Di disdegno turbò l'aspra presenza, E rispondea: cosa rivolgi in mente? E qual di favellar pigli licenza? Serba tai modi per la vulgar gente, Perchè con esso me poi farne senza, Che da lontano a guerreggiar mi mena Mio libero voler su questa arena. XXVI Io nacqui in Libia, ove cocente arsura Di fortissimo sol percola i liti, E corsi i campi, e non mi fean paura Ira di tigri, o di leon ruggiti; Nè di là vegno a la milizia dura Perchè ricchezza d'Ottoman m'inviti; Oro di duce alcun non può comprarmi, Onor m'appaga ed ei m'invoglia a l'armi. XXVII E quì forse d'Anteo la gloria intesa, E che di lui grido immortai ridica? Eccelso lottator, la cui contesa Già fu d'Alcide non umil fatica? Di sì gran stirpe mia famiglia è scesa; Ed io non macchio la memoria antica: Col ferro in pugno ad ogni incontro io basto; E se son tal racconterallo Alcasto. XXVIII Sì parla il Moro e mira il Turco in volto; Ed ei de l'ire sue fattosi accorto Dicea: qual d'uom che si disdegni, ascolto Le voci tue, ma ti disdegni a torto; Che dove il capitan fra 'l popol folto A l'opre militar porge conforto, Non fa vergogna altrui, s'aspro ragiona, Anzi co' biasmi a la vittoria sprona. XXIX Godo, che lo splendor d'alto legnaggio Sì come affermi a la virtù ti tiri; Ora al pregio de' tuoi non fare oltraggio, Ma fa, ch'al sommo de la gloria aspiri; Favellato fia quì segue il viaggio, E nel campo Ottoman sveglia i desiri De la vittoria in ogni cor guerriero; Parla in tanto Georgo al forte Alcmero: XXX Mira di quì poco lontan, là dove Con le mie dita a gli occhi tuoi fo segno; Mira il canuto Cavalier, ch'altrove Non fu per noi veduto anco il più degno; L'alto sembiante e l'armi sue son prove, Ch'egli ha di Rodi in suo governo il regno, Ed argomento ne fa certo ancora Il drappel dei guerrier, che sì l'onora. XXXI Tendi ben l'arco e su la corda incocca La freccia più mortale impiagatrice, Chè se per tua faretra egli trabocca Farai con un sol colpo Asia felice. Come a Georgo riserrar la bocca Alcmer discerne, ei la riapre e dice Rivolgendo le ciglia al ciel superno Inverso di Maccon, nume d'inferno: XXXII Se la percossa, che nel petto invio Al Re di Rodi, per cammin non erra, Ma fatta ubbidiente al desir mio Trapassandogli il cor morto l'afferra, Maccone, a te tutte le spoglie, ed io Per te dirommi fortunato in guerra, Appenderotti la faretra e l'arco, Ora del tuo favor non m'esser parco. XXXIII Tacque, e per gaudio gli sfavilla il guardo, E giù nel petto il cor gli si commove, E lo strale più reo sceglie non tardo, E n'arma l'arco a le bramate prove; E perch'a morte ei vada, il crudo dardo Piantar nel cavalier guarda ben dove; Poi la piaga volar per l'aria lassa, Ma dal guerrier da lunge ella trapassa. XXXIV Sfodra la scimitarra, indi si scaglia Rapido inverso Folco; ei lo rimira, Ed incontrato per la via gli taglia La fierissima man che l'arco tira; Nè però dà riposo a la battaglia, Ma gli squarcia i polmoni, ond'ei respira, Alcmer feroce in fra le pene estreme Verso Georgo così parla e freme: XXXV Ah che de la mia vita il tempo è corso, E di me la memoria mi tormenta; Però squarciami il cor, dammi soccorso Contra la morte ch'a venirne è lenta. Allor Georgo: ed a che dir sei corso? Parti ragion, che tai parole io senta, Ch'offenda te, che te di vita io privi? Io, ch'amo il viver mio perchè tu vivi. XXXVI Rinfranca l'alma; le ferite dure Condurransi a salute, anco sperarsi Ben lece onor ne le stagion future; Chè non è biasmo un cavalier piagarsi. Alcmer crucciato e con sembianze oscure Altamente gridava: in chi fidarsi Deve oggi l'uom, s'egli trabocca in fondo? Ah che qua giuso è tutto froda il mondo. XXXVII Non ho