malandrini si misero d’accordo per uccidere il loro compagno.
Il più giovane, intanto, il quale si era recato in città, per la
strada non faceva che pensare alla bellezza di tutti quei fiorini nuovi
di zecca e luccicanti, e fra sè pensava: «Dio, se potessi diventar
padrone io solo di tutto quell’oro, non ci sarebbe al mondo persona più
felice di me!» E andò a finire che il diavolo, nemico e tentatore del
genere umano, gli mise in testa di comprare del veleno per avvelenare
gli altri due. Il diavolo il quale non desiderava che che questo,
colse subito l’occasione favorevole, vedendolo così ben disposto, per
condurlo alla sventura. Ed infatti lo sciagurato decise risolutamente
di uccidere i suoi compagni, senza pietà.
Quindi, senza por tempo in mezzo, giunse in città, e recatosi da uno
speziale, lo pregò di volergli vendere del veleno, per uccidere certi
topi che lo molestavano in casa, e una faina che gli aveva ucciso
i capponi in una sua cascina. Così, se gli riuscisse, avrebbe la
soddisfazione di vendicarsi di quegli animalacci distruggendoli in una
notte.
Lo speziale gli rispose: «Lascia fare a me: ti darò una certa cosa io,
che (Dio mi salvi l’anima se è vero) chiunque ne assaggi solo quanto un
chicco di grano, muore in pochi minuti. Il mio specifico è così potente
ed efficace, che farà più presto chi ne ha mangiato a andare all’altro
mondo, che tu a fare nemmeno un miglio di strada.»
Quello sciagurato prese il veleno, chiuso dentro una scatola, e corse
nella strada vicina da un tale a farsi prestare tre grosse bottiglie.
In due vi mise dentro il vino avvelenato, la terza la lasciò vuota per
metterci da bere per sè, poichè prevedeva che nella notte avrebbe avuto
un gran da fare a portar via di là tutto quell’oro. Sistemate per bene
le tre bottiglie, lo sciagurato furfante tornò dai suoi amici.
Ma perchè farla ancora più lunga? I due che erano rimasti a guardare il
tesoro ed avevano deciso la morte del compagno, lo uccisero senz’altro;
e poichè l’ebbero morto uno di loro disse: «Ora mettiamoci a sedere e
beviamo allegramente, poi penseremo a seppellire il cadavere.» E presa
per caso una delle due bottiglie di vino col veleno, trincò e fece
trincare anche all’altro, e poco dopo morirono tutti e due avvelenati.
Sbaglierò, ma io credo fermamente che Avicenna in nessuna parte del suo
«-Canone-» abbia mai descritto sintomi di avvelenamento più tremendi
di quelli che ebbero quei disgraziati prima di morire. Così, dunque,
morirono i due omicidi e il traditore che voleva avvelenarli.
O scelleraggine delle scelleraggini! O traditori omicidi! O malvagità
umana! O avidità dell’oro, libidine del piacere, vizio del giuoco! O tu
che offendi Dio con orribili bestemmie e prepotente orgoglio! O uomini
sciagurati, come avviene che voi siate così malvagi e villani col
vostro creatore, con Colui che vi ha fatti, e riscattati col suo sangue?
Ora, miei buoni amici, Dio vi perdoni le vostre colpe, e vi guardi dal
peccato della cupidigia. Il mio santo perdono è qua per liberarvi tutti
dai peccati vostri, purchè, s’intende, vogliate offrire qualche cosa:
nobili[12], sterline, fermagli d’argento, cucchiai, anelli, tutto è
buono. Ecco qua una Bolla santa, chinate la testa peccatori! Avanti,
donne, offrite un po’ di lana, ed io segnerò subito il nome vostro qui
nel mio registro per mandarvi a godere la beatitudine del cielo. Quanti
verranno qua ad offrire, io li assolverò con la mia alta potenza, e se
ne potranno tornare a casa con l’anima candida come quando vennero al
mondo. Eccovi, signori miei, la mia predica. Ora Gesù Cristo che è il
medico dell’anima nostra, possa concedervi di ricevere il suo perdono,
poichè, ve le dico senza inganni, questa è la miglior cosa del mondo.
A proposito, signori, la mia novella mi faceva dimenticare una cosa.
Io ho qui nella mia sacca una provvista di reliquie e indulgenze,
consegnatemi dal Papa stesso, preziose come solo in Inghilterra si
potrebbero trovare. Se c’è qualcuno di voi, il quale vuole offrire
devotamente qualche cosa per avere la mia assoluzione, venga qua,
s’inginocchi e riceverà la santa remissione dei peccati. O piuttosto se
vi pare meglio, strada facendo rinnovate tutti il perdono ad ogni paese
che ci lasciamo indietro. Così si rinnoverà anche l’offerta: nobili e
monete fanno sempre comodo. Del resto è una bella fortuna per voi avere
qui a vostra disposizione un mercante d’indulgenze, il quale vi può
assolvere dai vostri peccati, per ogni caso che vi dovesse succedere
mentre cavalcate per la campagna. Qualcuno di voi, per esempio potrebbe
cascare da cavallo e rompersi il collo. Vedete dunque che per la vostra
tranquillità è una vera fortuna che io sia capitato qui con voi,
giacchè tutti, ricchi e poveri, io vi posso assolvere nel momento in
cui l’anima vostra volerà via dal corpo. Io consiglio il nostro oste ad
esser lui il primo a prendere l’assoluzione, come quegli che ha sulla
coscienza più peccati di tutti gli altri. Qua, dunque, mio caro signor
oste, tu sarai il primo ad offrire qualche cosa, ed io per soli quattro
soldi ti farò baciare tutte le mie reliquie. Coraggio, apri la borsa.
«Io? No, no, lascia pure che Cristo mi maledica (rispose l’oste):
magari fossi sicuro dei miei interessi, come sono sicuro che non
mi coglierà la maledizione! Mi vorresti proprio far baciare le tue
brache vecchie, spacciandole per reliquie di un santo mentre portano
ancora, bella tonda, l’impronta del tuo c...? Per la croce trovata da
S. Elisabetta, altro che reliquie e santuari: vorrei avere nelle mie
mani i tuoi c.......i! Tagliateli, che ti aiuterò a portarli via, e li
faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale.»
Il povero mercante d’indulgenze non fiatò nemmeno. Rimase così male,
che non rispose mezza parola. L’oste accortosene disse: «Quand’è così,
con te, e con chiunque prende il cappello come te, io non ci scherzo
più.»
Allora il nostro bravo cavaliere vedendo che tutti ridevano disse:
«Via, via, basta signor mercante, noi non vogliamo musi lunghi. Venite
qua, mio carissimo oste, ve ne prego, date un bacio al mercante
d’indulgenze e fatela finita. Qua, signor mercante, fate la pace, e
torniamo a ridere e a scherzare come prima.» Si baciarono e la brigata
riprese allegramente il suo cammino.
IL CANTARE DI SER THOPAS
PROLOGO.
