presto esso vi diverrebbe maestro di fortunate iniziative, di diuturna
solerzia e di virilità persino nelle manifestazioni dell'opulenza.
Indi le cacce ardimentose, indi le stalle riccamente fornite, indi
l'allegro movimento della cascina, i cui prodotti diverrebbero materia
d'esportazione.
Certo un alto ufficio è assegnato agli uomini, che con dovizia di
mezzi e d'affetto imprenderanno a risanare il Cadore dal malessere
che lo affligge. Sia che essi tentino d'arrestar sulla sua china
il periclitante commercio dei legnami, sia che vogliano introdurre
in quella regione montuosa le abitudini della pastorizia, sia che
s'occupino a ravvivare altre industrie, come la mineraria[5] e
quella degl'intagli di legno, per la quale i Cadorini hanno rare
disposizioni,[6] da per tutto incontreranno difficoltà, ma da per
tutto anche elementi di buon successo e di compiacenza. Da un lato le
opposizioni inevitabili degl'interessi offesi, la resistenza passiva
d'un popolo schivo, forse, in sulle prime di essere disciplinato, e
non sempre operoso del pari che intelligente; ma dall'altra parte, nel
popolo medesimo quella svegliatezza d'ingegno che, a lungo andare, non
può a meno di renderlo accessibile ai savî consigli, e quell'indole
franca e leale che, quando accoglie un'idea, raccoglie senza reticenze
e senza sottintesi. E le solide virtù e i semplici costumi di queste
genti le renderebbero immensamente adatte a svolgere nel proprio grembo
tutte quelle istituzioni onde s'onora la civiltà moderna, e che appunto
non mettono salda radice ove non trovino il fondamento dell'onestà. Un
Cadore seminato di piccole Banche alla foggia scozzese o tedesca, di
Unioni di mutuo soccorso, di Casse di risparmio, di Società di consumo,
è oggi un sogno e non più, ma potrebbe essere una realtà fra pochi
anni, purchè alcuno accendesse la scintilla animatrice. Oh, fra tanti
che in Cadore sortirono il grave carico dell'opulenza, dispensiera,
a chi ben l'intenda, più di cure che d'agî, non ve n'ha un solo che
senta quest'ambizione? Non ve n'ha un solo che, prescegliendo il
soggiorno di queste Alpi agli ozî delle città, ponga qui sua dimora e
spenda qui l'attività dell'ingegno e quella più efficace del cuore? Ho
detto che, se per avventura un gruppo d'inglesi dovesse abitare questa
contrada, opererebbe immensamente per la trasformazione del paese,
ma certo l'Italia non manca di cittadini atti a pugnare ed a vincere
nell'arringo della civiltà e del lavoro. Io auguro al Cadore un uomo
come Alessandro Rossi di Schio, il quale, vigile sempre, e non iscorato
mai nell'avversa fortuna e non imbaldanzito mai ne' trionfi, ottenne
la più bella ricompensa, a cui possano aspirare gli spiriti generosi,
quella di far suonare alto e rispettato il nome del suo borgo natale.
Che se il Cadore avrà qualcheduno che gli somigli, io spero, o lettore,
che fra alcuni anni noi rinnoveremo sotto migliori auspicî questa gita
attraverso i monti.[7]
-1868-.
IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE.
-- Ma voi, signora Adelaide, perchè non vi siete mai maritata? --
Una bella giovane da' diciannove a' vent'anni, elegantemente vestita,
faceva questa domanda, che alcuni diranno indiscreta, a una donna
che pareva essere sulla cinquantina, e il cui volto serbava le tracce
di un'antica avvenenza insieme con quelle di molte lotte e di molti
dolori.
Era una limpida sera d'estate. Le due donne sedevano l'una dirimpetto
all'altra nel vano della porta che da un salotto a pian terreno
riusciva in giardino. Un lume a -Carcel- posto sulla mensola spargeva
intorno a sè un moderato chiarore, tanto da far risaltare gli addobbi
signorili della stanza: nel mezzo un tavolino rotondo con alcuni
giornali ed alcuni libri, tra cui due fascicoli della -Revue des deux
mondes-; sul davanti a pochi passi dall'uscio stava il pianoforte
aperto, con un quaderno di musica spiegato e con due candele spente
sul leggìo. Di fuori nel giardino, un'aiuola di tuberose diffondeva le
più acute fragranze, che si mescevano ai miti profumi della modesta
gaggìa addossata alla muraglia. Un boschetto di carpini disegnava a
grandi linee i pittoreschi contorni sull'azzurro del cielo stellato,
e col lieve stormir delle fronde pareva rispondere amorosamente alla
carezza dell'aria tepida ed odorata. L'ora ed il luogo erano propizî ai
colloquî confidenziali.
Però, allorchè la leggiadra e florida Lina proferì le parole poste
in principio, la signora Adelaide si scosse leggermente, e una nube
improvvisa parve ottenebrarle la fronte. Nondimeno ella si ricompose
prestissimo, e atteggiata a un mite sorriso
-- Volete voi proprio saperlo? -- disse, indirizzandosi alla giovane.
-- Pur che a voi non incresca il narrarlo.
-- No, ottima Lina, io sento che con voi, così buona meco e indulgente,
io dovevo essere più schietta da un pezzo e nulla tacervi. Ora poi che
siamo alla vigilia di separarci, sento che avete il diritto di leggere
le più riposte pagine della mia vita. Discorriamone a dirittura, chè
poche sere ancora ci restano ai fidati colloquî. Tra otto giorni la mia
buona Lina sarà diventata la contessa degli Aldi, e si troverà chi sa
quante miglia lontana dai suoi colli e dal suo giardino. --
Lina strinse la mano alla signora Adelaide, e le disse con un accento
pieno di candore:
-- Oh, come potrò adattarmi a vivere senza di voi?
-- Vi ci adatterete, figliuola mia, chè posso chiamarvi con questo nome,
vi ci adatterete. A molte cose l'animo s'avvezza quando è felice. E voi
sarete tale, non ne ho dubbio alcuno. Ma non usciamo d'argomento. Voi
desiderate conoscere la storia di questa vecchia zittella, ed eccomi
qui a raccontarvela.
I.
-- Diciannove anni fa, amica mia, la brutta e cascante Adelaide che
conoscete (non mi fate di no col capo) era una giovane piena di
vanità, di petulanza, di alterigia, e, per quello che assicuravano,
di ricchezza. Cento bocche mi dicevano bella, e, ve lo confesso, io
ero persuasa che dicessero la verità. Questi capelli che si vanno
inargentando rapidamente, erano d'un castagno scuro, e così folti,
così lunghi, ch'io consumavo un'ora il giorno a pettinarli. Le mie
guance, potete ben crederlo, non avevano rughe, ed erano tinte d'un
lieve incarnato che dava maggior risalto alla bianchezza della mia
carnagione. La costante irrequietezza del mio spirito, che in quei
tempi traboccava di vita, riflettevasi ne' miei occhi mobili sempre
e ridenti. E poi, per non tediarvi con questo sfoggio di vanità
retrospettiva, mi basterà soggiungervi ch'io stavo per compiere i
ventiquattr'anni, e a ventiquattr'anni, per parer brutte, via, bisogna
essere molto.