più scampo alcun, meco dimora Non può far l'alma, ed io riprego in vano; E perch'afflitto e con angustie io mora Ecco mi nega un mio fedel sua mano; Orsù rimanti e non m'udir, ch'or, ora Verrammi a quì scannar ferro cristiano; E sotto i colpi lor mi vedrai steso, E non estinto sol, ma vilipeso. XXXVIII Se pur verrammi tal miseria, attendi Che da l'ombra infernal spirto sdegnoso Deggia apparirti, e con sembianti orrendi Mai, nè notte, nè dì, darti riposo. Georgo rispondea: chiaro comprendi Se de le pene tue vivo doglioso, E se tolto da te la vita ho cara, Da questa mia percossa oggi l'impara. XXXIX Nè pose fine al dir, che dentro al seno La cruda spada per lo core immerse In fino a l'ultimo else, e sul terreno Di caldo sangue un largo fiume aperse; Ed indi a poco infievolito a pieno Alcmer d'ombra mortal si ricoperse; Nè su quel punto si faceano altrove Con ferro atroce meno orribil prove. XL Era pugnando il fier Baglione intanto Fra i turchi acciar di sua salute incerto, Il cimier scosso, traforato il manto E l'ampio scudo in cento lochi aperto; Ma barbaro guerrier non ebbe vanto Che 'l nobil volto di pallor coperto Men minacciasse col terribil guardo, O fosse il brando ad impiagar più tardo. XLI Crudo al popolo avverso, e a i duci loro Apparìa di Perugia il novo Marte, Quando a lui non lontan giunse Medoro, D'onorato Imeneo nato a Giassarte; Egli del pel, ch'esser dovea fin'oro, Non mostrava le labbra anco cosparte, Che visto avea d'april l'aura serena Destare i fior diciotto volte a pena. XLII Ebbe per madre Aspasia; ed ella nacque Del ricco Erimedonte, alto Signore La, 've 'l monte Sigeo bagnano l'acque, Cui fama dier l'Agamenonie prore; Quivi nato a Medoro altro non piacque, Salvo foreste e boschereccio orrore, Ed ivi al fier cinghial tessere aguati, E di molossi fier sentir latrati. XLIII Spesso al garzon contra le belve errante Mostrato fu ne la montagna Idea L'antica valle, ove di bel sembiante Il pregio diessi a l'Acidalia Dea; E spesso rimirò l'ombrose piante Ove il nome d'Enon Pari scrivea, Ed ove colma il cor di rei tormenti Ella pianse la fè dispersa a i venti. XLIV Ma sì fatte d'umor memorie antiche Dentro il seno del tempo anco ben chiare, Benchè per uso a gioventute amiche, Al giovinetto cor poco eran care; Ben, se mai giunse ne le piaggie apriche Ove Scamandro se ne corre al mare, Ei chiedeo, come ardesse, ed in qual loco L'armata argiva per l'Ettoreo foco; XLV Spiò, volgendo in petto alti pensieri De l'altiere battaglie al suono inteso Ove, mirabil preda i gran destrieri Tolse Diomede e diè la morte a Beso; Ove di Licia tra' miglior guerrieri In terra Sarpedon giacque disteso, E dove da Nettun si fece audace Scampo de' Greci il Telamonio Aiace. XLVI Fra tai vaghezze in essercizj duri Gli anni afforzava de l'inferma etate, Quando il grande Ottoman trombe e tamburi Fe' passeggiar per le provincie armate; Quì reggendo ei, come ciascun procuri Terger le spade e le saette alate, E gli scudi indorar, fra tante squadre Armarsi volle, e seguitare il padre. XLVII Ned ei glielo contese; anzi bramoso, Ch'egli per tempo di valor s'adorni, Diello in guardia a guerrier, che glorioso Tra bei sudori ha trapassati i giorni; Coimbro ei s'appellò, tra monti ascoso Ei facea riposando i suoi soggiorni, Già canuto le chiome, e per Giassarte, Come buon servo, ridonossi a Marte. XLVIII A' cenni di costui le piante volve Medor, nè de la morte avea spavento; Ma tra gli scossi acciar sparso di polve Oggi più che giammai mostra ardimento: Entro giubba di seta il busto involve Sciamito azzurro, ove serpeggia argento Ogni parte trapunta in fino al lembo Di gemme colte a l'Eritreo