-- Ho la vostra parola?
-- Ma sì, ma sì: vi occorre altro?
-- Datemi la mano?
-- Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a
qualche loggia massonica. Eccovi la mano. --
La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo
dimagrata, nè troppo ingrassata; una manina giovane, se si potesse
usare questa frase, tanto n'erano ben tornite le forme, e morbide e
delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il
lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe
tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna
si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge
a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia,
accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente: -- Perchè non
accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a
bevere una nuova tazza.
-- Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo
mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il
racconto d'un racconto. Un amico, a cui la faccenda è toccata, me la
narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?
-- O che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il
vostro.
-- La storia risale a poco meno di quarant'anni addietro, -- continuò il
signor Dardi senza occuparsi dell'interruzione. -- Il mio amico che ora
è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'era
io.... e come eravate voi in quel tempo.
-- Questo non ha che fare.
-- Egli aveva di poco finito i suoi studî all'Università, lasciandovi
fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto
varia che profonda. Comunque sia, in un tempo che alle Università si
studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani
più valenti, e quelli che erano tali davvero lo accoglievano a braccia
aperte nei loro crocchî, ove il suo buon umore costante contribuiva
a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un
po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono
contarsi come le mosche bianche. In complesso l'era davvero una eletta
brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità
della vita o i capriccî dei caso. Per una di quelle bizzarrìe che
non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con
quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente
da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato,
altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro
ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava
qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la
musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica
che italiana gli studî filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a
dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un
fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze
celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto
alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi
costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso mentre eravamo
studenti insieme all'Università ***.
-- O che cosa c'entrate voi?
-- Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il
mio amico.
-- Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità
personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito.
Proprio come Oreste e Pilade!...
-- Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa
dicevo? Ah! dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano
falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle
debolezze della sua età! A ventitrè anni egli era.... --
La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò
tuono.
-- Ma ciò poco importa. Nemmeno le questioni politiche, e qui spero
che mi lascerete parlare, l'occupavano più che tanto. In quel tempo
singolare, nel quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh! non
fate smorfie, perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche
del Berchet; e alla porta dei tepidi teatri e delle sale sfoggiate vi
aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg;
in quel tempo, in cui pareva non esservi posto nella vita che per
la -farsa- e per la tragedia, il nostro originale era riuscito a
tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da
quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società
segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno
dai sospetti, e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura
codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che
soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva
noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei
giovani.
Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni, quando seppero
un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste
domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti
malignavano dicendo: -- Sta a vedere che grossa corbellerìa egli ha
commesso!
-- -Egli!- -- interruppe la signora Anna. -- Abborro gli anonimi.
-- Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene:
il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo
il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo
momento, non aveva commesso quella grossa corbellerìa che gli si
attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul
serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una
civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in uomo che aveva sì
poca pratica di queste faccende.
-- O che non aveva forse gli occhi questo signor Alberto?
-- Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palimsesti, e
capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'inscrizione in
lingua sanscrita che sulle forme divine della Venere di Milo. A ogni
modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque
anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che
gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia
schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come profumo da
fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena
a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconìe e di celesti
sorrisi.... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici a
diciassett'anni....
-- Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra
innamorata di ieri.
-- Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno
scolpite nella memoria....
-- Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.
-- Certamente, -- rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque
quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. -- Ma io
m'investo de' casi suoi.
-- Siete pure il prezioso amico, -- notò con un filo d'ironia la signora
Anna. -- Ma, a proposito, il nome di questa Dea?
-- Chiamiamola Giulietta.
-- Oh! c'è un Romeo?
-- Può darsi; non precipitate.
-- Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti
innamoramenti.
-- Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi
adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla
dichiarazione di un giovane ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi,
cominciò coll'esserne sgomenta; ma poi quella sua anima delicata e
gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto,
così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor
proprio di lei. In generale anche lo donne leggiere e che non vanno
pazze per l'ingegno piegano il capo dinanzi al buon successo: e Alberto
era fra i giovani più celebrati della Università e tra quelli, a cui si
augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto
e dei suoi studî non era invero tale da affascinare una giovinetta
sedicenne; ma dall'altra parte come respingere un uomo del suo valore?
Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed
oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non partecipando all'entusiasmo
del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè
stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si
rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio
si concludesse, quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono
cose, di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso
scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi
è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le
sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè
egli gli aveva noiati fuor di misura coi racconti della sua gelosia,
de' suoi dubbî e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore
scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le
compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè
una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano
sopra un suolo granitico, in cui l'acqua non filtra lentamente, ma
s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè
assimilarsi al loro organismo, l'amore crea in queste anime uno stato
inquieto, morboso e toglie alle loro manifestazioni quel gentile
riserbo, quella verecondia soave che le mostra ricordevoli, oltre che
del proprio pudore, anche del pudore dell'essere amato. Alberto era,
nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino
brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era
operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente
compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.
Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del
suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono
una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando
si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella
impressione che è viva e reale; così Alberto, ritornato in sè stesso,
vide dileguarsi l'incanto che lo avea posseduto e solo restargli
a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie.
Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che
un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere affatto
ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle
fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene
che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata
di questo cambiamento; ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo
del suo carattere non si faceva scorgere, o chiudeva in sè il suo
dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella
non sapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i
mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed
alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi
lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva. Le
afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la soddisfazione d'essere
intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi
vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice
l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso
egoista. Il tempo, che è la stoffa del lavoro e della produzione,
è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al
capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla
al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non
hanno pensato.
Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano
in un'orbita diversa: egli tutto inteso a' suoi studî; ella in una
solitudine malinconica che lasciava libero campo ai pellegrinaggi
della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito
i piaceri delle sue coetanee, i teatri, le feste, i convegni geniali;
ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendola, si
rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il
divertimento. Nondimeno ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto,
riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità
che nasce dal continuo ricambio d'impressioni e di pensieri tra due
persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che
questa felicità non dovesse mancarle. Veggendosi delusa nella sua
aspettazione, si sentiva simile a chi s'accorge a mezzo il cammino
d'avere smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per
arrivare alla mèta. Intanto compieva da sè la manchevole educazione del
chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura
su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già
libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.
Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè
uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e
nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo
infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo
nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano,
a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito
contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano
fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente
arcuato.... --
La signora Anna si scosse e chiese: -- O come sapete voi tutti questi
particolari?
-- Oh bella! Me gli ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere
il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola,
ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso e di là dal quale
erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti.
In un punto la verdura era men fitta e lo sguardo indovinava un ampio
orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?
-- Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O
se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la
pena di continuare.
-- Via, non v'impazientite. L'avete forse udita già questa storia? A
ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima
volta che manchereste alla vostra promessa.
-- È vero. Proseguite, ma senza digressioni.
-- Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va
sempre caracollando e non mai di galoppo. Ella ama far sosta qua e
là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse
precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a
bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una
biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era
l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovane
vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti
e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore
del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa,
o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo.
Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era
troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una
vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che
hanno tante mogli di lasciare sparlar dei loro mariti senza negar nè
assentire.
Il mio amico, che abbiamo detto di chiamar Ugo, non abitava la medesima
città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di
studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta, che
vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue
visite, che non solevano durar più di tre o quattro giorni, egli
alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita,
un'eco del mondo esterno, a cui quella casa pareva chiusa del tutto.
Ugo era elegante, frequentava i teatri, le conversazioni, e quindi non
gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i
tempi della Pasta e della Malibran, della -Norma- e dell'-Otello-. La
Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader
suo marito a uscir per una settimana da quella loro misera cittadina
di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde,
quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e
pendeva da' suoi labbri con una curiosità piena di commozione. Non c'è
da maravigliarsi di questa parola. A' quei tempi in Italia i trionfi
musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima: non c'erano
che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o
andare al teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi
i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi; ma, in ogni
modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia
aperte, e quando questi gli diceva a quattr'occhi ch'egli aveva torto
a trascurare sua moglie, giovane, bella, adorna di tutte le virtù,
gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle
sue mille faccende e della serietà de' suoi studî. Comunque sia, la
presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo
e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la
Giulietta egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e
devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo
di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza, tanto
maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io
non capisco, mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla seggiola,
mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole
punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè
la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.
-- Siete un grande originale, -- rispose la signora Anna, sorridendo
fuggevolmente. -- E se vi déssi una tazza di tè, non mi risparmiereste
la seconda metà della vostra storia?
-- Accetto la tazza, ma continuo. --
La signora Anna diè una scrollatina di testa come se volesse dir
nuovamente: -Che matto!- e versò il tè al suo lepido interlocutore.
-- Un giorno -- riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro -- il
mio amico arrivò inatteso in casa d'Alberto, e quindi più festeggiato
che mai. Si deliberò di fare pel dì vegnente (ch'era una domenica)
una gita a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il
divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè
Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....
