Quinci un momento sol non spende in vano; Ma di Bostange ella vestì sembianza, E volò trasformata ad Ottomano Là sotto Rodi in ammirabil stanza: Ponsi ivi al petto l'una e l'altra mano, E reverente a la real possanza La fronte inchina, e le ginocchia piega, E con tal voce i suoi pensier dispiega: XXXI Perchè dal ferro, e dal travaglio oppressi Alcuna requie i tuoi guerrier ristori, Già molti dì dal guerreggiar tu cessi, E del tuo fiero cor tempri gli ardori; Rompi i riposi al campo tuo concessi, E con l'armi risveglia i tuoi furori, Risvegliali, Ottomano; ecco a gran corso Sen viene inverso Rodi alto soccorso. XXXII A piè de' monti, e fra quelle alpi estreme, Onde il Francese inver l'Italia scende, Regna AMEDEO, che di virtù supreme Quasi un fulgido Sol quivi risplende; Forte così, ch'ogni nemico il teme, O se spada impugnando egli contende Fuor di dorato arcione, o se con asta Su corridor spumante altrui contrasta. XXXIII Deggio forse narrar come possente Domò l'orgoglio de' vicin nemici, O ne i regni lontan come non lente Spiegò l'insegne a sollevar gli amici? Che più narrar degg'io? l'inclita gente Sempre in guerra ha vibrato arme felici; E questi ad emular forte s'accese Di tanti avi magnanimi l'imprese. XXXIV Scoterà forte il tuo sì saldo impero, Farassi appoggio a queste debil mura: Sorgi, sorgi, Ottoman; tanto guerriero Precorri armato, e trïonfar procura. Sì disse il mostro, e dileguò leggiero, Come rapido augel per l'aria pura, E sparsi i nembi, onde egli apparve adorno, Ivi stridendo se ne va dintorno. XXXV Grida Ottomano; e che farà quel forte? Alzi l'antenne, e quanto può s'affretti; Vengane omai; dure catene, e morte Per suo trionfo, il forsennato aspetti. Rodi sottrar da miserabil sorte? Ardir cotanto de' Cristian ne' petti? Perchè non paventar, ch'Europa cada Sotto il giusto furor di questa spada? XXXVI Ma pur da gli atti a reputar costretto Ch'oltramondano il messaggier si manda, Benchè rigonfio d'alterezza il petto, I gran duci del campo a se dimanda. A pena han de gli araldi inteso il detto, Che corrono ad udir ciò, ch'ei comanda, E stan dimessi ad ascoltar sue voci; Ed ei sì le formava aspre, e feroci: XXXVII Rodi soccorso avrà; sì per pietate Odo, ch'a' Re cristian vien che ne caglia; Ma pria giungano quì lor navi armate Certo ella ha da cader per mia battaglia; Oggi le turbe io vo' veder schierate; Come risorga il Sol vo' che s'assaglia; Non sia per gioco mia parola udita; Chi non avrà valor, non avrà vita. XXXVIII Quì fine ei pose a gli orgogliosi accenti; E quei dimora ivi non fanno alcuna; Ma ver l'insegne le disperse genti De' tamburi animosi il suon raguna. In tanto sul gran pian mille Sergenti Spiegano tenda di real fortuna, Di donde rimirar l'alto tiranno Debba le turbe, che schierate andranno. XXXIX Parte di gemme la distinse, parte D'oro e di seta, inimitabil mano, Ammirabile sì, ch'ivi con l'arte Giostrar vedeasi ogni ricchezza in vano; Di bianche perle intra zaffiri sparto Ondeggia un tranquillissimo oceàno, Che i lidi implica; e di tessuto vento Il fanno tremolar soffi d'argento. XL Vedeasi, alto diletto a l'altrui ciglio, Argo solcarvi; ed il drappello Acheo Travaglia i remi nel mortal periglio Per entro i golfi de l'ignoto Egeo: Canta su cetra, e di virtù consiglio A ciascun porge incoronato Orfeo; Quinci liete sen van l'antenne ardite; Guardale con stupor l'ampia Anfitrite. XLI Ver sì gran tenda il gran Signor s'invia; Seco Sultana a paro, a par movea; Ed Ebräin mille guerrier per via, Usata