XII Jer fu sì gonfio di minaccia e d'ira Perchè sembrammo a la vittoria lenti; Or che farà, se tutto armato mira Che non siam l'armi a sostener possenti? Soldati, il vostro duce a voi sospira; Mirate i pianti, udite i suoi lamenti: Volete voi, che ne l'etate estrema Dopo cotanti onor d'un palo io tema? XIII Sì parla, e sempre indarno; alta paura Tragge gli stuoli a più poter fugati; Parte disperde il piè per la pianura, Parte vanno a trovar gli ampi steccati: Ed allora animosi oltra misura Lor sono al tergo i Rodiani armati; Quivi pur volto a ritentar contrasto Dicea Giassarte al sagittario Alcasto: XIV Tu, che per arco memorabil splendi, E ben Rodi il provò su la muraglia, Per quale assalto il serbi? a che nol tendi? Ed a costui sì fier non dai battaglia? Risponde Alcasto: a gran ragion m'accendi; Ecco io sono a provar quanto ei mi vaglia, E s'al presente il suo valor fia poco, Faronne pezzi, o lo porrò sul foco. XV Più non parlò, ma tra gli strali esperti Il più pungente e più crudel scegliea, Onde commosso Erimedon Lamberti Campion di Lucca al grande Eroe dicea: Porgi lo scudo in fuor; tien gli occhi aperti; Veggo cercar ne la faretra rea Un turco cavalier lo stral più fiero, Ed infra loro è singolare arciero. XVI Ben tal può dirsi; ei negli assalti in vano Non scoccò dardo e si colmò d'onore; Ed arco incurva, che maestra mano Non fabbricò tra Sciti unqua il migliore. Soggiunse il grande Eroe: quando in sul piano Spinto l'avrò pien di mortale orrore, Tu quell'arco predar serba in memoria, E fanne eterno testimon di gloria. XVII Egli ancor non tacea, quando sen viene Lo strale ingordo, ma sel prende a scherno Lo scudo immenso, e' suoi furor sostiene Con l'alta tempra de lo smalto eterno; Giassarte ove il mirò, gonfia le vene E di veneno e di disdegno inferno Oltra l'usato, e mosso fu stringendo La scimitarra, a rimirarsi orrendo. XVIII Mal fortunato lui; non ebbe ingegno Che per cotante prove ei s'accorgesse Com'era il giorno, che 'l divin disdegno Volea, che 'l pregio d'Ottoman cadesse; Qual fiume alpestre, cui frenò sostegno Perchè non fosser le campagne oppresse, Fracassate le macchine tal volta Veggiam precipitar l'onda disciolta; XIX Tale il guerriero indomito s'avventa Contra AMEDEO per sanguinosa strada, Ed alza il braccio ed impiagarlo tenta Su l'alma fronte, perch'a morte ei vada; Ma quel Re formidabile appresenta L'invitta punta de l'eterea spada Sotto il braccio alto, e ne l'ascella il piaga E d'atro sangue tutto il fianco allaga. XX Era ivi presso, e rimirava intento Un mostro inferno le mortali imprese, Misantropo diceasi, e perchè spento Non fosse il Turco da la terra il prese, E levato per aria in un momento Su verde piaggia indi lontan lo stese; Poscia Astragor, ch'ivi dintorno spiega Le fetide ali, in queste note ei prega: XXI Batti le piume tu, cui manifeste Son l'erbe ignote a gli intelletti umani, E suco ne trarrai che le funeste Percosse chiuda, onde il campion risani; Quei sen volava, e la sanguigna veste Pone a spogliar Misantropo le mani, Ed il sangue tergea de la ferita, E porgea dolce al cavaliero aita. XXII Immantenente ecco Astragor sen riede Ed ha seco valor d'erbe possenti, E ne cosparge la percossa, e cede Ratto l'acerbità di quei tormenti; Ma d'aspra rabbia inebbriato fiede L'aria quel mostro