della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro non ti chiedo». Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante, che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò: «Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte. Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole. A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un vecchio con le gambe, ma con la testa no. Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei. «Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione, e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza. Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso, quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace. Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi». Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia. Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere. La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo. Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature, elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge. Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre». Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono condotti, con uguali onori, al palazzo. Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e le sue disposizioni. Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente loro Duca: «Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito. Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa. Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca». Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente del sangue». Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora giorno fatto. Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia, e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto, tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere, Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità, per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando, fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate ora il dovere vostro». Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto, secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia. I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue sgorga rosso dai fianchi. Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio, nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso. Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare là, secondo i patti stabiliti prima. Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza». A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente, che per un momento parve che il gran teatro franasse. Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è accaduto». Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata». I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che razza di miracolo avvenne lì per lì. Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo. Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore, al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura, e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non faceva che piangere per la sua Emilia. Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa, attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto, sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni, come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone, e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie, fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse di premiare due soli fratelli. Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita. Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi, e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto. Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma, è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva, mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così: «Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo, senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico. Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone, per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù, modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare Palemone il gentile cavaliere». Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me, Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime, non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad Emilia. Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che finiscono per andarsene anche loro. Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano. Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?» Teseo non sapeva darsi pace di questa disgrazia, e solo il vecchio padre Egeo riuscì a consolarlo, pratico come era delle eterne vicissitudini di questo mondo. Avendo veduto, nella sua vita, alternarsi senza posa la gioia e il dolore, il dolore e la felicità, con questo esempio dette al figlio una immagine di ciò che è il mondo, per vedere di consolarlo. «Come non morì mai uomo, prese egli a dire, il quale un giorno non avesse vissuto, in qualche modo, su questa terra, così non visse mai uomo, il quale non sia morto. Il mondo non è che una stazione di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri guai». Queste e molte altre cose disse il vecchio, esortando tutti alla rassegnazione. Teseo cercò, con ogni cura, il luogo più degno e conveniente, dove seppellire il buon Arcita. E volle, finalmente, che in quello stesso bosco placido e verde, nel quale Arcita e Palemone avevano combattuto per amore, dove Arcita aveva sofferto, per amore, tanti affanni, tanti e sì cocenti ardori, si innalzasse un rogo, ed ivi si facessero i sacrifici ed il funerale. Quindi dette ordine di tagliare le vecchie querci del bosco, di spaccarle, e di preparare, coi tronchi, la catasta per il rogo. I suoi ufficiali montarono a cavallo in fretta ed eseguirono subito gli ordini ricevuti. Teseo intanto mandò a prendere una bara, vi distese dentro un drappo d’oro, il più ricco che aveva, e dello stesso drappo vestì Arcita, al quale furono messi i guanti bianchi, una corona di alloro fresco in testa, e una spada lucida ed appuntata in mano. Così vestito, Teseo col volto pallido e spaurito lo depose nella bara, e cominciò a piangere amaramente. Poi perchè tutti potessero vedere il prode cavaliere, venuto il giorno, lo fece trasportare nella gran sala del palazzo, dove era un continuo via vai di gente che piangeva e gridava. In questo mentre giunse, tutto addolorato, il tebano Palemone, con la barba incolta, i grigi capelli arruffati, e in abito di lutto; il suo dolore era più forte di quello che tutti gli altri sentivano, ed egli