XII
Jer fu sì gonfio di minaccia e d'ira
Perchè sembrammo a la vittoria lenti;
Or che farà, se tutto armato mira
Che non siam l'armi a sostener possenti?
Soldati, il vostro duce a voi sospira;
Mirate i pianti, udite i suoi lamenti:
Volete voi, che ne l'etate estrema
Dopo cotanti onor d'un palo io tema?
XIII
Sì parla, e sempre indarno; alta paura
Tragge gli stuoli a più poter fugati;
Parte disperde il piè per la pianura,
Parte vanno a trovar gli ampi steccati:
Ed allora animosi oltra misura
Lor sono al tergo i Rodiani armati;
Quivi pur volto a ritentar contrasto
Dicea Giassarte al sagittario Alcasto:
XIV
Tu, che per arco memorabil splendi,
E ben Rodi il provò su la muraglia,
Per quale assalto il serbi? a che nol tendi?
Ed a costui sì fier non dai battaglia?
Risponde Alcasto: a gran ragion m'accendi;
Ecco io sono a provar quanto ei mi vaglia,
E s'al presente il suo valor fia poco,
Faronne pezzi, o lo porrò sul foco.
XV
Più non parlò, ma tra gli strali esperti
Il più pungente e più crudel scegliea,
Onde commosso Erimedon Lamberti
Campion di Lucca al grande Eroe dicea:
Porgi lo scudo in fuor; tien gli occhi aperti;
Veggo cercar ne la faretra rea
Un turco cavalier lo stral più fiero,
Ed infra loro è singolare arciero.
XVI
Ben tal può dirsi; ei negli assalti in vano
Non scoccò dardo e si colmò d'onore;
Ed arco incurva, che maestra mano
Non fabbricò tra Sciti unqua il migliore.
Soggiunse il grande Eroe: quando in sul piano
Spinto l'avrò pien di mortale orrore,
Tu quell'arco predar serba in memoria,
E fanne eterno testimon di gloria.
XVII
Egli ancor non tacea, quando sen viene
Lo strale ingordo, ma sel prende a scherno
Lo scudo immenso, e' suoi furor sostiene
Con l'alta tempra de lo smalto eterno;
Giassarte ove il mirò, gonfia le vene
E di veneno e di disdegno inferno
Oltra l'usato, e mosso fu stringendo
La scimitarra, a rimirarsi orrendo.
XVIII
Mal fortunato lui; non ebbe ingegno
Che per cotante prove ei s'accorgesse
Com'era il giorno, che 'l divin disdegno
Volea, che 'l pregio d'Ottoman cadesse;
Qual fiume alpestre, cui frenò sostegno
Perchè non fosser le campagne oppresse,
Fracassate le macchine tal volta
Veggiam precipitar l'onda disciolta;
XIX
Tale il guerriero indomito s'avventa
Contra AMEDEO per sanguinosa strada,
Ed alza il braccio ed impiagarlo tenta
Su l'alma fronte, perch'a morte ei vada;
Ma quel Re formidabile appresenta
L'invitta punta de l'eterea spada
Sotto il braccio alto, e ne l'ascella il piaga
E d'atro sangue tutto il fianco allaga.
XX
Era ivi presso, e rimirava intento
Un mostro inferno le mortali imprese,
Misantropo diceasi, e perchè spento
Non fosse il Turco da la terra il prese,
E levato per aria in un momento
Su verde piaggia indi lontan lo stese;
Poscia Astragor, ch'ivi dintorno spiega
Le fetide ali, in queste note ei prega:
XXI
Batti le piume tu, cui manifeste
Son l'erbe ignote a gli intelletti umani,
E suco ne trarrai che le funeste
Percosse chiuda, onde il campion risani;
Quei sen volava, e la sanguigna veste
Pone a spogliar Misantropo le mani,
Ed il sangue tergea de la ferita,
E porgea dolce al cavaliero aita.
