Che se donzelle, ed a non cinger nate La spada, ed a pugnar poco guerriere, Contra ogni belva non per tanto armate Fummo famose e bene esperte arciere; Or di questo non più: le membra amate Vili sul suol non lascerò giacere, E vedrà procurar l'alma diletta La sua bramata infra Cristian vendetta. XLIV Dunque disponti, ed al guerriero ispano, Ch'ad Alfange portò l'ora funesta, Movi all'incontra, e con la nobil mano Fa traboccar l'abbominata testa; A sì gran risco non ti poni in vano, Chè di me conquistar la strada è questa; Tuo valor gradirò, quando ti caglia Questa, ch'io dico, esercitar battaglia. XLV Allora Dardagan, sparso la faccia Di novo gaudio, e sfavillando i guardi, Non può frenarsi, ed a l'Ispan minaccia, E gli assalti al suo cor sembrano tardi; Innalza l'arco, e grida: in van procaccia Schermo contra il ferir di questi dardi; Del più forte ed acuto il cor gli piago: Non temer, donna, il tuo desire è pago. XLVI Conosco lui, le spoglie onde egli è adorno; Ho contezza de l'armi, onde risplende, E so, dove poc'anzi ei fea soggiorno, E colà tuttavia forse contende; Ma, s'egli a disparir quinci dintorno Non veste l'ali ed a volar non prende, O pur non si sommerge in mezzo a l'onda, Non fia, ch'oggi a miei guardi ei si nasconda. XLVII Così diceva, e con la donna a lato, Ove la gente combattea s'invia, E gli occhi volge ad ogni duce armato, Ed armi e spoglie fissamente spia; Nè molto va, che 'l cavalier cercato Da lunge scorge; ei coraggioso apria Folto stuolo de' Turchi, e si fea strada A somme glorie con la nobil spada. XLVIII Qual vien tra' gioghi d'Apennin canuti Per molta neve il cacciator gioioso, S'alfin ritrova de' cinghiali irsuti L'aspro covil tra dure selve ascoso, Tal gode il Turco, e de gli strali acuti Un tinto di licor più venenoso, Pon su la corda, indi traea dal core Fervide voci e ripregava amore: XLIX Amor, che su per l'alto il volo affretti, Ed in terra ed in mar dispieghi l'ali, Sì ch'al nome di te rendi soggetti Con la faretra eterna i cor mortali, Amor mio solo nume, odi i miei detti, E contra quel fellon reggi miei strali, Perchè sgombrando il cor d'aspri dolori Più le tue leggi e le tue forze onori. L Sì grida, e di grande ira arso le vene Scocca il fiero quadrel con studio intenso, Che trasvolando va l'aure serene, Rivolgendo al suo suono il popol denso; E finalmente al grande Ispan perviene; Nè tanto valse de lo scudo immenso Il terso acciaro e l'interzate cuoia, Che di quel colpo il cavalier non muoia. LI Trafitto a sommo il petto egli trabocca; E sembrò scoglio, che per lunga etade Combattuto da l'onde al fin dirocca, E fa lunge sonar l'erme contrade. Il Turco a lieti gridi apre la bocca, E volto a riguardar l'alta beltade De la donna gentil fatta gioiosa, Ei non tiene nel cor la fiamma ascosa. LII Dicea: nobil cagion de' miei martiri, Tue giuste voglie ecco appagate or vedi Per la faretra mia: s'altro desiri Dal tuo fedele, apri la bocca e chiedi; Se con nemico duce altro t'adiri, Te 'l mirerai senza dimora a' piedi Qui da me tratto a supplicar la vita, E spegnerollo con mortal ferita. LIII Degg'io trapassare alpe? o varcar fiume? O trascorrer di mare onde spumose? Tutto farò; di vero amor costume È superar l'insuperabil cose; O chiara fronte, e de' begli occhi o lume Onde avrà la mia vita ore gioiose, O alma in terra ed immortal sembianza, Come quì vi ritrovo oltra speranza? LIV Non ben duolsi d'Amor l'umano ingegno Come solo comparta affanni estremi, Ch'egli al fin con ragion governa il regno, Ed a chi merta non defrauda i premi. Così parlava, e che non stava a segno, Ma vaneggiava ne' piacer supremi, Vide la bella donna, onde sorrise, Ed a quel favellar termine mise. LV Poi ch'oggi senza Panta il Ciel mi serba, Dic'ella, in vita lagrimosa e dura, Scorgimi tu dove ferita