piangeva più amaramente anche d’Emilia. Perchè il funerale riuscisse più splendido e degno, Teseo fece portare tre bei cavalli bianchi bardati di lucido acciaio, e su ciascuno di essi fece montare un cavaliere armato delle armi di Arcita: uno infatti teneva in mano il suo scudo, un altro la lancia, e il terzo l’arco turco ed il turcasso d’oro; e così armati i tre cavalieri cavalcavano lentamente e col volto addolorato pel bosco. I più nobili dei Greci che erano in Atene portavano la bara sulle spalle, percorrendo a lenti passi, e con gli occhi rossi e bagnati di pianto, la via principale della città che era tutta parata a nero. A destra del feretro c’era il vecchio Egeo, a sinistra Teseo, e tutti e due recavano vasi d’oro finissimi, pieni di miele, latte, sangue e vino. Dietro loro veniva con un gran seguito Palemone, e quindi Emilia, che, secondo il costume d’allora, portava in mano il fuoco per accendere il rogo. Tutti erano in faccende per preparare la legna, ed ormai la catasta toccava il cielo con la verde cima, e i tronchi stendevano per una ventina di braccia i loro rami. Il primo strato del rogo era formato di fascetti di paglia. Ma non starò a raccontarvi per filo e per segno come l’avessero innalzato, e vi risparmierò i nomi di tutti gli alberi che furono atterrati, insieme con le querci, gli abeti, le betulle, gli ontani, i lauri, i pioppi, i salici, gli olmi, i platani, i frassini, i bossi, i castagni, i tigli, gli aceri, gli spini, i faggi, i nocciuoli, e i tassi. Non vi dirò come i silvestri dei, privati della loro abitazione, fuggissero di qua e di là, abbandonando quel bosco dove Ninfe, Amadriadi e Fauni avevano avuto fino allora tranquillo e sereno albergo. Nè vi racconterò come gli animali e gli uccelli tutti scappassero spaventati allorchè il bosco fu atterrato; nè come il suolo della selva, non abituato alla luce del sole, rimanesse spaurito di tanto splendore improvviso. Non dirò, che il rogo era formato prima di uno strato di paglia, poi di tronchi secchi spaccati in tre pezzi, poi di uno strato di verzura e di aromi, coperti da un panno d’oro pieno di pietre preziose, attorno al quale erano appese corone di molti fiori, con la mirra e l’incenso dal dolce profumo. Non starò a raccontare come Arcita fu deposto in mezzo a tutta questa roba, nè a fare il conto di tutte le ricchezze che erano attorno il suo corpo; nè come Emilia dando fuoco al rogo secondo l’uso di quei tempi, venne meno dalla commozione, nè ciò che disse o desiderò in quel momento, nè quali gioie furono gettate nel fuoco allorchè si levarono le fiamme divampando, nè come dei presenti chi gettava nel fuoco lo scudo, chi la lancia, chi parte dell’armatura, o coppe piene di vino, di latte, di sangue, che bruciavano subito come fossero di legno. Non vi dirò come i Greci in lunghissimo corteo cavalcarono per tre volte attorno alle fiamme, incominciando da sinistra, con grida altissime e squassando per tre volte la lancia; nè come per tre volte le donne si abbandonarono ai lamenti, nè come Emilia fu ricondotta a casa ed Arcita, divenuto un mucchio di cenere fredda, fu vegliato dai Greci che passarono la notte in mezzo ad ogni genere di giuochi. Non starò a dirvi quali furono questi giuochi fatti durante la veglia, nè chi, untosi il corpo d’olio, fu il miglior lottatore e si portò meglio riuscendo a battere sempre l’avversario. Non dirò, finalmente, come, finiti i giuochi, tutti se ne ritornarono in Atene, poichè è ormai tempo di venire alla fine di questa lunga novella. Col tempo, passati alcuni anni, fu stabilito, per comune consenso, che avessero fine i lamenti e le lacrime. Ed allora, se non m’inganno, ebbe luogo un’adunanza in Atene per trattare di alcune questioni particolari, e tra le altre cose si parlò anche di stringere alleanza con non so quali paesi, e di avere, ormai, anche quella dei Tebani. Perciò il nobile Teseo fece chiamare subito Palemone, senza che egli sapesse di che cosa si trattasse; ed il giovine tebano, tutto dolente e vestito a bruno, accorse subito, obbedendo all’ordine di Teseo, il quale intanto aveva fatto chiamare anche Emilia. Allorchè si furono seduti, e si fu fatto intorno silenzio, Teseo aspettando un momento, prima di lasciare uscire una parola dal saggio suo petto, e volto attorno lo sguardo pieno di mestizia con un tacito sospiro, disse finalmente così: «L’alto fattore del supremo principio, quando inventò la prima volta la bella catena d’amore, ebbe un nobile ed alto intendimento, e sapeva quel che si faceva, mosso da un fine ben determinato. Egli univa insieme, con la bella catena dell’amore, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, con legami che non era possibile infrangere. Questo principe e fattore di tutte le cose ha fissato i giorni che ogni creatura viva deve rimanere in questa valle di lacrime, ed oltre quel dato numero di giorni a nessuno è dato passeggiarvi più. E non c’è bisogno di citare in proposito qualche autorità, perchè ormai tutti lo sappiamo per esperienza: io non faccio altro che manifestare la mia opinione. L’ordinamento di tutte le cose dimostra chiaramente che v’è una mente direttiva immutabile ed eterna: e basta avere un dito di cervello per capire che in questo mondo ogni piccola parte deriva da un tutto. Poichè la natura non ha avuto origine da parti e frazioni di una cosa, ma da una cosa perfetta ed una, che a mano a mano allontanandosi dalla perfezione è scesa giù fino a divenire corruttibile. E perciò egli, il fattore supremo, con la sua saggia previdenza ha creato questo meraviglioso ordinamento, in modo che l’evoluzione e il progresso delle cose si deve effettuare per mezzo di successive trasformazioni, che conducono alla fine e non alla eternità. E di questo ognuno si può persuadere con gli occhi suoi. Guardate, per esempio, la quercia che dopo sì lunga vita, un bel giorno muore. Pensate che la dura selce che ogni giorno calpestiamo coi piedi quando camminiamo, a poco per volta si consuma anch’essa, sulla strada, e finisce. Così il vasto fiume improvvisamente si secca, e le grandi città cadono e spariscono, perchè tutto, come vedete, finisce nel mondo. Lo stesso accade degli uomini e delle donne: tutti, il re come il suo paggio, devono morire dentro uno dei due limiti della vita umana, vale a dire la gioventù e la vecchiaia. Chi muore nel suo letto, chi in mezzo al mare, chi in mezzo alla vasta campagna; ma non c’è rimedio: tutto finisce per la stessa strada, tutto muore. E chi è l’autore di tutto questo, se non Giove re dell’universo? Egli è principio e causa di tutte le