Molte non manco che per l'aria scerne Con destri salti il cavalier ne scherne. XV Sì da gli strali e da le spade aita Cercano indarno, e 'n trascorrendo il piano Col gran ferro divin toglie di vita Olfan, Zulemo, Beregir, Giorano, Giaffer, Pirgo, Azamor; quinci smarrita Fugge la turba la terribil mano, E fatta al suono de le trombe sorda, Nè di fè, nè d'onor non si ricorda. XVI Qual s'orba tigre a le caucasee sponde Le gregge affronta, o là vicino al Gange Empia col morso, empia con l'unghie immonde Mille gole apre e mille fianchi frange; Rimugghiano le selve alte e profonde A l'atro scempio e 'l pastorel ne piange; Sangue intanto funesta ampio la terra, Tal feroce AMEDEO s'inaspra in guerra. XVII Sparso intorno di lampi e di fulgori Vibra ne i petti altrui l'arme lucenti, Crudo a mirar, come leon, che fuori Dal chiuso vien de i lacerati armenti; Versa dai torbidi occhi aspri furori, Divampa, freme, alto dibatte i denti, E de la vita il don contende e niega, E tronca le man giunte, onde altri il prega. XVIII Quinci di Turacan su quello instante Mal sommersa in terror fugge ogni schiera; E quando ad altro oprar non è bastante, Lor fassi scorta inverso il mar Megera; Mettesi in mente quella turba errante Por su le navi, e sì camparla spera; Ma non per tanto con volubil piede A non molti AMEDEO fuggir concede. XIX Aspro in valore ed in furor s'avanza, Nè punto allenta la mortal battaglia, Anzi di tuono ardente a la sembianza Vince l'anima altrui pria che l'assaglia, Tal soggiogando in guerra ogni possanza Fende le lucide armi, i corpi taglia, Infrange l'ossa, e d'atro sangue involto Calca de gli atterrati il petto e 'l volto. XX Sì dietro a i vinti egli sen corre a volo Pure a le piaghe, ed a gli strazj intento. Ivi fra tanti insanguinava il suolo Usucassano impallidito e spento; E sovra lui, come sommerso in duolo, Innalzava un demon strano lamento, Lamento tal, quale a demon conviene, E bestemmiando inacerbia sue pene. XXI Scorgelo un altro de lo stuolo inferno, E gridava ver lui con guardi irati: Asmodeo sì possente, or che discerno? Ove lasci sepolti i pregi usati? Fassi in guerra di Turchi aspro governo, E tu quì piangi neghittoso e guati? Nè per salute lor svegli l'ingegno? Ora è ciò prova d'infernal disdegno? XXII Io, benchè indarno procurar vittoria Oggi mai possa d'Ottomano a l'armi, Vuò tal de l'opre mie lasciar memoria, Che Lucifero almen deggia lodarmi, Gli risponde Asmodeo; s'odi l'istoria Ond'io contristo il cor, non che biasmarmi, Anzi compiangerai, s'oggi quì piango, Di sì caro desir privo rimango. XXIII Quì tacque, e dicea poi: di gemme e d'ori Fa ben superba in Caria i suoi soggiorni Carme, ch'accende co' begli occhi i cori, Nè men gli accende co' sembianti adorni; Costei fra le delizie e fra gli amori Trasse de la sua vita i primi giorni, E sormontando a la più salda etate, Sempre fu liberal di sua beltate. XXIV Di tutto ciò ch'a medicare il volto Per arte femminile ha maggior vanti Ella ebbe il fior ne le sue man raccolto, Piacevole esca per novelli amanti; Nè di ciò ben contenta, il pensier volto Le vidi ad opre de gli occulti incanti, E quivi io me l'offersi, ed in più modi Fei serva sua bellezza a le mie frodi. XXV Ove ella disiommi, al primo detto De gli scongiuri suoi pronto volai, E poi dentro aureo anel quasi costretto Or le diedi risposta, or le parlai; Per modo alfin la soggiogai, che 'l petto Senza incendio d'amor non fu giammai, Ed invogliata di desir perversi Entro un mar di lascivia io la sommersi. XXVI Volsersi gli anni, ed al natio paese Un suo figliastro ritornò d'essiglio, Forte in campo d'amor ne le