le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran piacere ch'ella la conosca.... -- La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte, fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della ospitalità che lo possedeva era una grave molestia; ma l'accademia di poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione: -- Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che mi condusse in questo paese. -- Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di che cosa si tratta? -- Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione. -- Alla Pretura! -- egli esclamò battendo le mani. -- Ma allora, si figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. -- Guardò con prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa due dita, e soggiunse: -- Sono le dieci. Adesso il pretore non ci sarà all'ufficio. Andremo verso l'una. -- In mezzo a queste chiacchiere eravamo entrati in città. Il signor Meravigli dava prove evidenti della sua famigliarità coi proprî concittadini, salutando ad ogni piè sospinto i passanti o quelli che stavano ingannando l'ozio sulla soglia della bottega. In questo ricambio di saluti, nei quali il signor Meravigli manteneva una certa aria di protezione, io pure ricevevo per lo più delle dimostrazioni di ossequio. A un punto ci arrestammo. Credetti giunto il momento funesto di presentarmi alla poetessa di casa Meravigli, e intesi tutta la gravità del mio stato. Polveroso, sudato, istupidito dal caldo e dalla noia, io ero senza dubbio destinato a fare una ben misera figura. Mi ravviai nondimeno i capelli, tastai il nodo della cravatta.... ma non avevamo toccata ancora la mèta. Da una farmacia all'insegna del -Coniglio-, situata sotto un porticato, uscì frettoloso e dimenando i fianchi un uomo di mezza età, piccolo di persona, con un berretto nero, sotto cui spuntavano alle tempie due ciocche di capelli rossicci, e il signor Meravigli, rivoltosi a lui ed a me, col suo più beato sorriso fece la seguente presentazione: -- Il nostro signor Angelo Storni, chimico e farmacista. Il distinto cavaliere Fausto Garleni fratello di mio cognato, l'avvocato Alessandro Garleni.... Capite, caro amico, -- soggiunse quindi parlando al farmacista, -- che quando si ha la fortuna di avere in X*** una persona di tanto merito non gli si risparmia una zuppa in casa Meravigli. Anzi, a questo proposito -- egli continuò offerendo una presa di tabacco al signor Storni che era fermo allo sportello della carrozza, tenendo con la mano sinistra il berretto sollevato alquanto sul capo e guardandomi come una bestia rara -- a questo proposito sapete bene che in siffatte occasioni vi è sempre posto per voi alla mia tavola. Alle quattro e mezzo in punto, secondo il solito. Avvertitene anche il dottore Trigli. Ah! non mi ricordavo. Il cavaliere ha una faccenda da sbrigare alla Pretura. Potete dirgli voi s'io sia amico del pretore. -- Eh! amicissimo, -- rispose l'altro. -- Vede, signor Garleni, che a me non si sfugge. Sarei ingiusto verso il mio paese se non mi compiacessi della benevolenza che tutti hanno per me, certo senza mio merito.... -- Oh, che dice mai?... Anzi meritissimamente, -- proruppe il farmacista. -- Un caro uomo il nostro Storni, -- riprese con aria di superiorità il signor Meravigli; -- ma un adulatore. Se lo lasci dire, un adulatore. Si figuri ch'egli non sa darsi pace ch'io non sia stato fatto ancora cavaliere. -- Sicuro -- sclamò il signor Storni -- sicuro che non so darmene pace. È una ingiustizia, è una.... -- Zitto, zitto, -- interruppe il modesto signor Meravigli, mettendo una mano sulla bocca all'oratore. -- Non vi lasciate trasportare dall'amicizia. -- E, ordinato al cocchiere che si movesse, salutò con un cenno della mano il signor Storni e poi bisbigliò a mezza voce: -- Che originale! Io cavaliere! E con che meriti? -- Non trovandomi in grado di rispondere a tale inchiesta, abbassai il capo in atto riflessivo. Di lì a un paio di minuti eccoci a una casa bianca con le persiane abbassate, che il signor Meravigli mi dice essere la sua. Entriamo per un portone laterale e ci arrestiamo in una rimessa, ove un contadino viene ad aprire lo sportello, e una fantesca rubiconda con le maniche rimboccate si avanza verso il portone con diplomatica solennità. Nascosto dietro un uscio un fanciullo in giubboncino corto fa delle boccaccie e dei gesti poco rispettosi verso di me, ma il signor Meravigli non se ne accorge. Mentre il signor Meravigli dà in fretta alcuni ordini alla tarchiata fantesca che sembra il capo di stato maggiore della casa, e sta ad ascoltare le disposizioni del suo padrone con le braccia arrovesciate sui fianchi, io mi scuoto la polvere del vestito, consegno il mio sacco e il mio ombrello al contadino e mi preparo docile come un agnello a subir la grave penitenza che mi è destinata. Finalmente, con mille scuse pel piccolo ritardo, mi si invita a salire un brevissimo ramo di scala che dal cortile mette al così detto pian terreno dell'abitazione. -- Agnese! Romilda! Agnese! -- gridò l'eccellente uomo, introducendomi in un salottino e pregandomi di attendere, finchè egli fosse andato a chiamare le sue signore. La stanza non aveva nulla di particolare, nè io perderò il tempo a descriverla. E poi queste descrizioni sono un esercizio di lingua che noi non Toscani non facciamo mai impunemente, nemmeno tenendo aperto dinanzi a noi il libricciuolo del Fanfani: -Una casa fiorentina da vendere.