Maurizio. CANTO XVI. ARGOMENTO. -Desta Megera in Periandro ardire D'ancidere AMEDEO con uno strale; Ma rese van l'iniquo suo desire Angelo eletto, e lo stornò con l'ale: Perciò l'accolto in sen vuol reo martire Disfogar contro lui mostro infernale. Vola in Eden MAURIZIO, e coglie frutto, Onde in vigore è il gran guerrier ridotto.- I Ei così disse: e disparì qual vento Lasciando ivi soletto il gran Guerriero, Che de l'alma beata a i detti intento, Suoi ritorni aspettar facea pensiero; Volgesi intorno, e che di puro argento Da vicin trascorrea dritto sentiero Scorge un ruscello, e per fiorita riva Che verso l'Oriente al mar sen giva. II Mentre che per la via cheto s'affretta Dipartesi in tre rami, ed un verdeggia Sì come è verde in su quel suol l'erbetta, L'altro sì come foco arde e lampeggia; L'acqua del terzo è così bianca e netta, Che par ch'a neve pareggiar si deggia Quando in cima di monte ella discende, Nè scuro turbo in suo cammin l'offende. III Feansi veder su l'una e l'altra sponda Sette pallidi olivi, e sette allori, E quattro palme, cui nudria la fronda Tenor soave di celesti ardori; Nè prendea sorso de la limpida onda, Nè trapassando ingiuriava i fiori, Nè selvaggio animal gonfio di tosco Era unqua cittadin del picciol bosco. IV Ben su l'alto de' rami infra le foglie Mirar si lascia il Pellican benigno, Che cotanto d'amor nel petto accoglie, Ch'ei stesso per amor sel fa sanguigno; Guardando inverso lui canti discioglie, Nè stancar se ne sa candido cigno, E passer solitario a' cari accenti Disposto è sempre e ne raccheta i venti. V Mirabile soggiorno; in lui riposo Ricercando AMEDEO ripose il piede, E di MAURIZIO sopra il dir pensoso Appoggia il fianco ad un bel tronco, e siede; Ma pur su l'erba, e tra le piante ascoso Con lo sguardo infernal Megera il vede, E tra gli orror de la gentil dimora Pensa di far, che nol temendo ei mora. VI Prende fra' Turchi fuggitivi un volo, E dove è Periandro affrena i passi; Era costui di Boristen figliuolo, Supremo arcier fra' popoli Circassi; E gli dicea: se ti percote il duolo De' nostri in guerra sbigottiti e lassi, E dati a morte, e se nel cor disire Ti sfavilla di gloria, odi il mio dire. VII Il grandissimo Duce, al cui furore Il campo d'Ottoman venuto è manco, In quel bosco colà trapassa l'ore Steso su l'erba infievolito e stanco; Or se a vera virtù risvegli il core, Vientene meco, e gli saetta il fianco; Senza risco il farai, ch'ei non attende Piaga nemica, e sonno forse il prende. VIII Brami tu per mercede a tuo diletto Donarsi schiava una gentil donzella, La qual su piume d'amoroso letto Ti sia compagna ne l'età novella? Farò, che tu l'avrai; ma se nel petto Chiudi disio di governar castella, O pur su navi comandar nocchieri, Giuro, che non fian vôti i tuoi pensieri. IX E Periandro rispondeva: è chiaro Quanto la destra d'AMEDEO feroce Fulminasse in battaglia; altro riparo Non fu ver lui, salvo fuggir veloce; Io, s'egli dorme, o se l'invitto acciaro Riposar lascia, ascolterò tua voce, E farò col vigor di questa mano Che mi deggia pregiar l'alto Ottomano. X Premio de l'opra mia non fia ricchezza, Nè con imperio vuò solcare i mari, Nè governar città; mio cor non prezza Il travagliar per disiderj avari; Se mercè mi si dee, cheggio bellezza, Onde ho tormenti, ed i tormenti ho cari, Ed onde afflitto mi consumo in pianto, E pur per lei del lagrimar mi vanto. XI Ella nacque in Bitinia, ed è donzella Per le cui man Sultana usa adornarsi; Chiamasi Barce, e non è turca ancella, Che seco di virtù possa adeguarsi; Dir, ch'ella sia gentil, ch'ella sia bella, Che per lei d'infiniti i cor sieno arsi, È travagliar in van, nessuno il nega; Sì fatto