secondo la fantasia del narratore. Ma intanto che questi pensieri e
queste parole si ricambiavano nello spazio di pochi secondi, i due
punti neri che stavano nell'acqua eransi avvicinati, e n'era successa
una specie di lotta a corpo a corpo. Chè la Matilde, quasi fuori de'
sensi per l'acqua che le era entrata dalla bocca, dagli occhi, dalle
narici, obbediva soltanto all'istinto della propria conservazione, e
s'era aggrappata al suo salvatore in modo da togliergli il movimento
e il respiro. Vi fu un momento che scomparvero entrambi: poi uno,
divincolatosi, ricomparve a galla, aspirando affannosamente una boccata
d'aria. Un grido di raccapriccio si levò fra gli astanti, e taluno se
ne andava pe' fatti suoi, dicendo: -- Tutto è finito; -- e tal altro,
accennando col dito, crollava il capo e bisbigliava al vicino: -- Non
c'è più caso. Vedete: laggiù ci sono i mulini, la corrente si fa ancor
più rapida, e sfido il più gagliardo uomo del mondo ad uscirne. -- In
quella, che è che non è, s'ode levarsi dal fiume una voce: -- È salva.
-- Era Vittorio; chè l'intrepido nuotatore non era altri che lui, e
il lettore se lo sarà immaginato, il quale, dopo infinite fatiche,
aveva potuto afferrar la Matilde per i capelli e trarla a terra. A
quella parola -- è salva -- rispose un immenso applauso, e una barca,
che finalmente erasi mossa dalla spiaggia e portava il così detto
soccorso di Pisa, fu accolta a risate ed a fischi. L'Angelina piangeva
dirottamente dalla consolazione, e copriva di baci la piccola Amalia,
anch'ella tutta in lagrime ed in singhiozzi. Molti scendevano con
cautela l'erta dell'argine per aiutare Vittorio a salire. Ma quegli,
tenendo fra le braccia la Matilde come si terrebbe un bambino di pochi
mesi, ringraziava col capo e saliva la costa senza appoggiarsi ad
alcuno. E alle congratulazioni che gli venivano fatte del suo coraggio
e della sua vigoria, rispondeva: -- Se ho potuto tirarmi fuori dalle
acque del Volturno in mezzo a quel serra serra, vedono che non c'è
grande bravura a uscire illesi di qui. -- La Matilde era svenuta: i
capelli grondanti le scendevano giù per le spalle, e sotto le vesti,
che inzuppate d'acqua le si aderivano alle membra, disegnavansi gli
eleganti contorni della bella persona. Vittorio, posto un ginocchio
a terra, l'adagiò soavemente sull'erba, tenendole sollevato il capo
con la mano sinistra e posandole la destra sul cuore per sentirne i
battiti; mentre l'Angelina, curva sopra la giacente, la scaldava del
suo respiro, e ad ogni istante alzava gli occhi verso Vittorio per
attingere dal suo sguardo sereno quella fiducia ch'ella non aveva
ancora interamente riacquistata. Quanto all'Amalia, ella non voleva
mai staccarsi dalle vesti di lei. Un capannello di curiosi erasi
fatto attorno a quel gruppo, e ognuno diceva la sua, e ognuno dava
un consiglio, e v'erano soprattutto due o tre donnicciuole che non
rifinivano di parlare: -- Bisogna metterla con la testa all'ingiù. --
Oibò; anzi bisogna tenerla ritta. -- Tutt'altro; il miglior modo è di
farla stare sul fianco. -- E così di questo tuono. L'Angelina intanto,
zitta zitta, erasi accinta a slacciare il vestito della Matilde;
sennonchè, vedendo in quel crocchio degli uomini, si fermò un istante e
rivolse loro uno sguardo mezzo supplichevole, che pareva significare:
-- Sarebbe più dicevole che se ne andassero. -- Alcuni intesero; altri
no. Vittorio, o per delicatezza, o perchè credesse di esser più utile
in altro modo, si allontanò un momento, e l'Angelina, discinta ch'ebbe
la Matilde, le gettò addosso la sua mantiglia, e tornò a far di tutto
perchè si risentisse. E in fatto la fanciulla diè segno di ritornare
in sè; mosse prima un braccio, poi l'altro, aperse a stento gli occhi,
li girò un istante languidamente, e li richiuse di nuovo, trasse un
lungo sospiro, fece insomma quanto bastava per rassicurare ognuno
sul conto suo. -- Ora ci vorrebbe una carrozza, -- disse l'Angelina
in modo da essere intesa da quelli che le stavano attorno, nella
speranza che taluno volesse prestare un soccorso più efficace che
non rimaner lì a cicalare. Ma tosto si udì un romore di ruote. Era
Vittorio, che, procuratosi un'umile vettura scoperta in una fattoria
lì presso, ov'egli aveva qualche conoscenza, accorreva a gran trotto
per ricondurre a casa la Matilde ed il resto della comitiva. La Matilde
fu collocata con molta cura nel biroccino: le ravvolsero i piedi e
parte della persona in una ruvida coperta di lana; le acconciarono
il capo sopra un gran mucchio di paglia, affinch'ella non risentisse
le scosse del tragitto: l'Angelina le si assise a fianco; l'Amalia
dirimpetto; Vittorio salì in un batter d'occhio sulla serpe della
vettura, e, scuotendo le redini e agitando la frusta, mise in movimento
il cavallo, non senza ricambiare prima un saluto affrettato colla gente
ivi raccolta, che gridava: -- Buon viaggio: il Signore gli accompagni.
-- Vittorio pensava, con un giusto sentimento d'orgoglio, che, se non
fosse stato lui, la povera Matilde si sarebbe affogata da un pezzo, e
non è a dirsi quanto egli fosse contento dentro di sè. La strada era
sicura e il cavallo tranquillo, ond'egli a ogni tratto allentava le
redini, e girandosi sul fianco guardava nell'interno della carrozza.
L'aria fresca della sera aveva fatto rinvenire la Matilde, non però
tanto ch'ella si facesse giusto concetto delle sue impressioni.
Schiudeva un istante gli occhi, ma poi le palpebre le si riabbassavano
nuovamente, a cagione dell'estrema debolezza, e ricadeva come in un
sopore. La luna, uscita appena da un gruppo di nuvolette bianche e
sottili, le mandava in viso la sua candida luce, rivestendola di nuova
e arcana bellezza. Nè a Vittorio ella era mai sembrata tanto avvenente.
A cinquanta passi dalla casa trovarono il signor Bernardo
inquietissimo, ed è agevole immaginare il suo stupore vedendoli
arrivare in quel modo. La vettura gli passò innanzi rapidissima, e
forse, se non era Vittorio che con la mano gli accennava che stésse
tranquillo, e l'Angelina che gli gridava: -- Non è nulla, non è nulla,
-- non si sarebbe nemmeno accorto della Matilde mezzo svenuta. Ma quei
gesti e quelle parole, che dovevano rinfrancarlo, gli diedero una
trafittura al cuore. Temè d'una disgrazia, gli occhi gli caddero sopra
la figliuola, e con un sudore freddo per tutta la persona e con le
gambe barcollanti s'affrettò a ritornare a casa. La vettura era appena
entrata nell'androne, e tutta la famiglia era lì facendo ressa intorno
alla Matilde, le cui guance cominciavano a tingersi d'un rossore
febbrile. Non diremo delle domande angosciose, delle spiegazioni date
e ripetute, dei sussulti nervosi della signora Clara e della Nella,
nè delle smorfie che la fantesca faceva dietro a loro, ogni volta che
davano segni di cadere in deliquio. Diremo soltanto che il medico,
chiamato senza indugio, assicurò svanito ogni pericolo, pur che la
fanciulla stésse qualche giorno in riposo. E diremo che in quella sera,
mentre ancora tutti le erano presso il letto, la Matilde, girando gli
occhi attorno, li riposò sul giovine di nostra conoscenza, che l'aveva
salvata, e le sue prime parole furono: -- Grazie, Vittorio. --
XIII.
Nessuna cosa al mondo può far parer tanto bella la vita, quanto il
compimento d'una buona azione. L'uomo più stanco, più infastidito dalle
noie diuturne, nel momento che ha la coscienza di aver operato il bene,
d'aver sollevato un infelice, d'aver salvato un amico, sente che in
questo fiume amaro della esistenza v'è qualche vena di dolce, e che, se
la vostra fortuna vi dà di trovarla, o la vostra virtù di scoprirla, ne
avete un largo compenso a mille giorni di tedio e d'ambascia. V'ha poi
certe nature venturose, per le quali la compiacenza del bene operato
s'accresce in ragione dei rischi affrontati per compierlo. Per anime di
questa tempra il pericolo è di per sè solo una voluttà e un'attrattiva:
l'averlo sfidato senza impallidire le riempie d'una nobile fiducia, le
arma d'un generoso disdegno contro le insidie dei vili e le calunnie
dei tristi.
