poter più contare sulla distrazione dell'adunanza, lasciò la sua
preda, e il signor Alieni potè riprendere il periclitante equilibrio
con quell'aspetto di compiacenza infinita che la provvida natura fa
succedere nell'uomo alle grandi tribolazioni. A ragione il Leopardi
cantava:
.... Uscir di pena
È diletto fra noi.
Una delle sentenze, con le quali è costume d'instillare negli animi
l'idea della caducità umana, è quella che -ogni cosa che ha principio
ha termine-. Era quindi naturale che anche il banchetto Meravigli
finisse.
Romilda, ch'era la vera padrona di casa, diede il segnale d'alzarsi
e tutti gli altri le tennero dietro, o, per maggiore esattezza di
linguaggio, si provarono a tenerle dietro. Come avviene degli eserciti,
che nelle marcie perdono sempre un buon numero di sbandati; così
nel passaggio tra il salotto da pranzo e quello in cui si doveva
bere il caffè, andò dispersa parte della comitiva. Il pretore e il
farmacista appena alzatisi di tavola si abbracciarono senza un perchè
al mondo, e rimasero alcuni secondi in questo atteggiamento patetico.
Il signor Alieni, grave, obeso, con occhi piccini e col tovagliuolo
al collo, mossosi a guisa d'un vascello che leva l'àncora, cercava a
passi tardi una poltrona elastica ch'egli sapeva dovervi essere nel
corridoio fra le due stanze, e, trovatala, vi si lasciò cadere con
tutto il peso della sua persona, e in un attimo si addormentò, russando
profondamente. Quanto al capo stazione, egli voleva a tutti i costi
aiutare Maria a sparecchiare la tavola, e prendendola ogni momento per
la cintura, gridava: -- -Ah Marie, ma belle!- --
Io, sanissimo e di mente e di corpo, come il lettore può credere,
porgevo il braccio a Romilda, la quale, fosse effetto del pranzo o
d'altro, vi si riposava con un certo abbandono che avrebbe potuto
essere voluttuoso; il signor Meravigli accompagnava la nobil donna
Prassede Altamura, che diceva come il conte Gaspero suo fratello
solesse ripetere costantemente: essere lecito al nobile l'ubriacarsi,
non al plebeo; la signora Agnese era per un momento rimasta sola, visto
la distrazione del dottor Trigli e le voglie erotiche dell'altro suo
vicino, il capo stazione; ma l'officioso signor Osteolo si era fatto
un dovere di supplire alla manchevole galanteria dei due cavalieri
accompagnandosi alla gentil dama, che gli faceva gli occhietti teneri.
Il caffè è già bevuto, Romilda è seduta sopra una scranna d'onore
davanti a un tavolino, su cui sta un bicchier d'acqua, l'adunanza
è atteggiata ad una aspettazione piena di rassegnazione, i coniugi
Meravigli sono in faccende intorno alla figliuola, il terribile
Toniotto è costretto a rimanere nel salotto durante tutta l'accademia,
sia per inebriarsi nei parti poetici della sorella, sia per non
tormentare i sonni del mansueto signor Alieni. Il pretore e il
farmacista si sono sciolti dal loro amplesso e riuniti al grosso della
comitiva. Sono però entrambi addossati allo stipite di un uscio e si
tengono con le braccia intrecciate come i due Aiaci nell'opera -La
belle Hélène-. Con le mani nelle tasche del panciotto, il signor Falco
siede vicino alla nobil donna Prassede Altamura e fa delle boccaccie,
che originariamente erano destinate ad esser sbadigli.
Io ho vicino a me la piccola Eloisa. Ella mi passò dappresso, mentre io
prendevo il mio posto dirimpetto a Romilda, e la chiamai per nome.
Parve sorpresa, ma non turbata: si fece rossa, pur non si schermì
affatto, e si lasciò prendere per la mano. In verità v'è nel suo
portamento qualche cosa di sì composto e aggraziato, che il mio
sguardo stanco della caricatura e volgarità dei signori Meravigli
e de' loro ospiti non sa staccarsi da quella personcina modesta e
vereconda, da quel volto non bellissimo, ma intelligente, e diffuso
d'una cara espressione di gentilezza e di bontà malinconica. Eloisa
porta il vestito corto come si usa dalle fanciulle, e in fatto ella
è tuttora fanciulla; però in quel periodo della fanciullezza che
confina con l'adolescenza. I suoi capelli d'un castagno scuro sono
lisci e finissimi, e le scendono giù dalla nuca raccolti in due lunghe
treccie....
-- Eloisa, tirati in là, non dar noia al signor Garleni, -- disse Romilda.
-- Ma sono io che l'ho pregata di starmi vicino; è un mio gusto.
-- Romilda fece una smorfia, come volendo dire: -- Un gusto
scipito! --
Intanto il signor Meravigli chiudeva la finestra dietro alla poetessa,
affinchè il fresco non le facesse male, e la signora Agnese le porgeva
un quaderno, rasciugandole col fazzoletto i sudori della fronte, e
dicendole:
-- -Fai a pianino-, cara, non -investirti- troppo. --
Romilda fe' un gesto di languido assentimento, e prese il quaderno....