Finito il racconto di questo miracolo[1] fecero tutti un viso così
serio, che il nostro oste cominciò a scherzare, e si rivolse subito
a me[2], dicendo: «Ma che fai? Sogni forse d’essere alla caccia del
lepre? Ti vedo cercare per terra con tanto d’occhi, che pare proprio
che tu lo voglia scovare.
Vieni qua, allegro! Signori fate attenzione, e lasciategli un po’ di
posto. Guardatelo: non faccio per vantarmi, ma ha una vitina proprio
ben fatta come la mia. Con quel bel visetto chi sa quante donne lo
prenderebbero volentieri in braccio come una bambola! A giudicarlo dal
suo modo di fare par che sia un po’ scontrosetto: vedete, non scherza
con nessuno?
Via raccontaci qualche cosa anche tu, come hanno fatto gli altri.
Vogliamo subito una novella che ci metta di buon umore.» «Mio caro
oste, risposi, io non vi renderò certo pan per focaccia, poichè novelle
non ne so, e non posso dirvi altro che un cantare, che ho imparato
molti anni fa.» «Benissimo, tu m’hai l’aria di volerci far sentire
proprio qualche gran bella cosa.»
IL CANTARE DI SER THOPAS
Signori, state bene attenti, che io vi racconterò davvero una storia
allegra e divertente. Si tratta di un bel cavaliere chiamato Ser
Thopas, illustre eroe di battaglie e tornei.
Egli era nato in una lontana terra delle Fiandre, di là dal mare, in un
borgo che ha nome Poppering. Suo padre, uomo di liberalissimo animo,
era per grazia di Dio signore di quel luogo.
Ser Thopas era un giovinetto ardito, dalla faccia bianca come il pane
di Maine[3] e le labbra color di rosa. Avea carnagione vermiglia, e un
naso che gli stava proprio a pennello.
La barba e i capelli, che gli scendevano giù fino alla cintola, erano
colore zafferano. Portava stivali di Cordova, calzoni scuri di Bruges,
ed una veste di stoffa orientale che costava parecchie genovine[4].
Sapeva con ugual destrezza dar la caccia al cervo nella selva, e
agli uccelli acquatici, cavalcando lungo il fiume col falco grigio
appollaiato sopra una mano. Era inoltre un eccellente arciere, e senza
rivali quando si trattava di disputarsi un montone alla lotta.
Più d’una bella, nella propria cameretta, spasimava d’amore per lui
invece di dormire. Ma Ser Thopas non era un damerino: era un’anima
casta e gentile come il fior di spino dalle bacche rosse.
Un giorno egli ebbe desio di uscire fuori a cavallo, e inforcato il suo
destriero grigio, uscì con una lunga lancia in mano ed uno sciabolone
al fianco.
Si avviò, quindi, verso una bella foresta ricca di daini, lepri, ed
altra selvaggina; e mentre girava, attraversandola tutta da un capo
all’altro, fu preso da un senso di profonda tristezza.
Pel bosco germogliavano, dovunque, erbe e piante d’ogni specie: la
liquirizia, la valeriana, il garofano, la noce moscada che si mette
nella birra quando è nuova o un po’ stantia, e si conserva anche nel
cassettone[5].
Dovunque era un allegro cinguettare di uccelli: qua lo sparviero e il
pappagallo, là cantava la sua canzone il tordo; ed il colombo mandava
di sulla frasca un canto limpido e sonoro.
I primi accenti del tordo destarono nell’animo di Ser Thopas un forte
desio d’amore, il quale si fece, ad un tratto, così prepotente, che il
cavaliere si diè come un pazzo a menar di sprone. E il suo bel cavallo
nella corsa sfrenata grondava di sudore[6] e filava sangue dai fianchi.
La foga del prode Ser Thopas era tanta, che anch’egli fu presto stanco
del suo veloce cavalcare sulla molle erbetta del bosco; e si mise a
riposare, lì in quel luogo stesso, lasciando che il cavallo, al quale
dette del buon foraggio, riprendesse un po’ di fiato.
«Maria santa, -benedicite-, ma che è mai questo amore che mi opprime
l’animo e mi fa soffrire così? Io ho sognato tutta la notte che una
regina delle fate sarà la mia bella e dormirà, un giorno, nel mio letto.
Oh sì! Io voglio amare, davvero, una regina delle fate, poichè in tutto
il mondo non c’è una dama degna di essere la compagna della mia vita.
Io dimenticherò tutte le altre donne, e anderò per monti e per valli a
trovare una regina delle fate.»
E sì dicendo, fu di nuovo in arcione, e saltando steccati e pietre
si diè a cavalcare in cerca della sua bella; e tant’oltre andò col
cavallo, finchè in un remoto borgo trovò il paese delle fate.
Allora si mise a cercare e ad esplorare ogni luogo, da nord a sud,
attraverso a selve e a boschi foltissimi, senza mai incontrare anima
viva; perchè uomini, donne, bambini, nessuno del paese osava, nè a
piedi nè a cavallo, andare incontro a lui.
Finalmente un giorno si vide comparire davanti un gigante smisurato,
che avea nome Ser Elefante, ed era un uomo terribile. Il quale vedutolo
gli disse: «Ragazzo, per il Dio Termagante[7], se non te ne vai subito
via da questi luoghi, dove io capito spesso, ti ammazzo il cavallo con
una randellata. Sappi che qui fra i suoni delle arpe e della zampogna,
in mezzo ad una vera sinfonia di strumenti, abita la regina delle fate.»
Il cavaliere rispose: «Il cielo mi assista, e domani io tornerò qui
armato per misurarmi con te: e -par ma foy- la mia lancia non te la
farà passare tanto liscia. Poichè non sarà trascorso il primo quarto
del giorno, che io ti avrò passato lo stomaco da parte a parte, e tu
cadrai morto in questo luogo stesso».
Ciò detto, ser Thopas fuggì via, mentre il gigante con una terribile
fionda gli scagliava dietro delle pietre per ucciderlo: ma egli con
l’aiuto di Dio e con la sua destrezza si salvò.
Ed ora, signori, fate bene attenzione alla mia storia, che è più gaia
del canto dell’usignuolo. Poichè ora sentirete come Ser Thopas, chino
sul suo cavallo e stringendosi nelle spalle per evitare i sassi del
gigante, tornò, attraverso valli e colline, nel suo regno.
Appena giunto, chiamò, in mezzo alla gioia universale, la sua gente, e
ordinò che si preparassero subito grandi feste con giuochi e musica,
per celebrare un avvenimento straordinario.--Egli doveva misurarsi con
un gigante a tre teste, e battersi con lui per fare cortesia ad una
splendida stella, alla quale dedicava l’amor suo.--
«Presto (indi soggiunse), quanti menestrelli e cantori di geste[8] sono
qui, mi raccontino, mentre indosso le mie armi, fatti e avventure di
re, di papi, di cardinali, e qualche storia d’amore.»
