Maurizio.
CANTO XVI.
ARGOMENTO.
-Desta Megera in Periandro ardire
D'ancidere AMEDEO con uno strale;
Ma rese van l'iniquo suo desire
Angelo eletto, e lo stornò con l'ale:
Perciò l'accolto in sen vuol reo martire
Disfogar contro lui mostro infernale.
Vola in Eden MAURIZIO, e coglie frutto,
Onde in vigore è il gran guerrier ridotto.-
I
Ei così disse: e disparì qual vento
Lasciando ivi soletto il gran Guerriero,
Che de l'alma beata a i detti intento,
Suoi ritorni aspettar facea pensiero;
Volgesi intorno, e che di puro argento
Da vicin trascorrea dritto sentiero
Scorge un ruscello, e per fiorita riva
Che verso l'Oriente al mar sen giva.
II
Mentre che per la via cheto s'affretta
Dipartesi in tre rami, ed un verdeggia
Sì come è verde in su quel suol l'erbetta,
L'altro sì come foco arde e lampeggia;
L'acqua del terzo è così bianca e netta,
Che par ch'a neve pareggiar si deggia
Quando in cima di monte ella discende,
Nè scuro turbo in suo cammin l'offende.
III
Feansi veder su l'una e l'altra sponda
Sette pallidi olivi, e sette allori,
E quattro palme, cui nudria la fronda
Tenor soave di celesti ardori;
Nè prendea sorso de la limpida onda,
Nè trapassando ingiuriava i fiori,
Nè selvaggio animal gonfio di tosco
Era unqua cittadin del picciol bosco.
IV
Ben su l'alto de' rami infra le foglie
Mirar si lascia il Pellican benigno,
Che cotanto d'amor nel petto accoglie,
Ch'ei stesso per amor sel fa sanguigno;
Guardando inverso lui canti discioglie,
Nè stancar se ne sa candido cigno,
E passer solitario a' cari accenti
Disposto è sempre e ne raccheta i venti.
V
Mirabile soggiorno; in lui riposo
Ricercando AMEDEO ripose il piede,
E di MAURIZIO sopra il dir pensoso
Appoggia il fianco ad un bel tronco, e siede;
Ma pur su l'erba, e tra le piante ascoso
Con lo sguardo infernal Megera il vede,
E tra gli orror de la gentil dimora
Pensa di far, che nol temendo ei mora.
VI
Prende fra' Turchi fuggitivi un volo,
E dove è Periandro affrena i passi;
Era costui di Boristen figliuolo,
Supremo arcier fra' popoli Circassi;
E gli dicea: se ti percote il duolo
De' nostri in guerra sbigottiti e lassi,
E dati a morte, e se nel cor disire
Ti sfavilla di gloria, odi il mio dire.
VII
Il grandissimo Duce, al cui furore
Il campo d'Ottoman venuto è manco,
In quel bosco colà trapassa l'ore
Steso su l'erba infievolito e stanco;
Or se a vera virtù risvegli il core,
Vientene meco, e gli saetta il fianco;
Senza risco il farai, ch'ei non attende
Piaga nemica, e sonno forse il prende.
VIII
Brami tu per mercede a tuo diletto
Donarsi schiava una gentil donzella,
La qual su piume d'amoroso letto
Ti sia compagna ne l'età novella?
Farò, che tu l'avrai; ma se nel petto
Chiudi disio di governar castella,
O pur su navi comandar nocchieri,
Giuro, che non fian vôti i tuoi pensieri.
IX
E Periandro rispondeva: è chiaro
Quanto la destra d'AMEDEO feroce
Fulminasse in battaglia; altro riparo
Non fu ver lui, salvo fuggir veloce;
Io, s'egli dorme, o se l'invitto acciaro
Riposar lascia, ascolterò tua voce,
E farò col vigor di questa mano
Che mi deggia pregiar l'alto Ottomano.
X
Premio de l'opra mia non fia ricchezza,
Nè con imperio vuò solcare i mari,
Nè governar città; mio cor non prezza
Il travagliar per disiderj avari;
Se mercè mi si dee, cheggio bellezza,
Onde ho tormenti, ed i tormenti ho cari,
Ed onde afflitto mi consumo in pianto,
E pur per lei del lagrimar mi vanto.
