Ma, soggiunge l'Urfè: il Demonio che inventò l'artifìzio di far morire una Vergine vittima agli Dei, era molto ignorante, non sapendo che i Turchi adorano un solo Dio, e non fanno sagrifizj agli Spiriti infernali. Questa osservazione non è da porsi in dispregio. E ciò stesso diciamo della seguente: vassene Sangario a cercare un morto nel luogo dove il dì avanti s'era combattuto; nè il Poeta parla di sentinelle, che guardassero il campo; cosa troppo contraria alle regole di buona guerra. Si potrebbe rispondere che i Turchi d'allora non sapevano, o non curavano tutte le minutezze della nostra disciplina militare; ma sarebbe risposta da non farne conto; perciocchè i Rodiani, specialmente essendo smantellata la città, e il campo ad essa vicino, non potevano rimanere senza guardie in faccia al nemico; secondo che ottimamente considera il censore. Trascriverò l'ultima osservazione: «De plus, il fait que Ireine se tue elle mesme, qui est une chose inacoutumee et qui n'a iamais esté ditte que la victime se tua soy mesme.» Qui altri potrebbe dire, che non si trattava precisamente di un sagrifizio in tutto il rigore teologico ossia liturgico (che anche le false religioni hanno certe loro credenze e cerimonie fedelmente mantenute), ma sì di far morire una vergine, della quale i demonj chiedevano la morte per salvare Ottomano. Come che sia, non piace nè a me pure, quella Irene che da se medesima s'uccide. Vorrem noi dire che il Poeta pensasse con ciò di far meglio risaltare l'eroismo della vergine? È degno di osservazione che nel sec. XVI, anzi nel 1555 due protestanti inglesi, cioè il chimico Devi ed un Kellay suo compagno, avevano posto nuovamente in uso la sacrilega superstizione di tentare per mezzo de' cadaveri di conoscere le cose occulte; come si può vedere in una operetta del Gaspari intorno le avventure di Francesco Pucci. NB. Nella st. 10 dì questo canto XI dove l'ediz. prima legge: Come fece di sangue ogni sentiero, nella ediz. 2. è--Come sparse di sangue ec.-- CANTO XII ARGOMENTO. -Dona al figlio un abbraccio e alla consorte Alceo pria di recarsi alla battaglia, Chiaman dell'armi alla dubbiosa sorte Le trombe, e i Rodj vanno alla muraglia; Pugnar con AMEDEO fuor delle porte Va, cui avvien che maggior gloria caglia, Esce Ottomano anch'ei dall'altra parte Sul piano che i due eserciti comparte.- I Non prima sorge tra' bei fior cosparsi L'alba nel cielo rugiadosa il seno, Nè pria comincia al suo venir sgombrarsi L'ombra, ch'umida avvolse il ciel sereno, Che dentro Rodi ed i guerrieri armarsi Imponsi, e porsi i corridori al freno; Van già dintorno a risvegliar le schiere, E feriscono il ciel trombe guerriere. II Femine e vecchi, abbandonata etate, Mal atti al peso de' guerrieri acciari, Volgonsi al tempio a ricercar pietate, Dio supplicando appo i sacrati altari; E tra fanciulle di bellezza ornate, E che d'alta onestà pregi avean chiari, Mover con la consorte allor si vide Astidamante successor d'Alcide. III Poi che dannato, ed al parente estinto Pagò sue pene sostenendo esiglio, A suo mal grado abbandonò Tirinto Tlepolemo d'Alcide inclito figlio; Molto per varia via spinto e rispinto, Al fin Rodi abitar prese consiglio; Quivi dal lungo error fermò suoi piedi Gran genitor di numerosi eredi. IV Trascorre il tempo, e tra l'arene altieri Diedero di virtute eccelsi segni, E ne i giorni de l'ozio, e nei guerrieri Di non usata gloria apparver degni; Forti di braccio e sovra i piè leggieri Rivolsero