Poche ragazze ebbero una libertà così grande come la mia. Avevo
perduta la madre prima di compiere i tre lustri, in quell'età, cioè,
nella quale la mano che ci guidò nei primi passi, che sviò dal nostro
sentiero le spine, sarebbe più necessaria che mai per proteggerci
da nuove insidie e nuovi pericoli. Mio padre mi amava teneramente,
ciecamente forse, ma assorto nei suoi affari non poteva dare a me
che una piccolissima parte della giornata. Egli mi aveva fornito
di tutti i maestri possibili. Italiano, francese, inglese, tedesco,
ricamo, musica, ballo, disegno, storia naturale, persino matematica,
non v'era cosa ch'io non dovessi imparare. Io me ne vendicai col non
imparar nulla. Quanto a governanti, non ne volli sapere. N'ebbi due,
una francese ed una inglese. Licenziai la prima con la scusa che
parlava troppo, e la seconda con quella che non parlava punto; ma in
sostanza perchè entrambe mi davano ombra, ed erano un freno alla mia
autocrazia. A sedici anni io facevo in casa alto e basso ch'era una
meraviglia. Ordinavo a mio talento che si attaccassero i cavalli e
che mi si conducesse da qualche amica, o sul Corso a fare spese, davo
le disposizioni pel pranzo, preparavo gl'inviti per le nostre festine
del Carnovale, e guai se non m'obbedivano! La sarta e la crestaia
pendevano da' miei cenni, e il babbo pagava le polizze. O che mio padre
era forse un uomo debole? Tutt'altro. Aveva in certe cose una volontà
tenacissima; ma erasi fatta tacitamente fra noi una specie di divisione
di poteri, onde io non era più una vassalla, ma una viceregina.
Molto persone venivano in casa nostra, specialmente forestieri,
raccomandati a mio padre, ch'era uno de' banchieri più rispettabili di
Milano e che spesso li tratteneva a pranzo con noi. In quelle occasioni
io sfoggiavo tutta la mia abilità musicale, che non era molta, e tutta
la mia civetteria, che non era poca, o cinguettavo con singolare
compiacenza in inglese o in francese mendicando la lode dei nostri
ospiti, e poi gonfiandomene, come un tacchino che fa la rota. Tra lo
scendere frequente in banco, e il conversare con negozianti, io andavo
acquistando dimestichezza col linguaggio degli affari, e non ancora
ventenne seguiva con una tal quale curiosità le oscillazioni dei valori
pubblici nei listini di borsa della -Gazzetta-, allora -ufficiale-,
di Milano. Avrei potuto divenire una donna alla foggia americana, se
non fossi stata immensamente frivola, e non avessi avuto un disdegno
teorico pel danaro.
Con centinaia di conoscenti che salivano e scendevano le nostre scale,
noi non avevamo che un solo amico di famiglia, il notaio Anastasi. Era
un uomo celibe, attempatello, basso, calvo, con gli occhiali d'ottone,
piuttosto grosso e tarchiato, che discorreva soltanto dei suoi codici
e delle sue procedure, e mi faceva venir sonno ogni volta ch'io lo
vedevo. Io sentivo per esso una profonda antipatia, ma era un argomento
da non toccarsi con mio padre, che invece ne andava pazzo. E veramente
la mia avversione era cieca. Quando se ne levi la noia della sua
compagnia, il signor Anastasi non mi aveva usato che gentilezze. Ogni
anno al 3 di marzo, cioè al mio anniversario, io mi vedevo arrivare
una scatola di dolci e un mazzo di camelie legato da un nastro di
raso bianco con le mie iniziali ricamate a oro. Era un omaggio del
signor Anastasi che mi si protestava sempre umilissimo servitore, e
mi rammentava almeno due volte alla settimana ch'io dovevo contrarre
uno splendido matrimonio, poichè aveva una dote di dugento mila
lire. La venerazione della ricchezza, che è la malattia del secolo,
erasi appiccicata anche al dabben uomo, il quale sapeva far cadere
a ogni tratto il discorso sul nome de' suoi clienti più doviziosi e
dimenticavasi d'esser miope, quando s'imbatteva per via nella carrozza
del conte Berengari suo patrono ed amico. Eppure, vedete, allorchè
penso come, a malgrado delle sue debolezze, il notaio Anastasi
avesse un'integrità senza macchia, un animo disposto agli affetti,
e una lucidissima intelligenza, allorchè penso ciò che gli debbo,
io arrossisco d'averlo trattato per sì lungo tempo con una specie di
ripulsione. Che torto abbiamo, Lina mia, ad esser troppo esigenti con
coloro che ci avvicinano durante la nostra giovinezza! Noi non tardiamo
ad accorgerci che i difettucci, verso cui fummo tanto severi, erano
una cosa ben lieve a confronto dell'indifferenza, dell'egoismo che ne
circondano con l'avanzarsi degli anni.
Io crescevo intanto non solo con le abitudini dell'autocrazìa, ma anche
con quelle dell'opulenza. Tavola squisitamente imbandita, scuderia con
superbi cavalli, rimesse con carrozze di lusso, domestici in livrea, e
perfino un ragazzino, una specie di paggio, a mia intiera disposizione.
Ogni autunno mio padre lasciava per un mese gli affari, e mi conduceva
a una sua bellissima villa sul Lago Maggiore fra Intra e Pallanza.
Quello era il mio paradiso, e non potrò mai dimenticare il terrazzo
odoroso di cedri e d'aranci, da cui io fissavo lo sguardo a vicenda sul
limpido specchio del lago, sulle incantevoli isolette Borromee e sui
calvi cocuzzoli de' monti più alti e lontani. Oh le belle cavalcate
lungo la costiera, oh le romantiche gite in barchetta, mentre la
brezza vespertina increspava la superficie delle acque e gonfiava
la vela! Come mi parevano brevi i trenta giorni trascorsi in mezzo a
quell'incanto di cielo!
Sennonchè, ritornata in Milano, altre distrazioni mi attendevano. E
così, alternando la vita fra le feste della città e le delizie della
campagna, io stentavo a credere che vi fossero al mondo privazioni
e miserie: ero liberale per indole, non per simpatia, e la mia mano
s'apriva più che il mio cuore.
Non saprei dirvi in quale età intesi susurrarmi le prime parole di
galanterìa, ma fu certo prestissimo. Non me ne maravigliai, non me
ne commossi; abbastanza accorta da non cadere, abbastanza fredda
da non amare. Mio padre, la cui famiglia principiava e compivasi in
me, non aveva fretta di darmi marito: io che nella casa paterna ero
più assoluta d'una czarina, non mi sentivo punto disposta a mutar
domicilio. Ma il notaio Anastasi ripeteva sovente ch'era oramai
necessario ch'io mi maritassi, e che se la mia famiglia non aveva eredi
maschi, conveniva almeno ch'io dessi a mio padre la consolazione di una
nidiata di nipotini. Io lasciavo dire, e ridevo.
Così andarono le cose precisamente fino a pochi mesi prima ch'io
compissi i ventiquattr'anni, fino al tempo, cioè, dal quale avrei
dovuto cominciare il mio racconto, se non mi fosse sembrato necessario
farvi un tantino di prefazione.
Io che sono una vecchia zittella ho il diritto di dirlo: una ragazza
di ventiquattr'anni è molto facilmente una creatura antipatica, ed è
tale soprattutto quando è ricca e leggiadra. Non vi paia un paradosso.