A sollevare gli spiriti abbattuti di Vittorio nulla poteva capitar
più a proposito dell'avvenimento, nel quale per poco non perdette la
vita. Dopo il suo colloquio con l'Angelina egli si sentiva umiliato,
rimpiccolito a' suoi proprî occhi, e se lo avessero chiamato a dir la
sua opinione sul modo, in cui s'era condotto, si sarebbe qualificato
egli medesimo per un collegiale senza giudizio. Ed ecco ad un tratto
mutarsi la scena. In pochi minuti era parsa l'indole risoluta della
sua anima, la vigoria del suo braccio, la sua freddezza in mezzo a'
cimenti. La famiglia, dalla quale egli presentiva di dover allontanarsi
come ospite increscioso, gli era invece prodiga meritamente d'ogni
dimostrazione di riconoscenza; la fanciulla, verso la quale egli aveva
operato con sì imperdonabile leggerezza, gli andava debitrice del più
grande dei benefizî, e colei, di cui temeva il disprezzo, non poteva a
meno di mitigare il suo giudizio dopo una di quelle prove d'audacia che
tanto piacciono a un cuore di donna.
Però questo non era l'unico cangiamento che si fosse fatto in Vittorio.
Nè le grazie della Matilde, nè il sapersi amato da lei, erano bastati
a vincere la sua freddezza. Ma ora un vincolo nuovo erasi stretto fra
lui e quella fanciulla; tra le anime loro erasi formato un ricambio di
commozioni e d'affetti: avevano entrambi palpitato l'uno per l'altro:
egli, nel sottrarla al pericolo; ella, nel vederlo sfidare la morte per
lei. E Vittorio, seduto alla sponda del suo letto di convalescente,
mirava con un senso di dolcezza ineffabile i rosei colori della
salute ritornarle alle guance, e il primiero sorriso spuntarle sul
labbro; e gli pareva che la voce di lei suonasse inusatamente soave,
e che una insolita luce le brillasse negli occhi. Ed era ben egli che
l'aveva salvata, senza di lui la gentile creatura poserebbe immobile
sotto un pugno di terra, nè il lieve incarnato colorirebbe più le
sue gote, nè intorno alle labbra le scherzerebbe il sorriso, nè le
sue pupille risplenderebbero di fulgidi raggi. Ella era opera sua:
egli l'aveva richiamata alle dolci aure vitali, l'aveva restituita
al mondo che si contrista, quando la falce di morte miete la gioventù
e la bellezza. Ella era opera sua; era parte di lui, come il profumo
è parte del fiore, come la statua è parte dell'ingegno che la evocò
dal gelido marmo. Per questo il beneficio avvince più tenacemente
chi lo compie che chi lo riceve: nel trepido amore che ci lega alla
persona beneficata da noi, è quell'arcana e pur possente attrazione
che ci tira verso tutte quelle cose, nelle quali abbiamo spirato un
soffio dell'anima nostra. Così nella simpatia che la Matilde destava
in Vittorio, era una commozione intensa e profonda, ben diversa dalla
leggiera galanterìa, che in altri tempi l'aveva avvicinato a lei.
Quante volte, dopo averla a lungo contemplata nel suo letticciuolo
con mezza la persona fuori delle coltri, col suo candido giubboncino
succinto fino al collo, coi capelli raccolti entro una rete bianca di
filo, con la testa sorretta da due o tre guanciali che le formavano
una specie di nicchia intorno al capo ed al busto, quante volte,
dopo averla contemplata silenziosa, serena, raggiante in viso d'una
dolce speranza, si sentì gli occhi pieni di lagrime e non seppe il
perchè! Non una parola di quanto era successo precedentemente alla
sera avventurosa, che abbiamo descritta, si ricambiava tra la Matilde
e Vittorio: si sarebbe detto che la loro conoscenza non risalisse
più in là di quel giorno. E invero, perchè la Matilde avrebbe
dovuto ricordarsi delle contraddizioni, delle reticenze, delle mille
incertezze di una settimana addietro, se l'idea d'essere stata salvata
dall'uomo ch'ella aveva sì caro la riempiva d'una ineffabile voluttà?
Ed egli perchè avrebbe favellato di que' giorni, che gli rammentavano
soltanto la sua frivolezza e la sua continua mutabilità di propositi?
Così pure, benchè talvolta rimanessero soli per qualche minuto, e
tal'altra avessero agio di parlarsi all'orecchio, non correva tra loro
parola alcuna d'amore. Non ne avevano bisogno. Amore era l'atmosfera
che gli avvolgeva, amore era nei loro sguardi, nel loro sorriso, nella
dolcezza infinita del loro accento: il dirsi scambievolmente -- io ti
amo -- era proprio una cosa superflua. Il medico, uomo esperimentato,
che visitò la Matilde ne' due o tre dì della sua convalescenza,
mentre tastava per consuetudine il polso alla fiorente ammalata, non
poteva trattenersi dal mandare un'occhiatina a Vittorio, e si lasciava
scappare maliziosamente un -- Va benissimo: è stata una malattia acuta
che le ha conferito. -- Il curioso si era che la Matilde non voleva
guarire. Stava tanto bene così! Era circondata di cure: aveva quasi
sempre Vittorio al suo fianco: che poteva desiderare di più?
In casa Mauri l'era omai una cosa intesa. A una spiegazione formale
niuno era ancora venuto, ma eran corse fra Vittorio e la signora Clara
quelle mezze parole, che equivalgono alle note ufficiose dei giornali
governativi e indicano lo stato delle cose. Il signor Bernardo se
ne stava in disparte: aveva l'idea fissa che quel matrimonio darebbe
l'ultimo crollo alla povera Angelina. Intanto alcuni dei così detti
amici di famiglia, che non s'eran fatti vedere dopo il fallimento,
avendo inteso che la Matilde trovava un eccellente partito, tornavano
a far capolino nella casa e si profondevano in elogî de' due
fidanzati, e in tenerissime dimostrazioni d'affetto verso la Matilde,
che dicevano degna d'ogni fortuna. Non mancava poi chi, per iscavar
terreno, susurrava all'orecchio della signora Clara, che persone
pettegole avevano nel passato sparso la voce di qualche simpatia tra
il signor Vittorio e la giovinetta Angelina, ma che già nessuno vi
aveva prestato fede, visto la manifesta superiorità della Matilde su
tutte le ragazze immaginabili. La signora Clara rispondeva con certe
smorfie particolari, borbottando: -- S'imagini, si figuri, non faccio
per dire, ma ho due figliuole in casa che lasciano poco adito ad
ammirare le estranie. -- Qualcheduno allora cadeva in una goffaggine
grandissima, obiettando timidamente: -- Però l'Amalia è ancor fanciulla.
-- A cui la signora Clara, punta sul vivo, replicava: -- Ma io ho inteso
parlare della Nella! -- E il mal capitato interlocutore si mordeva
le labbra. Intanto giravano intorno i vassoi coi rinfreschi pegli
amabili visitatori, e chi sapeva che molta parte della spesa domestica
aggravava il bilancio dell'Angelina, poteva trarne argomento a curiose
riflessioni. Insomma l'agiatezza pareva ritornata in famiglia. La
signora Clara, che su Vittorio aveva fatto tutt'altri conti, andavasi a
poco a poco rassegnando: alla fin fine, l'era madre tanto della Matilde
quanto della Nella, e seppure prediligeva una delle sue figliuole, non
poteva dolersi della buona ventura dell'altra. E poi ella si gonfiava
all'idea di andare in qualità di suocera nella villa di Vittorio,
di approfittare delle sue carrozze, de' suoi cavalli, e soprattutto
de' suoi servitori in livrea. Ah! quest'affare della livrea le stava
proprio sul cuore, e le venivano le lagrime agli occhi quando si
ricordava che giusto in que' giorni, in cui ella avea trasformato in un
cocchiere -comme il faut- lo zotico servitore di casa, era successa la
disgrazia del fallimento. E la Nella? La Nella assicurava che Vittorio
non le piaceva punto punto, e confortavasi ricambiando patetici sospiri
coi maturi celibi, che venivano talvolta a visitare sua madre.