di perversi accenti: Tal tempesta mirare, onde s'affanna Lo scettro d'Ottoman, chi ci condanna? XXIII Dispergonsi le squadre, ogni speranza Ch'eser possa ne i grandi ecco s'atterra; E l'istesso Ottoman nulla s'avanza, Cotanto sorge un sol Cristiano in guerra; Chi gli presta il valor? tale possanza Può dargli spirto che nel ciel si serra? Ma se pure egli è Dio, che sì l'onora, Non rimaniam di bestemmiarlo ogn'ora. XXIV Ei così grida. A le superbe voci Misantropo risponde: omai t'affrena; Apparire orgogliosi, esser feroci Non ogni volta ove bramiam ci mena; Per altro tempo ed in perigli atroci Il monarca, che tuona e che balena, De' cari suoi la dignità sostenne Ed a noi lassi sofferir convenne. XXV Non sai, che la possanza de gli Assiri Sotto Oloferne tormentò Giudea? E ch'orribile giogo e di martiri Formidabile scempio ella temea? Quando commossa da superni giri A lor sen venne vedovella Ebrea, E tante aste ferrate e tanti dardi Rivolse in fuga col fulgor dei guardi? XXVI Col forsennato duce ella sorride, Per adescarlo sue bellezze adorna, E dove dee bearlo, ivi l'ancide, Quinci col fiero teschio a' suoi sen torna. Ed altra volta Madian non vide Allor che 'l sol ne l'Ocean soggiorna, Con poche larve e con trecento soli Condursi a morte innumerabil stuoli? XXVII Già rimirò, perchè da l'ombre involto L'aspro nemico d'Israel non scampi, Farsi il dì lungo oltra l'usato molto Un cavalier di Gabaon ne i campi; I destrier, che correndo a freno sciolto Givan per l'alto e diffondeano lampi, Fermaro il passo, e l'infocate rote, Volubil sempre, si mostraro immote. XXVIII Che più debbo narrar? varco s'aperse Per entro le voragini profonde A lo stuol di Mosè; nè si sommerse, Anzi lieto occupò l'arabe sponde; Sì disusato oltraggio il mar sofferse, Che quasi smalto s'induraron l'onde, Ed ivi asciutto il piè corser destrieri Ove le vele disciogliean nocchieri. XXIX Ciò ch'io racconto, rivelossi a pieno Al mondo tutto, ed a narrar nol vegno Perch'io n'aggia diletto, anzi nel seno Ne sento incendio di mortal disdegno; Io n'arrabbio così, che 'l ciel sereno Vorrei far polve, e de le stelle il regno, Vorrei la terra e 'l mar volger sossopra, Ma mio voler non posso porre in opra. XXX Mentre fra gli esecrabili furori Gli empi Demoni disfogavan l'ira, Per virtù de gli incogniti licori Giassarte da l'angoscia ecco rispira; Già franco, già del sol gli almi splendori Con lo sguardo vivace egli rimira, E ferve il sangue, e si dilegua il ghiaccio Dal corpo afflitto, e divien forte il braccio. XXXI Come addivien se fuor del campo ondoso Spigne delfin mar travagliato e vento, Ch'ei si dibatte sul terren sabbioso, Poi languendo riman sì come spento; Ma se passando peregrin pietoso Lo rende a l'acque amate, in un momento Terge le belle squamme e si ravviva, E salta lunge da l'odiosa riva; XXXII Cotal dell'egro cavalier succede; Ratto ogni fievolezza ivi abbandona, Onde il mostro infernal, che forte il vede, Seco in sembianza d'uom così ragiona: Vanne colà, dove pietate e fede Sul punto estremo a travagliarti sprona; Torna a fugar le Rodïane genti, Ma di dar guerra ad AMEDEO ritienti. XXXIII Ei ben feroce, ei di fortezza adorno Via molto più che non suol dar natura, Trascorre folgorando in questo giorno; Forse altra volta avrà peggior ventura. Fra questi detti