- Rimasto solo, guardo le litografie appese alle pareti e sto per mettere la mano sopra un -albo- di ritratti, quando un fruscìo di vesti mi annunzia l'approssimarsi delle Dee. L'uscio si spalanca, il signor Meravigli precede affannoso, trafelato. Seguono le due donne. -- Mia moglie, mia figlia, il cavaliere Garleni. -- La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color pistacchio, porta un -fisciù- nero al collo, e le maniche a sbuffi di velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni, è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra, di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa furia e come se volesse dire: -- Via, anche questa è fatta. -- Parla.... ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce.... Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda. La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto, accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande, e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono e rimangono estatici. Se la signora Agnese intromette qualche frase nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente. -- Ed è la prima volta che viene in questo -paesuccio-? -- chiese Romilda con una intonazione patetica. -- La prima, -- io risposi, -- e mi pare molto allegro. -- Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile. -- Tu sei molto severa pel tuo paese, -- osservò timidamente il signor Meravigli. -- Non favellarmene, o babbo, -- proruppe ella con uno scontorcimento che voleva essere grazioso; -- a voi altri che non sapete alzarvi un -pocolino- più in su delle vostre -faccenduole- può anche parere, ma chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già prevedo che questa sarà la mia fine. -- E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone Troppo grave al picciuol che lo sostiene, e incrociò le braccia sulle ginocchia in atteggiamento di vittima. I coniugi Meravigli parvero dolorosamente colpiti da questo lugubre pronostico e mi guardarono quasi chiedessero conforto a me. -- Però -- io osservai alla povera Saffo -- la solitudine è propizia agli studî, ed ella, che ama la poesia, può attendere al culto delle Muse meglio qui che tra i clamori di una gran città. -- È quello che mi scriveva ier l'altro anche.... (e nominò un letterato italiano di qualche grido) -- ma questa non è la solitudine. Oh così pur fosse! Qui mi sembra di essere a Recanati come il gran Leopardi che vi logorò la sua anima. -- Povero Leopardi, io pensai, che similitudine lusinghiera per te! -- Veda, -- interpose il signor Meravigli, -- io potrei anche adattarmi a mutar paese; ma oltre che difficilmente troverei un luogo ove fossi così ben voluto da tutti, autorità e cittadini, come son qui, gli è che non so dove andare. I miei poderi gli ho in questi dintorni, gli altri due miei figliuoli che, pur troppo! non hanno il talento di Romilda, si compiacciono in questa vita mezza di campagna e mezza di città.... -- Via, via, smettiamo; -- disse Romilda con un sorriso smorto e con l'aria di persona che è sempre avvezza a sacrificarsi per gli altri. -- E lei, signor Garleni, coltiva pure le lettere? E, se è lecito, si occupa di poesia lirica, didascalica, o epica? -- Mi affrettai a rispondere ch'io non ero altrimenti un vate, ma solo scribacchiavo di tratto in tratto qualche bagattella, e per lo più in prosa. -- Ah! la prosa, lo confesso, mi pare non basti alle anime di fuoco. Le mie -cosuccie- io le ho sempre scritte in versi. -- E gli farai sentire qualcheduno de' tuoi lavori al signor cavaliere, non è vero, Romilda? Son certo ch'egli ne avrà piacere. -- Messo così fra l'uscio e il muro, sfido io a risponder di no. I paladini della sincerità ad ogni costo mi fanno una rabbia da non dirsi. Se a questo mondo si dovesse spiattellare tutto quello che si pensa, io credo che non vi sarebbe cittadino, il quale potesse passar ventiquattr'ore senza essere picchiato. Non nacqui con la voluttà del martirio e debbo umilmente riconoscermi reo di alcune piccole transazioni. Non mai a fine inonesto, lo giuro; non mai una lusinga mi fruttò onori o ricchezze. Detto ciò a scarico di coscienza, tiro innanzi. -- Il signor Meravigli si è bene apposto, -- io risposi, mettendo insieme una frase cruschevole per essere all'altezza della situazione. -- Se la signora Romilda volesse aver la bontà.... -- La signora Agnese dopo i primi complimenti era rimasta muta come un pesce. In quel momento però ella stimò opportuno di rompere il ghiaccio. Avvicinò la sedia a quella della Romilda, e, passandole un fazzoletto sulla fronte, uscì in queste parole: -- Mi sembra che tu -sei-.... -- -Sia-, -- disse Romilda. -- Che tu sia un po' sudata, -- continuò la signora Agnese senza scomporsi. -- Sarebbe forse meglio che -ti- leggessi più tardi.... -- -Tu-, -- proruppe la giovinetta con mal celata impazienza. -- Per esempio, dopo pranzo. -- Sì, sì, -- esclamò il signor Meravigli, -- è verissimo; adesso fa troppo caldo. Dopo pranzo ci sarà anche qualchedun altro. -- Fate voi, -- disse Romilda. -- Del resto son -cosine-, sa. Fu troppo buono il.... (e pronunziò il nome d'un altro letterato), il quale me ne scrisse quasi entusiasticamente. Anzi credo d'aver la lettera nel taschino del vestito. -- Com'era naturale, l'aveva e me la porse. Era un panegirico. -- Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi.... -- Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura. Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate, chi una cosa e chi l'altra. -Poveracci!- Come s'io non avessi uno stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale. Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia esagerata!... -- Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua tolleranza. Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro. La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole. -- Non a tutti è concesso essere uguali, -- diss'io filosoficamente. -- È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. -- Non potendo dimenticare lo scopo della mia gita a X***, mi permisi di rinfrescarne la memoria al padrone di casa. Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa scattare una molla, e mi disse: -- A sua disposizione, signor cavaliere. Basta prendere il cappello ed andarsene. -- Com'io mi alzavo in piedi, Romilda si scosse, arrovesciò alquanto il capo sulla spalliera della seggiola e mi porse languidamente la destra con un fare sentimentale. -- A rivederci, signor Garleni. -- La signora Meravigli venne ad aprirmi l'uscio, si lasciò stringer la mano con la stessa annegazione di prima e mi disse elegantemente: -- -Si conservi.- -- Mutar noia è, fra le disgrazie, una delle minori, e quando io uscii di quella stanza mi parve di respirare. Il cortile era deserto, e solo una gallina passeggiava su e giù con grande prosopopea, sostando di tratto in tratto come a far le sue riflessioni, poi scrollando vivamente il capo e tirando innanzi. Forse ella pensava alle compagne che, poco addietro, applicavano seco il metodo peripatetico, ed ora bollivano nella pentola in mio onore. Il pretore era un uomo molto loquace, il quale mi porse tutte le informazioni che mi occorrevano; ma mi fece perdere in ciarle tre quarti d'ora, abbenchè io ad ogni pausa tentassi d'andarmene. Perchè il degno funzionario aveva tra gli altri meriti quello di tener le mani sul vestito dei suoi interlocutori, sia levandone qualche filo bianco che vi si trovasse per avventura, sia afferrandoli per la falda acciocchè non partissero. Ogni volta ch'io accennavo a fare un movimento sulla seggiola, egli prendeva un lembo del mio soprabito, ond'io dovevo acconciarmi all'immobilità per non mettere a repentaglio una parte così importante dei miei indumenti. Mentre l'egregio funzionario parlava, il signor Meravigli ascoltava con aria di soddisfazione, e non già per riverenza ch'egli avesse di quel personaggio, ma sibbene perchè quel personaggio cantava le lodi di lui su tutti i tuoni. Ed io appresi in questo modo che il signor Meravigli era comandante della Guardia Nazionale, e ch'era stato sindaco e tale avrebbe potuto essere ancora, solo che lo avesse voluto, ma era troppo modesto. -- Gran virtù la modestia, -- soggiunse il pretore; -- ma in uomini come il signor Meravigli la modestia è un peccato. -- Il signor Meravigli strinse con effusione la mano del suo panegirista. -- Del resto -- disse il signor pretore, socchiudendo gli occhi con maliziosa importanza -- del resto le cose municipali qui non vanno bene. Bisognerebbe che tutti fossero come il nostro signor Antonio. -- Il signor Antonio fece un mezzo inchino biascicando un lunghissimo -Oh!- -- Abbiamo già avuto in due anni cinque crisi municipali, provocate tutte da un monumento. -- Un monumento! -- esclamai. -- Sicuro; d'un nostro concittadino fucilato nel 1849 dagli Austriaci. Non c'è stato mai verso di mettersi d'accordo sul luogo, in cui collocarlo. -- Ma scusi, -- obbiettai, -- non si va a' voti? -- Sì signore; ma non essendovi nel nostro regolamento comunale alcun articolo che vieti di riproporre in Consiglio le cose già votate, il giorno dopo una decisione presa in un senso i fautori del partito opposto si presentano compatti, rimettendo all'ordine del giorno la loro proposta, e trionfano. -- Così la non si finisce più, -- diss'io. -- È precisamente quello che ho sempre detto. -- E nemmeno i giornali vanno mai d'accordo, -- osservò il signor Meravigli. -- Ah! si stampano anche qui giornali? -- Sicuramente; due: il -Riscatto- e la -Rinnovazione intellettuale-. Il primo esce la domenica ed è governativo; il secondo si pubblica il giovedì, e quantunque non si occupi di politica, si vede che tende all'opposizione. Non si possono soffrire, ma vanno a gara per inserire nelle loro colonne i versi della signora Romilda. -- Il signor Meravigli s'inchinò. Felicissimi abitanti di X***! dissi fra me, che possono leggere nelle loro due effemeridi i parti poetici di sì illustre scrittrice. Quando a Dio piacque, ci fu dato muoverci. Compresi che il pretore era anch'esso uno dei commensali, e che tali sarebbero pure altre persone ch'io non avevo vedute e che rappresentavano l'eletta del paese. Non ti dispiaccia, o lettore, se cominciando da quel momento io ruminai un brindisi, che però prometto e giuro di non trascrivere su queste pagine. Le bellezze di X*** non mi trattennero gran fatto. Il signor Meravigli, mentore assiduo ed infaticabile, mi condusse nella cattedrale, nel teatro, nel casino di società, nell'accademia dei -Ben Pasciuti-, nel viale di platani ove tre volte per settimana suonava la banda cittadina, e ove almeno c'era un po' di moto e d'allegria. Fatta questa gita, nella quale io manifestai il mio alto