Nell'autunno capitò il padre di Vittorio. Le lettere del figlio, il
suo prolungato soggiorno in città nella stagione delle vacanze, lo
avevano insospettito del vero, ed era veniva di persona a vedere come
stavano le cose. Era un uomo sulla cinquantina, alto, rubizzo, pieno
di salute e di vigorìa. Dissimile dal signor Bernardo nella naturale
intelligenza, nell'attività indefessa, pure ricordava i bei tempi di
quello nella onesta giovialità del carattere, e nella squisita bontà
che avea comune con esso. Non vedeva che cogli occhi del suo Vittorio,
e perciò se gli altri si sgomentarono del suo arrivo, Vittorio non se
ne sgomentò punto, conscio che i suoi desiderî erano legge al padre
suo. Il signor Antonio, che così nomavasi, sapeva benissimo che in casa
Mauri v'erano due ragazze da marito; ma sapeva anche che vi si trovava
una cugina non priva di dote, e non gli sarebbe spiaciuto che, se il
suo figliuolo doveva innamorarsi, s'innamorasse almeno di quella che
aveva quattro soldi da parte, invece che della Matilde, la quale, senza
sua colpa, era, come dicono, al verde. Sicchè vi furono, e più forse
che Vittorio non se l'aspettasse, obiezioni, prediche, paternali, musi
lunghi tre palmi, e soprattutto un certo ritornello, che al giovane
non faceva punto buon sangue: -- Ma perchè non ti sei innamorato di
quell'altra? -- Però, alla fine dei conti, il signor Antonio non volle
smentire la riputazione dei padri di commedia, e diede il consenso.
La cosa doveva rimaner segreta per qualche tempo, ma figuratevi!
tutti la sapevano già prima che avvenisse. Allora si centuplicarono
le congratulazioni, le visite, i rinfreschi, e nella casa si fece
quel brio, quel movimento che s'accompagnano sempre cogli sponsali
d'una ragazza. Prima i regali del fidanzato, poi un andirivieni di
scatole d'ogni misura, con pizzi e oggetti di biancheria pel corredo,
ed ora c'era da attendere alla crestaia, ora alla modista, o che so
io. Quanto al danaro, era Vittorio che lo provvedeva in gran parte;
e per procurarselo, gli convenne ricorrere allo strattagemma di far
credere a suo padre di avere vecchi debiti da saldare. Il buon uomo
strepitava, s'imbestialiva, dava dello scapestrato a Vittorio; ma poi
rabbonivasi, e, secondo il solito, finiva col pagare, dicendo: -- Io li
guadagno e tu li mangi, bemobile che sei. -- L'umiliazione reale era per
la famiglia Mauri, ma il solo signor Bernardo la sentiva profondamente:
la signora Clara non davasene nemmeno per intesa; la Nella aveva ben
altro pel capo, occupata com'era a un dotto parallelo fra gli uomini
maturi e i giovinastri della giornata, e quanto alla Matilde, o non
se n'accorgeva, o faceva le viste di non se ne accorgere. L'Amalia si
rimpinzava di dolci, e se ne metteva anche nelle tasche del vestito
per portarne all'Angelina, la quale scendeva molto mal volentieri nel
salotto comune. E siccome a proposito dell'Angelina e di Vittorio mi
aspetto dai lettori un nugolo di domande, così piglio fiato e rispondo.
XIV.
Vittorio si trovava verso l'Angelina nel difficile stato d'un uomo
che ha fatto un -fiasco-. Ora le ripulse di questo genere possono
avere due conseguenze affatto opposte. O stuzzicano la vanità e, se la
passione è viva e profonda, ne raddoppiano il vigore e fanno quindi
rinnovare gli assalti, o lasciano nell'animo quel po' di ruggine che
viene dall'esserci mostrati deboli verso qualcheduno che non si cura di
noi. Una dichiarazione d'amore, quando non riesca, ha sempre un lato di
ridicolo; una donna che non volle esser complice, può sempre divenire
accusatrice, ed è per lo meno una testimone importuna dei nostri
momenti di oblio. È certo che se null'altro fosse sopraggiunto nella
sera che l'Angelina respinse l'amore offertole, Vittorio non avrebbe
levato l'assedio, ma strettolo anzi con inesorabile pertinacia. Ma il
trambusto avvenuto dipoi aveva mutato corso alle sue idee e a' suoi
sentimenti: l'affetto vivissimo che gli destava la Matilde, i non dubbî
segni della riconoscenza e della tenerezza di lei, avevano dato una
nuova piega al suo animo. Più che il desiderio del trionfo lo premeva
il rancore del torto avuto, e tutto ciò convertivasi in un manifesto
imbarazzo nel suo trattare con l'Angelina. La poveretta se ne avvedeva,
e non saprei davvero se la riuscita più che compiuta de' suoi disegni
l'aveva messa di troppo buon umore. Ciò ch'ella aveva promesso di fare
verso la Matilde, ella l'aveva fatto lealmente, l'aveva fatto a prezzo
della sua sincerità ch'ella avea cara più d'ogni cosa al mondo, l'aveva
fatto a prezzo de' suoi sentimenti più intimi, e non era bastato a
smuover Vittorio. Che importava che il caso volesse metterci la sua
zampa e far nascere tutto quel parapiglia? Non era una crudeltà della
fortuna questo congiurare a' suoi danni?
Vi son certi sacrificî che si compiono con animo risoluto, appunto
perchè ci seducono con la loro grandezza. Il bisogno di raccogliere
tutta la nostra energia per uno sforzo supremo, e la voluttà di
vincere, sempre potente anche quando si vinca a danno di sè medesimi,
impediscono ne' primi istanti che il dolore ne soverchi. Ma quando s'è
riportato il trionfo, nè dura più la febbrile ansietà della lotta, e
il sacrificio compìto non reca mai un eguale tributo di riconoscenza,
oh! allora comincia davvero lo scoramento; allora una indefinita
tristezza s'impadronisce dell'anima nostra. Così avvenne all'Angelina.
L'era bastata la forza a domare la sua passione nascente, ella aveva
potuto perorare la causa di un'altra; ma adesso ella non si sentiva
da tanto di assistere allo spettacolo di una felicità che le costava
tutte le speranze dell'avvenire. La felicità è cieca come l'amore: a
simiglianza del fanciullo che folleggiando per la campagna calpesta le
macchie di fiori, ella procede nel suo cammino spensierata e obliosa,
e non si cura di ciò che schiaccia sotto i suoi piedi, o di ciò che
offende con la clamorosa allegria. La Matilde non aveva altro in
bocca che l'amor suo, e di questo ragionava con l'Angelina e de' suoi
disegni per l'avvenire, oh! quanto diversi da quelli che l'Angelina
s'era formati nel segreto del suo cuore a' dì beati, in cui ella pure
inebbriavasi in un sogno d'amore. Alla Matilde non sorrideva l'idea
della vita campestre, ed ella sperava d'indurre il suo Vittorio a
trasferirsi in città, ove col suo ingegno avrebbe potuto farsi un nome
e uno stato, e, chi sa? diventar col tempo un personaggio importante,
forse forse prefetto. Poi, seguendo i capricci della sua fantasia,
saltava a discorrere del suo vestito di nozze, mettendo sul tappeto
la grave questione se convenisse meglio ch'esso fosse di velo o di
-moire-, se con lungo strascico o senza. L'Angelina era sulle brage,
e quando la Matilde usciva, ella, cosa insolita, si sentiva sollevata
d'un peso e trovava almeno il refrigerio del pianto. E lì dalla sua
finestra mirava allontanarsi lungo il viale di platani la Matilde e
Vittorio, l'una al braccio dell'altro, col passo lieve ed elastico
di chi ha la letizia nell'animo e vede sparsa di rose la via. Quante
volte aveva anch'ella percorso quel viale a fianco di Vittorio, quante
volte gli sguardi e le parole di lui le avean fatto balenare innanzi
agli occhi i larghi orizzonti della felicità! Era appunto su quel
sentiero, era sotto quegli alberi, era presso a quell'argine, che
Vittorio le aveva fatto intendere di amarla, e ch'ella l'avea ributtato
armandosi d'una menzogna. Così, immobile, appoggiata al davanzale
del balcone, ella se ne stava senza parola lungo tempo dopo che i due
amanti s'erano dileguati, nè più si udiva il suono festevole delle loro
voci. Era allora che talvolta la sorprendeva lo zio, ed ella appena
sentiva muovere il saliscendi dell'uscio, si rasciugava gli occhi,
e componevasi alla più tranquilla cera del mondo. Non tanto però che
allo sguardo amorevole del signor Bernardo sfuggisse l'assidua cura,
da cui ell'era logorata. L'Angelina non diceva molto, non lagnavasi
mai, tentava distrarsi approfittando, più che non solesse una volta,
di alcuno fra gl'inviti che le faceano le sue discepole: eppure ella
dimagrava ogni giorno, ogni giorno si faceva più profondo il solco
del dolore sul suo pallido viso. Tutto rianimavasi in casa Mauri,
tutto aprivasi a una vita nuova; solo l'Angelina e il signor Bernardo
non ne sentivano gl'influssi. Ella cercava invano di farsi maggiore
dell'interno travaglio, egli dal soffrire di lei vedevasi tolta ogni
gioia per la contentezza della figliuola. Non v'era dubbio alcuno;
l'Angelina aveva amato Vittorio prima della Matilde. Ma qual rimedio a
sì malaugurato avvenimento? Appunto questa impossibilità del rimedio lo
turbava a mille doppî. Ed egli richiamava alla mente le raccomandazioni
del fratello e le lagrime della cognata al suo letto di morte, e gli
pareva udir la voce angosciosa di que' cari defunti chiedergli conto
della loro creatura. Oh! ma ella non gli serbava rancore, e se il
suo labbro aveva ancora sorrisi, erano per lui, e se aveva un resto
d'allegrezza nell'anima, lo serbava pei momenti de' loro colloquî.