guiderdon per me si prega. XII Ei sì dimostra il suo desire aperto; Ma che sua voglia rimarrà gioiosa Il demon lusingando il rende certo, Indi lo scorge ove AMEDEO riposa; E gli dicea: ben mille volte esperto Fu cotesto arco tuo d'opra famosa, Ma se con esso il gran nemico ancidi, Arco non fia giammai, che non t'invidi. XIII Ecco che da noi volto il tergo espone A strali, l'ora a saettare invita; Trafiggi le dure ossa al fier Campione; Io sarò teco, e porgerotti aita. Come ha detto fin quì, ratto depone La forma, onde al Circasso era apparita L'aspra Megera, ed invisibil torna, Ma pur da presso al buono arcier soggiorna. XIV Ed egli al disparir volve le ciglia A le parti propinque, a le lontane, E scendegli nel cor gran meraviglia Sovra il pensier de l'apparenze strane; Non per tanto di men fidanza piglia Che sian state le voci altro, ch'umane, E fatto lieto a saettar s'accende, E con bramosa man l'arco riprende. XV A gran balena il più duro osso tolse Il buon maestro del guerrier lavoro, Ed in lucida pelle indi l'avvolse D'aspro serpente, e stelleggiolla d'oro; Saetta sì possente iniqua non sciolse Da corda tesa sagittario Moro, Che frale in corso non lasciasse e lenta Lo stral, che da quest'arco il Turco avventa XVI Fu già stagion, che ne la Frigia terra Fecersi ad Agasirto onori altieri, Frequentando la tomba, ove ei si serra Duci in quel Regno per virtù primieri; Spronossi allor per simulata guerra; Assalto di piacer, forti destrieri, Ed in robusta lotta altri sudaro, Ed inverso le mete altri volaro. XVII Ma fra color, ch'esercitar l'ingegno Solean spingendo le saette a volo, Toccò più volte Periandro il segno, E fra cotanti ei vincitor fu solo; Però di sì bello arco il fece degno Anzi il cospetto de l'immenso stuolo La destra d'Ottomano, e per tal pregio Egli appellossi il Sagittario egregio. XVIII E via più che giammai con la man forte Egli il contorce, e con più studio il tende; Seco è Megera, e da le chiome attorte Una disvelle de le serpi orrende, E perchè deggia far piaga di morte Molto di tosco in su la punta spende Del ferro, e ferma ne l'arciero il guardo, Menando smanie, ch'a scoccar sia tardo. XIX Ed ecco scocca, e contra il nobil dorso Venia bramosa la crudel saetta, Se non che 'n aria le travolve il corso De l'Angel d'AMEDEO la guardia eletta, Ben tempestivo al cavalier soccorso; Ma l'empio stral, che per cammin s'affretta, Ronza così, che d'ognintorno gira AMEDEO gli occhi, e quello arciero ei mira. XX Salta rapido in piè, sfodra la spada, Movegli incontro con sembianza altiera. Che tua nobile vita allor non cada, Buon Periandro, il divietò Megera; Ella, mentre AMEDEO corre la strada, L'aer condensa, e d'ombra umida e nera Immantenente il Sagittario involse, E quinci a l'ira d'AMEDEO lo tolse. XXI Quale in campagna cacciator, che infesta Per belle corna capriol ramoso, Pieno di disconforto i passi arresta Se d'occhio il perde infra le selve ascoso; Cotal sen riede a la gentil foresta Sul caso occorso il Cavalier pensoso; Ma rigonfiata d'infernal veneno Dicea Megera nel terribil seno: XXII Che più quì mi travaglio? indarno io spero, Il Ciel mie frodi ed i miei sforzi abbatte; Ei più verso AMEDEO volge il pensiero, Che madre al figlio, cui dispensa il latte; Meglio è ch'io ver colà prenda il sentiero Ove Ottomano i Cristian combatte, E col suo brando a perseguir m'affanni L'odiata gente; indi spiegava i vanni. XXIII Era quivi a mirar come possente Schermo avea fatto il messaggier superno A l'alto Duce, e se ne fe' dolente Leviatàn mostro crudel d'inferno; Nè forte a rifrenar l'impeto ardente, Nè la ria furia de l'orgoglio interno, Con occhio fosco e con sembianze