-- Ve l'ha detto lui?
-- Sicuro!
-- Beati gli uomini franchi!
-- Il mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa
il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la sua -toilette-
con grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta
della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un
bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche
nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona
affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio
di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse
dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo
trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta
e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche
attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca
che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che
scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo
e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta
sentimentale stretti alla gamba, ecco a un dipresso il figurino del
mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro
io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi
nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria
bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e
in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa
se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che
l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola
gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo
suo; insidia che tanto più la sgomenta, quanto più le versa nel
cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è
assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha
mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto;
uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è
la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta
il grido di Schiller: -- -Ich bin ein Mann, wer ist es mehr?- Io sono un
-uomo-, chi tal è più di me? --
Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino
ripetendo a sè medesimo.
Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi sorsi l'aria
frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza
dell'-Anna Bolena-:
Oh! non voler costringere
A finta gioia il viso,
Son belle le tue lagrime
Siccome il tuo sorriso,
con quel che segue. Proprio sotto la sua finestra un'imposta si aprì, e
un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.
-- Bravissimo! -- sclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed
insinuante.
-- Oh diamine! già vestita, -- rispose Ugo balzando subitamente, senza
saperne il perchè.
-- Ma certo; e già nel mio santuario, -- soggiunse Giulietta, accennando
al suo gabinetto da lavoro e da studio. -- Quegli che non è pronto è
Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima di
partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo voi
stesso; già a me non mi abbada. -- Guardò l'orologio e disse: -- Sono
le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra
un'ora. Andate, andate. -- Fece un cenno garbato col capo, sorrise in
modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi
come l'avorio, e sparì.
Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta
un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai
avvenente donnina: ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva
trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si
guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso
sulle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì
di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in
quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.
Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva
dinanzi a sè un tavolino, su cui i libri stavano ammonticchiati
l'uno sull'altro sino ad altezze portentose; ai lati due scaffali
pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era
sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata
di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le
due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le
opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa
china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie
d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a
poco dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.
Ugo non potè trattenersi dal ridere, quando entrò nella stanza. Ma
Alberto non si scompose punto, e rivolto all'amico: -- Vuoi udire --
gli disse -- questo brano d'una Memoria sulla legislazione mineraria
che debbo mandare stasera all'-Antologia- di Firenze? Io muovo dalla
considerazione che il possessore del soprassuolo....
-- Senti, -- interruppe Ugo, -- la tua considerazione sarà giustissima;
ma mi pare che non sarebbe mal fatto di rimandare la legislazione
mineraria ad un altro giorno, e di disporsi alla partenza. Si fa, o non
si fa questa gita?... Ebbene: che cosa c'è?
-- Nulla, nulla, -- rispose Alberto, sollevando alquanto il capo e
ravviando la chioma disordinata; -- penso alla grande mutazione che si è
fatta in te da qualche tempo a questa parte. Tu non ti appassioni più
per niente, e basta discorrerti di una questione seria, perchè tu mi
scappi di mano come un'anguilla. O dove sono i bei giorni, nei quali
si passavano insieme lunghe ore a ragionare de' nostri studî? Allora
si trovava pur la maniera di vincere il tuo scetticismo. Lasciatelo
dire.... tu ti sciupi, l'aria della città ti fa male, la vita elegante
ti ammazza l'intelligenza, gli amici scipiti ti riducono al loro
livello.... --
Così dicendo tuffò la penna d'oca nel calamaio, e poi la portò con
tanto impeto sulla carta che ne cadde una grossa goccia d'inchiostro,
la quale imbrattò tutto il foglio. Con la rapidità del lampo, Alberto
vi corse sopra con la lingua, lo che finì col dare a quella macchia
l'aspetto di una stella cometa.
-- Grazie pe' miei amici, che sono, o erano almeno, anche i tuoi, --
disse Ugo con un grande inchino. -- E a proposito di che mi fai questa
patetica perorazione? Io capito qui a ricordarti un impegno che hai
preso iersera con me e con Giulietta.... capito anzi per ordine di
lei... --
Alberto fece una piccola smorfia col labbro, tantochè l'altro
soggiunse: -- Non ti darà noia, spero, a sentir parlar di tua moglie?
-- Hai ragione, hai ragione: il torto l'ho io che mi sono ammogliato....
E non mica per lei -- continuò poscia in un tuono di onesto candore....