a se sgombrando intorno Il corpo finto a gli occhi altrui si fura; E sovra il piè leggier ver quella parte Ove si pugna se ne va Giassarte. XXXIV Intanto sul terren, ch'atro ribagna Sangue de' Turchi il grande Eroe sì freme, Che tutto ingombra il ciel di chi si lagna, Orribile rimbombo, e di chi geme; Molti ne van destrier per la campagna, Ed il dorso di lor nessun non preme, Che i nobili rettor caduti al piano Fieno aspettati da la patria in vano. XXXV Qual torbido torrente allor che scende Gonfio di spume da montagna alpestra, O qual è fiamma ove più forte incende Co' soffi d'aquilon valle silvestra, Qual fulmine che nube atra scoscende, Tal rassembrava d'AMEDEO la destra; Megera il guarda e per furor trabocca Cerberea spuma da l'orribil bocca. XXXVI E dal guardo non manco aspro veneno Cosparge Aletto, ed a volar non lenta Trova Megera, e dal terribil seno Empie parole imperversando avventa: Pur sotto l'asta d'AMEDEO vien meno La turca gente o sbigottita, o spenta, Nè di più rinfrancarla hanno potere Tante del nostro inferno armate schiere? XXXVII Un sol nemico ne soggioga, indegna Per noi memoria, ah gli si sterpi il core A brani, a ghiado il traditor si spegna, Megera; e quì divampa ira e furore; Megera in ascoltando aspra si sdegna, Nè per gli occhi travolve ira minore; Sì fiere si movean l'anime infeste, Ma raffrenolle il regnator celeste. XXXVIII Termine ei fisse a i Rodïan dolori Pur come piacque al suo volere eterno, E tante de' demoni ire e furori Volle serrar nel tenebroso inferno; Però ne l'alto in fra gli eterei cori Del numeroso esercito superno Egli rivolse in ver Michele il guardo, Unqua suoi cenni ad ubbidir non tardo: XXXIX Scendi su Rodi, e fa sentir tua voce, E i demon scaccia a la prigione orrenda; Di', che non sia la giù spirto feroce Sì che di nuovo a le battaglie ascenda; Michel s'inchina, ed a partir veloce Stringe grande asta con la man tremenda, Asta, ch'a braccio altrui vibrar non lice, Forte, grave, immortal, sterminatrice. XL Gran scudo imbraccia a la sua fè commesso; Pregio immortal, dal gran tonante eterno. Il dì ch'ei spinse col gran scudo istesso I rubellanti dal gran ciel superno; Quivi timor, quivi terrore impresso, Quivi era orror del tenebroso inferno; V'era che 'n alto, abbominati esempi, Ergea gran seggio il regnator de gli empi. XLI Ma l'aurea luce, onde è cotanto adorno Par che repente in tetro orrore ei cange, Almo trofeo del memorabil giorno Che 'l cieco abisso ancor bestemmia e piange; Tra sì belle armi coruscando intorno Ei rassomiglia il Sol ch'esce dal Gange, E spiega l'ali da l'etereo polo, E contra i rei demon sen viene a volo. XLII Cosparge per lo ciel voce divina, Aerei campi dibattendo in giro, E quasi incendio per foresta alpina Lunge dintorno i gridi suoi s'udiro: O con obbrobriosa, alta ruina Precipitati ad immortal martiro: Non son per voi l'aure serene e liete; A vostre orride tombe, empi, scendete. XLIII Perduti eternamente, anco mirate L'aspetto di quei cieli, onde cadeste, E debellati contrapporvi osate Pur a quell'armi, onde ogni ben perdeste? Così gridando in su le piume aurate Moveva intorno il volator celeste, E lo guardava orribilmente fiera Da lunge Aletto e la crudel Megera. XLIV Gonfiansi entrambe, e rio furor le accende Con orgoglio superbo a far difesa; Ma