XI
Ella nacque in Bitinia, ed è donzella
Per le cui man Sultana usa adornarsi;
Chiamasi Barce, e non è turca ancella,
Che seco di virtù possa adeguarsi;
Dir, ch'ella sia gentil, ch'ella sia bella,
Che per lei d'infiniti i cor sieno arsi,
È travagliar in van, nessuno il nega;
Sì fatto guiderdon per me si prega.
XII
Ei sì dimostra il suo desire aperto;
Ma che sua voglia rimarrà gioiosa
Il demon lusingando il rende certo,
Indi lo scorge ove AMEDEO riposa;
E gli dicea: ben mille volte esperto
Fu cotesto arco tuo d'opra famosa,
Ma se con esso il gran nemico ancidi,
Arco non fia giammai, che non t'invidi.
XIII
Ecco che da noi volto il tergo espone
A strali, l'ora a saettare invita;
Trafiggi le dure ossa al fier Campione;
Io sarò teco, e porgerotti aita.
Come ha detto fin quì, ratto depone
La forma, onde al Circasso era apparita
L'aspra Megera, ed invisibil torna,
Ma pur da presso al buono arcier soggiorna.
XIV
Ed egli al disparir volve le ciglia
A le parti propinque, a le lontane,
E scendegli nel cor gran meraviglia
Sovra il pensier de l'apparenze strane;
Non per tanto di men fidanza piglia
Che sian state le voci altro, ch'umane,
E fatto lieto a saettar s'accende,
E con bramosa man l'arco riprende.
XV
A gran balena il più duro osso tolse
Il buon maestro del guerrier lavoro,
Ed in lucida pelle indi l'avvolse
D'aspro serpente, e stelleggiolla d'oro;
Saetta sì possente iniqua non sciolse
Da corda tesa sagittario Moro,
Che frale in corso non lasciasse e lenta
Lo stral, che da quest'arco il Turco avventa
XVI
Fu già stagion, che ne la Frigia terra
Fecersi ad Agasirto onori altieri,
Frequentando la tomba, ove ei si serra
Duci in quel Regno per virtù primieri;
Spronossi allor per simulata guerra;
Assalto di piacer, forti destrieri,
Ed in robusta lotta altri sudaro,
Ed inverso le mete altri volaro.
XVII
Ma fra color, ch'esercitar l'ingegno
Solean spingendo le saette a volo,
Toccò più volte Periandro il segno,
E fra cotanti ei vincitor fu solo;
Però di sì bello arco il fece degno
Anzi il cospetto de l'immenso stuolo
La destra d'Ottomano, e per tal pregio
Egli appellossi il Sagittario egregio.
XVIII
E via più che giammai con la man forte
Egli il contorce, e con più studio il tende;
Seco è Megera, e da le chiome attorte
Una disvelle de le serpi orrende,
E perchè deggia far piaga di morte
Molto di tosco in su la punta spende
Del ferro, e ferma ne l'arciero il guardo,
Menando smanie, ch'a scoccar sia tardo.
XIX
Ed ecco scocca, e contra il nobil dorso
Venia bramosa la crudel saetta,
Se non che 'n aria le travolve il corso
De l'Angel d'AMEDEO la guardia eletta,
Ben tempestivo al cavalier soccorso;
Ma l'empio stral, che per cammin s'affretta,
Ronza così, che d'ognintorno gira
AMEDEO gli occhi, e quello arciero ei mira.
XX
Salta rapido in piè, sfodra la spada,
Movegli incontro con sembianza altiera.
Che tua nobile vita allor non cada,
Buon Periandro, il divietò Megera;
Ella, mentre AMEDEO corre la strada,
L'aer condensa, e d'ombra umida e nera
Immantenente il Sagittario involse,
E quinci a l'ira d'AMEDEO lo tolse.
