delle Cronache-) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero.
Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare
sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.
[46] -I Precursori del Boccaccio- etc. Firenze, 1876. Pag. 42.
[47] -Lett. cit.-
[48] Cfr. LANDAU, -Die Quellen des Decameron-, Pag. 156 segg.
[49] -Note a Rabelais-. Cfr. DUNLOP, -Hist of Pros. Fict-, London,
1888, II, pag. 145.
[50] -Fabliaux- I. 269.
[51] -Ist. del Decam.- Firenze, 1732. Pag. 603.
[52] -Memoires pour la vie de Petrarque-. III. pag. 797. Cfr. TYRWHITT,
-op. cit.- 61, -n.-
[53] -Geschichte des Dramas-, Leipzig, 1867, I. pag. 639. Il -Lai del
Fresne- di Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha
che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non
può essere considerato come fonte originale.
[54] Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati
l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la
sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi
della casa paterna si diede.»
[55] Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato
origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su
Griselda di Reinhold Köhler, inserito nella -Encyklopädie von Ersch
und Gruber-. Vedi anche: WESTENHOLZ, -Die Griseldissage in der
Litteraturgeschichte-. Cfr. -Zeischrift für Deutsche Philologie-, XXI,
p. 472. Per la letterat. russa vedi WESSELOFSKY, -La Griselda ecc.- in
-Civiltà italiana-, Anno I. pag. 156 e segg.
[56] Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso,
dando alla frase un altro movimento.
[57] La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e
all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’opera -De
Contemptu mundi-, di Innocenzo III. È curioso che la espressione
latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue
prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel
testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85): -radice
malorum cupiditate affecti-.
[58] La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti.
Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.
[59] Che il Chaucer avesse conoscenza del -Novellino- non è provato:
altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelle
-Canterbury Tales- non ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una
fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per
supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalle -Cento
Novelle Antiche- (Gualt. 38. Borgh. 36).
[60] Della conoscenza che il Chaucer ebbe dei -Fabliaux- francesi parla
il Wright nei suoi -Anecdota literaria-.
[61] -Op. cit.-, pag. 131.
[62] Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri,
e per la versione orale popolare, vedi D’ANCONA, -Le Fonti del
Novellino-, in -Studi di Critica e Storia Letteraria-.
[63] Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben
poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto
agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora
l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della
novella.
[64] Nello stesso metro è anche -The King of Tars-, che ha, in alcune
espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In
questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460–1520) una
ballata burlesca, intitolata: -Sir Thomas Norray-.
[65] Cfr. Hertzberg, -op. cit.-
[66] In -Letters on Chivalry and Romance-. Cfr. LOUNSBURY, -op. cit.-
II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno
dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come
una parodia dei cantari cavallereschi.
[67] Cfr. TYRWHITT, -op. cit.- e RITSON -op. cit.-
ERRATA–CORRIGE
ERRATACORRIGE
Pag. 24. Aviceno Avicenna
» 52. soccorerci soccorrerci
» 77. il campo «ha«il campo ha
» 94. che tormentano, in questo mondo, che tormentano in questo mondo
»113. abbi pietà, abbi pietà
»115. levando in alto, la manolevando in alto la mano,
»123. diedero dànno
»150. -Malkins--Malkin-
»152. Alceste Alcesti
»174. «Chi Chi
»195. coraggio il coraggio
»196. Mentre il senatore, Mentre il senatore
»197. nostro Signora nostra Signora
»224. E È
» »posa possa
»287. e poi o poi
» »Dio le sue Dio con le sue
»293. restarono atterriti restarono attoniti
NOVELLE DI CANTERBURY
PROLOGO
Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo,
rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che
ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col
molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura,
e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete;
quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta
la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio
della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi
in moto; e i pellegrini[1] vanno in cerca di straniere piagge, per
visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada[2]. E in gran
numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra
a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che
fece loro la grazia, quando erano malati.
Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria
del -Tabarro-, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi
divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una
brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che
si erano trovati, per caso, lì al -Tabarro-, per andare a Canterbury,
come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna
abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.
In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola
con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla
promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada
di Canterbury con loro.
Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e
il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di
questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi
fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un
cavaliere.
C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando
montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria,
la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in
prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e
gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la
sua dignità di valoroso cavaliere.
S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città
della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro
cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in
Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a
Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel
mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte
si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra
fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.
Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè
contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse
così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare
modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato,
una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita,
neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma
era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale
arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco
brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine
della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a
Canterbury.
Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di
sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati
artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di
anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa,
e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in
Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato
valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in
grazia alla sua bella.
Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto
paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava,
o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la
freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con
maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel
cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore,
bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte,
per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.
Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in
qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da
scalco.
Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un
valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso
colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di
frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva
scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco.
Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il
mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un
fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con
la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S.
Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro
verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.
