Amedeide
Gabriello Chiabrera
AMEDEIDE
POEMA EROICO
DI
GABRIELLO CHIABRERA.
NUOVA EDIZIONE
Dedicata
A S. S. R. M.
IL RE
CARLO ALBERTO
GENOVA
TIPOGRAFIA DE' FRATELLI PAGANO
Canneto il lungo, Palazzo Raggio, n.º 800.
***
1836.
Presso l'Editore VINCENZO CANEPA
Sotto i Portici dell'Accademia Ligustica.
SACRA REALE MAESTÀ
L'Augusta Casa de' Sovrani Sabaudi, S.R. Maestà, diede sempre colla
grandezza di azioni magnanime nobilissimo argomento all'ingegno de'
Cantori d'Italia.
Gabriele Chiabrera, sommo ornamento delle lettere ne' Vostri Reali
Dominj, confortato dal favore del Duca Carlo Emanuele, prese a
celebrare con eroico poema quell'Amedeo che liberò col senno e colle
armi l'Isola di Rodi. Questo poema era ben degno di ricomparire,
dopo due secoli, sotto gli auspicj della Reale Maestà Vostra, che
tutti consacra i suoi pensieri alla felicità de' sudditi ed alla
gloria del regno; e che si è degnata di permettere, che fregiato
dell'Augusto nome di Lei, venga nella luce del pubblico. Io lo
depongo appiè del Trono Reale insieme agli umilissimi sensi del mio
sommo rispetto
Di V. S. R. M.
Ubbidientissimo Servitore
e fedelissimo Suddito
VINCENZO CANEPA Editore.AI LETTORI GENTILI
VINCENZO CANEPA
Essendomi proposto di mettere nuovamente in luce l'-Amedeide- di
Gabriello Chiabrera, pregai il Cav. Don Gio. Batta Spotorno, che tante
altre premure si era dato per onorare la memoria di quel sommo Poeta,
scrivendone copiosamente la vita e pubblicandone molte prose inedite,
a volermi favorire per sua cortesia di preparare, dirigere, ed
illustrare questa edizione. Ed egli compiacendomi, vuole ch'io
dichiari, qui sul principio, che ad assumere tal fatica non tanto il
muove la grandezza del Poeta; ma sì e principalmente, il desiderio
ossequioso, trattandosi d'un libro onorato del nome dell'Augusto
Monarca il Re CARLO ALBERTO, di potere in qualche guisa, quanto ad
uomo oscuro è conceduto, dimostrare la somma sua devozione all'ottimo
Principe che si degnò confortare con segno onorevolissimo del suo Real
Patrocinio i piccioli studj di esso P. Spotorno.
Gli argomenti all'Amedeide, che leggerete in questa edizione, sono
fatica del sig. avvocato G.B. Belloro, savonese, che me gli offerì
gentilmente; nè io volli ricusare il dono della sua cortesia; troppo
essendo convenevole che in qualche modo concorra ad una edizione del
Chiabrera uno almeno degli arcadi savonesi.
VITA
DI GABRIELLO CHIABRERA
SCRITTA
DAL CAV. P. GIO. BATTA SPOTORNO.
Se la nostra Liguria occidentale non avesse di che pregiarsi se non se
di GABRIELLO CHIABRERA, ragion vorrebbe ch'ella se ne tenesse onorata
e superba. Perciocchè fu questi il primo che mostrò agl'italiani
esservi pure un'altra scuola, fuori della provenzale, in cui mirando
studiosamente si potea venire in fama di poeta meraviglioso; e il
mostrò con esempj felicissimi sì nel genere grande, sì nel gentile;
spirando, se così m'è lecito parlare, ne' petti degl'italiani un
nobile ardimento; e la nostra favella, di timida e rispettosa ch'ella
era in mezzo alla copia delle voci e de' modi, facendo animosa ed
altera senza macchiarne l'urbanità e la grazia che le viene dal puro e
sonante dialetto dell'Arno. Ma questo Poeta non ebbe mai scrittore
della sua vita; ed egli di se medesimo parlò brevemente, più tosto per
dire gli onori avuti da Principi grandi e da Sommi Pontefici, che per
altra cagione. E però non a torto faceva querele il Tiraboschi di
tanta negligenza. Ond'è che nella Storia Letteraria della Liguria io
m'ingegnai di stendere minutamente la vita di questo sommo poeta; ed
ora ne do quasi un compendio, ma corredato di molte notizie, che per
quegli anni non erano conosciute; cosicchè Egli più non abbia a dirsi
inonorato in Italia.
GABRIELLO CHIABRERA nacque in Savona il 18 giugno del 1552; e nacque
quindici giorni ed alcune ore dopo la morte di Gabriello suo padre. La
famiglia de' Chiabrera, che veramente chiamavasi de' -Zabrera-, e
latinamente -de Zabreriis-, sembra d'origine spagnuola; e il
primo a piantarla tra noi fu probabilmente uno di que' militi
spagnuoli che vennero in Italia nel 1271 con Guglielmo marchese di
Monferrato, il quale aveva tolto in isposa Beatrice figliuola di
Alfonso Re di Castiglia. E oggidì sono tuttavia parecchi altri cognomi
nel Monferrato e nel Piemonte che si palesano d'origine spagnuola. Ma
qual che fosse l'antica stirpe de' -Zabrera-, questo è certo che
un Gabriele, -de Zabreriis- fece un sepolcro a se ed a' suoi
l'anno 1493 nella chiesa di S. Giacomo vicin di Savona, e ne ornò la
cappella con una tavola di pittore in quell'età molto prezzato. Da
questo Gabriele I. venne un Corrado, che di Mariola Fea gentildonna
savonese generò Gabriele II.; e questi ebbe da Geronima Murasana, pur
savonese, e figlia del dotto giureconsulto Pier Agostino, Massimo,
uomo di buone lettere ed amico in Roma di Paolo Manuzio; Gabriele
III., ossia il nostro poeta, e Laura, data in moglie ad Aurelio Bosco
Savonese.
