Racconti e bozzetti
Enrico Castelnuovo
ENRICO CASTELNUOVO
RACCONTI E BOZZETTI.
UN SIGNORE POSSIBILE.
ABNEGAZIONE. -- RIMEMBRANZE DEL CADORE.
IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE -- UN RAGGIO DI SOLE.
IL COLPO DI STATO DI CLARINA.
IL COGNATO DELLA COGNATA.
FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.
1872.
Proprietà letteraria.
UNA RIGA DI PREFAZIONE.
Questi racconti, lettori carissimi, non pretendono punto di essere
una novità. Il primo è comparso molti anni addietro in un modesto
-Almanacco-, che, fra alcuni giovani veneziani, stampavamo ai tempi
del dominio austriaco; il penultimo ebbe gli onori dell'-Antologia-;
gli altri tutti videro la luce nella -Strenna Veneziana-, pubblicazione
annua, alla quale prendevano parte anche scrittori di merito, ma che,
come accade di tutte le Strenne, non poteva aspirare ad un'assai
larga diffusione. Si sa che nelle Strenne il contenente uccide il
contenuto, i cartoni soffocano lo stampato. Scendo a tanti particolari
per iscusare questo tentativo di risurrezione. Infatti, una seconda
edizione de' miei lavori non si spiegherebbe se non fosse chiarito che
una prima edizione propriamente detta non vi è mai stata.
Del resto, io non mi dissimulo che queste cosuccie possono aspirare
tutt'al più a esser giudicate mediocri. Ma siffatta considerazione non
mi scoraggia.
Nei primi bollori della giovinezza, quando si spera di arrivare al
sublime, si disdegna superbamente il mediocre, e si ripete quella
sentenza che dev'esser stata proferita a vent'anni: non essere, in
arte, permessa la mediocrità. Ognuno principia la vita con questo
convincimento, ognuno, senza voler confessarlo, ne mitiga la rigidezza
col maturarsi del senno.
A una sentenza assoluta che mi sembra fallace non ne contrapporrò
un'altra assoluta del pari, e non porrò quindi la riabilitazione della
mediocrità nell'arte come una tèsi generale. Credo invece ch'essa possa
valere per buona parte della letteratura e pel romanzo in ispecie;
credo che le opere eccellenti, come sarebbero, per esempio, -I promessi
sposi- e -Davide Copperfield-, non debbano escludere mille altri libri
di gran lunga inferiori, intesi alla pittura del vero, benchè inabili
a riprodurlo con eguale efficacia. Quanto più si sparge l'abitudine
del leggere, tanto più cresce l'opportunità del romanzo, che, per
l'indole sua, è meglio atto a penetrare in tutte le classi sociali.
Ebbene; il romanzo che riesce a provocare un onesto sorriso, a spremer
dal ciglio una lagrima pietosa, a rinvigorire nell'anima un sentimento
gentile, a svegliare nell'uomo accasciato dall'assiduo lavoro le virtù
sopite della fantasia, quando pure non tocchi l'eccellenza dell'arte,
può presentarsi senza baldanza, ma senza rossore, e prendere il suo
posto nella folla delle opere letterarie. È un posto umile; però è un
posto che giova vedere occupato, come piace che nei teatri, oltre alle
poltrone ed ai palchetti, sieno occupate anche l'altre sedie.
Se questo volume adempierà almeno qualcheduna delle condizioni che
ho pocanzi accennate, io non mi gonfierò certo di superbia come il
tacchino che credeva d'esser pavone, ma neppure mi pentirò di averlo
dato alle stampe.
-Venezia, 14 luglio 1872.-
L'AUTORE.
UN SIGNORE POSSIBILE.
I.
Nel paese di *** venne a morire, non ha guari, un possidente
ricchissimo, il quale agli ozî beati dell'opulenza prepose l'attività
della vita campestre e, facendosi ammaestratore ed amico de' suoi
coloni, seppe volgere le dovizie al più nobile degli scopi, a quello
cioè di migliorare le condizioni materiali e morali de' propri simili.
Erede d'un pingue censo, egli stimò acconcio di porre sua stanza in
mezzo alle terre che gli appartenevano, e quantunque le fossero in sito
molto remoto, nè vi si vedesse nemmen da lunge il fumo della capitale,
credette però che l'animo e l'ingegno per esercitarsi pienamente
abbiano d'uopo soprattutto d'operosità e che per coloro, i quali
sanno riempiere la stoffa del tempo, il silenzio d'una villa non valga
meno del trambusto d'una città. Era nobile di -petite noblesse-, come
direbbero i Francesi, perchè suo padre, di famiglia gentilizia, aveva
osato insudiciare il blasone sposando un'onesta borghese: contuttociò
era così invalso l'uso presso i suoi aderenti e presso gli estrani
di chiamarlo il conte Alberto, che noi nel farne la biografia lo
nomineremo così, sebbene egli non celasse punto la sua origine mezzo
popolana.
Fu certo un dì memorando per gli abitanti di *** quello, in cui il
giovane signore prese possesso delle sue terre. I servi gallonati,
accorsi in frotta a rendergli omaggio, videro un uomo sul primo fiore
degli anni, di modi schietti, di vestire semplice, al quale parea
pesassero quelle dimostrazioni d'ossequio, e premesse invece assaissimo
d'investigare le condizioni della tenuta, lo stato e l'educazione dei
villici. Ahimè! le vecchie livree use alla famigliare insolenza d'un
patrizio mezzo rimbambito che non solea dimorar nella villa se non
due mesi di autunno, nè d'altro occupavasi che dei cavalli e dei cani,
mostravano gradire assai poco le sottili ricerche del nuovo padrone e
quel suo fare amichevole sì, ma pur decoroso e tanto diverso dai modi
del conte defunto. V'è alcuni signori che trattano il popolo con quel
tuono carezzevole, con cui si trattano i cagnolini, salvo sempre a
pigliarli a calci quando se ne presenti il destro, ed è pur doloroso
che siffatta costumanza incontri favore presso quelli che dovrebbero
esserne offesi: tanto può la consuetudine dell'obbedienza e della
servilità!
Lo stato della tenuta non porse invero argomento di consolazione
al conte Alberto. Essa era divisa in molti affitti, ma a prezzo sì
tenue che la rendita totale era minore assai di quello che avrebbe
potuto e dovuto essere; e d'altro lato i fittaiuoli, avendo a pagare
pochissimo, non si davano alcun pensiero d'introdurre miglioramenti di
sorta nella cultura. L'ignoranza delle cose agrarie era estrema: non
s'era estirpato nemmeno uno degli errori, dei pregiudizî d'un tempo;
aggiungasi a ciò la mancanza assoluta di capitali, il sistema degli
affitti brevissimi, onde i coltivatori non si affezionavano al suolo,
il difetto d'ingrassi, di strumenti rurali, di tutto. Ne' contadini
miseria somma, superstizioni d'ogni maniera, indolenza confitta
nell'ossa in guisa da doversi quasi adoperar la forza per mandarli al
lavoro. Nessun istinto di previdenza, nessuno spirito di associazione,
nulla, alla lettera.