Io ho conosciuto molte donzelle in quell'età critica: ne conobbi
anche parecchie di ammirabili, ma erano povere, nobilitate dal lavoro,
santificate da un grande scopo nell'esistenza: o una vecchia madre da
mantenere, o fratellini da educare, o un affetto da custodire. Però, in
generale, a mio parere, ventiquattr'anni son troppi per una ragazza.
Quando all'infanzia che ignora, all'adolescenza che sogna, succede
l'età che a poco a poco vuol saper tutto e sa tutto, io credo sia
giunta per la donna l'ora di diventare sposa e madre. È biasimevole,
è turpe il costume di gettar la fanciulla in braccio a un marito
appena che ella esca d'un chiostro; ma ciò che lo fa biasimevole e
turpe, si è l'aver costretto uno spirito ardente entro quattro mura,
in un'atmosfera viziata, in un mondo di pettegolezzi, d'invidie, di
gelosie, ove le passioni sviate dal loro alveo naturale si pervertono
e guastano miseramente. È certo che una fanciulla cresciuta lì dentro è
disadatta a prendere in una nuova famiglia il posto che le si compete,
se non fa prima un tirocinio nel mondo reale. Ma chi, come voi, fu
educata nelle pareti domestiche, in mezzo allo spettacolo di affetti
miti e soavi, chi, come voi, conobbe della vita quel tanto che a
vereconda donzella si convenga conoscerne, non ha bisogno, credetelo,
di passare attraverso una fase dell'esistenza, in cui si sollevano ad
uno ad uno i veli che nascondono il vero. Ora, non dico l'innocenza dei
prim'anni, chè sarebbe stoltezza il pretenderlo, ma i pudichi silenzi
del labbro, ma la castità incorrotta dell'animo, ma la compostezza
dei desiderî e dei modi abbandonano inesorabilmente la fanciulla a una
certa età. Senz'avvedersene ella prende parte a discorsi che non le si
addicono, senz'avvedersene ella lascia i crocchi dell'altre ragazze per
frammischiarsi a quelli delle giovani spose, e nessuno più s'impone
al suo cospetto riserbi, che hanno un grande valore anche quando
l'ometterli non apprenderebbe nulla di nuovo.
Sebbene io possa dire con legittimo orgoglio di non aver mai violato
il decoro della donna, non so ripensare ai miei ventiquattr'anni senza
essere scontenta di me. Ma un grande cambiamento doveva in brevissimo
tempo operarsi nell'animo mio.
Nell'autunno del 1849 un giovane piemontese, che aveva preso parte
alla guerra dell'indipendenza, mi fu presentato nella nostra villa sul
Lago Maggiore. Il suo nome era Gustavo: il cognome a voi non importa
conoscerlo, a me giova tacerlo. Egli parve a me, ed era infatti,
diverso da tutti gli altri giovani ch'io avevo visti fino allora. Nei
ritrovi eleganti io m'ero imbattuta, nella parte più frivola della
società, in uomini superbi d'un censo, o d'un titolo, o del nodo di una
cravatta, o di un paio di baffi bene arricciati, o della grazia con
cui sapevano comandare una contraddanza. Gustavo non era bellissimo
della persona, ma la sua fisonomia era animata ed espressiva, le sue
abitudini serie e studiose, il suo ingegno pronto e versatile, il
suo modo di porgere pieno di efficacia e di leggiadrìa. Sfuggiva i
convegni clamorosi, e i suoi trattenimenti favoriti erano le lunghe
passeggiate solitarie, e la tranquilla e piacevole discussione sui
più svariati argomenti. Mio padre strinse amicizia col padre di lui
ch'era un possidente piuttosto agiato, e così la dimestichezza fra
Gustavo e me fu agevolata da quella che regnava fra i nostri genitori.
Quanti giri su e giù nel giardino, che belle mezz'ore trascorse
insieme sul terrazzo fiorito, col cielo immenso sul capo, col lago
placido ai piedi! In uno all'arte del porgere. Gustavo possedeva
quella gentilissima dell'ascoltare, che invoglia alle confidenze, che
vince gli sgomenti, che dona l'eloquenza al labbro più impacciato e
più timido. Quand'io ero seco, non so se maggiormente mi compiacessi
nel seguire i suoi discorsi o nel vedermi prestare orecchio benevolo,
mentre parlavo. Una corrente di simpatia si formava tra noi: mi sentivo
migliore di animo e d'ingegno, acquistavo la coscienza di un mondo
diverso da quello ov'ero vissuta, di un ordine d'idee più elevato di
quello, entro i cui angusti confini io m'ero mossa fino a quel punto. E
mi dolevo meco medesima della mia educazione frivola e tutta apparenza,
e pensavo quanto migliore avrei potuto essere di quei ch'io fossi se mi
avessero allevata in modo diverso. A poco a poco vagheggiavo ciò che
avea prima spregiato, schernivo ciò che prima era stato l'oggetto di
tutti i miei sogni.
Gustavo era per me un uomo così superiore, ch'io, orgogliosa per
natura, non sapevo nemmeno concepire la speranza ch'egli potesse
abbassarsi fino a me. Quand'egli mi disse d'amarmi, credei morirne di
contentezza. Non sono morta, e invece corsi da mio padre, e mi gettai
come pazza nello sue braccia. Egli mi accolse sorridendo, e mi disse:
-- So tutto.
-- Come?
-- Sì, certo. Gustavo fa le cose per bene. Credi tu ch'egli ti avrebbe
fatta una dichiarazione senza prima parlare con me? --
Io era sì strana, che questa rivelazione mi diede più noia che
compiacenza. Un amore che era passato per la trafila dell'autorità
paterna mi sembrava meno romantico. Potete immaginarvi che siffatte
ubbìe non mi durarono che pochi secondi, e mi abbandonai quindi alla
gioia più pura che avessi provato in mia vita.
Fummo fidanzati, e il notaio Anastasi venne a stender la scritta
nella nostra villa sul Lago, dove mio padre prolungò di un mese il suo
soggiorno. Eravamo allora nell'ottobre del 1849: il matrimonio doveva
succedere nel marzo del 1850, e precisamente il 3 di quel mese, il
giorno cioè che io compivo i ventiquattr'anni e diventavo maggiore,
secondo le leggi austriache allora vigenti nelle provincie lombarde.
Portavo in dote al mio sposo la sostanza di 200 mila lire ereditate da
mia madre. Taluno fece le meraviglie che mio padre non contribuisse dal
suo lato ad arrotondare la somma: quanto a me, la cosa riusciva affatto
indifferente. Gustavo aveva fretta di ammogliarsi, non solo perchè
mi amava, ma perchè il tempo voleva così. Non istupite. È indicibile
il numero dei matrimoni successi nei primi tempi che seguirono le
peripezie del 1848-49. Il grande dolore di tutta la nazione per le
catene ribadite, pei disinganni sofferti, pareva additare come unico
porto la famiglia. Il momento d'una riscossa appariva a' più speranzosi
come cosa remota: bisognava cercar l'oblio dei dolori pubblici nelle
gioie tranquille delle pareti domestiche.
Lina, non occorre ch'io vi dica quante commozioni, quante dolcezze
provi una fidanzata che ami davvero il futuro compagno della sua vita.