Ci siamo!... Ma le mancava ancora qualche cosa.
-- Toniotto! Eloisa! -- ella gridò in tuono imperativo -- datemi lo
-sgabellino- che è lì in quel -cantuccio-. --
Prima che i nominati potessero muoversi, l'ordine era stato eseguito
dai signori Romoli e Osteolo, slanciatisi sulla preda con nobile gara.
-- -Disutilacci!- -- sclamò Romilda rivolgendosi al fratello e alla
sorella -- -Disutilacci!- O che non potevate muovervi voi? Come siete
tardi! Non si direbbe che ci corre lo stesso sangue nelle vene. --
Eloisa chinò il capo senza rispondere. Si capiva ch'ella era avvezza a
queste rampogne e che stimava inutile ogni tentativo di giustificarsi.
Ts! ts! ts! La declamazione ha principio.
Nessuno fiata. Il primo canto è dedicato all'Italia. Come il Leopardi,
l'autrice domanda armi:
A me pur date un brando, un moschetto!
-- Che sentimenti! -- disse il pretore che rientrava in sè.
-- E che versi! -- esclamò il professor Romoli.
Il signor Meravigli in punta di piedi fa il giro della stanza, e viene
per di dietro a battermi sulla spalla.
-- Che cosa le pare, eh?
-- Ah! bellissimo, -- rispondo io in sussulto.
Eloisa, che mi stava ritta vicino e ch'io teneva per mano, rivolse i
suoi occhi espressivi verso di me, quasi per indagare la sincerità del
mio elogio.
Silenzio! Si ricomincia. Dopo la poesia politica, la poesia elegiaca,
sentimentale. Vi furono -il mesto salice-, -la candida luna-, -l'onda
tremula-, -la pallida vergine- e -il biondo menestrello-.
Alla qual parola, non so per che associazione d'idee, Toniotto diè in
uno scoppio di risa così clamoroso che il padre, montato in furore, lo
cacciò a forza dalla stanza, consegnandolo a Caterina.
Finalmente udimmo un sonetto -sulla morte di Cleopatra-, tèma pieno
di attualità, un altro che voleva essere spiritoso -sul secolo di
ferro-, e un terzo -sull'educazione-, ch'era ispirato dal discorso
del professor Romoli, e commosse siffattamente l'esimio pedagogo da
costringerlo a soffiarsi il naso parecchie volte per aprire un varco
indiretto alle lagrime.
Terminata la declamazione tra unanimi applausi e grugniti accademici,
i coniugi Meravigli abbracciarono la loro figliuola, le rasciugarono
nuovamente il sudore e le raccomandarono di star quieta alcuni minuti
e di ricomporsi. Indi la signora Agnese chiamò Eloisa e la condusse
a dare un bacio alla sorella, dicendole: -- Quand'è che -ti- diverrai
simile a Romilda? --
Il signor Antonio, recatosi in traccia di Toniotto, lo rimenò per un
orecchio gridandolo indegno di appartenere ad una famiglia, nella quale
si trovava un essere superiore come Romilda. -- Ma pur troppo -- egli
soggiunse in un accesso di umiltà -- sono degno io di tanta figliuola? E
n'è degna la mia Agnese? Quand'io me le paragono trovo che a lei sola
dovrebbe essere rivolta la benevolenza, di cui tutti mi colmano in
questo paese.
-- Ah no! -- esclamò il farmacista con aria tragica -- illustre la figlia,
ma non meno illustre il genitore....
-- No, Storni, non crescete la mia mortificazione; -- interruppe il
signor Meravigli con un gesto espressivo.
-- Non sono poeta, -- confessò candidamente il signor Osteolo, -- e le mie
preferenze, com'è noto, sono pegli studî economici e pel commercio bene
esercitato, ma i versi della signora Romilda vanno al cuore. E il cuore
io lo rispetto.... quello prima di tutto. --
Il dottore Trigli si avvicinò alla nobil signora Prassede e le chiese
la sua opinione.
-- Ah! -- rispose ella con singolare modestia -- da quando è morto
mio fratello il conte Gaspare, io non giudico. Lui sì ch'era un
buongustaio! E se non fosse, che, com'egli diceva, un nobile non deve
esporsi a esser criticato, io credo ch'egli avrebbe potuto stampare
cose.... cose.... --
E lasciò incompiuta la frase, ma si capiva ch'ella intendeva dire:
-cose molto superiori a quelle che abbiamo sentite testè-.
Intanto il sole volgeva al tramonto e dalle due finestre ch'erano
rimaste aperte veniva il dolce refrigerio d'un po' d'aria fresca che
invitava ad uscire.
Onde, allorchè il signor Meravigli propose di andare al caffè del
viale dove suonava la musica, un raggio di soddisfazione ineffabile si
diffuse sul volto della maggioranza degli astanti.
Non di tutti però. Romilda sostenne che era -tardino- e che al caffè
non vi si trova che -gentuccia-; che, del resto, dopo che si era
-costretta- a declamare i suoi versi, ella aveva tutto il sistema
nervoso in agitazione e sentiva il bisogno d'un -pocolino- di calma.