La madre del Poeta, rimasa vedova in fresca età, passò ad altre nozze
con Paolo Gavotti nobile savonese, e di GABRIELLO si tolse la cura
Margherita sorella del padre di lui, la quale di Ottavio Pavese suo
marito non aveva prole veruna; ma la tutela del pupillo tenevala
Giovanni pure fratello del padre, ed esso ancora senza figliuoli.
Giunto GABRIELLO all'età d'anni nove, fu condotto in Roma, ove
Giovanni suo zio faceva dimora[1], ed ivi fu nodrito con maestro in
casa da cui apparò la lingua latina. In quegli anni lo prese una
febbre, e dopo due anni lo percosse un'altra, che sette mesi lo tenne
senza sanità e l'inviava a morire etico; onde Giovanni suo zio, per
farlo giocondo con la compagnia d'altri giovinetti lo mandava alle
scuole de' PP. Gesuiti; ed ivi prese vigore e fecesi robusto, ed udì
le lezioni di filosofia, anzi più per trattenimento che per
apprendere; e così visse fino all'età di venti anni. Ma nel 1572,
essendo mancato di vita in Roma lo zio Giovanni, esso GABRIELLO andò a
Savona a vedere e farsi rivedere da' suoi; e fra pochi mesi tornossene
a Roma.
Quivi avuta occasione di vendere un giardino, che sembra eredità dello
zio, al Cardinale Luigi Cornaro Camerlengo di S. Chiesa, colse
l'opportunità di entrare in corte di quel Porporato, e vi stette tre
anni. In questo, avvenne, che senza sua colpa fu oltraggiato da un
gentiluomo romano, ed egli vendicossi; nè potendo meno, gli convenne
di abbandonar Roma, e ridursi alla patria. Del qual avvenimento non
abbiamo altra notizia, salvo se quella lasciataci dal Poeta, e che si
è riferita colle sue parole medesime.
In Savona stette molti anni, dividendo il suo tempo tra lo studio
delle buone lettere, la compagnia di giovani suoi pari, ed eziandio,
nel vagheggiare una beltà savonese, ch'egli chiama poeticamente -la
Galatea de' savonesi mari-. Sopra questo innamoramento abbiamo
l'incomparabile canzone -Per duri monti alpestri-. E ne parla
slmilmente nel canto VII. dell'-Italia liberata-, dicendo:
Appena nato, a' duri miei tormenti
Sorte volle adoprar la sua fierezza;
Mi negò le lusinghe dei parenti,
Mi pose in risse, m'involò ricchezza:
Amore alfin con le sue fiamme ardenti
Servo mi fe' d'una crudel bellezza.
Sono pur da leggere queste parole della canzone XXIX. tra le morali
scritta ad Jacopo Doria:
Forza d'alta beltà, ch'empie gli amanti
Di caro duol, tiranneggiò mia cetra:
Oggi che imbianco........
........ altrove ergo i pensieri.
E tuttavia nel CHIABRERA l'amore vestiva un abito gentile, alla
platonica; e in tutte le sue poesie non è parola che ricordi, non dirò
le sozzure di certi poeti de' tempi a noi vicini, ma nè anco la
licenza dell'Aminta e della Gerusalemme.
L'anno del 1584 rallegrò la solitudine del CHIABRERA con l'arrivo in
Savona della famosa Isabella Andreini, venutavi colla sua compagnia
comica a farsi udire sulle scene. Il poeta onorò con parecchie
composizioni il valore dell'attrice, ed essa, che non era donna
volgare, rispose con rime pregevolissime che abbiamo alle stampe. Ma
v'ebbero sdegni e combattimenti tra' gentiluomini di Savona. Stavano
per una parte Ottaviano e Luigi Multedo; per l'altra Benedetto Corsi,
Giulio e Cesare Pavesi, Ambrogio Salinero e il nostro Poeta; che
brevemente, al solito, così accenna quella tenzone: «in patria
incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito su la
mano: fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietassi
poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo.» Si compose la
discordia con un atto di pace rogato in Mulazzano addì 16 aprile 1585,
ed accettato in Savona dai Multedo il dì 24: il che ne fa conoscere
che la fazione del CHIABRERA ebbe a ricoverarsi negli antichi dominj
della R. Casa di Savoja.
Tornato alla quiete della patria, cominciò col fratello Massimo a
pensare alla propagazione della stirpe; e non avendo quegli voluto
sottomettersi al legame del matrimonio, fu deliberato che GABRIELLO
s'eleggesse una sposa. Qui porrò un fatto che parrà novella, e non
è; vo' dire che il Poeta si teneva per affatturato da qualche
maliarda o stregone, cosicchè stimavasi non atto al debito
coniugale; e ne scrisse lunga e mesta lettera a Bernardo Castello
pittore, suo grande amico, scongiurandolo a veder pure di trovare in
Genova cerretano o donnicciuola, che valesse a rompere la malìa.
Qual fosse la risposta del Castello, nol sappiamo. Nè di cotal
immaginazione del Poeta è da far commedia; chè fin nel secolo XVIII.
molti libri si scrissero da gravi uomini, e non idioti, a mostrare
la potenza e le arti meravigliose delle streghe[2]. Finalmente
piacque al CHIABRERA d'unirsi con una giovinetta d'anni 16, nominata
Lelia, figliuola di Giulio Pavese gentiluomo di Savona, e della
signora Marzia di Niccolò Spinola patrizio genovese. Ed ottenuta la
dispensa dall'impedimento di consanguinità, si celebrò il matrimonio
nella chiesa de' PP. Cappuccini fuor di Savona il dì 29 luglio del
1602. GABRIELLO non n'ebbe. prole, ma gliene vennero disturbi ed
impicci nojosi. Perciocchè Lelia, essendo mancato di vita
Giangiacomo Pavese fratello di lei, lasciando pupillo un figlio di
nome Giulio, ne assunse col marito la tutela: di qui molestie di
conti; pensieri d'educazione; possesso di eredità e nella Liguria, e
per procuratore in Napoli, dove i Pavesi possedevano beni assai; di
qui tutte quelle altre noje che sono compagne degli affari
economici. Ma Lelia, veggendosi senza prole, aveva posto in Giulio
un affetto sviscerato; e se GABRIELLO non era sollecito a tutto, che
potesse giovare al nipote, gridava ch'egli era un assassinare il
pupillo. Questa tutela tornò poscia in danno de' Chiabrera;
stantechè avendo GABRIELLO donato ogni suo avere alla moglie, Giulio
venne ad unire in se l'eredità de' Chiabrera e de' Pavesi. Abbiamo
una lettera del Poeta, scritta nel 1634, ringraziando il Cavaliere
Cassiano dal Pozzo «per le cortesie compartite a Giulio Pavese mio
nipote.»