poi nel petto lor tema discende Sì che torna di giel l'anima accesa; Quinci Aletto smarrita a fuggir prende, Segue Megera, e la bramata impresa Rimansi ivi deserta, onde d'affanno E con ringhi e con mugghi aspri sen vanno. XLV La dove più gli acherontei bollori Empiono di fetor gli antri focosi, Corron per notte di profondi orrori I fieri spirti in suo cammin dogliosi. Michel cinto di rai, cinto d'ardori, Come nel centro rimirogli ascosi, Ferma le piume, onde fornisce il tergo, Sopra il sogliar de l'infernale albergo. XLVI Ivi sua voce inverso lor conversa, D'Erebo fa tremar tutte le bande; Men suona il Nil che 'n precipizio versa Da l'alto l'onde, e i gran diluvii spande; Grida: o vil gente al Re del mondo avversa, Già ne i seggi del ciel felice e grande, Ed or qua giù sommersa, onde si scerna Chiaro il valor de la giustizia eterna; XLVII Ancor vi sferza empia sciocchezza? e tira A trattar arme? a ministrare ardori? Imperversate? il vostro cor desira Crescer la vita e d'Ottoman gli onori? Fremete in van; vano è lo sdegno e l'ira; Rompe fato di Dio vostri furori; Omai le dure rabbie, omai fornite, Empi, le furie e 'l gran destin sentite. XLVIII Fa sanguinosa e lagrimevol messe Ferro latin di vostre amiche genti; Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse Schiere con opra, o con pensier pur tenti; Ciascun come pugnò, come cadesse, I tuoni, l'arme del gran Dio rammenti; Sì disse: e 'n volto minaccioso e crudo Vibrò la lancia ed innalzò lo scudo. XLIX Veduto avresti a quel suo dir costretti I superbi inchinar l'arme fatali, E gonfiar d'ira e di veneno i petti, Ed avanzar ne gli infiniti mali. Spiega Michel poi c'ha finiti i detti Rapido il corso fiammeggiante e l'ali, E d'aurei nembi risonando intorno Fa nei campi superni almo ritorno. L Tal s'ama strangolare angue squammoso, L'ali superbe in ver le siepi inchina, O ver tra fossi ove egli striscia ascoso, De gl'impennati augei l'alta regina, Ma di star colà giù sdegna il riposo, Ch'a le rote del ciel torna vicina Subitamente, e gloriosa fende Le nubi avverse, e verso il sole ascende. FINE DEL CANTO XX. ANNOTAZIONI AL CANTO XX. Argomento del Poeta: «Nel XX. Amedeo ritorna in campo contra Ottomano. Dio manda l'Angelo che scacci i diavoli dalla tenzone.» Niuna osservazione critica sopra questo Canto si trova nel MS. del Cav. d'Urfè. CANTO XXI. ARGOMENTO. -Scontransi alfine i duo campioni in guerra, E terribil fra lor zuffa si stringe; L'Eterno Nume le bilancie afferra, E le sorti a pesarne ecco s'accinge; Tosto il fato d'entrambi si disserra, Che la colpa Ottomano in giù sospinge; Onde uscì colpo d'AMEDEO dal brando. Che cacciò l'altro della vita in bando.- I Sul campo intanto e fra le sparse schiere AMEDEO scorge il gran nemico, e gira Là dove ei combattea l'orme leggiere Tutto di gaudio sfavillando e d'ira; Al fiero corso, a le sembianze altiere Il conosce Ottoman tosto che 'l mira, E scote il capo e tra le furie estreme Solleva un grido minaccioso e freme. II Ambe le guancie di disdegno ei tinge, E d'orribile foco empie ogni vena; Lampeggia il guardo, e sì furor lo spinge, Che de' piedi la terra imprime a pena, Fattosi da vicin la spada stringe; L'aria di quel fulgor lunge balena Come se tuona; ed AMEDEO non cessa, Ma vibra il brando, e l'inimico appressa. III Qual, s'a