Il signor Antonio, il padre di Vittorio, provava anch'egli un vivo
affetto per l'Angelina, e le dava la preferenza sulla sua futura nuora,
e continuava a maravigliarsi come Vittorio non si fosse innamorato di
lei. Sennonchè, a vederla così pallida, così affilata, gli veniva il
sospetto ch'ella godesse di mal ferma salute, e questa era una ragione
sufficiente a giustificare Vittorio.
Passarono le settimane, passarono i mesi. Vittorio, presa la laurea, si
assentò insieme col padre per preparare gli appartamenti alla sposa.
Erasi deciso che, almeno per qualche tempo, Vittorio dimorerebbe
nella sua villa, e i sogni della Matilde circa il soggiorno nella
capitale erano andati in fumo. Vittorio si trattenne lontano dalla
sua fidanzata quindici giorni, e ogni mattina il fattorino della posta
recava alla Matilde una bella lettera in carta color di rosa, profumata
di -patchouli-, ch'ella leggeva tutta d'un fiato, e di cui faceva
poi sentire frammenti all'Angelina, non senza riportarle fedelmente
i saluti che le mandava Vittorio. Un dì le lettere furono due: oltre
alla solita per la Matilde ve n'era una del padre di Vittorio pel
signor Bernardo. In quella lettera il signor Antonio offriva, senza
tanti preamboli, al futuro suocero del figlio suo una occupazione
commerciale di non grande rilievo, ma sufficiente a procacciargli di
che mantenere la sua famiglia, senza dover nulla a nessuno. Era una
improvvisata, che il lettore può immaginarsi se riuscisse gradita
ad un uomo corto sì, ma delicato e dabbene come il signor Bernardo.
Non potè a meno di correr subito dall'Angelina a confidarle la sua
esultanza, e a portare ai sette cieli la bontà e la rettitudine del
padre di Vittorio, che con la sua provvida offerta lo facea rinascere
a nuova vita e lo rendeva utile a qualche cosa. La commozione sincera
dello zio toccò l'Angelina: eppure, lo credereste? ripensandovi, ella
provò nell'anima più vivo che mai quel senso pauroso d'isolamento onde,
a suo malgrado, ella era da qualche tempo assalita. L'aiuto ch'ella
recava alla famiglia de' suoi congiunti era sempre uno stimolo alla
sua attività, e le avea fatto parer cento volte più belle le ore del
lavoro e della fatica. Persino le bizzarrie della signora Clara e della
sua primogenita ella subiva con ispirito sereno, allorchè, consultando
il suo cuore, sentiva rispondersi: -- Tu paghi col benefizio il male
ch'altri ti fa. -- Era orgoglio? Era egoismo? Volesse il cielo che tali
fossero tutti gli egoismi e tutti gli orgogli del mondo! Finchè in
casa Mauri v'erano dolori da lenire, confidenze da ricevere, consigli
da porgere, la presenza dell'Angelina aveva un valore, uno scopo;
ma adesso? La Matilde, la dolce amica d'infanzia, era sposa, ebbra
di contentezza e d'amore; l'Amalia, secondo il costume dell'età sua,
preferiva la vispa ilarità della sorella alla tranquilla, ma profonda
mestizia dell'Angelina, e il signor Bernardo, l'ultimo ad esultare di
quei lieti eventi domestici, s'era rasserenato pur esso all'idea di
ritornare alla onesta operosità del passato. Ella sola era malinconica,
ella sola era sventurata in mezzo ai felici, e le sembrava di non poter
essere agli altri che un imbarazzo, o un peso, o un rimorso. Andava
svogliata alle consuete lezioni, e le sue discepole già susurravano
che la non pareva più quella; non che si ristessero però dall'amarla,
tanto era dolce e buona e indulgente. Ma tutti dicevano: -- L'Angelina
sta male, l'Angelina dovrebbe far una cura seria; -- oppure: --
L'Angelina ha qualche grande affanno nascosto. -- E l'affanno nascosto
la poveretta l'aveva, ma non era soltanto il suo amore sventurato:
era l'insieme del suo stato, era la solitudine del suo cuore. Nelle
nature squisitamente temprate come la sua, lo spirito di gran lunga
prevale alla materia, e la vita, per mantenersi, domanda con più
angosciosa insistenza l'alimento dell'anima che quello del corpo.
Era appunto l'alimento dell'anima che andava mancando all'Angelina,
e la vita le veniva meno per insufficiente ricambio d'affetti. Se
la Matilde fosse stata infelice, se la piccola Amalia avesse avuto
bisogno di lei, se il signor Bernardo fosse rimasto nel primiero
abbattimento, forse l'Angelina avrebbe vissuto, avrebbe vissuto per
loro. Ma così le mancava una mèta: non poter giovare significava per
lei non poter vivere. Oh! certo, il mondo è vasto, e fuori di casa
Mauri vi sarebbero state altre piaghe da rimarginare, altre lagrime da
tergere; ma dovevasi esigere che ella, a vent'anni, andasse di porta
in porta ad offrire il balsamo de' suoi conforti? Ella non chiudeva in
sè la tempra venturosa dell'eroina, la quale, più che per l'uomo, si
sacrifica per il genere umano: era sortita agli affetti domestici, alle
casalinghe abitudini. Perchè non aveva, come hanno le altre fanciulle,
una famiglia, di cui esser l'angelo tutelare; perchè, come l'altre
fanciulle, non l'era dato allegrarsi nella speranza d'un tetto, ove il
suo cuore si aprirebbe alle semplici gioie di sposa e di madre? Perchè
il disinganno l'aveva colta proprio alla soglia dell'esistenza?
Non era una malattia, su cui potesse arte di medico o virtù di
farmachi: l'Angelina finiva per una occulta stanchezza, per un
infiacchimento generale della persona. Chi l'aveva innanzi agli occhi
ogni giorno non accorgevasi di questo rapido deperire, ma chi la
vedeva dopo qualche intervallo n'era dolorosamente colpito. Vittorio,
reduce presso la sua fidanzata, mise l'inquietudine nella famiglia,
chè lo stesso signor Bernardo, per inquieto che fosse sul conto
della nipote, era ben lungi dal creder vicino il pericolo. L'Angelina
ricevette la visita del dottore senza stupore e senza sgomento, nè
si turbò vedendolo annuvolarsi in volto e manifestare nell'aspetto
una penosa incertezza. Quand'egli sedette al tavolino per iscrivervi
una ricetta, lo guardò con un mesto sorriso, e quando le portarono la
pozione ch'egli le aveva ordinata, la prese con indifferenza, come cosa
da cui non aveva nulla da sperare e nulla da temere. La Matilde, il
signor Bernardo e Vittorio fecero ressa intorno al medico per sentirne
i pronostici: ed egli, coscienzioso e sincero, disse che il male
dell'Angelina aveva per lui qualche cosa di arcano, che non v'erano
sintomi chiari, ma v'era una strana prostrazione di forze, di cui egli
non sapea dissimularsi la gravità. Chiese se vi potessero essere cause
morali a un tale abbattimento. Il signor Bernardo si scosse, ed era per
esporre il dubbio che da tanto tempo gli stava sull'anima; ma alzando
gli occhi vide la Matilde affisare con sì trepida ansietà il suo
fidanzato, che sentì compassione di lei, e l'amor paterno prevalse in
lui ad ogni altro affetto. Non isfuggì al dottore quell'imbarazzo, ma
da uomo accorto e discreto com'era, fece mostra di non avvedersene, e
disse soltanto: -- Interrogherò la malata. -- Vittorio lo accompagnò fino
all'uscio, ripetendogli: -- La interroghi, la interroghi presto. -- Egli
si ricordava delle parole misteriose proferite dall'Angelina nel suo
colloquio, e che sembravano accennare a un'occulta passione.