contese, Vivace il guardo, il volto avea vermiglio; Veder d'ambedue lor l'anime accese A me sembrava non vulgar consiglio; Lei mossi, ed a lui contra ella s'accinse, E lusingando finalmente il vinse. XXVII Mentre gioconda e consolata appieno Volgea la vita in dilettevol sorte, Grave spavento contristolle il seno Oltraggiando ad ogn'or tanto il consorte; Ma breve fu, ch'ella temprò veneno, E glielo porse, e lo condusse a morte; Femmina al mondo d'ardimenti egregi E degna che fra noi sempre si pregi. XXVIII Posta in sua libertà via più s'accende, E salvo che diletti, altro non pensa; Infra giochi, e fra danze il giorno spende, E fra vin generosi a nobil mensa, Ma l'ore che nel ciel Febo non splende Fra delizie più care ella dispensa; Sì fatte leggi io prescriveva a Carme, Quando Ottoman sonò la tromba a l'arme. XXIX Sotto l'insegne del signor feroce La fiera gioventù mosse le piante, Nè fra 'l comune ardor manco veloce Volle mostrarsi di costei l'amante; Ella percossa di cordoglio atroce Sparse caldi sospir, cangiò sembiante, Stracciò le chiome d'or con dura mano, Fece preghi e lamenti, e tutto in vano. XXX Poichè piegar non valse i rei pensieri Troppo ostinati a la crudel partita, Mi scongiurò, che tra' Rodian guerrieri Prendessi a guardia così nobil vita; Io gliene diedi fè. Duci, nocchieri Godono il vento ch'a partire invita; Giungesi in Rodi, e quì fra tanti ancisi Vivo lo conservai, come promisi. XXXI Ma poco dianzi, quasi ria tempesta, AMEDEO forte a nostri danni è sorto, E per entro la strage atra e funesta Il mio fedel, come tu vedi, è morto. Non mi dannar s'io fremo; in questa testa Per me si perde non leggier conforto, Così pronto e veloce ei trascorrea Ad ogni atrocità, quando il movea. XXXII E forse lei, che di costui fia priva Incontra me s'infiammerà di sdegno, E de' consigli miei venuta schiva Ad opre oneste volgerà l'ingegno: Ah pera il dì, che su la Rodia riva Ottoman venne a dilatar suo regno, Sì dicea con parole aspre e dogliose A Belial; ma Belial rispose: XXXIII E che sento io? che di tua bocca ascolto? Quale è tuo cor, chè sì trascorre ed erra? Devesi altri turbar poco, nè molto Quando un guerreggiator trabocca in guerra? Il tuo fedel, che da la vita è tolto, Pur nostro servo ne riman sotterra Sposto a le fiamme eterne ed a i martiri; Or non son questi alfin nostri desiri? XXXIV Carme tosto saprà torsi ai tormenti, E nudrendo nel cor novella arsura Diverrà vaga d'amator viventi Schernendo di costui la sepoltura; In van teco vaneggi, in van paventi, L'impudicizia sua troppo è secura; Se co' stimoli tuoi punto la desti, Farai caderla in più malvagi incesti. XXXV Or le memorie lor copri d'obblio; Ed incontro al valor de i campi avversi Aggiungi i tuoi furori al furor mio A pro de' Turchi, che sen van dispersi. Megera di salvarli ebbe disio, E verso l'Oceano hagli conversi; Ma per la fuga lor, come si vede, L'orribile AMEDEO non ferma il piede. XXXVI Su, movi, e dispieghiamo ali leggiere Là 've stan d'Ottoman legni infiniti, Ed a raccor le fuggitive schiere Lievi battelli raduniamo a i liti. Così sen vanno; in tanto aste e bandiere, Torme di cavalier spenti e feriti Cadean sul piano, e si vedeano in corso Molti destrier senza rettor sul dorso. XXXVII Più nulla tromba con la voce orrenda L'aria dintorno altieramente scuote; E perchè de le turbe il cor s'accenda Gli aspri tamburi nulla man percote. Gridano i duci; ma non è ch'attenda Alcun guerriero a l'animose note; I cor tremanti, impalliditi i volti, E son tutti a la fuga i piè rivolti. XXXVIII In questo punto, ch'a la turca gente Di sua salute ogni sentier si toglie, Scorge