Novanta su cento, a cui fosse caduta in sorte quella eredità, avrebbero
lasciato le cose nello -statu quo-, contentandosi di riscuotere le
rendite sempre laute abbastanza da consentire una vita opulenta.
Ma il conte Alberto era uomo di tempra diversa. Egli aveva radicato
nell'animo due convinzioni, che hanno il merito d'esser giuste e la
disgrazia d'essere impopolari: l'una che i ricchi non debbano starsi
con le mani alla cintola; l'altra che da una fortuna, per quanto
pingue ella sia, s'abbia a trarre il miglior frutto possibile e che
il beneficio vero e durevole recato alla società non venga già dallo
sperpero, ma bensì dall'acconcio uso delle proprie ricchezze. Invero
non era impresa da pigliarsi a gabbo quella di trovare il bandolo
d'una sì scarmigliata matassa. Il sistema degli affitti può parere ed
essere il migliore, come quello che crea in seno alle vaste proprietà
signorili un'industria decorosa ed indipendente, e spinge gli animi
all'emulazione e all'attività. Ma quando lo spirito d'iniziativa
sia morto del tutto, quando i fittaiuoli non abbiano nè danaro nè
cognizioni, ci par necessario, a rimetter le cose sulla buona via
che un padrone di volontà risoluta e d'ingegno illuminato prenda egli
stesso ad amministrare le cose sue, e con l'autorità di chi va dritto
e sicuro allo scopo, introduca le riforme opportune e susciti le
potenze latenti del suolo e l'energia sopita degli uomini. E appunto a
quest'ardua intrapresa s'accinse il nostro protagonista.
II.
V'è nei favori della rinomanza una solenne ingiustizia che non potrà
torsi giammai, perch'ella deriva dalla natura stessa delle cose. La
fama non guarda alle difficoltà superate, ma agli effetti ottenuti. Uno
scaltro diplomatico, che nato nelle corti s'esercitò di buon'ora alla
flessibilità delle schiene e agli artifizî della parola, corrà senza
dubbio quei lauri, a cui sospirerebbe invano un onesto cittadino sorto
fra mille difficoltà a qualche fortuna coi sudori della fronte e le
forze del fecondo intelletto. È il lamento di Figaro che querelavasi
d'aver dovuto, per vivere, spiegare più ingegno di quanto n'era occorso
per governare la Spagna due secoli; è il lamento di tutti coloro che,
partendo dai gradini più bassi della scala, si vedono precessi da
quelli che pigliarono le mosse dai gradini più alti. Ma l'uomo altero
d'un nobile orgoglio, l'uomo sicuro della propria coscienza dice: --
-Non importa.- -- La gloria non dev'essere lo scopo dell'esistenza,
ma sì fare il bene senza desiderio di guiderdone, senza timore di
avversità.
Noi non affermeremo che il giovane signore siasi tenuto precisamente
questo discorso, il quale potrebbe parere un po' troppo solenne per
la occasione; ma gli è certo ch'egli mettevasi, senza speranza di
celebrità, ad un'opera molto più complicata di tante altre che fruttano
plausi ed allori.
Non gli fu difficile sciogliere verso un tenue compenso gli affitti
tuttora in corso, e aumentando i salari de' contadini rialzarne
lo spirito abbattuto e accenderli di nuova lena. Ma nel mentre
questo primo rimescolarsi destava la curiosità del paese e ognuno
pronosticava a suo talento sul nuovo venuto, alcuni atti del conte
Alberto suscitarono un clamore siffatto che ogni uomo meno intrepido
se ne sarebbe impaurito. Prima di tutto, conscio che l'abbondanza del
capitale è condizione -sine qua non- d'una buona cultura, e che perciò
conviene proporzionare la vastità delle terre al danaro, di cui si può
disporre, egli vendette un buon terzo della sua tenuta, nè gli oracoli
del villaggio sapevano capirne il perchè. Come, apponevasi, egli vuol
restarsi fra noi, vuol fare l'agricoltore e comincia collo spacciare i
suoi fondi? Che logica è questa? Poi commise l'eresia di non permettere
che, secondo il vecchio costume, alcuni animali malati si recassero
alla porta della chiesa per ottenervi miracolosamente la guarigione:
oltraggio manifesto alla libertà di coscienza. Infine osò abolir le
livree e ristringere grandemente il numero dei corsieri di lusso,
mutandone una diecina con umili cavalli da lavoro. Il profeta Geremia
non si dolse con più patetiche note sulla caduta Sionne di quello
che si rammaricasse il sacrestano del villaggio sullo spento decoro
della tenuta di ***. Le generazioni si erano succedute nell'antica
possessione; ma nessuno aveva osato alienare una parte dell'avito
retaggio, nessuno per gretta spilorceria aveva spogliato i servi de'
loro abiti a galloni, nessuno aveva venduto i cavalli ed i cocchi.
Sparpagliate per le circostanti colline erano altre cinque o sei ville.
Appartenevano tutte a famiglie nobili, gonfie dei loro titoli e dei
pregiudizî di casta, le quali, vivente il conte Bernardo predecessore
d'Alberto, convenivano nel castello qualche sera d'autunno a giocarvi
il -tre sette- o a discutere gravemente sul loro albero genealogico.
La dubbia nobiltà del padrone odierno, le audaci dottrine ch'ei non
peritavasi di sfoggiare, non consentivano certo a quegli aristocratici
puro sangue di varcarne le soglie. Uno soltanto, un vecchio marchese,
vi venne spinto dalla curiosità e fu accollo con gentilezza veramente
squisita; ma nell'uscire, accompagnato da uno degli antichi domestici
che più non aveva l'abito turchino coi bottoni d'oro, non potè
astenersi dal susurrare: -- Dov'è il decoro, dov'è la dignità, quando i
servi si lasciano andar vestiti come tutti gli altri? -- Ma! -- sospirò
il servo quasi commiserandosi; chè pur troppo gli uomini s'attaccano
alla livrea. -- E il padrone è molto spilorcio? -- proseguì inanimito il
marchese. -- Eh! lo dicono, -- rispose l'altro; -- ma a me in coscienza
non pare; pel salario, pel vivere si sta meglio di prima. -- Diavolo! --
soggiunse il marchese stupito, e uscì borbottando.
L'arciprete del luogo era nato per non aver alcuna opinione.