Da quel dì la stanza dell'Angelina era divenuta il convegno di
quasi tutta la famiglia Mauri. La buona giovinetta erasi trascinata,
finchè le forze glielo aveano concesso, nel salotto da pranzo; ma
ora il medico le aveva ordinato il più assoluto riposo, nè del resto
l'estrema debolezza le avrebbe concesso di scendere la scala. Passava
le ore del giorno in una sedia a braccioli, accurata nel vestito e
nell'acconciatura, e tanto più serena e tranquilla, quanto più il male
faceva progressi e quanto più nel volto degli altri s'esprimeva un
dolore disperato d'ogni conforto. Diceva di non soffrire, e forse era
vero, e alla Matilde e a suo zio che le stavano presso, non potendo
frenare le lagrime, stringeva teneramente la mano, e volgeva il più
amorevole de' suoi sorrisi. Ma nè dinanzi allo zio, nè alla Matilde,
nè al medico, che pur la interrogò con sottile artifizio, si lasciò
sfuggire un accento che tradisse il suo segreto.
E intanto ella affievolivasi sempre più, e se l'aria era un po' fredda,
e il tempo un po' umido, non si sentiva d'alzarsi e si tratteneva in
letto l'intera giornata. Alla sponda di quel letto era sempre il signor
Bernardo, e ogni momento le metteva la mano sulla fronte per sentirne
il calore, e la fissava con uno sguardo che vi straziava l'anima. Le
stava a' piedi una donna, una nostra antica conoscenza, la vecchia
Filomena, con certi occhi invetriati, con una certa immobilità nella
fisonomia, da mettere paura. Teneva le labbra strette che pareano
inchiodate, e le mani incrociate sulle ginocchia non si toglievano
da quella positura, se non per acconciare le coltrici della malata
o per porgerle da bere o per accomodarle meglio i guanciali sotto il
capo. Ogni due ore la Filomena senza dir parola, e si sarebbe creduto
impossibile in femmina tanto ciarliera, scendeva in cucina a preparare
ella stessa la minestra per la povera inferma, e in mezzo alle pentole
ritrovava un po' della sua antica eloquenza per bisticciar con la
fantesca di casa, la Teresa: poi risaliva muta come prima, soffiando
nel brodo della scodella. La Filomena non vedeva la sua padroncina
da oltre un anno, chè la sua smania di pettegoleggiare le aveva fatto
dar l'ostracismo; ma appena seppe l'Angelina malata, supplicò che le
fosse concesso di assisterla, ed ora vegliava dì e notte presso di
lei, reprimendo, pur di starle vicino, e l'angoscia che le strappava
il cuore, e quell'abitudine di discorrere, anche da sè sola, che le era
divenuta una seconda natura.
Mancavano poche settimane al termine fissato per le nozze di Vittorio
e Matilde, e già dibattevasi in famiglia se le si dovessero differire
a cagione dell'Angelina, quando l'inferma manifestò il desiderio di
parlare agli sposi. Fece la sua -toilette- di malata con più cura del
consueto, ordinò alla Filomena che le accomodasse i capelli come soleva
una volta, s'acconciò sulle spalle e sul petto a guisa di sciallo un
fazzoletto di seta azzurra, e postasi a sedere e atteggiato il volto
al sorriso ricevette i due fidanzati, che le si presentavano innanzi
lagrimosi e compunti. Era soltanto il presagio dell'imminente sventura?
O era anche un senso indistinto d'inquietudine e di rimorso? Fu
l'Angelina che ruppe il silenzio.
-- Non le differirete mica le vostre nozze, -- diss'ella con accento
dolcissimo; -- non lo permetterei a ogni modo, e poi.... non ve ne
sarà bisogno.... -- E com'essi si peritavano a chiederle spiegazione
di questa frase: -- Non ve ne sarà bisogno, -- soggiunse, -- perchè
l'Angelina non tira innanzi tanto.... Oh! via, non piangete, non fate
fanciullaggini.... Venite qui piuttosto, qui vicino a me. -- Le si
appressarono col capo basso, con gli occhi gonfi di pianto. L'Angelina
pose la mano sulla spalla della Matilde: -- Fatti animo, Matilde mia, tu
stai per diventar moglie, e il mio povero babbo mi diceva spesso che
le buone mogli devono presentarsi dinanzi ai loro mariti con aspetto
sereno. Una donna ilare è un tesoro inapprezzabile per una famiglia....
E voi, Vittorio, -- riprese volgendosi al giovane, -- amatela questa
mia buona Matilde. Siamo cresciute insieme, abbiamo durato insieme le
prove dell'avversità, e io vi posso dire ch'ella merita un'esistenza
men travagliata, e che di tutte le cure onde vorrete circondarla,
non ve n'è una, di cui ella non saprà compensarvi con l'amor suo. Oh!
Vittorio, promettetemi di amarla sempre e di fare quanto sta in voi per
renderla pienamente felice. --
Così dicendo staccò dalla spalla dell'amica la sua mano bianca,
affilata, e la stese verso Vittorio, che se la portò alle labbra e la
coperse di baci e di lagrime. Non proferì parola, ma il suo silenzio
era più espressivo d'ogni risposta.
La malata si colorò lievemente, gli occhi le brillarono d'un mesto
splendore, parve sorpresa da una commozione superiore alle sue forze,
e si lasciò ricadere sull'origliere. Però si ricompose prestissimo, e
dopo aver frugato sotto i guanciali, ne trasse un monile di granate a
due giri, da cui pendeva un piccolo medaglione d'oro. Lo pose al collo
della Matilde, che nell'eccesso del dolore appena era conscia di sè,
dicendole: -- Eccoti il mio regalo di nozze. In quel medaglione troverai
de' capelli; son miei.... serbali per memoria dell'Angelina.... -- La
Matilde, soverchiata dall'angoscia, cadde ginocchioni a piè del letto,
abbandonando il capo sulla coltrice, e rompendo in singhiozzi. Anche
Vittorio singhiozzava col viso nascosto fra le mani. Lungo le guance
pallide dell'Angelina scorrevano in silenzio le lagrime: v'era una
serenità celeste nel suo dolore.
Alcuni dì appresso la inferma volle alzarsi, e le sue gracili dita
corsero ancora una volta sui tasti del pianoforte. Sonò un concerto
della -Norma-, e veramente al mirarla coi capelli ondeggianti, con
la lunga veste bianca, con quel volto che aveva la trasparenza e il
color della cera, la si sarebbe detta una visione notturna dei boschi
druidici. Sull'imbrunire si coricò chiedendo che le si aprissero le
finestre per respirar l'aria della campagna. E così, contemplando il
sole che tramontava, inebbriandosi nell'odor delle viole di primavera
(che era appunto sul finir dell'aprile), esalò l'anima soavissima fra
le braccia dello zio e della vecchia sua Filomena.
La Filomena rimase come impietrata: convenne strappare a forza il
signor Bernardo dalla stanza della defunta, perch'egli non voleva a
verun costo abbandonare quella tepida salma.
Sulla scrivanìa dell'Angelina fu trovata una lettera, con cui ella
disponeva della sua modesta sostanza. D'un terzo lasciava erede la
Filomena: destinava gli altri due terzi all'Amalia, con espressa
condizione che il capitale fosse messo a frutto sino al momento, in cui
la fanciulla andasse a marito.
Un mese dopo successero le nozze di Vittorio e Matilde; nè mai più
mestamente si compì la solenne cerimonia. I pochi convenuti notarono
nel volto di entrambi gli sposi i segni di una cura profonda, e tutti
furono maravigliati del pianto dirotto, in cui proruppe il signor
Bernardo, allorchè la figliuola si pose in dito la gemma nuziale.
Sulla veste bianca della Matilde spiccavano, singolare ornamento, le
granate, ultimo dono dell'Angelina, quasi a ricordare quanta parte di
lutto offuscasse quella giornata. Soltanto la signora Clara e la Nella
parevano abbandonarsi alle più gradite impressioni: la signora Clara
esultava pensando che porzione della ricchezza della figliuola verrebbe
di riflesso su lei, e la Nella faceva gli occhietti a un impiegato
in pensione molto azzimato e coi capelli tinti e ritinti. L'Amalia
era malinconica e taciturna: anch'ella dolevasi nel suo cuoricino
dell'amica che non vedrebbe mai più.
-1867.-
RIMEMBRANZE DEL CADORE.
I.
Una riga d'esordio. -- La città di Vittorio. -- Un panegirico
dell'acqua. -- Due laghi. -- Longarone e la Punta. -- L'edificio di
seghe del Wiel. -- Il bacino della Piave. -- Codissago e le zattere.