acerba Sparse i begli occhi suoi di nebbia oscura; Il nobil corpo, che si sta su l'erba, Chiama da la mia fe' sua sepoltura; Nè da quest'alma afflitta ella s'oblia. Ratto ascoltando Dardagan s'invia. FINE DEL XVIII CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO XVIII. «Nel XVIII si raccontano gli amori di Panta e di Alfange; e di Dardagano e di Berenice.» Questo è l'argomento postovi dal Poeta. Le censure del Cavaliere d'Urfè sovra questo canto sono due. Ecco la prima: »Pante raconte a Dardaganio (-sic-) sa fortune, estant si blessée, qu'elle meurt a l'heure mesme: le poete la fait amuser en cet estat a descrire des choses ou il ny a pas apparance, comme a particulariser la beauté des habits d'Alfange et de son cheval, ny ayant pas apparance que se santant deffaillir elle s'amusat a ces petites choses.» Non ardirei allontanarmi dall'opinione del Critico. Trascrivo la seconda: «Le discours long de Dardagonio (-sic-) avec sa maistresse est hors de temps, car il s'amuse a desduire (leg. -descrire-) les habits de sa maistresse et la douceur de son chant au lieu de vanger Pante, d'en aller querir le corps et l'enterrer, ou faire quelque autre chose conforme au lieu, au temps et la personne.» È verissimo che Dardagano si piace nel descrivere il vestire e l'adornarsi il capo di Berenice; ma non trovo che si fermi a parlare del canto di lei; avendolo appena ricordato nell'ultimo verso della st. 38: Lieta formavi ora sorrisi, or canti. CANTO XIX. ARGOMENTO. -Sotto mentito volto un demon reo Prende a Folco narrar fìnta novella, Che la turba in seguir, cadde AMEDEO, E fu estinto nel mar dalla procella; Ma l'inganno infernal nulla poteo, Che il confortò con l'immortal favella L'Angelo dell'Eroe: così la speme Del soccorso vicin, fa ch'ei non teme.- I Fiero intanto Ottoman per varia strada Riversando da gli occhi incendio d'ira. Vibra nei Rodïan fulminea spada Là, ve più forte contrastarsi mira; Ma ch'a terra disperso il popol cada Sotto il fìer Turco Telamon sospira, E parte freme, e dentro il petto altiero Ei così favellava al suo pensiero: II Deh che discerno? ogni faretra, ogni asta Oggi in battaglia a' Rodïan vien meno? Ed al grande AMEDEO forza non basta Sì che questo leon si tenga a freno? Or se per nostro scampo in van contrasta L'ultimo sforzo del valor terreno, Ombra oscura di morte oggi mi copra, Ma procacciando onor per nobil opra. III Disse, ed al fianco egli ripose il brando; E diè di man su la sanguigna riva A l'armi d'uno arcier, che palpitando Giacea piagato, e sul morir languiva; Era di Smirna abitatore, e quando Spogliar sentissi, egli la bocca apriva, E sollevando gli occhi omai già spenti, La voce appena egli spiccò da i denti: IV Oh di quale arco intra più forti eletto Signor diventi, e di che strali egregi? Se vero Turco sei, prendi diletto Infra Cristian di saettarne i Regi. E Telamone: i tuoi consigli accetto, Moverò con queste armi a sommi pregi, E s'oggi a segno i miei desiri andranno Saetteronne il cor del tuo tiranno. V Più non disse egli; e l'uno e l'altro corno Piega de l'arco, e fa volarne il dardo, Che fende l'aria, e sibilando intorno Al gran nemico se ne vien non tardo; Fora di bei tesor lo scudo adorno, Ma de l'arcier non ubbidisce al guardo, Che ne l'odiata gola il tenne fiso, Vedere amando l'avversario anciso. VI Quinci fier Telamon la spada afferra, E sì sen va su la calcata arena, Che giunge ad Ottoman per fargli guerra, Che la saetta era posata appena; Giovine capriol, che rapido erra Lunge da i can, che 'l cacciator scatena, Con corso men leggier trascorre l'erba, Che del timido piede orma non serba. VII Tal costui venne, e col lucente acciaro L'elmo gemmato ad Ottoman percote; Mille accese faville al cielo andaro, E sonaro le piaggie indi remote; I gran diamanti, onde