nel grembo. XLIX Sotto vago cimier ch'alto risplende Per piume, onde airon videsi alato, La fronte giovenile orna e difende Sopra le chiome d'or feltro dorato; Giù da cinto di smalti il brando pende Ed ha ne la sinistra arco lunato, E la faretra gli sonava al tergo, D'acuti strali singolare albergo. L Dentro sì ricca pompa egli s'avanza Correndo fier tra l'affannate genti; Di leon giovinetto avea sembianza Non molto esperto a disbranare armenti, Ma che sentendo ognor più gran possanza Crescer ne l'unghie e ne gli orribil denti, Vagheggiando i gran velli aspro minaccia, E va tra' boschi a riprovarsi in caccia. LI Tal fu Medoro, e nel Baglion guardando, Assaltarlo da presso ebbe desire, E già stringea ferocemente il brando Quando Coimbro intepidì quelle ire: Lascia, diss'ei, tanta vaghezza in bando, Che per tua man questo è soverchio ardire, Spesso in guerra a morir la gloria alletta; Non l'appressar, ma di lontan saetta. LII Ed egli ascolta, e non ascolta in vano, Che tendea l'arco e non moveva il passo. Astorre il vide, ed inchinò la mano Verso il terreno, e sollevonne un sasso, Un sasso tal, ch'altri levar dal piano Male oserebbe e non venirne lasso, E l'alto cavalier tal se ne affanna Qual farebbe in lanciar tronco di canna. LIII Vola la rupe e per lo voto calle Ronza feroce, e tutta l'aria scote, E nel corso bramato ella non falle, Che 'n mezzo al petto del garzon percote: Ei crolla e sul terren batte le spalle, E di freddo pallor tinge le gote, E vicino a morir singhiozza sangue, E cade l'arco da la man che langue. LIV Forte al suo traboccar Coimbro stride; E su quel punto ecco Giassarte apparse, E su la piaggia riversato il vide, Ed alto di pietate incendio l'arse; Se la forza del duol quì non l'ancide, Dic'ei, mediche man non gli sian scarse; Coimbro, a la tua fede oggi ne caglia; Chè me chiama a pugnar l'aspra battaglia. LV Posto quì fine al dir stringe la spada Ricoprendo d'oblio la propria pena, Ed eccitando i suoi prende la strada Ove furor contra il Baglione il mena; Toro sembrò, ch'arso d'amor sen vada Con adirato piè spargendo arena, Quando il corno arrotando empio si sdegna, Ed inverso il rival move l'insegna. LVI E di sì torbida ira il cor bolliva Sotto il caldo del dì, ch'ei non sofferse I fregi, onde la fronte alto guerniva, Ma via scagliolli infra le turbe avverse; Allor fiero da gli occhi incendio usciva, E le chiome sul collo ivan disperse, E soffio d'aura ne venia coprendo In parte il volto e più faceasi orrendo. LVII Gridava alto il Baglion: gente diletta, Chi stringe il brando? o chi la picca afferra? Questa è battaglia sacra, oggi n'aspetta Gloria nel ciel, se non vittoria in terra. Per questi detti infra Cristian s'alletta Novello ardire e s'inaspria la guerra; Ma d'altra parte divenendo atroce, Più che non suol, Giassarte alza la voce: LVIII Domaste l'Asia, ed i superbi regi Condannaste a soffrir dura catena? Coglieste là di tante palme i pregi Per dissiparli quì su questa arena, O d'Orïente vincitori egregi, Ove viltate, ove timor vi mena? Non vi cal d'Ottoman? così dicea, E quinci orrenda la battaglia ardea. FINE DEL CANTO XVII. ANNOTAZIONI AL CANTO XVII. Il Poeta diede a questo canto l'argomento che siegue: «Nel XVII si narra la battaglia fra Ottomano e' Rodiani, mentre Amedeo era contra Turchi in riva al mare.» La prima censura del cav. d'Urfè cade sopra un punto di tattica militare. Perciocchè vedendo Folco, Gran Mastro di Rodi, che i suoi erano per trovarsi disciolti e costretti a fuggire, ordinò che formassero un cerchio, ossia una -battaglia ritonda-, e che mostrando il volto rispingessero colle picche l'assalto de' nemici. È facile il