Io m'ero prefissa uno scopo, quello di divenir per ogni lato degna di
Gustavo. Non era soltanto l'amore, era anche l'ambizione; però, non
me lo negherete, un'ambizione nobile e pura. Mi accinsi allo studio
coll'ardore di chi deve farsi uno stato. Nelle lingue avevo cercato
fino a quel momento la vernice che vuolsi dalla società: allora
invece procurai d'intenderne l'indole, di conoscerne la letteratura,
e ogni sera io comunicavo le mie impressioni a Gustavo, pendendo con
trepida riverenza da' suoi giudicî. Egli rivedeva i miei quaderni,
raddrizzava le mie idee, mi confidava le lotte che s'erano agitate
nel suo pensiero, e l'assiduo alternarsi di focosi entusiasmi e di
gelidi scoramenti, m'intratteneva delle sue rimembranze scolastiche,
de' suoi trascorsi infantili; tutto con una grazia, di cui non ricordo
l'uguale. Poi si discorreva dell'avvenire, e il fantasticare non aveva
confino. Però il presente era per me il tipo ideale della felicità, e
dopo che l'immaginazione stanca e trafelata aveva raccolte le ali, io
concludevo che noi non dovevamo fare altro che rimanere così. In questo
punto non eravamo d'accordo. Gustavo era ambizioso: egli mi diceva
che un uomo devo spingersi innanzi, e che la stima di cui si gode e
l'autorità che si possiede sono elementi essenzialissimi di felicità.
Sopra un'altra cosa v'era dissidio fra noi. Si discorreva un giorno
di ricchezza. Io chiesi: -- Che cosa importa esser ricchi? -- Baie! -- mi
rispose Gustavo; -- tuttociò che porge modo, sia di soddisfare i proprî
desiderî legittimi, sia di aiutare gli altri, è da tenersi in gran
conto. Ricchezza vuol dir potenza, e la potenza, quand'è bene usata,
è cosa da non apprezzarsi mai abbastanza. -- Gustavo aveva ragione:
pure m'infastidiva che i suoi discorsi fossero sempre così assennati,
e ch'egli fosse così positivo. È vero ch'egli aveva ventott'anni e non
era un bambino; ma un po' di giovanile spensieratezza sarebbe stata sì
bella!
In me era accaduta una trasformazione singolare. Nella mia adolescenza
io avevo divorato centinaia di romanzi, nè per ciò aveva mai
manifestato un'estrema sensività. Appena fidanzata, mi ero messa sul
sodo, mi ero accinta a letture serie, e da un punto all'altro, quando
meno si sarebbe aspettato, sentii destarsi in me l'amor del fantastico.
Non so rendermene ragione se non supponendo che la mia intelligenza
sonnecchiasse, per risvegliarsi soltanto quando l'amore fece nascere
in me la passione dello studio. Pare che lo spirito, entrato tardi
in possesso delle sue facoltà, si diriga per quella via che è più
consentanea a' suoi gusti senza badare alla voce ed al freno che
vorrebbero condurlo. Un grande ingegno guidato da una grande volontà è
uno spettacolo degno d'ammirazione; è Bucefalo che obbedisce alla mano
di Alessandro, ma, bisogna confessarlo, è uno spettacolo raro. Molti
riescono a star bene in sella, ma gli è che invece di cavalcare un
destriero cavalcano un asino.
Comunque sia, alla vigilia di diventar donna di famiglia, io ero
diventata una ragazza romantica. Ne aveva le subite accensioni, e le
languidezze improvvise, e la esagerata facilità delle impressioni,
e la febbre di desiderî indefiniti, confusi, mal noti a sè stessi.
Gustavo me ne faceva rimprovero, e avrebbe voluto ch'io tornassi gaia e
festosa come per lo addietro. Soprattutto gli doleva la mia eccessiva
misantropia. -- Non potremo mica vivere come due amanti, -- egli mi
andava dicendo, -- e la mia sposina dovrà fare gli onori della nuova
casa come fece quelli della casa paterna. -- Anche qui Gustavo aveva
ragione, e a me spiaceva ch'egli avesse ragione. È una gran noia quella
di non poter mai dar torto ai proprî interlocutori.
Il sole veduto col telescopio ha delle macchie, e Gustavo, esaminato
da vicino, aveva a' miei stessi occhi qualche piccolo neo. Certo egli
mi amava sinceramente, ma mi sapeva male che in mezzo a tanto amore
egli serbasse intatto tutto il suo criterio: avrei voluto vedergli fare
delle pazzie, ed egli non ne faceva nessuna. Era troppo poco. Un'altra
lieve nuvoletta nel mio orizzonte era la scarsa simpatia ch'io nutriva
pe' miei futuri suoceri. Ho avuto sempre un trasporto molto mediocre
pei parenti, a proposito dei quali mi venne spesso un'idea singolare,
lo pensai cioè che se ad Eva avessero ordinato di mangiare il pomo,
anzichè proibirglielo, ella avrebbe perduto egualmente il Paradiso. Il
pomo imposto le sarebbe stato altrettanto funesto del pomo proibito.
Ebbene: i parenti erano per me il -pomo imposto- dell'esistenza. Ne
amai alcuno di vivissimo amore, non ostante che fossero parenti, non
perchè erano. Questi qui, sebbene usassero meco cortesissimamente,
mi sembravano gretti, volgari, servili coi ricchi, spregiatori de'
poveri, e vicino ad essi il mio cuore chiudevasi come le foglie
della sensitiva. Mio suocero in ispecie mi destava una invincibile
ripulsione. Era un uomo che aveva toccata la settantina, ma mostrava
appena i sessanta; alto, vegeto, rubicondo, e sempre ridente, ma d'un
riso in cui non era nè candore, nè benevolenza. E, strano a dirsi, mi
pareva ch'egli esercitasse tacitamente un grande impero sopra Gustavo.
Vi sarà facile immaginare però che ciò non alterava che lievissimamente
la mia felicità.
Alla fine di ottobre ci separammo. Io tornavo in Milano a sollecitare
il mio corredo di sposa, egli recavasi in Torino a prepararmi il
quartiere. In quel tempo non era agevol cosa l'andar su e giù dal
Piemonte alla Lombardia, ma Gustavo era riuscito a ottenere un
passaporto e veniva regolarmente a stare con noi ogni domenica. Tutti
gli altri giorni ci scrivevamo. La lontananza, quantunque piccola, le
assenze, quantunque brevi, crescevano la mia passione, e ogni giorno
io mi sentivo infiammata d'un amore più vivo per Gustavo. Egli poi
nelle sue lettere era più espansivo che mai, e in ogni sua gita a
Milano mi si mostrava più sollecito, più tenero, più affettuoso. Io
era veramente fortunata e tutti si congratulavano meco della mia buona
ventura. I più rimessi dicevano: -- Non è un partito principesco, non
è un gran signore, ma un giovane così amabile, di così bei modi, di
tanta cultura, d'un così splendido avvenire! -- Io ne insuperbivo e ne
scrivevo a Gustavo, il quale, convien confessarlo, non insuperbivane
punto.
In quei giorni di suprema felicità un'unica cosa mi dava martello, ed
era il pensiero di mio padre. Egli rimaneva solo nel mondo, affidato
a gente mercenaria che gli sarebbe stata intorno per dissanguarne la
borsa, ma non per recargli efficaci conforti. Egli aveva un numero
infinito di conoscenti, ma di amici veri non credo potesse contare che
il notaio Anastasi, galantuomo a tutta prova, ma poco amena persona.
Mio padre aveva un carattere bizzarro. Facile alle prime confidenze
che procurano gli aderenti, era alieno quanto mai da quelle che fanno
gli amici. La sua tenerezza egli l'aveva concentrata in me. Io non ero
soltanto la sovrana della sua casa, ma anche quella del suo cuore.