Il piacere delle nozze fu turbato per una sentenza de' tribunali di
Roma, che GABRIELLO accenna oscuramente; e che noi possiamo con
maggior chiarezza descrivere. Il Poeta aveva un fratello naturale di
nome Augusto, che stavasi in Roma, e maneggiava la dote di Lelia, con
procura in forma legale: ora costui per avere scritto delle
pasquinate, o come allora dicevano, de' -pasquini-, fu
condannato, non sappiamo a qual pena, e i beni dati al fisco;
compresavi la dote di Lelia. Per che GABRIELLO corse a Roma, e con
mostrare le sue ragioni, e col favore del Cardinale Cinzio
Aldobrandini, protettore de' letterati, ricoverò con fatiche e spese
la dote della moglie. Augusto aveva potuto scampare la tempesta
fuggendo nell'Abruzzo; e di colà scrisse a GABRIELLO nel 1607
chiedendo danari; ed è questa l'unica notizia che ho trovato di
costui; e poco monta il saperne più oltre; ch'egli non recò a' suoi
utilità nè decoro.
Dopo lo sconcio qui rammentato non ebbevi fatto alcuno nella vita del
CHIABRERA, come uomo privato, che meriti d'avere speciale ricordo:
visse in patria con riposo, sano in modo che non mai stette in letto,
salvo due volte per due febbri terzanelle, nè ciascuna di loro passò
sette parosismi. In questo egli fu assai avventuroso: ma non già
nell'avere (sono parole di lui), perchè nato ricco, anzi che no,
disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già
bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Certo è che s'egli non fu
ricco signore, ebbe quanto s'addice a vivere onorevolmente da
gentiluomo di provincia. In città s'era comperata, metà dai Ferrero, e
metà dai Carretto, una casa (1603-1605), ornata di marmi; ed è quella
che si vede nel vicolo di S. Andrea, ed ha sopra la porta in un
cartello di marmo queste parole d'Orazio: -nichil est ab omni parte
beatum-; forse per accennare all'umile contrada in cui era
fabbricata. Di un suo giardino parla più volte nelle lettere a
Bernardo Castello. E rifabbricandosi nel 1616 la piccola chiesa di
S. Lucia, e rimanendovi un poco di scoglio scoperto, il CHIABRERA,
ottenutolo, lo ricinse di muraglie, e fecevi un piccolo giardino, e
una loggetta, nella quale fra il giorno si riduceva a far versi, e a
cianciare con cittadini ed uomini di villa, che di colà per loro
faccende passano continuo; godendovi pure l'aspetto di Genova, che vi
si mostra manifestissimo. E perciocchè era vicina alla chiesa di
S. Lucia, martire siracusana, della quale si professava devotissimo
per la debolezza della sua vista, cosicchè non poteva scrivere al
lume, chiamavala -piccola Siracusa-; come puossi vedere nella
data di molte lettere al Giustiniani. Negli ultimi anni (1632)
edificò una casa di campagna in Legine, dove possedeva una vigna assai
vasta; e nella iscrizione, che tuttora vi si legge sulla porta,
dichiara averla fabbricata -musarum opibus-; cioè con denari
ritratti dalle sue poesie[3]. Perciocchè il CHIABRERA che aveva
cominciato a poetare per ozio, e poscia per onore, volle alfine che i
suoi versi gli fruttassero meglio che sterili applausi; non che
domandasse contanti; ma piacevagli per un sonetto, o un altro
componimento, vedersi ricambiato con qualche gentilezza; e tale che
all'uopo egli potesse permutarla in moneta; come più volte scriveva al
pittore Castello. E fu talora, che volendo intraprendere un viaggio, e
stando male a quattrini, nè volendo far debiti in Savona, per certa
alterezza, volgevasi in Genova alle persone da lui celebrate: siccome
al P. Abate D. Angelo Grillo, patrizio Gianvincenzo Imperiale; e
quando i creditori ridomandavano la somma cortesemente prestata, il
Poeta che non sempre aveva alla mano la moneta, forte si doleva, e
ricordava l'amicizia, e i versi scritti in encomio del creditore. Ma
l'Imperiale, uomo vano anzichè gentile, non volle appagarsi di lodi; e
convenne al CHIABRERA pagarlo con una tavola del Tiziano. Il pittore
Bernardo Castello, che non dipingeva senz'averne l'indirizzo
dall'amico Poeta per la composizione, o storia, doveva sempre
ricambiarne i consigli con qualche disegno di pittore insigne, o con
un suo lavoro suggerito dal CHIABRERA. Le quali cose si volevano
accennare, acciocchè si conosca che GABRIELLO aveva di che vivere in
aurea mediocrità; e infatti, senza le pensioni che gli pagavano il
Granduca di Toscana e il Duca di Mantova, egli stava nel catasto delle
taglie per dieci mila scudi; somma rilevante a quel tempo in un
gentiluomo privato; e veggiamo che la moglie teneva almeno due
servigiali; e non mancava un servitore al marito.