-- Castello e gli scalpellini. -- Fine della sinfonia e principio
dell'opera.
-Conosci tu il paese dove fioriscono i cedri, e i belli aranci d'oro
splendono sotto il frascato?- È questo il grido che il Goethe pose
sulle labbra della sua -Mignon-, e che fa tuttavia balzar di desiderio
i buoni Tedeschi sospiranti affannosamente tra le nordiche brume al
cielo sereno e al clima primaverile della nostra Italia, prediletta
figlia del sole.
Ma noi che i cedri li sappiamo a memoria, e i belli aranci d'oro li
sentiamo gridar per le vie a pochi centesimi l'uno, ci prenderemmo
volentieri lo svago di seguire un'altra -Mignon- che ci dicesse:
-Conosci tu la terra degli abeti e dei larici, la terra ove lo
scrosciar del torrente si confonde collo strido dell'aquila?- Ebbene,
o lettore, senza che tu esca d'Italia, tu puoi soddisfare questa
curiosità del tuo spirito. Io non sono certo una -Mignon-; pur mi ti
offro a compagno, e t'invito a venir meco in Cadore. Che tu abiti in
riva alle lagune o sui margini del Bacchiglione e del Brenta, che tu
sii avvezzo a contemplare il tramonto del sole dalla baia incantata di
Napoli o dai colli di San Miniato e di Fiesole; credilo a me, due o tre
giorni in Cadore ti lasceranno una gradita impressione.
Diamoci la posta in Conegliano, piccola, ma ridente città edificata sul
pendìo d'un poggio. La si direbbe mollemente seduta a bearsi dei raggi
del sole che la cingono di tepore e di luce. Io potrei parlarti del suo
Castello e del Castello Collalto, e delle leggende di spettri che vi si
uniscono, e dei ricordi di Gaspara Stampa e del suo amante infedele. Ma
il tempo è prezioso, e tiriamo innanzi.
A Conegliano bisogna abbandonare la strada ferrata che si dirige
verso il Friuli, e prendere la postale di Belluno. Una buona carrozza
ti conduce in un'ora a Ceneda, che ormai s'è congiunta con la vicina
Serravalle e forma, insieme con questa, la città di Vittorio. Ceneda
e Serravalle erano divise da ire antiche ed irreconciliabili, e il
non aver mai visitato il paese rivale era un titolo di patriottismo
per molti fra gli abitanti di ciascuna delle due ville. Le cagioni
di questi grandi sdegni io non le so, e a chi legge probabilmente non
importa saperle, ond'io posso astenermi dal visitare gli archivi, e dal
consultare gli eruditi del luogo; tanto più che con eroico proposito
le due borgate pensarono di seppellire i loro rancori in un felice
connubio, e rinunziarono al proprio nome per prenderne uno comune --
VITTORIO. -- Che Vittorio sia per diventare la -Washington- dell'Italia?
Non oserei fare pronostici. Sinora l'è una città lunga lunga, la quale
ti dà l'immagine di una biscia tagliata a mezzo e congiunta nelle sue
parti da alcuni sottili filamenti. E invero il non breve tratto di via
che correva fra Ceneda e Serravalle è pressochè deserto d'abitazioni,
se non fossero due edifizî che rendono testimonianza della unione, e
sono l'Ufficio postale ed il Municipio. Com'è naturale, per non far
torto a nessuna delle due frazioni, questi due edifizî pubblici sorgono
a giusta metà della strada, e danno agli abitanti la consolazione
di dover fare un viaggio per arrivarvi. Vi sono città popolate e
importanti, che per la loro conformazione topografica rendono poco
faticoso il percorrerle da un capo all'altro: Vittorio ha sciolto
felicemente l'arduo problema d'essere una città piccola e sottile di
popolazione, e di non permettere a un buon galantuomo di misurarla
a piedi nella sua lunghezza senza correr rischio di buscarci un
riscaldamento.
Chi non ha voluto saperne della unione si fu un vetusto cipresso che
sorgeva all'entrata di Serravalle. Conservatore come tutti i vecchi,
quand'egli ha visto cader le antiche barriere che separavano le due
rivali, ebbe un accesso di crepacuore e morì! Allorchè io passai di
là nel maggio, egli durava ancora in piedi per forza d'inerzia; ma ad
ogni occhio un po' esperto riusciva agevole lo scorgere che gli umori
vitali non iscorrevano più per le sue fibre irrigidite, e che l'opaco
manto delle sue foglie aveva perduto ogni freschezza. Forse oggi il
suo tronco ha già sentito la scure, e quei rami, alla cui ombra si
riposarono tante generazioni d'abitanti di Serravalle, gemono nel
camminetto d'un cittadino di Ceneda.... Ironie della sorte!
Su su per una via spalleggiata di portici bassi ed angusti, che
costituisce quasi tutto il paese di Serravalle, esci finalmente
all'aperto, e ti sembra d'uscire da uno spegnitoio per entrare in
mezzo alla luce. Già in tutti que' siti, ove la natura è veramente
pittoresca, le città mi hanno l'aspetto d'usurpatrici, a cui la
gioconda campagna dice con piglio burbanzoso -- -levati dal mio sole-.
-- Quei colori freddi, quegli orizzonti ristretti, quei rettilinei di
pietra impassibili come battaglioni al -presentat-arm-, sono per me
tante stonature, raffrontati con le curve or leggiadre, or maestose
delle colline e dei monti, con l'ampio padiglione del cielo, con quel
fremito di vita che anima tutto, dalla foglia tremolante sul ramo
all'acqua cristallina che si rompe sui sassi.
Oh! l'acqua, la grande incantatrice! Dipingiti per un momento la
natura quale una donna bella, capricciosa, elegante, e poi dimmi se
non ho ragione di chiamar l'acqua il suo finimento di gioie. Ecco:
ella si spiana in un lago, ed è la -broche- di brillanti; scende
romorosa dall'alto, ed è il pendente a faccette che scintilla alla
luce; si devolve placida tra i margini d'un fiume, ed è il monile di
perle che consente all'arco delicato del collo. Quando il gioielliere
vuol vantare il diamante, dice ch'esso -ha una bell'acqua-, nè certo
troverebbe al suo pensiero espressione più acconcia di questa.
All'uscita di Serravalle l'acqua ti si affaccia subito allo sguardo.
Prima la senti strepitare fra le ruote dei molini e delle cartiere,
poi queta ed immobile forma i così detti -laghetti- di Serravalle
che bagnano le falde di monti vestiti di faggi, indi s'allarga in un
lago, cui fu dato il nome lugubre di -lago morto-. La superficie n'è
tersa e levigata come d'uno specchio; non l'agita una corrente, non
la increspa una brezza, non la solca uno schifo. I monti all'intorno
non sono altissimi, ma aridi e nudi, e sparsi solo qua e là di qualche
macchia d'erba che dà maggior rilievo alla sterilità del tutto, come un
ciuffo di capelli sulla testa d'un calvo. A vederli riflessi nel lago
essi hanno un non so che di fantastico che ti colpisce: sia il colore
dell'acqua, sia la immobilità strana di quelle immagini capovolte,
ti sembra d'essere in un mondo di apparizioni, e ne provi un senso di
freddo e di turbamento. Però, quando salendo la strada che fiancheggia
il monte hai girato mezzo lago, dal punto elevato in cui ti trovi e
dov'è la villa di Fadalto, volgi lo sguardo alla vallata percorsa, la
prospettiva cangia d'aspetto; chè nel fondo del quadro il bel verde
dei colli di Serravalle ti conforta la pupilla e fa un contrasto assai
pittoresco con le tinte sabbionacee delle alture che si specchiano nel
-lago morto-. Ma io non ti vo' condurre passo passo lungo il cammino,
e mi contenterò di farti fare una breve sosta sulle rive d'un altro
lago, quello di Santa Croce. Non è nè ampio nè sinuoso come i laghi
di Lombardia, non è seminato tutto intorno di giardini e di palazzi
signorili, ma vi spira un alito di pace, un soffio di poesia casta e
serena, che forse esso perderebbe ove fosse meno isolato, meno deserto.