Il professore Romoli si scusò dicendo che doveva pensare al prossimo
numero del suo periodico -La Rinnovazione intellettuale-, e la nobile
signora Prassede annunziò la sua intenzione di ritirarsi a casa, non
convenendo a lei, zittella, di recarsi ad un caffè ove, pur troppo, il
conte Gaspare suo fratello non poteva più accompagnarla, ed ove ella
non aveva poi alcuna speranza di iniziare qualche relazione che venisse
a -un risultato onorevole-.
Queste parziali obiezioni non tolsero però che la passeggiata si
effettuasse. Romilda venne raccomandata alle cure di Morfeo, nè mi
soffermerò a descrivere la cerimonia del commiato ch'io presi da lei;
il professore e la signora Prassede se ne andarono pei fatti loro;
il signor Alieni rimase a dormire nel corridoio, e il capo stazione,
che abbiamo lasciato alle prese con la Maria, aveva finito collo
svignarsela per una porta laterale e col correre al suo ufficio, ove
non avrebbe tardato a riprendere la sua gravità consueta.
La signora Agnese, salita un momento nella sua stanza, ricomparve
indi a poco del tutto trasformata. Ella indossava un vestito di velo
di color giallo fino alla cintola e rosso -solferino- dalla cintola
in giù, come quelle -granite- metà d'arancio e metà di lamponi che si
prendono nei caffè. La sua acconciatura, non meno singolare, consisteva
in un cappellino di paglia con due enormi piume dei due colori
dell'abito che ondulavano maestosamente come spighe giunte a maturità,
e due nastri verdi che le scendevano, svolazzando, giù per la schiena.
-- Non ho altra vanità da quella dei cappellini in fuori, -- ella mi
disse, quand'io le offersi il braccio. -- Sarà una debolezza, ma che
vuole? Mi pare che ciò che distingue veramente la donna di buon gusto
sia l'acconciatura. --
Il viale di platani presentava un aspetto animatissimo; gli ultimi
raggi del sole proiettandosi orizzontalmente si rompevano attraverso
i rami e le fronde dei begli alberi regolari, e le più vaghe, e
fantastiche, e mobili ombre del mondo si disegnavano sul terreno. La
gente, quale percorreva in frotta i due sentieri laterali riserbati ai
pedoni e coperti di ghiaia minutissima, quale raccolta in capannelli,
faceva siepe intorno alla banda. Gli equipaggî non brillavano nè per
copia nè per eleganza; però v'era un certo viavai di vetture guidate
da Automedonti più o meno esperti che venivano a far mostra della
loro destrezza dinanzi al caffè. Ivi era il fiore della cittadinanza,
ivi lo sfarzo supremo delle -toilettes-. La mia qualità di forestiero
mi concedeva il diritto d'una escursione critica, e inforcatomi il
-pince-nez-, mi posi a girar tra le sedie e i tavolini col dottor
Trigli per Mentore. Non mi farò a ripetere le maldicenze di questo
personaggio, il quale conosceva tutti ed era conosciuto da tutti. Solo
mi colpì la descrizione ch'egli mi fece d'una coppia che sedeva in
disparte e aveva nella fisonomia un misto di boria e di noia. Erano
marito e moglie, giovani entrambi, vestiti con una ricercatezza che
rivelava l'opulenza, ma faceva a' pugni col buon gusto, e preoccupati
soprattutto di parer -chiques-. Si trovavano a X*** da poco, mi
disse il Trigli, ed era la quarta città, in cui avessero fermato il
loro soggiorno nel corso d'un anno, non avendone per anco trovata
alcuna, nella quale potessero godere in pace i titoli ambiti di conte
e contessa. Conte e contessa! Non erano davvero, ma si rodevano di
rabbia perchè tali fossero certi loro cugini, e appunto perciò avevano
abbandonato il loro paese e si trascinavano di luogo in luogo, sperando
che troverebbero un sito, in cui esser creduti sulla parola. Pur
sembrava una fatalità. Nè lo scrivere i dolci titoli sui biglietti da
visita, nè il cinguettare francese tra loro, nè il sedere in un angolo
appartato del caffè per non contaminarsi con la plebe, nè l'aggiungere
alla stupidità e svenevolezza propria la svenevolezza e stupidità della
-haute-, era bastato a far loro conseguire l'intento. Dappertutto si
scopriva l'inganno, e i poveri patrizî in -fieri- restavano corbellati.
L'aristocrazia non li voleva per un conto, la borghesia non li voleva
per l'altro, ed essi rifacevano i loro bagagli e cercavano spiagge più
propizie e ospitali. Singolare pellegrinaggio, che dovrà esser tenuto
in gran conto da qualche filosofo venturo, il quale studii il tèma
della trasmigrazione dei popoli.