Megera, e giù nel cor dolente Più sdegno cresce, e più furor raccoglie; Per le spumose labbra un mugghio ardente Dal petto arrabbiatissimo discioglie, E da lo sguardo spaventoso e fosco Schizzano gli occhi immedicabil tosco. XXXIX Ponsi le mani in su la testa e forte Straccia le serpi, che rigonfie ed empie Fischiano d'ira; ed in più groppi attorte Armano il crin de l'infocate tempie; Pensa de' Turchi a divietar la morte, Ma non ben de' pensieri alcun s'adempie; Fra tanti rifiutati al fin solo uno Al fierissimo cor sembra opportuno. XL Ella sul campo, ove l'eccelse prove Son d'AMEDEO, tutto di nebbia involve, E sveglia vento procelloso e move In contra il gran Campion nembi di polve; Qual se per giogo alpin grandina e piove, E l'aria in neve aspro aquilon risolve, Vinto per via da la brumal tempesta, Chiudendo gli occhi, il peregrin s'arresta. XLI In tal modo il guerrier ferma le piante Intenebrato da la sparsa arena, E da le tante piaghe e da le tante Morti la destra, ed il fier brando affrena; Ma la furia infernal cangiò sembiante, E stretta intorno a se l'aria serena, Quasi di corpo uman si ricoperse, E quale è Megapente, altrui s'offerse. XLII Costui sul Gange in India ebbe gran pregi, E di bugiarda santità fu chiaro E sen fuggì, perch'annunziando a' regi La lor malvagità, forte l'odiaro; Quinci trattò di Ponto i duci egregi, Ed a la fine in Caria ebbe riparo, Donde movendo le velate antenne Con gli esserciti a Rodi egli sen venne. XLIII Quì fatto singolar d'alto sapere, Le glorie sue presso ciascun son note; Costui simiglia il mostro, e tra le schiere Del morto Turacan trova il nipote; Giovin superbo, che le chiome ha nere, E che di negro pelo empie le gote, E ch'orgoglioso, e che soverchio osando Non tende l'arco, e non si cinge il brando. XLIV Sol fra le turbe e fra l'orror di Marte Con fulgida bipenne entra in battaglia, Che parte punge orribilmente, parte Con sottil filo orribilmente taglia; Sparso il ferro è di fregi e tale è l'arte Che d'altre arme il lavor non gli s'agguaglia; Era il manico avorio, e 'n varj modi Ben stelleggiato di dorati chiodi. XLV A sì fatto guerrier fassi d'appresso L'atra Megera, e gli dicea: Tirinto, In questo giorno da l'infamia oppresso Il nostro pregio rimarrassi estinto. Io mi credea, che 'l Rodïan concesso A noi fosse oggi incatenato e vinto, E con le turbe lor spente e mal vive Saldare il danno de le patrie rive. XLVI Ma noi fuggiamo, e femminil spavento N'empie le vene, e tutto il cor n'agghiaccia; Or dove dileguò nostro ardimento? Non abbiam spirto in sen? non abbiam braccia? Mira la forza de l'orribil vento, Ch'al nemico crudel percote in faccia, È soccorso del ciel; stringiam la spada, Ed apriamo a vittoria omai la strada. XLVII Così gli disse, e rinfrescogli in petto La rimembranza de l'usato ardire, Onde il prese di guerra alto diletto, E d'acerba vendetta ebbe disire. Già tutto sparso di furor l'aspetto Dentro le ciglia ha le minacce e l'ire, Gonfio di lena il fianco, il piè non tardo, E 'l polso de le man via più gagliardo. XLVIII Per cotal guisa indomito, focoso Verso Tersandro a lui vicin favella, Tersandro d'Atalanta amato sposo, Al già fier Turacan sola sorella; Quel, che da gli occhi nostri or s'è nascoso L'indiano Megapente in van s'appella; Egli è messaggio sovrauman, chè tali Non si movono andando i piè mortali. XLIX Ed io repente a le sue voci acceso Sentomi franco, ed ho guerriero il core, E l'usato vigor non m'è conteso, Anzi a la destra mia cresce il valore. Gli risponde Tersandro: hai ben compreso; Anch'io di me medesmo or son maggiore, Ho le piante leggiere, il braccio ho saldo, E