accese Incontro al buon custode a parlar prese: XXIV Alzate i risi, e ricolmate il seno Di giocondo piacer; vostri desiri In questo dì ponno fornirsi appieno: Su, su, vostro trionfo oggi si miri; D'Ottomano il furor tenete a freno, E procurate a' suoi crudi martiri; Il potete adoprar, Dio nol vi nega, Anzi la destra, ed i suoi tuoni impiega. XXV Dianzi ben fur sentiti, e non per tanto Han sì fatto vigor nostri pensieri, Ch'al fin di Rodi miserabil pianto Vuol ragion, che per noi non si disperi; Di questa iniqua gente avremo il vanto, E sì lunge trarremo i lor sentieri Dal sentiero al gran Dio caro e diletto, Che dargli in nostra forza ei fie costretto. XXVI Ed allora in un mar di sangue spento E ne le fiamme di funesto ardore Oh come vendicar questo tormento, Oh come fier vuò consolar queste ore? Gli altari in foco, e del sacrato argento Empieransene i grembi al vincitore, E carchi di catene i lor vestigi Daransi i Sacerdoti a rei servigi. XXVII I primi infanti, nobiltate altiera; Cresciuti in ostro, e le gentil donzelle Piangendo in van la libertà primiera Su strana terra condurransi ancelle; Quivi a caldo desir di gente fiera Esporranno il candor de le mammelle, E con ragion portando invidia a' morti Tra ceppi il mireran gli egri consorti. XXVIII Per simil guisa di Sion sul monte I casi di costor non son famosi? Quando del sommo Dio rivolti a l'onte Piacendo a noi si fero al Cielo odiosi? Quinci de' Saracin fur le man pronte In campi aperti, e su per colli ombrosi A perseguir de la lor fuga il volo, E fur dispersi, e fur sommersi in duolo. XXIX Vide Gierusalem cader sue mura A spessi colpi di nemici acciari, E farsi polve per la fiamma oscura Le torri, di sue turbe alti ripari; Da l'altrui man non fu magion sicura, Preda i sacri tesor, preda gli altari; E s'impressero allor vestigia immonde Del gran Tabor su le famose sponde. XXX Spasimossi ogni cor, non v'ebbe coro, Salvo dolente, e la letizia tacque, E sparse al vento le speranze loro, Stesa per terra la superbia giacque; Le legna loro essi comprar con oro, E bevvero per oro un sorso d'acque, E le ricchezze de la patria sede Videro trasportarsi a strano erede. XXXI Così scacciati da l'amata terra Ebbon rifugio a l'infinite pene Quì dentro, ove AMEDEO feroce in guerra Con la forza del Cielo or li sostiene; Ma poco andrà, nè mia sentenza or erra, Che vinti fuggiran da queste arene, E per noi rubellando a vostra legge Sdegneran Dio, ch'or li difende e regge. XXXII Più non diss'egli, e fe' cotal mirarsi Che turba altrui con la terribil vista, E con fetidi fiati arsi e riarsi Ammorba intorno, e tutta l'aria attrista; L'Angelo nel fulgor di rai cosparsi, Lume che 'n cielo alma beata acquista, Con note e con sembianze alme e gioconde Al perverso Demon così risponde: XXXIII Leviatàn, per lo sentier che pensi I tuoi consorti de l'inferno andranno; Ma pensi tu come a color conviensi, Che d'alcuna bontate arte non sanno; Vostri desir, vostri furori immensi D'avanzarsi per via forza non hanno, Se non v'allenta al piè l'aspra catena La gran destra di Dio che vi raffrena. XXXIV Di quegli antichi dì l'alta vittoria Non è mostro infernal che non rammenti, Ma teco volentier ne fo memoria Per accrescere incendio a' tuoi tormenti; Creati foste a sempiterna gloria De l'aureo Olimpo in su le stelle ardenti, Albergo ove sta Pace in su le porte, Nè vi lascia appressar pianto, nè morte. XXXV Quivi di voi fuor di misura amanti Il capo gonfio di superbia ergeste, Ed i lampi ineffabili, tonanti Armi del gran Monarca, a scherno aveste; Il vostro duce in su gli ardor stellanti Voleva opporsi al Regnator celeste; Volea sì come Dio sue sedi eccelse, Empio ver