Ed io scorgevo per non dubbî segni ch'egli sentiva profondamente
la perdita che stava per fare. Poveretto! Me partita, chi sarebbe
andato ogni mattina a interrompergli con celie infantili le monotone
occupazioni del banco? Chi dopo pranzo, quand'egli stanco degli affari
della giornata s'adagiava sul canapè, avrebbe sollevato il suo spirito
destando sul pianoforte le armonie ch'egli aveva sì care? Chi la sera
gli avrebbe tenuto compagnia nel suo palchetto alla Scala, ove, s'io
non c'ero, egli soleva assopirsi? Chi si sarebbe frapposto tra lui e la
verbosa eloquenza dell'Anastasi, il quale ogni giorno aveva un -caso
pratico- (come dicono i legali) da raccontare, un cliente ricco da
magnificare, e un articolo del Codice da citare?
A mano a mano che s'avvicinava il tempo delle mie nozze, mio padre
diveniva più tristo e pensoso, quantunque cercasse dissimularmi in ogni
modo la sua preoccupazione. E quando io m'affaticavo a persuaderlo
che Gustavo ed io saremmo stati spesso in Milano, egli sorrideva
malinconicamente e mi baciava.
Nondimeno, per uno strano contrasto, egli pareva voler affrettare,
anzichè indugiare, il mio matrimonio. E se molte cose da porre in
assetto lo avessero conceduto, io sono di parere ch'egli avrebbe
accorciato il termine prefisso. A pranzo stava in lungo ed insolito
silenzio, ed alzatosi da tavola, anzichè invitarmi a sedere al
pianoforte, mi pregava d'uscir seco per qualche passeggiata. Più che
i siti solitarî cercava le vie affollate e chiassose, e quel frastuono
di carrozze e quell'andirivieni di gente gli servivano di distrazione
e rasserenavano il suo spirito. Se poi alcuni de' suoi conoscenti gli
si facevano dappresso, egli riprendeva tutto il suo buon umore, e con
una loquacità e un fare espansivo assai più dell'usato si metteva a
discorrer loro delle mie nozze vicine, e gl'invitava a rammentarsi di
lui quand'egli fosse rimasto solo, e ad andarlo a visitare nel suo nido
deserto.
L'affezione figliale mi rendeva sospettosa, ma dall'altro canto una
tendenza dell'animo, che è naturale ai felici, mi aiutava a cacciare
via i sospetti. È così comodo il persuadersi che nulla verrà ad
abbattere il bell'edifizio del vostro avvenire, che nessuna nuvola
turberà l'azzurro del vostro cielo, che nessun inciampo si frapporrà al
vostro cammino! Possibile, io mi dicevo, che mio padre abbia un dolore
segreto! Possibile ch'io, che conosco tutte le vie del suo cuore, non
riesca a strapparglielo! E poi egli mi rispondeva in modo da acquetare
i miei dubbî. L'idea d'essere per separarsi da me non era essa
sufficiente cagione al suo turbamento? E nel contrasto tra questa idea
e quella che pur gli si doveva affacciare della mia felicità, non era
una giustificazione bastevole alla frequente mutabilità del suo umore?
V'era poi un altro sintomo rassicurante. Dopo alcune parole ch'io
gli avevo rivolte, la sua malinconia s'era, al meno a' miei occhi, di
molto attenuata: egli aveva ancora momenti tetri, ma si ricomponeva
prestissimo, ed anzi una domenica Gustavo, ch'era a pranzo con noi,
mi confessò che da lungo tempo egli non aveva veduto mio padre così
sereno.
Chi diveniva serio e lugubre come un epitaffio era il notaio Anastasi.
Io avevo seco una grande dimestichezza che trascendeva di leggieri
sino all'impertinenza, e mi ricordo d'avergli detto un giorno: --
Per carità, notaio, vi par egli d'esser così ameno, quando siete del
vostro umore naturale, per aggiungervi anche un granellino di patetico?
Sareste innamorato? -- M'accorsi d'aver soverchiato la misura ed era
per chiedergliene perdono e stendergli la mano, quando incontrai un
suo sguardo, nel quale non v'era risentimento, ma compassione. La mia
alterezza ne fu punta, le parole mi morirono tra le labbra, e, come
avviene quasi sempre in chi ha torto, stetti imbronciata tutta la
sera. Però il dì appresso tornammo amici, e la frequenza delle visite
che l'Anastasi faceva a mio padre m'inspirava a poco a poco una reale
affezione per lui. E io arrossivo di non aver avuto bastanti riguardi
per quest'uomo, che non era stato estraneo ad alcun nostro evento
domestico, malinconico o lieto, e che per la lunga consuetudine poteva
oggimai dirsi di famiglia. Ve lo confesserò io? Vista sotto una nuova
luce, la sua onesta fisonomia mi pareva meno volgare; udite con una
prevenzione più benevola, le sue citazioni del Codice mi riuscivano
meno uggiose: chi sa che alla lunga, per una singolare contraddizione
del cuore umano, io non finissi col giudicarlo bello e romantico?
Così il giorno delle nozze s'avvicinava a gran passi, senza che alcun
incidente venisse a turbare la lieta aspettazione dell'animo mio.
Non ch'io avessi potuto estirpare ogni dubbio, non che io non mi
angustiassi talora pei mutamenti operatisi nel carattere di mio padre
altra volta così riservato, e tranquillo, ed eguale, ed ora facile a
passare dalla più scapigliata allegria alla tristezza più profonda,
dall'abbandono più espansivo alla irritabilità più nervosa; ma in fine
le mie ombre non prendevano corpo, e nulla mi dava ragione di credere
che fossero altra cosa che ombre.
Una settimana prima delle nozze Gustavo condusse in Milano i suoi
genitori, che presero alloggio da noi. Egli ritornò a Torino, dove
aveva in quei giorni una importante causa da discutere (obliai dirvi
che Gustavo era avvocato, e, tra' giovani, uno de' più promettenti
della capitale); e sarebbe tornato a Milano soltanto il mattino del 3
marzo, cioè poche ore prima del nostro sposalizio che doveva celebrarsi
alle 6 della sera.
Le accoglienze di mio padre a' miei suoceri furono, più che cortesi,
festevoli. Ma io m'accorsi ben presto che la sua ilarità non era tutta
spontanea e che, quand'egli restava solo, la nube di tristezza, che per
tanto tempo gli aveva oscurata la fronte, si addensava più fitta che
mai, e le mie inquietudini riacquistarono l'antico vigore. Mio suocero
invece era d'una serenità olimpica, e a vederlo in così buon essere si
sarebbe detto ch'egli stava per andare a nozze. Cantava, rideva, e si
abbandonava di tratto in tratto a lazzi di gusto molto equivoco che
lo divertivano assai, ma che indispettivano me. E in mezzo a queste
apparenze di bonarietà v'era negli atti suoi, nei gesti, negli sguardi
qualche cosa di freddamente imperioso, di calcolatore, di maligno che
mi metteva i brividi addosso. Sua moglie era un monumento parlante
del suo dispotismo. Quantunque di tre lustri almeno più giovane di
lui, ella pareva aver gli anni di Matusalemme; quantunque affermassero
ch'ella era stata avvenente, era divenuta così smilza e macilenta da
incuter paura. Si sarebbe detto che ella avesse perduto a brandelli
le proprie carni, conservando soltanto la pelle e l'ossa. È naturale
ch'io non avessi mai avuto agio di osservarla attentamente come in quei
giorni, nei quali ella era mia ospite, e v'assicuro che le impressioni
ch'io ne ricevevo erano un misto di pietà e di disistima. Io non sapevo
intendere quella docilità pecorina che non si risentiva, nè degli
scherni, nè dei modi acri e brutali, e che provava anzi una certa
voluttà nel far palese la sua condizione umiliante. Certo Gustavo aveva
della dignità della donna un'idea affatto diversa.... ma se non fosse
così, ma s'egli avesse a rivelarmisi sotto la stessa luce del padre
suo!... A questo solo pensiero tutti gl'istinti della ribellione si
destavano in me.