in stupor d'Elide i regni; Fier lottatori, e fur sue glorie note De gli aurei carri in raggirar le rote. V E quando il sole ad onorar s'accese Rodi, ed il gran colosso a l'aria ella erse, Corse la nobil gente a l'alte imprese, Ed immensa ricchezza ivi disperse; Da sì fatti avi Astidamante scese, Nè giammai Rodi tralignar lo scerse In bella pace da gli antichi onori, E colse in guerra i più sublimi allori. VI Ma ne l'ore presenti infermo il fianco, E tra le crespe scolorito il volto, E curvo il tergo, e su le guancie bianco, De la spada guerriera iva disciolto; Or mentre affaticava il piede stanco, Ver duo giovani figli il guardo ha volto, Coppia, che 'n armi intrepida e sicura Amava morte per l'amabil mura. VII Dicea: vecchiezza del morir vicina, Non pure a guerreggiar le vie mi serra, Ma questi omeri miei sì forte inchina, Ch'altro non mi riman, che gir sotterra; Voi de la patria a la mortal ruina Siate sostegno, e travagliate in guerra, Voi sprezzate animosi archi e ferite, Ed ornate i begli anni, onde fiorite. VIII Mirate ben, che singolar bellezza Nel vostro sangue onestamente splende; Serva fia d'ogni barbara vaghezza, Se per vostra virtù non si difende. Quivi nobile ardir di giovinezza Fervidamente in Telamon s'accende; Ultimo fu di lor, che gli occhi aprisse Nascendo al mondo; ei diè risposta e disse: IX Non s'apriranno i barbareschi arcieri Quì dentro il varco; il lor sperar fia vano, Noi s'apriran giammai; folli pensieri Va nudrendo nel cor l'empio Ottomano; Noi certamente di vittoria altieri Pregi riporterem con nobil mano, O ciascuno di noi caderà spento, Carico il sen di cento piaghe e cento. X Memorabile ardir farà palese, Che da te prole non uscì codarda. Alza la madre, ove ciò dirlo intese, Le palme al cielo, ed a sì dir non tarda; Sieno, o beata, ne le tue difese Questi innocenti, e sovra noi riguarda, Madre di Dio, che 'l Creator lattasti: Son vani al tuo voler tutti i contrasti. XI Com'ella tacque; e che la madre udiro Mesta parlar su la stagion sì fiera, Le vergini il bel volto impallidiro, Qual vaga rosa che sfiorisce a sera; Timide poi co' genitor sen giro In verso il tempio a rinnovar preghiera, Nè pigro Telamon con fier sembiante Ove le trombe udia mosse le piante. XII E lo seguiva Alceo; ma su le soglie E del palagio in su l'uscir l'aspetta Col figlio in braccio la dolente moglie Ben caramente del suo cor diletta; Nè d'argento, nè d'or fregiate spoglie Ella ha d'intorno; ella apparia negletta Sì come il risco e la stagion chiedea; E pur nei suoi dolor beltà splendea. XIII E lui mirando con l'usbergo intorno Presto tra ferri a le battaglie estreme, Riga di caldi rivi il viso adorno, E tra sospir rompe le voci e geme; Allor ferma i vestigi, e fa soggiorno Con essa alquanto a consolarsi insieme, E chiudendo nel petto Alceo la pena In su la fronte i suoi dolor serena. XIV E le dicea: perchè la guancia oscuri, E fai sì distillar gli occhi dolenti? Omai son franchi de la patria i muri; Non sospirar; dà la temenza a i venti; Oggi fra casi lagrimosi e duri Vedrai per terra gli avversarj spenti, E de' Turchi superbi il fiero orgoglio Farsi a' popoli d'Asia aspro cordoglio. XV Esser non può, che d'AMEDEO la spada Non vinca, ed a bagnar l'ampia campagna Sotto il suo braccio ogni Bassà non cada, Sì del favor celeste ei s'accompagna; Ma ben pote accader, ch'a morte io vada E tra' nostri guerrier spento io rimagna; Chè di valor cercando alma corona, A nullo i rischi suoi Marte