l'elmetto è chiaro, Il brando, ben che fin, spezzar non pote; Ben del feroce Re l'animo accese, Ch'a lui si volse, e sul terren lo stese. VIII Spigne l'irata spada, aspro a vedersi; Piagalo in petto, e sì d'orror l'involve, Che sul piè Telamon non può tenersi, Ma cade, e gli occhi per dolor travolve; Ed ivi i crin via più che l'oro tersi, Spettacol di pietà, macchia di polve, E macchia quelle guance, i cui candori Già di mille donzelle arsero i cori. IX Tale albero gentil, che l'aura estiva E d'un ruscello il mormorar d'argento Solea nutrire in solitaria riva, Al crin de le Napee vago ornamento, S'unqua d'april quando più bel fioriva Il disperde sul suol rabbia di vento, Secca le verdi frondi, odor non spira, E pietà move in chi passando il mira. X Mentre in tal guisa di percosse orrende Cadeano Turchi e Rodïani insieme, Su quell'orrido strazio il volo stende Megera atroce, e riguardandol freme. Ne l'ira acerba, che vostri odii accende, O de l'antico Adam mal nato seme, Cadete a morte; e col nostro odio indegno Saziate alquanto l'infernal disdegno. XI Per cotal guisa egli bestemmia, e fiero Pasceasi il fier demon ne i guerrier morti, E pure in gran furor volge il pensiero Si come a' Rodïan tormento apporti. D'Anteo Mercurial non poco altiero Fra i cavalier più coraggiosi e forti, Fabbricossi di nembi il bel sembiante Ed al gran Folco appresentossi avante. XII L'alto AMEDEO, nel cui valor ti fidi, Ben contra Turchi, egli dicea, fu franco; Ei caccionne gran turba inverso i lidi, Le lor vestigia a seguitar non stanco; Vidi, che 'n fuga ei li disperse e vidi Che su l'arena gli trafisse, ed anco Ch'ei si spinse nel mar, folle consiglio, Che con immenso ardir sempre è periglio. XIII Addosso i vinti, che ne gian dolenti Verso le navi, ei per lo mar trascorse; Ed ecco, che di nubi e che di venti Grave tempesta e subitana sorse; Così tremendo a le nemiche genti Violenza d'un turbine l'absorse, Ed a voi senza lui fragil speranza Per la vittoria e per lo scampo avanza. XIV Senza l'invitta spada in van tu studi Contrasto far ne la tenzon sì dura, Percossi, infievoliti a casi crudi Ci condurrà questa giornata oscura; Suona le trombe, e, se ti par, rinchiudi Queste poche reliquie entro le mura; O salva te, ne la cui gran virtute Rodi confida, e può sperar salute. XV Così mentiva; e non aggiunge a queste Altra parola, e si coprì d'orrore; E per farsi stimar cosa celeste, Sparse sul suo sparir l'aura d'ardore. Turbossi Folco; e ne le ciglia meste I pensier gravi si leggean del core, Piangendo il popol suo quasi disperso, E l'alto pregio d'AMEDEO sommerso. XVI Non sa che far de le seguaci schiere, Se 'n campo dimorar, se dipartire; In campo dimorar, certo è cadere; Partirsi, fia con morte anco fuggire; Se chi parlò, de le superne sfere Apparve messaggier, non può mentire; Ma come nel suo dir fian mentitori Tanti, che d'AMEDEO disser gli onori? XVII Tra questi affanni in ver la terra inchina Tacito il guardo, ed è di duol confuso; Quando ecco l'Angiol suo gli si avvicina D'amabile splendor tutto rinchiuso; E cosparge dintorno aura divina Tra' mortali a sentirsi odor non uso, Che 'l cor rinfranca, e ravvivarlo suole, Indi il volo disciolse a tai parole: XVIII Sgombra la tema; e giù del core in fondo, Stabilissima sia la tua credenza, E ti rivolgi al Correttor del mondo, Chè contra il suo voler non è potenza. Perfido spirto, e de l'abisso immondo, Apparve poco dianzi a tua presenza, E come ei fosse de' celesti un nume L'orribil forma rabbellì di lume. XIX Mente, che d'AMEDEO la nobil vita Giaccia sommersa, e ti sgomenta in vano; Ben ci spense colà turba infinita, E di sangue macchiò l'ampio Oceano; Rado veduta, o fu nel mondo udita Prova in guerra simil di mortal mano, Cotanto il sommo Re, che 'n ciel soggiorna, Il suo