Ma di un sommo poeta non si deggiono così ricercare le notizie della
vita domestica, come quelle degli studj e degli onori per essi
ottenuti. GABRIELLO CHIABRERA, uscito dagli anni della prima
gioventù, e dalle istituzioni puerili, cominciò a praticare in Roma
con Paolo Manuzio amico di Massimo suo fratello, e ascoltavalo
ragionare: poi recandosi alla Sapienza, udiva leggere Marcantonio
Mureto, ed ebbe con lui familiarità: avvenne poi che Sperone Speroni
fece stanza in Roma, e con lui domesticamente trattò molti anni; e da
questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Que' sommi
latinisti, Manuzio e Mureto, gli fecero nascere desiderio di poetare
nell'antica lingua de' Romani; ma non istette molto ad avvedersi che i
primi seggi erano già tenuti da uomini famosi; e si volse alla lingua
italiana; confortatovi eziandio (come si vuol credere) da Sperone
Speroni. Diedesi dunque a studiare ne' primi fondatori dell'idioma
toscano, e specialmente in Dante, nel Petrarca, e nel Boccaccio: tra'
meno antichi pregiò sopra tutti l'Ariosto. Con presidj sì fatti, e
coll'aggirarsi per la Toscana, venne a tanto di perfezione che sì
nella poesia, come nella prosa, egli è scrittore pieno di urbanità, di
grazia non affettata, e così puro che l'Antologia di Firenze, disse
del suo scrivere quelle parole dell'Alighieri:
«........ ma Fiorentino
Mi sembri veramente quand'io t'odo.»
Allo studio della italiana congiunse quello della lingua greca; e
tanto s'invaghì della perfezione de' greci poeti, che volendo lodare
alcuna cosa, come perfetta, era solito dire: -è poesia greca.- Omero
metteva innanzi a tutti; ed essendovi già fino da que' tempi alcuni
detrattori dell'altissimo poeta, egli affermava odorare di sciocchezza
chi non intendeva le bellezze omeriche. Di Pindaro prendeva singolar
maraviglia. Quanto fosse studioso di Anacreonte, chiaramente appare
dall'averlo imitato felicemente. In Virgilio lodava il verseggiare
nobilissimo e il parlar figurato. A Dante dava gran vanto per la
forza del rappresentare e particoleggiar le cose, le quali egli
scrisse; ed a Lodovico Ariosto similmente; cui era solito dare il
titolo di -grande-. Leggeva molto Orazio, e sovente ne cita i detti,
o li trasporta in italiano con felicità incomparabile: mi serva il
riportare questo verso,
Il taciuto valor quasi è viltade,
bellissima versione di quella sentenza che tormentò sempre i
traduttori del Venosino: -paulum distat inertiae celata virtus-. In
Orazio commendava la lingua colta, l'eccellenza degli aggiunti, il non
avere nulla di soverchio, e l'adornarsi di sentenze morali. E siccome
il nostro CHIABRERA avea pur dato opera agli studj sacri, compiacevasi
molto del profeta Isaja, ch'è pure sommo poeta; e negli ultimi anni
aveva in costume di portarlo seco insieme con Dante.
Con tanti presidj ed ammaestramenti, e dotato d'ingegno grande, e
bramoso di gloria, non poteva il CHIABRERA non levarsi sopra la
schiera de' poeti, e giungere a tale di altezza, che altri non avesse
speranza di aggiungerlo. Tentò quasi tutti i generi di poesia, e i più
felicemente.
Francesco Maria Zanotti, che soli quattro lirici sommi voleva
riconoscere in Italia, tra questi collocò il CHIABRERA. Scipione
Maffei riconosce due scuole poetiche in Italia, quella del Petrarca e
l'altra del CHIABRERA. Antonmaria Salvini affermava niuno meglio del
nostro poeta aver inteso il carattere sublime di Pindaro e il vezzoso
d'Anacreonte. Ma parecchie difficoltà fecero contrasto alla gloria
del CHIABRERA; cosicchè il Muratori con ogni ragione lagnavasi che non
fosse conosciuto quanto e' meritava. E in primo luogo, lui vivente, si
contaminava la letteratura colle gonfiezze e i bisticci del secento; e
perciò coloro che avrebbero dovuto imitarlo, ivano perduti nella pazza
scuola de' concetti e delle stravaganze: conobbelo il CHIABRERA negli
ultimi anni; e ne diede cenno nelle sue lettere al Giustiniani. I
pochi, che bene vedevano la sciocchezza dell'Achillini e de' suoi
imitatori, non volendo in tutto allontanarsi dall'uso corrotto,
eleggevano una via di mezzo, attenendosi al Testi, al Filicaja e al
Guidi; nobili poeti; ma pur di troppo lontani della semplicità degli
antichi esemplari. Aggiungasi la corruzione de' costumi, entrata
coll'ozio e l'ignoranza in Italia; onde avvenne che nel secolo XVII
non più si parlava nè d'Omero, e Virgilio, nè di Dante e di Francesco
Petrarca, ma dell'Adone, del Pastor Fido, e di altri libri maestri o
provocatori di lussuria. Finalmente, come notò il M. Maffei
«quest'autore ricerca studio fondato e fermo, perchè non poco
difficile è da principio discernere la sua bellezza;» e pochissimi
sono coloro che vogliano durare la fatica di uno studio poetico
fondato e fermo. Ma negli ultimi tempi si è cominciato a conoscere
alquanto meglio il valore del Savonese; e il Monti nella -Proposta-, e
il Cesari nelle -Bellezze di Dante- il commendarono con parole sì
fatte, che più non potevasi.
Nelle Satire, o Sermoni, è il CHIABRERA così eccellente, che può dirsi
il secondo, dando il primo luogo ad Orazio, com'è convenevole. Di che
veggasi il bellissimo articolo che ne scrisse Clementino Vannetti
nelle -Osservazioni- sopra di Orazio[4]. Nella satira più audace ed
irosa, si provò d'imitare Archiloco, ma non satisfece a se stesso:
come dichiara nella vita sua propria; benchè il Guasco, pubblicando
l'Amedeida minore, promettesse di volerne dare con altri componimenti,
-le canzoni archiloche-, ossia le satire alla maniera di quel Greco.
Negli epitaffj, chi ama la schiettezza congiunta all'urbanità, non può
non dar lode segnalata al CHIABRERA. Poche sono l'egloghe che ne
abbiamo; e degne ch'altri non l'abbia a vile. Ne' ditirambi piacque al
critico Fioretti ed al Soave; e che piacesse molto al Redi, si può
argomentare dall'avere saputo quest'illustre Toscano giovarsi del
CHIABRERA pel suo -Bacco in Toscana-.