perdona. XVI E s'avverrà che ne la pugna io mora, Vò che di questo core i preghi intenda, Sì che nei manti vedovili ancora, Del comune figliuol cura ti prenda; E se 'l verace ardor, che m'innamora Può sì, che la tua fede anco s'accenda, Siedanti in mezzo a l'alma i desir miei, Nè condurre al tuo letto altri Imenei. XVII Sì disse, e come de gli amanti è stile Fuor de le ciglia sfavillava ardore, E Cassinice più che mai gentile Con questi detti fe' palese il core: Se 'n Rodi al sangue tuo sangue simile, E pari al tuo valor fosse valore, Ben potresti temer, non da te sciolta Mi dessi a l'altrui fede un'altra volta. XVIII Ma se de gli altrui mal non mai digiuna Fia che la guerra a' miei desir ti tolga, Al mondo non riman sembianza alcuna Di peregrino merto, ov'io mi volga; Tolta da gli altrui guardi, in vesta bruna, Sarà stanza d'orror che mi raccolga, In cui sempre di te rivolta al nome Spoglierò 'l capo mio di queste chiome. XIX Giuro la fiamma di quel sol superna, Che tutte di quaggiù l'opre rimira, Giuro di Dio la forza alta ed eterna, Onde ei già fu creato, onde ei si gira, D'Alceo vivrommi, e non sarà ch'io scherna La giusta fede, che 'l tuo cor desira; S'altro chiudi nel sen, fammelo aperto; Di questo, onde mi preghi, esser dei certo. XX A questi detti Alceo soggiunse: avvegna Che debba oggi Ottoman perder suo vanto, E mirarsi atterrar ciascuna insegna, Di forza ha l'asta d'AMEDEO cotanto, Par tuttavia, che paventar convegna Non trovi un giorno Rodi ultimo pianto, E sotto Turchi non trabocchi al fine, Sì l'armi impetuose ella ha vicine. XXI Donna, se di mia scorta il Ciel ti priva, Cresci l'unico erede; indi lontano Fuggi, e di Rodi il precipizio schiva, Ben certo a i guardi del giudicio umano; Italia cerca, e de la Dora in riva Riposa il piè su l'ammirabil piano, Ove sotto buon scettro a ciascuna ora Il valor cresce e la virtù s'onora. XXII Sì parla, e 'n braccio da la madre prende Il caro germe; ed ei rivolto al lume, Che da l'elmo paterno intorno splende Pargoleggiando ne trattò le piume; Alceo lo bacia, indi a la madre il rende: E non è, disse, di fanciul costume Trastullando affisar ferri sì tersi; O ce lo guardi il ciel da' casi avversi. /* XXIII Fornito il favellar, cinto di brando Così sen va, ch'a pena segna il suolo; Falcon men pronto alza le ciglia, quando Il buon maestro gli discioglie il volo; Rimansi Cassinice, e sospirando Giù per le guancie ella rinversa il duolo, E fin ch'appare intentamente il guarda, Poscia a le stanze ritornar non tarda. XXIV In tanto de le trombe al suono acuto, Sì tosto che di Febo è sorto il lume, Folco dei fieri acciar non fa rifiuto, Intrepido de' vecchi oltra il costume; Copre di nobil'elmo il crin canuto, Cui sopra fan cimier candide piume, Onde scosse da l'aure a l'altrui vista Non più vaghezza, che terror s'acquista. XXV Occupa il colmo, e tra le penne ascosa Siede sirena a riguardar tranquilla; D'ambo i lati sul mar sorge spumosa Fra mostri latrator Cariddi, e Scilla; E l'aspre belve, e più la piaggia ondosa Lunge di gemme e di tesor sfavilla, E vibra intorno rai tra vampe accese Di perle e di diamanti, altiero arnese. */ /* XXVI Portollo Armadio; ei de' ladroni avari Già fu gran duce, e l'albergò Cirene, Ove auree spoglie de' predati mari Solea spiegar su le sicure arene; Folco scelto campion contra i corsari, Vincitor di costui troncò le vene, E diede i membri sparsi al mar profondo, Ed alzò su l'antenne il teschio immondo. XXVII I legni