Mentre il Trigli rispondeva a due signore che lo chiamavano a nome, e,
secondo tutte le apparenze, lo interrogavano sull'esser mio, la mia
attenzione fu attirata da un'altra parte. Annunziata dall'argentino
tintinnìo dei sonagli, usciva di mezzo alla folla, saltellando
allegramente, una capretta di pelo folto e lunghissimo color caffè,
seguìta da un contadino, vecchio d'anni, ma d'una vecchiezza rubizza
ed alacre, come poteva vedersi dall'occhio vivo e dal passo agile e
svelto. Egli portava una giubba verde-mare, le brache di ruvida tela
bigia chiuse al ginocchio, le calze turchine attillate in guisa da
lasciare scorgere due polpacci assai sodi e massicci, le scarpe con
fibbie d'ottone, e in testa un cappello di paglia a larghe falde, sotto
cui spuntavano alcune ciocche di capelli bianchi. Nella mano teneva
una bacchetta sottile destinata a spingere o a guidare la sua bestia;
ma poichè il docile animale non aveva bisogno nè di eccitamento nè di
freno, egli se ne serviva piuttosto per galanterìa, come i -dandies-
delle città si servono della loro mazza col pomo dorato. La Eloisa,
che sedeva al caffè, si levò d'un balzo, e, apertosi un passaggio
fra la gente, raggiunse la bestiuola ed il suo guardiano che parevano
entrambi conoscerla. Vidi ch'ella palpava il collo alla capretta, la
quale alla sua volta torceva il muso e cacciava fuori la lingua per
lambirle la mano, senza però che quest'incontro l'arrestasse punto sul
suo cammino. Era invece Eloisa che si era accompagnata alla piccola
comitiva. Procedettero tutti e tre in mezzo alla strada per alcun
tratto; indi, ormai oltrepassata la folla, si posero per uno dei due
sentieri laterali. La signora Agnese, infatuata a discorrere con due o
tre donne, non aveva posto mente al subito involarsi della figliuola;
il signor Antonio, dal canto suo, era occupato a tener desti il pretore
ed il farmacista, i quali ad ogni tratto lasciavano cadere la testa
pesante dal sonno. Mi prese vaghezza di seguir la simpatica fuggitiva,
e studiai il passo per avvicinarmele. E, invero, s'io non mi fossi
affrettato, l'avrei perduta di vista, chè, indi a poco, ella ed i suoi
compagni presero un viottolo chiuso fra due siepi. Fu colà appunto
ch'io la raggiunsi. Ella sentì che alcuno camminava dietro di lei,
e si voltò. Come mi scorse, si tinse di porpora e parve visibilmente
confusa. Il contadino e la capretta si fermarono anch'essi un istante,
e il vecchio si levò il cappello di testa.
-- Eloisa, -- io le chiesi, -- ove vai? -- (Potrei esserle padre, onde non
v'è nulla di sconveniente nella formula confidenziale del -tu-.)
Abbassò gli occhi a terra, ma non certo come fa chi deve confessare una
colpa. Indi balbettò con un forzato sorriso:
-- Vado qui vicino, dalla Brigida.
-- O chi è la Brigida? -- soggiunsi, ponendomele a fianco e camminando
con lei.
-- Una povera donna che sta lì. -- E segnò col dito una capannuccia
nell'interno dei campi.
-- Mi lasci venir teco?
-- Venga, -- disse; ma poi un po' dubbiosa: -- Conosce la Brigida?
-- Io, no; ma posso conoscerla ora.
-- Poverina! è malata, -- sospirò la fanciulla, e una lagrima le scorse
lenta lenta giù per la guancia.
Passammo sopra un tronco d'albero tagliato a mezzo e gettato a guisa
di ponticello attraverso un fosso, e la fronte malinconica di Eloisa
si spianò alquanto vedendo ch'io mostravo sì poco coraggio in quel
tragitto.
-- Si fa così, -- ella esclamò ridendo, e fu in due salti alla parte
opposta.
Appena lo squillo argentino dei sonagli giunse alla casupola, ch'era
la mèta del nostro pellegrinaggio, un bambino che giocherellava sulla
soglia ci corse incontro tutto ilare e frettoloso, mi guardò un po'
infastidito, ma senza mettersi in soggezione, si lasciò sollevare
per di sotto le ascelle dalla Eloisa, che gli stampò un bacio in
fronte, poi, svincolatosi, fece mille feste alla capretta. Poteva
avere cinque o sei anni al più, ed era, nella negligenza del vestito
e dell'acconciatura, bellissimo. Indossava pochi stracci che gli
lasciavano scoperta parte delle membra, camminava scalzo, e vispo così
che pareva avesse le ali. Anche i cenci acquistavano vaghezza sulla sua
personcina.
-- E come sta la mamma, Gigi?
-- Meglio, -- egli rispose con quella beata spensieratezza della sua età,
nella quale si dice -meglio-, perchè non si può intendere -peggio-.
Eloisa scrollò il capo, e continuò:
-- Ci fu il dottore a vederla?
-- Sì, stamane. --
E il bimbo ricominciò a saltellare intorno alla capretta, finchè fummo
entro un piccolo campicello incolto, chiuso da canne, ove sorgeva la
capanna della Brigida. Un porcellino girava su e giù col muso a terra,
come persona inquieta. La porta era aperta, e la luce, omai scarsa, del
crepuscolo entrava per quella nell'unica stanza che serviva da camera
da letto, da cucina, e da tutto. Gli occhi discernevano a stento da una
parte un focolare, dall'altra qualche cosa che somigliava ad un letto.
