissima vergine abbandona; Diparte, e pur tiensi cotanto a freno Contra il dovuto ardir, ch'indi lo sprona, Ch'ad ogni passo indietro ei si raggira, E le bellezze abbandonate mira. LXXI Così sen va: poi che le scale ha scese, E son de la sua donna i rai disparsi, Al domestico albergo i passi stese, Ed entra stanza, ove ha per uso armarsi; Sceglie ivi scudo, luminoso arnese, Ch'a fochi di Damasco ei fe' temprarsi; E pronto a Rodi procurar soccorso, Ov'era il grande Orsin, drizzava il corso. FINE DEL II. CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO II. Il -Contenuto- del canto 2.º «Nel canto II. il gran Maestro intende che Amedeo viene a soccorrerlo; egli parla co' duci di tutte le nazioni de' Cavalieri; e Trasideo visita Egina sua Sposa innanzi che andare alla muraglia a combattere.» Argomento del Peschiulli al canto 2.º dell'Amedeide minore: De l'ombroso Filermo infra gli orrori Spada immortal l'Eroe d'Italia aspetta; Affida il Rodian ne' suoi timori Angelo, e Folco i Duci a l'armi alletta. Va Trasideo da gli amorosi ardori Sospinto a visitar la sua diletta; Et ha ricamo in dono, ove Pelide, Gloria d'ago guerriero, Ettore ancide. Osservazioni critiche del Cav. Onorato d'Urfé al canto 2.º dell'Amedeide maggiore. St. 2. «Cette seconde vision de l'Ange est superflue, parce que par la premiere il pouvoit faire la mesme chose.» St. 5 e 29. «Quand l'Ange et l'Ange Custode parle du pays d'Amedee, l'un le nomme Turin, et l'autre ny ajoute que la Dora. Il me semble que c'est faire tort a la grandeur de son Heros, qui avoit des grandes provinces et des grands fleuves, et mesmes des costes de la mer; de sorte qu'il fallait nommer plutost les Allobroges ou la Savoye, le Pau (-Po-) et la mer ligustique, que non pas une vile (-ville-) de Turin et un petit ruisseau comme est la Dora.» Questa osservazione è contraria al costume di tutti i Poeti, die sono usi di nominare la città capitale, e il fiume, grande o piccolo, che la bagna. Così fece ultimamente il Manzoni, che nel 5 -maggio- nominò l'umile Manzanares, non l'Ebro, nè il Tago. E la Savoja non è dimenticata dal Chiabrera; perchè nella st. 32 di questo canto, si legge Qual Savoja ne' suoi virtù riserba, ed appresso, st. 35. Il buon Signor de' Savojardi regni. St. 39 «Il dit que l'Orsino etoit chef de la langue italienne et le descrit jeune: cela est contro les statuts de l'ordre de ces chevaliers, parce que telles charges ne se donnent que par ancienneté, et cette ancienneté ne se peut avoir qu'avec l'age.» Variante del canto 2.º -Amedeide magg.- st. 7 L'orgoglioso Ottoman. -......min. ivi- Orgoglioso Ottoman. CANTO III. ARGOMENTO. -Fan caldi prieghi a Dio le Rodie genti, Onde aiti l'esercito Cristiano. Contro Amedeo pieno di spirti ardenti Prova di guerra far desìa Ottomano: Muovonsi l'armi ai bellici cimenti; È ferito de' franchi il Capitano: Di Fernando per man colpo discende, Che morto Alfange in sul terren distende.