Originario di quei dintorni e assunto da quindici anni alla suprema
dignità ecclesiastica del paese, egli era giunto alla cinquantina non
occupandosi d'altro che delle funzioni obbligatorie della chiesa,
e dell'allevamento d'una schiera numerosissima di polli, i quali
erravano in piena libertà pel verziere e lungo il vestibolo della
casa parrocchiale, senza però che il loro aspetto innocente potesse
temperare la dura condanna a cui erano sortiti. Aveva poco amore
alle prediche e, ci dispiace dirlo, poca eloquenza, nè sappiamo
quanta efficacia avessero i suoi sermoni sui devoti abitanti di
***. All'arrivo del conte Alberto nella villa, egli si recò a fargli
omaggio, e sentendo che il nuovo signore proponevasi di soggiornare
stabilmente colà, gli arrise la speranza di qualche lauto banchetto,
a cui verrebbe senza dubbio invitato. I primi provvedimenti del conte
che parvero sovversivi agli altri, a lui non fecero nè caldo nè freddo,
e con la massima maraviglia udì affermarsi da uno dei signorotti più
autorevoli del paese che il conte era un eresiarca, un emissario di
Satana, e che bisognava osteggiarlo in tutte le guise. -- E ciò tocca
soprattutto a lei, -- soggiunse il furibondo interlocutore: -- a lei che
non deve lasciar che le male piante prendan radice, a lei ch'è preposto
alla cura dell'anime.... -- Ma veramente Vossignoria forse esagera....
-- Come, vuol insegnare a me, vuol dirmi ch'io non conosco gli uomini?
Glielo ripeto.... un Arnaldo da Brescia, un Lutero.... -- Ah! in questo
caso poi, -- disse Don Gaudenzio con un certo piglio che voleva essere
risoluto; -- in questo caso poi.... -- Guerra l'ha da essere. -- Ma senza
dubbio, -- rispose languidamente il prete, disegnando con la punta
dell'ombrello un circolo sulla sabbia.... -- E intanto ella non deve
andare più in quella casa.... -- Ma, capisce,... le convenienze.... -- La
non ci deve andare, ce ne va del decoro.... -- Sì, sì, ha ragione....
intendo, -- e il nuovo Don Abbondio si sbarazzò più che in fretta del
fanatico personaggio tentennando il capo dolorosamente.
Le altre -notabilità- del villaggio erano il farmacista, fine
diplomatico; il maestro di scuola, individuo a cui la fame aveva tolto
quasi il senso comune; il medico, uomo illuminato e in ottime relazioni
col conte Alberto; il sacrestano, pieno d'idee retrive e di virulenza
da energumeno; un certo signor Placido, organista di merito, ma
paurosissimo; un cotale Melchiorre, larva di deputato comunale. Come si
vede da questa rassegna, le massime liberali del conte potevano trovare
ben pochi fautori.
III.
Se fossimo agronomi, potremmo empire molte pagine a descrivere
gl'infiniti miglioramenti introdotti dal conte Alberto nella tenuta.
Ci basti dire che a poco a poco tutto il vecchio sistema di cultura
venne invertito. Non piccola parte dei campi fu ridotta a pascolo,
temperando con acconci lavori d'irrigazione i difetti naturali
del suolo; e ne avvenne che per la scarsezza di praterie in que'
dintorni parecchi possidenti si adattarono a pagare un compenso per
far pascolare colà il loro bestiame, dimodochè, oltre alla rendita,
le terre se ne avvantaggiavano per l'abbondanza degl'ingrassi. Si
accrebbe la piantagione dei gelsi, s'iniziò la coltivazione del lino
e della canape. Essendosi di gran lunga aumentata la quantità degli
animali, la cascina prese un insolito incremento, e le donne sottratte
al faticoso lavoro dei campi trovavano in quelle nuove occupazioni una
fonte d'attività e di guadagno. E molte altre idee balenavano spesso
alla mente del conte, ma se gli chiedevano quando volesse effettuarle,
egli rispondeva: -- Una cosa per volta. -- Quantunque avesse un fattore
ed abile e fidato assai, pure egli vigilava su tutto, provvedeva
a tutto. Soleva alzarsi per tempissimo, e a cavallo o talora anche
a piedi recavasi ne' punti principali della tenuta ad esaminarvi i
lavori fatti il dì prima, o ad impartirvi gli ordini per la giornata.
E durante quelle sue gite soffermavasi nelle abitazioni de' contadini,
e attendeva pazientemente ai discorsi della villana che filava sulla
soglia del casolare, e alla spensierata allegria dei bambini dispersi
nell'orto, e ne faceva argomento di considerazioni e di studio. --
Quanta serenità d'animo in quelle povere genti, ma pur anche quanta
imprevidenza e che larga dose di pregiudizî! A chi spetta l'incarico
d'illuminarle? Allo Stato, dicono molti. Ma lo Stato è poi sempre
illuminato abbastanza da poterglisi conferire l'ufficio che illumini
gli altri? E se pur è, ha egli tutti i mezzi per compiere efficacemente
un'opera di tanto peso? Che potrà far lo Stato? Aprir delle scuole o
per dir meglio perfezionare quelle che ci sono, esiger tutt'al più che
i contadini vi mandino i loro figliuoli, ma poi? Poi basta. Lo Stato ha
troppe faccende pel capo, e non può aver tutte quelle sollecitudini,
tutte quelle accortezze, tutta quell'annegazione necessaria a chi
voglia innalzare un edifizio su basi sicure. Quest'ufficio non potrà
adempiersi in ogni sua parte che da chi, oltre ad intenderne l'utilità,
vi abbia un interesse diretto: senza il pungolo dell'interesse vi
saranno tentativi parziali, non s'inizierà mai un'opera di generale
efficacia. Ora la educazione de' contadini a chi gioverebbe meglio
che ai possidenti? Sono essi quindi che dovrebbero mettersi a capo
d'un'impresa sì generosa, essi che guardando più in là del domani
dovrebbero comprendere che intima attenenza vi sia tra la condizione
dei coloni e il progresso dell'agricoltura. -- Siffatte considerazioni
raffermavano sempre più il conte Alberto ne' suoi nobili proponimenti:
non lo arrestava la tema di essere frainteso, non la certezza dei
molti ostacoli onde gli si sarebbe intralciato il cammino, non quella
peritanza ch'è propria degli spiriti poco ambiziosi e gl'impaurisce
coll'idea degli errori che potranno commettere. Certo tutto quello che
farò, egli diceva in cuor suo, non sarà ottimamente fatto; ma che il
bene abbia a superare il male, oh! di questo me ne assicura la mia fede
nelle nuove idee, nella verità, nel progresso.
IV.
La scuola del villaggio era posta in mezzo ai campi fuori assolutamente
dell'abitato, e per giungervi c'era da fiaccarsi il collo tre o quattro
volte lungo i sentieri sassosi, o su ponticelli formati d'un tronco
d'albero spartito in due che traversavano i ruscelli ed i fossi.