Gli portarono per prima cosa il dolce vino, poi gli porsero in una
coppa un aromatico miscuglio di panforte finissimo, liquirizia, e semi
di comino con zucchero raffinato[9].
Quindi il prode cavaliere si vestì coprendo le sue bianche carni con
una camicia e un paio di calzoni di stoffa finissima. Poi indossò una
casacca, e si cinse, a difesa del cuore, di una maglia di acciaio.
Sopra la maglia mise una solida corazza, prezioso lavoro di un giudeo,
e finalmente indossò la sua cotta d’armi, candida come un giglio, con
la quale egli dovea andare in battaglia contro Ser Elefante.
Il suo scudo era sfolgorante d’oro, con una testa di cinghiale nel
mezzo, accanto alla quale brillava un carbonchio. Mentre si vestiva
giurò, solennemente, sopra la birra e il pane, che il gigante sarebbe
morto sotto i suoi colpi, a qualunque costo.
Aveva un paio di stivali di pelle conciata nell’acqua bollente, ed una
sciabola con la guaina d’avorio; l’elmo era di ottone lucido. La sella
era bellissima[10], e la briglia avea fulgori di sole e di luna.
La sua lancia, nemica della pace e apportatrice di guerra, era di
cipresso fino con la punta ben affilata. Il cavallo, dal mantello
pomellato, aveva un’andatura semplice e tranquilla. E qui, signori
miei, è finita la prima parte del mio cantare[11]. Se ne avete voglia
ancora, cercherò di contentarvi.
Dunque, -pour charité-, signore e signori gentilissimi, non aprite
bocca, e state attenti, che ora si parla di armi, di cavalieri, di
donne, di cortesie e di amori.
Che cosa sono i famosi cantari del giovine Horn, di Ipotis, di Bevis,
di Ser Guy, di Ser Libeux, e di Pleindamour[12], in confronto a quello
di Ser Thopas, che era il vero fiore della cavalleria?
Egli, dunque, inforcato il suo bravo destriero, guizzò d’un salto sulla
via, come una favilla guizza in aria da un tizzo ardente. Sull’elmo che
gli copriva la testa spiccava per cimiero una torre con un fiore di
giglio in cima. Ed ora Dio salvi dalla morte il corpo di Ser Thopas.
Da pro’ cavaliere errante, la notte non volle mai dormire al coperto:
suo letto era la terra, suo tetto il cappuccio, e per guanciale avea
l’elmo risplendente. Vicino a lui intanto il suo destriero morsicchiava
le dolci erbette del prato.
Anche egli, come si legge del prode Ser Percival[13] quando indossava
lo splendido costume di cavaliere, non bevve mai altra bevanda che
l’acqua della fonte. Finalmente un giorno.......
«Basta, basta, per l’amor di Dio, interruppe il nostro oste: non ne
posso più delle tue chiacchiere! Dio mi salvi, quanto è vero che mi
fanno perfino male gli orecchi! Al diavolo il tuo cantare: è proprio
roba da chiodi!»
«Perchè, risposi io? Perchè non vuoi che anche io finisca, come gli
altri, il mio racconto? Questo è il più bel cantare che io mi sappia.»
«Per Dio, riprese l’oste, te lo dico subito il perchè: perchè il tuo
famoso cantare non vale un soldo, e tu sprechi il tempo inutilmente
a farcelo sentire. Insomma, signore mio, ti proibisco di seguitare
in questo modo. Vediamo un po’ se sei buono a raccontarci una bella
avventura, o se sai dirci, in prosa, una novella che almeno ci diverta
o ci insegni qualche cosa.»
«Per la passione di Cristo, risposi, ben volentieri. Vi racconterò
una cosetta in prosa che, se non vorrete essere proprio incontentabili
vi piacerà di certo. È una storia morale e piena di virtuosi
ammaestramenti, che già altri hanno raccontata in diversi modi. E ciò
non vi deve fare meraviglia, perchè voi sapete bene, per esempio,
che ognuno degli Evangelisti racconta la passione di Gesù in un modo
differente: eppure nonostante tutte le differenze, è sempre vera
ugualmente, e la storia è sempre quella. Raccontata da S. Marco o da
S. Matteo, da S. Luca o da S. Giovanni, la pietosa passione è sempre,
più o meno, la stessa cosa. Però, signori miei, se la mia storia vi
sembrerà diversa da quella che avete sentito altre volte, specialmente
per i proverbi con cui io cerco di rendere più interessante questo
trattatello di morale, non vogliate vi prego gridarmi la croce addosso.
Vedrete che il mio racconto segue, in sostanza, il piccolo trattato
onde l’ho tolto[14]. State dunque a sentire, e questa volta, mi
raccomando, lasciatemi andare fino in fondo.
NOTE
PROLOGO
[1] Il testo ha -palmeres-: palmieri; ma evidentemente, come nota il
Tyrwhitt, il poeta ha adoperato qui la parola in senso generale, e non
secondo la particolare distinzione fatta anche da Dante (-Vita Nuova-,
XLI).
[2] Leggo: -to ferne halwes- (invece che -to serve halwes- col
Tyrwhitt), secondo la lezione ristabilita dal Wright ed accettata
dall’Hertzberg, dal Bell e da altri.
[3] Alessandria d’Egitto, conquistata nel 1365 da Pierre de Lusignan,
re di Cipro.
[4] Il nostro cavaliere era una persona, come si dice, di riguardo: i
signori alla corte dei quali egli si trovò, girando il mondo in cerca
di guerra, a tavola gli assegnarono spesso il posto d’onore in omaggio
alla sua prodezza. Il Chaucer, che nell’originalissimo prologo ci fa un
quadro pieno di vita e di colori della società inglese del tempo suo,
ci presenta, in questo caratteristico personaggio uno di quegli uomini
di guerra che allora correvano il mondo per servire con le armi presso
qualche signore. E non pochi furono questi cavalieri erranti durante il
regno di Edoardo III, che è memorabile nella storia della cavalleria
inglese. Il Tyrwhitt riferisce, a illustrazione di questa figura di
cavaliere descritta dal Chaucer, un antico epitaffio francese (Cfr.
LELAND, -Itin.- III. pag. 91) nel quale sono così ricordate
le gesta di uno di questi cavalieri, contemporaneo del poeta e morto
nel 1406: «-Icy gist le noble et vaillant Chivaler- Matheu de Gourney
etc.---qui en sa vie fu a la bataille de Benamaryn, et ala apres a
la siege d’Algezire sur les Sarazines et aussi a les batailles de
l’Escluse, de Cressy etc.-»
[5] In Affrica.
[6] Satalia (l’antica Attalia) e Layas (Lieys in Armenia) furono tolte
ai Turchi da Pierre de Lusignan, rispettivamente, nel 1352-1367.
[7] Che cosa precisamente il Chaucer intenda con questa designazione
vaga, non è troppo chiaro. Forse si tratta di quella parte del
Mediterraneo che si estende fra la Sicilia e l’isola di Cipro, e bagna
le coste della Palestina.