- I Nè dentro Rodi a l'animosa gente Solo veggonsi in mano aste e bandiere: Chè volti in verso Dio gli occhi e la mente Fansi presso gli altar voti e preghiere. Di vecchi infermi popolo dolente, E di donzelle impallidite schiere Danno a man giunte di pietate esempi, E meste vanno a' consecrati tempi. II Fra lo stuol, che devoto ivi piangea, Lui, ch'era di quelle alme a guardia eletto Sì verso lor di caritate ardea, Che via più, che ciascun lavava il petto. Greco di sangue, ebbe per patria Eubea, Poi crebbe in Roma, e Doroteo fu detto, E poi canuto il crin, bianco le tempie, Di Pastor sacro i sommi uffici adempie. III Chino sul suol con lagrimevol fronte Nel Redentor fermava i guardi intenti, E giù dal seno a le preghiere pronte Apriva il varco tra sospiri ardenti: Quella pietà, che di Calvario al monte Già ti fece soffrir tanti tormenti, Quella nel punto estremo oggi ti pieghi, Sì che non lasci al vento i nostri preghi. IV Mira, che tratti ne l'angustie estreme Han da vicino irreparabil danno, E che i popoli tuoi fondar sua speme, Salvo che 'n tua clemenza, oggi non sanno; Ma cresce orgoglio, e minaccevol freme Più sempre in guerra l'Ottoman tiranno, E tutto gonfio il cor d'empia fierezza, Le forze umane e le divine ei sprezza. V Omai de l'ira tua l'arco disserra, Doma il superbo, e 'n sua miseria impari A depor l'armi, e non alzarsi in guerra Chi del tuo nome eterno odia gli altari: O fondator de la non mobil terra, Motor de' cieli, e correttor de' mari, Odi tua gente, che sospira e grida, E colma di cordoglio in te confida. VI Santi pietosi de l'uman tormento, Inchinatevi a lui, che non s'adiri Senza pietà: gran Precursor non lento Acompagna co' nostri i tuoi sospiri; E tu del Paradiso alto ornamento, Che sempre scampo a' peccator desiri, Oggi al nostro sperar porgi la mano, Madre di Dio, non mai chiamata in vano. VII Per cotal via da' tribolati petti Spargeano gridi nel supremo affanno Inverso il Cielo, e per quegli ampi tetti Voci di pianto e di pietà sen vanno. Poscia del tempio i Sacerdoti eletti Alternamente a salmeggiar si danno, E fan sonar di Dio le glorie sparte Con alto stil su le sacrate carte. VIII Che per entro l'inferno a' suoi desiri De gli empi spirti ogni contrasto è vano, Nè mai sa ritrovar, salvo martiri, S'a lui rubella l'ardimento umano. Ei del gran Ciel dà movimento ai giri, Ha de la terra i fondamenti in mano; Comanda al Sol, che per cammin s'arresti, Ed i suoi corsi ad ubbidir son presti. IX Chi tra i confin de la minuta arena All'indomito mar costringe l'onde? Chi gli alti abissi in bella calma affrena? E chi fa tempestar l'acque profonde? Dio l'aspetto de l'aria apre e serena, E torbide su lei nubi diffonde, Austro addormenta, ed i suoi fiati ei lega, Ed ei le piume ad Aquilon dispiega. X Tabor, fra stuoli morti al pian distesi; Rupe d'Oreb fra sitibonda gente, Voi vel provaste; intra ferrati arnesi Tu tel sentisti, o di Cison torrente: Tra gran prodigi non altrove intesi, Gran Nilo, i pregi suoi canti dolente; E sul terren degli Amorrei fugaci Di lui temendo, o Gabäon, non taci. XI Absorse Faraon l'onda Eritrea, Le squadre di Moisè franche varcaro; E mentre che di manna ei le pascea, Edom, Moabbe e Canäan tremaro. Così cantando il coro umìl piangea; Nè le fervide note unqua cessaro Bench'appellasse con più cupi orrori Notte a posarsi i miserabil cori. XII Ma