Si fece udire una voce debole e velata.
-- È lei, padroncina?
-- Son io, Brigida, come va?
-- Al solito, padroncina, al solito. --
E, com'io stavo sulla soglia, ed ella vide certo una figura sconosciuta
disegnarsi nel vano della porta, chiese faticosamente:
-- C'è qualcuno con lei?
-- Un amico del babbo.
-- Oh Vergine Santa! -- sclamò la Brigida -- e nessuno gli dà una sedia, e
in questa camera, con questo disordine....
-- Non vi affannate, buona donna, -- dissi io avvicinandomi, -- ho
accompagnato Eloisa; ma non voglio cerimonie.
-- Ah! solo ch'io potessi alzarmi qualche ora al giorno, cercherei di
mettere un po' in assetto la stanza.... Mi fa una pena a veder tutto
sossopra.... Ma la padroncina lo sa.... non ho che l'Orsola, la quale
mi fa la carità di passar la notte meco perchè non resti sola. --
E qui fu assalita da una tosse cupa, profonda, che faceva male a
sentirla.
Il contadino intanto aveva condotto la capretta fin presso al letto,
e le aveva munto dalle poppe una gran tazza di latte, che Eloisa gli
prese di mano e volle dare ella stessa all'inferma, non senza aver
prima acceso un lumicino posto sopra una scansìa che sovrastava al
letto.
-- Dio buono, -- bisbigliò la Brigida, -- vuol disturbarsi lei? --
E, ansando, si pose a sedere reggendosi sopra uno dei gomiti, mentre
con la mano che aveva libera, aiutata dalla Eloisa, portava il
bicchiere alla bocca.
Povera donna! Com'era scarna, com'erano affilate quelle sue dita, e
che rossore di cattivo augurio sulle sue guance! Del resto era giovane
e forse non sarà stata brutta; ma ormai su quel giaciglio, con quei
capelli scomposti, con quelle pupille già vitree, con quel breve
respiro, non destava che un senso d'infinita pietà.
Ella beveva a sorsi, affannosamente, e, ad ogni sorso, se Eloisa
non l'avesse sostenuta, avrebbe certo lasciato cadere la testa sul
guanciale, tanto le si vedeva dipinta la stanchezza sul viso. La
capretta era lì immobile davanti al letto, col muso all'insù, cogli
occhi fisi nella malata, da far parere ch'ella medesima ne avesse
compassione. Gigi, sollevando una delle sue gambine, si provava a
mettersi a cavallo della buona bestia, che lasciava fare; ma Giuseppe
(era il nome del contadino):
-- Bada -- gridò -- che tu non me la schiacci, -- e lo fece smettere.
E la madre dal suo letto ammoniva: -- Gigi, Gigi, sii tranquillo.... --
Indi rompeva in uno scoppio di pianto. -- Povera creatura! povera
creatura!...
-- Via, Brigida, fàtti animo, -- disse amorevolmente Eloisa.
Ma l'altra non tralasciava di piangere e soggiungea singhiozzando:
-- O.... se non fosse per lui.... me ne importerebbe assai a me di
morire!... Già.... per quello che ho goduto quaggiù.... che altro
posso desiderare che un po' di pace?... Ma è lui.... è lui.... povero
bambino.... lui.... che resta solo nel mondo.
-- Domani lo volete il latte, Brigida? -- chiese Giuseppe, appena la si
fu un po' calmata.
-- Domani! -- ella rispose -- oh! no.
-- E perchè? -- domandò Eloisa.
-- Ah! padroncina.... -- e le mormorò qualche cosa all'orecchio.
Credetti indovinare, e chiamai la fanciulla.
-- Eloisa, -- le dissi, porgendole una moneta d'oro, -- per tutto quello
che avete di più caro al mondo, fategliela accettare, e che quella
povera donna abbia almeno il refrigerio della sua solita tazza di
latte. --
Si fece raggiante in viso, e (non esagero) parve che volesse saltarmi
al collo, ma si ricompose, e posta una mano sulla spalla di Giuseppe:
-- Va, va pure.... ma torna domani, sai?... Sì, Brigida.... L'amico del
babbo ha accomodato tutto.... --
E, fattale luccicare davanti la moneta, la ravvolse accuratamente in
una cartolina e gliela pose sotto il guanciale, ch'era il luogo più
sicuro ov'ella potesse tenerla, mentre la malata si profondeva in
ringraziamenti, che è superfluo ripetere.
-- Oh! signore, -- soggiunse la poveretta, -- se sapesse che cosa io debbo
a quest'angelo qui... -- E additava la Eloisa.... -- E Dio mi darà la
grazia che quand'io abbia raggiunto il mio uomo, ch'è in Paradiso da
due anni, la pensi lei a far sì che il mio Gigi non abbia da morire di
fame, nè diventi, chè sarebbe ancor peggio, un ragazzo scostumato....
-- Ma, Brigida, -- interruppe Eloisa, -- perchè disperare?