La gloria d'essere riguardato come il Pindaro e l'Anacreonte e
l'Orazio d'Italia, non ritenne il CHIABRERA dal tentare la poesia
drammatica. Non trovo ch'egli mai si volgesse a scrivere commedie;
giudicando forse che poco o nulla si potesse aggiungere a quelle de'
Toscani, che veramente sarebbero perfettissime, se non fossero
sfacciate. Nelle tragedie, altri amava meglio trarne gli argomenti
dalle favole antiche, altri da quelle de' romanzi: il CHIABRERA imitò
i primi nella -Ippodamia-, della quale sono lodati i cori; s'accostò
a' secondi nell'-Angelica in Ebuda-; e direi ben anco nell'-Erminia-,
se io ne avessi trovato notizia sicura.
Un'altra maniera di poesia drammatica è la favola pastorale; che
Torquato Tasso avea levato a tal di perfezione da consigliare i poeti
a non volere farsi emulatori dell'Aminta. Io non dirò che il CHIABRERA
possa starsi appetto del Tasso; ma dico d'essere pienamente convinto,
aver egli il primo seggio, dopo Torquato, tra gli scrittori di favole
pastorali; e forse a farlo men chiaro, concorrono due pregj, che agli
occhi de' volgari sono difetti; la semplicità dello stile, puro sempre
e grazioso, e la modestia del costume; perciocchè, a parlare
ingenuamente, v'ha non pochi, e talora in vista gravi ed assennati, i
quali danno lodi egregie a certe composizioni, che forse farebbero
segno a critiche amare, se in quelle non trovassero di che pascere le
passioni segrete; e così veggiamo essere avvenuto del -Pastor Fido-;
ch'è una filza ingegnosa di madrigali e concettini lascivi.
Nella drammatica -spettacolosa-, ossia nell'ordinare scene con pompa e
varietà di macchine meravigliose, ed a' personaggi che in esse
deggiono comparire acconciare brevi parole in verso, fu il CHIABRERA
celebratissimo; e i Medici per ciò il chiamavano a Firenze, e i
Gonzaga a Mantova; e per questi suoi ingegnosi ritrovamenti ebbe
pensioni da que' Principi, non per la sua eccellenza nella poesia; chè
sempre, tra le nazioni molli ed oziose, il piacere de' sensi venne
anteposto alla illustrazione della mente.
È un altro campo, già tenuto da campioni impareggiabili, e che non
pertanto invita gli uomini d'alto ingegno ad entrarvi per vaghezza di
gloria; vo' dire l'epica poesia. Il CHIABRERA in poemetti di poche
centinaja di versi sciolti, mostrò la grandezza del suo ingegno; sia
per l'evidenza delle descrizioni, la forza e la rapidità delle azioni,
sia per l'eleganza dello stile; e per quella maestria nel numero del
verso, che niuno, dopo di lui, seppe mai pareggiare. Ed eccellente fu
non meno ne' sacri argomenti che ne' profani. Provossi eziandio in
poemetti di pochi canti; trattando il soggetto, con legger mutamento,
e in rima e in versi dalla rima disciolti; come fece nel -Batista- e
nella -Giuditta-, o solamente in isciolti, quale il -Foresto-. Ancora,
d'un episodio trasse un poema; per esempio, -il Ruggiero- di dieci
canti, ricavato da un'azione dell'Orlando Furioso. Tentò ancora la
vera epopea, scrivendo l'-Italia liberata dai Goti-, la -Firenze-, e
l'-Amedeida-. Tutti e tre hanno pregi grandissimi; e nell'-Italia-
specialmente il nostro Poeta versò il tesoro dell'urbanità ed eleganza
toscana ch'egli possedeva maravigliosamente; ma niuno de' tre è
argomento -popolare-; condizione principalissima negli epici poemi,
benchè i Retori l'abbiano dimenticata ne' loro precetti. La -Firenze-,
è minore e maggiore; quest'ultima ha dieci canti in ottava rima.
L'AMEDEIDE fu dall'Autore pubblicata in canti 23 e ridotta in 10, e in
questa minor forma, lui morto, data alle stampe.
Nè il CHIABRERA fu solamente poeta sommo: vuolsi pur lodarlo altamente
come prosatore. Il suo parlare è propriamente fiorentino purissimo; ma
senza riboboli nè smancerie da pedanti: parvi d'udire una gentil donna
fiorentina che non abbia letto libri tradotti malamente dal francese,
nè conversato con uomini che s'estimano letterati solo che possano
contaminare con modi stranieri il bellissimo idioma dell'Arno. Non ha
periodi lunghi soverchiamente nè trasposizioni affettate; e dice le
cose grandi con parole gravi e semplici; le umili con graziose. Nelle
lettere famigliari è schietto, festivo, felicissimo; e va innanzi a
tutti gli altri nostri, specialmente in quelle 150 a Pier Giuseppe
Giustiniani, trovate in Genova, ed impresse in Bologna per gentil
pensiero del P. Porrata, nobile genovese, della C. di Gesù. Nella
ristampa fattane in Genova per mio suggerimento, ma condotta contro a'
miei consigli, per mano altrui, si legge un certo numero di lettere
inedite, che io ottenni gentilmente da chi avevale trascritte
dall'archivio di Savona; ma in esse, come distese in istile curiale,
non apparisce il valore del CHIABRERA. Lodevoli molto sono quelle
altre, forse un 250, che usciranno colla mia assistenza dai torchj del
signor Ponthenier. Bellissimi poi sono i dialoghi sull'arte poetica, e
quello che contiene la sposizione di un sonetto del Petrarca: in essi
non è la grandezza platonica; sì una nobile semplicità, che vestendo
leggiadramente una dottrina non volgare, diletta e rapisce.