lui ch'a tanto onor lo scelse. XXXVI Deggioti dir, che del seren le chiare Piagge perdeste? e ch'abbattuti e vinti Foste nel centro giù per entro un mare D'ardor, d'orrore e di fetor sospinti? E se d'abisso ne le pene amare Non giacquer vostri pregi affatto estinti, Certo si religò vostra possanza: Che dunque a voi per far minacce avanza? XXXVII D'aita i Rodïan non fian deserti, Ma quanti spirti han de l'Olimpo i regni A farli franchi ne gli assalti incerti Porranno in prova i mansueti ingegni; In ogni tempo a l'alme lor scoperti Per voi saranno i vostri inganni indegni, E pregherem di Dio l'alta bontate A non gli scompagnar di sua pietate. XXXVIII Forse che de' celesti almi decreti Fia, che nel mondo a torto obblio li prenda, E che ne l'opre rie si faccian lieti Senza prezzar di pentimento emenda; Se schernendo i saldissimi divieti S'indureran ne la malizia orrenda, Allor daransi in man de' suoi nemici Come a ministri de' divin giudici. XXXIX Solo è colpa qua giù del core umano Quando sviato dal cammin superno Al verace suo ben fassi lontano; Malvagio nol può far tutto l'inferno; Ma ne la pena altrui non splende in vano L'alma giustizia del Signor eterno, Che flagellando e tormentando l'empio, A gli altri peccator proponsi essempio. XL Che dunque latri iniquo? onde dal seno Vanamente ti scoppia il tuon de l'ire? Inghiotti le tue rabbie, e mordi il freno, Eterno specchio di sovran martire; Mira ne l'alto, che lo stuol terreno È colà succeduto al tuo gioire, Tu ne l'oscuro Tartaro rimanti, Ove non sa regnare altro che pianti. XLI Mentre così dicea l'alma beata, Piena di gaudio e tutta luce in viso, L'aspro Demon fiero digrigna, e guata Su l'onda e su l'arena il campo anciso; E certo omai, che de la gente amata Sia per volare in Asia un mesto avviso, Forte bestemmia; ivi confuso il lassa, Ed al grande AMEDEO l'Angel sen passa. XLII Era trascorso il buon MAURIZIO intanto Sì spedito per via verso Oriente, Che di velocità perderia vanto Qual cosa più sen va velocemente: Giunse a l'almo giardin noto cotanto Per lo gran caso de la prima gente, In cui per tutti noi cagion di morte Adam porse l'orecchio a sua consorte. XLIII Sul varco eterni messaggieri in mano Avean spada ed ardor; gran meraviglia, Per ciascun piede indi tener lontano; Ma verso lor MAURIZIO a parlar piglia: Non è s'io volo, il mio volare in vano, E caduco pensier non mi consiglia, Anzi vien procacciando il voler mio Alto pregio a la legge alma di Dio. XLIV Ottomano de' Turchi aspro tiranno Rodi combatte; a sue perverse schiere Oggi ne la battaglia incontra stanno Del fedele AMEDEO le forze altiere; Ed egli vinto dal sofferto affanno Vien meno a consumar l'opre guerriere, Però velocemente a voi men vegno Cercando, onde al guerrier porga sostegno. XLV Sì dice, e passa il varco, onde si serra Quell'orto a gli occhi de' mortali ascoso, Quell'orto, che per l'onda e per la terra, E per l'aure del ciel sempre è gioioso; Vedeasi fiume che trascorre ed erra Qual puro elettro per lo campo erboso, Creare uscendo dal giardin giocondo I quattro fiumi celebrati al mondo. XLVI Ed ei soave mormorando intorno Sveglia bell'aura per lo ciel sereno, Sereno sì, ch'a l'immortal soggiorno De' bei raggi del sol non mai vien meno; Ma chi de l'erbe, onde per tutto adorno Verdeggia il prato, narrerebbe a pieno? Vivi smeraldi, nel cui sen cosparsi Veggonsi alberi mille al cielo alzarsi. XLVII Nel mezzo de' bei campi alma sorgea Pianta, pregio ed onor de l'altre piante, Che ne' bei frutti suoi virtù chiudea Da render l'uomo a non morir bastante; Sorgea presso di lei, membranza rea Del primo genitor poco costante, Quella cui di gustar fessi il divieto, Ma