via più che l'usato il petto è caldo. L Proviamci a l'armi, e d'acquistar si tenti L'alta vittoria ad Ottoman dovuta; Non disperiam, che tra l'armate genti De la guerra il tenor spesso si muta. Udendo il cavalier sì fatti accenti, Nessun periglio di morir rifiuta, Vago de l'opre e de gli essempi altieri, Cotanto arde Megera i suoi pensieri. LI Ed ella vola, e suoi veneni spande Fra le turbe oggimai senza possanza, Che rivolte a fuggir per varie bande, Solo han posta ne i piè la lor speranza; Ciascun la spada d'AMEDEO sì grande, Ciascun volge in pensier l'alta sembianza De l'orribile Eroe, quando li trova Il mostro inferno, e rinfrancargli prova. LII Parla a Cefiso, a Foroneo ragiona, Agita Trasimede, agita Eurota; Gente, che di valor porta corona, E che del duce morto era devota: Deh come è, che virtù sì n'abbandona? Come è, che 'l nostro acciar più non percota? Squadra di premi e d'ogni onor ben degna, De le vostre minacce or vi sovvegna. LIII Quando di Caria si sciogliean le sarte, Rodi a le vostre destre era vil guerra, Per le labbra di voi le voci sparte Volean d'Europa soggiogar la terra; Italia, Roma, il popolo di Marte, Ciò, che da' sette colli entro si serra Allor si riponeva in fiamme e 'n pianti, Ed ora in lungo obblio son posti i vanti? LIV Perchè non sento quì l'altiere voci, E non rimiro le sembianze istesse? Rimembrate quei dì tanto feroci; Io dimando ora a voi vostre promesse. Per questi gridi divenute atroci Le turbe dianzi da viltate oppresse Stringonsi vivamente a le lor scorte, Da se sgombrando il vil pensier di morte. LV Qual fieri lupi entro selvaggia sponda, In cui fer scempio di lanoso armento, Sen vanno addrappellati, ove bella onda Spande con mormorio fonte d'argento; Orribil vista! d'atro sangue gronda L'ingorda bocca, e ne rosseggia il mento, Ardono gli occhi, e l'arator lontano Guarda tremante; egli bestemmia in vano. LVI Cotal moveano, e con sembianze orrende Ciascun per gli occhi sfavillava d'ira; Ma dal gran seggio, ove immortai risplende Il sempiterno Creator sel mira, Nè pria col cenno a comandarlo prende, Che il turbo inferno più quà giù non spira, E sul mosso terren posa l'arena, E l'aria per lo ciel fassi serena. LVII Ed ecco in alto un fiammeggiar profondo Correa di tuoni orribile infinito; Traggo al rimbombo l'Ocean dal fondo De gli antri spaziosi ampio muggito; Tutto si scuote il ciel, si scuote il mondo, Si scuote infra gli abissi il gran Cocito; Ed orrendo AMEDEO spegne e minaccia Il campo avverso, e ne la fuga il caccia. FINE DEL CANTO XIII. ANNOTAZIONI AL CANTO XIII. «Nel XIII. si continua di narrare la battaglia.» In queste pochissime parole strinse il Chiabrera l'argomento del Canto. Il cavaliere d'Urfè nota in primo luogo, che non doveva il Poeta far combattere i due eserciti, quanto si stendono quasi due canti--sans qu'Amedee y soit.--Questo difetto sarà stato nel MS; ma non è nella stampa; dove il verso 3 della st. I ci rappresenta -Amedeo- che si -travaglia in armi-; e nella st. 5 il veggiamo ferire a morte uno de' turchi più. valenti, nominato -Mustafà-. Che anzi il critico stesso, dimenticando ciò che dianzi avea detto, ripete l'osservazione già fatta ne' canti precedenti «que tous les combats d'Amedee sont commancez et finis d'un seul coup» Se non che allora così scrisse generalmente di tutti gli scontri d'un guerriero contro dell'altro; e qui rinnova la querela in modo speciale per Amedeo. A dire il vero, non può negarsi che i singolari combattimenti descritti dal Tasso con tanta varietà di avvolgimenti e di ferite, non sieno spettacolo più bello e più gradito che non i colpi mortali del Duca di Savoja; ma si potrebbe dire non meno, che l'Autore della Gerusalemme trasportò in Palestina e tra' combattenti le finte pugne delle giostre che vedeva in Ferrara alla corte degli Estensi. Assai ragionevole mi sembra un'altra obbiezione del critico; ed è quella che cade sopra le stanze 20. 