[8] In Affrica.
[9] Nell’Anatolia.
[10] Letteralmente: come se fossero stati messi in una pressa (-as they
were layde in presse-).
[11] La monaca, affettando anche in questo una educazione raffinata e
alla moda, parlava in francese: ma un francese bastardo e corrotto,
come quello parlato dal basso popolo di Stratford.
[12] Confesso che l’espressione: «una monaca che faceva da cappellano»
mi piace assai poco. E non mi pare molto chiaro l’ufficio di questa
monaca presso suora Eglantina, la quale per ogni buon fine aveva
condotto con sè anche tre preti. Ma d’altra parte il testo dice proprio
così: -That was hire chapelleyn-.
[13] La lezione è molto incerta. Intendo il -rekkeles- del testo
secondo la congettura del Tyrwhitt, il quale sospetta che il Chaucer
avesse scritto -reghelles-. La variante -cloysterless- (senza chiostro)
accolta, sulla scorta di un codice di Cambridge, dal Wright, dal Bell
e da altri, porterebbe ad una inutile ripetizione, e non mi pare
accettabile. L’espressione è tradotta letteralmente da un testo latino,
citato dal Tyrwhitt, il quale dice: -Sicut piscis sine aqua caret vita,
ita sine monasterio monachus-.
[14] Letteralmente: di questo testo non avrebbe dato una gallina pelata
(-he gaf nat a pulled hen-). Ho creduto meglio rendere l’espressione
inglese, senza dubbio popolare, con un modo popolare nostro.
[15] -An oystre-: un’ostrica (V. la nota precedente).
[16] Amore deve essere inteso, qui, nel senso cristiano di carità, come
nel motto inciso sul medaglione della monaca (v. p. 10).
[17] Ho cercato di attenuare, in qualche modo, la grottesca espressione
del poeta, la quale suona così: fumava come una fornace dove si liquefà
il piombo (-stemed as a forneys of a leed-).
[18] L’uso galante di offrire, ad una signora che lo domanda, uno
spillo, è ancora vivo: ma quello abbastanza strano di offrire dei
coltelli o temperini (-knyfes-) non ha, che io mi sappia, alcun
riscontro.
[19] Il testo dice: -of yeddynges he bar utturly the prys-. La lezione
è incerta ed il significato di -yeddynges- è oscuro: io ho accettato,
col Bell, la congettura del Tyrwhitt, il quale riconduce questo
vocabolo al sassone -geddian- o -giddian-: cantare. Altri intende, come
il Wright e l’Hertzberg: raccontare storie.
[20] Espungo col Wright i due seguenti versi:
-And gave a certaine ferme for the grant,
Non of his bretheren cam in his haunt-
che qui non danno alcun senso, e sono certo interpolati. L’Hertzberg
li accetta, e dichiara che egli li ritiene decisamente genuini, pur
confessando che non si capisce affatto che relazione abbiano col
resto. Non so, poi, quanto sia plausibile la spiegazione che egli ne
dà: «pagava della casa un fitto così alto, che nessun altro dei suoi
confratelli andava nella sua contrada.»
[21] -Hadde but oo schoo-: non aveva che una scarpa sola.
[22] Il Chaucer dice precisamente: -rounded as a belle out of presse-
«rotonda come una campana appena levata dalla forma in cui è stata
fusa.» Ho semplificato l’espressione, perchè mi è sembrato che
l’immagine, in italiano, non ci guadagnasse molto, traducendo alla
lettera.
[23] -Then robus riche, or fithul, or sawtrie-: «piuttosto che roba di
prezzo, o un violino, o un salterio.»
[24] -Sergeant of lawe- (sergente della legge). Non so quanto
esattamente risponda la mia traduzione (impiegato del tribunale)
all’espressione inglese: confesso che non ho saputo trovare un modo più
determinato e sicuro. L’Hertzberg traduce «Iustitiarius» e dice (-Op.
cit.- nota al v. 311) che: -Sergeant of lawe- equivaleva, nel sec. XIV
e XV, presso a poco a «Dottore in legge» (dem Stande eines Doktors
der Rechte gleich kam). Cfr. in proposito l’opera del CRABBE, -Storia
del Diritto Inglese-, alla quale rimanda l’Hertzberg.
[25] -That often hadde ben atte parvys.- (Il quale era stato spesso
sotto il portico della chiesa). La voce -parvys-, che è manifestamente
il -parvis- dei francesi, significa: portico o piazza davanti a una
chiesa.--Nel medio evo era costume degli avvocati, e di tutta la gente
del foro in generale, ritrovarsi in certe ore del giorno, quando i
tribunali erano chiusi, sotto il portico di una delle chiese principali
della città, per parlare e discutere di leggi e di diritto. A quale di
questi portici abbia inteso precisamente di alludere il Chaucer non
è facile dire: io ho messo il nome di Westminster non tanto perchè
uno dei più probabili, quanto per rendere, in qualche modo, meno
indeterminata l’espressione del poeta.
Il Tyrwhitt riferisce in proposito il seguente passo (V. FORTESCUE,
-De laud. leg. Angl.-, C. 51): -Post meridiem curiae non tenentur; sed
placitantes tunc se divertunt ad pervisum et alibi, consulentes cum
servientibus ad legem- (sergeant of lawe) -et aliis consiliariis suis.-
[26] Letteralmente per la patente (di avvocato?) e per mezzo di
una intera commissione (-by patent, and by pleyn commissioun-). La
patente glie ne dava il diritto legale, la commissione lo invitava a
presiedere, come giudice, in omaggio alla sua dottrina in fatto di
materie giuridiche.
[27] Guglielmo il Conquistatore.
[28] In italiano non c’è una parola che corrisponda precisamente al
-Frankeleyn- del testo. Ho tradotto -possidente- sulla definizione del
Fortescue (-De Laud. leg. Angl.- C. 29) citata dal Tyrwhitt, secondo
la quale per -Frankeleyn- si intende: -pater familias magnis ditatus
possessionibus-. Vedi la lunga nota dell’Hertzberg (-Op. cit.-, n. al
v. 333) il quale traduce: -Gutsherr-.
[29] Cioè: la sua casa era aperta a quanti amici e conoscenti avevano
occasione di passare dal suo paese, i quali erano sicuri di trovare
presso di lui la più cordiale ospitalità.
Secondo la leggenda S. Giuliano avendo ucciso per disgrazia i suoi
genitori, per purgarsi, in qualche modo, del suo involontario delitto
con una buona azione, mantenne a sue spese un albergo, lungo una
via piena di pericoli e di disagi, dove i viandanti trovavano vitto
e alloggio gratis. Di qui ebbe origine la tradizione che fece di
S. Giuliano l’ospitaliere, il protettore dei viandanti, i quali lo
invocavano per via e ne recitavano il miracoloso Paternostro. Anche il
Boccaccio (-Dec.- II. 2.) dice: «ne’ quali (paesi) chi non ha detto il
Paternostro di S. Giuliano, ancora che abbia buon letto, alberga male».