leon devorator d'armenti, Che pur dianzi scannò su prati erbosi, Giunge tratto a l'odor de i tori spenti Affamato leon da gli antri ascosi, Scagliansi incontra con la spuma a i denti, Frementi, ardenti, di sbranar bramosi, E con attorte code aspro veneno Svegliansi d'ira nel terribil seno; IV Tal di quei duo feroci era a mirarsi L'ammirabile assalto; alto furore Ora il capo, ora il petto, ora impiagarsi Gli detta il fianco, e trapassarsi il core; Da l'armi indarno travagliate sparsi Volano per lo ciel lampi d'orrore, E sì fier suon, che da' propinqui move Monti ogni belva sbigottita altrove. V Poscia, che i ferri a penetrar comprende Vana ogni prova, infellonito e crudo Ciascun la spada a maneggiare attende Che impiaghi là dove il nemico è nudo; Ed ora punge insidioso, or fende, Ora accenna a l'elmetto, ora a lo scudo, Or volgendosi a destra, ora a sinistra La man de l'ira e del furor ministra. VI Tra mille finte al fin, tra mille vere, Dal Turco infuriato esce percossa, Ch'AMEDEO trova, e ne la coscia il fere Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe' l'ossa; Tosto che rimirò le vene altiere La terra far del nobil sangue rossa Mise alto strido il feritor, che tuono, Squarciando umida nube ha minor suono. VII Rodi non più ne la battaglia avversa Aver celeste difensor si vanti; Ecco è pur verità, che sangue ei versa, E che le membra sue non son diamanti; Farò ben'io, ch'ella cadrà dispersa, Se 'n costui spera: con altier sembianti Così dicea, crudel; per le ferite Arse incendio AMEDEO d'ire infinite. VIII Ne l'armi eterne a la mortal battaglia Ratto a se vendicar con le man pronte Contra la forza d'Ottoman si scaglia Impresso d'odio la terribil fronte, Sì come tigre, che gli armenti assaglia, Sì come turbo, che scotendo il monte Di svelte piante va coprendo i campi, Sì come orrido tuon, tra nembi e lampi. IX D'indomita ira giù nel petto acceso Verso l'empio nemico alza la spada. E quegli'alza lo scudo, onde difeso Fa pur, ch'a vôto il fier ferir sen vada; Ma da la forza estrema il braccio offeso Tanto non può valer, che giù non cada Il grave scudo, a cui levar vien manco; E riman nudo ad Ottomano il fianco. X Mentre riarsi il cor d'empi disdegni Son trasportati dal furore interno, E del valore uman varcando i segni Hanno le piaghe, hanno la morte a scherno, Dal colmo eccelso degli eterei regni Chinò l'eterno Dio lo sguardo eterno, Mirando in Rodi e fuggitivi e spenti, Nè men de i vincitor l'arme possenti. XI E su quel punto alme bilancie ei prese Splendide d'or con l'infallibil mano, Ed ivi dentro in un momento appese Che sperare e temer possa Ottomano; Sua colpa in giù profondamente scese, Sì che giustizia egli aspettava in vano, Se non per pena; in ciò mirando fisse Dio l'alme ciglia immortalmente, e disse: XII Giunto è l'ultimo dì; chiuse le porte A lui son del perdon; giusto è ch'ei mora; Ora dunque AMEDEO nel tragga a morte, Sangue, che tanto le mie leggi onora; E quinci infonde coraggioso e forte Spirto, onde l'alto cor più s'avvalora E contra il Turco a la sua fin d'appresso Pugna più ch'a mortal non è concesso. XIII Ecco la destra, ecco sospinge il piede, E folgorando con l'acciar celeste Inverso il petto disarmato il fiede Orribile di piaghe ampie e funeste: Come s'Arturo al sommo ciel sen riede Suscitator