21. e seg.: »Le discours d'Asmodee est (leg. -et-) de Belial seroit plus propre d'estre omis, parce qu'il ne sert de rien au poeme et sinon a faire parler des demons, qui ne sont que trop ordinaires en cet oeuvre, et mesmes qu'ils ne doivent iamais estre represantez que pour chose entierement necessaire.» CANTO XIV. ARGOMENTO. -Reina a Coleo, i suoi guida Anacarsi, In favor d'Ottomano, all'alta impresa: Quì fatta amante osò di vezzi armarsi, E al core d'AMEDEO far dolce offesa; Ma le lusinghe e i vezzi furon scarsi, E al core d'AMEDEO fece difesa L'alma grazia del Dio che lo seconda; Però la stolta si affondò nell'onda.- I Mentre più sempre a le terribil prove Vibrando l'armi il gran Guerrier s'accende, Ognor d'anime turche un nembo piove Giù ne l'abisso intra le fiamme orrende. Sì fatto strazio a riguardar commove Tutto l'inferno, e meraviglia il prende; E Tesifone ria chiaro argomenta Mal d'Ottoman per quella turba spenta. II Dice il demon: corsi già son duo mesi Che forte a Rodi si guerreggia intorno, E de' Turchi fra noi veggio discesi Più che 'n tutti quei tempi in questo giorno; Or da qual asta i Cristian difesi Son colà su, ch'ad Ottoman fan scorno Sì feramente? ed han la man sì forte Che le falangi sue traggono a morte? III Dunque fia ver, come diceva Aletto, Ch'a prò di Rodi il Correttor superno Aggia per la vittoria un duce eletto? E costui fa de' Turchi un tal governo? Vederlo io vuò; quinci riarsa il petto E gonfia di furor lascia l'inferno, E vien de l'aria a contristare il lume, E sopra Rodi al fin ferma le piume. IV Vede colà, nè senza sdegno il vede, Del sangue turco rosseggiare il piano, E che tremando rivolgeva il piede Da l'invitto AMEDEO ciascun lontano; Ella n'arrabbia, ed a tentar si diede Come quel scempio ella non vegga in vano; Ed ecco da vicin visto le venne Piegarsi in porto più velate antenne. V Eran dodici prore, altieri legni, Tutte di smalti variate e d'ori, In cui vegghiando più famosi ingegni Impressero d'avorio almi lavori; Quivi di Colco abbandonati i regni Son mille scelti infra guerrier migliori Che a fatica di Marte usino armarsi, E la Reina lor detta Anacarsi. VI Costei già di Caffà tra le foreste Si spose a morte; ivi salvò la vita Perchè da l'unghie de le belve infeste, Mirabil cosa a dir, fu reverita; Questa salute sua grazia celeste Si reputò, come ella fu sentita; E parto tanto singolar nutrire In cor di nobile uom sorse desire. VII Quinci cresceasi, e con paterna cura Ne la città; ma non rivolse a pena Dieci anni il Sol, ch'ella a ciascun si fura, E tra solinghi boschi il viver mena, Tutta gioconda ivi le membra indura Sotto freddo rigor d'aria serena, E sempre che da l'alto il mondo accese La gran lampa di Febo in gioco il prese. VIII Era suo studio travagliare in corso Per silvestre cammin cerva leggiera E cerviero atterrare, e piagare orso, Terror de' boschi, non fallace arciera; E de l'orride spoglie ornava il dorso, E quasi di trofeo ne giva altiera, Nè men per l'ampie valli era possente A soggiogar notando ogni torrente. IX Per tal modo se stessa ella consiglia Passar nascosta la fiorita etate; Ma s'alcun la mirò, che meraviglia In raccontar di lei l'alma beltate! Di quì mossa la Fama un volo piglia E narra l'eccellenze altrui celate, E tanto de la donna i pregi spande, Che varco le s'aperse a venir