vedere, che la -battaglia ritonda- si assomiglia (mutata la figura) al -bataillon carré- de' tattici moderni. Ora sentiamo l'osservazione del critico: «il dit que Foulques avait fait un bataillon de touttes ses gens tout entourné de piques et en rond, de telle sorte que rien ne le pouvoit offancer que les fleches: et touttes fois il dit qu'Ottoman a cheval en tue un grand nombre. Il samble qu'il y aye en cela de la contradiction.» Ma veramente il poeta attribuisce ad Aletto l'aver aperto quella selva di picche per dar luogo ad Ottomano d'entrare nel battaglione ritondo, e fare scempio de' Cristiani; cossicchè non vi ha errore d'arte militare. Aggiunge l'Urfè non essere costume del Gran Signore de' Turchi l'entrare in battaglia, salvo il caso che v'abbia pericolo d'una grande sconfitta; e che perciò non doveva il Poeta far combattere Ottomano in uno scontro, dove non era periglio sì grande. Parmi che il censore sia troppo severo: a' poeti si debbono dare consigli e precetti, non porre le pastoje. Sottigliezza, non verità, ravviso nell'altra censura del cav. d'Urfè; dove riprende il Chiabrera per aver fatto che una saetta indirizzata da Valguarnera ad Ottomano, fosse traviata per cura d'Aletto (st. 17): «....... fa volar spedito Quadrel non vile infra maestri arcieri; Ei ratto andava ad Ottoman nel petto; Ma s'interpose e traviollo Aletto.» Ciò non è possibile, dice l'Urfè, per non avere il Demonio cotal possanza; e se il Poeta intendeva imitare Omero, dovea ricordare che nel Greco sono Dei che fanno di sì fatti portenti, non sono demoni. Ma secondo la volgar credenza sull'arte magica, uno spirito infernale poteva operare cose troppo maggiori che non è il deviare una saetta dalla mira cui l'indirizza l'arciere. Con migliore avvedimento scrive il Censore le parole seguenti: «Le discours d'Alcmar et de Giorgo est trop long et le poete fait quee Giorgo se tue sans raison, car ne voyant point son ami encores mort, il devoit le porter en lieu, ou il le peut faire panser, et s'il mouroit il luy eust esté alors plus permis de se tuer pour la perte de son amy, ou pour le suivre.» Non perciò approvo che Georgo potesse uccidersi per seguitare il suo amico; ma, come già dissi, l'Urfè era scrittore di Romanzi, e la virtù romanzesca non è la verace. L'ultima censura non mi piace, dando colpa al poeta di ciò, onde altri dovrebbe lodarlo; stantechè accennando il Chiabrera la patria e la casa de' guerrieri si spianava la via ad onorare città e famiglie. »Alors qu'il nomme quelqu'un, il dit d'ou il est et quel il est et commant venu en ce lieu, ce qui interromt infiniment le discours; c'est pourquoy si ce n'est pour un ou deux dans tout un livre, les poetes ont accoutumé d'en dire fort peu en leur propre personne, mais la font dire par d'autres, ou aux revues generalles ou en quelque autre occasion. CANTO XVIII. ARGOMENTO. -Racconta a Dardagan Panta ferita, Che per Alfange vendicar ne muore. Egli della donzella a se gradita Sente novella; dove il guida amore Corre a cercarla, e quella trova in vita. A lui promette Berenice il core, Se dona morte al sommo Duce Ispano; Ed egli tosto il fa cadere al piano.