di nembi e di tempeste, Mira nave talvolta in un momento L'alber fiaccarsi al rinforzar del vento; XIV Tal supin casca, e rimbombar fa 'l piano Il tanto dianzi formidabil Scita; Sorger tentò, ma fu suo sforzo in vano, Chè gli toglie il vigor l'ampia ferita. Bene al campion, non dal morir lontano, Era pronto a donar l'inferno aita, Se non che 'l cielo, e i suoi messaggi ei teme; Però sel guarda bestemmiando, e freme. XV Ma verso lui ch'a ripugnar s'accinge Più il glorioso vincitor s'adira, E ne la gola il duro acciar gli spinge, Ed ivi tienlo fin che vivo il mira: Gli occhi travolve e di pallor si tinge Freddo Ottoman e sul morir sospira La cara vita e la fortuna andata, E via più ch'altro la bellezza amata. XVI Intanto Araspe il corridor frenato Spronava intorno, ed animando giva Le turbe vinte, onde mirò sul prato Sanguinoso Ottoman, che si moriva; Da repentina angoscia alto agitato Ei l'addita a lo stuol che lui seguiva, Poi con mugghio dicea d'aspro tormento: E quale spirto a guerreggiar fia lento? XVII Spento giace Ottoman, e chi lo spense Stagli sopra ridendo: al fin dei detti, Non più di doglie, che di rabbie immense Quegli armati fedeli empiono i petti; Come da selve solitarie e dense Orridi lupi da digiun costretti Infra gregge sen van, così veloci Nè men contra AMEDEO mosser feroci. XVIII Ed egli alto gridò, ben che ferito, Vibrando il brando con altier sembianti: Empi, nemici al ciel, cotanto ardito Un sia di voi, che si sospinga avanti. Sì disse, e fu quel dir per l'aria udito Qual rimbombo di fulmini tonanti, Sì l'Angel suo, ch'a lui vicin sen vola Fe' grande il suon de la mortal parola. XIX Ed indi sparso d'aureo nembo ardente Pur in sembianza incontrastabil fiera Tende lor contra con la man possente Arco, che d'ogni scampo altrui dispera; Arco, di cui minor tende sovente Arco in ciel di Giunon la messaggiera; Quei si posero in fuga; ognun s'affretta; E rimane Ottoman senza vendetta. XX Fama intorno ne va; Folco l'ascolta Per cento bocche, ed a le trombe impone D'ognintorno sonare alto a raccolta; Ed ei ratto s'aggiunge al gran campione, Seco al fin verso Rodi il piè rivolta; Al fin perviene a la real magione Ove con molti messaggier si chiama Fisico altier di peregrina fama. XXI Destrissimo di man, di polso forte E di vista lincea venne Geloo, Secondo pregio in far contrasto a morte, Ma non men chiaro, che 'l primier di Coo, Pur che nobili sian tutte egli ha scorte L'erbe del suolo Esperio e de l'Eoo; Ed ogni lor virtù gli fe' palese Onfale che di lui forte s'accese. XXII Costei tra boschi, e su l'Emonia riva Incantando abitava erma caverna, E fama indegna per la terra argiva Gloriosa la fea ne l'arte inferna; Ma tempo fu che 'l buon Geloo sen giva Lunge col piè da la magion paterna Fuggendo di matrigna empio disdegno, E colà d'alto onor fu fatto degno. XXIII Onfale il vide, e de' suoi be' sembianti Ardendo ebbe a soffrir pena profonda; E perch'ei gisse altier fra gli altri amanti Non pur valor di sconosciuta fronda, Ma gli volle insegnar forza d'incanti Onde cangiar potesse il corso a l'onda, Ed affrettasse ed arrestasse i venti, E del sole oscurasse i raggi ardenti. XXIV Egli gentile appien l'animo tolse Da quei secreti abbominati e crudi, E sol de l'erbe a penetrar si volse Con l'arti di costei vizj e virtudi; Quinci