Nell'orazione per un nuovo Doge di casa Spinola e negli elogj de'
letterati coetanei, il CHIABRERA è minore di se. Degno di lui è
l'elogio di Alessandro Farnese, che con altre egregie prose, ricavate
per mia cura da' testi a penna, fece stampare il signor Vincenzo
Canepa nell'anno 1823 in-12. I discorsi all'Accademia degli
-Addormentati- di Genova possono dirsi mediocri.
Parmi di avere accennato tutte le composizioni di GABRIELLO CHIABRERA
così in prosa come in verso; benchè ve n'abbian molte inedite; per
figura, le lettere al pittore Luciano Borzone, e le poesie varie che
Benedetto Guasco prometteva di voler mandare alla luce pubblica; ma
furon parole.
Ora è da far motto degli amici, che n'ebbe molti, e segnalati. Già si
è detto di P. Manuzio, del Mureto, di Sperone Speroni, del P. Grillo,
e di Gianvincenzo Imperiale. Aggiungeremo Fulvio Testi, Agostino
Mascardi, Virginio Cesarmi, Giacomo Filippo Durazzo, e Monsignor
Ciampoli, il P. Rho Gesuita di Lombardia, il P. Antinori, il
Cav. Luca Assarino, Mariano Valguarnera, siciliano, il Cicognini, il
Balducci, Ansaldo Cebà, Giangiacomo Cavalli, poeta sommo nel dialetto
di Genova, il pittore Cristofano Allori, Lorenzo Fabbri, lucchese, che
stavasi in Genova, i due fratelli Ambrogio e Giulio Salinero, Pier
Girolamo Gentile e il P. Alberti, Somasco, tutti e quattro
savonesi. In Firenze ebbe amici ed ospiti i signori Corsi marchesi di
Cajazzo; in Genova, Gianfrancesco Brignole Sale marchese di Groppoli,
e Pier Giuseppe Giustiniani: quest'ultimo signore, degno veramente
dell'illustre sua stirpe, ebbe col CHIABRERA un'amistà familiare, che
durò fino alla morte del poeta: l'albergava in sua casa; e tutti gli
anni il voleva a Fassolo; dove gli aveva fatto apprestare una stanza
rivolta a mezzodì, e sopra la porta fatto incidere il distico
seguente:
Intus agit Gabriel: sacram ne rumpe quietem:
Si strepis, ah! periit nil minus Iliade.
Gli onori che il Pindaro Savonese ottenne da' Sovrani d'Italia furon
grandissimi; ed egli stesso gli ha minutamente descritti nella sua
vita, che, tranne cotal vanità, è un modello non che d'eleganza, di
modestia eziandio. Noi dunque nulla ne diremo; accennando solamente
che per l'anno santo del 1625 Papa Urbano VIII, gli scrisse un breve,
come si praticava co' principi, invitandolo a Roma: il Poeta andò, e
fu ricevuto da quel dotto Pontefice con dimostrazioni singolari di
stima e di affetto. E fu questo, parmi, l'ultimo viaggio del
CHIABRERA; il quale sempre s'era dilettato di viaggiare; ed aveva
visitato tutte le corti e le città principali d'Italia; ma soggiorno
non fece che in due, in Firenze ed in Genova; giacchè a Roma, dopo il
bando avutone alcun tempo per la rissa dianzi accennata, ebbe sempre
l'animo avverso. In patria fu similmente onorato e prezzato; benchè io
non trovi ch'egli fosse mai -Priore degli Anziani-, ch'era la maggior
dignità che potessero dare i Savonesi a' loro patrizj. Bensì sappiamo
che fu più volte Oratore a Genova pe' suoi cittadini; cosa che
piacevagli sommamente, perchè gli dava opportunità di godersi Genova a
spese di Savona.
Così visse GABRIELLO CHIABRERA fino all'anno 87 della sua vita: mancò
poco a poco, per vecchiezza anzichè per forza di morbo. Ed essendo
vivuto mai sempre, come a vero cattolico s'addice, sentendo
appressarsi il fine del suo vivere, si confessò d'ogni sua colpa al
P. Garassino, Servita, e ricevette il Viatico e l'Olio Santo dalle
mani di Benedetto Malfante suo parroco. Confortato in tal guisa dalla
Religione, si morì il 14 ottobre 1638; e il dì appresso, fu il suo
cadavere onorevolmente accompagnato alla chiesa di S. Jacopo de'
Minori Riformati, e nell'arca della sua famiglia deposto; ma nè la
moglie, benchè agiata ed erede del marito, nè gli amici, nè il Comune
pensarono mai a onorarne la tomba. Lelia sopravvisse fino al 1647. Il
testamento del Poeta ha la data del 3 febbrajo 1634; quello della sua
vedova, del 5 maggio 1640: ambedue ricevuti in Savona dal notajo
Marcantonio Castellini. Qui porrò fine alle notizie di GABRIELLO
CHIABRERA, principal vanto di Savona, gloria della Liguria ed
ornamento d'Italia.
ANNOTAZIONI ALLA VITA.
[1] Benchè il Chiabrera non dica per qual motivo Giovanni suo zio
abitasse in Roma, io credo poter affermare che ciò fosse per ragione
di commercio. Certo è che Augusto fratel naturale del Poeta
-maneggiava- in Roma -la dote- di Lelia; e maneggiare qui significa
-mercanteggiare-. Lelia era di casa Pavese; e che i Pavesi eziandio
tenessero negozio in Roma, è cosa notissima. Sappiamo similmente che
al commercio applicavano nella capitale del mondo cattolico i Siri,
ragguardevole famiglia di Albisola. Erano speculazioni commerciali
di banco, che non offuscano la nobiltà, secondo che dimostra il
Conte Napione nella sua dissert. sulla patria di C. Colombo. Ma il
Chiabrera che voleva comparire nelle Corti, non ha parola, da cui si
ritragga il negoziare de' suoi, i quali sopperivano coll'industria
alla strettezza del nostro territorio. E a dirla schietta, io penso
che pure a motivo di negozj fosse in Roma all'età del Chiabrera un
ramo degli Spotorno; e l'argomento dal vedere che la casa avevano a
Ripa grande, e la sepoltura in S. Francesco a Ripa, come insegnano
le iscrizioni che vi si leggono tuttavia.