- I Quivi da l'armi e da lo stuol più folto Fuggia Seleuco scolorito in faccia Verso le mura; e pur sul piè disciolto Fier Dardagan ne la vil fuga il caccia, E da se per la via lunge non molto Vede un guerrier, ch'impallidito agghiaccia Versando sangue, ed irrigando il piano, Dal braccio, onde recisa era la mano. II Siede in sul suolo, et ad un tronco annoso Di salvatica quercia appoggia il fianco, E mal reggeva, a rimirar pomposo Per grande ala di cigno il cimier bianco; Or visto Dardagan, nel cor doglioso Gli spirti aduna, che venian già manco, Indi la lingua nel gran duol dispiega, E che s'arresti ad ascoltare il prega: III Guerrier, se di Maoma il nome adori, Deh per un tuo consorte il corso affrena, Chè se teco disfogo i miei dolori, Sarà men grave del morir la pena. Ed ei rivolto de le spoglie a gli ori, Ed a l'angoscia che a morire il mena, Vinto da la pietà rompe il cammino Ed a l'egro Campion fassi vicino. IV E così gli dicea: sgombra l'affanno, Che per te non mortal fia la ferita; E prendi a dir; tuoi desideri avranno Di vera fede ogni cortese aita; Qui l'altro fra' sospir ch'al ciel sen vanno Lentamente soggiunge: odio la vita; E come sian miei detti al fin venuti, Non mi saprai dannar, ch'io la rifiuti. V Caso dirò, che di tacersi è degno; Ma perc'ho di morir fermato in mente, Per mio conforto a favellarne vegno; Dunque presta al mio dir l'orecchie attente: Ebbi per patria di Panfilia il regno, E nacqui in Perga di ben nobil gente, Donna di gran tesor, Panta è mio nome, Or moro in Rodi, e narrerotti come. VI Reggeva Alfange de le genti armate In quei paesi a suo volere il freno, Alfange, a cui ciascun d'alta beltate Negò trovarsi paragon terreno; L'alme sembianze, e da ciascun lodate, Appena viste io pur lodai non meno, Ed a la vita mia d'aspro tormento Ciò fu cagion, ma non però men pento. VII Un dì d'april, che la stagione acerba Sen fugge, ed è del Sol più chiaro il lume, Per le campagne io mi godea su l'erba L'odor de' prati al mormorar d'un fiume; Ed ecco in pompa di tesor superba, Ed in sembianza oltra l'uman costume Alfange a gran destrier lentava il morso, Seguendo l'orme d'un bel cervo il corso. VIII Ornavano con frange il busto altiero Su ceruleo tabì nastri gemmati; Ed in faretra custodiva arciero Scherzo de le sue man strali ferrati; Spandea fuor de la bocca il buon destriero Forte i nitriti e da le nari i fiati, Falbo di manto, e riposava appena I piè non stanchi in su l'erbosa arena. IX Ma sul volto, onde pel non anco usciva, Infra gigli fiorian rose novelle, E da lo sguardo sfavillar sì viva Luce vedeasi, come in ciel due stelle; Parean di sua beltà la bella riva E la bell'onda divenir più belle, E l'aura vaga gli volava intorno A far più l'oro de la chioma adorno. X A tanta vista io mi rivolsi, e stretto Tenere il fren non valsi a' miei desiri Sì, che da me rubella uscì dal petto L'anima tra gli affanni e tra i sospiri, E, come dir non so, provai diletto, E ne l'istesso tempo anco martiri, E pianti sparsi, e trasformai sembiante In gran pensieri ora arsa, ora tremante. XI Al fine io seco di sposarmi elessi, Quinci l'immense mie ricchezze offersi, Ed esposi ver lui preghi dimessi, Nè furo i suoi pensier da' miei diversi; Degnommi in somma; ma quei giorni istessi Erano i duci d'Ottoman conversi A l'assalto di Rodi, ond'egli pose Indugio a terminar l'opre amorose. XII Così sarpossi, e l'ampie vele alzaro Lunghi nel mare a ritentar viaggi; Allora in Asia m'apparì men chiaro Il Sole, e foschi rimirai suoi raggi; E solo a' sensi miei vita serbaro I mandati da lui spessi messaggi, E col pronto pensier la rimembranza E la sì cara a gli amator speranza. XIII Ma pur le ciglia lagrimose e meste Portai mai sempre; e vaghe piaggie e liete Furonmi lassa a rimirar moleste, Nè da' sonni notturni ebbi quiete; S'a te l'armi d'Amor son manifeste, O mai cadesti a l'invisibil rete, Non mi saprai negar, che non sia forte Di lontananza il duol come la morte. XIV Che far dovea? de le guerriere imprese Il fine aspetto? la dimora è rea; Vadone a lui? se mi partia, palese Vario contrasto apparecchiar vedea. In cotale stagion dunque si prese Il consiglio per