Il giorno destinato al mio matrimonio era il sabato. Il giovedì mattina
io m'ero alzata di pessimo umore: però l'aspetto sorridente di mio
padre aveva contribuito molto a rasserenarmi; la sua giovialità mi
sembrava più schietta, meno forzata del consueto. Ricevetti una lunga
lettera da Gustavo che mi narrava i particolari del suo dibattimento,
e mi esponeva la tela della difesa ch'egli aveva preparata pel giorno
dopo, per -la vigilia cioè-, com'egli scriveva, -del più bel giorno
della mia vita-. Io ero altera de' suoi trionfi: mi pareva di vederlo
dominare col gesto l'assemblea, di sentirlo tuonare generosamente in
patrocinio della infelice ch'egli doveva difendere innanzi ai giurati.
Trattavasi d'una povera giovane che in un istante d'oblìo aveva tentato
d'uccidere l'uomo, da cui era stata sedotta, resa madre, e poi vilmente
tradita.
Stavamo desinando, quando il domestico consegnò un biglietto a mio
padre. Lo vidi aprirlo con mano convulsa, leggerlo rapidamente e
impallidire. Ma fu il pallore d'un attimo; in men che non si dice egli
aveva ripreso la compostezza di prima. Però la cosa non doveva essere
sfuggita nemmeno a mio suocero, poichè i suoi occhi manifestavano
un'inquieta curiosità. Io giurai a me stessa di trovar la chiave
di questo enigma. Dopo pranzo dovetti uscire con mia suocera, e per
giustificare la mia preoccupazione accusai un improvviso dolore di
capo. Avevo toccato un cattivo tasto, poichè la buona donna vi andava
soggetta, e me ne discorse con grande diffusione, suggerendomi tutti i
farmachi immaginabili, e dicendo almeno due volte al minuto: -- Speriamo
che passerà. -- E in fatto, per non sentirne altro parlare, feci sì che
passasse, e nel rientrare in casa mi dichiarai bella e guarita.
Il salotto era illuminato e v'era già qualcheduno. Altri molti
si aspettavano. Mio padre stava addossato alla stufa in festevole
colloquio con due persone. Era tranquillo; tutt'al più si sarebbe
potuto dire ch'egli fosse un po' sofferente di salute. Mio suocero
giocava al -domino- con un suo compatriota ch'era venuto a visitarlo.
Amici del babbo ed amiche mie, figli degli amici del babbo, e madri
delle mie amiche capitarono in frotta a passar con noi la serata:
mancava però la cravatta bianca, il vestito nero ed il faccione
rotondo dell'Anastasi. A me toccò simulare allegria e disinvoltura;
pregata andai al cembalo; poi dispensai il tè, ricevendo complimenti,
congratulazioni, baci e strette di mano. Il meno ch'io poteva fare
in ricambio era di sorridere.... sorridere con l'angoscia che mi
dilaniava.
Quando piacque al cielo, gli ospiti se ne andarono e ciascuno si
ricondusse alla propria stanza. Io aveva maturato il mio progetto:
attendere pochi minuti, e volar poscia nella camera del babbo. La sua
sorpresa, le mie lagrime, le mie carezze lo avrebbero indotto senza
dubbio ad aprirmi l'animo suo.
Avvezza a percorrere la mia casa con passo sicuro, con fronte alta e
serena, non so dirvi quel ch'io provassi nel traversarne gli anditi
in punta di piedi a guisa del delinquente che ha violato l'altrui
dimora. Uno strano senso di terrore mi dominava tutta, le fantasie
più lugubri mi si affacciavano allo spirito, la mia immagine riflessa
in uno specchio, la mia ombra fuggente sulla parete mi mettevano un
tremito addosso, il fruscìo delle mie vesti mi suonava sinistramente
all'orecchio: io ero diventata superstiziosa come la contadina che,
transitando la sera pel suo campicello, pensa ai racconti dell'ava
e vede intorno a sè spettri e fantasmi. Nell'aprire una porta mi si
spense il lume; ciocchè accrebbe in sulle prime il mio sgomento, ma
produsse tosto una salutare reazione. Vergognai della mia pusillanimità
e proseguii a tentoni. L'uscio della camera di mio padre era sbarrato:
vi regnava un perfetto silenzio. Entrai trattenendo il respiro.... mi
provai a chiamare: la voce mi morì soffocata nella strozza.... pure mi
feci forza e gridai replicatamente: -- Babbo, babbo. -- Nessuna risposta.
Io mi sentivo venir meno, ma guidata da quel po' di virtù visiva che
resta all'occhio anche nell'oscurità appena vi si sia avvezzato, mi
approssimai al letto, palpandone le coltri. Non v'era nessuno e la
intatta rimboccatura delle lenzuola rendeva evidente che non v'era
neppure stato nessuno. La mia ragione smarrivasi: nondimeno ebbi
ancora bastante lucidezza di spirito da pensare che mio padre poteva
essere nel suo studio, e, raccolte le poche forze che mi restavano,
ripresi al buio il mio affannoso pellegrinaggio. Per arrivare allo
studio conveniva scendere una scaletta interna: la scesi, sempre
nell'oscurità, e giunta sul pianerottolo mi persuasi ch'io non avevo
errato nel mio giudizio. Udii un bisbiglio, e mi parve distinguer le
voci di mio padre e del notaio Anastasi. Tranquillata dalle più lugubri
apprensioni, io mi sentivo però il cuore batter sì forte, che per
reggermi mi convenne appoggiarmi alla parete. Temetti che fosse chiuso
a chiave anche l'uscio dell'antistudio, ma non era; e potei entrare,
ed accovacciarmi dietro un paravento e porger l'orecchio a ciò che si
diceva nella stanza attigua. Introdurmivi io pure, ammesso che la porta
non ne fosse assicurata di dentro, sarebbe stata cosa inopportunissima:
avrei prodotto uno scompiglio e perduto il destro di sapere il mistero
che mi stava sì a cuore; il mistero, pel quale io non rifuggivo
dall'indelicatezza di origliare ad un uscio.
Ebbi subito agio di convincermi che due soli erano gl'interlocutori,
Anastasi e mio padre. In sulle prime il dialogo mi sfuggiva; ma poi,
sia che dentro si alzasse la voce, sia che uno sforzo della volontà
aguzzasse in me il senso dell'udito, riuscii ad afferrare una buona
parte del colloquio, e, quantunque si trattasse d'affari, l'ho qui
scolpita in mente come se uno stile l'avesse incisa nel marmo.
-- Dunque, -- diceva mio padre, -- voi credete che col Miragli non sia
sperabile di venir a un componimento.