XXII
Immantenente ecco Astragor sen riede
Ed ha seco valor d'erbe possenti,
E ne cosparge la percossa, e cede
Ratto l'acerbità di quei tormenti;
Ma d'aspra rabbia inebbriato fiede
L'aria quel mostro di perversi accenti:
Tal tempesta mirare, onde s'affanna
Lo scettro d'Ottoman, chi ci condanna?
XXIII
Dispergonsi le squadre, ogni speranza
Ch'eser possa ne i grandi ecco s'atterra;
E l'istesso Ottoman nulla s'avanza,
Cotanto sorge un sol Cristiano in guerra;
Chi gli presta il valor? tale possanza
Può dargli spirto che nel ciel si serra?
Ma se pure egli è Dio, che sì l'onora,
Non rimaniam di bestemmiarlo ogn'ora.
XXIV
Ei così grida. A le superbe voci
Misantropo risponde: omai t'affrena;
Apparire orgogliosi, esser feroci
Non ogni volta ove bramiam ci mena;
Per altro tempo ed in perigli atroci
Il monarca, che tuona e che balena,
De' cari suoi la dignità sostenne
Ed a noi lassi sofferir convenne.
XXV
Non sai, che la possanza de gli Assiri
Sotto Oloferne tormentò Giudea?
E ch'orribile giogo e di martiri
Formidabile scempio ella temea?
Quando commossa da superni giri
A lor sen venne vedovella Ebrea,
E tante aste ferrate e tanti dardi
Rivolse in fuga col fulgor dei guardi?
XXVI
Col forsennato duce ella sorride,
Per adescarlo sue bellezze adorna,
E dove dee bearlo, ivi l'ancide,
Quinci col fiero teschio a' suoi sen torna.
Ed altra volta Madian non vide
Allor che 'l sol ne l'Ocean soggiorna,
Con poche larve e con trecento soli
Condursi a morte innumerabil stuoli?
XXVII
Già rimirò, perchè da l'ombre involto
L'aspro nemico d'Israel non scampi,
Farsi il dì lungo oltra l'usato molto
Un cavalier di Gabaon ne i campi;
I destrier, che correndo a freno sciolto
Givan per l'alto e diffondeano lampi,
Fermaro il passo, e l'infocate rote,
Volubil sempre, si mostraro immote.
XXVIII
Che più debbo narrar? varco s'aperse
Per entro le voragini profonde
A lo stuol di Mosè; nè si sommerse,
Anzi lieto occupò l'arabe sponde;
Sì disusato oltraggio il mar sofferse,
Che quasi smalto s'induraron l'onde,
Ed ivi asciutto il piè corser destrieri
Ove le vele disciogliean nocchieri.
XXIX
Ciò ch'io racconto, rivelossi a pieno
Al mondo tutto, ed a narrar nol vegno
Perch'io n'aggia diletto, anzi nel seno
Ne sento incendio di mortal disdegno;
Io n'arrabbio così, che 'l ciel sereno
Vorrei far polve, e de le stelle il regno,
Vorrei la terra e 'l mar volger sossopra,
Ma mio voler non posso porre in opra.
XXX
Mentre fra gli esecrabili furori
Gli empi Demoni disfogavan l'ira,
Per virtù de gli incogniti licori
Giassarte da l'angoscia ecco rispira;
Già franco, già del sol gli almi splendori
Con lo sguardo vivace egli rimira,
E ferve il sangue, e si dilegua il ghiaccio
Dal corpo afflitto, e divien forte il braccio.
XXXI
Come addivien se fuor del campo ondoso
Spigne delfin mar travagliato e vento,
Ch'ei si dibatte sul terren sabbioso,
Poi languendo riman sì come spento;
Ma se passando peregrin pietoso
Lo rende a l'acque amate, in un momento
Terge le belle squamme e si ravviva,
E salta lunge da l'odiosa riva;
XXXII
Cotal dell'egro cavalier succede;
Ratto ogni fievolezza ivi abbandona,
Onde il mostro infernal, che forte il vede,
Seco in sembianza d'uom così ragiona:
Vanne colà, dove pietate e fede
Sul punto estremo a travagliarti sprona;
Torna a fugar le Rodïane genti,
Ma di dar guerra ad AMEDEO ritienti.