C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto
semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si
chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola
dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che
parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto
quello di Parigi. Stava a tavola con tutte le regole: non c’era caso
che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la
salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non
le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere
bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il
labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola
macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e
la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e
piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava,
con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi
gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.
Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa,
che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o
ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e
schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva,
o buscava per la strada una bastonata un po’ forte. Era una donna piena
di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato
con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come
il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una
rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e
raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.
Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare
io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di
piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel
medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona;
e dopo il motto: -Amor vincit omnia-. Aveva con sè un’altra monaca che
le faceva da cappellano, e tre preti[12].
C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per
andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio
di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando
passava col suo cavallo, si sentiva da lontano il rumore dei sonagli
ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della
cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.
Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S.
Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia;
meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo
nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere
un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13] è un pesce fuor
d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio
un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un
soldo[15].
E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un
chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul
libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani
lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove
anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme,
il diritto di lavorare. Però era un forte ed abile cavaliere, ed aveva
dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia
della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun
costo.
Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla
mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel
suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo,
molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un
nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come
uno specchio.
Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero
passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva
gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa
gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di
stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso;
insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse
l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bello grasso, era il
migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca
di cipresso.
C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro,
il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti
e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse
scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a
spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo
ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto,
ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma
anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso
diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio
di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto
indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare
qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a
fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere
macchia nella coscienza, e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima
di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi
della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di
piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare
una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi
senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare
qualche cosa ai poveri frati.
Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli
coltelli[18] e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne
avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e
suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era
insuperabile.[19] Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso
campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove
era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri
cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non
che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era
possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quella non era
davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli;
perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio
da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva
subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio.
Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la
confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di
lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una
povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di
scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre;
con tanta dolcezza sapeva dire il suo: -In principio-. Era, poi, così
accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo
commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo,
abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche
questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse
l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca
frusta frusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava
una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come
una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di
lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce.
Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano
come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile
frate si chiamava Uberto.
C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari
colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di
castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati.
Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava
accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche
cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel
fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto
abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo
bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità: e con tanta
accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in
prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche
debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la
verità, non so come si chiamasse.
C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava
con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche
lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era
smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva
comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non
era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a
capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben
rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino,
o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con
tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che
poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per imparare
qualche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che
contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare,
non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo
studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre
correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto
criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual
piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.
C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24] colta e
intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e
giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente
delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a
tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i
suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in
tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina,
e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva, e d’ogni parte
gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare
i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà;
e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo
d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare
anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e
giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27].
Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che
nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli
del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari
colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta
del suo vestiario.
Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba
bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La
mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel
vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e
pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.
Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del
suo paese [29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della
migliore qualità [30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino
che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore,
qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande
abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con
tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la
sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in
gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e
i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se
in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo
c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.
In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato,
non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era
bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsa di
seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un
proprietario bravo come lui non s’era mai visto.
Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore,
un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e
numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e
pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato
in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano
tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe
potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32].
Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto
più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente
sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere:
sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in
chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i
primi posti, è una bella soddisfazione.
Insieme con loro c’era un cuoco, che avevano portato apposta, per
fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina,
e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore
di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza
sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla
gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta,
e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad
una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!
C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era,
per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio,
un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli
arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone,
portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato
il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio
a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla
nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,
senza tanti scrupoli di coscienza.... ..................[35]
Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree,
le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare
l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno,
neppure a cercarlo da Hull[36] a Cartagine. Era coraggioso, e nello
stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una
tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti,
i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi
della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamava -Maddalena-.
Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo
l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche
l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli
delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva
rendere l’oroscopo[39] favorevole all’ammalato.
Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal
freddo, sia dal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con
un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato.
Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe
della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli
speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni
e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo
il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e
Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino,
Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].
Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile
a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito
rosso–sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina.
Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo
s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in
cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale del
medico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.
C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per
sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le
sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la
parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di
lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle
innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in
fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per
vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano
almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto,
ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una
bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in
fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque
volte l’altare[44] per andare a marito, e da giovane non aveva avuto
mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di
andarlo a rivangare. Era stata tre volte a Gerusalemme, e aveva passato
molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e
Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per
dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un
buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello
largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che
le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un
bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che
era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte
di questo vecchio giuoco era provetta[46].
C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città,
il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava,
sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i
suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima
premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta
rassegnazione nella sventura.
Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47],
e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi
poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e
qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui
ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto
grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città;
nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i
suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli.
In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava
agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso
con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il
ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il
cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa
vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a
delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con
l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»
Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il
beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge.
Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per
l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche
confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura
alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via
qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene
avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza
quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva
sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che
quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno
si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse
un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si
meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo. Nemico
di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue
prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei
suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.
Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva
caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso
e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio
con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il
suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo,
che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano,
zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si
potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre
per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava
puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche,
e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un
tabarro.
C’erano anche un mugnaio, un economo, un fattore, un cursore un
mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.
Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa
così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta
riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato,
e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o
sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole
della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una
pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un
ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa,
e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e
uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone,
un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva
un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano
a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50].
Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era
vestito di bianco, con un cappuccio celeste in capo; e siccome suonava
molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori
della città.
L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di
avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far
la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava
non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il
modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare
qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono:
vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante,
avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?
I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina,
e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi.
Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci
di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese.
E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con
un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza
un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita
semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero
saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto
malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li
metteva tutti nel sacco.
Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba
fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati
i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva
un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di
carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo;
e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da
lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza
sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il
latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del
suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per
contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone
aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano
sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la
sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata.
Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi.
Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva
spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo
matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza,
del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti,
anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere
del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un
bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga
cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore
si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata
Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava
sempre in coda alla brigata.,
C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una
faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era
venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo
come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo
faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio,
piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti,
tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli
facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse
i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio,
di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso
come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi
aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando
tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti,
niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in
mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere
bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino
lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si
metteva a gridare: -Questio quid juris-[55].
Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più
buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino,
era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina:
egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche
merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi
se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno
dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini
dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro
la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce
lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il
colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde
l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal
-significavit-[57].
Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù [58]
della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava
sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori
come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di
scudo portava una focaccia.
Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di
Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio
allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in
gola: «Amor mio vien qui da me [59]»; mentre l’usciere con una voce che
sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo
mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi
come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo
qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava
senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva
di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli
svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre
gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta
aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la
sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma.
Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una
capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la
speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava
sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se
montava un cavallo o una cavalla.
Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui.
In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che
era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo
della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo
raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose,
e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando
trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli
rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E
così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua
gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete.
Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]
ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva
che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]
per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior
lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.
E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il
numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra
brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del
TABARRO presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo
quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra
cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.
Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi,
di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi
parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei
compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete
meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile,
di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a
come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è
costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla
metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si
riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna
badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo:
nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose
come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone,
signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa
leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].
Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a
ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la
propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno,
lo vedrete bene, è un po’ corto.
Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a
tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era
piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo,
il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta
cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In
Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di
accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di
umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e
ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse:
«Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho
mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse,
vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete
fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato
un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti
a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire
vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete
di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero,
nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul
suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi
propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e
con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio
consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello
che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che
farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la
testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»
La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che
non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro
accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.
«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve
ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco,
in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la
lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al
ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti
quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà
cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo
albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro
ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria,
verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida;
proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che
dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti.
Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi
farò trovare pronto per tempo.»
L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra
parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva
proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo
giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu
stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro
ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione
di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di
sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli
allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a
letto senza altro.
La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti,
e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango,
e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che
conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il
suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra
promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina,
vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa
bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi
si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!
Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]
poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a
raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor
chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare
ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».
In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto
lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde
sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò
a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune
accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del
cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e
sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere
io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me!
Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»
Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di
buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa
novella.
NOVELLA DEL CAVALIERE
Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un
duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed
aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più
grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi
regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche
quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando
la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne
pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora
appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e
ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.
Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei
per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri,
a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia
fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa
regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo,
e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma
pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto
campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro
sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non
vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo
racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi,
chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.
Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e
quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito,
volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga
fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo
la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona
viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero
fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.
«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo
modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia
della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo,
ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite
di nero?»
Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte
in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:
«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero
la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione
di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi
a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così
generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere
disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o
regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici
interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il
vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata,
che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì
(quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere
in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là
durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira
e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare
oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare
una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno
sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto
ai cani.»
A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra,
e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione
di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi
il cuore.»
Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da
cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria
e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un
tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle,
e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era
possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che
tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di
Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.
E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse
a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle
nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella
notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad
Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo
aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a
cavallo, e via per la sua strada.
Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la
lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti
i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo,
tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in
Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal
fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo
da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E
per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e
leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti.
Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in
ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei
loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo
il costume d’allora.
Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che
levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie
con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io
ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.
Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città
di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino
a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto
i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando
nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora
accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due
giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali
giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e
ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone,
ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta
d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due
giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero,
precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati
li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta
cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e
li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre
in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col
suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e
là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga
torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre
nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire,
poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.
Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una
mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde
stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori
(poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi
delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il
solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia
poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza
improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo
dovere».
Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò.
Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e
i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per
le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre
il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi
e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa,
cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di
questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della
cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho
parlato e dovrò ancora parlarvi.
Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo.
Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso
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