grande. X A' popoli di Colco il fren reggea Autumedon ne le stagioni istesse, E per moglie al figliuol, che solo avea, Donna cotanto celebrata elesse; Dunque fra l'erme balze in che vivea Spedì messaggi e suo desiro espresse. Tosto Anacarsi a quel pregar s'inclina, Colpa stimando il non si far reina: XI Pronta mettesi in strada, e quando omai Era al seggio real lunge non molto Udì, come del Sol perdendo i rai Il promesso consorte era sepolto; Non sbigottissi, anzi sforzando i guai Del vecchio Autumedon s'offerse al volto; Ed ei vistala tal fece disegno Di dirla erede, e di lasciarle il regno. XII Nè fu pentito; ebbe Anacarsi in mano Quinci lo scettro, e con sì gran valore Il resse poi, che sofferirlo strano Non parve a Colco, anzi gli parve onore. Di sua real virtù presso e lontano Si sparse grido, e n'infiammaro il core D'ardentissimo amor principi e regi; Ma si voltò di castitate a i pregi. XIII Sdegnò compagni, e solitario letto Era suo voto; i giusti altrui pensieri Onorar con mercede ebbe diletto, E mostrava al malvagio atti severi; Sovente armava di corazza il petto, Ed ergeva su l'elmo alti cimieri, E tra le squadre de' nemici sparte Vibrò vittoriosa asta di Marte. XIV Sì fatta donna a navigar si mosse Per approdar la Rodïana foce Sì perchè brama il fiero cor commosse Di farsi nota ad Ottoman feroce, Sì che le piaggie sue spesso percosse La gente altiera da la bianca Croce, La qual veggendo a le vendette esposta, Di profondarla in duol s'era disposta. XV Però da' suoi guerrier tolta ogni posa, Scender li fea su l'arenosa riva. Ed ecco che fremente, impetuosa La perversa Tesifone appariva; Da la forma de' manti, onde è pomposa, E da le note, che formarla udiva, Che vien nemica a' Cristian comprende, Onde umane sembianze il mostro prende. XVI E così le dicea: Regia donzella, Che d'ogni sommo Re vinci la gloria, Se quì tu vieni a sanguinar quadrella, Oh quale al mondo lascerai memoria! Già su la gente di Macon rubella Ottien quasi Ottoman piena vittoria, Mostrando suo valor sotto le mura, Ma lungo il mare i Turchi hanno sventura. XVII Quivi un solo guerrier può tanto avanti, Che nostri stuoli ha dissipati e sparsi; Se tu domi costui, sovra i tuoi vanti Non ha certo Ottoman di che vantarsi. Rasserena i magnanimi sembianti Di novello splendor l'alta Anacarsi, E fa le ciglia di più rai gioconde Quasi a lieta novella, indi risponde: XVIII Perchè l'amore, ed il valor sia chiaro, De' quali armata a ritrovar vi vegno, Da tua bocca sentir non ho discaro De la gente diletta il rischio indegno. Quì pose fine al dir, poi ch'Aldemaro A lei venisse con la man fe' segno; Uom già canuto, tra' guerrieri uffici Esperto, e primo infra i reali amici. XIX A lui dicea: fa ch'a marciar si metta La gente d'armi, ed a me venga appresso; Io me ne vo colà dove m'affretta Questo buon messaggier del campo oppresso. Ciò detto s'arma di faretra eletta Fra cento d'oro; ed era l'oro impresso Di scintillanti stelle in ciel notturno; Carca poscia la man de l'arco eburno. XX Cingesi spada, ed ivi appar scolpito Cinghial, che i curvi denti empie di spume; Ma su l'elmo d'acciar, d'oro guernito, Scotesi verso il ciel bosco di piume; Ella in gonna succinta, al piè spedito Noia non fa; Termodonteo costume, Gonna, ove abbaglia altrui porpora coa, E gemme nate di rugiada Eoa. XXI Tal sen va ratta ove il demon la scorge; Tigre parea, che belle macchie adorna, A' Libici pastor temenza porge S'a far strage d'armento unque ritorna. Ma non però sì vaga in ciel risorge L'alba tra varii fior quando s'aggiorna, Ch'a pregi di costei non ceda molto, Tanta bellezza le fiorisce in volto. XXII