XXXIII
Ei ben feroce, ei di fortezza adorno
Via molto più che non suol dar natura,
Trascorre folgorando in questo giorno;
Forse altra volta avrà peggior ventura.
Fra questi detti a se sgombrando intorno
Il corpo finto a gli occhi altrui si fura;
E sovra il piè leggier ver quella parte
Ove si pugna se ne va Giassarte.
XXXIV
Intanto sul terren, ch'atro ribagna
Sangue de' Turchi il grande Eroe sì freme,
Che tutto ingombra il ciel di chi si lagna,
Orribile rimbombo, e di chi geme;
Molti ne van destrier per la campagna,
Ed il dorso di lor nessun non preme,
Che i nobili rettor caduti al piano
Fieno aspettati da la patria in vano.
XXXV
Qual torbido torrente allor che scende
Gonfio di spume da montagna alpestra,
O qual è fiamma ove più forte incende
Co' soffi d'aquilon valle silvestra,
Qual fulmine che nube atra scoscende,
Tal rassembrava d'AMEDEO la destra;
Megera il guarda e per furor trabocca
Cerberea spuma da l'orribil bocca.
XXXVI
E dal guardo non manco aspro veneno
Cosparge Aletto, ed a volar non lenta
Trova Megera, e dal terribil seno
Empie parole imperversando avventa:
Pur sotto l'asta d'AMEDEO vien meno
La turca gente o sbigottita, o spenta,
Nè di più rinfrancarla hanno potere
Tante del nostro inferno armate schiere?
XXXVII
Un sol nemico ne soggioga, indegna
Per noi memoria, ah gli si sterpi il core
A brani, a ghiado il traditor si spegna,
Megera; e quì divampa ira e furore;
Megera in ascoltando aspra si sdegna,
Nè per gli occhi travolve ira minore;
Sì fiere si movean l'anime infeste,
Ma raffrenolle il regnator celeste.
XXXVIII
Termine ei fisse a i Rodïan dolori
Pur come piacque al suo volere eterno,
E tante de' demoni ire e furori
Volle serrar nel tenebroso inferno;
Però ne l'alto in fra gli eterei cori
Del numeroso esercito superno
Egli rivolse in ver Michele il guardo,
Unqua suoi cenni ad ubbidir non tardo:
XXXIX
Scendi su Rodi, e fa sentir tua voce,
E i demon scaccia a la prigione orrenda;
Di', che non sia la giù spirto feroce
Sì che di nuovo a le battaglie ascenda;
Michel s'inchina, ed a partir veloce
Stringe grande asta con la man tremenda,
Asta, ch'a braccio altrui vibrar non lice,
Forte, grave, immortal, sterminatrice.
XL
Gran scudo imbraccia a la sua fè commesso;
Pregio immortal, dal gran tonante eterno.
Il dì ch'ei spinse col gran scudo istesso
I rubellanti dal gran ciel superno;
Quivi timor, quivi terrore impresso,
Quivi era orror del tenebroso inferno;
V'era che 'n alto, abbominati esempi,
Ergea gran seggio il regnator de gli empi.
XLI
Ma l'aurea luce, onde è cotanto adorno
Par che repente in tetro orrore ei cange,
Almo trofeo del memorabil giorno
Che 'l cieco abisso ancor bestemmia e piange;
Tra sì belle armi coruscando intorno
Ei rassomiglia il Sol ch'esce dal Gange,
E spiega l'ali da l'etereo polo,
E contra i rei demon sen viene a volo.
XLII
Cosparge per lo ciel voce divina,
Aerei campi dibattendo in giro,
E quasi incendio per foresta alpina
Lunge dintorno i gridi suoi s'udiro:
O con obbrobriosa, alta ruina
Precipitati ad immortal martiro:
Non son per voi l'aure serene e liete;
A vostre orride tombe, empi, scendete.