aggradimento delle cose vedute, ci avviammo nuovamente verso casa Meravigli. Erano fermi sulla soglia due degl'invitati, il farmacista Storni e un personaggio nuovo, il dottore Trigli. Se i cappelli avessero una fisonomia, io direi che il lucidissimo cilindro del farmacista pareva altrettanto sorpreso di trovarsi su quella testa, quanto pareva la testa di portar quel cappello. Il povero Storni aveva sempre le mani in moto per rassettarselo, e le due ciocche rossiccie, che spuntavano con tanta grazia di sotto all'usato berretto, si trovavano invece a disagio con quell'insolita acconciatura. Era evidente che al signor Storni, come a Napoleone III, non conferiva il -coronamento dell'edificio-. Nulla dirò adesso del dottore: mi parve tosto parlatore facondo ed era di fatto, nè aveva la maldicenza meno pronta della parola. Nel salotto ove, a mo' di presentazione, mi fu sciorinata una filastrocca di nomi, i raccolti si dividevano in due gruppi. Da una parte, intorno a Romilda, gli uomini dotti; dall'altra, intorno alla signora Agnese, i personaggi di minor rilievo. Fra questi mi colpì primo un fanciullo dai dieci agli undici anni, ch'era quello appunto ch'io aveva visto il mattino far le boccaccie dietro una porta. Gli stava presso una ragazzina forse tredicenne che si lasciava sermoneggiare da una donna di mezza età, la nobile signora Prassede Altamura, discendente dagli antichi feudatari d'un borgo vicino, e risoluta di non maritarsi fintanto che un patrizio d'alto lignaggio non volesse offrirle la sua mano e un nome che valesse quello degli Altamura. Non essendosi presentato nessuno, ella conservava il bene prezioso della sua verginità, tanto più secura da ogni insidia, in quanto che ella era brutta e senza quattrini. All'altro lato della signora Agnese sedeva un signore attempatello con pochi capelli grigi aderenti alle tempie, senza un pelo di barba, con certi occhi scimuniti che parevano scattare fuori dell'orbita e con ciglia rade e quasi invisibili. Quella fisonomia così squisitamente imbecille mi restò impressa per lungo tempo. La mi ricordava qualche cosa ch'io non sapevo definire, finchè, giorni fa, al pranzo di nozze d'un amico, visto imbandire un grandissimo pesce lesso, balzai sulla seggiola con un moto invincibile di riconoscimento. Era ben desso, era il signor Baldassare Alieni, possidente di X***; o se non era lui, era per lo meno il suo fratello di latte. Vorrei trattenermi in questo crocchio abbastanza comico, dove la signora Agnese trovandosi lontana dalla sua Romilda parla il dialetto; vorrei esaminare lo sgarbatissimo Toniotto, disperazione de' suoi genitori; vorrei soprattutto studiar davvicino la Eloisa, sorella minore della sapiente Romilda, tenuta in poco conto dalla famiglia, eppure dall'aspetto simpatico, e pieno d'una malinconia soave.... ma l'astro della casa mi chiama: eccomi a' tuoi piedi, o Romilda! -- Il direttore della -Rinnovazione intellettuale- desidera una speciale presentazione, -- disse la dea, additando con aria di regina un uomo di mezzana statura, vestito di panni neri, alquanto sgualciti. -- Il dottor Augusto Romoli si occupa specialmente di questioni didattiche, -- ella soggiunse; poi inchinò alquanto il capo, appoggiando la fronte su due dita della mano sinistra, e sospirò: -- Oh le venture generazioni! -- Posto in tal modo il problema educativo, si tacque. Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto insomma gli dava l'aspetto di un annegato. Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione repubblicano. -- Miserrima Italia! -- egli sclamò -- che credi di esser libera ed una. -- Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità non c'era obiezione possibile. -- Che unità! che unità! -- gridò egli accendendosi in volto. -- Unità di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io lessi quattro anni fa un discorso sulla -Rinnovazione intellettuale in Italia-, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure insigni uomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio discorso. -- Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi tutti allo stesso modo: -Della rinnovazione intellettuale, discorso letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti il 4 maggio 1867. -- Giudizî d'illustri Italiani-; oppure: -Sulle idee pedagogiche del professore Romoli -- lettera al Direttore-; o infine: -Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867-. Onde mi persuasi sempre più dell'esistenza dei -ruminanti intellettuali-. Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea, di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande. Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che, quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità. E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a cotali pigmei incoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe: AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA CHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLI IL POPOLO ITALIANO RICONOSCENTE. Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia attenzione. -- Veda, signor cavaliere, -- egli mi disse, -- io non so intendere coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si associa egli benissimo con gli studî? -- Senza dubbio, -- risposi. -- Certo che bisogna saperlo esercitare, bisogna metterci dentro qualche cosa che non sia il vile interesse. -- Guardai attentamente il signor Osteolo. Egli non mi aveva aspetto di filantropo. -- Posso dire senza ostentazione -- continuò questo negoziante modello -- che negli affari ho sempre cercato piuttosto il decoro che l'utile. Avrei potuto ritirarmi da molto tempo, chè, grazie al cielo, una discreta fortuna l'ho messa da parte; ma (che vuole?) l'idea di giovare al paese, di dare un buon esempio, mi ha consigliato a restare. Sono così pochi quelli che lavorano in Italia! E glielo assicuro in coscienza mia, quando vedo altre case che sorgono e mi contrastano il terreno, non ne ho dispiacere: tutt'altro. Purchè lo facciano con delicatezza, con onestà, sarei io il primo a stringer loro la mano, dicendo: -- Bravissimi! Ben fatto, per Dio!... Sono così; non c'è merito alcuno, ma sono così. -- E nel pronunziare queste parole apparve tanto commosso della propria bontà ch'io sono sicuro che, se un uomo potesse baciar sè medesimo, il signor Osteolo in quel momento si sarebbe baciato con la massima effusione. -- Del resto il signor Romoli sa s'io faccio quanto posso per favorire i veri ingegni. -- Il signor Romoli s'inchinò in atto di approvazione, dicendo: -- Così fossero tutti! -- Le mie occupazioni mi conducono in giro per la provincia, e posso assicurare che non v'è caffè dei villaggi vicini ch'io non abbia associato alla -Rinnovazione intellettuale-. Il giornale è buono, tende a rialzare la moralità e l'intelligenza pubblica; dunque va diffuso: questo è il mio ragionamento. E se ciò mi costa qualche sacrificio pecuniario, sia pure. Non dobbiamo tutti sacrificarci pei nostri simili? E poi, sono fatto così; non c'è merito, ma son fatto così. -- E il signor Osteolo e il signor Romoli si diedero una stretta di mano tanto vigorosa, che al negoziante scivolò di tasca un piccolo involto di carte. -- Scommetterei che sono fogli di pensione comperati al cinquanta per cento, -- mi bisbigliò all'orecchio il dottor Trigli che stava ritto dietro la spalliera della mia seggiola. La malignità umana è pur grande. Ecco un uomo che io mi sarei dipinto come un martire del lavoro e della benevolenza, se il ghigno amaro di Mefistofele non fosse venuto a cacciarsi tra me e la mia visione e non le avesse dato di botto le linee poco seducenti di uno strozzino. Discorrere di tutti i personaggi che si trovavano nel salotto mi parrebbe superfluo. Oltre a quelli già menzionati v'era il capo stazione, a cui il signor Meravigli dimostrava la necessità di avere un sindaco, schermendosi delle offerte che gli venivano fatte, acciocchè accettasse egli medesimo la carica. Due signori che m'erano stati presentati, ma il cui nome m'era sfuggito, subivano le dissertazioni del signor Romoli e intesi che l'uno di essi diceva: -- È chiaro; così non si può andare innanzi. -- La signora Agnese e la sua vicina, avendo probabilmente esaurito ogni soggetto di dialogo, guardavano insieme il soffitto, la Eloisa si era dileguata, il signor Baldassare Alieni teneva l'occhio rivolto con una impazienza mal celata dalla timidezza verso l'uscio, da cui doveva venir l'annunzio del pranzo, e Toniotto era accovacciato dietro la seggiola di questo signore con una tranquillità che pareva pochissimo conforme alla sua età e alla sua indole. Finalmente s'intese la parola aspettata: -È in tavola-. Sorgo, offro il mio braccio a Romilda, e sto per aprire la marcia. Un mugolìo lamentevole si leva dall'angolo, ov'è seduto il signor Alieni. Cielo! quel simpatico cittadino sarebbe colto da improvvisa indisposizione? Fatto si è ch'egli non può alzarsi. Si accorre in suo aiuto. Il signor Alieni è accuratamente legato alla seggiola. -- Ecco, -- dice il mansueto uomo con voce tremula, -- forse mi sarò legato io stesso giocherellando sbadatamente col vestito. -- Che vestito! Se c'è un gomitolo di spago.... -- Il signor Meravigli padre si spicca dal braccio della nobil donna Prassede Altamura, e ghermisce per un orecchio il signor Meravigli figlio, il quale era seduto placidamente sopra uno sgabello come se il fatto non fosse suo. Romilda, che è tuttora a braccetto a me, congiunge le mani ed esclama: -- Dire ch'è mio fratello! -- Il signor Meravigli figliuolo subisce la strappata d'orecchi con rassegnazione spartana, e guardando fiso il signor Alieni gli fa con la mano quel segno che vuol dire: -- Aspetta che me la pagherai. -- Se il lettore è un poco filosofo non istupirà che il signor Toniotto Meravigli, dopo aver legato alla seggiola il signor Alieni, voglia anche fargliene pagare le conseguenze, perchè queste son cose che si vedono tutti i giorni. Quanto al signor Alieni, egli, crescendo in mansuetudine con le circostanze, dice: -- Lo lasci stare, caro Antonio, lo lasci stare, non è stato lui, credo d'essere stato io medesimo; sono tanto sbadato!... -- Ma il signor Antonio non abbandona la preda, e, anzi, chiedendo licenza, passa avanti di tutti, e porta il delinquente fuori di stanza, rincarando la dose con alcuni scappellotti, che però strappano appena un sordo muggito alla vittima. Romilda si copre gli occhi con la mano per non vedere questa vergogna domestica, e il signor Romoli osserva che, se i ragazzi fossero educati col metodo suggerito dal suo discorso, non accadrebbero siffatte cose. Siamo a tavola. Ho alla mia destra Romilda e dall'altra parte il signor Osteolo. Il professore Romoli è alla destra della poetessa ed ha per vicino il farmacista