armati, onde patì gran scempi Per lungo spazio de' Cristiani il regno, A Rodi ei trasse, singolari essempi Ad infiammar l'altrui guerriero ingegno; Le vinte insegne ei ne fe' dono a i tempi Perchè di sua pietà fossero segno, Ma l'alterezza de l'elmetto egregio Appo sè riservò, come suo pregio. XXVIII Di questo armossi immantenente, e crebbe La sembianza real col gran cimiero; Poi diede ai braccio immenso scudo, e l'ebbe. Dal Re che di Bizanzio avea l'impero; Per favella mortal mal si potrebbe Narrar di quel metallo il magistero; Il buon Bronzin, cui di tale arte lece Corre ogni allor, con ogni studio il fece. */ /* XXIX Porsenna in arme la città di Marte Con numerose squadre ivi circonda; Rompe i legami, e tra le guardie sparte Viensene Clelia a la paterna sponda, La magnanima vergine con arte De la mano e del piè percote l'onda, E sospende per l'aria il crin lucente, E soggioga il furor del gran torrente. XXX Non lunge Orazio altier, perchè non cada Sotto rio stuol di regnator perverso, Solo sul ponte a la natia contrada Scudo si fa contra il furore avverso; Lui ricerca ogni lancia ed ogni spada, In lui d'ogni arco è 'l saettar converso; A lui vola ogni pietra, ed ei non teme Piaga, nè morte, e formidabil freme. XXXI Tal fa lo scudo; ed a gli umani sguardi Vibrare armi lo stuol, ch'ivi fremea, Splendere il foco, trasvolare i dardi, E il fiume in corso mormorar parea; Poscia i suoi fidi ad arrecar non tardi La spada fur, che 'n reverenza avea, E cui sacrò con venerabil mano L'alto, che pastor siede in Vaticano. */ /* XXXII Così guarnito ei fa mirarsi, ed erra Dintorno, e vangli i cavalier da lato; E tuttavia de la rinchiusa terra Di bellicose trombe udiasi il fiato; Ne l'ora stessa a rinnovar la guerra AMEDEO sorge, e si dimostra armato; Fangli dintorno i cavalier corona; Ei saluta cortese, indi ragiona: XXXIII Guerrier sacrati; e tu di Rodi al regno D'armi altiero maestro e di consiglio, Ecco a' cenni di te pronto ne vegno Or che s'innalza il bel mattin vermiglio; Di salde torri io non vo' far sostegno A nostra speme nel mortal periglio, Nè trar da larghe fosse io voglio scampo, Anzi pugnar per la vittoria in campo. XXXIV Or chi sofferse guerreggiando offesa, Rimanga, ed esca la robusta gente Meco a pugnar ne la sì pia contesa; Dio sovra i suoi rimirerà clemente, Risponde Folco; e qual sublime impresa Non fia la destra a terminar possente, Da cui per duri oltraggi aspra vendetta, E Rodi in don sua libertate aspetta? */ XXXV Indi a' suoi duci egli parlò: prendete Ciò che di forte in Rodi oggi dimora Per mover guerra, e nel gran pian scendete, Che de gli assalti omai vicina è l'ora; Altro dirvi non deggio, usi voi siete A la virtù, che vostri nomi onora; Ed io, sì come è degno, ho da provarmi Con esso voi nel grande orror de l'armi. XXXVI Mentr'ei così dicea, scorge un scudiero Per lui tener gran corridore a freno, Che da le nari spande il fiato altiero, E col ferrato piè zappa il terreno; E dice: in questo giorno odio il destriero, E vo', ch'ognun di voi l'odi non meno, Instrumento di fuga; i nostri schermi Siano le man ben pronte, i piè ben fermi. XXXVII Allor seicento ivi rauna appena Il buon Velasco; e 'l successor d'Enrico Brisacco novecento altri ne mena; E de l'armi turchesche aspro nemico Mille a sua voglia Astor Baglione affrena. In vece de l'Orsin; Lancastro antico Con picciol schiera de le porte ha cura, E stassi Ottario a custodir le mura. XXXVIII Nè su le piume risonare intorno