XLIII
Perduti eternamente, anco mirate
L'aspetto di quei cieli, onde cadeste,
E debellati contrapporvi osate
Pur a quell'armi, onde ogni ben perdeste?
Così gridando in su le piume aurate
Moveva intorno il volator celeste,
E lo guardava orribilmente fiera
Da lunge Aletto e la crudel Megera.
XLIV
Gonfiansi entrambe, e rio furor le accende
Con orgoglio superbo a far difesa;
Ma poi nel petto lor tema discende
Sì che torna di giel l'anima accesa;
Quinci Aletto smarrita a fuggir prende,
Segue Megera, e la bramata impresa
Rimansi ivi deserta, onde d'affanno
E con ringhi e con mugghi aspri sen vanno.
XLV
La dove più gli acherontei bollori
Empiono di fetor gli antri focosi,
Corron per notte di profondi orrori
I fieri spirti in suo cammin dogliosi.
Michel cinto di rai, cinto d'ardori,
Come nel centro rimirogli ascosi,
Ferma le piume, onde fornisce il tergo,
Sopra il sogliar de l'infernale albergo.
XLVI
Ivi sua voce inverso lor conversa,
D'Erebo fa tremar tutte le bande;
Men suona il Nil che 'n precipizio versa
Da l'alto l'onde, e i gran diluvii spande;
Grida: o vil gente al Re del mondo avversa,
Già ne i seggi del ciel felice e grande,
Ed or qua giù sommersa, onde si scerna
Chiaro il valor de la giustizia eterna;
XLVII
Ancor vi sferza empia sciocchezza? e tira
A trattar arme? a ministrare ardori?
Imperversate? il vostro cor desira
Crescer la vita e d'Ottoman gli onori?
Fremete in van; vano è lo sdegno e l'ira;
Rompe fato di Dio vostri furori;
Omai le dure rabbie, omai fornite,
Empi, le furie e 'l gran destin sentite.
XLVIII
Fa sanguinosa e lagrimevol messe
Ferro latin di vostre amiche genti;
Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse
Schiere con opra, o con pensier pur tenti;
Ciascun come pugnò, come cadesse,
I tuoni, l'arme del gran Dio rammenti;
Sì disse: e 'n volto minaccioso e crudo
Vibrò la lancia ed innalzò lo scudo.
XLIX
Veduto avresti a quel suo dir costretti
I superbi inchinar l'arme fatali,
E gonfiar d'ira e di veneno i petti,
Ed avanzar ne gli infiniti mali.
Spiega Michel poi c'ha finiti i detti
Rapido il corso fiammeggiante e l'ali,
E d'aurei nembi risonando intorno
Fa nei campi superni almo ritorno.
L
Tal s'ama strangolare angue squammoso,
L'ali superbe in ver le siepi inchina,
O ver tra fossi ove egli striscia ascoso,
De gl'impennati augei l'alta regina,
Ma di star colà giù sdegna il riposo,
Ch'a le rote del ciel torna vicina
Subitamente, e gloriosa fende
Le nubi avverse, e verso il sole ascende.
FINE DEL CANTO XX.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XX.
Argomento del Poeta: «Nel XX. Amedeo ritorna in campo contra Ottomano.
Dio manda l'Angelo che scacci i diavoli dalla tenzone.»
Niuna osservazione critica sopra questo Canto si trova nel MS. del
Cav. d'Urfè.
CANTO XXI.
ARGOMENTO.
-Scontransi alfine i duo campioni in guerra,
E terribil fra lor zuffa si stringe;
L'Eterno Nume le bilancie afferra,
E le sorti a pesarne ecco s'accinge;
Tosto il fato d'entrambi si disserra,
Che la colpa Ottomano in giù sospinge;
Onde uscì colpo d'AMEDEO dal brando.