fu posto in obblio l'alto decreto. XLVIII Per varj fior tutto s'ingemma il prato, A le cui lodi umano studio è poco, Nè comunque rivolga il carro aurato, Febo ne spoglia il fortunato loco; Vile appo loro il balsamo odorato, Ed appo lor da non fiutarsi il croco, E fieno ombra di fior, tanto fian vinti Uscendo in paragon, nostri giacinti. XLIX Di soave colore altri s'indora, Altri splende ceruleo, altri appar bianco, Ma pur ciascun sì vivamente odora, Che l'umano vigor ne divien franco; Cogliene alquanti, ed in brevissim'ora Torna al guerrier ne le vittorie stanco, E l'esorta MAURIZIO a fornir l'opra, Che caro il rende al gran Signor di sopra. L Nè punto men di quell'odor possente Tutto l'asperge, onde sfavilla il guardo, E ristorato il cor nulla non sente Del sostenuto affanno il piè gagliardo; Con esso in paragon forano lente Orme disciolte di veloce pardo; E tal s'invia dove Ottomano in guerra Più sempre acerbo i Rodiani atterra. FINE DEL CANTO XVI. ANNOTAZIONI AL CANTO XVI. L'argomento postovi dall'Autore dice così: «Nel XVI un Demonio parla con l'Angelo custode d'Amedeo, e dall'Angelo gli si risponde, e si lascia confuso.» Comincia il canto con la descrizione di un luogo amenissimo, in cui è ricoverato Amedeo. Ma il severo Cav. d'Urfè non si lascia vincere dalle delizie poetiche; e rimprovera il Chiabrera nella forma seguente: «Il y a peu d'apparance en la description du lieu qu'Amedee trouve, estant si beau, si delicieux, et tant de beaux arbres et telle quantité d'oyseaux si rares, -n-'y ayant apparance qu'ou les armees si grandes sejournent les lieux soient si bien conservez et le oyseaux si prives.» È censura da non dispregiare. Simil giudizio parmi che si possa pronunziare sopra l'osservazione che siegue; cioè non essere cosa dicevole che nel tempo che gli altri combattono, un Cavaliere sì grande e sì prode, si riposi in ameni boschetti. E vana è la scusa della stanchezza di Amedeo; perciocchè s'egli poteva correre con prestezza dietro all'arciere nemico ch'era venuto di soppiatto a ferirlo con saetta, non era così stracco da non potere andarne al campo, dove la sua presenza doveva essere di momento grandissimo alla vittoria. Finalmente S. Maurizio ch'era ito nel paradiso terrestre a provvedere di che ricreare le forze del Duca, poteva così ristorarlo nel luogo della pugna, come nel bosco dilettoso. La terza ed ultima censura dell'Urfè sul canto XVI sarà qui trascritta letteralmente: «Le (-sic-) discours de l'Ange custode de Rhodes et de Leviatan le demon sont si longs qu'ils tiennent une grande partie de ce chant; et je ne say pourquoy il donne au demon le savoir de prophetiser la peste qui est depuis avenue a Rhodes, veu que les Demons ne savent point les choses futures.» Quanto è della lunghezza de' ragionamenti tra l'Angelo e il Demonio, ha ragione il Censore; formando essi la parte maggiore del canto; e si può vedere dall'argomento qui sopra riferito, che il Chiabrera medesimo in quel dialogo riponeva la somma di questa parte del poema. Non deggio egualmente lodare l'Urfè dell'avere negato che il Demonio potesse predire la peste, che non tardò molto a palesarsi in Rodi. I Teologi concordemente attestano che gli Angeli rubelli, perduta la grazia e la gloria, non perciò rimasero privi del dono dell'intelligenza che conviene agli spiriti. Questa dottrina è notissima, e il proverbio volgare--ne sa più del diavolo--per accennare una somma acutezza d'ingegno, esprime appunto la dottrina delle scuole teologiche. Nè il predire una peste vicina è da dirsi profezia; perchè tal flagello ha le sue cause in disposizioni naturali, che il Demonio conosce meglio e più presto che l'uomo: e quantunque ogni pestilenza si debba riconoscere come un flagello permesso o mandato da Dio a nostra punizione, cotal dottrina verissima non toglie che la causa prossima e materiale non si deggia trovare o nel cattivo nutrimento, o ne' miasmi, o in altre disposizioni sì all'uomo interne, com'esterne; di che lasceremo il discorso a coloro che professano la medicina. N. B. Alla st. 13, v. 6. nella stampa si legge -il Circasso-; è un errore materiale che abbiamo corretto, mettendovi -al Circasso-. Nella st. 24, v. 6 si legge «e procurate a' suoi crudi martiri.» Quel -suoi- è mal collocato, oscurando il senso: -suoi- vuol dire -gli uomini di Ottomano-. Al v. 5 della st. 44 si leggeva -vinto del sofferto affanno-: abbiamo stampato -dal- per maggior chiarezza, ed anco esattezza. CANTO XVII. ARGOMENTO. -Rompe le fila de' cristiani armati, Ed opre Ottoman fa d'alto valore; De' Saracini stan le Furie a' lati, E van crescendo a' colpi lor vigore, Nè minor prova i cavalier crociati Fanno dell'armi nel marziale ardore; Chè Folco, e Astor Baglione in varj modi Vanno allori cogliendo a pro di Rodi.- I Già spento il campo, o per fuggir disciolto Stato saria; ma ne la sorte rea Che 'n ritonda battaglia ei fosse volto Il saggio Folco comandato avea; In cotal guisa raggirando il volto Con lunghissime picche ei difendea Per la vittoria a l'inimico i varchi, Esposto solo al tempestar de gli archi. II Tre fiate Ottoman con man ferrata Di fulgida asta il corridor sospinge, E tre fiate quella selva armata D'acutissimo ferro il risospinge; Quivi Aletto di rabbia arsa infocata Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge, I metalli sì folti ella dirada, Ed egli corse ed occupò la strada. II Allenta il freno, e su le turbe spente Del rapido destrier punge la pancia, Ed al guardo de' popoli fremente Mostra la punta de l'orribil lancia; Ora de' Rodian tronca la gente, Or d'Italia, or di Spagna, ora di Francia, E pieno il cor d'inestinguibile ira Cento braccia a lor morte ei si disira. IV Nato in Narbona il buon Danese ancide Piagato in fronte, indi Gusmano atterra; L'ampia Siviglia il crebbe; ei gli recide Le ciglia e gli occhi in tetro orror gli serra; Grison, cui par Sebeto unqua non vide In maneggiar corsieri incliti in guerra, Lacerato le fauci anco trabocca, E sangue e denti gli cadean di bocca. V A l'Anguisciola altier rifulse in vano Il biondo crin per impetrar salute, Nè per Baldi fermar l'orrida mano Le lunghissime chiome omai canute; Scannati entrambo insanguinaro il piano. Sospirò di colui l'alta virtute Piacenza in riva il Po, l'ermo Appennino Pianse costui là, 've s'estolle Urbino. VI E gridava Ottomano: ite, mal nati, Ove celebra Amor dolci imenei; Ite sparsi di fior, d'ambra odorati, A giocar canne, a passeggiar tornei; Non son per vostra man brandi affilati, Nè sanguinosi acciar; vostri trofei Sono in danza apparir con chiome attorte; Quì conviensi incontrar piaghe di morte. VII Così gridando in su l'arcion sen vola Riarsa di furor l'alma sdegnosa, E ne la man, che tante vite invola, L'acerbissima lancia unqua non posa; Tratta appena egli l'ha da l'altrui gola, Che 'n fondo a l'altrui petto ei l'ha nascosa; E su monti d'estinti e di feriti Saltando il buon destrier spande i nitriti. VIII Crolla gli orridi crini e i passi volve Con guardi accesi calpestando intorno Sì ch'omai carco di sanguigna polve Le gemme oscura, onde fiammeggia adorno; Godene Aletto, e di fulgor l'involve Torbidamente, e seco fa soggiorno Fremendo, urlando, e diffondendo a' venti, Suono infernal di spaventosi accenti. IX Etna s'avvampa da la tomba oscura Sembrò 'l rimbombo che dal mostro usciva, Mugghionne il