me, che rimanea; In militari spoglie io mi rinvolsi, Ed a la vecchia madre indi mi tolsi. XV Chiara di sangue una compagna sola Eleggo taciturna a mio conforto; Dassi de' remi in acqua, il legno vola, Giungo di Rodi lietamente in porto; Quì d'Alfange dimando, altra parola Misera non udii, salvo egli è morto; Ah fossi stata sorda e stata muta, O sommersa nel mar pria che venuta. XVI Velasco, duce de le torme ispane, Crudo il trafisse; io di morir fermata Tutto oggi seguitai l'arme ottomane, Ed era meco la compagna armata; Fu nostro voto ritrovar quel cane E co' denti sbranar la carne odiata, Ed il sangue succhiar de l'empie vene, E per tal guisa vendicar mie pene. XVII Ma ci provammo in van; scura mia vita, Chè de gli afflitti non ha ben la speme; Pugnai, ma come vedi empia ferita E le mie forze, e le mie membra ha sceme; Così carca di pena aspra infinita Corro languendo inverso l'ore estreme; Pur del punto mortal prendo diletto Che porrammi d'Alfange anzi il cospetto. XVIII Così diceva, ed inchinò la fronte Di dolor grave; e Dardagano allora, A cui di lei le dignità son conte, Dolce risponde, e quanto può l'onora: Donna, mie voglie a te servir son pronte, Di Panfilia nel regno io fei dimora, Et ad Alfange il bel vissi devoto, Fui seco in Perga; non parlasti a vôto. XIX È ver che su le mura ei cadde a terra, Ma cadde carco d'onorati fregi, E sì fatto morir non spiacque in guerra In alcun tempo ai sommi Duci e Regi: Or per segno d'amor, ben che sotterra, Certo ei non vuol che con la morte il pregi Rompendo in sul fiorir tuoi giorni acerbi, Ma che tu viva, e sua memoria serbi. XX L'ignota fuga da natii paesi, E dentro Rodi aver fermato il piede, Non ti perturbi il petto; alme cortesi Potran forse biasmare atto di fede? Tal con accenti di pietate accesi L'afflitta donna a consolar si diede Frodando in parte sue miserie; ed ella Ostinata a morir così favella: XXI Di duo desiri la speranza avrei Cara morendo, ch'a le patrie genti S'esprimesser veraci i desir miei; E questi in guerra ch'io soffrii tormenti; Forse andranno colà d'infamia rei I miei pensier ch'ebbi d'amore ardenti, S'a mio danno avverrà, ch'amica lingua A l'orecchie d'altrui non li distingua. XXII E pur da me ne la battaglia dura Fu la compagna mia dianzi divisa; Or chi le narrerà l'aspra ventura De le mie piaghe? ch'io rimasi ancisa? Deh ritrovarla, o Cavalier, procura, Se sei pietoso, e del mio duol l'avvisa: Perchè de la compagna almen si dolga E le misere membra indi raccolga. XXIII Ha purpureo cimier, purpurea vesta E ne lo scudo l'immortal Fenice; Senza destrier co' piedi il suol calpesta; E nacque in Perga; il nome è Berenice. Qui subita d'amor calda tempesta Sorge nel petto a Dardagano, e dice: Non morir, no, le mie preghiere intendi, Salva te stessa, ed a sperare apprendi. XXIV Forse dolce stagione anco ritorna; Ma Berenice nel guerriero orrore Come lasciasti tu? dove soggiorna? Averà scampo dal cristian furore? Ah che de gli occhi e de la fronte adorna Son posto in fiamma e mi si stempra il core; E de le chiome e del bel volto a i rai Sono i miei spirti inceneriti omai. XXV Mentre il Turco dicea, dal dolor vinta Languia la Donna e già veniasi meno, Ed in freddo pallor tutta ritinta Faceasi de la fronte atro il sereno; E già la luce è ne lo sguardo estinta, E già s'ammorza il respirar nel seno. Dardagan fiso la riguarda e piange; Ella trapassa, e mormorava Alfange. XXVI Poco presso la Donna il piè riposa Sovra il sanguigno suol stesa e gelata Del Turco cavalier l'alma amorosa Per fervido desir tutta agitata; E spesso cangia via, creder non osa Che sia tra' rischi de la gente armata La gentil Damigella, e