Che cacciò l'altro della vita in bando.-
I
Sul campo intanto e fra le sparse schiere
AMEDEO scorge il gran nemico, e gira
Là dove ei combattea l'orme leggiere
Tutto di gaudio sfavillando e d'ira;
Al fiero corso, a le sembianze altiere
Il conosce Ottoman tosto che 'l mira,
E scote il capo e tra le furie estreme
Solleva un grido minaccioso e freme.
II
Ambe le guancie di disdegno ei tinge,
E d'orribile foco empie ogni vena;
Lampeggia il guardo, e sì furor lo spinge,
Che de' piedi la terra imprime a pena,
Fattosi da vicin la spada stringe;
L'aria di quel fulgor lunge balena
Come se tuona; ed AMEDEO non cessa,
Ma vibra il brando, e l'inimico appressa.
III
Qual, s'a leon devorator d'armenti,
Che pur dianzi scannò su prati erbosi,
Giunge tratto a l'odor de i tori spenti
Affamato leon da gli antri ascosi,
Scagliansi incontra con la spuma a i denti,
Frementi, ardenti, di sbranar bramosi,
E con attorte code aspro veneno
Svegliansi d'ira nel terribil seno;
IV
Tal di quei duo feroci era a mirarsi
L'ammirabile assalto; alto furore
Ora il capo, ora il petto, ora impiagarsi
Gli detta il fianco, e trapassarsi il core;
Da l'armi indarno travagliate sparsi
Volano per lo ciel lampi d'orrore,
E sì fier suon, che da' propinqui move
Monti ogni belva sbigottita altrove.
V
Poscia, che i ferri a penetrar comprende
Vana ogni prova, infellonito e crudo
Ciascun la spada a maneggiare attende
Che impiaghi là dove il nemico è nudo;
Ed ora punge insidioso, or fende,
Ora accenna a l'elmetto, ora a lo scudo,
Or volgendosi a destra, ora a sinistra
La man de l'ira e del furor ministra.
VI
Tra mille finte al fin, tra mille vere,
Dal Turco infuriato esce percossa,
Ch'AMEDEO trova, e ne la coscia il fere
Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe' l'ossa;
Tosto che rimirò le vene altiere
La terra far del nobil sangue rossa
Mise alto strido il feritor, che tuono,
Squarciando umida nube ha minor suono.
VII
Rodi non più ne la battaglia avversa
Aver celeste difensor si vanti;
Ecco è pur verità, che sangue ei versa,
E che le membra sue non son diamanti;
Farò ben'io, ch'ella cadrà dispersa,
Se 'n costui spera: con altier sembianti
Così dicea, crudel; per le ferite
Arse incendio AMEDEO d'ire infinite.
VIII
Ne l'armi eterne a la mortal battaglia
Ratto a se vendicar con le man pronte
Contra la forza d'Ottoman si scaglia
Impresso d'odio la terribil fronte,
Sì come tigre, che gli armenti assaglia,
Sì come turbo, che scotendo il monte
Di svelte piante va coprendo i campi,
Sì come orrido tuon, tra nembi e lampi.
IX
D'indomita ira giù nel petto acceso
Verso l'empio nemico alza la spada.
E quegli'alza lo scudo, onde difeso
Fa pur, ch'a vôto il fier ferir sen vada;
Ma da la forza estrema il braccio offeso
Tanto non può valer, che giù non cada
Il grave scudo, a cui levar vien manco;
E riman nudo ad Ottomano il fianco.
X
Mentre riarsi il cor d'empi disdegni
Son trasportati dal furore interno,
E del valore uman varcando i segni
Hanno le piaghe, hanno la morte a scherno,
Dal colmo eccelso degli eterei regni
Chinò l'eterno Dio lo sguardo eterno,
Mirando in Rodi e fuggitivi e spenti,
Nè men de i vincitor l'arme possenti.