campion d'immensa gloria adorna. XX Egli feroce, e più che mai possente Or quì rivolge il piè rapido e lieve; E come giunga, d'Ottoman la gente Fia sotto il braccio suo come al sol neve. Folco, sia fermo il cor, ferma la mente, Che de la vostra pena il tempo è breve, E di quel sangue, che per Dio si spande, Io tel rammento, la mercede è grande. XXI Nè di queste battaglie il tempo fiero Turbar ti deve, o 'l dei raccor per segno Che 'l Signor sommo de l'eterno impero Oggi vostra salute aggia a disdegno; Non è la forma del divin sentiero Come le strade de l'umano ingegno, Che Dio per fargli eccelsi e farli chiari Prova ne le miserie i suoi più cari. XXII Su questi detti il suo fulgor nascose Pur come suol, che disparisca a sera, Ma sparse incenso, e d'odorate rose Alma ed incomparabil primavera. Allor di Folco in ascoltar depose Ogni preso timor l'anima altiera, E sul tenor de le parole intese, Nel magnanimo petto a parlar prese: XXIII Qual sarà cor, che di viltà s'offenda In sommo risco di stagioni armate, Quando ripensi e del gran Dio comprenda Sovra i seguaci suoi l'alta bontate? Ecco è pur verità, ch'Angelo scenda Inverso me da le magion stellate E serrando la strada a' nostri danni Fa manifesti gl'infernali inganni. XXIV Come nocchier, che de la chiara Aurora Volse le negre antenne a i ricchi liti, E s'attristò ch'a la veloce prora Torbido euro frenasse i corsi arditi, Se soffia vento disiato, allora Alza gli spirti che giacean smarriti, E crescendo ne l'alma i pensier lieti Ara i gran campi de l'instabil Teti; XXV Tale il buon Folco rasserena in fronte L'alma cui dianzi afflisse aspro martire, E le sue squadre a guerreggiar ben pronte Empie gridando di novello ardire: Su, cavalier, che se n'andran ben conte Le vostre prove; ora infiammate l'ire E reggete furor che stavvi intorno Fin che 'l forte AMEDEO faccia ritorno. XXVI Ei diè lor caccia, e dissipati a pieno, Parte i Turchi ha sommersi in mezzo l'onda, Ed or sen viene a noi come baleno A quì rinovellar strage profonda; Intanto col valor ch'avete in seno La patria in sì gran dì fate gioconda, O vero in sul morir prendiam diletto Per bella piaga, che ci splenda in petto. XXVII Alto così gridava, e tra' bei lampi Del fiammeggiante scudo ei si rivolta Là, 've nel pian dei sanguinosi campi L'aspra turba de' Turchi era più folta; Nè meno a quel suo dir sembra ch'avvampi D'ira ogni cavalier, ch'ivi l'ascolta, Onde al suon de l'acciar che si percote Rimbombano le piaggie indi remote. XXVIII Tal s'a far nave, che l'Egeo spumoso Deggia sprezzar ne le tempeste oscure, Vanno boschier su l'Apennin selvoso Intenti ad atterrar piante più dure, Allor mentre su' gioghi il bosco ombroso Geme al ferir de l'arrotata scure, Alto muggito dan l'alpestri sponde, Ed eccheggiando ogni antro alto risponde. XXIX In altra parte, ove con forte acciaro Tronca Bostange de' Cristian la vita, Sen van duo cavalieri a paro a paro, Col cor superbo e con la destra ardita; Un colse l'aura, e 'l primo sguardo al chiaro Sole egli aperse, e fe' nel mondo uscita La, 've guarda del mar l'alta riviera Cinta d'ameni colli Udine altiera. XXX La schiatta, onde chiarissimo discende È Colloreto, e non sì tosto crebbe In gioventù, che per le balze orrende Orrende belve a sgomentare egli ebbe; Ma giunto al colmo, ove l'etate ascende, La finta guerra al fiero spirto increbbe, E dando pace a' boschi alpestri ed alti Ornò sue glorie di veraci assalti. XXXI Sacrossi in Rodi, e su spalmate prore Tutte de l'Asia sbigottì le rive, E de' fieri ladron domo il furore, Mille lor vele già menò captive; Or quì col brando in pugno al suo valore Termine per timor non si prescrive, Intrepido di core, altier d'aspetto, E bianco i crin Timoleon fu detto. XXXII Fulvio con lui ne la stagion sì rea S'aggiunse pronto nei