Un casolare tenuto in piedi come Dio vuole, costituiva ad un tempo
l'edifizio destinato all'-istruzione pubblica- e la dimora del maestro
e della sua numerosa famiglia. La stanza ove si raccoglievano i bimbi
era a pian terreno, e qualche maiale osava talvolta aprire col muso
la porta forse per approfittare della lezione. Ma i fanciulli non
la intendevano così, e traevano partito dal comparire della sconcia
bestia per alzare il vessillo della rivolta: chi si fingeva atterrito,
chi montava sulla panca come se arringasse le moltitudini, chi
raggomitolandosi nel miglior modo possibile spingeva l'audacia fino a
gettar qualche nocciolo di pesca sulla cattedra del -professore-. Era
come un guanto di sfida che il maestro raccoglieva coraggiosamente.
Egli ponevasi in tasca con aria di mistero quello strumento d'infamia
e brandendo uno scudiscio, che solea tenersi vicino, scendeva dal
suo posto a passo di carica e menava colpi a dritto e a rovescio.
Un osservatore giudizioso, vedendo quello spettacolo, si sarebbe
convinto sempre più della superiorità degli eserciti disciplinati
sulle moltitudini, abbenchè numerose ed ardite. Il maestro di scuola,
solo contro una cinquantina di ragazzi, sapeva ottener la vittoria per
la celerità dei movimenti, per la sicurezza degli scopi, per l'unità
del comando. I fanciulli debellati uscivano precipitosi della stanza
traendo urla da ossessi, il porco manifestava la sua disapprovazione
con ispaventevoli grugniti, e il vincitore non riposava sugli allori,
finchè non gli fosse svelato il furfante che osava lanciare un nocciolo
di pesca sulla sua cattedra. La sconfitta mette a galla i vizî degli
uomini e i delatori non mancavano mai. Severe punizioni erano inflitte
al colpevole, che per ultimo doveva chieder perdono a mani giunte e
protestare in nome di tutti i santi che -non l'avrebbe fatto più-.
Nondimeno simili scene ripetevansi quasi ogni giorno e sottraevano allo
-studio- due lunghe ore. Molte famiglie ne pigliavano pretesto per non
mandare i loro bimbi alla scuola: poi c'erano i freddi dell'inverno,
poi gli ardenti calori della state, e così di seguito. Insomma, nel
paese il saper leggere era poco men che un miracolo; s'immagini quindi
lo scrivere. I numeri si conoscevano fino al 90 per merito del lotto,
giuoco grandemente morale ed educativo. Non che siffatta benedizione
vi fosse precisamente nel villaggio, ma i gonzi incaricavano il
portalettere di giocare per loro conto nella città, e il libro dei
sogni era gravemente discusso nella domenica e negli altri giorni
festivi.
A malgrado d'una condizione di cose sì miserevole, quando il conte
Alberto insistette presso alcuno degli -ottimati- sulla necessità di
qualche provvedimento, le sue proposte furono malissimo accolte. Si
levò anzi un grido d'inquietudine, e per poco non si credette vederci
l'intervento di Satana. Alberto non si smarrì dell'animo, e poichè
il paese respingeva così sdegnosamente il suo consiglio, deliberò
d'occuparsi soltanto de' suoi coloni. Era nel centro della tenuta una
fattoria bella e spaziosa, ma costruita in guisa da riuscir piuttosto
un edifizio di lusso che non un locale acconcio al suo ufficio. Il
conte dispose due vaste sale all'uso di scuola, destinando l'una
all'insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto, e
serbando l'altra per qualche lezione da darsi agli adulti su cose
elementari attinenti all'agricoltura. Per istruire i bimbi ottenne,
non senza difficoltà, l'aiuto del suo fattore, al quale sapeva male
di diventar maestro di scuola: il resto dell'insegnamento pesava per
intero sulle sue spalle, e non era peso sì lieve; altro è sapere, altro
spiegar popolarmente ciò che si sa. Nondimeno, triste e singolare a
dirsi, la parte più ardua dell'impresa era quella di trovar discepoli.
Nulla al mondo uguaglia l'albagia dell'ignoranza. La fondazione di
questa scuola fu accolla assai freddamente, e qualcuno se ne dolse
come d'una offesa recata al decoro dei contadini. -- Questi signori, si
mormorava, vogliono farci sentire a ogni momento la loro superiorità.
Per che motivo il conte apre una scuola? Per dirci a un dipresso:
queste cose che voi ignorate, io le so, io sono un brav'uomo e voi
siete somari. Io vi farò toccar con mano la vostra nullità al mio
cospetto, e voi me ne ringrazierete per soprammercato.... -- A malgrado
di queste insinuazioni maligne, la costanza e l'energia del conte
Alberto vinsero il punto. Tanto fece e disse per suscitar l'amor
proprio de' suoi coloni; tanto si adoperò perfino presso le madri
e i bimbi medesimi, che a lungo andare le lezioni sì nell'una come
nell'altra scuola poterono rallegrarsi di un uditorio sufficientemente
fiorito.
Un giorno che il concorso era più numeroso del solito, Alberto,
radunati insieme gli adulti e preso un tuono confidenziale, tenne ad
essi all'incirca questo discorso:
-- Tra l'altre ragioni, per le quali io ho insistito che interveniate a
questa scuola, ve n'è una che non vi dissi finora e che pure, secondo
il mio modo di vedere, non è la meno importante. Io desidero che noi
altri ci comprendiamo a vicenda; siamo pur destinati a vivere insieme.
Ora m'è noto che parecchî de' miei atti incontrarono presso di voi una
severa censura. Io credo che abbiate torto, ma appunto perciò mi sta
a cuore di dimostrarvelo. E a tale scopo mi sono proposto di pigliare
una via lunga sì, ma infallibile, e invece di spiegarvi a dirittura il
perchè di questo e di quello, determinai di cominciare coll'insegnarvi
a leggere. La mia idea vi fa ridere? Eppure, vedete, la non è tanto
strana come par sulle prime. Ve lo proverò con un esempio. Quando
volete salire al secondo o al terzo piano d'una casa senza paura di
rompervi il collo, che cosa fate? Spiccate forse un salto? No, davvero;
vi contentate di salir la scala. Ebbene; anche nell'istruzione bisogna
andar su scalino per scalino, e tante cose non si capiscono o almeno
non si ritengono se non si hanno certe cognizioni elementari. Partendo
dal basso faremo meno strada, lo ammetto, ma avremo anche meno paura di
sdrucciolar per indietro. E di mano in mano che ascenderemo, vi darò
ragione dei fatti miei, e credo che in fin dei conti vi persuaderete
che il nuovo padrone tanto flagellato non operava così fuor di
proposito, come vi si vorrebbe far credere. Per me vi assicuro che
il giorno in cui ne sarete convinti, sarà uno dei più belli della mia
vita. --
V.