Intorno alle varie trasformazioni e modificazioni che subì la leggenda
di questo santo, che divenne perfino protettore dei facili amori e dei
lenoni, puoi vedere l’interessante scritto di A. GRAF, -S. Giuliano nel
Decamerone e altrove-,--in: -Miti, leggende, e superstizioni del Medio
Evo- Torino, Loescher 1892–93. V. anche, BRAND, -Antiquities- (V. I.
pag. 359. Ediz. H. Ellis).
[30] -Was alway after oon-: era sempre della stessa qualità. La quale,
trattandosi di un ricco possidente, è naturale che fosse anche la
migliore. Altri, meno bene e poco chiaramente, intende: era sempre dopo
l’una (-after one o’clock-).
[31] Quale fosse precisamente l’ufficio del -counter-, qui ricordato
dal Chaucer, non ho potuto capire, e non so quale e quanta relazione
avesse, in verità, con quello del nostro ragioniere. L’Hertzberg
traduce, non credo in modo più felice ed esatto, -Landvoigt- (prefetto,
podestà). Qualunque sia il vero significato di questa parola, mi sembra
che non debba, ad ogni modo, essergli estraneo il concetto dei numeri e
dell’aritmetica, stando all’etimo.
[32] Letteralmente: avrebbe potuto sedere, in una sala dorata, alla
tavola situata sulla piattaforma (-on the deys-). Secondo un uso molto
comune in Inghilterra nel Medio Evo, i signori in fondo ad uno dei lati
della sala da pranzo, che era sempre molto vasta, facevano costruire
una piattaforma in legno, sulla quale veniva apparecchiata la tavola
per gli ospiti (come oggi si direbbe) illustri o degni di un certo
riguardo.
[33] Radice aromatica di sapore amarognolo.
[34] Ignorando completamente a quale pietanza della nostra cucina
moderna corrisponda, in qualche modo, il -blankmanger- del cuoco
chauceriano, ho tradotto «cappone in galantina» per la ragione che
stando a quanto riferisce in proposito il Tyrwhitt, pare che uno dei
principali ingredienti fosse la polpa del cappone (-the brawne of a
capon-).
[35] Ho lasciato il seguente distico:
«-If that he foughte, and hadde the heigher hand,
By water he sente hem hoom to every land.-»
il quale non dà qui un senso possibile. Il Wright e il Bell accolgono,
senza discussione, i due versi secondo il testo del Tyrwhitt. È strano
che nessuno di loro tre, neppure il Tyrwhitt, che con sì larga messe di
note ha illustrato la sua edizione, abbia accennato anche lontanamente
alla oscurità del senso, che non può essere loro sfuggita. L’Hertzberg
espunge il distico intero osservando, molto giustamente, che se non
si può sospettare una interpolazione, bisogna ammettere che prima di
questi due versi ci sia una lacuna.
[36] Hull era anche a’ tempi del Chaucer uno dei porti più importanti
dell’Inghilterra.
[37] Leggo col Wright e col Bell -wys to undertake- invece che -I
undertake-, perchè mi pare che in questo modo venga meglio spiegato il
significato dell’aggettivo -wys- che qui, evidentemente, significa:
accorto, prudente, in antitesi all’altro -hardy- (coraggioso, ardito).
[38] Il Gotland è una regione della Svezia: ma qui l’indicazione del
Chaucer non è chiaramente determinata.
[39] L’astrologia era nel medio evo una delle fonti a cui più
spesso ricorrevano i medici per i loro malati. Si credeva che una
medicina fosse più o meno efficace, secondo che veniva somministrata
all’ammalato sotto una costellazione piuttosto che sotto una altra.
Il Chaucer il quale dimostra nelle sue opere una conoscenza certo
notevole, per il suo tempo, di astrologia, coltivò con molto interesse
tutta quella letteratura scientifica che da essa ne derivò. Egli stesso
scrisse un libro, rimasto incompiuto, intitolato «-The Astrolabe-» nel
quale tratta della costruzione e dell’uso dell’Astrolabio.
[40] I nomi di Esculapio, Galeno, Avicenna, Ippocrate, Dioscoride, sono
noti a tutti. Rufo era un medico di Efeso contemporaneo di Traiano.
Hali (o Haly) era un astronomo arabo, noto anche come medico, il
quale fu contemporaneo di Avicenna, e commentò gli scritti di Galeno,
Serapion, anche egli arabo e contemporaneo di Avicenna, scrisse di
medicina ed ebbe nome di erudito nel secolo XI. Rasis, dottore asiatico
del X secolo, esercitò medicina nella Spagna, e scrisse un’opera che
lo levò in gran fama, intitolata -Continens-. Averrois, filosofo ed
erudito del XII secolo nato a Cordova di famiglia araba, scrisse un
commento alle opere di Aristotele, e tenne scuola in Marocco dove morì.
Giovanni Damasceno fu uno scienzato di origine araba, il quale ebbe
molta e varia cultura, e visse in tempi assai più remoti, prima anche
della venuta degli Arabi in Europa. Costantino (Constantius Afer) era
un frate benedettino di Monte Cassino nato a Cartagine e vissuto verso
la fine del secolo XI. Fu uno dei fondatori della scuola di Salerno.
Bernardo (Bernardus Gordonius) contemporaneo del Chaucer scrisse molti
trattati di medicina e fu professore a Montpellier. Giovanni Gatisdeno,
della prima metà del secolo XIV, tenne scuola di medicina ad Oxford.
Gilbertino sarebbe secondo l’opinione più probabile un tale Gilbertus
Anglicus fiorito nel secolo XIII, autore di un compendio di medicina
popolarmente noto ai suoi tempi. (V. WARTON, -Op. cit.-, pp. 292–293).
[41] È probabile, come osserva il Wright, che il poeta alluda qui alla
famosa pestilenza del 1348 descritta anche dal Boccaccio nel principio
del -Decamerone-.
[42] Le piazze più rinomate, nel continente, pei mercati di stoffe di
ogni genere.
[43] Leggo col Wright col Bell e con l’Hertzberg: -ten pounde-. Il
Chaucer, esagerando, mette in caricatura l’uso barocco del suo tempo,
secondo il quale le donne portavano in testa dei fazzoletti molto
pesanti imbottiti di ovatta.
[44] Letteralmente: aveva avuto sulla porta della chiesa cinque
mariti. (-Housbondes atte chirche dore hadde sche had fyfe-). La parte
più importante della sacra funzione anticamente, in Inghilterra, si
compieva sulla porta della chiesa, dove lo sposo impalmava la mano
della sposa, per andare poi all’altare a ricevere la comunione.
[45] Il testo è molto incerto, e presenta nelle sue varie lezioni una
parola assai difficile a spiegarsi. Il Tyrwhitt legge: -gattothud-, e
confessa di non intendere che cosa abbia voluto dire, precisamente, il
Chaucer.