XI
E su quel punto alme bilancie ei prese
Splendide d'or con l'infallibil mano,
Ed ivi dentro in un momento appese
Che sperare e temer possa Ottomano;
Sua colpa in giù profondamente scese,
Sì che giustizia egli aspettava in vano,
Se non per pena; in ciò mirando fisse
Dio l'alme ciglia immortalmente, e disse:
XII
Giunto è l'ultimo dì; chiuse le porte
A lui son del perdon; giusto è ch'ei mora;
Ora dunque AMEDEO nel tragga a morte,
Sangue, che tanto le mie leggi onora;
E quinci infonde coraggioso e forte
Spirto, onde l'alto cor più s'avvalora
E contra il Turco a la sua fin d'appresso
Pugna più ch'a mortal non è concesso.
XIII
Ecco la destra, ecco sospinge il piede,
E folgorando con l'acciar celeste
Inverso il petto disarmato il fiede
Orribile di piaghe ampie e funeste:
Come s'Arturo al sommo ciel sen riede
Suscitator di nembi e di tempeste,
Mira nave talvolta in un momento
L'alber fiaccarsi al rinforzar del vento;
XIV
Tal supin casca, e rimbombar fa 'l piano
Il tanto dianzi formidabil Scita;
Sorger tentò, ma fu suo sforzo in vano,
Chè gli toglie il vigor l'ampia ferita.
Bene al campion, non dal morir lontano,
Era pronto a donar l'inferno aita,
Se non che 'l cielo, e i suoi messaggi ei teme;
Però sel guarda bestemmiando, e freme.
XV
Ma verso lui ch'a ripugnar s'accinge
Più il glorioso vincitor s'adira,
E ne la gola il duro acciar gli spinge,
Ed ivi tienlo fin che vivo il mira:
Gli occhi travolve e di pallor si tinge
Freddo Ottoman e sul morir sospira
La cara vita e la fortuna andata,
E via più ch'altro la bellezza amata.
XVI
Intanto Araspe il corridor frenato
Spronava intorno, ed animando giva
Le turbe vinte, onde mirò sul prato
Sanguinoso Ottoman, che si moriva;
Da repentina angoscia alto agitato
Ei l'addita a lo stuol che lui seguiva,
Poi con mugghio dicea d'aspro tormento:
E quale spirto a guerreggiar fia lento?
XVII
Spento giace Ottoman, e chi lo spense
Stagli sopra ridendo: al fin dei detti,
Non più di doglie, che di rabbie immense
Quegli armati fedeli empiono i petti;
Come da selve solitarie e dense
Orridi lupi da digiun costretti
Infra gregge sen van, così veloci
Nè men contra AMEDEO mosser feroci.
XVIII
Ed egli alto gridò, ben che ferito,
Vibrando il brando con altier sembianti:
Empi, nemici al ciel, cotanto ardito
Un sia di voi, che si sospinga avanti.
Sì disse, e fu quel dir per l'aria udito
Qual rimbombo di fulmini tonanti,
Sì l'Angel suo, ch'a lui vicin sen vola
Fe' grande il suon de la mortal parola.
XIX
Ed indi sparso d'aureo nembo ardente
Pur in sembianza incontrastabil fiera
Tende lor contra con la man possente
Arco, che d'ogni scampo altrui dispera;
Arco, di cui minor tende sovente
Arco in ciel di Giunon la messaggiera;
Quei si posero in fuga; ognun s'affretta;
E rimane Ottoman senza vendetta.
XX
Fama intorno ne va; Folco l'ascolta
Per cento bocche, ed a le trombe impone
D'ognintorno sonare alto a raccolta;
Ed ei ratto s'aggiunge al gran campione,
Seco al fin verso Rodi il piè rivolta;
Al fin perviene a la real magione
Ove con molti messaggier si chiama
Fisico altier di peregrina fama.
XXI
Destrissimo di man, di polso forte
E di vista lincea venne Geloo,
Secondo pregio in far contrasto a morte,
Ma non men chiaro, che 'l primier di Coo,
Pur che nobili sian tutte egli ha scorte
L'erbe del suolo Esperio e de l'Eoo;
Ed ogni lor virtù gli fe' palese
Onfale che di lui forte s'accese.