Sentono d'arme i coraggiosi inviti, Che dentro i valli al ritornar del giorno Tornano a l'armi i sagittarj sciti; Corrono entro il reale ampio soggiorno I duci sommi a la sembianza arditi, E stanno avanti ad Ottoman, ch'ardente Armi dimanda indomito, fremente. XXXIX Altri il busto real d'ostro, che splende Chiaro più tra' Fenici, umil circonda Sì che dal collo in sul ginocchio scende, E d'aurei fregi, e di gran gemme abbonda; Altri l'ostro superbo a cinger prende; Indi la spada, onde di sangue immonda Corse per l'Asia ogni riviera, ed anco Onde Rodi tremò, gli appende al fianco. XL L'acciar temprossi ne la Siria terra Con lungo studio, e tra' miglior si scelse; E d'oro, e di diaspro ove ei si serra, Diaspro, ed or per nobile arte è l'else; Poscia su l'elmo, alto ornamento in guerra, Penne di più colori ergono eccelse, Penne, cui rimirar senza paura Alma di cavalier non è secura. XLI Tra le superbe piume aspro minaccia Guerrier centauro di piropo acceso, Che col vigor de le robuste braccia Saetta strai sul fulgido arco teso; Sì nobile arme sotto il mento allaccia, Onde ne vada il capo altier difeso, Indi ampio scudo gli si porge al fine, Che 'n temprarsi stancò regie fucine. XLII Saldi diamanti al lucido orlo intorno Splendeano ardenti, e dentro lor rinchiusa, Dorato mostro e di gran gemme adorno, Vedeasi atroce minacciar Medusa; Acciar sì forte e sì pomposo il giorno De' maggior rischi rivestirsi egli usa; Però con questo a le dubbiose prove Contra AMEDEO fuor de la tenda or move. XLIII Pronto è 'l destriero, ed ei feroce ascende Sovra il dorato arcion d'un leggier salto; Ed il buon corridor tutto s'accende, Che 'l Re conosce, al sanguinoso assalto; Rivolge il guardo minaccioso, tende L'orecchie, sbalza i piè ferrati in alto, Alza i nitriti, e di canuta spuma Il morso imbianca, e da le nari ei fuma. XLIV Leardo era di pel, gli estremi crini E la gran coda colorito a nero; Aquila in cielo, e per lo mar delfini Seco perdeano in divorar sentiero; Fulmine ei si dicea fra' Saracini; Crebbe a l'onda d'Eufrate, Armeno impero E per uso di Regi indi ritolto, Splendea fra gemme a meraviglia involto, XLV Perla, che già nel sen l'Indo Oceano Nudrì più scelta, ove riponsi il piede Orna la staffa, e fiammeggiar lontano Fra lampi di smeraldo il fren si vede; D'oro è la sella, e per industre mano Di rubin sparsa, cui terribil sede Il gran tiranno, e co' più rei sembianti Così grida i Bassà ch'avea davanti: XLVI O non nati per l'armi a cinger spada, Ma sotto sferze a travagliare un remo In duri ceppi, ora ciascun sen vada, E conti altrui, s'io sbigottisco e tremo; Io sol vo' farmi a Rodi oggi la strada, Io sol provarmi nel periglio estremo; Toglietevi di mano ed archi e strali: Ah lacci poco essercitati e pali! XLVII Indi sen esce, e sul gran pian comparte L'ordin de la battaglia; al manco lato Pon Turacano, al destro il fier Giassarte; Bostange al mezzo, e 'l fiero Alcasto ha dato, I cavalieri a l'una e l'altra parte; Così comanda, e ne l'acciar gemmato Sul gemmato destrier lunge risplende, E gli stuoli schierati a guardar prende. XLVIII Volgesi or quindi, or quinci, e d'ogni tromba Onor gli fan le Saracine genti, Sì che la terra intorno, e 'l ciel rimbomba, E rimbombano in mar l'onde frementi; Ed ei sen va, qual di selvosa tomba Esce antico leon, ch'or vibra i denti, Or spiega l'unghie, se ruggito ei traggie Tremano i monti, e le cinisie piaggie. XLIX Ed ei dicea: fedeli, il cui valore Ha tanti in