-- Pur troppo ne son sicuro, -- rispose l'Anastasi; -- egli mi dichiarò
stasera che non accetterà altro che l'integrale rimborso in contanti.
-- Trovar danari è impossibile.
-- Impossibile, -- riprese il notaio. -- Inoltre, signor Giorgio, a un
vecchio amico voi permetterete il dirvelo francamente, ciò che voi
fareste pel Miragli andrebbe a danno degli altri vostri creditori.
Quando voi abbiate liquidato tutta la vostra sostanza, vi resterà
sempre un -deficit- di 200 mila lire. Se per avventura voi trovaste
oggi a prestito questa somma per rimborsare il Miragli, non avreste
evitato ciò che disgraziatamente è inevitabile, ma sareste colpevole
di una ingiusta preferenza, di cui non so se i tribunali potrebbero
chiedervi conto, ma di cui vi chiederebbe conto per certo l'opinione
pubblica e la vostra coscienza. --
Io credevo di sognare: però lo stupore e l'angoscia non facevano che
accrescere l'intensità della mia attenzione.
Udii di nuovo la voce di mio padre che diceva: -- Avete ragione. -- Poi
successe un silenzio o piuttosto un bisbiglio confuso, nel quale io
non potevo distinguere parola. Indi mi giunsero di nuovo all'orecchio
queste frasi proferite in tuono concitato, confuso: -- Che orrore! Che
orrore!... Il fallimento! Alla mia età.... Dopo tanti anni di oneste
fatiche, dopo tanti anni di riputazione intemerata!... -- Una sedia si
mosse: credei che il colloquio fosse finito, e mi rannicchiai paurosa,
ansante nel mio nascondiglio. Ma l'uscio non ancora si aperse, e intesi
soltanto il passo di mio padre che andava su e giù per la stanza.
-- Sentite, Anastasi, -- egli soggiunse con qualche solennità, -- le
cambiali scadono domani. Avete almeno ottenuto -da quell'uomo- ch'egli
non le protesti sino a lunedì dopo che mia figlia sarà partita col suo
sposo? La legge glielo consente.
-- Egli mi diede la sua parola d'onore, -- rispose l'Anastasi.
-- Adelaide esce di minorità sabato, o per meglio dire alla mezzanotte
di venerdì, ch'ella nacque appunto in quell'ora. Sarà vostra cura di
farla entrare in possesso della sostanza che le ha lasciato sua madre
e che formerà la sua dote.... Oh! io avrei dovuto accrescere il suo
patrimonio, e invece è un gran che se le rendo intatto ciò che mi
lasciò per lei la mia povera Maria. --
Il nome della madre mia proferito in quel momento, il pensiero che in
tanta rovina mi mancavano le supreme consolazioni del bacio materno,
ruppero il freno alle lagrime ch'io aveva rattenute fino a quel punto.
Io mi sentii le guance inondate di pianto: nondimeno una forza maggiore
di me mi teneva incatenata al mio posto.
-- Signor Giorgio, -- rispose l'Anastasi dopo brevissima pausa, e con
la voce perplessa ed incerta di chi si perita ad esprimere un proprio
concetto, -- signor Giorgio, non vi venne mai il pensiero di confidarvi
a vostra figlia ed a vostro genero?..; Le dugento mila lire della
signora Adelaide.... --
Mio padre diè fortemente col pugno sul tavolo, e proruppe con accento
pieno d'ira e di fuoco, -- Voi delirate, Anastasi. Turbare a mia
figlia i giorni più cari della sua vita? Mettere a repentaglio la sua
felicità? Espormi al caso ch'ella, offrendomi ogni suo avere, dovesse
perdere il matrimonio che forma lo scopo de' suoi pensieri....
-- Perdere il matrimonio! Voi credete il signor Gustavo tante venale....
Oh no! egli è giovane....
-- Se tal non fosse lui, sarebbero i suoi. O che vi pare che suo padre
sia un modello di abnegazione e di disinteresse? Via, Anastasi, non
mi fate il poeta, voi lo sapete meglio di me che conto bisogni fare
degli uomini, quando si tratti di siffatte questioni. Basti, e per
sempre, di ciò... Almeno, quando Adelaide saprà l'accaduto, ella sarà
lungi di qui, fra le braccia dell'uomo che adora, e le cure del nuovo
stato e le impressioni di luoghi non mai veduti le renderanno meno
penoso l'annuncio. Del resto io saprò attenuarle il vero per modo
ch'ella supponga soltanto un momentaneo sconcerto. E prima ch'ella
ritorni dal suo viaggio, lo spero, le mie faccende saranno sulla via
di accomodarsi.... Per ora io non chiedo altro, se non che il cielo mi
dia tanta forza da non tradirmi al cospetto della mia figliuola. Ella
già presente qualche guaio: conviene che il mio contegno ed anche il
vostro, Anastasi, siano tali da dissipare ogni dubbio. Non vi fu mai
simulazione più santa di questa. --
Le voci ricaddero nuovamente in un indistinto ronzìo; poi intesi mio
padre dire: -- Andiamo.
-- Sì, -- rispose il notaio. -- Domattina passerò da voi dalle sette
alle nove. Più tardi ho qualche occupazione e non potrò muovermi dallo
scrittoio. --
L'uscio dello studio si aperse. Precedeva mio padre tenendo il lume
in mano. La sua faccia illuminata dai raggi della candela sembrava
ancora più pallida: nondimeno egli mi parve meno turbato che non fosse
nella mattina; il suo passo era lento, ma sicuro, il suo sguardo aveva
qualche cosa di risoluto e virile che metteva riverenza ed ammirazione.
O egli si era rassegnato da stoico, o egli lottava da eroe. Il notaio
Anastasi lo seguiva a capo chino, e divorando in silenzio una lagrima
che gli scendeva giù per la guancia. Quest'uomo, al quale io non avevo
portato altra affezione che quella inspirata dalla lunga consuetudine,
quest'uomo ch'io avevo creduto onesto sì, ma volgare e incapace
d'intendere nulla al di là de' suoi codici, mi si mostrava sotto una
luce affatto nuova. Oserei dirlo? Vi fu un punto, nel quale il mio
animo si sentì attratto verso di lui più che verso mio padre. Mio padre
aveva dubitato di Gustavo; egli lo aveva difeso.
Accovacciata nel mio cantuccio li vidi passare per l'antistudio ed
uscire. Dovevo io scoprirmi? Dovevo gettarmi ai piedi di mio padre per
dirgli ch'io non avrei mai permesso il suo disonore, finchè restava un
centesimo nella mia borsa, una stilla di sangue nelle mie vene? Fui in
forse un istante, ma mi ricredetti subitamente: io non potevo salvare
mio padre che contro sua voglia; perchè, adunque, metterlo in guardia?
Mi ricondussi faticosamente alla mia stanza; con quali impressioni, con
quali pensieri lascio a voi immaginarlo. Ho io bisogno di notomizzare
innanzi a voi il mio cuore? Innanzi a voi, così intelligente, così
buona? Vi dirò: figuratevi d'essere ne' miei panni: ecco tutto.
Figuratevi, vicina alle nozze come voi siete, d'essere, com'io fui,
colpita da una di quelle notizie che mutano a un tratto le condizioni
dell'animo, e possono mutare del pari il corso agli eventi. Avete
un pensiero in cima a tutti gli altri; l'uomo che sta per essere
vostro marito: ebbene, questo pensiero deve andare in seconda linea;
a vostro padre dovete pensare: a vostro padre che voi credevate
opulento, rispettato da tutti, serbato a una vecchiezza tranquilla, e
che invece è povero e dovrà sostenere le contumelie degli avversari
e degl'indifferenti, e la inerte commiserazione dei tepidi amici, e
perdere il frutto d'una vita intemeratamente operosa. Non è un sogno.