guardia, intorno lor scorgea; Purpurea vesta ad Ottoman coprìa Il busto fier, che di piropi ardea; E cinto su quegli ostri aureo risplende, Onde al fianco la spada aurea s'appende. XLII Di bianchissimi lin turbante altiero, Carco di gran tesor, fascia i capelli, E tremano su lui, ricco cimiero, Gemmate piume di famosi augelli. Tale in sembianza minaccioso, e fiero Gli occhi volgea per gioventù più belli, E spirava nel barbaro ornamento Per entro ad ogni cor tema e spavento. XLIII Ma ne l'anima altrui sol spira amori Sultana, e foco di letizia pieno; Sì vincea con la chioma i più fin'ori, E con la tersa fronte il ciel sereno; Rubin le labbra, e su la guancia fiori Avea rosati, e d'alabastro il seno; Ed in celeste fiamma i guardi accesi Con dolce asprezza a rimirar cortesi, XLIV Cerchio sazio di perle il crin le cinge; E ricca in pompa di dorati manti Con la candida mano un scettro stringe, Che folgora d'elettri, e di diamanti; Quinci il fiero Ottoman frena, e sospinge Solo col variar de' bei sembianti, E sol che vibri de' begli occhi un giro, Sforza di quel superbo ogni desiro. XLV Costei di Regi in glorïosa sorte Già nei regni di Lidia i lumi aperse, Ma poscia il Turco in guerreggiar più forte La grandezza di lor tutta disperse; Sultana allor se ne correva a morte Per involarsi a le miserie avverse; Ma quando ella la destra al ferro porse, Ottoman giunse, e sul ferir la scorse. XLVI A pena scorta, rimirata a pena, Siccome lampo gli passò nel core, Ed indi gli trascorse in ogni vena Fiamma immortal di non provato amore. Subito il ferro, e la man bella ei frena, E fervido consola il suo dolore, E per sua vita ritornar gioiosa Di se chiamolla imperatrice, e sposa XLVII Nè, se l'alba risorge, o 'l carro ardente Lava ne l'Ocean Febo dorato, Egli arso, egli anelante unqua consente Pur da se dilungarsi il viso amato; Ed oggi a riguardar l'armata gente In real seggio ei la si vuol da lato, Perchè del campo ciascun'alma inchina Volga le ciglia in lei, come in reina. XLVIII Musa, che sù nel Ciel sparsa le chiome Di sempiterni raggi inclita splendi, E l'opre eccelse, che disperse e dome Non caschino, dal tempo indi difendi, Conta le squadre, e de' lor duci il nome, E di che Regni usciti a narrar prendi; Che oppressa da l'obblìo spira a fatica Quì fra' mortali la memoria antica. XLIX Le turbe in pria su l'ampio campo andaro, Che 'n pace avean per la Cilicia albergo, Il fianco cinte di ritorto acciaro, E l'arco in pugno, e faretrate il tergo; Non d'altro il busto, che di seta armaro; Sprezzano i Turchi luminoso usbergo, Nè portare elmo in testa han per costume; Ma tele attorte, e gran cimier di piume. L Diciotto insegne tremolando al vento Lo squadron folto in trapassar discioglie; A se dintorno cinque volte cento Ciascuna insegna di pedon raccoglie. Guidagli Ebreno; ei già canuto il mento Non sbandisce dal cor fervide voglie; Ma stima di guerrier vergogna e scorno L'alma spirar senza dure armi intorno. LI Dal genitor sì nobile arte apprese, Anima inespugnabile, superba, Ch'oltra sedeci lustri in armi spese L'etate ad onta de le rughe acerba; E sì l'asta vibrò, sì l'arco tese, Che suo nome per l'Asia anco si serba; Druso appellossi; or di lui fier non manco Ebreno appar, benchè rugoso, e bianco. LII Del vecchio Capitan l'orme seconda Alfange il bel, che da le belle ciglia Spande luce sì vaga, e sì gioconda, Ch'altrui d'amare, e riverir consiglia; Pel non avea, che su le guancie asconda La fresca rosa, che fiorìa vermiglia, E d'or la fronte per lo