Asia empi tiranni oppressi, Che dansi a vostra man pregi d'onore Per alcun tempo a nessun mai concessi, A nove glorie rivolgete il core, Eccovi innanzi i Rodiani istessi Che più volte da voi sconfitti furo Pur su questa campagna e su quel muro. L Nè d'AMEDEO cura vi prenda, io solo A quella destra foltamente ardita Darò gastigo, o fuggirassi a volo, O perderà la temeraria vita; Vuò, che 'l veggiate palpitar sul suolo Sotto il dolor de la mortai ferita, E vi sia gioco sorridendo il vanto, Che dentro Rodi il fa prezzar cotanto. LI A sì feroci detti il varco apriva Giocondo in volto, e d'ogni intorno egli erra; E dovunque sul campo egli sen giva, Nessun le labbra a le sue glorie serra: Viva Ottoman, nuovo Alessandro, viva La spada sua, ch'ha da domar la terra, Monarca altier, soggiogator de' Regi, Che 'l sommo Dio sovra ciascuno il pregi. LII Così gridaro, ed oltra Rodi intesi Ben lunge i gridi fur, tanto gli alzaro, E tutti il petto a la vittoria accesi L'ozio via men, che la battaglia han caro; Già tirano le corde a gli archi tesi, Ed a le spade d'affilato acciaro Han le man sovra gli elsi; ogni asta è scossa, Ed è presto ogni piede a prender mossa. LIII In tanto Folco in belle spoglie ardente I suoi seguaci a ben disporre attende; Ei li congiunge a ripa, ove un torrente Tra sassi dissipati aspro discende; Quivi lo stuol de la non molta gente A' Turchi in fronte quanto può distende; Sta Spagna al destro, Italia al lato manco, E nel mezzo ripone il popol franco. LIV Ed allora AMEDEO pronto soccorso Porge con note di sublime ardire: Incliti cavalier, volgete il corso Contra quegli empi, e saziate l'ire; Petto non volgeran, che 'l dì trascorso Ciascuno apprese a sol dover fuggire; Spengasi omai l'aspro Ottoman, lui vinto Casca de l'Asia ogni potere estinto. LV Il forte acciar, che vi fiammeggia in mano Non pur quì lascerà Rodi sicura, Ma sgombrerà di doglia il gran Giordano, Ma farà franche di Sion le mura; Quale in battaglia a l'ardimento umano Fu proposta giammai simil ventura? Su, che n'aspetta di Sion sul monte Celeste lauro a coronar la fronte. LVI Mentre dicea, da le belle armi intorno Spargeasi incendio di divin fulgori; E qual di tersi raggi Espero adorno Appar nel grembo de' notturni orrori, Tale apparia; ma ripensando al giorno Ove in guerra ei versò tanti furori, Gelano i Turchi in rimirarli, e sanno Ben divinarsi il non lontano affanno. LVII Ma le parole, e de' lor duci i volti, E del grande Ottoman gli alti sembianti, E cotanti stendardi a l'aura sciolti, E 'l suon de l'armi, e de le trombe i canti, Possono sì, ch'a la temenza tolti E fanti e cavalier spingonsi avanti, Nè sul campo i Cristiani han tardo il piede, E già fra loro il suoi sparir si vede. LVIII Oltra misura coraggiosi e crudi Par che con ali a piè ciascun s'affretti; E nel primiero incontro urtansi scudi, Percotonsi corazze, apronsi elmetti; E quinci insanguinando i brandi ignudi Sforzansi penetrar per entro i petti Profondamente, e ne la furia immensa Ciascun minaccia, e sul morir non pensa. FINE DEL XII CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO XII. In quattro parole ne ha racchiuso l'argomento il Poeta medesimo: «Nel XII fassi battaglia fra Turchi e fra Rodiani.» Nella st. 28 per indicare l'Imperatore di Costantinopoli, si dice--il Re che di Bisanzio avea l'impero--Spiace al Cav. d'Urfè questo titolo di Re dato ad un Imperatore, dicendo che i titoli si possono accrescere, non già scemare; ma è censura