XXI
Quale in campagna cacciator, che infesta
Per belle corna capriol ramoso,
Pieno di disconforto i passi arresta
Se d'occhio il perde infra le selve ascoso;
Cotal sen riede a la gentil foresta
Sul caso occorso il Cavalier pensoso;
Ma rigonfiata d'infernal veneno
Dicea Megera nel terribil seno:
XXII
Che più quì mi travaglio? indarno io spero,
Il Ciel mie frodi ed i miei sforzi abbatte;
Ei più verso AMEDEO volge il pensiero,
Che madre al figlio, cui dispensa il latte;
Meglio è ch'io ver colà prenda il sentiero
Ove Ottomano i Cristian combatte,
E col suo brando a perseguir m'affanni
L'odiata gente; indi spiegava i vanni.
XXIII
Era quivi a mirar come possente
Schermo avea fatto il messaggier superno
A l'alto Duce, e se ne fe' dolente
Leviatàn mostro crudel d'inferno;
Nè forte a rifrenar l'impeto ardente,
Nè la ria furia de l'orgoglio interno,
Con occhio fosco e con sembianze accese
Incontro al buon custode a parlar prese:
XXIV
Alzate i risi, e ricolmate il seno
Di giocondo piacer; vostri desiri
In questo dì ponno fornirsi appieno:
Su, su, vostro trionfo oggi si miri;
D'Ottomano il furor tenete a freno,
E procurate a' suoi crudi martiri;
Il potete adoprar, Dio nol vi nega,
Anzi la destra, ed i suoi tuoni impiega.
XXV
Dianzi ben fur sentiti, e non per tanto
Han sì fatto vigor nostri pensieri,
Ch'al fin di Rodi miserabil pianto
Vuol ragion, che per noi non si disperi;
Di questa iniqua gente avremo il vanto,
E sì lunge trarremo i lor sentieri
Dal sentiero al gran Dio caro e diletto,
Che dargli in nostra forza ei fie costretto.
XXVI
Ed allora in un mar di sangue spento
E ne le fiamme di funesto ardore
Oh come vendicar questo tormento,
Oh come fier vuò consolar queste ore?
Gli altari in foco, e del sacrato argento
Empieransene i grembi al vincitore,
E carchi di catene i lor vestigi
Daransi i Sacerdoti a rei servigi.
XXVII
I primi infanti, nobiltate altiera;
Cresciuti in ostro, e le gentil donzelle
Piangendo in van la libertà primiera
Su strana terra condurransi ancelle;
Quivi a caldo desir di gente fiera
Esporranno il candor de le mammelle,
E con ragion portando invidia a' morti
Tra ceppi il mireran gli egri consorti.
XXVIII
Per simil guisa di Sion sul monte
I casi di costor non son famosi?
Quando del sommo Dio rivolti a l'onte
Piacendo a noi si fero al Cielo odiosi?
Quinci de' Saracin fur le man pronte
In campi aperti, e su per colli ombrosi
A perseguir de la lor fuga il volo,
E fur dispersi, e fur sommersi in duolo.
XXIX
Vide Gierusalem cader sue mura
A spessi colpi di nemici acciari,
E farsi polve per la fiamma oscura
Le torri, di sue turbe alti ripari;
Da l'altrui man non fu magion sicura,
Preda i sacri tesor, preda gli altari;
E s'impressero allor vestigia immonde
Del gran Tabor su le famose sponde.
XXX
Spasimossi ogni cor, non v'ebbe coro,
Salvo dolente, e la letizia tacque,
E sparse al vento le speranze loro,
Stesa per terra la superbia giacque;
Le legna loro essi comprar con oro,
E bevvero per oro un sorso d'acque,
E le ricchezze de la patria sede
Videro trasportarsi a strano erede.
XXXI
Così scacciati da l'amata terra
Ebbon rifugio a l'infinite pene
Quì dentro, ove AMEDEO feroce in guerra
Con la forza del Cielo or li sostiene;
Ma poco andrà, nè mia sentenza or erra,
Che vinti fuggiran da queste arene,
E per noi rubellando a vostra legge
Sdegneran Dio, ch'or li difende e regge.