cose, e tutto si trasforma secondo il suo volere, dal quale tutto ha avuto la sua origine; nè creatura viva al mondo, si può opporre a lui, qualunque essa sia. Perciò è da savi, mi sembra, fare di necessità virtù, e mettersi l’animo in pace, una volta che tutti, senza eccezione, dobbiamo finire nello stesso modo. Chi se ne lamenta è un pazzo, perchè pretende di ribellarsi a colui che è guida di tutto. Certamente per un uomo è bello morire nella grandezza della sua fama e nel vigore degli anni, con la sicurezza di lasciare un nome onorato. Egli muore senza aver mai recato disonore all’amico e a se stesso, cosicchè l’amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, preferendo che egli sia spirato nel fiore della sua gloria, piuttosto che vederlo morire quando questo è già appassito dal tempo; poichè allora il suo valore è presto dimenticato. Quindi per lasciare un bel nome è meglio morire all’apogeo della gloria; e chi non la pensa così si ostina ad essere uno sciocco. Perchè, dunque, noi ci lamentiamo e non sappiamo rassegnarci che il nostro Arcita, il fiore della cavalleria, sia uscito con tanta lode ed onore da questa brutta prigione che è la vita? Perchè si lamentano, qui, la moglie sua e il suo cugino, che pur gli volevano tanto bene, della sorte che gli è toccata? Deve egli ringraziarli di questo? No davvero, e lo sa Dio stesso, poichè col pianto offendono l’anima di Arcita e se medesimi, solamente per soddisfare il desiderio proprio. Quale è, dunque la conclusione di questo mio lungo discorso? È questa: io penso che noi dopo tanto dolore dobbiamo ormai stare un po’ allegri, e ringraziare Giove della sua bontà. Prima che ci lasciamo, noi dobbiamo fare di due dolori una sola e completa gioia che duri eterna. Vedete, tra le persone qui presenti ce n’è una più acerbamente di tutti colpita dal dolore: ebbene io voglio che la gioia incominci proprio da lei. Sorella (indi soggiunse) è desiderio mio e della mia corte, che il gentil Palemone, il cavaliere che con tanto zelo è al tuo servizio, e ti ha sempre servito con tanto amore e del suo meglio dal giorno che lo conoscesti, abbia finalmente la grazia del tuo cuore: io voglio che tu lo faccia tuo marito e tuo signore. Dammi la tua mano, poichè così noi abbiamo stabilito. Dà a noi, qui presenti, un esempio della tua riconoscenza. Palemone è, per Dio, figlio del fratello di un re, e sebbene egli sia un semplice cavaliere, mi pare che meriti la tua pietà, giacchè egli ti ha servito per tanti anni, ed ha sofferto tanti affanni per amor tuo». Poi disse al cavaliere Palemone: «Io credo che non occorreranno molte parole per indurti ad approvare questa mia decisione. Vieni dunque qua, e prendi per la mano la moglie tua». Così fu stretto, fra loro due, il nodo che si chiama matrimonio o maritaggio, con l’approvazione di tutta la corte, e in mezzo all’allegria e ai canti furono celebrate le nozze. Ed ora Dio che ha creato questo immenso mondo, conceda al prode cavaliere la sua protezione, che se l’è guadagnata davvero. Palemone, infatti, vive contento e felice in mezzo alle ricchezze, e pieno di salute, con la sua Emilia; ed essa l’ama così teneramente, ed egli con tanta cortesia la serve, che tra di loro non si parlò mai di gelosia nè di altre seccature. Così finirono Palemone ed Emilia, e Dio benedica tutta questa bella brigata. NOVELLA DEL GIURECONSULTO PROLOGO Il nostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano le dieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo: «Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna a -Malkins-[1] la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio. Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi avete acconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa». «Oste, egli rispose, DE PAR DIEU JEO ASSENTE, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissime EPISTOLE. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donne e gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato: LA SACRA LEGGENDA DI CUPIDO, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste. Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forza per terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue. NOVELLA DEL GIURECONSULTO O miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza il pane. Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra. Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio, verrà anche per lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la coda perchè non aiuta chi ha bisogno!» Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante spine. Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente. Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una novella, se un mercante, morto parecchi anni fa, non mi avesse raccontato questa che voglio dirvi. Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da loro e cambiar con loro la merce. Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma, non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove tornava loro più comodo per gli affari. Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre nuovi particolari. La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro Imperatore, Dio ce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa intera. La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua mano è ministra di libertà e di misericordia». E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori. Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon viso, e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso. E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa fanciulla per tutta la vita. Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo. Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa leggere chiaro. Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un rimedio per la sua vita. Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte, molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra; si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che il matrimonio. Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro profeta Maometto». Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo essere suo, e non posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita: poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore». Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto sentirete. Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora, bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni. Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua corte fecero per le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece nell’occasione di un avvenimento così grande. Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi, in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione. Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti. Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare. Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto nè conosciuto? Io non voglio dire altro: ma so che in generale riescono sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro moglie. «O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza, la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi. Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più. Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete. Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell’uomo.» Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani, si sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè partire a tutti i costi. O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1] quotidiano accozzi e trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte distrusse questo matrimonio. Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2] è caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato; poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato quel luogo dove stavi benissimo. Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tua condizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione, ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello. La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e andiamo avanti. La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da comunicare, si assise, e disse così: «Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio. Ebbene, io faccio voto all’altissimo Signor nostro di perdere la vita, prima di rinnegare la religione di Maometto. Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in eterno». Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise parole. «Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’ d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare tutto il rosso del sangue che la bagnerà, quand’anche portasse con sè una fontana». O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna, donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia. E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna. La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada; e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimo dalla mano del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana. E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio se ne ritornò a casa. Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per tenere alto il decoro del regno. La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata, con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montato a cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal mare. Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno spirito, sotto sotto meditava il morso mortale. Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a riposare. Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata. O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve essere sempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi. Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice. Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia. Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le dettero una abbondante quantità di roba per mangiare, misero sulla nave delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto. Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone. Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo. Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la forza di redimermi.» Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo stretto del Marocco; ma prima che le onde selvagge la portassero al suo destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di fame, sempre con la morte davanti agli occhi. Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande: «Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che egli portava nel cuore. A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi, affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza. Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il mare a piedi asciutti. Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte. Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave? Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua abbondanza al gran bisogno di lei. Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversando il nostro vasto mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza restasse ferma in quel luogo. Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza, nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita, per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava. Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave, portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio, e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era, nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire. Diceva che il mare l’aveva tanto stordita, che aveva perso la memoria, e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che chi la vedeva se ne innamorava subito. ; , , 1 : 2 , , , 3 . , 4 ; , , 5 , 6 . 7 , , , 8 . : 9 , , 10 ; . 11 , , 12 » . 13 14 , 15 , 16 . , 17 , 18 ; , 19 , 20 . 21 : 22 « » . . 23 24 25 . 26 27 , , 28 29 , 30 . , 31 , , 32 , 33 . 34 : . 35 , . 36 37 , , , 38 . 39 40 « , , , 41 , 42 . 43 , , 44 ; 45 , . 46 , . 47 , 48 ; 49 , , 50 , . . 51 , , ; , 52 , , 53 . 54 , 55 : , . 56 , ; 57 , » . 58 59 , , , 60 . 61 62 , 63 , 64 . 65 , 66 . 67 , , 68 ; 69 . 70 71 , 72 , , , 73 , . 74 , , 75 , 76 , . 77 , 78 . 79 , 80 . 81 , , 82 ; 83 , , , 84 . 85 : , 86 87 . 88 ; , 89 , 90 , 91 , : « 92 » . 93 94 , , 95 , . 96 , 97 , , 98 , , . 99 100 , , 101 ; 102 , 103 . 104 105 106 , , 107 : 108 109 « , , 110 111 ; 112 , . 113 , , 114 , , . 115 ; 116 . 117 , , . 118 , , 119 , 120 . 121 , , 122 . , 123 . , 124 . , ; » . 125 126 , 127 : « 128 , 129 » . 130 131 132 , 133 . , 134 , , 135 , 136 , . 137 , 138 . 139 140 , , , , 141 , 142 . 143 , , 144 , ; 145 , , 146 . 147 148 . 149 , 150 , , 151 . 152 ; , 153 , , 154 , : « , 155 » . 156 157 158 , 159 . , , , 160 : 161 , . 162 , ; 163 , 164 , , 165 , 166 . 167 , ; 168 , 169 . , 170 . 171 , , 172 , , 173 . 174 . 175 176 , 177 . , 178 , 179 ; 180 , 181 , 182 . , 183 . 184 185 : , 186 , , 187 . 188 , 189 , . 190 ; , 191 , , 192 , . 193 194 , , ; 195 : , 196 , . 197 198 , , , 199 ? 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