poi che 'l bel mattin per l'aria pura D'oro lucido e d'ostro il ciel dipinge, Alle piume Ottoman pronto si fura, E veste i regj manti, e 'l brando cinge. Allor Bostange, i cui pensier la cura Degli aspri assalti vigilar costringe, Inchino fassi al gran tiranno appresso; E così favellava in suon dimesso: XIII Sorta da l'Ocëan l'alba lucente Ne chiama a l'armi: io tue seguaci schiere Spingerò contra l'assediata gente, Se così ferma il tuo real volere. Gli risponde Ottoman: nel dì presente Mostri quanto ha valor, quanto ha potere Per la vittoria il mio gran campo: io poi Dò Rodi vinta in preda ai furor suoi. XIV Omai s'atterri; e tenebrosi ardori Volino al colmo de' suoi tetti egregi; Tolgansi a' templi le reliquie, e gli ori; E serbinsi a le donne onte e dispregi. Questo supremo dì de' suoi dolori Non vo', che risco, o mia fatica il pregi: Già così le sue mura ho tratte al piano, Che contra lei non fa mestier mia mano. XV E parmi udir, ch'a' Rodïani aita S'appressa omai; ch'uno AMEDEO sen viene. Venga quel fier: sia la sua destra ardita A farsi rimirar su queste arene. Io spogliando a costui l'armi e la vita, Tutto inondando il suol de le sue vene, Farolio agli altri Re ben chiaro esempio: Voi dentro a la Città fate gran scempio. XVI Sì minaccioso ei favellava; e d'ira Versa per gli occhi un duro incendio fuora; Poscia in verso i cavalli il passo gira, E con Araspe, ed Ebräin dimora. Quando non più parlar Bostange il mira, Chinando il capo il sommo Duce onora, Ed indi parte; e de l'armate schiere Favella ai Duci con sembianze altiere. XVII Ciascuno al fin de le battaglie intento Rivesta l'armi; ed infiammate in guerra I magnanimi cor d'alto ardimento. Hassi a sforzar l'assediata Terra: E del popol di Rodi il vigor spento, Dissipate le mura, onde ei si serra, Il fosso pien, da travagliarsi è poco Per entrar con l'insegne, e porla in fuoco. XVIII Ora in un punto sol vo' che si cinga La città d'armi, e 'n guisa tal s'assaglia, Ch'Alfange, Alcasto, e Turacan sospinga Le turbe tripartite alla battaglia. Se gli sforzi primier fia che rispinga L'impeto Rodïan da la muraglia, Allor Giassarte, e tu feroce Alete, Meco gli assalti a rinfrescar sarete. XIX Ma con Arsace il coraggioso Ebreno Torranno a guardia ogni spedito calle, Onde tra ferri e fra tumulti appieno Secure avran gli assalitor le spalle. E già Febo salendo al ciel sereno Ogni monte illustrava, ed ogni valle, E dentro l'arme i Rodïan ben desti Con sommo ardire a guerreggiar son presti. XX Di nove torri a meraviglia altiere Afforzasi di Rodi il muro antico; Tre col valor de l'assegnate schiere Incontra Alcasto ne difende Enrico; E sovra tre Fernando alza bandiere, Che l'intrepido Alfange avrà nemico; Su l'altre a Turacan, pregio Latino, Farà contrasto il giovinetto Orsino. XXI De' Cavalier su gli onorati petti Veggonsi sfavillar candide Croci, E vibrare armi in minacciosi aspetti Sotto l'insegne i Rodïan feroci. Folco nei luoghi a la difesa eletti Raggira, provvedendo, i piè veloci: Comanda, prega, ed ecco andare in alto L'orribil suon de l'aspettato assalto. XXII Forte eccitando van trombe canore L'alme già pronte a la crudel