crin splendea, Che pura e tersa, e sovra gli altri ergea. LIII Pianse la madre il suo partire, e meno, Quasi a forza di duol, venne sua vita, Ed inondàr mille donzelle il seno Piangendo pur quella mortal partita; Ei fatto sordo, colà sciolse il freno, Ove tromba di morte a l'armi invita: Tanto eran giù nel cor sue voglie vaghe Tutte illustrarsi d'onorate piaghe. LIV Venti bandiere ai venti avea suo stuolo, Che, lui seguendo, di Panfilia uscìa; E trenta quel, ch'abbandonato il suolo Fertil di Licia, appresso lor sen gìa; Erane Arsace il guidator, che solo A bei raggi del sole un occhio aprìa, L'altro in battaglia incontrò notte oscura, Ed ei per gloria i danni suoi non cura. LV Fra la barbara turba armi non prese A seguir d'Ottoman gli aspri furori Anima di costui via più cortese, E meno amica d'adunar tesori; Nè tra 'l periglio de le dure imprese Porsero preghi con più studio i cori Per altrui scampo al ciel, nè fer devoti, Con più frequenza e con più pompa, i voti. LVI Ma tutti indarno, e su le piume ai venti Dissipati per aria al fin sen giro, Che per man d'AMEDEO tra i primi spenti Provò l'angoscia del mortal sospiro. Pianserlo di Chimèra i gioghi ardenti, E mesti di Limèra, ove l'udirò, Pianserlo i fonti, e scolorite in viso Il piansero le ninfe di Telmiso. LVII Dietro vien Caria; e rimembrava ancora Del gran Sepolcro l'immortal fatica, Onde la polve del consorte onora, Ben raro esempio, la reina antica; Turacano era il duce; a lui non fora Sembiante Orso, o Leon, ch'alpe nutrica, Tanto è fiero di spirto intra i più fieri; Ed avea cinque sopra dieci alfieri. LVIII Spoglia d'orrido lupo intorno il cinge Gemmata l'unghie; ed ha faretra altiera Per mirabili smalti, ove si finge Tra veneniferi angui aurea Megera; Nè sola atroce ella minaccia; Sfinge Spande ivi tosco, e fiamme alta Chimera, E con lor sembra, che latrar si scerna Il can custode de la valle inferna. LIX Non poca gente indi vestigi imprime, Che solca i campi della Lidia, e miete; Di varia pompa ella sen va sublime, E chiaro il guardo, e le sembianze ha liete; Non perchè pria, che da l'äeree cime Suoi corsi in grembo a l'Oceàno acquete, Sen va Pattòlo intra lucente arena Torbido d'or con ammirabil vena; LX Ma perchè il germe de' suoi regi estinti Sultana, armata di beltà divina, I crudi orgogli d'Ottomano ha vinti, E del suo vincitor vive reina. Schiera di cigni, che d'albor dipinti I lunghi colli, in sul Caïstro affina La voce in sul mattin, sembran costoro; Sì van cantando la letizia loro. LXI Han per iscorta in arme otto stendardi Col nome di Giassarte a l'aura stesi, Gagliardo in guerreggiar tra' più gagliardi, Colmo di spirti in bella gloria accesi. Non son l'orme di questi a seguir tardi Gli armati, che di Misia hanno i paesi; Fur cinque mila; e li conduce Alete, Mal sempre acceso d'amorosa sete. LXII Popol seguìa, ch'abbandonò le rive Di Xanto, e d'Ida la selvosa altezza, Ove nude mostrar l'antiche dive Al mortal guardo l'immortal bellezza; È duce Alcasto; di costui non vive Braccio, ch'avventi stral con più certezza; Quì seco d'armi nove insegne ei mena, Nè del Xanto rivide unqua l'arena. LXIII Ultimi di ciascun mossero il piede Numerosi di Ponto abitatori. Questi in cura a Bostange Ottoman diede; Seco ha cinquanta Capitan minori; Bostange per età, per lunga fede Godeva in guerra i più sublimi onori, Chè là, dove Ottomano oste conduce, Sempre in vece di lui nel campo è duce. LXIV Scita di sangue; per virtù d'ingegno, Per lingua scaltra, per gentil sembianti, E