troppo sottile; nè un canto poetico è un diploma. Meno spregevole è l'osservazione che siegue: «Les armes d'Ottoman sont descrittes trop au long et les choses qu'il y met ne sont d'aucune substance pour le poeme, estant presque touttes des fables et choses assez triviales.» Per altro nella stampa, la descrizione delle armi non empie quattro stanze, e perciò non può dirsi troppo lunga; e se non è di sostanza, è d'ornamento al poema. È vero che anche il cavallo e gli arnesi che il coprono e l'adornano, hanno qui la propria descrizione; ma questa similmente è breve, e i versi sono bellissimi. Aggiunge il critico una più severa osservazione, che daremo succintamente, perchè il poema stampato in questa parte sembra non rispondere esattamente al manuscritto esaminato dal Cav. d'Urfè. In primo luogo trova esser contrario ad ogni principio dell'arte militare il rappresentar Folco, comandante della piazza stretta d'assedio, che ne esce fuora a ordinare le schiere per la battaglia campale. Ed è verissimo, comunemente parlando, che il comandante supremo d'una piazza non esce in persona; ma chi ne assicura che tal regola non possa avere le sue eccezioni? E parmi che qualche esempio se ne legga nella guerra del 1813. Rimprovera in secondo luogo al Poeta, che faccia restare la città di Rodi -quasi priva- di difensori; ed anche in questo trova giustamente un errore d'arte militare; ma nella stampa non si vede quest'abbaglio così manifesto, come forse appariva nel testo a penna. Finalmente; non sa darsi pace il censore veggendo due o tre mila cristiani presentar battaglia a 74 mila ottomani. Ma i poeti fanno di questi prodigj, e de' maggiori: e poi, non è nuovo che pochi drappelli d'europei abbiano l'audacia di venire a cimento con eserciti d'orientali. La storia della Grecia antica può servire d'esempio. Ed anche si vuol notare che i cristiani erano stretti dalla necessità ad accettar la pugna; e che la vicinanza della città di Rodi gli assicurava in qualche modo, coprendo un lato del loro piccolo esercito; e offerendo un luogo di ritirata in caso di sventura. CANTO XIII. ARGOMENTO. -Ancide l'invincibile AMEDEO Turacan, e le schiere a lui soggette; Da Belïàl consolasi Asmodeo, E van cercando alle a fuggir costrette Turbe uno scampo; denso turbo e reo Di polve contro alle Cristiane elette Genti spingean; ma Dio dall'alto mira, Ed il turbo infernal già più non spira.- I Nel fier tumulto Turacan s'accorse Al gran cimier, che d'ogni intorno alluma Ove AMEDEO travaglia in armi; e sorse Tale ira in lui, che da le labbra ei spuma; E troppo osando colà giù sen corse Con quel desio, ch'altrui le piante impiuma, E fra gran gemme egli apparia nel campo Quale in nubilo ciel fulgido lampo. II La pompa e l'ira onde a pugnar si mosse Ratto al grande AMEDEO fisse in pensiero, Che pur de i Turchi il gran tiranno ei fosse: E contra andogli oltra ogni creder fiero. Turacano da lunge aspro 'l percosse, Che molto al corso rimanea sentiero Quando fece volar terribil ferro, Onde in punta s'armava asta di cerro. III L'asta sen vola a voto; ei s'appresenta, Nè sol l'aspetto d'AMEDEO sostiene, Anzi assalto gli dà, ma indarno il tenta, Sì forte con la spada egli il previene; Piagalo ne la gola, e non s'allenta, Che dentro il petto gli secò le vene, Ond'egli traboccò gonfio di rabbia, E diè di morso a la nemica sabbia. IV Infra i seguaci a vendicar lui pronti, Corsevi squadra di valore altiera, Usa già fra le selve, usa fra i monti