Non v'ha dubbio: all'economista piacerebbe assai più vederlo solcato
da vapori che vi portassero il moto delle idee e del lavoro; non v'ha
dubbio: quello scorgervi soltanto qualche battello che mena da una
sponda all'altra le famigliuole delle povere villette circonvicine, è
segno di civiltà primitiva; pure chi sente il fascino della solitudine
e del silenzio non può abbandonarne le rive senza un desiderio
vivissimo di ritornarvi. Io pensavo a quei laghi dell'Alta Scozia
descritti dalla musa pacata e malinconica del Wordsworth, vi pensavo
contemplando il raccolto paese, vi pensavo udendo il tintinnìo della
greggia che brucava l'erba proprio sul margine estremo delle acque, e
quanto, oh! quanto avrei dato per essere poeta e rappresentare ciò che
mi passava nell'animo. Era uno splendido mattino di maggio. L'azzurro
senza nube del cielo si rifletteva con una tinta più carica sul terso
cristallo dell'onda, i monti verdeggiavano per una ricca vegetazione
di primavera, e sparsi lungo le falde o sul pendìo di quelle alture
si disegnavano gruppi di casupole strette intorno al loro campanile
come intorno a un vessillo. Sono paesetti di pochi abitanti che si
assottigliano ancor più per la continua emigrazione delle donne, le
quali vanno per balie, e dei maschi che scendono nella città a farvisi
manovali o domestici. Ma pure nelle lunghe assenze non dimenticano
il loro lago, il tugurio affumicato, il campicello bagnato dei loro
primi sudori, e accorti e massai vanno raggranellando un po' di moneta
per aggiungere un lembo al podere, una pietra alla casa, un giumento
alla stalla, e poter morire tranquilli intorno al focolare domestico
circondati dai nipoti, a cui commettono le tradizioni d'una vita
modestamente operosa.
I cavalli, rinfrescati per una mezz'ora nella piccola villa di Santa
Croce, riprendono con maggior lena il cammino verso Longarone, a cui si
giunge dopo non breve tratto di via, percorsa quasi sempre in salita.
La Piave, che ti sarà fedele compagna per buona parte della tua gita
in Cadore, ti si fa incontro poco dopo il lago di Santa Croce, e da
Capo di Ponte la vedi stendersi serpeggiando di vallata in vallata e
dileguarsi lontana dietro i monti del Bellunese.
Longarone è una borgata importante, abitata da gente ricca, onesta,
industriosa. È, per dirla con voce francese, l'-entrepôt- del
Cadore. Posta alla soglia di questa provincia montuosa, ella vi si fa
dispensiera dei prodotti della pianura e sparge nelle valli circostanti
il grano che la terra avara non vi produce che in minima copia, e
le stoffe modeste destinate a vestire quelle popolazioni massaie.
Addossata ai monti, non ha ampiezza di prospettiva se non da un lato,
cioè alla destra di chi viene da Santa Croce: ivi si stende ampio e
bellissimo il bacino della Piave, della cui vista magnifica non puoi
però godere pienamente se non discendi alla così detta -Punta-, ov'è
posto l'edificio di seghe del Wiel.
Ogni edificio di seghe è, per così dire, una sintesi della vita
cadorina: là il prodotto principale di que' luoghi, il legname, subisce
le sue trasformazioni; là i robusti alpigiani compongono la zattera,
l'avventurosa viaggiatrice dei fiumi e delle lagune. A Longarone non
siamo ancora in Cadore; ma, visitando il grandioso opificio del Wiel,
puoi farti un concetto di tutti quelli che incontrerai poscia sulla
strada di Perarolo e che non ne reggono il confronto nè per lo spazio
che abbracciano, nè per l'importanza delle opere idrauliche, a cui
diedero origine. Il Wiel vi si è messo dentro con passione d'artista;
ha voluto domar la natura, ha fatto strade, e canali, e bacini che
ti danno l'idea d'essere in un piccolo arsenale marittimo, e nei
quali l'acqua non mugghia impetuosa, non corre veloce a somiglianza
d'un convoglio in ritardo, ma queta, placida, carezzevole, lambe le
pareti del suo carcere e serve di rifugio alle zattere in costruzione.
All'opificio arrivi per un sentiero scosceso tagliato nel monte, e,
giunto che tu vi sia, ti spingi sotto a una tettoia di legno, che
par di quelle che si vedono a certe stazioni di strada ferrata. Ivi
si trovano le seghe, ivi è l'arca santa del tempio. Sotto gli assiti
che servono di pavimento corre rapidissima l'acqua, e, secondo che
s'innalza o s'abbassa un sostegno, irrompe in cascata romorosa o si
devolve cheta e tranquilla senza strepito alcuno. Nel primo caso, com'è
naturale, le seghe lavorano, nel secondo fanno sciopero. Allorchè sono
in moto, senti uno schiamazzo d'inferno, e non è da maravigliarsene,
poichè l'opificio ha 17 seghe, ciascuna delle quali appronta una
tavola ogni otto minuti, e poichè in quel recinto sono raccolti circa
cento operai. Non ti attendere da me la descrizione dei congegni, coi
quali si forma il legname. Tra i bernoccoli della mia povera testa
non c'è quello della meccanica, ed io non m'arrischierei a descrivere
una macchina semplicissima per tema di farmi dar la baia dal più
ottuso studente di un Istituto tecnico. Ti dirò soltanto che il tronco
dell'albero svestito della corteccia, appena che fu reciso dalla
pianta, viene tagliato in pezzi lunghi circa 12 piedi, ognuno de' quali
si accomoda sopra una specie di letto di tortura, ove la lama dentata,
mossa dalla sottoposta corrente, s'avanza inesorabile, lasciando ogni
volta dietro a sè una tavola lunga, uguale, levigata. Com'è facile
a immaginarsi, la convessità dell'albero fa sì che la sega, tanto
nel primo suo viaggio quanto nell'ultimo, separi dal tronco schegge
irregolari che servono come legna da fuoco, o, flessibili come sono, si
adoperano per connettere insieme le zattere. I ritagli minori, le così
dette -segature-, non avevano sinora un uso determinato: in piccola
parte servivano per concime, le più andavano disperse. Sembrerebbe però
che ormai dovessero esser serbate a miglior destino. Alcuni ingegneri
francesi, che visitarono l'opificio del Wiel e presero seco una certa
quantità di queste segature, le trovarono alte ad aggregarsi nuovamente
insieme mediante non so quale preparato chimico, in modo da produrre
un legname d'un ordine inferiore, ma solido e compatto in modo che
l'industria possa trarne profitto. Io non mi farei mallevadore di
siffatta scoperta; ma so che la potenza dell'industria moderna risiede
appunto in questa virtù di far sì che nulla vada perduto, di scoprire
un'utilità in ciò che prima giudicavasi imbarazzante e superfluo. È
una specie di riabilitazione anche questa, ed è una riabilitazione
assai più discreta e ragionevole di quella che si vorrebbe mettere
in voga nel mondo morale. Difatti, mentre i romanzieri cercano di
persuaderci che le signore dalle camelie hanno in sè gli elementi
delle donne più virtuose e castamente appassionate, gli industriali
si contentano d'assegnare un posto modesto agli antichi rifiuti delle
officine. E mi ricordo che il Rossi di Schio, quell'esimio uomo che
tutti conoscono, lesse una volta una saporita Memoria all'Istituto
veneto circa il partito che si ricava dai vecchi e frusti tessuti, i
quali sin a poco tempo fa erano retaggio incontrastato delle tignuole,
e adesso, sfilacciati nuovamente, tornano a subire il processo
della fabbricazione. I panni che ne derivano sono però d'una qualità
ordinaria, e il Rossi non si sognò nemmeno di esaltarli come il -nec
plus ultra- della specie.
Ma sento già richiamarmi al mio dovere di parlare del Cadore e non
d'altro.
L'operazione che bene o male vi ho descritta non serve che alla
formazione delle tavole, le quali secondo la loro spessezza prendono
nel commercio nomi diversi. Il legname serbato alle travature non passa
per la prova della sega, ma è uguagliato con l'ascia. Quanto a quello
che si destina per gli alberi dei bastimenti, esso è piuttosto raro
in Cadore ed è fornito dal solo bosco di Somadida. Io non ne ho veduto
nell'opificio del Wiel.
Il modo di trasporto praticato in Cadore pei legnami rende necessario
di sottoporre la tavola a una perforazione ai due capi, senza la
quale i singoli pezzi non potrebbero connettersi insieme e formare la
zattera. Una tale perforazione è però una cosa che dà molto a pensare
ai negozianti, perchè sui mercati, ove essi inviano i loro legnami,
trovano la concorrenza di quelli che, venuti da altri paesi per strada
ferrata, sono intatti in tutta la loro lunghezza, e preferiti a questo
titolo dai compratori. E questa, come vedremo più tardi, non è l'ultima
fra le cagioni del decadimento del commercio cadorino.