Cadeva un giorno d'estate quando il signor Placido, l'organista del
villaggio, tenendo in una mano un popone involto in un fazzoletto
turchino e nell'altra un rotolo di carte di musica, si avviava a casa
con passo affrettato. Giunto dinanzi al cancello della villa del conte,
egli, obbedendo all'indole rispettosa sortita da madre natura, si toccò
il berretto col dito; cerimonia che egli faceva costantemente senza
guardare nemmeno se alcuno potesse scorgerlo, giacchè, diceva egli, a
fare un atto di ossequio non ci si perde nulla. Quale fu il suo stupore
quando intese chiamarsi ripetutamente a nome, e alzando gli occhi tutto
scompigliato si trovò al cospetto del conte Alberto in persona, che gli
si rivolse con piglio cortese:
-- Aspettava proprio lei, e s'ella mi favorisce, avrò a dirle una
parola. --
Il signor Placido era combattuto fra la riverenza e lo sbigottimento.
Da un lato il sentirsi parlare in tuono tanto benevolo da
un personaggio di sì alto affare solleticava l'amor proprio
dell'organista; ma dall'altro che si direbbe delle sue relazioni con un
uomo d'idee bislacche, sovversive, rivoluzionarie? Il signor Placido,
ci è d'uopo riconoscerlo, era grande partigiano dell'ordine; però la
riverenza prevalse. Ma il povero diavolo con le mani impacciate tra
il popone e la musica ebbe a durar molta fatica a levarsi il berretto
di capo e a prendere quell'atteggiamento rispettoso che si addicesse
all'occasione.
-- Eccellenza, -- ei borbottò alfine, alternando le parole e gl'inchini,
-- io non era avvisato; ella vede in quale stato io mi trovi....
-- Bando ai complimenti, signor Placido; io non son uomo che badi
al vestito. Entri, entri, chè già ci spicciamo presto. -- E fattogli
amichevole violenza, lo costrinse ad entrar nel giardino e a sederglisi
accanto sopra una panchina di marmo posta al limitare del viale. Il
signor Placido cercò di farsi un po' disinvolto, depose a' suoi piedi
il popone e la musica, ma il cuore gli batteva per lo meno cento
battute al secondo.
-- Ho un'idea che mi preme comunicarle, -- riprese Alberto, -- e conto sul
suo appoggio....
-- Lei mi canzona, Eccellenza.... Come mai?...
-- Oh! è cosa semplicissima.... Prima d'essere organista, ella, signor
Placido, non era forse istruttore d'una banda militare?
-- Sì, Eccellenza, tal fui, ma sono passati tanti anni....
-- Non importa, la non vorrà dirmi che la si è scordata la musica. Alle
corte, la mia idea è questa. Vorrei fondare una banda nella villa e
affidarne a lei l'istruzione. Acconsente? -- Conforme al suo nome, il
signor Placido non era l'uomo dalle rapide determinazioni. A malgrado
di ott'anni vissuti nel servizio militare, un nonnulla bastava a fargli
perder la bussola: immaginisi quindi s'egli poteva risponder così su
due piedi alla proposizione di Alberto.
-- Ma, Eccellenza, ecco.... direi.... l'idea è buona... anzi ottima....
nulla meglio della musica;... ma, vede.... sono occupatissimo.... sa...
certi riguardi....
-- Bene, signor Placido, le lascio tempo a pensarvi; è giusto ch'ella
non voglia rispondermi così su due piedi.... ne riparleremo. Anzi la
impegno a venir domani a far colazione da me.... Qui poi non ammetto
obiezioni, la ci verrà senza dubbio.... Badi che se la mi manca, vo
sulle furie.... Intanto scusi se l'ho disturbata....
-- Oh.... come? anzi un onore.... -- rispondeva l'organista tutto confuso
e rosso come un gambero, e, riprendendo il suo popone e l'involto di
musica, usciva dal cancello voltandosi ad ogni momento per fare un
nuovo inchino.
-- Che imbroglio!... che roba!... -- andava borbottando fra sè e già
stava per prendere una scorciatoia fra' campi che lo conducesse diritto
a casa, quando per compiere i contrattempi della giornata il sacrestano
che passava appunto di lì e l'aveva visto uscir dalla villa, si mise a
gridare:
-- Bravo, signor Placido, anche voi siete una bella banderuola! Che cosa
ci siete andato a far dal conte? --
L'organista covava da lungo tempo, non sappiam per quali cagioni,
una profonda stizza contro il sacrestano. Onde, a malgrado della sua
naturale timidezza, la costui impertinenza gli fece montare il caldo
alla testa, e rispose con piglio reciso e con volto arcigno:
-- Non rendo conto a nessuno de' fatti miei, e meno a voi che agli
altri. -- E prima che l'offeso si risentisse, egli studiando il passo
s'era già messo innanzi pei campi.
La sera il signor Placido si recò difilato dal parroco per chiedergli
consiglio. Ma questi se ne indispettì.
-- O che bisogno c'era di venire a seccar me? Certo che se dovessi
darvi un consiglio, vi direi di non accettare;... ma no, anzi, il conte
potrebbe prendersela meco.... infin dei conti è meglio accettare. Se
ci fossero qui il marchese Taddeo e la baronessa Marina, essi direbbero
certamente di no... eh! senza dubbio, si lagneranno meco perchè non mi
sono opposto, ma non so che dire.... essi si levano dagl'imbarazzi e
stanno in città nove mesi dell'anno: -costui- invece, cioè il signor
conte, sta qui e non posso disgustarmi seco, non posso. Insomma, --
concluse irritandosi visibilmente contro il signor Placido, -- non
capisco per qual ragione siate venuto da me: che amore del prossimo,
quando siam negl'impicci, di volerci cacciar dentro anche gli altri!
-- Ma, Reverendo, io volevo anch'esser sicuro del mio posto d'organista.
-- O chi volete che ci metta al vostro posto? la gatta?... --
La discussione iniziata con tanto buon successo a casa del parroco si
continuò con maggiore vivacità in bottega del farmacista.
Il medico, già informato dei disegni del conte, gli appoggiò con
molto calore e insistette presso il signor Placido affinchè accettasse
l'incarico, dolendosi assai dei pregiudizi del paese che costringevano
il giovane signore a circoscrivere l'opera sua nella villa. Quanto
al signor Melchiorre, deputato comunale, parevagli che si sarebbe
dovuto ricorrere al suo consiglio, e che del resto siffatte cose non
producessero altro frutto che quello di crescere i bisogni della gente
e di aumentare quindi il numero degl'infelici. -- Non negherò -- egli
concluse in tuono d'importanza -- d'aver letto che in qualche villaggio
d'Inghilterra esiste questa istituzione della banda; ma è un bene o un
male? Ecco la questione.... -- E ripeteva con palese compiacenza: -- Ecco
la questione.