contesa; Ed alza strido d'infinito orrore La turba al canto di rei bronzi accesa. Quale in folta foresta acceso ardore; Qual nei campi del ciel nube scoscesa Da grave tuon; qual per brumal stagione Lungo mugghio di mar sotto aquilone: XXIII Tal quivi era il rimbombo. Al vento sparsi Volan verso le mura i fier stendardi, Nè schifano i guerrier nel corso urtarsi, Per bella gloria a ben morir non tardi. Veggonsi a un tempo mille scale alzarsi, Su portarvi le piante i più gagliardi, Brandi ed aste vibrar, scoter cimieri, E prender mira, e saettare arcieri. XXIV Pur minacciosi e colmi d'ira i volti, Le spade in pugno luminose e terse, Stanno sul varco i Rodïan raccolti Vendicator de le percosse avverse. Molti nel fosso traboccavan; molti Salìan le mura già di sangue asperse; Chi fier ferìa, chi sul morir piangea: D'orribile tumulto il ciel s'empiea. XXV Tra' coraggiosi, che l'eccelse cime Preser del muro, e vi fermar le piante, Era Dragutto a riguardar sublime, Ne lo stuol d'Ottoman quasi gigante. Costui da sommo il capo a le parti ime Taglia del collo il Tolosano Argante, E sanguinoso in su la terra il lassa; E contra gli altri sovra lui sen passa. XXVI Poi contra Anselmo maneggiò non manco La larga spada, e sì tra 'l braccio, e 'l collo Accarna il ferro, e giù discende al fianco, Che senza più ferir morto lasciollo. Al dolente guerrier non usciva anco Piuma sul volto; Baldovin creollo, Perch'a la patria Angier fosse ornamento; E da lei lunge in sul fiorire è spento. XXVII Mentre a terra cadea, mentre gelato Se ne morìa: non vanamente il vedo, Eccomi, Anselmo, a la vendetta armato; Ver lui gridava l'Angevin Goffredo. Nè fu contento al dir, ch'entro il costato Caccia a Dragutto un boschereccio spiedo, L'ossame frange, e sì crudel sospinge, Che nel fegato acceso il ferro tinge. XXVIII Qual sul tepido Autunno Orso velloso Le rozze branche e i rozzi piè fatica, E dolci frutti depredar bramoso, Su l'alto vien di bella pianta antica, Ed ivi ingordo tra le frondi ascoso Empie le fauci, e 'l ventre ampio nutrica; Spezzansi i rami finalmente, ei cade: Rimbombo dan le rusticane strade; XXIX Tal de lo Scita in traboccando avviene. Scorselo Alcasto da lontano, e fiero Incendio d'ira gli avvampò le vene, E segno dienne, memorando arciero. Già l'arco teso infra le mani ei tiene, Arco di smalto, arco di fregi altiero, Ed una su vi pon tra mille eletta, Pregio di sue faretre, empia saetta. XXX Stava Ridolfo infra lo stuol più folto Sventolando d'Enrico alto stendardo, Ed avea d'oro il crin, di rose il volto, Nato in Bologna a l'Ocëan Piccardo. Non prima il rimirò, ch'a lui rivolto Alcasto in petto gli fissò lo sguardo, Ed a punto ove fermo il guardo ci tenne, L'acutissimo strale a ferir venne. XXXI Per entro l'ossa ha di passar valore; I polmon squarcia, e sì la piaga è rea, Che ne le tele, onde è fasciato il core Via disperge l'umor, che lo ricrea. Sparso il volto gentil d'atro pallore, Ei tremò su le gambe, indi cadea. Miralo Enrico, e per tal modo il mira Ch'ei fassi esempio d'implacabil ira. XXXII Qual su l'Atlante empio Leon, che vinto Da dura fame, più s'infiamma al pasto, Allor ch'atroce, e