La lezione del Tyrwhitt, accettata dal Wright dal Bell e
dall’Hertzberg, a me sembra la più probabile, intesa e spiegata per
-goat–toothed- (dai denti di capra) che significa in senso traslato:
-ghiotto-, -ingordo-. Qui per altro ghiotta va inteso, con valore
suggestivo, per lasciva, libidinosa. A questa interpetrazione
conforterebbe, se non m’inganno, un passo del prologo della novella
raccontata appunto dalla donna di Bath, nel quale parlando di se stessa
costei dice: «Io avevo quaranta anni, se debbo dire la verità, ma mi
piaceva sempre scherzare come una puledra. Ero -gattothud-, e ciò non
mi faceva torto, poichè oramai aveva il bollo del sigillo di Venere.»
[46] Il testo dice veramente; «poichè era molto pratica del mestiere di
questa vecchia danza» (-For of that art sche knew the olde daunce-).
[47] Letteralmente: «non c’era caso che per causa delle decime si
arrabbiasse ed imprecasse» (-Ful loth were him to cursey for his
tythes-). Chi si rifiutava di pagarle incorreva nella scomunica.
[48] Non so se questa espressione renda, in qualche modo, lo «-spiced
conscience-» del testo, tutt’altro che chiaro, che il Tyrwhitt
confessa di non capire assolutamente. L’Hertzberg traduce, «-That mit
Gewissensskrupeln nicht breit.-»
[49] Per maggiore chiarezza non ho mantenuto, traducendo, l’ordine
preciso con cui il poeta nomina qui gli ultimi personaggi del suo
prologo: ho seguito invece quello nel quale ce li descrive poi
singolarmente. Il -sompnour- (-summoner-), che io ho reso in italiano
con -cursore- e -usciere del tribunale ecclesiastico-, era un impiegato
che aveva l’ufficio di citare, come dice il nome stesso, davanti alla
severa corte dell’arcidiacono, coloro che si erano resi colpevoli verso
le leggi ecclesiastiche, custodi a dire il vero non troppo intemerate
della pubblica morale. Questo personaggio, nel quale il Chaucer fa
un’arguta satira degli usi e degli abusi religiosi del suo tempo, è
una delle macchiette più riuscite e geniali della lunga schiera di
cavalieri che ci sfilano davanti, gaiamente novellando, sulla via di
Canterbury.
[50] Il mugnaio qui descritto dal poeta è il vero prototipo di quella
classe che nel medio evo era proverbialmente nota per la consumata
abilità di rubare. Secondo l’uso che anche oggi rimane in molti luoghi,
il padrone del mulino, invece di denaro, si prendeva a titolo di paga,
una certa misura di fiore per ogni sacco macinato. E questo dicevasi,
con parola del mestiere, -tollen- (-toll- o -take toll-). Pare, quindi,
che l’onesto mugnaio non contento di mettere le mani nel sacco del
grano (-wel cowde he stele corn-) prima di macinarlo, si prendesse poi
tre misure di farina (-tollen thries-) invece di una.
[51] Il Chaucer intende dire che il suo mugnaio, in fin dei conti, non
era più ladro degli altri: aveva anche lui, come gli altri colleghi,
il suo pollice d’oro. La frase è tolta probabilmente, come nota il
Tyrwhitt, dall’antico proverbio inglese: «-Every honest miller has a
thumb of gold-» col quale il popolo faceva le sue vendette.
[52] Non so se in italiano vi sia un’altra parola che meglio
risponda al -maunciple- del testo. Mi è sembrato che -fornitore-,
-provveditore-, -dispensiere- sarebbe stato anche peggio di -economo-.
[53] Il testo ha veramente: -he mas ay biforn in good state-: «egli era
sempre il primo a trovarsi in buona condizione.» Cioè trovava sempre
il modo di comprare roba buona e pagarla poco, per farla poi pagare ai
suoi padroni più di quello che costava, intascandosi il di più.
[54] «-a jay con clepe Watte, as wel as can the pope.-» Letteralmente:
una gazza può chiamare «Gualtiero» (-Watte- vale -Wat-, forma
abbreviata di -Walter-) bene come il papa.
[55] L’usciere quando aveva alzato un po’ il gomito faceva sfoggio del
suo latino: è naturale però che tra i fumi del vino egli si ricordasse
meglio di quelle espressioni e di quelle frasi che stando in tribunale
sentiva ripetere più spesso. Una di queste era appunto: -Questio quid
juris-, che negli antichi scritti di legge ricorreva continuamente, in
forma di domanda, dopo l’esposizione di un fatto giuridico qualunque.
[56] Ho tradotto con questa efficace espressione del popolo nostro
l’espressione popolare inglese adoperata dal Chaucer: -And prively
a fynch eke cowde he pulle- (sapeva anche pelare, di nascosto, un
uccellino).
[57] Cioè dalla scomunica. Con questa parola cominciava la formula:
-Significavit nobis venerabilis pater etc.-, onde veniva annunciata ai
colpevoli la scomunica.
[58] Il testo dice -gurles- (-girls-) ma qui piuttosto che nel senso
determinato di -ragazze-, deve intendersi in senso generale: maschi e
femmine. Però ho tradotto: -tutta la gioventù-.
[59] Si tratta, molto probabilmente, di un ritornello di qualche
canzone popolare amorosa del tempo.
[60] Mi pare che -storye- non possa avere qui il significato di storia
o racconto profano, che andrebbe poco d’accordo con -lessoun- (una
parte della sacra scrittura che si leggeva nella messa). Il Chaucer
dopo averci descritto il suo mercante di indulgenze per il miglior
brigante del mondo, come avrebbe detto il Boccaccio, soggiunge con
intenzione senza dubbio ironica:--Però bisogna dire la verità, in chiesa
era un degno prete (-a noble ecclesiaste-), e diceva la messa con tutte
le regole senza trascurarne nessuna parte.
[61] -Affyle his tunge.- Letteralmente: pulir la lingua.
[62] È probabile, come nota il Tyrwhitt, che la fonte diretta alla
quale il Chaucer ha attinto questa espressione, piuttosto che Platone,
sia Boezio (-De Consolatione-, III. 12).
[63] L’abbeveratoio di S. Tommaso, secondo il Wright, si trovava a due
miglia da Londra sull’antica strada di Canterbury.
[64] V. la nota 11 alla novella del mercante di indulgenze.
NOVELLA DEL CAVALIERE
[1] Il testo dice veramente: pareva la pianta del bosso, o la cenere
morta e fredda (-lik was he to byholde--The box–tree, or the asschen
deed and colde-).
[2] -Lene he wexe, and drye as is a schaft- (si ridusse magro e secco
come una freccia).
[3] Il poeta allude al noto episodio di Argo, che Mercurio riusci ad
uccidere dopo avergli fatto chiudere i cento occhi. Il racconto si
legge anche in Ovidio (-Metam.- I. 714), che fra i poeti latini è uno
di quelli più spesso, direttamente o indirettamente, ricordati dal
Chaucer.