Eravate alla soglia della vostra casa per uscirne lasciandovi un tesoro
d'affetti, e portandone con voi un desiderio pacato, una reminiscenza
soave, ed ecco a un punto un imperioso dovere vi ci trattiene e vi
dice: -- Il vostro posto è qui, e sarà forse qui anche domani, e fosse
pure per tutta la vita, voi non potreste lasciarlo senza commettere una
viltà pari a quella del soldato che viola la sua consegna. --
Occorre ch'io vi dica che quella notte non chiusi occhio?... Occorre
ch'io vi dica che non mi spogliai? Che non mi gettai nemmeno sul letto,
ma che, sebbene il clima fosse rigidissimo, mi parve a più riprese di
soffocare e spalancai la finestra? Quante volte chiamai mia madre!...
ella era morta da undici anni!... Quante volte invocai la presenza
di Gustavo, e poi contraddicendomi da me stessa augurai ch'egli non
venisse, sinchè -tutto non fosse finito-. Allorchè l'alba, una gelida
e triste alba di marzo, cominciò ad imbiancar l'orizzonte, io avevo già
fisso in mente il mio disegno. Concedetemi di raccogliere le mie idee,
e proseguirò il racconto. --
Lina accostò la sua sedia a quella della signora Adelaide, pose la sua
nella mano di lei, e susurrò con voce commossa:
-- Povera amica; quanto avete dovuto soffrire! --
II.
Era già levato il sole -- continuò la signora Adelaide -- allorchè,
per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco,
mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la
mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che
quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la
prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.
Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che
mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella
in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni
stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione,
e dicendo: -- Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le
mie congratulazioni. -- Poi con un fare tra il serio e il gioviale
soggiunse: -- Sono diventata -madama- anch'io, sai? Eccoti mio marito.
-- E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto
modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento
dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: -- Dal
banchiere Miragli, -- nominando la via da me conosciutissima ove questi
abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza
del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei
cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi
involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro
che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po'
aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera
per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi
abbadavano più. -- Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e
sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il
mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...
Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io
sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato,
nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava
chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.
Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto
che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi
discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo
un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli
appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse
che il signor -Cavaliere- non mi avrebbe fatto attendere che pochi
secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e
Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.
Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche
sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre
carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue
figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non
era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi
poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli
era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere
così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi.
Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita,
si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor
Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a
tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe
dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre?
Quali obblighi aveva egli verso di noi?
Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita,
guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come
volesse dire: -- Che diavolo viene a fare costei? --
Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre
per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.
Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora
di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era
in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.
-- Io sono venuta qui -- dissi -- per sottoporle francamente una domanda e
farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere
Miragli un'uguale franchezza? --
Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi
si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un
cenno affermativo, ed io continuai.
-- È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?
-- Scusi, -- rispose il banchiere, -- non intendo come ciò che si
riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare
oggetto del nostro colloquio.
-- Non saprei -- interruppi -- di che cos'altro dovrebbe occuparsi il
nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio
padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.
-- In tal caso, è vero, -- riprese il Miragli, giuocherellando coi
gingilli dell'orologio.
-- È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le
quali scadono oggi?
-- Ma.... Signorina!...
-- È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.
-- Allora non mi resta che dire: è vero.
-- È vero -- continuai senza scompormi -- ch'Ella rifiuta ogni proroga ed
esige di esser pagato immediatamente e interamente?
-- Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste
spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere,
il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più
esser mutati.
-- Nè io intendo ch'Ella li muti, -- risposi, sollevando il capo
con alterezza. -- Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare
d'affari. --
Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè
n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi
più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che
esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se
taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere
Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto
o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi
del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua
incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese:
-- Io temo, Signorina, che la sua ben naturale inesperienza d'affari non
Le permetta di considerare l'importanza della somma che quelle cambiali
rappresentano, nè la difficoltà di trovarla così su due piedi.
-- Ebbene, signor Cavaliere, -- ripresi, -- io non sono certo in grado
di pagare oggi per intero la somma, di cui Ella è creditore; ma sono
venuta a chiederle se Ella accetterebbe la mia firma in sostituzione a
quella di mio padre. --
Il cavaliere Miragli tornò a fissarmi nell'atto di chi sta dinanzi ad
un visionario. E riprendendo a poco a poco il tuono dell'uomo d'affari:
-- Scusi, -- mi disse, -- Ella oggi è minorenne e non può assumere
impegni: domani, s'io non erro, va sposa al signor avvocato, -- e
proferì il nome del mio fidanzato, -- onde non saprei davvero....
-- Ah! -- interruppi con fredda ironia, quantunque l'allusione al mio
matrimonio mi avesse fatta impallidire. -- Ella mi tratta come una
fanciulla, e suppone ch'io non fossi preparata alle sue obbiezioni. Le
dirò ch'io nacqui, e veda un po' se sono precisa, appena scoccata la
mezzanotte del 2 marzo 1826. Adunque poche ore mi mancano a compire
i ventiquattr'anni e ad esser padrona di me. Le mie nozze sono
stabilite pel dopopranzo di domani, per cui v'è un breve periodo di
tempo, nel quale io ho la potestà piena delle mie sostanze, e la piena
responsabilità dei miei atti. --
Nel mentre che io parlavo, il banchiere aveva avvicinato la sua sedia,
e il suo volto non esprimeva più la curiosità ironica di chi ascolta
le chiacchiere d'uno sconclusionato, ma l'attenzione vigile e intensa
dell'uomo che sente proporsi un affare serio.
Io continuai: -- Approfittando di questo intervallo, nel quale non
dipendo che da me medesima, io Le offro (perchè non m'è dato svincolare
da un momento all'altro ogni mio avere) di sottoscrivere quelle
obbligazioni ch'Ella stimerà necessarie a coprire il suo credito. Il
nome di mio padre deve restare senza macchia.
-- Ma, e questa sua sostanza? -- bisbigliò perplesso il banchiere.
-- Signore, -- diss'io alzandomi in piedi, -- io non soglio offrire che
quello che possiedo, nè ora scenderò a inutili particolari. Ha Ella
piena fiducia nel notaio Anastasi?
-- Pienissima, -- egli rispose inchinando il capo.
-- Ebbene, egli potrà chiarirle i fatti miei più ch'io non voglia o
non debba. A mezzanotte io sarò nel suo studio. Vi si rechi e porti
con sè le cambiali. Se le parole dell'Anastasi non la convinceranno,
s'Ella non avrà la certezza che un impegno assunto da me sia una piena
guarentigia per Lei, Ella conserverà i suoi diritti, e sarà come se il
nostro colloquio non fosse succeduto. --
Il Miragli promise che non mancherebbe al convegno, e si confuse in
proteste di ammirazione.
Nell'accompagnarmi all'uscio soggiunse a mezza voce, quasi
vergognandosi di sè stesso: -- Spero che i documenti.... compresa la sua
fede di nascita.... --
Non lo lasciai finire, ma lo fulminai con uno sguardo così pieno di
disprezzo e di orgoglio, che le parole gli morirono sulle labbra.
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