perigli illustri, Nobile cavalier, ch'allor correa Lo spazio giovenil di sette lustri; Leggier sul piè, forte di man spargea Di rose ambe le guancie e di ligustri, E di lucido pel, vago ornamento, Quasi di nube d'or, fasciava il mento. XXXIII In riva a l'Oglio comandava il padre Bozolo lieto, di magion Gonzaga, Magion, che nel sudor d'opre leggiadre Stancar le membra, ed i pensier s'appaga; Fu Colonnese infra Latin la madre, Gente d'imperii e di vittorie vaga, E forte ei s'affrettava a' pregi eterni Sferzato il fianco da gli onor paterni. XXXIV Gridava ferocissimo in sembianza: O Cavalier, l'umana vita è frale, Ed in conviti ed in piacevol danza Ed in ozio d'amor pur batte l'ale; Or se morir convien, ch'altro n'avanza, Salvo con la virtù farsi immortale? Sì dicendo, fra' Turchi oltra si spigne, Nè men Timoleon la spada tigne. XXXV Come talor scagliosi il curvo dorso A salto, a salto se ne van delfini Terror portando col terribil morso Entro i minuti eserciti marini, Tal per diversa via volgendo il corso Sen van quei duo baron tra' Saracini Pur con le spade in man facendo audaci Il già perduto cor dei lor seguaci. XXXVI Ma là dove del mar trascorre al lito L'aspro torrente infra l'arene e i sassi, D'asta crudel la destra man ferito, Gualtier Vitelli avea fermato i passi, E benchè sperto e ne i perigli ardito, Con fronte oscura e tutto grave ei stassi Perch'al suo campo da' nemici oppresso Più soccorso prestar non gli è concesso. XXXVII Ivi seco vicin prende riposo, Ambe le gambe stranamente offeso, Alderan Cibo, e pur sen sta doglioso Che gli han le piaghe il guerreggiar conteso. Entrambi udian volar grido orgoglioso Da i Turchi petti, e da timor sorpreso Vedeano il campo Rodïan sfidarsi, Onde i lor volti di pietà son sparsi. XXXVIII Qual ricco montanar quando matura Già splende l'uva, onde gioire ha speme, Se trabocca da ciel tempesta oscura, Ei che schermire non la può, ne geme; Ah che mal da le grandini sicura Fia la vendemmia; ah che co' venti insieme Le belle frutte in sul terreno andranno, E la speranza perirà de l'anno: XXXIX Sì fatti in rimirar feansi i guerrieri Mal atti in guerra a maneggiare acciaro; Alfin disse al compagno il buon Gualtieri: O de' grandi avi tuoi germe più chiaro, Sì come il corso de gli uman pensieri Erri qua giuso io nuovamente imparo, Ed oggi fassi la mia mente esperta, Che mortal vita è di suo stato incerta. XL Prencipe quì fra noi d'alta memoria, Con armi eccelse jeri AMEDEO sen venne, E la spada vibrò con tanta gloria, Che 'l campo d'Ottoman poco il sostenne; Ma nel presente dì l'alta vittoria Non ci mantien, di che speranza dienne; E pur s'oggi per noi langue sua mano, Quanto jer si vinse, sarà vinto in vano. XLI Dunque fia ver, che miserabil vegna Di Rodi il nome? e ch'Ottoman calpesti A suo pieno voler la nostra insegna? E l'ordine di noi tanto funesti? E che per me ne la miseria indegna Un avversario sol non si molesti? E perchè de' nemici alcun non cada, Divietato mi sia stringer la spada? XLII Ah non la destra man dianzi ferita M'avesse stral ne la battaglia rea, Ma m'avesse quadrel tolta la vita. Ei così d'ira e di dolor fremea; L'altro buon cavalier poscia ch'udita Ha l'amica querela a dir prendea, Consolando in Gualtier gli aspri tormenti Con magnanimo suon di dolci accenti: XLIII Veggo il risco mortal; Marte travaglia Con estremo rigor le nostre schiere, E mal sostiensi omai tanta battaglia Con la forza de i duci e col sapere; Io non l'oso negar, ma non ten caglia, Lo scettro Rodian non può cadere Poscia che contra il Turco, e l'armi infide Eroe sì glorioso il Ciel provvide. XLIV L'altissimo Signor, che 'n ciel governa, Tal volta abbassa la mortal possanza Acciocchè l'uom ne la bontate eterna Impari di ripor la sua speranza; Quanto appartiensi a noi, perchè si