Storni. La nobile signora Prassede Altamura è fra lo Storni e il pretore. Dirimpetto a noi sta la signora Agnese, avente per suoi cavalieri da un lato il capo stazione, dall'altro il dott. Trigli. Segue il personaggio, il quale nel colloquio col signor Romoli aveva dichiarato che così non si può andare innanzi e che seppi chiamarsi il signor Falco. La ragazza Meravigli, la cui fisonomia mi riesce sempre più simpatica, è fra questo signore e suo padre. Il signor Alieni è invece alla sinistra del capostazione, e l'idea di essere a tavola lo ha trasfigurato. Egli si frega lo mani in silenzio dopo di aver passato un lembo del tovagliuolo sotto il colletto. Il signor Antonio, che, come si addice al padrone di casa, è a capo di tavola, si trova cinto e quasi nascosto da monti di piatti e zuppiere d'ogni dimensione.... Vedo un posto vuoto a breve distanza da me e quasi in faccia al signor Alieni. La spiegazione non si fa attendere. Entra in salotto da pranzo la Caterina (che è la fantesca di nostra conoscenza) e chiama la signora Agnese. Quella si alza e viene a confabulare con l'autorità culinaria della casa. Sono a pochi passi da me e colgo questo dialogo: -- Signora, Toniotto ha già rovesciato due casseruole, pensi adunque che cosa si deve farne, perchè in cucina non lo voglio sicuramente. -- Il signor Meravigli è chiamato a consulta. Egli tira fuori il capo dalla selva dei piatti che lo nasconde agli sguardi umani, e, pur dispensando la minestra alla Maria, vispa contadinotta che serve a tavola, rivolge la sua attenzione al grave problema. La signora Agnese parla il dialetto, e usa frasi poco parlamentari verso il turbolento figliuolo, piaga della sua vita. -- Che c'è da fare? -- dice il signor Meravigli, alzando un po' troppo il cucchiaione della minestra, mentre la Maria avvicinava la zuppiera per evitare disgrazie. -- Che c'è da fare? Mettiamolo pure a tavola, ma che sia buono. -- Detto ciò, il signor Meravigli padre uscì della stanza per rientrarvi col signor Meravigli figlio tirato per un orecchio. A quanto pare, quest'è precisamente il manico dell'ultimo rampollo della famiglia. -- Domanda scusa a tutti questi signori, -- intuona solennemente il signor Antonio. -- Domando scusa, -- ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar cantilena. -- Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, -- soggiunse il padre. Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter pranzare in silenzio. -- Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, -- tornò a dire con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio un -Cu! Cu!- che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna. -- Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima; -- si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano che volevano significare -- Tenetelo più lontano che sia possibile. -- Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo. Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che, come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del fabbriciere. Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le versavo il vino nella tazza: -- Un -ditino-, nulla più che un -ditino-. -- Però questi -ditini- mi tenevano in perpetue faccende, giacchè la poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere. La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema disinvoltura. Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva invariabilmente: -- Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. -- La signora Agnese dal canto suo osservava al marito con aria compunta: -- Se non prende, vuol dire che non aggradisce. -- Ed io, per aggradire, mi rimpinzavo. Grazie al cielo, non tardai a sperimentare la verità della teoria svolta dal Torelli nella sua -Fragilità- circa gli alleati impreveduti. Qualche cosa di assai morbido venne a cacciarmisi fra le gambe, e io vidi con indicibile compiacenza che gli era un gatto. Nè la mia soddisfazione provenne soltanto dalla stima grandissima che ho per l'egregio animale che fu confidente del Richelieu e amico del Chateaubriand, ma ben anco dall'essermi subito venuto in mente ch'egli poteva riuscirmi di grande sollievo nelle mie strette. In fatti, pur continuando a dialogare con la poetessa Romilda e coll'economista Osteolo, io seppi dispor le cose in maniera che di tratto in tratto qualche grosso pezzo di carne scivolasse nella bocca del quadrupede, il quale, per alcun tempo, come fosse d'intesa meco, divorava la sua parte in silenzio. Non oserò dire che la cosa fosse conciliabile col -Galateo-, ma nessuno ha l'obbligo di schiantare. Sennonchè, come disse il Petrarca: Cosa bella mortal passa e non dura. Il mio collaboratore, imbaldanzito della deferenza mostratagli, mi poneva ogni momento le due zampe anteriori sulle ginocchia. Non era cosa gradevole; pur non me ne dolsi, finchè una volta, avendo per inavvertenza abbassato troppo la mano, l'intelligente animale vi mise sopra le ugne con uno di quei movimenti subitanei e aggraziati, di cui il gatto ha il segreto. Il giovinetto spartano che, avendo rubato una volpe, seppe tenerla nascosta in seno senz'alzare un lamento, abbenchè ella gli dilaniasse le viscere, era un eroe, un eroe ladro, se vuolsi; ma le leggi di Licurgo non guardavano tanto pel sottile, e anzi giudicarono degno di premio l'atto audacissimo. Io sono un galantuomo, nè ruberei una volpe per tutto l'oro del mondo. Ma se giungessi a tale, e la bestia mi cacciasse i denti nelle carni, protesto che la lascerei andare pe' fatti suoi. La graffiatura del gatto mi fece alzar vivamente la mano, e mi strappò di bocca un -Ahi!