XXXII
Più non diss'egli, e fe' cotal mirarsi
Che turba altrui con la terribil vista,
E con fetidi fiati arsi e riarsi
Ammorba intorno, e tutta l'aria attrista;
L'Angelo nel fulgor di rai cosparsi,
Lume che 'n cielo alma beata acquista,
Con note e con sembianze alme e gioconde
Al perverso Demon così risponde:
XXXIII
Leviatàn, per lo sentier che pensi
I tuoi consorti de l'inferno andranno;
Ma pensi tu come a color conviensi,
Che d'alcuna bontate arte non sanno;
Vostri desir, vostri furori immensi
D'avanzarsi per via forza non hanno,
Se non v'allenta al piè l'aspra catena
La gran destra di Dio che vi raffrena.
XXXIV
Di quegli antichi dì l'alta vittoria
Non è mostro infernal che non rammenti,
Ma teco volentier ne fo memoria
Per accrescere incendio a' tuoi tormenti;
Creati foste a sempiterna gloria
De l'aureo Olimpo in su le stelle ardenti,
Albergo ove sta Pace in su le porte,
Nè vi lascia appressar pianto, nè morte.
XXXV
Quivi di voi fuor di misura amanti
Il capo gonfio di superbia ergeste,
Ed i lampi ineffabili, tonanti
Armi del gran Monarca, a scherno aveste;
Il vostro duce in su gli ardor stellanti
Voleva opporsi al Regnator celeste;
Volea sì come Dio sue sedi eccelse,
Empio ver lui ch'a tanto onor lo scelse.
XXXVI
Deggioti dir, che del seren le chiare
Piagge perdeste? e ch'abbattuti e vinti
Foste nel centro giù per entro un mare
D'ardor, d'orrore e di fetor sospinti?
E se d'abisso ne le pene amare
Non giacquer vostri pregi affatto estinti,
Certo si religò vostra possanza:
Che dunque a voi per far minacce avanza?
XXXVII
D'aita i Rodïan non fian deserti,
Ma quanti spirti han de l'Olimpo i regni
A farli franchi ne gli assalti incerti
Porranno in prova i mansueti ingegni;
In ogni tempo a l'alme lor scoperti
Per voi saranno i vostri inganni indegni,
E pregherem di Dio l'alta bontate
A non gli scompagnar di sua pietate.
XXXVIII
Forse che de' celesti almi decreti
Fia, che nel mondo a torto obblio li prenda,
E che ne l'opre rie si faccian lieti
Senza prezzar di pentimento emenda;
Se schernendo i saldissimi divieti
S'indureran ne la malizia orrenda,
Allor daransi in man de' suoi nemici
Come a ministri de' divin giudici.
XXXIX
Solo è colpa qua giù del core umano
Quando sviato dal cammin superno
Al verace suo ben fassi lontano;
Malvagio nol può far tutto l'inferno;
Ma ne la pena altrui non splende in vano
L'alma giustizia del Signor eterno,
Che flagellando e tormentando l'empio,
A gli altri peccator proponsi essempio.
XL
Che dunque latri iniquo? onde dal seno
Vanamente ti scoppia il tuon de l'ire?
Inghiotti le tue rabbie, e mordi il freno,
Eterno specchio di sovran martire;
Mira ne l'alto, che lo stuol terreno
È colà succeduto al tuo gioire,
Tu ne l'oscuro Tartaro rimanti,
Ove non sa regnare altro che pianti.
XLI
Mentre così dicea l'alma beata,
Piena di gaudio e tutta luce in viso,
L'aspro Demon fiero digrigna, e guata
Su l'onda e su l'arena il campo anciso;
E certo omai, che de la gente amata
Sia per volare in Asia un mesto avviso,
Forte bestemmia; ivi confuso il lassa,
Ed al grande AMEDEO l'Angel sen passa.
XLII
Era trascorso il buon MAURIZIO intanto
Sì spedito per via verso Oriente,
Che di velocità perderia vanto
Qual cosa più sen va velocemente:
Giunse a l'almo giardin noto cotanto
Per lo gran caso de la prima gente,
In cui per tutti noi cagion di morte
Adam porse l'orecchio a sua consorte.