Lettore carissimo, se per avventura tu visiti le segherìe del Wiel, e
il cortese ed intelligentissimo direttore dell'opificio t'invita a una
breve sosta nella casa del proprietario situata a pochi passi di là,
non te lo far dire due volte: accetta l'invito, ed entrato che tu sia
nel salotto terreno di quella semplice, ma elegante dimora, affacciati
alla finestra e guarda dinanzi a te. A' piedi ti corre la Piave e
si perde via via nell'ampia vallata; al tuo fianco è l'edificio di
seghe coi suoi diversi scompartimenti, col suo moto vario, continuo,
operoso, e tutto intorno scorgi monti o vestiti di verde, o aridi
e ignudi, o per la lontananza vaporosi e sfumati, o coperti la cima
di nevi. Quel piccolo borgo alla tua sinistra, proprio sulle sponde
del fiume, è Codissago, abitato tutto da conduttori e costruttori di
zattere. Son veri anfibî, e a ogni tratto li vedi lanciarsi nell'acqua
e immergervisi fino alla cintura, sia per imprigionare una tavola che
si è divisa dalle compagne, sia per ravviare la zattera impacciata in
qualche sinuosità della riva: poi ripigliano il loro posto affidando
al sole, se c'è, la cura di rasciugare i loro panni grondanti. Alcuni
di essi appartengono a opificî che si trovano più in su nel Cadore;
e dopo poche ore di sonno devono nel colmo della notte abbandonare la
loro casetta di Codissago e dirigersi verso Perarolo lungo il cammino
deserto, ove non altro che lo scrosciar del torrente risponde al suono
uniforme dei loro passi. In mezzo a questa esistenza che non conosce
riposo si fanno modeste fortune, e fra gli abitanti di Codissago vi
sono famiglie agiate, che non abbandonano però il mestiere paterno e la
zattera tradizionale.
Volgendo ora lo sguardo dal lato opposto, scorgi sul pendìo d'un monte
il campanile e la chiesa di Longarone, e più in alto e sospese quasi
sulla tua testa come nidi di rondini le villette di Pirago, d'Igna,
di Crosta, che a chi le mira dal basso paiono volersi precipitar
giù e prendere un bagno nella Piave. Ma se questa voglia del bagno
non se la possono cavare, fanno la cura della doccia e si lavano
il capo abbondantemente nelle irrefrenate pioggie d'autunno. Sul
dorso del monte si distinguono i solchi profondi scavati dall'acqua,
a cui non bastano più gli sfogatoi consueti, e vi fu un anno, nel
quale un piccolo diluvio afflisse que' luoghi e poco mancò che uno
scoscendimento della roccia non travolgesse nel fiume quei gruppi
di case. Certo che in novembre una gita colà non deve aver soverchie
attrattive; ma nel maggio un vero soffio primaverile anima tutta la
valle, e ti seducono come una cara promessa gli alberi fruttiferi
in fiore, e i tralci ricchi di pampini, tanto più belli a vedersi
inquantochè siamo nel punto estremo, in cui alligni la vite da questa
parte d'Italia.
Chi, dalla Punta, ascende l'erta che mette a Castello, non può
resistere alla gran tentazione che ha rovinato Orfeo e la moglie di
Lot, quella cioè di guardare dietro a sè e godere ancora una volta del
magnifico panorama. E quanto più in alto egli sale, tanto più il quadro
gli si presenta compiuto, sinchè un gran martellar sulla pietra che gli
ferisce le orecchie richiama ad altri oggetti la sua attenzione. Siamo
a Castello, il paese degli scalpellini. La pietra dura che si trova in
grembo a quei monti ne alimenta l'industria, e viene anche esportata
per la costruzione di vasche per fontane e di pilastri solidissimi, uno
de' quali regge imperterrito un ponte sulla Piave, proprio in faccia
alla casa del Wiel. Gli abitanti di Castello sortirono una speciale
attitudine all'architettura, e le case del villaggio furono edificate
di loro mano, e non mancano di regolarità e di buon gusto. Certo essi
non possono avere attinto che dallo spettacolo della natura il senso
artistico che li governa. Parrebbe a prima vista che delle arti diverse
l'architettura fosse quella che meno dovesse ispirarsi agli aspetti
stranamente mutevoli del mondo esterno, ella che tende a costringere
l'ideale nel letto di Procuste d'una linea castigata e severa; ma
v'è nella natura un così ammirando conserto di amabile varietà e di
rigida simmetria, che il compasso può trovarvi le sue proporzioni nella
guisa medesima che il pennello vi trova i colori. Chi ne dubitasse,
non ha che a considerare la relazione che passa fra i grandi stili
architettonici e la natura de' paesi ov'ebbero origine. Non era
soltanto l'allegria spensierata e voluttuosa dell'Olimpo greco che
faceva sorgere i tempî, modelli di grazia e di venustà; il capitello
corintìo fu, dicono, suggerito da un vaso di fiori, e furono certo
i pergolati odorosi, ove le fanciulle menavano in giro le danze, che
insegnarono a curvare in arco la pietra, e diedero il tipo ai lunghi
colonnati fuggenti. E così non era soltanto lo spiritualismo cristiano
che creava le chiese gotiche misteriosamente solenni: nella guglia
eminente che fendeva le nuvole era un ricordo dei nordici abeti; nella
oscurità del sacro recinto era una reminiscenza delle patrie selve,
contese ai raggi del sole.
Sennonchè ai poveri abitanti di Castello non cadde certo in pensiero di
essere iniziatori d'una rivoluzione nell'architettura, nè di edificare
monumenti durevoli nel loro umile villaggio. Manca loro lo studio,
manca il moto assiduo d'una civiltà che ne fecondi l'ingegno, e devono
sudare per vivere alla giornata. Alla popolazione che s'addensa non
forniscono più sufficiente lavoro le cave di pietra, e ogni anno,
a dieci, a venti per volta, quegl'industri alpigiani abbandonano
il loro paesello e trasmigrano per lo più verso la Transilvania,
ove s'impiegano come manovali nelle strade ferrate che si stanno
costruendo. Mi dicevano, che in non lungo tratto di tempo fossero
partiti da Castello oltre a 700 abitanti.
E adesso, o lettore, ne partiremo noi pure, non già per recarci in
Transilvania, ma per entrare in Cadore, di cui siam giunti alla porta.
Ora soltanto s'alza la tenda: finora non abbiamo assistito che alla
sinfonia, ma era la sinfonia del Guglielmo Tell.
II.
Si entra in Cadore. -- Termine. -- Gli abeti ed i larici, e studî
psicologici relativi. -- Rivalgo e la difesa del Cadore nel 1848.
-- Pietro Fortunato Calvi. -- Perarolo. -- La chiusa dei legnami. --
Tai e il suo albergo. -- L'oste di Tai e il giuoco delle palle. --
Il cappello degl'impiegati regi in Italia. -- Scorsa nell'interno
del paese. -- Il monte Antelao. -- Un'ora di passeggiata sulla strada
d'Ampezzo. -- Pensieri malinconici.
Chi discorre de' paesi nordici senz'averli mai visitati non sa farsi
altra idea che di nevi perpetue e di desolati scopeti, e ignora
le grazie infinite, e le belle tinte, e i vaghi splendori di una
natura settentrionale. La natura è una elegante damina che ha il suo
guardaroba d'estate e il suo guardaroba d'inverno, e riesce seducente
del pari circonfusa di pelli, o ravvolta di bianchi veli ondeggianti.
Di là da Castello ella è in -deshabillé- affatto: ha smesso il vecchio
manto senza indossare il nuovo: la si direbbe quasi peritosa di vestir
l'aspetto d'altri climi in una terra così profondamente italiana.
E la via corre fra montagne alte, e dirupate, e sterili, ove appena
tra sasso e sasso spunta qualche filo d'erba germinato per caso dagli
atomi fecondi ivi deposti dal vento. La Piave gorgoglia a una certa
profondità sotto il livello della strada, ma la senti senza poter
vederla, celata com'è dalla configurazione del terreno. Qua e là
un'apertura nella roccia t'indica che sei a una delle cave di pietra,
e difatti il suono argentino dello scalpello ti ferisce l'udito e ti
accusa la vicinanza di operai invisibili.
Non passa molto però che tu esci da quelle Forche Caudine, e la scena
si allarga notabilmente. A Termine, che è il primo paese del Cadore per
chi viene dalla parte di Longarone, il letto della Piave si amplia,
e monti men desolati succedono alle squallide crode sospese sul capo
del viaggiatore durante il breve tratto dopo Castello. Un ponte di
legno attraversava una volta il fiume in quel punto, mettendo dalla
parte opposta alla strada maestra: ora non ne rimangono che frammenti
nei tratti ove l'acqua corre più profonda. Il resto si passa a guado,
e mi ricordo d'aver visto delle villanelle che vi diguazzavano fino
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