XXII
Costei tra boschi, e su l'Emonia riva
Incantando abitava erma caverna,
E fama indegna per la terra argiva
Gloriosa la fea ne l'arte inferna;
Ma tempo fu che 'l buon Geloo sen giva
Lunge col piè da la magion paterna
Fuggendo di matrigna empio disdegno,
E colà d'alto onor fu fatto degno.
XXIII
Onfale il vide, e de' suoi be' sembianti
Ardendo ebbe a soffrir pena profonda;
E perch'ei gisse altier fra gli altri amanti
Non pur valor di sconosciuta fronda,
Ma gli volle insegnar forza d'incanti
Onde cangiar potesse il corso a l'onda,
Ed affrettasse ed arrestasse i venti,
E del sole oscurasse i raggi ardenti.
XXIV
Egli gentile appien l'animo tolse
Da quei secreti abbominati e crudi,
E sol de l'erbe a penetrar si volse
Con l'arti di costei vizj e virtudi;
Quinci fu chiaro, e bella fama sciolse
I gridi intorno a celebrar suoi studi,
E se del suo valore unqua diè segno,
Or per lo grande Eroe sforza l'ingegno.
XXV
D'armi e di panni a dispogliarlo attende,
E perchè 'l lasso corpo aggia quiete
Sopra morbide piume egli il distende
Tra fregi d'oro e tra Meonie sete;
Poi preme e terge la ferita, e spende
Ivi intorno licor d'erbe scerete
Che le percosse inacerbir divieta,
Dittamo scelto che fiorisce in Creta.
XXVI
Medicato l'Eroe, prende commiato,
Ed a lui prima, a gli altri poi s'inchina;
Indi il buon Folco al cavalier piagato,
Tutto lieto a mirar, si ravvicina,
E dice: al nostro miserabil stato,
Signor, col braccio tuo forza divina
Termine ha posto, onde ci colma il petto
Un già poco sperato alto diletto.
XXVII
Ma perchè di tuo scampo ecci nel core,
Come è ben giusto, disianza estrema,
Tutto che molto lieve il tuo dolore,
Non poca parte del gioir ci scema;
Pur così ti vuò dir: non ha timore
Il buon Geloo, che tanto o quanto il prema;
Sì che la Dio mercè salva è tua vita,
E di gloria immortai fia la ferita.
XXVIII
O de l'Asia terror, non fia guerriero,
Che di candida croce il petto segni,
In cui per ogni età saldo pensiero
De' tuoi gran merti in mezzo il cor non regni,
Quanto del ciel per l'immortai sentiero
Riguarda il sol tra' luminosi segni,
Ovunque onda di mar percote i lidi,
Faran sonar di tua vittoria i gridi.
XXIX
E quei rende risposta in voce altiera
Posatamente: io maneggiate ho l'armi
Come convenne; or che mi campi o pera,
Al gran voler di Dio debbo quetarmi;
Ma che da Rodi servitù sì fiera
Io facessi lontana ho da vantarmi;
Quivi acciò si riposi, e gli occhi abbassi
Folco il saluta, indi moveva i passi.
XXX
Ma che fuor quelle tende alcun s'arresti
De i cavalier, ch'egli ha da lato impone,
Acciò servigi ad AMEDEO sian presti,
Se forse di servir vegna cagione;
Poscia le squadre armate, e i duci desti
Che sian comanda, e come suol dispone
Guardia fidata a le percosse mura,
E come sempre d'ogni risco ha cura.
XXXI
Ma nel regno infernal, dove circonda
Tartaro sempre tenebroso, e dove
Tra zolfi accesi Flegetonte inonda,
E dove Lete innavigabil move
Su l'estinto Ottoman doglia profonda
Quell'empie turbe a lamentar commove,
E di cordoglio e di bestemmie inferne
Sentonsi alto ulular l'empie caverne.