XLIII
Sul varco eterni messaggieri in mano
Avean spada ed ardor; gran meraviglia,
Per ciascun piede indi tener lontano;
Ma verso lor MAURIZIO a parlar piglia:
Non è s'io volo, il mio volare in vano,
E caduco pensier non mi consiglia,
Anzi vien procacciando il voler mio
Alto pregio a la legge alma di Dio.
XLIV
Ottomano de' Turchi aspro tiranno
Rodi combatte; a sue perverse schiere
Oggi ne la battaglia incontra stanno
Del fedele AMEDEO le forze altiere;
Ed egli vinto dal sofferto affanno
Vien meno a consumar l'opre guerriere,
Però velocemente a voi men vegno
Cercando, onde al guerrier porga sostegno.
XLV
Sì dice, e passa il varco, onde si serra
Quell'orto a gli occhi de' mortali ascoso,
Quell'orto, che per l'onda e per la terra,
E per l'aure del ciel sempre è gioioso;
Vedeasi fiume che trascorre ed erra
Qual puro elettro per lo campo erboso,
Creare uscendo dal giardin giocondo
I quattro fiumi celebrati al mondo.
XLVI
Ed ei soave mormorando intorno
Sveglia bell'aura per lo ciel sereno,
Sereno sì, ch'a l'immortal soggiorno
De' bei raggi del sol non mai vien meno;
Ma chi de l'erbe, onde per tutto adorno
Verdeggia il prato, narrerebbe a pieno?
Vivi smeraldi, nel cui sen cosparsi
Veggonsi alberi mille al cielo alzarsi.
XLVII
Nel mezzo de' bei campi alma sorgea
Pianta, pregio ed onor de l'altre piante,
Che ne' bei frutti suoi virtù chiudea
Da render l'uomo a non morir bastante;
Sorgea presso di lei, membranza rea
Del primo genitor poco costante,
Quella cui di gustar fessi il divieto,
Ma fu posto in obblio l'alto decreto.
XLVIII
Per varj fior tutto s'ingemma il prato,
A le cui lodi umano studio è poco,
Nè comunque rivolga il carro aurato,
Febo ne spoglia il fortunato loco;
Vile appo loro il balsamo odorato,
Ed appo lor da non fiutarsi il croco,
E fieno ombra di fior, tanto fian vinti
Uscendo in paragon, nostri giacinti.
XLIX
Di soave colore altri s'indora,
Altri splende ceruleo, altri appar bianco,
Ma pur ciascun sì vivamente odora,
Che l'umano vigor ne divien franco;
Cogliene alquanti, ed in brevissim'ora
Torna al guerrier ne le vittorie stanco,
E l'esorta MAURIZIO a fornir l'opra,
Che caro il rende al gran Signor di sopra.
L
Nè punto men di quell'odor possente
Tutto l'asperge, onde sfavilla il guardo,
E ristorato il cor nulla non sente
Del sostenuto affanno il piè gagliardo;
Con esso in paragon forano lente
Orme disciolte di veloce pardo;
E tal s'invia dove Ottomano in guerra
Più sempre acerbo i Rodiani atterra.
FINE DEL CANTO XVI.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XVI.
L'argomento postovi dall'Autore dice così: «Nel XVI un Demonio parla
con l'Angelo custode d'Amedeo, e dall'Angelo gli si risponde, e si
lascia confuso.»
Comincia il canto con la descrizione di un luogo amenissimo, in cui è
ricoverato Amedeo. Ma il severo Cav. d'Urfè non si lascia vincere
dalle delizie poetiche; e rimprovera il Chiabrera nella forma
seguente: «Il y a peu d'apparance en la description du lieu qu'Amedee
trouve, estant si beau, si delicieux, et tant de beaux arbres et telle
quantité d'oyseaux si rares, -n-'y ayant apparance qu'ou les armees si
grandes sejournent les lieux soient si bien conservez et le oyseaux si
prives.» È censura da non dispregiare.