monte, ne tremar le mura, Scossesi il suol de la marina riva; Quì palpitante di percossa dura Agaffino sul suol già si moriva, Molle e tinto di sangue e petto e chiome, Pregio non scuro de' Solari al nome. X Nacque in Piemonte, e presso il Po, là dove Volve non grande ancor la nobile onda, Comandava a Moretta, onde non move Vaga di sì bel pian Cerere bionda; Ma disioso d'onorate prove Si tolse a l'ozio de la patria sponda A ciò che fra' mortali oblio nol copra, E comprò gloria con mirabile opra. XI Magnanimo garzon l'angoscia vinse De l'aspre piaghe, e raccogliendo in seno I fuggitivi spirti un'asta strinse Col vigor de la man, che venia meno, Ottoman passa, ed ei l'acciar sospinse Nel ventre al corridor; pon sul terreno Tosto le piante il fier tiranno e rugge, Ma dal buon vincitor l'alma sen fugge. XII Scorse la prova di virtù ben chiara E di memoria singolar ben degna Ercole Pio, che la gentil Ferrara Diede di Rodi a la sacrata insegna: Ed onde meglio a guerreggiar s'impara? O chi valor più vivamente insegna? Volto al fiero Guglielmo ei sì favella, Che Modenese de Rangon s'appella. XIII Ed ei: se morto omai fece ritorno A' duri assalti, ed illustrò sua fede, Qual non sarà per noi picciolo scorno Ove da' rischi si ritiri il piede? Oh d'un sì fatto ardir mio nome adorno Vada volando a la paterna sede, Sì che talor membrando armi e furori Con meraviglia il cittadin m'onori. XIV Sì dice; e sparso d'ardimento il ciglio Contra l'empio nemico il petto accende, Lento non più che volator smeriglio Che su drappel d'alodolette scende; Nè meno ogni altro nel mortal periglio Porge a vicenda i belli essempi e prende: Anzi a la patria procacciando aiuto Timassarco movea benchè canuto. XV Ben del vecchione altier l'aspro sembiante Seco ha stranio terror, ma le ferite Non san poscia onorar la man tremante, Ch'aria piagando se ne van smarrite; Pur fermando in sul suol salde le piante Solleva giù dal cor parole ardite, E dice ad un ch'a lui vicino è fermo, Ed era lume del real Palermo: XVI Fu Valguarnera, ei con faretra al tergo Arco tendea, che formidabil suona, E spingea stral, cui non reggeva usbergo; A costui Timassarco alto ragiona: Se la virtù, c'ha nel tuo core albergo Felicità di stral non abbandona, Sì che trabocchi il gran nemico a terra, È tua la palma di sì nobil guerra. XVII Che dunque badi? e quei risponde ardito: Tre dardi ho spinti i più crudeli e fieri, Ma fu da tutti il mio pensier tradito; Di questo quarto non so ben, che io speri; Così dicendo fa volar spedito Quadrel non vile infra maestri arcieri; Ei ratto andava ad Ottoman nel petto Ma s'interpose e traviollo Aletto. XVIII In quel momento formidabil voci L'orride squadre d'Acheronte alzaro, E dal soccorso lor fatti feroci I Turchi al fine il Rodian sforzaro; Per l'abbattute picche entrar veloci Lasciando gli archi, ed impugnar l'acciaro Con forte man de le ritorte spade, E piagando correan per varie strade. XIX Alto crollando de le piume sparte I gran cimier su la velata testa Bostange, Alcasto, e 'l non minor Giassarte D'uccider mai, mai di ferir non resta; E quinci appar di sanguinoso Marte Più crudele sembianza e più funesta, Di ferri scossi più terribil suono Più minacciar, più dimandar perdono. XX Tra' ferri intanto, e ne l'incendio fiero De i cor sdegnosi, e tra i superbi accenti In quella parte, ove più Folco altiero Co' suoi contrasta a le nemiche genti, Ragionava Georgo al crudo Alcmero: Io veggio i Turchi in guerreggiare ardenti Per modo tal, che la vittoria in breve Per l'eccelso Ottoman sperar si deve. XXI Esposti al ferro ed al furor de l'ire Ecco sul campo i Rodïan son sparsi Senza riparo; omai fuga, o morire, E