- I miei vicini di tavola intesero il mio lamento. -- Il micio! il micio! -- proruppe Romilda in tuono patetico. -- Che animalaccio! Via, che lo chiudano nella sbrattacucina. -- I coniugi Meravigli balzarono in piedi con doloroso stupore. -- E le ha proprio fatto male? Che fatalità! Per amor del cielo, perdoni. Maria, Caterina, via il gatto.... Ma scusi, sa.... Ha bisogno di lavarsi la mano?... Veda, fa sangue. -- In mezzo alla commozione universale destata dalla mia disavventura, il piccolo Toniotto rideva sgangheratamente senza che lo sguardo fulmineo del genitore potesse metter freno alla sua ilarità. Con la condiscendenza propria dei vigliacchi, il signor Alieni per ingraziarsi il suo dirimpettaio faceva anch'egli il bocchino da ridere. Certo in questo incidente egli ravvisava un diversivo a qualche martirio inflittogli dall'-enfant terrible- della casa. E infatti io mi ero accorto che il degnissimo signor Bartolommeo faceva di tratto in tratto uno di quei movimenti rapidi, convulsi che si fanno, quando si sente la punzecchiatura d'un insetto. Era invece il naso del fabbriciere preso di mira da certe pallottole di mollica di pane preparate accuratamente dall'amabile Toniotto, e slanciate con una precisione che avrebbe fatto di lui un ottimo tiratore di fionda. La nobil donna signora Prassede Altamura fece udire la sua voce. -- È un bel gatto, -- ella disse con l'aria di persona che se ne intende; -- ma il più bel gatto, di gran lunga il più bel gatto, un gatto magnifico era quello del defunto conte Gaspare mio fratello, sia pace all'anima sua. Si dice che le bestie non si commuovano, ma io so che il giorno in cui morì mio fratello, l'ultimo maschio degli Altamura, il gatto si cacciò sotto il letto, e non volle prender più cibo, e dopo due giorni seguì il suo padrone. -- E a questo punto si passò il rovescio della mano sugli occhi, non si sa se piangendo l'ultimo maschio degli Altamura, o il gatto fedele. -- Era nobile il gatto? -- chiese il dottor Trigli. L'erede dei feudatari si strinse nelle spalle infastidita. -- In fin dei conti -- osservò il professor Romoli -- anche dagli animali domestici si potrebbe trar partito per l'educazione. Ma -- soggiunse toccandosi la fronte con le dita -- a che vale che vi siano le idee, se non v'è il mezzo di porle ad effetto? Che cosa fa il Governo, o piuttosto che cos'è il Governo? Per me lo Stato libero non dovrebbe essere che un gran campo sperimentale, sul quale gl'ingegni fossero messi in grado di svolgere i loro concetti. Senza di ciò, quale è il prezzo della libertà? Niente. -- Niente -- disse assentendo il farmacista -- ossia niente e molto; niente, perchè non rende, molto, perchè costa. E io la tassa della ricchezza mobile non la posso mandar giù.... -- Il professore parve assai poco soddisfatto dell'appoggio datogli dal signor Storni. -- Non è questo, non è questo; -- borbottò egli, scrollando le spalle. -- Ecco, -- osservò il conciliativo signor Meravigli: -- mi pare che vi sia una via di mezzo. Che il Governo abbia torto a non prendere in considerazione uomini del valore del signor Romoli, questo è fuori di dubbio.... -- Un mormorìo adesivo si fece intendere tutto intorno alla tavola. -- Ma che dall'altra parte possa sostenersi che la libertà non giova a nulla, mi sembra esagerato. Non dico per me, che, trattato con ogni deferenza dalle autorità locali, non oserei affermare di aver ricevuto particolari favori dal Governo centrale.... -- Se è quello che ho sempre detto, -- interruppe il farmacista; -- si profondono onori a tutti, e una degna persona come il nostro signor Antonio non deve ancora esser nominato cavaliere.... -- Silenzio, Storni, -- gridò severamente il signor Meravigli, -- non impiccioliamo in questa maniera le grandi questioni. Dato anche, e non concesso, che il Governo mi avesse un po' trascurato, dovrei forse per questo cambiare la mia bandiera politica? In fin dei conti, udo dei primi obblighi del cittadino non è quello di sacrificarsi? Eh, signori, la mia fede è troppo antica.... Esaltato mai, liberale sempre! -- Verissimo, -- esclamò lo Storni. -- No, no, caro Storni, non c'è da farsene vanto; ma vi ricordate come spesso, durante il dominio straniero, io esternassi nella vostra farmacia idee sovversive. Il signor Alieni era allora un poco perplesso nello sue opinioni.... -- A sentir pronunciare nuovamente il suo nome, il signor Alieni fece un salto a guisa di pesce gettato ancor vivo nella padella, e rosso come un gambero balbettò in tuono piagnucoloso: -- Ma, caro amico,... io perplesso.... non mi fate questo torto.... non vorrei che i signori credessero.... -- Il signor Meravigli aveva intanto smarrito il filo del discorso e non trovava più modo di raccapezzarsi. Onde il professor Romoli prese egli la parola, e sciorinò una lunga perorazione in favore delle istituzioni repubblicane. -- In teoria sono repubblicano anch'io, -- disse il signor Meravigli; -- e chi non è repubblicano? Ma in pratica, oh! in pratica non sono davvero. -- Ah! io comprendo soltanto le repubbliche di Grecia, -- esclamò Romilda, -- e per me il mondo non ha fatto che peggiorare d'allora in poi. -- Sommessamente