Simil giudizio parmi che si possa pronunziare sopra l'osservazione che
siegue; cioè non essere cosa dicevole che nel tempo che gli altri
combattono, un Cavaliere sì grande e sì prode, si riposi in ameni
boschetti. E vana è la scusa della stanchezza di Amedeo; perciocchè
s'egli poteva correre con prestezza dietro all'arciere nemico ch'era
venuto di soppiatto a ferirlo con saetta, non era così stracco da non
potere andarne al campo, dove la sua presenza doveva essere di momento
grandissimo alla vittoria. Finalmente S. Maurizio ch'era ito nel
paradiso terrestre a provvedere di che ricreare le forze del Duca,
poteva così ristorarlo nel luogo della pugna, come nel bosco
dilettoso.
La terza ed ultima censura dell'Urfè sul canto XVI sarà qui trascritta
letteralmente: «Le (-sic-) discours de l'Ange custode de Rhodes et de
Leviatan le demon sont si longs qu'ils tiennent une grande partie de
ce chant; et je ne say pourquoy il donne au demon le savoir de
prophetiser la peste qui est depuis avenue a Rhodes, veu que les
Demons ne savent point les choses futures.» Quanto è della lunghezza
de' ragionamenti tra l'Angelo e il Demonio, ha ragione il Censore;
formando essi la parte maggiore del canto; e si può vedere
dall'argomento qui sopra riferito, che il Chiabrera medesimo in quel
dialogo riponeva la somma di questa parte del poema. Non deggio
egualmente lodare l'Urfè dell'avere negato che il Demonio potesse
predire la peste, che non tardò molto a palesarsi in Rodi. I Teologi
concordemente attestano che gli Angeli rubelli, perduta la grazia e la
gloria, non perciò rimasero privi del dono dell'intelligenza che
conviene agli spiriti. Questa dottrina è notissima, e il proverbio
volgare--ne sa più del diavolo--per accennare una somma acutezza
d'ingegno, esprime appunto la dottrina delle scuole teologiche. Nè il
predire una peste vicina è da dirsi profezia; perchè tal flagello ha
le sue cause in disposizioni naturali, che il Demonio conosce meglio e
più presto che l'uomo: e quantunque ogni pestilenza si debba
riconoscere come un flagello permesso o mandato da Dio a nostra
punizione, cotal dottrina verissima non toglie che la causa prossima e
materiale non si deggia trovare o nel cattivo nutrimento, o ne'
miasmi, o in altre disposizioni sì all'uomo interne, com'esterne; di
che lasceremo il discorso a coloro che professano la medicina.
N. B. Alla st. 13, v. 6. nella stampa si legge -il Circasso-; è un
errore materiale che abbiamo corretto, mettendovi -al Circasso-.
Nella st. 24, v. 6 si legge «e procurate a' suoi crudi martiri.» Quel
-suoi- è mal collocato, oscurando il senso: -suoi- vuol dire -gli
uomini di Ottomano-.
Al v. 5 della st. 44 si leggeva -vinto del sofferto affanno-: abbiamo
stampato -dal- per maggior chiarezza, ed anco esattezza.
CANTO XVII.
ARGOMENTO.
-Rompe le fila de' cristiani armati,
Ed opre Ottoman fa d'alto valore;
De' Saracini stan le Furie a' lati,
E van crescendo a' colpi lor vigore,
Nè minor prova i cavalier crociati
Fanno dell'armi nel marziale ardore;
Chè Folco, e Astor Baglione in varj modi
Vanno allori cogliendo a pro di Rodi.-
I
Già spento il campo, o per fuggir disciolto
Stato saria; ma ne la sorte rea
Che 'n ritonda battaglia ei fosse volto
Il saggio Folco comandato avea;
In cotal guisa raggirando il volto
Con lunghissime picche ei difendea
Per la vittoria a l'inimico i varchi,
Esposto solo al tempestar de gli archi.
II
Tre fiate Ottoman con man ferrata
Di fulgida asta il corridor sospinge,
E tre fiate quella selva armata
D'acutissimo ferro il risospinge;
Quivi Aletto di rabbia arsa infocata
Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge,
I metalli sì folti ella dirada,
Ed egli corse ed occupò la strada.