-- non mica per lei che è un angiolo, ma per me che non ero fatto
pel matrimonio. Ho bisogno di studiare, ho bisogno di farmi una
riputazione.... altro che di andare a spasso con donne. --
La signora Anna si morse le labbra, e proruppe: -- Proprio così diceva?
-- Proprio così? Vi fa maraviglia forse?
-- Punto, punto: continuate. --
Il signor Maurizio non se lo fece ripetere un'altra volta, e riprese: --
Ma Ugo era invece un uomo estremamente compìto, e lascio pensare a voi
se rimproverò il suo amico di queste sue parole. Fatto si è che, a capo
di cinque minuti, Alberto, che s'era ritto in piedi ed era uscito fuori
delle sue fortificazioni, pose una mano sul braccio di Ugo (che la
sbirciò con inquietudine per vedere s'ella fosse sporca d'inchiostro)
e concluse così il suo discorso: -- Fammi questo piacere; sinchè io
termini di scrivere, e in meno d'un'ora spero d'essere sbrigato, va
a tener compagnia alla Giulietta, e pregala che mi scusi, e dille che
dopo verrò con voi altri, e staremo tutta la giornata di buon umore. E
non si parlerà più di cose serie.... --
Le ultime parole furono proferite spingendo leggiermente Ugo verso
l'uscio, tantochè questi capì l'antifona, e se la svignò.
Egli si avviò per un corridoio che conduceva ad un salottino, dal
salottino passò in un'altra stanza, ascese pochi gradini, e si
trovò dinanzi a un gabinetto che aveva l'uscio aperto. Era quello il
soggiorno preferito da Giulietta. Ella sedeva con un libro in mano
volgendo il dorso alla porta in modo da non poter vedere chi entrava.
Però, al suono dei passi d'Ugo, girò rapidamente la testa, e si fece
rossa, e disse: -- Oh! siete qui?
-- Appunto; e non dovevo rendervi conto della mia ambasciata?
-- È vero: e dunque?
-- Vuol finire un lavoro, ma promette che in un'ora sarà sbrigato. --
Giulietta scrollò leggiermente le spalle in atto di impazienza,
mormorando: -- Sempre così. --
Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Ugo fisò uno sguardo
abbastanza lungo sulla simpatica donnina. «Vergini e spose, griderei
io, se per avventura fossi un predicatore, diffidate degli sguardi
lunghi. Gli occhi che cominciano a guardare con curiosità finiscono
a guardare con desiderio; e allora....» Ma qui non siamo in chiesa, e
posso risparmiarvi il sermone. Vi dirò piuttosto che la mia Giulietta,
sempre cara e leggiadra, era quel giorno più seducente che mai. Ella
indossava un abito di mussolina -lilla-, col corpetto tagliato sul
davanti dell'incollatura e guernito intorno intorno di una trina
sottile e candidissima, la quale armonizzava col roseo della fresca
carnagione. Una lista di raso violetto oscuro, movendo dal punto in cui
si chiudeva il corpetto, scendeva sino alla cintura, snella, attillata
e stretta da un nastro della medesima stoffa e del medesimo colore:
indi bipartivasi, e così divisa in due si prolungava sul dinanzi fino
alla base del vestito. Le maniche erano, secondo la moda d'allora,
rigonfie nel mezzo e strettissime ai polsi. Ella era calzata....
-- Per carità, Maurizio, si direbbe che aveste copiato un figurino, --
interruppe la signora Anna.
-- Se non volete saperne della calzatura, mi permetterete almeno di
parlarvi dei capelli, neri, lucidi e fini ch'era una maraviglia
a vederli. Essi non erano imprigionati in una di quelle bizzarre
acconciature che si usavano allora, ma si sollevavano a buffi sulla
fronte, per ricader poscia dietro la nuca in apparente disordine
e avvolgersi intorno ad un bel pettine di tartaruga, così piccino
ch'io non so -- diceva il mio amico -- come esso potesse essere argine
sufficiente a quel mare in tempesta. Un bocciuolo di rosa ch'era tra i
primi della stagione, colto forse il mattino stesso da una pianticella
precoce, faceva capolino al lato sinistro poco sopra l'orecchio,
staccandosi con leggiadro contrasto dalla tinta delle chiome d'ebano.
In verità, avere una sposa così e preferirle la legislazione mineraria,
come faceva il nostro amico, è un peccato imperdonabile, pel quale non
v'è al mondo sufficiente penitenza.