-- E qual è il vostro parere? -- chiese il signor Placido al farmacista,
che stava pesando un'oncia di cassia ad una contadina.
-- Oh! caro mio, i farmacisti sono neutri. Quando tutto il giorno si
devono preparare armi contro la morte, siam bene al disopra di queste
bagattelle.... Credetemi pure, sono piccolezze.... l'essenziale è qui.
-- E proferendo queste parole guardava con nobile orgoglio alle scansìe
del suo negozio, tutte piene di vasi di medicinali schierati in ordine
di battaglia.
Stanco delle inutili ciarle, il signor Placido tornò a casa a
consultarsi seriamente con la moglie. Dopo un gran discorrere, dopo
aver pesato da una parte i rischi e dall'altra il guadagno: -- Accetta,
-- gli disse la fortissima, ma non formosissima donna. E il signor
Placido accettò. Da quel giorno il partito conservatore lo riguardò
come un apostata.
VI.
Trombe, tromboni, flauti, clarini, fagotti e tamburi giunsero in bel
numero nella villa con singolare commozione di tutto il paese, il quale
salutò i nuovi arrivati con molto schiamazzo.
Sul principio erano stuonature orribili, e noi non pretendiamo che chi
passava per la possessione avesse ad andare in visibilio sentendo i
mirabili accordi che uscivano dalle varie casupole de' contadini. Ma i
progressi vennero col tempo, e non andarono molti mesi che si riuscì a
provare qualche suonata intera.
Alberto diceva, e noi gli diamo piena ragione, che ogni modo onesto
di associare gli uomini è un modo di farli progredire; che la musica
gli associa e ingentilisce; che quelle nature rozze, alle quali non
si poteva pretendere di far gustare e la poesia e la pittura, erano
in grado di sentire la musica e di sollevarsi per essa a quel mondo
ideale, ch'è forse la vera patria dell'anima. Nè il conte volle
lasciar senza risposta le obiezioni che gli si facevano, e un giorno
alla scuola parlò a un dipresso così: -- Mi si accusa di rendervi più
infelici suscitandovi nuove idee, ma io voglio farvi un'interrogazione.
Se voi, a cui natura diede il sacro lume degli occhi, foste stati
allevati in una stanza chiusa a ogni raggio di sole, è certo che non
avreste concetto della luce nè dolore d'esserne privi, come pure è
certo che vistala una volta non potreste farne a meno senza grave
danno; orbene, chi di voi rinunzierebbe allo spettacolo sublime dei
campi e del cielo, pur di non farsi un bisogno, al quale convien
dare perenne alimento? Così è delle facoltà dell'intelligenza. Dio
le ha poste in voi, Dio vi ha dotati della potenza d'intendere mille
nobilissime cose; ma senza l'educazione queste virtù giacevano inerti:
o vi par egli una sventura l'averle messe in movimento? Sicuro; vi
siete fatti nuovi bisogni, ma non vi sembra nello stesso tempo di aver
nuove forze? Non vi sentite più gagliardi di prima? Ma, Dio buono!
non v'è nulla al mondo che non tenda a compiersi: la rosa apre ad
uno ad uno tutti i suoi petali, l'albero mette tutte le fronde: che
più? il germe nascosto sotto la terra ha orrore delle tenebre, e si
trasforma, ed esce anelante agli aperti sereni; e l'uomo soltanto
dovrebbe ribellarsi a questa legge universale, egli solo dovrebbe
dire: -- Signore, tenetevi tutti i vostri doni; so che avete riposto dei
tesori nell'anima mia, ma io non voglio affaticarmi a cercarli, voglio
morire zotico ed ignorante come son nato? -- Però badate bene: oltre ad
essere una protesta sciocca ed irriverente, sarebbe anche una pessima
speculazione. Se voi poltriste nel sonno quando il sole è levato,
altri verrebbero sui vostri campi e mieterebbero le vostre spighe.
Il progresso è come il sole. Egli sorge e s'avanza senz'abbadare ai
dormienti, e chi non si scuote a' suoi raggi, tanto peggio per lui;
egli sarà calpestato da quelli che si muovono e si sveglierà troppo
tardi. Ma vi son molti che, anche ammettendo l'utilità della lettura,
mormorano contro la musica e soggiungono che l'è una cosa di lusso,
una raffinatezza da gran signori, e che i campi non si coltivano a
suon di chitarra. Questo lo sapevo benissimo, eppure credetemi che
non v'è alcuno esercizio più della musica accessibile a tutti. E
vi par poco d'esservi assicurati una ricreazione per l'ore d'ozio?
Il tempo bisogna occuparlo, e il difficile sta nell'occuparlo bene.
Ora, se invece di passare il dopo pranzo alla bettola vi radunerete
a studiare insieme un pezzo di musica, non ci avrete forse guadagnato
qualcosa? Ma, continuano i nostri dottori, che roba è quella -chimica
agraria-, quella -economia- che si pretende insegnare? Amici miei, non
facciamoci mai paura dei nomi. -Chimica, economia-, possono parere,
a prima vista, parolone che non fanno per voi altri; ma ormai che
sapete di che si tratti, vi sembra che sia fuor di proposito l'averne
qualche nozione? È un levarvi dalla vostra sfera il dirvi di che
parti si componga il suolo che coltivate, e quali sostanze valgano a
renderlo più produttivo, e come l'aria e l'acqua e la luce influiscano
sulla fioritura delle mèssi? O se non le sapete voi queste cose, chi
deve saperle? È un levarvi dalla vostra sfera l'insegnarvi la virtù
che c'è nel risparmio e il vantaggio che ne deriva a tutti voi, se
nessuno v'impedisce di comperare le merci ove costano meno, senza
badare se siano del paese o non siano? Son pure atti della vostra vita
d'ogni giorno questi che la scienza prende a disamina, e non vi dorrà
d'andarvene col lume della ragione ove andavate finora a casaccio.
Insomma, amici miei, lasciamo che i maligni gracchino a loro posta, e
tiriamo innanzi. Sin che non ci faranno altre accuse che questo, non
c'è invero argomento da mortificarsene. --
VII.
Non andò molto che un grande avvenimento mise in subbuglio la villa.