II
Allenta il freno, e su le turbe spente
Del rapido destrier punge la pancia,
Ed al guardo de' popoli fremente
Mostra la punta de l'orribil lancia;
Ora de' Rodian tronca la gente,
Or d'Italia, or di Spagna, ora di Francia,
E pieno il cor d'inestinguibile ira
Cento braccia a lor morte ei si disira.
IV
Nato in Narbona il buon Danese ancide
Piagato in fronte, indi Gusmano atterra;
L'ampia Siviglia il crebbe; ei gli recide
Le ciglia e gli occhi in tetro orror gli serra;
Grison, cui par Sebeto unqua non vide
In maneggiar corsieri incliti in guerra,
Lacerato le fauci anco trabocca,
E sangue e denti gli cadean di bocca.
V
A l'Anguisciola altier rifulse in vano
Il biondo crin per impetrar salute,
Nè per Baldi fermar l'orrida mano
Le lunghissime chiome omai canute;
Scannati entrambo insanguinaro il piano.
Sospirò di colui l'alta virtute
Piacenza in riva il Po, l'ermo Appennino
Pianse costui là, 've s'estolle Urbino.
VI
E gridava Ottomano: ite, mal nati,
Ove celebra Amor dolci imenei;
Ite sparsi di fior, d'ambra odorati,
A giocar canne, a passeggiar tornei;
Non son per vostra man brandi affilati,
Nè sanguinosi acciar; vostri trofei
Sono in danza apparir con chiome attorte;
Quì conviensi incontrar piaghe di morte.
VII
Così gridando in su l'arcion sen vola
Riarsa di furor l'alma sdegnosa,
E ne la man, che tante vite invola,
L'acerbissima lancia unqua non posa;
Tratta appena egli l'ha da l'altrui gola,
Che 'n fondo a l'altrui petto ei l'ha nascosa;
E su monti d'estinti e di feriti
Saltando il buon destrier spande i nitriti.
VIII
Crolla gli orridi crini e i passi volve
Con guardi accesi calpestando intorno
Sì ch'omai carco di sanguigna polve
Le gemme oscura, onde fiammeggia adorno;
Godene Aletto, e di fulgor l'involve
Torbidamente, e seco fa soggiorno
Fremendo, urlando, e diffondendo a' venti,
Suono infernal di spaventosi accenti.
IX
Etna s'avvampa da la tomba oscura
Sembrò 'l rimbombo che dal mostro usciva,
Mugghionne il monte, ne tremar le mura,
Scossesi il suol de la marina riva;
Quì palpitante di percossa dura
Agaffino sul suol già si moriva,
Molle e tinto di sangue e petto e chiome,
Pregio non scuro de' Solari al nome.
X
Nacque in Piemonte, e presso il Po, là dove
Volve non grande ancor la nobile onda,
Comandava a Moretta, onde non move
Vaga di sì bel pian Cerere bionda;
Ma disioso d'onorate prove
Si tolse a l'ozio de la patria sponda
A ciò che fra' mortali oblio nol copra,
E comprò gloria con mirabile opra.
XI
Magnanimo garzon l'angoscia vinse
De l'aspre piaghe, e raccogliendo in seno
I fuggitivi spirti un'asta strinse
Col vigor de la man, che venia meno,
Ottoman passa, ed ei l'acciar sospinse
Nel ventre al corridor; pon sul terreno
Tosto le piante il fier tiranno e rugge,
Ma dal buon vincitor l'alma sen fugge.
XII
Scorse la prova di virtù ben chiara
E di memoria singolar ben degna
Ercole Pio, che la gentil Ferrara
Diede di Rodi a la sacrata insegna:
Ed onde meglio a guerreggiar s'impara?
O chi valor più vivamente insegna?
Volto al fiero Guglielmo ei sì favella,
Che Modenese de Rangon s'appella.
XIII
Ed ei: se morto omai fece ritorno
A' duri assalti, ed illustrò sua fede,
Qual non sarà per noi picciolo scorno
Ove da' rischi si ritiri il piede?
Oh d'un sì fatto ardir mio nome adorno
Vada volando a la paterna sede,
Sì che talor membrando armi e furori
Con meraviglia il cittadin m'onori.