scerna Nostro valor, che più d'oprar n'avanza? Se di battaglia nostre man fur vaghe, Il narreran le sostenute piaghe. XLV Sì fatte note egli formava ancora Ch'un duce venne, e ne venia con pena, Sì da la testa, ove il bel crin s'indora Bagna le guancie sue sanguigna vena, E turbato Alderan diceva allora: L'oscura faccia ch'esser suol serena Oggi a mal giudicar forse m'adduce? Dimmi: sei tu de' Cesarini il duce? XLVI Quei s'inginocchia, e frettoloso immerge Il volto afflitto ne le limpide onde, E con le mani diguazzando il terge E s'innalza ver loro; indi risponde: Chiari campion per cui l'Italia s'erge Con gloria tal, che non sfavilla altronde, Ecco riman, quando più forte schermo Ne chiedea Rodi, il valor nostro infermo. XLVII Quivi disse Gualtier: quando in periglio Fan di se prova i cavalieri armati, Deh quale a noi si porgerà consiglio Da potersi fornir, benchè piagati? Giunse il Romano: a consigliar non piglio Ch'escano a guerreggiar duci storpiati In orribile campo, ove contrasta Popolo armato di faretra e d'asta. XLVIII Ben vi dirò, che con mirabil mano Ha gran parte de' Turchi in fuga spinta L'alto AMEDEO, sicchè per lui sul piano Ed in riva del mar rimansi estinta; Ma mentre che da noi pugna lontano, Ottoman quasi nostra gente ha vinta, Se non se quanto Folco e i duci insieme Non vengon manco a le speranze estreme. XLIX Se puon durar fin che dal mar sen rieda Il Cavalier, ch'a noi dal Ciel fu scorta, Fian dati i Turchi de la morte in preda, E non meno Ottoman con lor fia morto. Or, perchè l'opra che bramiam succeda, A noi stessi per noi diasi conforti, Andiam colà; combatterem co' detti, Se non co' brandi, co' feroci aspetti. L E se buon vi rassembra, ergasi il core, Porgansi preghi a la bontà divina, E con voto fedel facciamo onore Al santo eccelso, che Galizia inchina. Gualtiero allor dicea: chiaro splendore, E vivo lampo di virtù latina, Che dici tu, che da lodar non sia? Poi fer suoi voti, indi ciascun s'invia. LI Ognuno è pronto; e le possanze frali Del corpo afflitto avvalorar s'ingegna, E van tra sassi e tra volanti strali Là dove del Baglion ferma è l'insegna; Ivi, come gli assalti aspri e mortali E le percosse disprezzar convegna, Narravano a' soldati assai smarriti E col sembiante li faceano arditi. FINE DEL CANTO XIX. ANNOTAZIONI AL CANTO XIX. Argomento postovi dal Chiabrera: «Nel XIX si continua di narrare la battaglia fra Ottomano e i Rodiani.» La prima censura del Cav. d'Urfè sopra questo canto è tolta dall'arte militare; ed in questa certamente non era perito il Poeta, benchè fosse uomo non timido, ed in gioventù avesse non una volta sfoderata la spada: ma ben altro è un duello, o una rissa, ed altro la cognizione delle militari ordinanze. Ascoltiamo l'Urfè: »Il fait que Ottoman vient aux mains avec Telamon sans nulle observation de l'art militaire, parce qu'ayant dit que Foulques de touttes ses gens avoit fait un bataillon, commant sans avoir dit qu'il soit ouvert ou seulemant attaqué, dit il qu'Ottoman vienne aux mains avec Telamon? Mais il ne faut pas trouver ce combat estrange, car tous les autres sont faits de mesme.» Pieno di bellezze poetiche è questo canto XIX. considerandone le parti ad una ad una; sia per le descrizioni vive ed evidenti, sia per la locuzione veramente poetica, e l'armonia del verso; ma il tutto, il -totum- di Orazio, non è immune dalla critica dell'Urfè: »Les visions, discours et apparitions des Esprits contiennent la plus grande partie de ce chant, qui est une chose bien importune.» Il critico non ha torto. CANTO XX. ARGOMENTO. -Ecco AMEDEO, sul campo avverso ei scende, E trae seco ove passa alta ruina; Ecco AMEDEO, di guerra le vicende Mutansi a un tratto. Il guardo a terra inchina, Il sommo Dio; Michel le nubi fende Pronto al voler di lui che lo destina; E tutto dei demon lo stuolo immondo Nel tartareo cacciò gorgo profondo.