-- Ebbene, prendete una sedia -- disse Giulietta -- e fatemi un po' di
conversazione. Se no, io finisco col perder l'uso della parola.... Non
siete mica dotto voi? -- soggiunse poscia con una specie di sgomento
infantile.
-- Non sono davvero, -- rispose Ugo sorridendo. -- Ma, perdonate, non istà
a voi di mostrarvi tanto sospettosa della dottrina, cinta come siete da
biblioteche e, quel che più vale, con un libro in mano.... --
In fatti ella aveva sulle ginocchia un volumetto socchiuso sull'indice,
nell'atto di chi interruppe solo momentaneamente una sua lettura.
-- Ah! questo libro -- ripigliò la giovane -- è un libro anche per voi che
siete poeta. --
E glielo porse aprendolo appunto alla pagina, su cui teneva il dito.
Ugo lesse:
-O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...-
-- -Les feuilles d'automne-; una primizia, -- disse poi continuando a
leggere.
-- Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne intendo,
ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel mio benedetto
Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato il libro in
fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si capisse se
gli sia piaciuto sì o no.
-- Ha torto.
-- Non è vero? -- proruppe vivamente Giulietta -- ha grandissimo torto,
perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci
fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei
versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato
nei miei cassetti, ho riveduto i miei vecchi quaderni, e provai quello
che prova il poeta....
-- Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi, se è lecito
investigare l'età di una donna, gli avete appena sentiti suonare....
-- Forse, -- rispose Giulietta; -- ma in noi la vita è più precoce, e i
nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi
fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi
del convento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccetto d'un'amica
o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite
invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta
allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderî, d'affetti!
Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore
e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose
che ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto
a interrompere il corso dei nostri pensieri, ma non ne lacerava la
tela. Le fantasie accarezzate dall'anima sotto i rami frondosi delle
acacie e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini,
cantando, saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei
bruni corridoi e sui rustici banchi della chiesa. Nella mezza oscurità
delle ampie navate, nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a
colori, andava a spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un
confessionale, c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva
di sè il nostro spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto
ad un tempo. Le labbra mormoravano intanto la solita salmodìa, ma la
mente era altrove; il prete cantava Messa, ma noi stavamo più compunte
di viso che d'anima. E si sospirava alla cara libertà, e al calar della
sera, guardando il muro che ci contendeva tanta parte dell'orizzonte,
si gridava tra noi fanciulle: -- O non cadrà mai quel maledetto muro,
o non potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche
cosa e di -qualcheduno- tutto quello che sentiamo qui dentro? -- E chi
avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi Santa Teresa, e chi Laura o
Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento Dante e il
Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto.... --
Giulietta s'interruppe un'istante, arrossì leggiermente e poi ripigliò:
-- E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che
sia tutto per voi, e vi scriva versi che passeranno all'immortalità;
onde dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra
frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi
malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare
l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose
sciocchezze si dicevano in quel tempo!... --
La giovane, discorrendo, si era accesa singolarmente nel volto, e
l'ondeggiare delle bianche trine sul petto mostrava quant'ella fosse
agitata.
Ugo non sapeva che rispondere, perplesso dinanzi a questa volubile
facilità di parola, ma guardava trasognato la sua interlocutrice che
gli appariva sotto una luce affatto nuova.
-- E in quell'età -- proseguì ella, abbassando la tendina per ripararsi
dal sole che cominciava ad entrar nella stanza -- in quell'età la penna
corre spontanea sulla carta per riprodurvi le idee che vi germinano
nella mente, spesso puerili, ma più spesso generose; maligne mai,
poichè a me pare che il tempo della malignità principii quando si
principia a dubitare di sè. Credere in sè medesimi vuol dire credere
anche negli altri.... -- Tacque un momento, giocherellò col fiocco della
tendina, quindi bisbigliò a mezza voce... -- E poi? --
Ugo, sempre più attonito, notò timidamente: -- O sareste divenuta
scettica così presto? --
Ella scosse il capo con una certa espressione di tedio, e disse: -- Che
so io?... vorrei vedere l'effetto che produrrebbe ad uno il diventar
più piccolo della persona, se mai questo fenomeno fosse possibile. Io
tengo per fermo che sarebbe un effetto analogo a quello che si prova
nel sentirsi diminuir l'animo e l'ingegno. Ciò accade a me. Sì, sì; non
istudiate una galanteria; ciò accade a me con una progressione che mi
sgomenta. La mia immaginazione s'è fatta sterile, il mio cuore alberga
rancori, sospetti che un giorno non avrebbero potuto allignarvi.