XXXII
Spirto non è là giù, che contra il forte
Campion non latri; ogni demon sospira
Di Rodi il vanto e d'Ottoman la morte,
E contra il mondo, e contra il ciel s'adira;
Or, quando tanto in nuova rabbia assorte
L'alme dannate il Re tetro rimira
Dentro reggia d'ardor fetida e bruna
Del popol suo gli orridi spirti aduna.
XXXIII
Tra le fiamme di Dite alza veloce
La vasta fronte, onde i demon frementi
Compresso il pianto e l'ulular feroce,
Ne l'aspro Re fermano gli occhi intenti;
Ei torce il guardo folgorante, atroce,
Alto quassa le tempie, empi portenti,
Fulmina d'una bocca accenti orrendi,
E da mille altre atri divampa incendi.
XXXIV
Tanto affanno, diss'ei, tanto quì sento
Sparso dolor, perchè l'ignobil terra
D'isola angusta altri n'usurpi e spento
Caschi un sol Duce e senza biasmo in guerra?
Non di danno sì vil tempra il tormento
Il mondo immenso, e l'Ocean, che 'l serra?
Ove ad un cenno sol tanto reggete,
Che certo Rodi disprezzar potete?
XXXV
Stiasi il vil borgo, e l'alte fiamme accese
Schifi, nè sia furor ch'ora il deprede,
E sian di Pietro memorande imprese
Con tanto sforzo ivi serbar sua fede;
Intanto l'Asia, e l'African paese
Devoto a noi già non cadragli al piede,
Nè fia, che legge altra, che nostra onori,
Nè tempio, o nume altro, che nostro adori.
XXXVI
O de l'Erebo eterno ombre possenti,
Poi sì v'ange di Pier bassa vittoria,
Volgete in cor le tributarie genti
Per l'Oriente, incomparabil gloria;
Qual ivi aitar? quali ivi incensi ardenti?
Qual ivi appar del Vatican memoria?
Frequentansi fra lor culti divini?
Evvi pur un che 'l Crocifisso inchini?
XXXVII
Dite, che Pietro a contrastarmi impero
Colà presuma, e perturbar mia pace,
O questo di Savoia alto guerriero
Poi che de l'armi sue tanto è seguace;
Ma quel mondo ove il Nil torce il sentiero
Quasi infinito, al cui voler soggiace?
E per nobile parte Europa anch'ella
Non è d'inferno ubbidiente ancella?
XXXVIII
Voi de la terra al fin, voi degli immensi
Campi del mar, voi raggirate il freno;
Se lo scettro del ciel per voi non tiensi,
Con sforzo orrendo il combatteste almeno;
Su generosi, alto levate i sensi,
Di magnanimi spirti empiete il seno,
Sgombrisi ogni timor, poco vi caglia,
Divi del mondo, una sì vil battaglia.
XXXIX
Mirate i cerchi de l'abisso, e quante
Gemono al vostro giogo alme funeste,
Tutte per se bramolle il Re stellante,
E voi lor tutte in questo ardor traeste.
Così parlava latrator, mugghiante
Contra l'eccelso tonator celeste,
Quinci obbliando d'Ottoman lo scherno
Volgonsi crudi a tormentar l'inferno.
XL
Nè fama intanto d'Ottomano oscura
Fra' Turchi a susurrar batte le penne,
Ma de la morte sua certa e sicura
Verso Bostange un messaggier sen venne;
Al primo suon de la novella dura
Ebbe tanto dolor, ch'ei nol sostenne;
Poi fassi franco, e ne la pena immensa
Come schernir tanta miseria pensa.
XLI
E tosto a circondar gli ampi steccati
Finchè l'aurora rimenasse il giorno
Manda animoso i capitani armati,
E fa fiero sonar le trombe intorno;
Non contra i Turchi di timor gelati
E privi d'Ottoman, faccia ritorno
La spada d'AMEDEO forte paventa,
E lor ben poco il riposar consenta.
XLII
Poscia premendo in petto i rei pensieri,
Ed i sembianti serenando egli erra
Per ogni parte, e l'alme de' guerrieri
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