per opra di man cotanto è degno, Ch'a tutti altri guerrier trapassa avanti. Tanti, e sì fatti fur di ciascun regno I duci sommi, e fur cotanti i fanti; Poscia nube di polve al ciel solleva Squadra, che freno a' corridor stringeva. LXV Gli scorge Araspe; ei lungo il mar vermiglio Ebbe culla in Arabia, almo paese, E bel fu sì, che con l'ardor del ciglio In alta fiamma la Reina accese; Quinci posto di morte in gran periglio, Lunge dal Re geloso a fuggir prese; E poscia appo Ottoman cotanto sorse Che duce in guerra i cavalieri ei scorse. LXVI Nè mai per selva trapassar sì fiero Centauro in caccia rimirò Tessaglia, Come ei su rapidissimo destriero Nel polveroso pian move in battaglia; Cinto di ricca spada, in atto altiero, Fea per l'aria tremar lunga zagaglia, Coperto il busto di fregiati argenti; E gli altri in campo lo seguian non lenti. LXVII Son mille, e tutti scelti; arcione, morso, Scudo, asta, brando di tesor cosparsi; I bei destrier, che li reggean sul dorso, Quasi nutriti d'aura, odian fermarsi; De' ferri al suon, di sì gran gente al corso, L'onda intorno del mar sembrò turbarsi, E mugghiò il grembo de le valli erbose, E le fronti de' monti alte e selvose. LXVIII Qual s'avvien, che Vulcan selva divori, Quando fra l'arse piante Austro discende; Mirasi il ciel sotto i dispersi ardori, Ch'orribile a veder, lunge risplende; Tal da l'armi dorate aurei splendori Il sol quì tragge, e così l'aria accende, Che fiammeggiavan di volanti lampi Le rive, i colli, le foreste e i campi. LXIX Sì l'oste in trapassar non men guerriera, Ch'altieramente dimostrossi adorna; E quando da mostrarsi altri non era, Verso i tetti reali il Re sen torna. Ma fin, che Febo il carro inchini a sera, La plebe i ferri ad apprestar soggiorna Dentro le tende, ed hanno i cor conversi A via più farli impiagatori, e tersi. FINE DEL PRIMO CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO I. L'anno 1654, per le stampe di Benedetto Guasco si pubblicò in Genova in forma di 12 la--Amedeida poema eroico di Gabriello Chiabrera con gli argomenti in ottava rima del Forestiero Idrontino e con la vita dell'Auttore (-sic-) da lui stesso descritta--Dopo la dedicatoria del Guasco a Gio. Francesco Tasso, e dopo l'avviso dello -Stampatore-, si leggono le parole seguenti: «Questo poema esce in luce nella forma, che l'Autore lo compose da prima, e vivendo volse, che così appunto si stampasse.» Come avvenisse che un poema composto dapprima di soli canti dieci, qual si legge nell'edizione del Guasco, crescesse fino a canti 23, quanti se ne contano in quella del Pavoni, può vedersi nelle lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano dal signor Ponthenier. Avendo promesso di dare in questa nostra edizione l'una e l'altra -Amedeide-, e non volendo ingrossare il volume, si è pensato di collocare appiè di ogni canto della -maggiore- tutte le varietà che s'incontrano nella minore; notando accuratamente tutto ciò che non è in questa e si trova in quella, e riscontrando minutamente l'uno e l'altro esemplare per cavarne le varianti. Nell'Amedeide minore, innanzi al canto primo si legge così: SOGGETTO DEL POEMA. «Che uno Amedeo di Savoja già difendesse Rodi, è fama universale: alcune istorie dicono ch'egli la difendesse da Ottomano Signore de' Turchi; ma qual modo fosse tenuto in difenderla, non si racconta distintamente: come potesse avvenire narrasi in questo poema, per dare diletto a' Lettori.» Il -Forestiero Idrontino- che fece gli argomenti all'Amedeida minore, è -Andrea Peschiulli-, natìo di Corgliano in terra d'Otranto, e perciò detto latinamente -Idrontino-; e stampandosi quegli argomenti in Genova, tanto lontana dalla sua patria, con ragione poteva darglisi il titolo di -Forestiero-. Fu amico di alcuni Genovesi, e specialmente del famoso Padre Angelico Aprosio, che ne fa onorevol memoria nella -Biblioteca Aprosiana- pag. 336 e segg. -Argomento del Peschiulli al canto I. dell'Amedeida minore.