-- O Giulietta, -- proruppe Ugo, -- voi sposina di pochi mesi, voi che
avete ottenuto ciò che dev'esser l'ideale di una fanciulla par vostra,
unendo la vostra sorte alla sorte d'un uomo degno di voi, avete già di
questi scoramenti nell'anima? --
Ella sorrise tristamente, dicendo: -- Ma sono scorata appunto perciò,
appunto perchè, avendo conseguìto ciò che dovrebbe essere la felicità,
mi sento oppressa da una malinconìa nuova e invincibile. Ho unito la
mia sorte a quella d'un uomo che avrebbe onorato del suo nome ben altra
donna che me. Eppure, che sono io nella sua vita? Ho io saputo prendere
il posto della più piccola fra le sue ambizioni?... O miei poveri
sogni, come siete svaniti! -- E accompagnò la frase con quel gesto della
mano e quel movimento delle labbra, con cui suolsi accennare a una cosa
che sfuma.
Io vorrei pigliare a quattr'occhi il più virtuoso uomo che vi sia sulla
terra, intendiamoci bene, un uomo che abbia vissuto, e che in omaggio a
una virtù ideale non abbia soffocato tutte le proprie passioni; vorrei
avere sovr'esso una potestà che lo inducesse a nulla celarmi, e vorrei
chiedergli quale effetto egli provasse sentendo una donna attraente
e leggiadra lagnarsi, in un istante di soave abbandono, della sua
esistenza coniugale. Scommetto cento contr'uno ch'egli mi risponderebbe
che nella sua prima impressione vi fu un lampo di gioia satanica. Egli
l'avrà prontamente repressa, io l'ammetto, e qui sta la differenza tra
l'uomo onesto e chi non è tale; ma non avrà potuto far sì che quelle
rivelazioni non lusingassero il suo amor proprio, non gli aprissero
l'anima a una speranza colpevole. Questa donna che vi mette a parte
delle sue sofferenze ha dunque un alto concetto di voi, questa donna
che vi parla del vuoto del suo cuore crede dunque che voi potreste
riempirlo!... Mia cara amica, Ugo era virtuoso, ma uomo.... Ed ora
permettetemi di prendere un'altra tazza di tè. --
La signora Anna si era fatta pensosa: appoggiando il gomito al tavolino
sosteneva con una mano il capo, e con l'altra moveva macchinalmente le
forbici che le stavano dinanzi.
-- E non potreste venire a dirittura alla morale della vostra
storia? --
-- Oibò, oibò, -- rispose il signor Maurizio, aprendo la chiavetta della
macchina e chinandosi alquanto a guardar con occhio di compiacenza lo
spillo dorato che si precipitava nella tazza. -- Protesto contro chi mi
volesse togliere la parola. -- E continuò: -- Ugo era virtuoso, ma uomo,
ho detto poco fa. E quello stato cominciava a riuscirgli piuttosto
imbarazzante. Inoltre a una certa età vi è una paura che assedia
l'uomo: è la paura d'essere ridicolo. Ora, prendetevela col mondo
finchè volete, ma non vi è dato negarmi che un giovanotto, il quale si
lascia sfuggire il destro d'insinuarsi nell'animo d'una bella donna,
passa per ridicolo in faccia alla maggior parte de' proprî simili.
-- Povera Giulietta! -- egli mormorò dolcemente avvicinandosele alquanto.
Ella lo guardò, e poi gli chiese: -- Non sarete mica così se prenderete
moglie, voi?
-- Se trovassi una Giulietta, no certo. --
La giovane si fece rossa rossa e vi fu un istante di silenzio. Indi
balzò subitamente dalla sedia e disse:
-- Scendiamo in giardino. Sentite come fa fresco. --
Ugo la precesse officioso nell'andito, aprendo per lei l'uscio a
vetri che dava sulla scaletta. Scesero entrambi. Ai due pilastri
dell'ultimo gradino erano due vasi di geranî. Giulietta si abbassò con
la persona ad odorarne i fiori cosparsi di rugiada: i capelli bruni le
svolazzavano sul collo candidissimo, le trine ondeggianti lasciavano
indovinare allo sguardo le curve delicate del seno. Una panchina
di marmo si trovava all'altro capo del giardino sotto un padiglione
d'acacie. Giulietta prese la via più breve per giungervi, attraverso un
praticello smaltato di margherite: l'erba era umida, ond'ella raccolse
le vesti, e le tenne sollevate alquanto sopra il piede. Si assise
sulla panchina e Ugo le fu vicino. Di repente cominciò a soffiare un
vento gagliardo, e grandi masse di nubi si videro avanzarsi rapidissime
sull'orizzonte. Il sole brillava per un istante in uno squarcio azzurro
del firmamento, poi tornava a nascondersi, poi faceva capolino di
nuovo, sinchè scomparve del tutto. Gli alberi dondolavano il capo
con un gemito sordo, la polvere saliva con un moto turbinoso, le
gallinelle sbucando dai cespugli correvano sbigottite a ripararsi nel
pollaio. Ugo e Giulietta si affrettarono a tornare in casa: stettero
in forse se dovessero prendere un'altra scaletta che metteva allo
studio di Alberto, ma questi comparve sulla soglia per assicurare le
imposte sbattute e fe' loro segno che lo lasciassero ancora un poco
tranquillo. Onde ritornarono dond'erano venuti, con una mano tenendosi
uniti, con l'altra facendosi scudo agli occhi contro la polvere.