- I Mentre in lor si raccende alto valore, Ecco AMEDEO cinto di lampi ardenti, Pronto al soccorso; ed eccitando il core Innalza grido di temuti accenti; L'Angel custode ad avanzar terrore Più grande intorno fe' portarlo ai venti, Nè sì tosto per l'aria inteso l'ebbe, Che l'Angelo di Rodi anch'ei l'accrebbe. II Quinci il campo cristian sforza la mano A vibrare armi, e con gli spirti avviva Ardir per entro i cor; ma d'Ottomano Tremò la turba, che 'l rimbombo udiva; E mugghio d'ira fe' volar lontano Megera e seco Aletto anco muggiva, E forsennando ne le rabbie eterne Seco muggian le legioni inferne. III Sì fra i tuoni del ciel, fra le terrene Voci, fra gli urli de i Demon frementi Onde le selve intorno, onde l'arene, Onde i monti tremar, l'arme possenti AMEDEO move, e non men fier sen viene Che quando assorda al suo cader le genti Precipitato da l'orribil sponda L'Etiopo mar, che poi l'Egitto inonda. IV Nè mai rifulse nel trascorso assalto L'elmo cotanto incontro a i guardi avversi, Sì chiari lampi da l'etereo smalto, Pur ch'ei lo scota, se ne van dispersi, E l'almo brando, s'ei lo vibra in alto, Rassembra i rai ne l'Ocean ben tersi Pur d'Orione, e per lo cielo oscuro Men che lo scudo suo risplende Arturo. V Qual, se grembo di nubi umido ombroso Squarciasi a forza di rinchiusi ardori Corrono in prima per lo ciel nemboso, Ma senza danno altrui, tuoni e fulgori; Poi fulminando, l'Apennin selvoso Mira tronchi fumar, cader pastori, E dispersi atterrarsi armenti e gregge, Ed arse rupi dissiparsi in schegge: VI Tal di raggi superni inclito lume Sorse, e rimbombo da l'Eroe lontano, Poscia vicino, oltra l'uman costume Ei folgorò con formidabil mano; Squarcia le squadre, e fa di sangue un fiume Correr spumante, e tutto copre il piano Di tronche membra, e di sbranati arnesi, E calpesta guerrier sul pian distesi. VII A l'orrido Gorgutto egli s'avventa E 'l cor gli passa col celeste acciaro; Subito di pallor sozzo diventa, E ciechi gli occhi in sul morir gelaro; Egli sul Grago già menò contenta Sua vita, e stette co' duri orsi al paro, Al fin pentito di quei rischi indegni Venne di Rodi a guerreggiar ne i regni. VIII Giù ruinando in su la terra appena Il colpo diè, che sul morir feroce Ergendo il capo da la bassa arena Inverso Micalogle alza la voce: Poscia, che guerreggiando oggi ne mena A dura morte il Cavaliere atroce, Deh fin ch'a te nel petto il vigor dura I cari amici vendicar procura. IX Spegni tu l'empio, o Micalogle, e scorno Fa poi col ferro a quei suoi membri spenti; Se fai col duro teschio a lor ritorno, Stella sarai fra le paterne genti. Sì gonfio d'ira ei fea volare intorno Per sua vendetta gli animosi accenti; Nè Micalogle ad ascoltarlo è tardo, Che tende l'arco e fa volarne il dardo. X Indi la destra al manco lato stende E sfodra il ferro, e spigne innanzi il piede, E vuol ferir, ma su lo scudo offende, E senza piaga il fiero acciar sen riede; L'alto guerrier mena la spada, e fende Là, 've gli spirti del polmone han sede; Ei cade a terra; ed AMEDEO calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando. XI Ben ne l'affanno di sì gran periglio Giassarte il petto a la viltà non piega, Ed Alcasto con l'opra e col consiglio Ferma le turbe; ed or minaccia, or prega; Nè cessa Araspe; ma turbato il ciglio Duolsi Bostange, ed anco i pianti impiega: Miserabile me, con quai sembianti Apparir deggio ad Ottoman davanti? 1 , 2 , , 3 4 ; 5 : 6 , 7 ' 8 . 9 10 11 12 13 , , 14 ' ' , 15 ' , 16 ' ; 17 , 18 ; 19 , 20 , ' , . 21 22 23 24 25 , 26 , , 27 , ' , 28 ; 29 ' , : 30 ; 31 : 32 , , . 33 34 35 36 37 , ; 38 ' , , 39 , ' , 40 ; 41 , ' 42 ' , 43 ' , 44 , ' . 45 46 47 48 49 , , 50 ' , 51 , 52 ; 53 , ' 54 ; 55 ' , 56 . 