quinci ei prende A lei cercar fra le disperse tende. XXVII Pentesi poscia, e ver colà sen giva Ove più de la guerra il grido è fiero; E scorge non lontan, che su la riva Movea quasi smarrito un cavaliero; Come fu da vicin, rosso appariva Ondeggiar su la fronte il gran cimiero, E d'ostro rosseggiar la sopravesta, E quinci in Dardagan speme si desta. XXVIII Affretta i passi, e de le ciglia il lume Affisa de lo scudo entro l'acciaro, E vede ivi dipinto arder le piume L'augel, c'ha ne la morte il suo riparo; Allor, come gli amanti han per costume Fu gelo, ed i suoi spirti in fiamma andaro; Fermossi, e poscia di se stesso in bando Rapido in verso lei mosse gridando: XXIX O tanto amata, o del mio cor desire, E qual ventura or mi ti fa presente? Vaneggio io lasso? o pur del tuo venire Con esso me l'altrui parlar non mente? O Berenice. A così fatto dire La Donna di timor s'empie repente, E di se stessa gelosia la punge, Nè sa parlar; ma Dardagan soggiunge: XXX Deh qual temenza oggi t'ingombra il core? Perchè taci con me? chi ti ritiene? Panta mi rivelò l'atto d'amore Per cui venisti ignota in queste arene; Io mi son Dardagan; pensa l'ardore Che sì forte m'avvampa entro le vene; E di chi muor per te prendi mercede, E confidati omai ne la mia fede. XXXI Ahi lasso me, fra tante spade e tante, Perchè nel cor non mi passò ferita? O d'AMEDEO non traboccando avante Sotto la fiera man perdei la vita? Dunque sarò sì sfortunato amante, E fia la fede mia sì mal gradita, Ch'oggi per mio conforto, e per tuo scampo Tu mi rifiuti fra tante arme in campo? XXXII La Donna udendo, di stupor non poco L'anima adempie, indi formò tal note: Panta quando lasciasti? ed in che loco? Spavento de' suoi rischi il cor mi scote. E quegli ardendo in amoroso foco Le trapassate cose a lei fa note, Come Panta incontrò, ciò ch'ella disse, E come de la piaga alfin morisse. XXXIII A questo annunzio da cordoglio oppressa Disciolse Berenice alti sospiri, E tratta dal dolor fuor di se stessa Stavasi taciturna infra martiri. Dardagan tace alquanto, indi non cessa Di seguir gli ardentissimi desiri, E raccogliendo i suoi pensier, dislega Alfin la lingua, e sì lusinga e prega: XXXIV Quantunque di pietà spada rubella Abbia chiusa la strada a' desir vostri, Pur grandi atti di fede inver la bella E nobil Donna son per te dimostri, Qua giuso in terra narreransi, ed ella Non taceralli ne' superni chiostri; Però tanta tuo cor doglia non prenda Del caso occorso, ove non vedi emenda. XXXV E se Panta apparì tanto amorosa Ch'a la patria lasciar dispose il core, E corse per lo mar via perigliosa, E de la morte soverchiò l'orrore, E se tu fosti a lei seguir bramosa Là, 've sì forte la traeva amore, Gran miracol parrà, s'oggi disprezza Pur di lasciarsi amar tua giovinezza. XXXVI Ma se la legge appresso te s'onora Che per ogni mortal detta natura, Deggio sperar, che tua pietate ancora Porga a le fiamme mie lieta ventura; O sempre cara e fortunata l'ora Che nella mente mia sì fresca dura, Quando questi occhi a tua beltà conversi Non mai qua giù nel mondo usa a vedersi. XXXVII Ne la bella stagion, che 'l Sol rimena Più lunghi i giorni, ed ei più caldo appare, Tu sul vago mattin presso l'arena In snella prora trascorrevi il mare; Mormorava nel cielo aura serena Onde erano a mirar l'onde più chiare, Il mondo tutto di beltà splendea, Ma teco posto in paragon perdea. XXXVIII Candida era tua gonna, e d'ognintorno Dispiegava tesor d'aurei lavori, E di ricchi giacinti un cinto adorno La stringeva sul sen tra smalti ed ori, E su le chiome, onde fin oro ha scorno Spandeva cari odor cerchio di fiori, E tal con ammirabili sembianti Lieta formavi