cosa altra di lor non può sperarsi; E non senza ragion: soverchio ardire Sì poco stuolo incontra tanti armarsi, Ben de i duci nel cor virtù s'avanza, Ma che? tutto non può mortai possanza. XXII Però se prova ne lusinga il core, Onde nostra memoria in pregio saglia, Quì con la spada in man non perdiam l'ore, Che se ne corre a fin l'aspra battaglia; Co' proprj Turchi, singolare onore, Alcasto fier noi peregrini agguaglia Sotto l'insegne, e d'Ottoman l'altezza Non scarsamente i nostri nomi apprezza. XXIII Di cotesto arco, ove leggiadro ingegno Non poco smalto in adornarlo spese, Ei di sua propria man ti fece degno; A me di questa spada ei fu cortese; Su questi detti ad irritar lo sdegno De i cavalier ne le guerriere imprese Colà Bostange trascorrea veloce, Ed in verso quei duo sciolse la voce: XXIV Per tutto infra le squadre omai festante Al ciel de la vittoria il grido ascende, E quì di fuggitivi hassi sembiante? Qual entro a' vostri cor viltà s'accende? Chè non volgete a ben fuggir le piante Se le ferite a voi sembrano orrende? L'altissimo Ottoman stendardi spiega Per chi sua vita a la virtù non nega. XXV Udendo Alcmero il ragionar pungente, . 1 2 3 4 5 . 6 7 8 . 9 10 - 11 ' ; 12 ' 13 , ' : 14 ' 15 . 16 , , 17 . - 18 19 20 21 22 : 23 , 24 ' , 25 ; 26 , 27 28 , 29 ' . 30 31 32 33 34 ' 35 , 36 ' , 37 ' ; 38 ' , 39 ' 40 , 41 ' . 42 43 44 45 46 ' ' 47 , , 48 , 49 ; 50 , 51 , 52 53 . 54 55 56 57 58 ' ' 59 , 60 ' , 61 ' ; 62 , 63 , 64 ' 65 . 66 67 68 69 70 ; 71 , 72 73 , ; 74 ' , 75 , 76 77 , . 78 79 80 81 82 ' , 83 ; 84 , 85 ' ; 86 : 87 ' , 88 , 89 , . 90 91 92 93 94 , 95 ' , 96 ' 97 ' ; 98 , 99 , ; 100 , ' 101 , . 102 103 104 105 106 107 , 108 ' 109 ' ? 110 , ' ; 111 , 112 , 113 , . 114 115 116 117 118 : 119 ' 120 ; 121 , ; 122 , ' , ' 123 , , 124 125 ' . 126 127 128 129 130 ' , 131 , 132 ; 133 ; 134 , , 135 , , 136 , 137 . 138 139 140 141 142 , 143 ; 144 , , 145 ; 146 , ' , ' , 147 ' , 148 , ; 149 . 150 151 152 153 154 ; 155 156 , 157 ; 158 : 159 ' , 160 , 161 , ' . 162 163 164 165 166 167 , ' ; 168 ; 169 , . 170 , 171 , 172 ' , , 173 . 174 175 176 177 178 179 , , 180 181 ' ; 182 183 , ' , 184 ' , 185 ' . 186 187 188 189 190 191 , 192 ' 193 ' , ' ; 194 195 , 196 197 , ' 198 199 200 201 202 , 203 , 204 , 205 ; 206 ; 207 , , 208 , 209 . 210 211 212 213 214 , ' ' 215 , 216 , 217 ; 218 219 ' 220 ' , 221 . 222 223 224 225 226 227 , ; 228 , 229 , 230 231 232 , ' , 233 , ' . 234 235 236 237 238 , 239 , 240 ' 241 ' ' , 242 ; 243 ' , ' , 244 , ' 245 , . 246 247 248 249 250 , , 251 . 252 , 253 , ; 254 , , 255 ' , ' 256 , 257 ' ' . 258 259 260 261 262 , 263 , 264 265 ' ; 266 267 ; 268 ' 269 : 270 271 272 273 274 ? , 275 ; 276 , 277 , ; 278 ' 279 , 280 ' 281 ' ; . 282 283 284 285 286 287 288 ' , ' 289 ' ; 290 ' , 291 ' , 292 293 : 294 295 296 297 298 , 299 ; 300 : 301 , , ; 302 ' , 303 ' ; 304 , , 305 , . 306 307 308 309 310 , 311 , 312 ' 313 , ; 314 , 315 316 , 317 . 318 319 320 321 322 323 324 , 325 ? 326 , 327 , 328 329 . 330 331 332 333 334 , ; 335 , 336 337 ; 338 339 , 340 ' 341 . 342 343 344 345 346 347 ? 348 ' 349 ? 350 ' 351 , 352 , 353 , . 354 355 356 357 358 359 , 360 361 , ; 362 ' , 363 , ; 364 ' 365 . 366 367 368 369 370 , ' , 371 , , 372 , 373 ; 374 , 375 ' , 376 377 . 378 379 380 381 382 ' 383 ' 384 , 385 ; 386 , , 387 , 388 389 , ' . 390 391 392 393 394 ' , ' 395 , 396 397 , ' ; 398 ' , 399 ' , 400 401 : 402 403 404 405 406 , 407 ' ; 408 , 409 ' ; 410 , 411 ' , 412 ' ' 413 . 414 415 416 417 418 ' 419 , 420 421 ' ; 422 423 ' , 424 , 425 , . 426 427 428 429 430 431 , 432 , 433 , ; 434 435 ; 436 , 437 ' . 438 439 440 441 442 , 443 ? 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