- Prega per Rodi il gran Battista, e scende Angelo in Sciro, onde Amedeo ritrove; E 'l famoso Guerrier, poichè l'intende. Inver l'isola oppressa indi si move. Scorgelo Aletto, ed Ottomano accende. Perchè gli assalti alla città rinnove; Ma il fiero Trace a la Sultana a lato Vede prima in gran campo il Campo armato. Nell'edizione dell'Amedeide maggiore, Genova, Pavoni, 1620, in 4.º dopo il frontespizio si legge -il Contenuto del poema-, che giudichiamo lavoro del Chiabrera. In esso con poche parole si dà il sommario d'ogni canto. Quello del primo dice così: «Nel primo canto l'Angelo invita Amedeo a Rodi; il Diavolo ne dà notizia ad Ottomano: egli fa rassegnare; e si parla di Sultana sua Dama.» -NB.- Ambedue l'edizioni di questo poema leggono Amedeida, non -Amedeide-. Non vi hanno varie lezioni nel canto 1.º. -Giudizio dell'Amedeide presentato con data del dì 14 dicembre 1618 al Duca Carlo Emanuele I. da Onorato d'Urfé, Gentiluomo francese a' servigj della R. Casa di Savoja, Marchese di Valromey, e Cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Nunziata.- Nel Canto 1º. 1. Non piace al Critico che il Poeta abbia detto, come Dio Per le colpe di Rodi in ira sorse, C'avean d'ogni pietà varcato i segni. «Je voudrois plus tost dire, que les Esprits infernaux.... susciterent cet Ottoman pour ruiner les habitans et deffaire du tout celle sainte Relligion (-des Chev. de S.t Jean-).» Ma il Poeta partì da un principio già proclamato dall'Ariosto, per non citar quì Teologi ed Ascetici, che cioè le guerre barbare o ingiuste, sono da Dio permesse a punire i peccati de' monarchi e de' popoli. 2. Giudica -un peu froide- la preghiera del Batista, e vorrebbe che S. Giovanni avesse numerate ad una ad una le belle imprese fatte da' Cavalieri e da farsi.--Forse è vero che la preghiera è un po' fredda; ma doveva egli il Batista ricordare a Dio i meriti della milizia di Rodi? Forse che Dio ha bisogno di sapere le cose per le parole de' Santi? 3. Alla preghiera del Precursore Dio si mosse a pietà. Quì nota il Critico: «il faloit que le perdon fui ou devancé, ou suivi de repantance et de quelque grande penitance faitte par eux.» Ma è cosa verisimile che il Poeta volesse dimostrare quanto sia efficace presso Dio la intercessione del Batista. 4. L'Angelo rimproverando Amedeo, che stava in ozio, così gli dice: Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese? Spiace al Critico, che il Poeta ristringa la gloria d'Amedeo «toutte en Italie, qui est, ce me semble, une bien petite partie de la terre.» Credo che il Chiabrera, sempre intento ne' suoi versi alla gloria d'Italia, volesse far comprendere che ad un Principe che possedeva già una bella parte del nostro paese, doveva star a cuore d'esservi specialmente onorato. 5. L'Angelo nel suo primo favellare ad Amedeo, ha tutte le apparenze d'un uomo; e nondimeno il Duca gli dice: Vivi mortale, od immortal....? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro. Quì starei con l'Urfé, e mei perdoni il Poeta. 6. «Les Turcs se razent tous la teste, et ne portent jamais cheveux.» Dunque errò il Poeta e in questo canto 1.