57 58 59 60 61 ' ' 62 , 63 ' ' 64 ' , 65 , 66 , 67 , 68 : 69 70 71 72 73 , ' , 74 ' , 75 ' 76 , 77 , , 78 , 79 ' 80 . 81 82 83 84 85 , 86 , 87 ' , 88 ; 89 ; 90 91 ' , 92 . 93 94 95 96 97 ; 98 , 99 ' , 100 ' . 101 , 102 ' 103 , 104 . 105 106 107 108 109 : ' , 110 111 : ' 112 , ; 113 ' , 114 ' ' 115 , 116 . 117 118 119 120 121 ' ? ? 122 ? 123 ; 124 ' ; 125 , ' 126 , 127 , 128 ? 129 130 131 132 133 ' ' 134 , 135 ' , 136 . 137 , , 138 ' , 139 , , 140 . 141 142 143 144 145 ' , 146 ' , , 147 148 ; 149 , ' , 150 ' ; 151 ' ' . 152 ' . 153 154 155 . 156 157 158 159 160 161 162 . 163 164 165 « ; 166 . » ' . 167 168 ' . 169 : » ( - - ) , 170 , ' ' : 171 , 172 ' , 173 ' 174 . » ' . 175 176 : « ( - - ) 177 , ' ( . 178 - - ) 179 , ' ' , 180 , . » 181 182 ' ; 183 ; ' 184 . : 185 186 , . 187 188 189 190 191 . 192 193 194 . 195 196 - 197 , 198 , , 199 ; 200 ' , 201 ' 202 ' ' : 203 , ' . - 204 205 206 207 208 209 ' . 210 211 , ; 212 ' 213 , 214 , 215 : 216 217 218 219 220 ? , 221 ' ? 222 223 ? 224 225 ' , 226 , 227 . 228 229 230 231 232 , ; 233 234 ' ' , 235 , ; 236 , 237 , , 238 , 239 : 240 241 242 243 244 245 , ? 246 , 247 . 248 : , 249 , 250 ' 251 . 252 253 254 255 256 ; ' ' 257 ' , , 258 ' , 259 ; 260 , 261 ' , 262 ' , 263 ' . 264 265 266 267 268 , 269 , 270 , 271 ; 272 , 273 , ' , 274 ' , 275 . 276 277 278 279 280 , 281 ' ; 282 , 283 ; 284 , ' , 285 , , ; 286 ' , 287 ' , . 288 289 290 291 292 ' , ; 293 , ' ' , 294 , 295 , ; 296 ' , 297 , , 298 , 299 . 300 301 302 303 304 , ' 305 ' ' 306 , 307 , 308 ' ' 309 , 310 , , 311 . 312 313 314 315 316 317 , 318 ' 319 , . 320 ' , , 321 ' , 322 ; 323 ' . 324 325 326 327 328 , 329 , 330 331 ' . 332 ' 333 , 334 335 . 336 337 338 339 340 ' , , 341 , , ; 342 , 343 ; 344 , ' 345 ' , 346 ' , , 347 . 348 349 350 351 352 , 353 , ; 354 , 355 ; 356 357 ' ' , 358 359 . 360 361 362 363 364 ' 365 , 366 , 367 ; 368 , , , 369 ; 370 , 371 , . 372 373 374 375 376 ; 377 , ' ; 378 , 379 ' ' . 380 ; 381 , 382 , 383 ' ' . 384 385 386 387 388 , 389 ' , ; 390 , ; 391 , ; 392 , 393 , ; 394 395 , ' ? 396 397 398 399 400 401 , ; 402 ' 403 ' ; 404 405 ' , 406 ' , , 407 : 408 409 410 411 412 ; , 413 , 414 , 415 . 416 , ' , 417 , 418 ' 419 ' . 420 421 422 423 424 , ' 425 , ; 426 , 427 ' ; 428 , 429 , 430 , ' , 431 ' . 432 433 434 435 436 , 437 ; 438 , ' 439 . 440 , , , 441 , 442 , , 443 , . 444 445 446 447 448 449 , ' 450 ' ' 451 ; 452 453 ' , 454 455 . 456 457 458 459 460 461 , , 462 , ' 463 . 464 465 ' , 466 , 467 : 468 469 470 471 472 , ' 473 , 474 475 ' ? 476 , ' 477 478 ' 479 ' . 480 481 482 483 484 , 485 , 486 ' ' 487 , 488 , 489 , 490 ' 491 ' ; 492 493 494 495 496 497 ' , 498 499 : 500 , , ' 501 ; ' 502 503 ' . 504 505 506 507 508 , , 509 ' , 510 511 ; 512 ' 513 , 514 515 , . 516 517 518 519 520 , ' 521 522 , ' 523 ' ' ; 524 ' 525 ' , ' ' , 526 ' 527 . 528 529 530 531 532 ' , ' 533 , 534 ' 535 , 536 ' 537 ' , 538 ' , 539 . 540 541 542 543 544 , 545 ' , 546 , 547 ; 548 ' , ' 549 , ' 550 , ' ' 551 ' . 552 553 554 555 556 , 557 , 558 , 559 ; 560 , ' , 561 , 562 ' 563 . 564 565 566 567 568 , 569 ' , 570 ' , 571 ; 572 573 , 574 , ' , 575 . 576 577 578 579 580 581 ' , 582 , ' 583 ; 584 , 585 , 586 , , 587 ' , . 588 589 590 591 592 ' 593 , , 594 , ' 595 , ' ; 596 , 597 ' , 598 ' ' 599 . 600 601 602 603 604 : 605 , ' , 606 607 ' ' ; 608 , ' ' , 609 ? 610 , ' , 611 . 612 613 614 615 616 617 , 618 619 , 620 621 ' 622 623 . 624 625 626 627 628 629 ' ' , 630 ' , 631 , 632 , 633 634 ' ' 635 . 636 637 638 639 640 , 641 , 642 , 643 . 644 645 , 646 , 647 . 648 649 650 651 652 653 ' , , 654 , 655 , ; 656 657 ; ' 658 , 659 ' : 660 661 662 663 664 665 ; 666 : 667 ' , 668 669 , 670 , 671 . 672 673 674 675 676 ' , 677 , 678 , 679 ' ' ; 680 ' 681 , ; 682 ' , 683 , . 684 685 686 687 688 , 689 ? 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