Orribil farsi ad ogni orribil fera; In vece d'elmo ad inasprir le fronti Portano teschio di crudel pantera, E de la varia spoglia intorno cinti Fra gli altri risplendean quasi dipinti. V Giù dal profondo cor ciascun sospira, Batte la fronte lagrimoso e geme, Ma pur dove cader pallido il mira Infuriato Mustafà ne freme: Veggia mendici, a lor medesmi in ira, I figli, e serva di lussurie estreme La moglie, ei grida, da digiun costretta Chi del caro signor non fa vendetta. VI Cotal dicendo alza la spada, e crudo AMEDEO strigne; ei che 'l furor discerne Al ferir, che ne vien porge lo scudo, Così l'offesa, e la minaccia scherne; Ma dove quel selvaggio il corpo ha nudo Caccia l'acciaro entro le parti interne, E prima il ventre, e poi le reni impiaga; Quei cade, e 'l campo di suo sangue allaga. VII Ma la spada AMEDEO fatta vermiglia Ver gli altri volse, ed a Rustan percote L'orrida testa, intra l'irsute ciglia Cala il tepido ferro oltra le gote; Lungo singhiozzo e sanguinoso il piglia; Vassene a terra; ivi le gambe ei scote, E fatto in sul morir tutto di gelo Con gli occhi cerca, e non ritrova il cielo. VIII Allor per gran dolor quasi rabbioso: Celebino empio, ah rio Macon, dicea; Non Dio, ma se pur Dio, Dio neghittoso, Saziati appien di nostra angoscia rea; Il ferro intanto di ferir bramoso Verso la fronte al gran guerrier scendea Folgoreggiando; ma su l'elmo al fine Non resse in penetrar tempre divine. IX In mille scheggie se ne va qual vetro. Spigne allora AMEDEO l'armata mano; E quei dal cor, come ei la trasse indietro, Rivi di sangue disgorgò lontano; Freddo a toccarsi, a rimirarsi tetro Caddeo repente, e fe' sonare il piano Qual alto pin, ch'al fulminar trabocchi, E morte oscura gli volò ne gli occhi. X In sì forte tumulto oltre si spigne Sinan da Tarfe già canuto in guerra, Cresciuto in su le ripe, onde si strigne Ermo, che ricco d'or sì nobile erra; AMEDEO con lo scudo il risospigne Feroce urtando, e quei trabocca in terra; Ivi AMEDEO l'impiaga, ove è diviso L'un ciglio e l'altro, e quei rimansi anciso. XI Giunge Chendemo; ei già felice albergo Faceva in Tarso ove pescar solea, Poscia bramoso d'or vestendo usbergo In se provò, s'avara voglia è rea; Ratto per l'alta man trafitto il tergo Ei ferma il piè, che sì leggier correa; Ma nol fermava il vincitor, che forte Caraman fere, e lo conduce a morte. XII Allunga il braccio, e la temuta spada Interna fier ne la sinistra tempia, E spezza l'osso, e per sanguina strada Va nel cerebro, e tutto il cranio scempia; Forza è, che l'infelice a terra cada E del nemico i desiderj adempia; Or quì freme Megera, e 'n fier furore Rugge di rabbia e infellonisce il core. XIII Sferza ogni petto infuriando, e fiede De' Turchi a dentro il cor, fiamma infernale Sparge e strider che le procelle eccede Gridando in suono a' fieri tuoni eguale: Un sol nemico, ognun di voi sel vede, Una spada soletta oggi v'assale, Nè s'ardisce per voi, salvo fuggire? E d'innalzar più gli occhi avrete ardire? XIV Mille minacce allor, mille rivolte Son piaghe incontro al gran guerrier, ma vane Molte ne fa l'elmo divino, molte Lo scudo invitto a le percosse umane, Molte da gli archi e da la mira tolte L'Angel faceva indi volar lontane, 1 , ' : ' 2 , , 3 , 4 . . 5 6 : 7 ' ; 8 , ; 9 . ' 10 , 11 ; ; 12 , , 13 , 14 ; . 15 16 ' : « , 17 , ' 18 . » , 19 20 ( 21 ) , 22 , 23 . , , 24 ' . 25 ' ? 26 27 . , 28 , , 29 30 ' ; 31 32 . 33 34 . . 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