º e ne' seguenti, dando capigliatura ai Turchi. 7. Facendosi a descrivere l'esercito de' Turchi invoca la Musa; di che si sdegna l'Urfé, quasi che il poeta volesse -immortaliser les Turcs-.--Non merita risposta. 8. «Cette seconde invocation descript la Muse comme la premiere--Crine adorno di stelle e di raggi--Et etant touttes deux dans un même chant il semble qu'elles ne devoient rien tenir l'une de l'autre.» Ma il Chiabrera invoca nuovamente la Musa stessa già invocata nel cominciamento. 9. e 10. Il Poeta non conta se non se mille cavalli nell'esercito de' Turchi; e non descrive mai nè macchine, nè altri ingegni guerreschi che danno bella varietà ai poemi.--Può rispondersi, 1.º che in Rodi non doveva trovar luogo molta cavalleria; 2.º che i Turchi allora, e alcuni secoli appresso, valevano ben poco nell'arte di maneggiare le macchine da guerra. CANTO II. ARGOMENTO. -Mentre Folco, onde far Rodi secura, Rincora i suoi Fedeli, Angelo eletto, Che d'Argomedo ha presa la figura, In cheto AMEDEO guida ermo ricetto; Ma poi ch'ode colui tale ventura, L'esercito rassegna a se soggetto: Visita Trasideo la sposa, e veste La trapunta da lei candida veste.- I E già per entro il mar l'onde serene E d'Aquilon piacevole aura gode Il battel d'AMEDEO sì, che l'arene Scerne, e su Rodi i fier tumulti Egli ode; Come del lungo corso al fin perviene L'Angel, che del viaggio era custode, L'umida sabbia con la prora fende; E sul lito AMEDEO fervido scende. II Ma forma presa l'invisibil messo Di canut'uom, verso il guerrier cammina, E quasi romitel fattogli presso Salutando umilmente a lui s'inchina: Ben quì sia giunto il Cavalier concesso Contra Ottoman da la Bontà divina; O Signor, lungamente io quì t'aspetto; E con dolcezza l'accogliea, ciò detto. III Rispose il grande Eroe: meco per certo Nunzio trattò del gran Monarca eterno, Ch'a Rodi andassi; ma che 'l varco aperto Esser colà mi deggia io non discerno; Fra cotante armi d'Ottoman coperto Fia 'l calle mio? prendi ogni risco a scherno: L'Angelo giunge; e come l'alte imprese Han da fornirsi, il ti farò palese. IV Or vienne, o Franco; ed ei nel dir non stassi, Ma move innanzi le vestigia pronte, E per via dura di scoscesi sassi Sagliono lenti di Filermo il monte. Su l'erto giogo con distorti passi Vite s'inalza, ed adombrava un fonte Qual di cristal; ma per l'alpestra riva Oscura a gl'occhi altrui grotta s'apriva. V Ermo soggiorno; colà dentro il piede Portano a ricercar giusto riposo. Di costa ad AMEDEO l'Angelo siede, E lo sguardo fisò, come pensoso; Poi così cominciò: Prencipe erede Di mille Scettri, onde Torin famoso D'ogni vera virtute ascende in cima, E l'alma Italia alto valor sublima, VI Il giudicio di Dio, ch'a l'uom s'asconde, Oh quanto è eccelso! Al divin Seggio intorno Girasi orror di tenebre profonde, E lume tal, ch'a gli occhi altrui fa scorno; Sua voluntate è mar, che non ha sponde; Però de' rai de l'umiltate adorno Con silenzio adorando ognun s'acqueti: Nè cerchiam la cagion dei gran decreti. VII L'orgoglioso Ottoman, che i fieri Sciti, Usi d'intorno errar, siccome fere, Seco ha raccolti, e sì gli scorge arditi, Che maneggiano invitti, armi e bandiere, A pena d'Asia ha soggiogati i liti, Che ne l'Europa vuol guidar sue schiere, Palme cercando in esecrabil modi; Ed or minaccia, e dà battaglia a Rodi. VIII Ad essa in guerreggiar fallìa speranza Per lo suo scampo; ma gentil pietade Preghiera porse a l'eternal possanza, Che la coprisse da l'avverse spade. La