ora sorrisi, or canti. XXXIX Se 'n quelle spume, e d'Ocean nel regno Hanno incogniti numi alcun ricetto, Come affermarsi suol, credere è degno Ch'allor fosse ciascuno arder costretto; Io certamente senza alcun ritegno Corsi a le fiamme, e tutto accesi il petto E dentro a giocondissimo martiro Se n'andò la mia vita in un sospiro. XL Da indi innanzi non sentii giammai Ne gli occhi sonno e ne la bocca riso; Ben portai sempre, e tu medesma il sai, Scura la fronte e scolorito il viso; Ed in foco, ed in giel piansi e cercai Conforto al cor da' tuoi begli occhi anciso; Sparsi lamenti ognor, querele crebbi A te chiedendo aita, e mai non l'ebbi. XLI Deh, se spedita da gli umani affanni Passi in prosperità ben lunga etate, E mal grado al venen de gl'invidi anni Veggasi rifiorir tua gran beltate, Ostinato rigor non mi condanni A sempre tormentar senza pietate, E non si faccia del mortal mio scempio A l'alma de gli amanti odioso esempio. XLII Al fervido pregar tien Berenice I fulgidi occhi in Dardagano intenti, E dopo alquanto apre la bocca e dice, Mentre colui sparge sospiri ardenti: Certo il nostro pensier fu mal felice; Ma non sian pronte a biasimar le genti Se noi sponemmo ne la guerra ardite A l'inimico acciar le nostre vite. XLIII ' , 1 : ? 2 ? 3 , 4 , 5 6 . 7 8 9 10 11 , 12 , 13 , 14 , ; 15 16 ' ' ; 17 , 18 ' ' ' . 19 20 21 22 23 ' , 24 ? 25 , 26 ' ? 27 ; 28 : 29 ; 30 . 31 32 33 34 35 ; 36 ' 37 : ' , 38 , ; 39 ' 40 ' , 41 , ' , 42 ' . 43 44 45 46 47 , ' 48 ; 49 ' , 50 , ' ; 51 , 52 53 ; 54 : 55 56 57 58 59 , 60 ; 61 , ' 62 ; 63 ' ' , 64 ' , 65 66 , ' . 67 68 69 70 71 ' 72 , 73 74 . 75 76 , 77 78 , ' : 79 80 81 82 83 , 84 , , 85 86 ' , 87 , , 88 , 89 ' , 90 ' . 91 92 93 94 95 , , 96 , 97 , 98 ' ' ; 99 ' , 100 ; 101 ' , 102 . 103 104 105 106 107 , 108 ; , 109 110 ' ; 111 , 112 , ' , 113 114 : 115 116 117 118 119 , 120 ; 121 , 122 ' . 123 : ? 124 , , 125 ' , ? 126 , ' . 127 128 129 130 131 ' ; 132 , 133 ; 134 . 135 136 : 137 ' , ' ? 138 . 139 140 141 142 143 , 144 ' , ; 145 ' 146 ; 147 ' , ' , 148 ; 149 , 150 , . 151 152 153 154 155 , 156 ' 157 , 158 , , , . 159 : 160 , 161 , 162 ' . 163 164 165 166 167 , 168 169 ' , 170 ; 171 172 ' ; 173 174 . 175 176 177 178 179 180 , 181 , 182 ' ; 183 184 ' 185 , 186 . 187 188 189 190 191 , 192 , 193 , 194 ' ; 195 , ' ' , 196 , 197 ' ' 198 . 199 200 201 202 203 ; 204 , 205 , ' ' ' , 206 ' ; 207 , 208 , 209 , 210 . 211 212 213 214 215 216 217 ' , 218 ' ; 219 ' 220 ' , 221 222 . 223 224 225 226 227 ' 228 , 229 , 230 ; 231 , 232 , 233 , , 234 ' ' ; 235 236 237 238 239 , 240 ' 241 , 242 ; 243 ' 244 , 245 246 ' . 247 248 249 250 251 252 ' , 253 254 ' ; 255 , 256 , 257 , 258 , . 259 260 261 262 263 ; , 264 ' ' , 265 , 266 ; 267 ' , 268 , 269 , , 270 , . 271 272 273 274 275 ' 276 , ; 277 278 : 279 280 , 281 282 ' . 283 284 285 286 287 ' 288 , , 289 290 ' ; 291 292 , 293 , 294 ' . 295 296 297 298 299 ' 300 ' ; 301 302 , 303 304 ' , 305 , 306 ' . 307 308 309 310 311 , , 312 , 313 314 : 315 , ' , , 316 , 317 ; 318 ' , . 319 320 321 322 323 , , 324 ' . 325 , 326 , , 327 , ' 328 , 329 ' 330 . 331 332 333 334 335 336 , ' , 337 , 338 ' : 339 , 340 , 341 , 342 ' . 343 344 345 346 347 ; 348 , 349 , 350 ' ; 351 ' , 352 ' , ; 353 , ; 354 ' . 355 356 357 358 359 360 ' , 361 362 ; 363 , ' ' 364 , 365 , 366 ' . 367 368 369 370 371 372 , ' 373 , , 374 ; 375 , 376 , 377 ' 378 . 379 380 381 382 383 : , 384 ? ? 385 , ' 386 , . 387 ' 388 ' ; 389 ' , 390 , : 391 392 393 394 395 ' , 396 ? 397 398 , 399 ' , 400 , ? 401 ' ? , 402 . 403 404 405 . 406 407 408 409 410 411 412 . 413 414 415 ' : « 416 ' , 417 . » 418 419 . 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