fu chiaro, e bella fama sciolse I gridi intorno a celebrar suoi studi, E se del suo valore unqua diè segno, Or per lo grande Eroe sforza l'ingegno. XXV D'armi e di panni a dispogliarlo attende, E perchè 'l lasso corpo aggia quiete Sopra morbide piume egli il distende Tra fregi d'oro e tra Meonie sete; Poi preme e terge la ferita, e spende Ivi intorno licor d'erbe scerete Che le percosse inacerbir divieta, Dittamo scelto che fiorisce in Creta. XXVI Medicato l'Eroe, prende commiato, Ed a lui prima, a gli altri poi s'inchina; Indi il buon Folco al cavalier piagato, Tutto lieto a mirar, si ravvicina, E dice: al nostro miserabil stato, Signor, col braccio tuo forza divina Termine ha posto, onde ci colma il petto Un già poco sperato alto diletto. XXVII Ma perchè di tuo scampo ecci nel core, Come è ben giusto, disianza estrema, Tutto che molto lieve il tuo dolore, Non poca parte del gioir ci scema; Pur così ti vuò dir: non ha timore Il buon Geloo, che tanto o quanto il prema; Sì che la Dio mercè salva è tua vita, E di gloria immortai fia la ferita. XXVIII O de l'Asia terror, non fia guerriero, Che di candida croce il petto segni, In cui per ogni età saldo pensiero De' tuoi gran merti in mezzo il cor non regni, Quanto del ciel per l'immortai sentiero Riguarda il sol tra' luminosi segni, Ovunque onda di mar percote i lidi, Faran sonar di tua vittoria i gridi. XXIX E quei rende risposta in voce altiera Posatamente: io maneggiate ho l'armi Come convenne; or che mi campi o pera, Al gran voler di Dio debbo quetarmi; Ma che da Rodi servitù sì fiera Io facessi lontana ho da vantarmi; Quivi acciò si riposi, e gli occhi abbassi Folco il saluta, indi moveva i passi. XXX Ma che fuor quelle tende alcun s'arresti De i cavalier, ch'egli ha da lato impone, Acciò servigi ad AMEDEO sian presti, Se forse di servir vegna cagione; Poscia le squadre armate, e i duci desti Che sian comanda, e come suol dispone Guardia fidata a le percosse mura, E come sempre d'ogni risco ha cura. XXXI Ma nel regno infernal, dove circonda Tartaro sempre tenebroso, e dove Tra zolfi accesi Flegetonte inonda, E dove Lete innavigabil move Su l'estinto Ottoman doglia profonda Quell'empie turbe a lamentar commove, E di cordoglio e di bestemmie inferne Sentonsi alto ulular l'empie caverne. XXXII Spirto non è là giù, che contra il forte Campion non latri; ogni demon sospira Di Rodi il vanto e d'Ottoman la morte, E contra il mondo, e contra il ciel s'adira; Or, quando tanto in nuova rabbia assorte L'alme dannate il Re tetro rimira Dentro reggia d'ardor fetida e bruna Del popol suo gli orridi spirti aduna. XXXIII Tra le fiamme di Dite alza veloce La vasta fronte, onde i demon frementi Compresso il pianto e l'ulular feroce, Ne l'aspro Re fermano gli occhi intenti; Ei torce il guardo folgorante, atroce, Alto quassa le tempie, empi portenti, Fulmina d'una bocca accenti orrendi, E da mille altre atri divampa incendi. XXXIV Tanto affanno, diss'ei, tanto quì sento Sparso dolor, perchè l'ignobil terra D'isola angusta altri n'usurpi e spento Caschi un sol Duce e senza biasmo in guerra? Non di danno sì vil tempra il tormento Il mondo immenso, e l'Ocean, che 'l serra? Ove ad un cenno sol tanto reggete, Che certo Rodi disprezzar potete? XXXV Stiasi il vil borgo, e l'alte fiamme accese