[2] Il marchese Maffei nell'-Arte magica dileguata- riferisce che il
dotto P. Lebrun nell'opera -des pratiques superstitieuses- ebbe
fede a colui che gli riferì «come suo padre e sua madre per sette
anni erano stati inabili, e che una vecchia ruppe il maleficio e li
lasciò liberi.» E qualche chiesa particolare di Francia, non mai la
Romana, lasciò trascorrere ne' Rituali diocesani alcun cenno di tali
malie per inabilitare gli sposi.
[3] Molte di queste notizie si trovano nel -Viaggio per la Liguria-
del sig. Bertolottì; ma e' le trascrisse assai fedelmente dal tomo
IV. della -Storia Letteraria Lig-.
[4] Abbiamo i -Sermoni- del Chiabrera corretti sovra d'un testo a
penna ed illustrati, Genova, 1833 in-12.º e in-8.º per gentil cura
del chiar. Prof. Ab. Rebuffo che intitolò quest'edizione
all'illustre suo amico Prof. Bertoloni.
AMEDEIDE
POEMA
Con gli Argomenti
DELL'AVVOCATO
GIAMBATISTA BELLORO
SAVONESE
CANTO PRIMO
ARGOMENTO.
-Di Rodi Angel divino alla difesa
AMEDEO chiama, e 'l guida in sul naviglio;
Ma l'empia Aletto allor da tanta impresa
De' suoi temendo l'ultimo periglio,
Alla stretta città novella offesa
Sveglia Ottomano a far, col suo consiglio;
Ed egli di Sultana il cor piagato,
La mostra vuol veder del campo armato.-
I
Musa, ch'alme corone al crine adorno
Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti,
E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno,
D'ammirabile spirto empi le menti,
Di' d'AMEDEO, come da Rodi intorno
Tolse il furor de le nemiche genti,
Quando a' Cristiani altar porgendo aita
Il feroce Ottoman trasse di vita.
II
E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero
T'appresti, o CARLO, a le magion stellanti,
Mentre pur sali, e nel vïaggio altiero
Belle orme imprimi, odine lieto i canti;
Non perchè 'l corso del real pensiero
Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti;
Non è mestier: così spedito, e franco
Voli a le mete eterne unqua non stanco.
III
Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona
Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo,
Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona
Temprerà Febo al tuo sì nobil merto:
Bene alto in terra d'AMEDEO risuona
Il giusto affanno in guerreggiar sofferto;
Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi
Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi.
IV
Chi mosse in prima, e per pietà soccorse
Quei tanto afflitti, e guerreggiati regni?
Il gran Batista; Egli ver Dio sen corse
Forte pregando, e mitigò suoi sdegni.
Per le colpe di Rodi in ira sorse,
Ch'avean d'ogni pietà varcati i segni,
E guardava su lei con fronte carca
Di ben giusto furor l'alto Monarca.
V
Già d'acerbi guerrier tutte cosperse
Avea l'aspro Ottoman piaggie, o pendici,
E già sforzando le difese avverse,
De le mura abbattea gli alti edifici.
Ma non Giovanni rimirar sofferse
Senza conforto i popoli infelici,
E sperando impetrarne alcun perdono,
Di Dio sen venne a l'ineffabil Trono.
VI
Ed ivi ardente, come amore invita,
Parlò cosparso di pietà ben vera:
Alto Dio, la cui forza alta infinita
Non mai per ira i peccator dispera,
Che 'n lor miseria i Rodiani aita
Sperin da tua mercè per mia preghiera,
Etti palese; e s'io per lor procuro,
Di non spiacerne a Te son ben sicuro.
VII
Eterno Redentor, tempra i disdegni,
E di tua gran bontà cresci gli esempi;
Non dar popoli tuoi, non dar tuoi regni
A' tuoi nemici abbominati ed empi;
Quante rie ferità, quanti atti indegni
Su gli aitar forniransi, e dentro i Tempi?
Quante vergini piè verransi a meno?
Deh Dio, deh stringi a la giustizia il freno.
VIII
Così pregando inginocchiato avante
Del Signor stava a l'immortal presenza,
E di vera pietà colmo il sembiante
Tenta per ogni via l'alta clemenza.
A quel parlar commosso il gran Tonante,
Rivolse nel pensier nova sentenza,
E si dispose a dispensar pietate;
Poi queste fece udir voci beate:
IX
In lor gran cecità non mai per certo
Fian ciechi i peccator, s'a' lor peccati
Dimanderan perdon col vostro merto,
O nel colmo del Ciel spirti beati;
Ed oggi i Rodïan del mal sofferto
Godranno il fine, e gli avversarj armati
Vedran sul campo traboccar funesti;
Con sì fatta pietà preghi porgesti.
X
Così diceva, ed il pensier, che chiude
Nel petto eterno, a Gabriel fa chiaro;
Scenda di Sciro in su l'arene ignude,
Ove il grande AMEDEO vinto gittaro
Di concitato mar tempeste crude,
Poi ch'i navigli suoi sparsi affondaro;
Indi per l'ampio mar seco sen vada,
E poi di Rodi al fin gli apra la strada.
XI
Dier lode allor nel Re del mondo intenti
I gran stuoli de gli Angioli, e dei Santi;
E gli aurei cerchi de le stelle ardenti,
E i campi eterni risonaro a i canti.
Ma veste infra soavi almi concenti
Fulgidi vanni a fulgido or sembianti
Quel divin nunzio, e ne fornisce il tergo,
Ed esce fuor del sempiterno albergo.
XII
Qual se poi lungo vagheggiar l'aspetto
De l'aureo sol, de le stellanti sfere,
Move aquila superba aspro diletto
A sanguinar l'unghie ritorte, altiere,
Sù, le nubi nel ciel fende col petto,
E 'n un punto quà giù l'aure leggiere,
E quanto è d'aria infra la terra, e 'l polo
Sembra solcar, sembra varcar d'un volo;
XIII
Tal giù si cala, e le volubil piume
Rivolge intento a l'arenosa sponda,
Ove tra salse, e tra cerulee spume
Il procelloso Egeo Sciro circonda;
Omai de l'alba rugiadosa il lume
Indorava del mar l'instabil onda,
Quando l'Angelo giunse a l'antro ombroso,
Ove in terra AMEDEO prendea riposo.