più di sangue è tinto Il guardo, allor che più 'l ruggito e vasto, Se incontra armenti, in mezzo lor sospinto Gli sbrana l'unghia, a cui non è contrasto, E le tepide membra aspro divora, E benchè sazio, ne fa scempio ancora: XXXIII Tal'era Enrico, ed a pugnar più ria La spada ei volge, e Reduano assale. Quando quadrel da la faretra uscìa D'Alcasto in aria, e sibilò su l'ale; Spingeasi al cor, ma s'abbassò per via, E nel ginocchio s'internò lo strale, E sloga l'osso, onde movendo il passo Cadde il guerrier sul manco piede a basso. XXXIV Presso è Sciriffo; ed egli a' suoi converso Gridava: o d'Ottoman squadra possente, Mirate in terra, e di suo sangue asperso Il capitan de la nemica gente; Sfoghisi omai sul popolo disperso L'ira dovuta, mia virtù non mente: Ecco io per sangue al gran Signor congiunto Da voi tra' rischi non giammai disgiunto. XXXV Egli così diceva. Enrico sorge, E mal grado del duolo in piè sostiensi; Poi con fiero sembiante ardire ei porge A le sue squadre, ed alza gridi immensi: Estremo risco a guerreggiar ne scorge, A cari figli il Rodïan ripensi, Ripensi il Cavalier su la sua gloria, E ciascun de la Fè serbi memoria. XXXVI , , 1 2 ' , . 3 4 5 6 7 8 ; 9 , , 10 : 11 , 12 , 13 , , 14 . 15 16 17 18 19 20 ; 21 ; 22 ; 23 ' , 24 , 25 , ' , 26 ' ' . 27 28 29 30 31 32 , 33 , ' 34 . 35 36 ; 37 ' ' , 38 ' . 39 40 41 42 43 , 44 ; 45 46 , ' . 47 48 ' ; 49 ' , 50 : 51 52 53 54 55 , 56 ; ' 57 , , 58 ' ; 59 , , 60 ' ' 61 ; 62 ' ' , 63 64 65 66 67 ' ' . 68 69 , 70 ' : 71 , , 72 ; 73 , ; 74 . 75 76 77 78 79 , 80 , 81 , ' , 82 , ' ; 83 , 84 , 85 ? 86 ? 87 88 89 90 91 , 92 , , 93 , 94 ' . 95 : 96 ; 97 ' , 98 . 99 100 101 102 103 . 104 , , , 105 , , 106 ' ; 107 , 108 ' , 109 , 110 . 111 112 113 114 115 : , 116 ' 117 118 ; 119 ' ' 120 , 121 , , 122 . 123 124 125 126 127 : 128 ; 129 , 130 , ' , . 131 , 132 , 133 ' , 134 . 135 136 137 138 139 140 ' ' , 141 , 142 ; 143 ; 144 , ' 145 ' , 146 , . 147 148 149 150 151 : 152 , , 153 154 ' , ; 155 156 ' . 157 ; 158 . 159 160 161 162 163 , ' , , 164 , 165 ; 166 ; 167 , 168 ' , ' , 169 ; 170 . 171 172 173 174 175 : , 176 , , 177 ' , 178 ' ? 179 ' , 180 , , 181 , ' : 182 , ' . 183 184 185 186 187 , 188 , 189 ' 190 ' , ; 191 ' , 192 193 . , ' 194 ; . 195 196 197 198 199 . 200 ' , ' , 201 202 , . 203 , ' , 204 , , 205 , 206 : 207 208 209 210 211 212 , , 213 ' , 214 , ; 215 216 , , 217 , 218 . 219 220 221 222 223 : 224 ; 225 , 226 : 227 , ' 228 229 ; 230 , ' . 231 232 233 234 235 236 , 237 , 238 . 239 240 ; 241 , 242 ' . 243 244 245 246 247 , , 248 , 249 250 ; 251 252 , 253 , 254 , . 255 256 257 258 259 , 260 ; , 261 262 : 263 ; 264 , 265 ' , 266 ' . 267 268 269 270 271 ' 272 ; , 273 , 274 , ' , ; 275 ' 276 ' ' , 277 , 278 ' . 279 280 281 282 283 ' , 284 , , 285 ' , . 286 ; 287 , 288 ' , 289 , 290 ' . 291 292 293 294 295 ; 296 ' ; 297 , 298 . 299 300 , 301 , 302 , . 303 304 305 306 307 308 , 309 , 310 : 311 312 , 313 ' 314 , . 315 316 317 318 319 320 , 321 322 ; 323 ; ' ; 324 , 325 ' , 326 . 327 328 329 330 331 , ' , 332 , ' , 333 : 334 ' ' ' ; 335 , 336 ' , , 337 338 ? 339 340 341 342 343 , , ! 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