Schifi, nè sia furor ch'ora il deprede, E sian di Pietro memorande imprese Con tanto sforzo ivi serbar sua fede; Intanto l'Asia, e l'African paese Devoto a noi già non cadragli al piede, Nè fia, che legge altra, che nostra onori, Nè tempio, o nume altro, che nostro adori. XXXVI O de l'Erebo eterno ombre possenti, Poi sì v'ange di Pier bassa vittoria, Volgete in cor le tributarie genti Per l'Oriente, incomparabil gloria; Qual ivi aitar? quali ivi incensi ardenti? Qual ivi appar del Vatican memoria? Frequentansi fra lor culti divini? Evvi pur un che 'l Crocifisso inchini? XXXVII Dite, che Pietro a contrastarmi impero Colà presuma, e perturbar mia pace, O questo di Savoia alto guerriero Poi che de l'armi sue tanto è seguace; Ma quel mondo ove il Nil torce il sentiero Quasi infinito, al cui voler soggiace? E per nobile parte Europa anch'ella Non è d'inferno ubbidiente ancella? XXXVIII Voi de la terra al fin, voi degli immensi Campi del mar, voi raggirate il freno; Se lo scettro del ciel per voi non tiensi, Con sforzo orrendo il combatteste almeno; Su generosi, alto levate i sensi, Di magnanimi spirti empiete il seno, Sgombrisi ogni timor, poco vi caglia, Divi del mondo, una sì vil battaglia. XXXIX Mirate i cerchi de l'abisso, e quante Gemono al vostro giogo alme funeste, Tutte per se bramolle il Re stellante, E voi lor tutte in questo ardor traeste. Così parlava latrator, mugghiante Contra l'eccelso tonator celeste, Quinci obbliando d'Ottoman lo scherno Volgonsi crudi a tormentar l'inferno. XL Nè fama intanto d'Ottomano oscura Fra' Turchi a susurrar batte le penne, Ma de la morte sua certa e sicura Verso Bostange un messaggier sen venne; Al primo suon de la novella dura Ebbe tanto dolor, ch'ei nol sostenne; Poi fassi franco, e ne la pena immensa Come schernir tanta miseria pensa. XLI E tosto a circondar gli ampi steccati Finchè l'aurora rimenasse il giorno Manda animoso i capitani armati, E fa fiero sonar le trombe intorno; Non contra i Turchi di timor gelati E privi d'Ottoman, faccia ritorno La spada d'AMEDEO forte paventa, E lor ben poco il riposar consenta. XLII Poscia premendo in petto i rei pensieri, Ed i sembianti serenando egli erra Per ogni parte, e l'alme de' guerrieri 1 2 3 ' 4 ; 5 , 6 ' ? 7 , ; 8 , : 9 , ' 10 ' ? 11 12 13 14 15 , ; 16 ; 17 , 18 : 19 20 ; 21 22 : 23 24 25 26 27 , , 28 , 29 ? ? 30 ? 31 : ' ; 32 , 33 ' , 34 , . 35 36 37 38 39 , 40 , 41 42 : 43 ; ; 44 45 , 46 . 47 48 49 50 51 ; 52 ' ; 53 , 54 . 55 : 56 ' , 57 ' , 58 . 59 60 61 62 63 , 64 , 65 , ' 66 ' ; 67 , 68 69 ' , 70 , . 71 72 73 74 75 ; 76 ' 77 ' , ' 78 , ' ' ; 79 , 80 , 81 82 ' ; 83 84 85 86 87 ' 88 , 89 90 ' , ' ; 91 92 ' ' 93 , ' 94 ' . 95 96 97 98 99 , 100 , 101 , 102 , 103 104 ; 105 , ' 106 , : 107 108 109 110 111 , 112 ' , 113 114 , ; 115 , 116 , 117 , 118 . 119 120 121 122 123 124 ' , 125 , 126 ' ; 127 ' 128 ' : 129 , ' 130 ' , ? 131 132 133 134 135 , 136 ' ' ; 137 ' ' , 138 ; 139 ? 140 ? 141 , ' , 142 ' . 143 144 145 146 147 . 148 : ' ; 149 , 150 ; 151 152 , , 153 ' 154 . 155 156 157 158 159 , 160 ? 161 ' 162 ? 163 164 , 165 166 ? 167 168 169 170 171 , 172 , 173 , ' , 174 ' . 175 176 ' ' , 177 178 ? 179 180 181 182 183 , ' 184 ' ' , 185 ' 186 ; 187 , 188 ' , 189 , ' , 190 , . 191 192 193 194 195 ? 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