XIV
Egli lo stuol de' suoi, che 'n mare estinto
Scorse affondar ne la tempesta rea,
Pianse dolente, e se medesmo; or vinto
I nobili occhi in sul mattin chiudea;
Quì fronte annosa, e lungo crin ritinto
In molta neve il messaggier prendea,
E di rigidi manti il busto involve;
Lo scote, e sveglia, indi la lingua ei solve:
XV
O d'arme invitto, e più di cor gentile,
Germe immortal degl'immortali Eroi,
Com'è, che d'ozio neghittoso e vile
Non tuo valor, non tua virtù s'annoi?
Tu di vil plebe a seguitar lo stile
Or volgi riposando i pensier tuoi;
Ma qual poscia in Italia, almo paese,
Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?
XVI
Allor di doglia al così dir confuso
Tragge dal mesto cor lungo sospiro,
E diceva AMEDEO: del vulgar uso
L'anima serva a le viltà raggiro?
Io vago d'ozio? che risplenda, o chiuso
Stia 'l sole in mar, questa prigion sospiro?
Ah che quì circonscritto odio la vita,
E conto ore e momenti a la partita.
XVII
Sciolsi spirando in cielo aure serene,
Del gran Sïon per adorar le mura;
Ma su per queste inabitate arene
Ruppe nostri sentier cruda ventura;
Sì tra fere, e tra boschi il ciel mi tiene,
Come tu scorgi e 'l lagrimar non cura;
Così l'onor, di che sperava altiero
Mio nome incoronarsi, omai dispero.
XVIII
Ma tu chi sei? che 'n sì crudel martoro
Anima afflitta visitar non sdegni?
Vivi mortale? od immortal fra loro,
C'han pace eterna in su gli eterni regni?
Se m'appari celeste, ecco io t'adoro;
Toglimi, o Santo, a tanti casi indegni;
O perchè mia memoria indi difenda,
Sì rei destin la bella Italia intenda.
XIX
Così pregava alto gemendo; allora
Sparse d'eletti fior nembo giocondo
L'Angelo intorno; e sè di raggi indora,
Mirabil vista! entro fulgor profondo:
Dice, o guerrier, del cui gran pregio ancora
Memoria eterna fia sacrata al mondo,
A più lieti pensier l'alma rivolta,
E me messo di Dio verace ascolta.
XX
Come risorga il sol, (del mar forniti
I rischi or son: non paventar sue frodi)
Pensa al partir; ma ricercar quai liti
Deggia partendo, di mia bocca or odi;
Asia, Orïente, eserciti infiniti,
Arme d'inferno, aspro guerreggian Rodi,
E mille armate navi, orribil guerra,
Tutto chiudono il mar, chiudon la terra.
XXI
Oppressa da furor barbari ed empi
Sente omai da vicin l'ultimo pianto;
Va tu colà; suoi formidabil scempi
Saran del ciel cura pietosa intanto;
Là fa scudo a gli altar, fa scudo ai Tempi,
E di Savoia sempiterna il vanto;
Così diceva; e di pietate accese
L'anima fida a le sacrate imprese.
XXII
S'invola poscia il volator Divino,
Qual sparisce per l'aure aureo baleno.
Tende le palme, e reverente inchino
Traeva gridi il cavalier dal seno:
Qual celeste pietà, qual mio destino
Ti veste l'ali? e giù dal ciel sereno
A questo afflitto dispensar conforto
Te quì possente messaggiero ha scorto?
XXIII
Deh se ne l'alto ciel fatto hai ritorno,
Mio pronto cor, deh tua pietà non cele;
Esponlo, prego, a' piè di Dio; col giorno,
Qual tu m'impon, dispiegherò le vele;
Pronto a morir, con mille rischi intorno
A' cenni suoi combatterò fedele.
Sì da l'antro deserto, ove ei si serra,
Volgesi a Dio con le ginocchia in terra.
XXIV
Nè così tosto a l'immortal sentiero
Mosse la fulgida Alba il piè celeste,
Ch'ei nel fondo del cor sveglia il pensiero,
Come se stesso a la partenza appreste.
Su l'erma piaggia non pervien nocchiero;
Or come troncherà l'aspre foreste?
Onde bipenne avrà? con quali ingegni
A far naviglio tesserà quei legni?
XXV
In tanto affanno ver la terra inchine
Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa
Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine
Ne ritrova la via l'alma animosa;
Vassene a l'aspre rupi indi vicine
Là, 've le navi sue l'onda spumosa
Con lungo assalto tempestando aperse,
E sovra i liti le lasciò disperse.
XXVI
Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira
De l'Oceàno, col pensier misura
Intentamente; e benchè rotto, ei mira
Che quasi in stato un battelletto dura;
Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira;
Poscia fornirlo, e risaldar procura
Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte,
Che de la vinta armata il mare ha sparte.
XXVII
Ed al fin punta in su la ripa il piede,
E 'n varando il naviglio ei su v'ascende;
E poi da terra allontanato il vede,
Picciola vela agli aquilon distende.
Ma su la poppa non veduto siede
L'Angelo seco, ed al governo attende
Con occhio intento, e per la fragil nave
Spira su lucida onda aura soave.
XXVIII
Nè con sembiante neghittoso e lento
I gran soccorsi rimirava Aletto,
Mostro infernal, cui sol pena e tormento
Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto:
Volse il pensier per mille parti intento
A sviarne il campion dal Cielo eletto,
E quando ella il dispera, aspra s'ingegna
Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna.
XXIX
Teme del campo a Rodi avverso, teme
Del Tartareo tiranno aspri destini;
Nè può mirar da le miserie estreme
A sua salute i Rodïan vicini.
Arsa tra queste furie ulula, e freme
Livida i guardi, invenenata i crini;
Nè punto cessa intra furori immensi,
Che su lo strazio de Cristian non pensi.
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