[4] Nella -Teseide- Arcita, per non essere riconosciuto, cambia il suo
nome in quello di Penteo (-Tes.- IV. 3): il Chaucer, discostandosi
dal Boccaccio, fa che il cavaliere tebano sostituisca il proprio con
quello di Filostrato. È probabile che questo nome, che qui è molto
appropriato pel suo significato etimologico (-abbattuto da amore-), il
poeta inglese lo abbia tolto di peso dal poema del Boccaccio, a lui
indubbiamente noto come dimostra il «-Troilus and Cressida-».
[5] -Hath brought him in the snare.- (Lo portò nel laccio).
[6] Letteralmente: ora sulla cima del colle, ed ora giù in mezzo ai
pruni della siepe (-Now in the croppe, now doun in the breres-).
[7] -Mars the reede- (il rosso Marte). Ho tradotto l’epiteto del Dio
della guerra con la stessa parola del Boccaccio (-Tes.- I. 3.) che il
Chaucer manifestamente ha voluto tradurre.
[8] L’espressione del testo è questa: non ne sa più di quello che ne
sappia un cuculo o una lepre (-sche woot no more, than wot a cuckoo or
an hare-).
[9] La frase non troppo chiara: -he may go pypen in an ivy leef- (deve
andare a suonare la piva in una foglia d’ellera) è tolta da qualche
antico modo proverbiale. A me l’idea della piva, contenuta nel verbo
-pipen-, ha suggerito la nostra efficace espressione popolare, che non
mi sembra qui male appropriata.
[10] Il testo dice un carretto pieno d’oro (-of gold a fother-).
[11] -A citole.- Che per questa parola si debba intendere uno strumento
è ammesso, facilmente, da tutti: ma in che cosa questo strumento
consista, nessuno lo spiega. Il Tyrwhitt (-Op. cit.- Gloss.) rimanda al
dizionario del Du Cange alla voce -Citola-, e riferisce l’opinione del
Hawkins (-History of Music-, vol. II. p. 106 n.) secondo la quale lo
strumento qui nominato sarebbe una specie di dulcimello (-Dulcimer-).
[12] La lezione è incerta e varia. È chiaro però che qui si parla di un
turbine impetuoso di vento.
[13] -The northern light in at the dore schon.- La fantastica immagine
è del Chaucer: il Boccaccio (-Tes.- VII. 32) traduce, non troppo
esattamente, da Stazio (-Teb.- VII. 45).
[14] Alla lettera: che pesavano una tonnellata: -tonne greet- (-a great
ton-). Altri intende: che avevano la circonferenza di una botte (-tun-).
[15] Il testo dice, con espressione vaga ed oscura: il lamento armato
(-armed complaint-).
[16] Letteralmente: mille che non erano morti di malattia, ma erano
stati uccisi (-a thousand, slaine, and not of qualme ystorve-).
[17] L’epiteto -hoppesteres-, dato qui alle navi, non sembra molto
chiaro ai critici e ai commentatori del poeta. La parola non ricorre
altrove, e non ha altri riscontri nella poesia del Chaucer, i quali
possano recare un poco di luce. Io ho tradotto secondo l’etimo supposto
dal Tyrwhitt, il quale farebbe derivare questa voce dal sassone -to
hoppe- che significa -danzare-. L’immagine delle navi danzanti sulle
onde, che di per sè è abbastanza poetica, qui pare poco appropriata.
Ed è strano che il Chaucer, il quale in questa disordinata e barocca
descrizione del tempio di Marte si è valso non poco della -Teseide-,
traducendola qualche volta quasi letteralmente, abbia avuto l’idea poco
felice di trasformare «le navi bellatrici (che il Chaucer abbia letto
«ballatrici»?) del Boccaccio» e le «bellatrices carinae» di Stazio, in
navi danzatrici.
[18] La spada di Damocle.
[19] Nota lo Speght (-Op. cit.-, Gloss.) che -Puella- e -Rubens- sono
in geomanzia i nomi di due figure che rappresentano due costellazioni
celesti. La prima significa Marte retrogrado, la seconda Marte diretto.
[20] Il poeta con un giuoco di parole, che traducendo non è
possibile mantenere, suppone che qualcuno possa intendere male il
nome pronunciato dal Cavaliere, e confondere fra -Dyane- (Dafni) e
-Dyane- (Diana). Per un simile bisticcio Cfr. la «Novella del Mercante
d’indulgenze» pag. 285.
[21] -His eyen were cytryne- (gli occhi erano del colore del cedro).
[22] Il testo dice veramente: «la terza ora disuguale dopo che etc.».
Secondo il sistema astrologico con cui veniva computato il tempo, il
giorno era diviso, dal sorgere del sole al tramonto, in dodici parti,
le quali variavano giornalmente, e non erano uguali, in durata, alle
ore della notte, se non nel periodo degli equinozi. (Cfr. HERTZBERG,
-op. cit., n.-).
[23] La citazione è così fuori di luogo, che sembrerebbe fatta apposta
per distogliere e sviare l’attenzione di chi legge dalla vera fonte.
Nella -Tebaide- di Stazio non c’è nulla di tutto questo: invece una
descrizione particolareggiata dei sacrifici onde Emilia onora Diana,
si trova nel VII della -Teseide- (71–76), dal quale il Chaucer, fino
dai primi versi in cui racconta come la cognata di Teseo si reco
all’altare della dea, ha tradotto quasi alla lettera la maggior parte
dell’episodio della invocazione.
NOVELLA DEL GIURECONSULTO
PROLOGO
[1] Espressione proverbiale che ricorre anche altrove. Nella visione
allegorica -Piers the Plowman- di WILLIAM LANGLAND o LANGLEY,
contemporaneo del Chaucer, è detto che «nessun uomo desidererebbe la
verginità di -Malkin-.»
NOVELLA
[1] Il Wright riferisce, a illustrazione di questo passo, questa
annotazione latina che si trova in margine al manoscritto di Lansdowne:
«Unde Tholomeus, libro primo, capitulo 8: Primi motus coeli duo sunt,
quorum unus est qui movet totum semper ab oriente in occidentem uno
modo super orbes, etc. Alter vero motus est qui movet orbem stellarum
currentium centra motum primum, videlicet ab occidente in orientem
super alias duos polos, etc.»
[2] Dagli astrologi era detto -Signore- (-Lord-) quel pianeta che
secondo loro esercitava un influsso speciale sulle varie ore del
giorno, che erano sotto il suo impero. Confesso candidamente che in
tutte queste espressioni del gergo astrologico, di cui si compiace così
spesso il Chaucer, io riesco a vederci poco chiaro. Chi volesse saperne
e capirne di più, veda la lunga nota dell’Hertzberg al verso 4722, dove
troverà anche spiegato che cosa sia l’-ascendent tortuous-, che io ho
tradotto con -oroscopo-.