-- E vuol ch'io speri ancora dopo tre mesi che ho la febbre ogni giorno,
e son ridotta a segno di non potermi quasi più muover nemmeno nel
letto? Ho sperato, sa? ho sperato un pezzo, e quando mi dicevano che
la primavera mi avrebbe ristorato le forze, l'ho creduto, e quando mi
dicevano che il sole mi avrebbe corretto il sangue, sono stata con
le mie prime febbriciattole addosso, seduta lì sulla porta, col mio
lavoro in mano e con questa benedetta creatura vicino, che avrebbe
voluto ch'io giocassi e corressi con lui per i campi.... E mi ricordavo
di que' bei tempi, in cui accompagnavo lei a spasso, e avevo anch'io
l'ali ai piedi per seguirla, e non c'era dubbio di stancarsi, o tutt'al
più, se la si stancava lei, io me la prendevo bravamente sulle spalle
e la riconducevo a casa come un fagotto.... Già ci sgridavano talvolta
tutte e due; ma in fin dei conti non si era fatto nulla di male, e
si pigliavano le lavate di capo senza troppo scomporsi.... Ma! così
tornassero quegli anni!.... --
E qui, non potendone più, si coperse il viso col lenzuolo, e pianse
nascostamente.
Il bimbo, che fino a quel punto non aveva posto mente alle lagrime
materne e pareva dimentico della tragedia che gli si svolgeva
dinanzi, colpito da non saprei quale divinazione, allorchè vide la
sua genitrice cacciare il capo sotto la coltre, e starsene lì quieta,
tutta celata allo sguardo, ci fissò gli occhi in volto con una dolorosa
inquietudine, poi si slanciò sulla sponda del letto e si mise a
strillare disperatamente:
-- Mamma! mamma! --
E quand'ella a quelle grida tirò fuori la testa, egli le gettò le
braccia al collo, piangendo a calde lagrime e un po' guardando lei,
un po' guardando dalla nostra parte con una cotale espressione mista
di dolor disperato e di sfida, quasi ci volesse dire: -- Oh! chi potrà
portarmela via? --
L'inferma, alla sua volta, con una forza, di cui la non si sarebbe
detta capace, s'era voltata sul fianco e ravvolgeva le mani nei bruni
e ricciuti capelli del suo bambino, divorandolo cogli occhi e tenendosi
immobile, con le labbra serrate, con atteggiamento di statua, se non le
fosse apparsa la vita nell'ansare del petto e nel fuoco delle pupille.
Li quietammo entrambi, la Brigida con buone parole, il bambino col
promettergli un vestitino nuovo che Eloisa stava lavorando di nascosto
per lui, e col fargli veder sua madre che, poveretta! s'era forzata
a sorridere. E così, perchè omai s'era fatto buio, uscimmo di là
coll'anima straziata da quella scena. A pochi passi ci scontrammo con
una vecchierella (era l'Orsola) che veniva, secondo il costume, a tener
compagnia alla malata.
-- Andate, andate, Orsola, chè la v'aspetta, -- disse Eloisa.
-- Oh! signorina, è lei? -- rispose l'altra. -- Vado, vado; ma ho paura
che ci sia più bisogno di prete che di altro.... Mi si strappa il cuore
pensando al povero Gigi.... Basta; il Signore provvederà.... --
E si allontanò.
Già tremolavano le prime stelle nel firmamento, le lucciolette
cominciavano a scintillare lungo le siepi e l'aria era piena dei suoni
e delle fragranze, di cui è dispensiera la notte.
-- E ti sgrideranno, Eloisa, perchè hai fatto così tardi?
-- Forse, -- fu la sua risposta.
E senz'aggiunger parola si mise a studiare il passo, camminando a testa
china, come assorta ne' suoi pensieri.
Eravamo già entrati nel viale e si vedeva benissimo il caffè coi lumi
accesi, tuttavia gremito di gente.
-- Senti, Eloisa, -- io le dissi, -- se accadrà sventura alla povera
Brigida, trova modo di farmelo sapere, e vedrò di aiutarti circa al
bambino.
-- Dice davvero? -- sclamò la fanciulla, levando verso di me i suoi begli
occhi, entro i quali brillavano due lagrimette.
-- E puoi credere ch'io scherzi su questa cosa?
-- Ma allora -- proruppe ella con una cara ingenuità -- è stata una gran
bella combinazione la nostra visita, e seppur mi sgrideranno ci vorrà
pazienza.
-- Oh, eccoli qui! -- gridò il signor Meravigli, che s'era mosso dal
caffè appena ci aveva visti da lungi. -- Ma, caro cavaliere, dove s'è
lasciato condurre da questa bimba senza giudizio? Mi figuro già che
sarai andata dalla tua Brigida, quella smorfiosa, che per un fil di
febbre si è incaponita di dover morire....
-- Oh, babbo! la sta proprio male!...
-- Male! male! La si era avvezza a far la signora in casa nostra, ecco
il guaio. Ma, in verità, tu non avevi miglior trattenimento da offrire
al signor cavaliere? E io che contavo presentarlo a tutte queste
signore, che sarebbero andate a gara di fare la sua conoscenza.
-- Eloisa! Eloisa! -- chiamò alla sua volta la signora Agnese. -- Brava!
bravissima! Non lo sapevi che a quest'ora devi leggere il -sfoglio- a
Romilda? Non hai proprio cuore. Tua sorella è sola, e tu vai a zonzo.