Quand'ebbero salito i pochi gradini che conducevano al gabinettino di
Giulietta, si volsero indietro un istante come per guardare l'insieme
dello spettacolo.... Io non so se tutti lo provino, ma mi sembra che
il trovarsi all'aperto allo scoppiare d'un uragano abbia un fascino
indescrivibile.... Si direbbe che la vita fisica si raddoppi. Spirar
quell'aria frizzante e piena d'elettricità che v'investe la persona
e gli abiti, veder tutte le cose mutar tinte e contorni secondo
l'oscurarsi o schiarirsi del cielo, e il rabbonirsi o l'imperversare
del vento, essere, insomma, in mezzo a tutta quella commozione della
natura, vi fa provare, non so perchè, un senso d'orgoglio. È un
orgoglio irragionevole, lo capisco, perchè in fin dei conti non si
compie già un atto di coraggio, ma non sarà la sola cosa, di cui non si
possa rendersi ragione a questo mondo.
I due giovani non poterono rimanere a quel modo che pochi secondi.
La temperatura s'era fatta più rigida, il cielo più buio, la pioggia
sembrava imminente, e anzi aveva principiato a caderne qualche grossa
goccia isolata. Si ritirarono di nuovo nello stanzino di Giulietta, e
si posero un istante al davanzale della finestra, rapiti in apparenza
dalla scena che avevano dinanzi agli occhi, ma in fatto assorti in ben
altri pensieri. Pure nemmen lì poterono trattenersi, quantunque negli
ultimi lembi dell'orizzonte ricomparisse il sereno, e la pioggia avesse
cessato; tanta era ancora la furia del vento.
-- Che tempo indemoniato! -- disse Giulietta con un accento di vaga
inquietudine. E si ritrasse alquanto.
-- È vero, -- rispose Ugo seguendola. La finestra si chiuse con impeto
e poco mancò che le impannate non andassero in frantumi. La rosa che
Giulietta aveva intrecciata ai suoi capelli cadde a terra col gambo
spezzato. Si chinò a raccoglierla, ma Ugo era stato più pronto di lei e
l'aveva ghermita, dicendo: -- Lasciatela a me.... -- Intanto l'uscio, che
fino a quel punto aveva serbato un'assoluta neutralità, si serrò per
propria iniziativa con grande furia e fracasso.
Giulietta si scosse impaurita, tanto che il suo compagno credè bene di
sorreggerla.
Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: -- O Dio, si soffoca.
-- Fece alcuni passi verso la porta smarrita, confusa; poi si arrestò ad
un tratto e ruppe in un pianto dirotto.
-- Giulietta, Giulietta, che avete mai? -- sclamò Ugo, correndo a
sostenerla.
Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette
come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul
divano.
-- Giulietta, Giulietta, perchè piangete? -- continuava a chiedere Ugo,
piegandosi su di lei e sfiorandole con la bocca i capelli.
Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le
loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi;
quand'ecco.... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia
mai cacciato nei fatti altrui, inondò d'un tratto la stanza.
Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un
effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse
il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo rizzandosi con
la persona lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua
mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli
erano passati nell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi
momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più
disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con
la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà
scancellare. E benchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto,
infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora
a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna
bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro
le seduzioni ch'ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con
la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lagrime, di voluttà, di
terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: -- Se tu
non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. -- Ugo rammenta
ancora la lotta breve, ma terribile ch'egli dovette durare, quando a
fronte della sperata ebbrezza dei sensi egli pensò all'ignominia, di
cui stava per macchiarsi, sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua
creatura; al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo
se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che
sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano
al cuore: l'una gli diceva -- -osa-, -- l'altra lo ammoniva -- -fuggi-.