Dicea la Furia a lusingarle il core: Certamente del cielo alto messaggio Quì de i perigli misurando l'ore Ha prescritti gli spazj al tuo viaggio; Chè 'n mezzo l'armi a dimostrar valore Non ha il popolo nostro oggi coraggio, E ne la mente sua viltà ricopre Del tempo andato le lodevoli opre. XXIII Pur col primo apparir di tua sembianza L'afflitto cor gli si farà giocondo; E qual nemico orgoglio? e qual possanza Incontro a te non rimarrassi al fondo? O de' fedeli tuoi salda speranza, Di chi nascesti, onde venisti al mondo? Ma ne richieggio in van, chiaro si vede Ch'alcun nume celeste a noi ti diede. XXIV Favellando così, poco lontano Fecesi al campo, ove confuse insieme Fuga prendeano, e da la nobil mano Poco le turbe di salvarsi han speme; Nube di polve sollevar dal piano, E percotere il ciel querele estreme Vede Anacarsi, e ne l'ignobil guerra Aste, ed insegne ricoprir la terra. XXV Quinci parte nel cor s'infiamma d'ira, Parte al popolo vil porge ardimento, E lo conforta e lo minaccia; e mira Alfin, ch'ogni opra va dispersa al vento. Però ne' gran tumulti il ciglio gira Se trova il Duce, onde quel campo è spento, E mentre in varia parte affanna il guardo, Pon su la cocca immedicabil dardo. XXVI Era a veder, quale è cercando il lito Libico arcier d'aspro leone in caccia, Che se l'orrida belva alza ruggito Tra' cari armenti, il pastorel n'agghiaccia, Ed ei feroce, e ne i perigli ardito D'insolito vigor sparge la faccia, E sfavilla per gli occhi e corre al varco, E disposto al ferir contorce l'arco. XXVII Sì la vergine orrenda in varia strada Cercando il duce le vestigia volve Fin che vien, dove il campo apre e dirada Il fortissimo Eroe tra sangue e polve: Ella mira il vibrar de l'aurea spada, Come de l'altrui vita i nodi solve, Come sparge terror; quinci ripiena Di stupor non usato i colpi affrena. XXVIII E poscia in riguardar quale alto ascende Fulgor da l'elmo, e da lo scudo, e quale Vivace lampo di bellezza splende Di lui nel volto a gli immortali eguale, Isconosciuto affetto il cor le prende E di nova pietà forza l'assale, Nè par, che senza universal disdegno Spegnersi possa un cavalier sì degno. XXIX Così dentro commossa empie la mente Dianzi feroce d'un pensier novello, Quasi altra da se stessa; indi repente Disarma l'arco del mortal quadrello, E placando le ciglia, il raggio ardente De lo sguardo guerrier torna più bello; E tale al grande Eroe fassi vicina, E con regia alterezza a lui s'inchina. XXX Rivolto de la donna al gran sembiante Mansueto AMEDEO prende a mirarla, E sprezza il campo che fuggia tremante, Togliendo il corso al piè, per ascoltarla; Ma la bella Anacarsi in quello istante Sciogliendo voce Italica gli parla, Che da Ligura gente infra 'l paese Già di Caffà quello idioma apprese. XXXI Dice: signor, ben crederò, che sorga Gran meraviglia nel tuo nobil petto Quando improvviso avvien, ch'oggi tu scorga Donna infra le battaglie al tuo cospetto, Ed avverrà, che via maggior ne porga Il mio pensier, come da me fia detto; Ma fra grandi è ragion, che 'l mondo veggia Cose trattarsi, onde stupir sen deggia. XXXII Or di me narrerò: come sia nata, E di che sangue è la notizia oscura, Tuttavia splendo a sommo seggio alzata Figliuola di virtute e di ventura; Mio regno è Colco, e di mia destra armata Con altrui pianto la memoria dura Là per la Scizia, e non cadrà per certo Fin che di guerra non s'invidii al merlo. XXXIII Di colà mossi, ed a venir fui presta Ad Ottoman, per travagliar con l'armi L'altiera gente al suo gran scettro infesta, E sì forte signor quinci obbligarmi; Ma tal prodezza in te si manifesta, Che 'l pregio d'Ottomano