Gran Bontà, che tutti preghi avanza, Consente a' Rodïan più lunga etade Per fare emenda di lor vita indegna, E vuol, che 'l campo Turco oggi si spegna. IX A sì nobile pregio il Ciel destina La tua virtù; tu volgerai dolenti I Turchi in fuga; a la crudel ruina Tu sottrarrai le Rodïane genti; Ma ferma in Ciel la volontà divina, Che quì pugnando i giorni tuoi sian spenti, E che Signor d'insuperabil spada Sopra i nemici, vincitor tu cada. X Sul fin de le parole affisa il guardo, Che d'almi rai divinamente splende Verso il guerriero; ed AMEDEO non tardo In brevi detti la risposta rende: I decreti celesti io non ritardo; Qualunque indugio i miei desiri offende: Veggasi in questo dì Rodi difesa; E la mia vita altieramente è spesa. XI Tace, e ne gli occhi gli si legge espresso, Che già travaglia nei maggior perigli Col gran pensier. Giunge l'etereo Messo: Oh come da lodar son tuoi consigli; Oltra il servire a Dio nulla è concesso In questa valle de gli umani esigli, Di bene a l'uom: fumo gli scettri, e gli ori; I veri onor son nei Divini onori. XII E se tanto quà giù suole ammirarsi De' tuoi Grandi Avi l'immortal virtute, Per te non fieno i vanti al mondo scarsi, Nè mai le lingue a la tua gloria mute; Or senti me: fra' Turchi vinti, e sparsi Tu fatti sordo al lor pregar salute; Di querele e di duol, per la battaglia, Vuolsi così nel Ciel, nulla ti caglia. XIII E, perchè l'armi tue dure tempeste Dianzi sparsero in grembo a l'Oceàno, Non moverai, che Messaggier celeste Novella spada non ti ponga in mano. La giù su quelle piaggie atre e funeste Il mortal guardo scorgerà, se 'n vano Spera in popoli armati umano ardire, Quando del sommo Dio risveglia l'ire. XIV Più non diss'ei; ma sorridendo sorse Del basso seggio, e disparendo a volo Scosse le penne luminose, e corse Sovra il seren de lo stellante polo. Ch'era messo del Ciel tosto s'accorse Il Re sublime, onde su l'ermo suolo L'inchina umìle, e disïando aspetta L'ora dal Cielo a sue fatiche eletta. XV Intanto al Re de' Cavalier, che 'n petto Portan candida Croce, erano avanti, Umidi gli occhi, e da l'interno affetto Cosparsi di mestizia atti, e sembianti Alcimedonte, e Timodemo; eletto Di lor ciascun da' Rodïan tremanti Per le miserie estreme omai vicine, De l'aspra guerra a ripregare il fine. XVI In lui speranza avean, perchè non meno Ognor clemente si mostrò, che forte; Già ne la bella Francia, almo terreno, Provenza il crebbe in riguardevol sorte; Ma così fatto zel rinchiuse in seno, Che sprezzò terre, e rifiutò consorte, E lontano da' suoi viver sostenne, Ed a sacrarsi Cavalier sen venne. XVII Infra lor gli anni giovenili spese Trattando l'armi; e su spalmati legni Tale apparì ne le più gravi imprese, Che de' nemici sbigottiva i regni; In ogni opra d'onor cotanto ascese, Che da tergo lasciossi anco i più degni, E per maniera tal sua gloria crebbe Che l'imperio di tutti a regger ebbe. XVIII Mentre regnò con disarmata mano Il nobil scettro al popol suo fu caro, Ed ora in guerreggiar l'aspro Ottomano Con virtù non minor veste l'acciaro; Conforto dunque non sperando in vano Da l'uomo eccelso i Rodïan, mandaro, Perch'egli a la città scampo non neghi In tal tempo, messaggi a porger preghi. XIX Essi di sangue, e di ricchezza altieri, E scaltri a pien per la virtù de gli anni Avean nel tempo rio fissi i pensieri A far men gravi de la patria i danni; Timodemo dicea: tuoi gran guerrieri, Signor, non fia chi di viltà condanni; Anzi del chiaro e lor sì nobil vanto Eterna fama ha da stancar suo