-- Beato lui che ascoltò la voce più onesta, beato lui che, composto
il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma
pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, sclamare:
-- -Perdonate!- -- Uscì frettoloso di quella stanza senza più guardar
dietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente
la lettura della sua Memoria sulla legislazione mineraria, facendo le
viste di approvarla, quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo
minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed
Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire
che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così
dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti,
che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore.
Il fruscìo d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una
vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo
impallidì, ma, quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide
ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era
tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose
di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella
grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito
che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia
matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un
certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.
Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola, e guardando
gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul
tavolino, chiese: -- Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello
questa mattina? --
Egli si girò con mezza la persona, e fissando sua moglie con faccia
sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse: --
Guarda.
-- Oh, Dio buono! -- sclamò Giulietta -- chi vuoi che possa capir nulla in
mezzo a tutti questi sgorbî?
-- E bisogna pur che capiscano, -- rispose Alberto, -- perchè questo
manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.
-- Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.
-- Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho
segretario. --
Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce: -- E se
mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu lodavi
tanto la mia calligrafia. --
Alberto la guardò trasognato. -- È la prima volta che tu mi fai una di
queste offerte.
-- Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.
-- Ma parli proprio sul serio?
-- Serissimamente. --
Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece
dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole
di lei, soggiunse vivamente: -- Sei la più cara e gentile sposina del
mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?
-- Veramente non avevo detto questo, -- osservò ella con grazia; -- ma,
insomma, non voglio dire di no.
-- Ah! mio caro Ugo, -- proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza,
-- quando tu capiti in casa mia, ogni cosa mi va a seconda. --
Ugo scrollò le spalle un po' infastidito di questo complimento, e
la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non
vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed
esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura, con cui
lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo,
si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega.
Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi
con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si
era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per
esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria
coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età le non son già quelle le
vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città
non fanno luminare per ricevere un esercito, il quale si sia ritirato
spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovanotti di venticinque a
ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare
per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma
il mondo è così e non si cambia.
Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e
con un riserbo senza imbarazzo. Aggiunger parole sarebbe stata una
goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione
all'accaduto.
Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi
amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti,
e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza
peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo,
affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè e de' suoi studi e della sua
crescente riputazione, e beato di poter lasciare sdrucciolare fuori
delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini
illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta
invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men
bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto;
forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro.
Si capiva ch'essa non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e
sfumate, ma mirava invece a una mèta, a uno scopo.
Stava assai di rado nel suo antico salottino e invece soleva
trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che oramai aveva bisogno
di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era
più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le
gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sul tavolino come le
rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie
d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo
riparare a questi guai, e rimettere i libri nei loro scaffali, e ridar
pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna
di Alberto, che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito
nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in
quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.
E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque
serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza
pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta: quella
del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo
s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studî;
ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità
d'una volta.
Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la
mano, e gli disse:-Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa
nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.-
Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo tranquillo
e sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, che
-quel cattivo quarto d'ora- non sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità
ne fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di
sì.... Ah! cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?...
Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se
sapeste quante volte l'amico mio si è fatta questa domanda; se sapeste
quante volte egli ha benedetto quel raggio di sole che salvò lui dalla
colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico
suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso! --
La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo,
si scosse, e disse con una certa commozione: -- Ma al vostro amico non
è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere
anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler
ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella
non tradì la sua fede?
-- Cara Anna, -- rispose il signor Maurizio, -- voi avete nella vostra
piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero
in questi ultimi anni. -Monsieur de Camors-. Rileggetevi l'episodio
della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito,
eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la
severità dei principî bastano a salvare la donna, che è tanto meno
preparata alla difesa, quanto più è inconsapevole del male. La donna
sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna
onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste,
nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via, allorchè
stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù
una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una ròcca
inespugnabile.
-- Or via -- disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e
prendendo la mano al suo interlocutore -- or via, gettiamo la maschera.
Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una
storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della
vostra, e vi confesso che molti degl'incidenti da voi narrati, o mi
sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno
la lezione io me l'era meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta, di
cui parlate, può aver avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non
avrà mai difficoltà di confessare i propri errori. La Dio mercè, essi
non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso
mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di
sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo, finchè non
diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri
pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si
nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba
far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano
Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti
gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo....
-- Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a
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