XIV
Sì dice; e sparso d'ardimento il ciglio
Contra l'empio nemico il petto accende,
Lento non più che volator smeriglio
Che su drappel d'alodolette scende;
Nè meno ogni altro nel mortal periglio
Porge a vicenda i belli essempi e prende:
Anzi a la patria procacciando aiuto
Timassarco movea benchè canuto.
XV
Ben del vecchione altier l'aspro sembiante
Seco ha stranio terror, ma le ferite
Non san poscia onorar la man tremante,
Ch'aria piagando se ne van smarrite;
Pur fermando in sul suol salde le piante
Solleva giù dal cor parole ardite,
E dice ad un ch'a lui vicino è fermo,
Ed era lume del real Palermo:
XVI
Fu Valguarnera, ei con faretra al tergo
Arco tendea, che formidabil suona,
E spingea stral, cui non reggeva usbergo;
A costui Timassarco alto ragiona:
Se la virtù, c'ha nel tuo core albergo
Felicità di stral non abbandona,
Sì che trabocchi il gran nemico a terra,
È tua la palma di sì nobil guerra.
XVII
Che dunque badi? e quei risponde ardito:
Tre dardi ho spinti i più crudeli e fieri,
Ma fu da tutti il mio pensier tradito;
Di questo quarto non so ben, che io speri;
Così dicendo fa volar spedito
Quadrel non vile infra maestri arcieri;
Ei ratto andava ad Ottoman nel petto
Ma s'interpose e traviollo Aletto.
XVIII
In quel momento formidabil voci
L'orride squadre d'Acheronte alzaro,
E dal soccorso lor fatti feroci
I Turchi al fine il Rodian sforzaro;
Per l'abbattute picche entrar veloci
Lasciando gli archi, ed impugnar l'acciaro
Con forte man de le ritorte spade,
E piagando correan per varie strade.
XIX
Alto crollando de le piume sparte
I gran cimier su la velata testa
Bostange, Alcasto, e 'l non minor Giassarte
D'uccider mai, mai di ferir non resta;
E quinci appar di sanguinoso Marte
Più crudele sembianza e più funesta,
Di ferri scossi più terribil suono
Più minacciar, più dimandar perdono.
XX
Tra' ferri intanto, e ne l'incendio fiero
De i cor sdegnosi, e tra i superbi accenti
In quella parte, ove più Folco altiero
Co' suoi contrasta a le nemiche genti,
Ragionava Georgo al crudo Alcmero:
Io veggio i Turchi in guerreggiare ardenti
Per modo tal, che la vittoria in breve
Per l'eccelso Ottoman sperar si deve.
XXI
Esposti al ferro ed al furor de l'ire
Ecco sul campo i Rodïan son sparsi
Senza riparo; omai fuga, o morire,
E cosa altra di lor non può sperarsi;
E non senza ragion: soverchio ardire
Sì poco stuolo incontra tanti armarsi,
Ben de i duci nel cor virtù s'avanza,
Ma che? tutto non può mortai possanza.
XXII
Però se prova ne lusinga il core,
Onde nostra memoria in pregio saglia,
Quì con la spada in man non perdiam l'ore,
Che se ne corre a fin l'aspra battaglia;
Co' proprj Turchi, singolare onore,
Alcasto fier noi peregrini agguaglia
Sotto l'insegne, e d'Ottoman l'altezza
Non scarsamente i nostri nomi apprezza.
XXIII
Di cotesto arco, ove leggiadro ingegno
Non poco smalto in adornarlo spese,
Ei di sua propria man ti fece degno;
A me di questa spada ei fu cortese;
Su questi detti ad irritar lo sdegno
De i cavalier ne le guerriere imprese
Colà Bostange trascorrea veloce,
Ed in verso quei duo sciolse la voce:
XXIV
Per tutto infra le squadre omai festante
Al ciel de la vittoria il grido ascende,
E quì di fuggitivi hassi sembiante?
Qual entro a' vostri cor viltà s'accende?
Chè non volgete a ben fuggir le piante
Se le ferite a voi sembrano orrende?
L'altissimo Ottoman stendardi spiega
Per chi sua vita a la virtù non nega.
XXV
Udendo Alcmero il ragionar pungente,
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