[3] La grafia di questa barbara voce astrologica è incerta. Tanto il
Tyrwhitt che legge -Atyzar-, quanto il Wright che scrive, secondo il
ms. Harleiano, -Attezare-, si dichiarano incapaci di dare una lezione
sicura. Lo Skeat (-op. cit.-) dice che la vera lezione è -Atazir-,
forma arabo–spagnola che significa: -triste influsso-.
NOVELLA DEL CHIERICO DI OXFORD
PROLOGO
[1] Il testo dice veramente: «Perchè quando uno è entrato in un giuoco,
deve stare al giuoco» (-For what man is entred unto play, He moot nedes
unto that play assent-).
[2] Giovanni da Lignano, famoso giurista e filosofo milanese fiorito
verso il 1378.
NOVELLA
[1] V. Prologo generale, pag. 25. Costei aveva raccontata la sua
novella dopo quella del Giureconsulto.
[2] Il poeta allude ad un’antica favola popolare, probabilmente di
origine francese, secondo la quale -Chichevache- o -Chicheface- era un
mostro che nutrendosi di mogli buone e pazienti, moriva sempre dalla
fame, ed era sempre pelle e ossa, perchè gli accadeva molto di rado di
potersi sfamare con un cibo così difficile a trovarsi. Sembra che il
Chaucer sia stato il primo a ricordare in Inghilterra questa favola,
che lo spirito del sagace popolo inglese rese, fino dai tempi del
Chaucer, più completa e significante. Accanto a -Chichevache- troviamo,
infatti, un altro mostro chiamato -Bycorn-, grasso e ben pasciuto per
quanto l’altro era magro e rifinito, che si cibava di mariti buoni
ed obbedienti, dei quali trovava facilmente abbondante pasto. Per
un’antica ballata inglese dove sono introdotti i due mostri, e per un
poemetto allegorico di Lydgate intitolato «Bycorne ande Chichevache»
cfr. WRIGHT, -op. cit., n.-
NOVELLA DEL MERCANTE DI INDULGENZE
[1] L’oste fa i suoi commenti alla novella detta poco prima dal Dottore
(cfr. Prologo gen. pag. 23); il quale aveva raccontato la pietosa
storia liviana di Virginia che è uccisa dal padre perchè non sia
vittima delle disoneste voglie di Appio Claudio.
[2] Per quante ricerche abbia fatto, non ho potuto trovare notizie di
S. Roniano. Forse si tratta di qualche persona che non fu canonizzata
veramente, ma solo santificata, per tradizione, dal popolo.
[3] Il Tyrwhitt suppone che il poeta intenda riferirsi alla -Epist.-
LXXXIII, nella quale Seneca dice: «Extende in plures dies illum ebrii
habitum: numquid de furore dubitatis? Nunc quoque non est minor sed
brevior.»
[4] Il Chaucer ha tradotto letteralmente dalla sacra scrittura: «Multi
enim ambulant etc.» Cfr. -Filipp.- III. 18.
[5] Vicino a Cadiz.
[6] Chepe (Cheapside) era nel medio evo una delle parti del vasto
territorio di Londra dove affluiva la classe più ricca della
cittadinanza, e dove il commercio aveva uno sviluppo grandissimo. Cfr.
Prologo gen., pag. 40.
[7] -Prov.- XXXI. 6.
[8] -Prov.- XXXI. 4.
[9] Probabilmente il Chaucer ha tolto questa storia dal -Polycraticus,
sive de nugis Curialium et vestigiis Philosophorum- di Giovanni da
Salisbury, che visse durante il regno di Enrico II, fu vescovo di
Chartres nel 1176, e morì nel 1180. Il testo del -Polycraticus- (I,
5), nel quale però invece di Stilbone che si reca a Sparta si racconta
di un tal Chilone mandato ambasciatore a Corinto, dice così: «Chilon
Lacedaemonius, iungendae societatis causa missus Corinthum, duces
et seniores populi ludentes invenit in alea. Infecto itaque negotio
reversus est etc.» A questa stessa fonte il poeta ha attinto anche
l’altro aneddoto del re dei Parti che per dileggio mandò a Demetrio
(-Demetrius Nicator?- Cfr, GIUSTINO, -Philip.- XXXVI. 1) un paio di
dadi.
[10] L’abbazia di Hailes in Glaucestershire fondata da Riccardo di
Cornovaglia fratello di Enrico III. Cfr. TYRWHITT, -op. cit., n.-
[11] L’espressione inglese è -drawing cut-, ed è quella stessa che
ricorre anche nel prologo generale (v. pag. 64), dove io, non essendo
riuscito, allora, a capirne il significato preciso, l’ho tradotta:
-fare al conto-. Una nota del Froissart, che pur troppo ho veduto
quando il prologo era già stampato, mi ha condotto poi a quest’altra
spiegazione che è, probabilmente, la vera. -Drawing cut-, secondo il
Froissart, (cfr. TYRWHITT, -op. cit., n.-) corrisponde all’espressione
francese: -tirer à la longue-, (o -courte-) -paille-. È molto
verisimile, infatti, che -cut- (tagliato) stia ad indicare la paglia
tagliata in pezzetti di differente lunghezza. La sorte cadeva su colui,
che dal fascetto dei pezzi di paglia tenuti stretti in una mano da uno
dei presenti, tirava fuori la paglia più lunga, o più corta, secondo
quello che era stato convenuto prima. Questa espressione si trova anche
in una filastrocca francese che incomincia così:
Il était un petit navire,
il était un petit navire,
qui n’avait ja–jamais navigué,
qui n’avait ja–jamais navigué...
e in cui si trova questa strofe:
On tira au sort -la courte paille-,
on tira au sort -la courte paille-
pour savoir qui–qui serait mangé,
pour savoir qui–qui serait mangé....
[12] Antica moneta inglese.
IL CANTARE DI SER THOPAS
[1] Il miracolo al quale qui si accenna è quello con cui finisce la
novella raccontata precedentemente dalla madre superiora (cfr. Prologo
gen., pag. 6).
[2] Il Chaucer immagina di aver preso parte anch’egli al pellegrinaggio
a Canterbury, insieme con tutti gli altri personaggi da lui descritti
nel prologo (cfr. Prologo, pag. 30), quindi, venuto il suo turno, fu
pregato anche lui dall’oste di fare il suo racconto.
[3] Ho tradotto la voce -payndemayn- del testo secondo la spiegazione
proposta dal Tyrwhitt, il quale afferma che la provincia di Maine era
rinomata, al tempo del Chaucer, per la finezza e bianchezza del pane.
L’etimologia, da altri supposta, da -panis matutinus- (-pain de matin-)
è dimostrata erronea dallo Skeat (-op. cit., n.-). L’Hertzberg traduce
semplicemente: -Semmelbrod-.
[4] jane (da -Janua=Genoa-). Antica moneta genovese, che non so se
corrispondesse, in realtà, alla genovina.
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