canto. XX Ha quì tratte Ottoman squadre infinite, Chiuse le vie del mar, cinte le mura, E tra ceppi, tra fiamme, e tra ferite Minaccia fa d'ogni crudel ventura. E pur con l'alme, e con le fronti ardite Tengono infino ad or Rodi secura, Incontra morte coraggiosi e franchi, E per vegghiare, e travagliar non stanchi. XXI Ma senza aita a che cotanto ardire? Cadremo al fine; or tu consiglia il core, E del barbaro fier contempra l'ire; E sottranne con patti al suo furore: Se nel risco presente, oltra il morire, Di maggior mal non ci turbasse orrore, Voce non aprirei; ma quali schermi Avran le donne e i pargoletti infermi? XXII Ah che di sozze abominevol voglie Rapina fian: quì la rugosa fronte Gemendo abbassa in su le palme, e scioglie Giù da le ciglia lagrimando un fonte. Mentre il vince così forza di doglie A favellar comincia Alcimedonte, Non senza affanno; e sì dolor lo strinse, Ch'a mezzo il favellar gemiti spinse. XXIII Miseri noi! cui sole alba non mena, Nè chiude a sera in occidente il giorno, Che non ci si minacci aspra catena, Che duri oltraggi non ci sian dintorno; E nostra vita gir di pena in pena, Far su le scure tombe atro soggiorno, Stillar gli occhi, piangendo i cari ancisi, E depor sul ferètro i crin recisi. XXIV Su ciò volgendo il cor chi fia possente In petto non raccor somma pietade? Ma quanto più sarà Rodi dolente Posta in balìa de le nemiche spade? Non daranne Ottoman ne l'ira ardente Esempio d'ineffabil crudeltade? Non sfogherassi con furori immensi? Che ciò si vieti a tua virtù conviensi. XXV Pensa a la nostra Fe': caro e diletto Sempre fu vostro imperio a nostre schiere; Ed or non ci pentiam: tranne dal petto Alta necessità queste preghiere. A questi detti serenò l'aspetto E mostrò Folco le sembianze altiere; Ma, serbando nel cor la tema ascosta, Cotale a' messaggier diede risposta. XXVI Fedeli, io mossi da Provenza allora, Che 'l mento ombra di pel non mi copriva; E fin oggi con voi fatto ho dimora, De la mia vita omai presso la riva: Non mento io, no; fin che vivrommi ancora, Meco di voi fia la memoria viva. Rodi preposi al mio terren natio; Come da me porrassi unqua in oblio? XXVII Mentre in tal forma il gran Baron consiglia, Angel scelto di Rodi a la difesa, La crespa fronte, e le canute ciglia E d'Argodemo ogni sembianza ha presa; Al guardo di costui, gran meraviglia! Spazio alcuno in mirar non fa contesa; Ma dove di ciascun perde la vista, La sua più forza, e più possanza acquista. XXVIII Quinci è ben noto; or di sì fatto aspetto L'Angelo si colora; indi apparìa Là, dove Folco nel real suo tetto De' suoi l'affanno, e le preghiere udìa; Dicegli: d'Ottomano anzi il cospetto Pur ora il campo a schiera a schiera uscìa; Certo novello orgoglio oggi il commove, De gli aspri assalti a ritentar le prove. XXIX Ma non temete; di vigor ripiene L'alme vostre fiammeggino: vicino Oggimai veggo farsi a queste arene Incontra Turchi un Cavalier divino; Per salute di noi ratto sen viene, Trascorrendo di mar lungo cammino, Il gran guerrier, che di supremo alloro La Dora adorna, e la Città del Toro. XXX Sul fin de le parole ei si disveste De l'altrui volto, ed invisibil torna; Ma nel suo disparir, lume celeste Via più, che 'l sole i regj alberghi adorna; Qual se gran lampo tra più ree tempeste ; 1 , 2 3 : 4 ' ' , 5 6 , , 7 : 8 9 10 11 12 , 13 , 14 , 15 ; 16 , 17 ' , 18 , ; 19 . 20 21 22 23 24 ' , , 25 ' , 26 , 27 ; 28 , ' , 29 30 , 31 . 32 33 34 35 36 37 ' ' , 38 39 ' ? 40 ' ? 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