non sono del suo parere, -- esclamò il cavaliere Osteolo, tenendo sospesa la forchetta, -- per me credo al progresso. Il commercio aumenta, le verità economiche si fanno strada, l'industria.... -- Che industria? che verità economiche? che commercio? -- urlò come un ossesso il signor Falco. Monopolio, intrigo, contrabbando!... -- Oh! oh! -- disse il signor Osteolo. -- Oh! oh! oh! -- soggiunse il signor Meravigli. -- L'ho detto e lo confermo in barba ai moderati. -- Bene! -- interruppe il signor Romoli. -- La società presente è condannata a perire. I Governi sono ladri, ladri i Ministri, ladri i negozianti più o meno cavalieri. -- Signor Falco! -- gridò il cavaliere Osteolo -- ha ella voluto offendermi? -- E senza lasciar tempo all'altro di aprir bocca, rispose da sè medesimo alla propria inchiesta. -- Non lo ha voluto? Tanto meglio. Prendo la questione dall'aspetto generale, e sostengo che la classe dei negozianti è onestissima. -- E così dicendo, agitava furiosamente una coscia di pollo arrosto. -- E io sostengo che una rivoluzione sociale è imminente e che la -Comune- aveva ragione. -- Il signor Meravigli, che voleva far da paciere, si arrestò inorridito dinanzi a questa parola della -Comune- e si nascose fra i suoi piatti. La maggioranza dei commensali disapprova il linguaggio del signor Falco. La signora Prassede si fa il segno della croce e si copre il viso col tovagliuolo; Romilda mi prega di spruzzarle un po' d'acqua sulla fronte, io temo che nasca un precipizio:... ma, come seppi dappoi, il signor Falco è un uomo inoffensivo che va soggetto periodicamente a queste esplosioni, e che poi si calma da sè. -- Can che abbaia non morde, -- mi disse dopo pranzo il dottor Trigli. -- Il feroce signor Falco è un -comunista- ricco, che in fin dei conti è molto più conservatore di me, e che nelle elezioni amministrative vota coi clericali. -- In mezzo a tutte queste escandescenze demagogiche il pretore nella sua qualità di pubblico funzionario s'era tenuto in un prudente riserbo. -- Avrei potuto protestare contro le eresie del signor Falco, -- egli mi osservò dopo tavola; -- ma sono d'un temperamento tanto focoso che sarei certo diventato un basilisco. E allora si fa peggio. Io devo sempre tenere a mente che quello che dico e che faccio compromette il Governo! -- Quanto al signor Alieni, dopo aver preso la parola, come direbbero, -per un fatto personale-, egli si era studiosamente astenuto dalla discussione. Il suo pensiero era altrove. Al bombardamento regolare ch'egli sopportava in silenzio dallo sgarbato Toniotto, s'era aggiunta una nuova tribolazione. Fosse malignità della fantesca, o puro caso, fatto si è ch'egli era sempre l'ultimo servito. I suoi occhi seguivano con ansietà melanconica i piatti che andavano in giro, e quando vedeva ritardare il suo -turno-, la sua fisonomia assumeva l'atteggiamento che deve aver avuto quella del profeta Geremia, mentre contemplava le rovine della città -già così piena di popolo-. Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva sempre più animato. Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza. Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorso -Sulla rinnovazione intellettuale in Italia-. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. -- Questo -- egli concluse alzando il calice -- questo fu sempre il commercio da me amato e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual compiacenza. -- Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto. Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato trovare. Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca, e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla salute della città di X***, e de' suoi abitanti. L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî del loro alto aggradimento. Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio, m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantesca -Mademoiselle-. -- -Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie, la belle servante de la maison Meravigli!- Signori, crederebbero forse ch'io fossi ubriaco, -ivre?- Ah! s'ingannano, -vous vous trompez-; non è vero, Maria, -ma chatte?- -- E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse fatto la cura idropatica. -- Ah! signor Garleni, che cosa le pare? -- chiese Romilda, nascondendosi il volto con ambe le mani. Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo cotal genere d'incidenti. V'era però un altro spettacolo non meno degno di considerazione. Durante il mio brindisi il giovane Meravigli s'era cacciato sotto la tavola e s'era messo a tirare per le gambe il signor Bartolommeo, che, con l'usata mansuetudine, non faceva lagnanze, ma si contentava di starsene sulla difensiva, tenendosi stretto ai bracciuoli della seggiola. Se io fossi stato il commendatore Pasquale Stanislao Mancini, i cui discorsi cominciano all'alba e finiscono al tramonto, il pover'uomo avrebbe senza dubbio dovuto abbandonare la posizione; ma poichè io mi sono un ben più modesto oratore e la mia arringa non durò che pochi minuti, lo spiritoso ragazzo, accortosi di non ' . . . . 1 ' . . . . - - 2 3 , , 4 . 5 6 . ' , 7 ; ' 8 , 9 , . 10 ; 11 , : 12 13 - - , 14 15 . 16 17 - - . . . . . . . . . 18 . , 19 , 20 . . . . , , 21 ? - - 22 23 . 24 25 - - ! - - . - - , 26 , . . - - 27 ' ' 28 , : 29 30 - - . 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