Ah! io non sarei indulgente come tuo padre. --
Stimo inutile dilungarmi a riferire la mia eloquente perorazione in
favore dell'imputata, a cui si accordò grazia mercè mia, non senza
dichiarare che nel perdonar con tanta facilità c'era un po' di mancanza
di riguardi verso Romilda.
Ma, grazie al cielo, l'ora della corsa era prossima e io dovevo prender
congedo dai miei ospiti. L'ufficioso Meravigli dichiarò naturalmente
che mi avrebbe accompagnato alla stazione, ove aveva già fatto portare
dal servo il mio meschino bagaglio. Quanto alla signora Agnese, ella
doveva tornarsene a casa con Eloisa e Toniotto, il quale era entrato
nel caffè con grande sgomento dei camerieri; ma, contro al solito,
invece di fare insolenze s'era disteso sopra un sofà di paglia e
dormiva di profondissimo sonno.
-- Al -bene- di rivederla -- mi disse la signora Agnese, porgendomi la
mano col solito garbo -- e grazie -del vantaggio della sua conoscenza-.
-- Ehi, Storni, -- urlò il signor Meravigli, scuotendo il povero
farmacista addormentato, nel modo in cui si scuoterebbe un mulo, -- non
vedete che il cavaliere parte? non venite alla stazione? --
Il degno uomo sbadigliò un lunghissimo -Ah- e stirò ambe le braccia.
-- I miei rispetti, signor cavaliere, -- borbottò quindi con voce
mal sicura, e guardandosi intorno con occhi imbambolati, -- i miei
rispetti.... Ah! se ne va?... Buon viaggio e felice ritorno.... Già
chi vive s'incontra.... Alla stazione.... se ci verrei.... altro! ma
bisogna che vada al -Coniglio....- Oh! oh! oh! -- E in tre colpi con
grande sforzo fu in piedi, e se ne andò traballando e ripetendo: --
Felicissima notte. --
Il dottor Trigli e il pretore avevano dovuto allontanarsi. Il signor
Osteolo col suo -aplomb- consueto volle anch'egli essermi a fianco fin
ch'io partissi.
-- Le manderò, se non le dispiace, alcune idee, che ho gettato in
carta alla buona, sopra le riforme delle dogane. Sono i miei studî
prediletti.... Quando posso staccarmi un po' dagli affari, è per me
una distrazione l'occuparmi di cose economiche. Eh! se non ci fosse
di mezzo l'interesse del paese, stralcerei la mia casa, e, secondo
le mie deboli forze, vedrei anch'io di aggiungere la mia pietruzza
all'edifizio, a cui loro scienziati lavorano.... Ma il decoro del
commercio è per me una gran cosa; non so che dire, son fatto così.
-- In coscienza, cavaliere, non le pare che l'uomo, il quale sposerà la
mia Romilda, potrà chiamarsi felice? -- mi disse con tuono indagatore il
signor Meravigli.
-- Beato, -- io risposi, tanto per finirla con una parola breve.
-- L'essenziale starà nel trovare la persona adatta. Sarà difficile....
-- Difficilissimo, -- ripetei macchinalmente.
-- Perchè, veda, -- continuò l'altro, passando il suo braccio sotto il
mio e gestendo con la mano che gli restava disponibile: -- in primo
luogo ci vuole una persona istrutta, assai istrutta, istruttissima; ciò
è fuor di questione. Come potrebbe vivere la Romilda con uno zotico,
con un ignorante? In secondo luogo è necessaria una persona agiata.
La mia figliuola, con quel talento che ha, deve forse far da cucina e
attendere alle bisogne casalinghe? Nemmeno per idea. In quanto all'età
sarei meno esigente.... Romilda non ha simpatia pei giovinotti di primo
pelo. È vero ch'ella ha diciannove anni soltanto, ma anche se il marito
ne avesse sedici o diciassette più di lei....
-- Ah! è troppo, -- interruppi.
-- Non è troppo, mi creda, quando la persona sia ben conservata.... --
E, nel pronunziare queste parole, il signor Meravigli mi guardava con
quell'atto amorevole, con cui una buona massaia guarda un bel tacchino
posto in mostra dal pollaiuolo.
Che idea!... Siamo alla stazione, sento un campanello, mi svincolo in
gran fretta dal braccio del mio compagno che mi grida dietro non so che
cosa, e mi slancio allo sportello del bigliettinaio.
-- Un biglietto per ***.
-- Lo vuole per questo treno? Se aspetta un quarto d'ora c'è il
-diretto-.
-- No, devo partire con questo.
-- Badi che l'altro arriva prima a ***.
-- Non importa, vi dico, voglio partire subito. --
L'impiegato mi dà il biglietto borbottando: -- Uhm! per poche
lire! --
Non mi curo dell'insinuazione, lietissimo di potermela finalmente
svignare.
-- Ma, caro cavaliere, -- gridano in coro i signori Meravigli ed Osteolo
che mi avevano raggiunto, -- c'è un equivoco. Questo che parte non è il
treno -diretto-, ma il treno -omnibus-.