un sogno parmi, E senza il suo poter la mia possanza Sollevar fino al ciel prendo speranza. XXXIV Che s'a' miei regni legge dar non schivi, Ed a me stessa, ove non fia, che 'n terra De' nostri nomi lo splendore arrivi? E di nostre armi lo spavento in guerra? Ove il sol cade, ed ove sorge, quivi Indarno ogni nemico il varco serra, Ch'abbatterassi; e fra' lamenti sparsi Rimireransi nostre insegne alzarsi. XXXV Nè come cosa vil per te si spregi Ciò, che da me supponsi al tuo volere; Credi, che me ne fer ben mille Regi Arsi da desiderio alte preghiere, Ed io le rifiutai; titoli egregi, E di vero valor corone altiere Ho fin quì ricercato; or che le trovo, Con alma accesa inverso lor mi movo. XXXVI Così diss'ella: e folgoreggia viva Fiamma da gli occhi suoi mentre li gira ' 1 . 2 3 4 5 6 7 , ' 8 9 , , , , 10 , , ; 11 , 12 , 13 , ' . 14 15 16 17 18 ' 19 , 20 , ' 21 ; 22 23 ' ' ; 24 , 25 ' . 26 27 28 29 30 31 ' , 32 , , 33 ; 34 , 35 , , , 36 , 37 , . 38 39 40 41 42 43 ; 44 , 45 ; 46 47 , ; 48 49 . 50 51 52 53 54 ' , 55 , 56 57 ' ' , 58 59 , , 60 ' , ' 61 ' . 62 63 64 65 66 67 , . 68 69 ; 70 , , 71 , 72 , , 73 . 74 75 76 77 78 , 79 : 80 , ? 81 ? 82 , 83 ? 84 ' ? 85 ' ? 86 87 88 89 90 , 91 ' ' , 92 ' , 93 , 94 ; ' ' 95 ' , , 96 , ' , 97 . 98 99 100 101 102 , : ' 103 104 , ' ' , 105 ' ; 106 107 , 108 , 109 . 110 111 112 113 114 ' 115 116 , 117 ; 118 , 119 , 120 ' , 121 . 122 123 124 125 126 , 127 , 128 129 , ; 130 , ' 131 ' , 132 133 . 134 135 136 137 138 , 139 ' , 140 ' , 141 , ; 142 ' ' 143 ; 144 , ' , 145 . 146 147 148 149 150 151 , 152 153 ' ; 154 , ' , 155 , ; 156 ' 157 . 158 159 160 161 162 ' , 163 , ; 164 , , 165 , 166 ' 167 ; 168 , 169 ' . 170 171 172 173 174 ' 175 , 176 ' 177 ' ; 178 179 , , 180 ' , 181 , . 182 183 184 185 186 187 , 188 , ' 189 ; 190 . , 191 ' ; 192 , 193 , . 194 195 196 197 198 , , 199 , 200 201 , , . 202 ' ; 203 , 204 205 , . 206 207 208 209 210 , 211 ' , 212 ' 213 ' : 214 , 215 , 216 217 ; : 218 219 220 221 222 ? ? 223 , ? 224 , 225 ? 226 , , 227 228 ; 229 ? 230 231 232 233 234 , 235 236 ' 237 ; 238 , , 239 ' ; 240 ' , 241 . 242 243 244 245 246 ' ; 247 248 249 ' , . 250 , 251 ' ; 252 , , 253 ' . 254 255 256 257 258 , , 259 ' ' , 260 261 . 262 ; , 263 264 , 265 . 266 267 268 269 270 271 ' ; 272 ' 273 . 274 ; ' 275 ' ; 276 , , 277 . 278 279 280 281 282 , ' 283 , 284 , 285 , ; 286 287 , 288 289 . 290 291 292 293 294 295 , 296 ' ; 297 ' ; 298 ' , 299 ' ' ; 300 301 . 302 303 304 305 306 , ' 307 ' , , 308 309 ; 310 , 311 ' , 312 , 313 , ' . 314 315 316 317 318 319 , 320 321 , ; 322 , 323 ' , 324 , 325 , ' . 326 327 328 329 330 , 331 332 , ' ' 333 , ' ; 334 , 335 , 336 337 . 338 339 340 341 342 ' , 343 ; 344 , 345 ; 346 , , 347 , 348 ' , 349 ' , . 350 351 352 353 354 ' 355 , 356 , 357 ; 358 ' 359 ' ' ; 360 , ' 361 . 362 363 364 365 366 ' 367 ' , : , 368 ' 369 . 370 , ' 371 , 372 373 . 374 375 376 377 378 , 379 ' , ' ; 380 ? 381 ? ? 382 ' , 383 ' , 384 ; , 385 . 386 387 388 389 390 , 391 ' , 392 , 393 ' . 394 ' 395 ' , 396 , , 397 ' . 398 399 400 401 402 , 403 , 404 ' , 405 ; 406 , ' 407 ' ' ; 408 , 409 . 410 411 412 413 414 415 , , 416 ' ' , 417 . 418 : ; 419 ' , 420 , , 421 ' . 422 423 424 425 426 ' , ' 427 ' ; 428 , ' 429 . 430 , 431 , 432 ' , 433 . 434 435 436 437 438 , 439 , 440 , 441 ; 442 ' , 443 ' 444 ' , 445 , . 446 447 448 449 450 , , 451 , ; 452 , , 453 : 454 , ' ? 455 , ' ? 456 ' , 457 . 458 459 460 461 462 , 463 , 464 465 ' ; 466 , , , 467 , ' 468 ' , 469 ? 470 471 472 473 474 ' , 475 ? 476 ; 477 . 478 479 480 , 481 . 482 483 484 485 486 , 487 , 488 , 489 ' ; 490 ! 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