-- Lo so, -- risposi, -- ma mi piacciono i treni -omnibus-.
-- Oh diavolo! -- osservarono con qualche sorpresa i due signori.
-- Mi duole -- rispose il signor Meravigli -- perchè avrei voluto
terminarle il mio discorso. --
Intanto s'intese la parola sacramentale -Partenza-.
-- Duole anche a me, -- dissi in fretta, porgendo la guancia ai baci del
signor Meravigli e del signor Osteolo; -- ma ci rivedremo senza dubbio.
-- Bravo; questo è parlar bene.... Solamente desidererei sapere una
cosa. Che pensa ella in massima del matrimonio?
-- Ah! -- risposi accomiatandomi -- applico a mio modo un noto proverbio
arabo e dico: Il matrimonio è di argento, e il celibato d'oro.
-- Eppure io la convincerei.... --
Non intesi altro, perchè ero già salito in un vagone.
-- Signor cavaliere! signor cavaliere! -- gridò una voce di fuori,
quand'io avevo già preso il mio posto fra un ecclesiastico e una donna
di colossali dimensioni.
Chiesi licenza e mi affacciai alla finestra. Era il capo stazione che
aveva riacquistata la padronanza di sè medesimo, e non parlava più in
francese.
-- Mi permetta in primo luogo ch'io la saluti, -- egli disse, -- poi che
le consegni il suo sacco da viaggio e il suo ombrello ch'ella aveva
dimenticato, e lasci per ultimo ch'io le dia da parte del professore
Romoli questo piego. Buon viaggio, perchè il convoglio si muove. --
Sul piego c'era incollato un biglietto di visita con la seguente
leggenda: «-Il professore Augusto Romoli- si permette di accompagnare
al signor cavaliere Fausto Guarleni cinquanta esemplari del suo
discorso -Sulla rinnovazione intellettuale in Italia-, pregandolo di
volerli dispensare alle persone che crederà più opportune. Con molte
scuse e ringraziamenti.»
Seccatore! Sedetti di nuovo, e presi sonno. E, dormendo, la mia
fantasia mi ricondusse al tugurio di Brigida, al suo bambino, e alla
buona Eloisa.
Sono ormai scorsi quattro mesi, e confesso ch'io m'ero quasi
dimenticato di questa mia gita. Ma iersera mi capitò una letterina
col bollo di X***. Era scritta con molta concisione e con bella
calligrafia, e suonava così:
-Pregiatissimo signor Fausto. -- La povera Brigida ha languito
per altri quattro mesi ed è morta questa mattina. Il bambino
non ha nessuno. Io farò quello che potrò. Si ricordi della sua
promessa.-
-La sua affez.-
ELOISA MERAVIGLI.
Non ho presa alcuna deliberazione; ma non fallirò certo alla mia
promessa.
Eloisa non mi parla nè della illustre Romilda, nè della signora Agnese,
nè del signor Antonio, cognato di mia cognata. Segno che stanno tutti
benissimo. Chi vuole andarli a vedere prenda un biglietto di strada
ferrata per X***. Io non ho intenzione di tornarvi per ora.
-1871.-
FINE.
INDICE DEL VOLUME
Una riga di PrefazionePag.I
Un signore possibile1
Abnegazione. -Novella-55
Rimembranze del Cadore 175
Il racconto della signora Adelaide 233
Un raggio di sole. -Novella- 329
Il colpo di stato di Clarina. -Novella-379
Il cognato della cognata. -Bozzetto-405
NOTE:
[1] Nel Veneto si chiamano così i convegni dei contadini nelle stalle o
nelle rimesse durante le serate invernali.
[2] Il Confortatorio di Mantova. Mantova, 1867, vol. II, cap. XCIV.
[3] Del Calvi dettò una breve, ma splendida biografia il mio amicissimo
Antonio Tolomei di Padova, nell'occasione che le ossa del martire
furono ricondotte in Briana di Noale, sua patria.
[4] Vedi l'opuscolo del dottor Girolamo Costantini: -Il Cadore e i suoi
boschi.- -- Venezia, Antonelli, 1864.
[5] In Cadore si lavoravano in antico parecchie miniere: ora si lavora
soltanto quella presso Auronzo, che dà un largo prodotto di zinco al
capitalista tedesco che la tiene in affitto.
[6] Quantunque non appartengano al Cadore, ma al contiguo distretto
di Zoldo, citerò come insigni artefici d'intaglio i fratelli Panciera
Besarel.
[7] Un Cadorino che si occupa con intelligente affetto del suo paese,
e che, se gli bastassero i mezzi, coopererebbe grandemente a farlo
risorgere, è il sig. Giovanni Antonio Talamini, che in alcuni suoi
scritti, pubblicati ne' giornali o in opuscoli separati, accennò ai
mali che affliggono il Cadore e ai rimedî che potrebbero opporvisi.
A' suoi consigli amichevoli io mi pregio di aver largamente attinto,
e colgo pure questa occasione per render grazie ai Sigg. Evaristo
Talamini, direttore dell'edificio di seghe in Longarone, e Luigi
Rizzardi, avvocato in Auronzo, che mi furono cortesi di franche
accoglienze e di esatte notizie.
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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