Dopo qualche mese d'assenza il conte Alberto annunziò il suo ritorno,
avvisando però ch'ei non sarebbe solo, ma con -un'altra-. Il conte
s'era ammogliato, e si può immaginar quanti commenti si facessero
di questo suo matrimonio, e quante congetture per l'avvenire. Chi
diceva che una giovane, avvezza alla vita romorosa della capitale e
alle conversazioni ed ai teatri, non potrebbe trovarsi a suo agio in
un paesuccio così povero d'ogni consorzio, e turberebbe la pace del
marito co' suoi capricci; chi invece ne traeva lietissimo augurio, e
sperava che la presenza d'una gentile signora infonderebbe nuovo brio
nella villa. Il partito codino cercava, dal canto suo, di gettare
il discredito sulla futura contessa, e non v'è malanno che non le
cacciassero addosso. Nei villaggi la malignità abbonda e poco si bada
alla qualità dell'armi brandite, pur di ferire.
La giovane sposa, descritta in mille guise diverse secondo il
ghiribizzo di chi non l'aveva mai vista, comparve alfine a portare
la discussione sul -terreno dei fatti-. Non beltà sfolgorante, ma
leggiadria di volto e di forme; era tutta grazia nelle movenze, tutta
dolcezza nello sguardo e nei modi. Vi sono creature privilegiate, alle
quali natura diede di poter fare ogni cosa con garbo, e di mostrare
negli atti della vita più semplici l'eletto animo e l'armonia delle
facoltà. La Matilde, che così avea nome, era tra queste. Non umiliava
i suoi dipendenti nè con riserbo sdegnoso, nè con dimestichezza
affettata: chi crede tutti gli uomini uguali, può talvolta parer meno
affabile di chi, sentendo altamente del censo e del nome, cerca pure
di appianare le differenze con la famigliarità delle forme; ma per gli
spiriti ben fatti la fratellanza vale ancor meglio della pietà.
Quantunque nata e cresciuta in una capitale, Matilde amava la vita
campestre. E il conte Alberto comprese ottimamente che per non
fargliela venire a noia bisognava ch'ella non ne fosse semplice
spettatrice, ma si addimesticasse con quelle abitudini e con quegli
interessi. Le donne ricche, a' nostri tempi soprattutto in cui, la
Dio mercè, l'esigenze della vanità si son fatte men formidabili,
nè il -cavalier servente- e lo specchio si dividono con tirannica
monotonia il pensiero femminile, son minacciate da due grandi malanni,
l'ozio e la noia. Le costumanze sociali hanno precluso alla nostra
compagna tante sorgenti d'attività, l'educazione ch'ella riceve suol
esser sì frivola, che quando non la soverchino le cure di numerosa
famiglia, il suo tempo è piuttosto consumato che adoperato. La è cosa
doppiamente funesta, e perchè mille germi fecondi inaridiscono nella
donna senza metter fiore, e perchè l'uomo viene a perdere un'alleata
operosa, la quale ha gl'istinti del bello e del vero, e se difetta
della pertinacia necessaria a condurre a termine le grandi imprese,
abbonda dell'entusiasmo necessario ad iniziarle. Abbandonata a
pernicioso influenze, per la mobilità della sua tempra inchinevole alla
superstizione ed al misticismo, ella riesce sovente un ostacolo, mentre
dovrebbe riuscire un aiuto, e quante volte alle dolcezze ineffabili
della carezza materna, alla soavità dei consigli d'amore si mescono
ammaestramenti, contro i quali protesterà più tardi l'animo nostro. Ma
la colpa è di chi sdegna seminare in quel suolo ferace, e per tema di
perdere uno scettro illusorio, non aiuta la debole creatura ad uscir di
pupillo.
Fortunatamente la vita campestre offre alla donna più modi assai del
vivere cittadino per adoprare utilmente le proprie forze. Nè Alberto
poteva consentire che sua moglie fosse una signora feudale alla foggia
antica, una di quelle dame che col falcone sull'omero si recavano alle
splendide caccie, beatificando di languidi sguardi i paggi svenevoli:
non in quell'atmosfera cortigianesca lo spirito si ritempra alle forti
virtù, non tra quelle molli consuetudini può esercitarsi l'ufficio vero
della donna.
La contessa Matilde aveva due campi d'attività innanzi a sè. Da un
lato ella poteva attendere alle bisogne della villa, e vigilare quella
parte di lavori campestri più particolarmente affidati alle donne,
quali sarebbero la coltivazione dei bachi, la filanda, la cascina,
ec.; dall'altro sarebbe stato ufficio non meno utile, non meno
lusinghiero pel suo amor proprio, il prendersi cura di quelle povere
contadine, e dirozzare alcun poco quelle bimbe lasciate crescere come
le male erbe. La giovane signora non esitò un istante ad assumersi
ambedue quest'incarichi: come padrona della tenuta, ella diceva suo
dovere di promuoverne gl'interessi; come donna, come patrocinatrice
delle sue dipendenti, pareale altrettanto necessario di accingersi
coraggiosamente a quell'ufficio educativo, checchè potessero dirne
e pensarne i fannulloni e i malevoli. Nè le chiacchiere mancarono.
Una brutta e scipita vecchia, che aveva fino allora congiunto i due
ufficî di levatrice e di maestra, venne a querelarsi personalmente
con la contessa, assicurandola di aver sempre tenute le bambine
legate alla sedia nel massimo ordine e meravigliandosi altamente
che si potesse fare qualche cosa di più. Il maestro di scuola
che pel numero scemato degli alunni soleva occuparsi con maggior
sollecitudine dell'agricoltura, stanco di quella parte da Cincinnato
tornò a rimescolarsi pe' suoi lesi diritti, e i due rappresentanti
dell'-istruzione pubblica- strinsero alleanza offensiva e difensiva per
abbattere gl'inaspettati rivali. Che se l'opera loro riuscì inutile,
non tacque però la maldicenza paesana e nessuno poteva capacitarsi che
la villa dei conti *** fosse ridotta una scuola. Ma se ne capacitavano
a poco a poco i coloni, e quell'istruzione data alla buona, e più in
guisa di consiglio fraterno che d'insegnamento burbanzoso, sortiva già
ottimo effetto.
VIII.
Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando,
coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il
conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della
sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini
le sue ricchezze, e le spighe inchinandosi verso terra pel soverchio
del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del
tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli
alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia
ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino.
Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di
danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche
pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le
mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta.
Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia
argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in
cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli,
immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo
dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara
le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e la
-dahlia- nascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico
vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso
verso le fattorie. -- -Harvest home-, cioè la raccolta a casa, --
gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; -- -harvest home-,
-- e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del
colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo
che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa
mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici
solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in
comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però,
che siamo gente -chique-, guardiamo con un sorriso di compassione que'
convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente
per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri
sulla -gentuccia- v'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore.
Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto
affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua
del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non
hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh!
senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le
feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente
dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e
svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.
Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale
sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un
lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella
solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una
assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde
si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio
di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che
avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino
dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo loro
-baracche- nella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi
alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano
per lo più in balocchi, in spilli, in ombrelloni rossi di lana e in
ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono
il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito,
con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale
la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta
levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza,
e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose
salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere
lassù. Questa gara della -cuccagna-, i suoni, il banchetto, le danze
che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola,
ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini,
donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore
la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai
signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici
accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era
sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le
famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai,
nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante
tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le
vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse
rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle
giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo un
-fisciù-; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia,
assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più
l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del
buon tempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a
sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti
al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla
moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.
La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e
le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da
banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria.
Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle
delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la
presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava una
-polka-, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: --
-Matilde.- -- Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine
interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli
striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti.
In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non
avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle
trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine,
chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata
o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era
singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che
avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza
degli altri il buon esito della suonata.
Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a
sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza
dell'ingegno e la bontà del costume, e regalò ciascheduno d'un libretto
della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno
non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono
nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe
tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa
servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero
assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era
volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli
di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernali -filò-.[1]
Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi
la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo.
Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla
salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio
le danze, alle quali assistettero molte fra le -notabilità- del
villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse al -dessert-:
così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi
un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti
estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano,
rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo
piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese
per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco
diceva: -- Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi
pregio d'esser moderato. -- E questa soddisfazione di sè ei la condiva
abbondantemente col vino della cantina del conte. Quanto al vecchio
marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che
s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito
alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli
bisbigliò all'orecchio: -- Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono
esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica
liberamente. -- Eh! credo. -- Io una volta ho avuto nel mio palazzo i
professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle
sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia.
Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... --
Eh! sicuramente.... -- Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son
pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... -- Ma,
secondo.... si.... capisce.... -- Come? -- La causa di questa evoluzione
era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto,
don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: -- Festa stupenda,
impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. --
IX.
-Les jours se suivent et ne se ressemblent pas-, dice il proverbio
francese, e chi avesse visitato la villa tre settimane dopo il dì
della festa, l'avrebbe trovata poco men che in aperta rivolta. E tutto
perchè? Per un trebbiatoio di frumento che il conte Alberto s'era
fatto venire in quei giorni, e dal quale i coloni traevano i più cupi
pronostici pel loro avvenire. Il fatto si è che i lavori accresciutisi,
l'incremento notabile della cascina, le cure richieste dal nuovo
prodotto della canape rendendo necessario un maggior numero di braccia,
avevano arrecato un rincaro non lieve nella mano d'opera, che per
buona parte doveva affidarsi a giornalieri. Ora la macchina, secondo
il solito, adempiendo il suo ufficio con risparmio di tempo e di spesa,
consentiva di sbarazzarsi de' lavoranti soprannumerarî e di ridurre le
mercedi a più equa misura. Nelle sue lezioni il conte aveva discorso
più d'una volta intorno alle macchine, ne aveva discorso con soda
dottrina e con argomentazione calzante; ma quando ci sia l'interesse
di mezzo, si trova sempre il modo di sottrarsi alle tirannie della
logica rifuggendosi nel terreno neutro delle eccezioni. Chi di noi
non ha sentito dirsi mille volte: -- La cosa è giusta in teoria, ma in
questo caso... poste certe condizioni particolari, ci vogliono speciali
riguardi?... Non si possono nemmen dire arti vecchie; è un portato
spontaneo della natura umana, la quale ben di rado è così austeramente
giusta da ammetter di primo acchito quelle verità che sanno d'amaro.
Immaginatevi poi in un paese gretto, ignorante, ove le piccole ire
trovano buono ogni pretesto per farsi innanzi. -- Ecco la conclusione
delle belle riforme del nuovo signore, dicevano alcuni; ecco la
filantropia di questi dottoroni, di questi filosofi.... sotto colore
di progresso insidiano l'esistenza del contadino, come s'ella non fosse
stentata abbastanza e penosa. Povera gente! Hanno sudato sangue, hanno
incallito le mani, hanno abbronzito le fronti per farvi più pingui le
mèssi, e un giorno, quando meno se lo aspettano, un congegno di ferro
si pianta in mezzo ai campi rigogliosi, in mezzo alle verdi praterie,
e dice a questa popolazione miseranda: -- Va via: io mieto le spiche, io
falcio l'erba più a buon mercato di te. Va via: rinuncia i tuoi salarî,
lascia la casa dove sei nata, dove son morti i tuoi padri, va via;
cercati un altro tetto, un altro padrone che ti scaccerà anch'egli,
quando lui pure rischiari il lume della civiltà. -- Son le solite
querimonie che da anni ed anni tendono a rinfocolare le ire dei creduli
volghi, a' quali il danno presente fa velo al giudizio e toglie ogni
facoltà di riposato consiglio.
A queste arringhe dissennate aggiungasi la mal celata esultanza
di quelli che godono sempre degl'imbarazzi altrui, gente che si
raggranella in ogni ordine sociale, nella turba infinita degl'indolenti
e degl'invidi. Pare a costoro di trovar una giustificazione della
propria inerzia nei malanni che incolgono agli operosi, ed hanno
eternamente sul labbro quella frase sapientissima -- -Lo avevamo
predetto-, -- come se la fosse una divinazione sublime il predire
che chi cammina potrà incespicare talvolta; mentre gl'immobili non
incespicano, ma vanno in putrefazione e marciscono l'aria che li
circonda.
Il sacrestano idrofobo, come sempre, voleva passare a vie di fatto e
rimestando nella folla quasi quasi lasciava intravvedere la possibile
alleanza delle sue campane, come se si trattasse d'un vespro. Gli
spiriti del villaggio non eran però così bellicosi, e l'intemperanza
stessa delle proposte chiudeva i germi d'una reazione. Quanto ai
-moderati-, e' non poterono mettersi d'accordo in verun partito. Anzi
il farmacista, sollecitato a dire almeno il suo parere, si contentò di
rispondere con tuono severo: -- Mi maraviglio. --
A ogni modo, Alberto continuava ad essere in un brutto impiccio.
I contadini s'eran fatti disubbidienti, riottosi; i giornalieri
licenziati protestavano di non volersene andare, e il paese dava segni
assai chiari di plaudire alla loro insolenza. A malgrado dei beneficî
del conte, la popolarità non eragli per anco assicurata: i pregiudizî
hanno messo così salde radici nel cuore degli uomini, che chi li
combatte non può non suscitarsi contro un vespaio.
Il giovane signore ebbe però il buon senso di capire che i belli ed
eloquenti discorsi non giovano a nulla in tali casi; l'intelligenza che
nei momenti placidi serve a comprenderli, ne' momenti procellosi serve
a svisarli, le argomentazioni logiche s'interpetrano come sottigliezze
d'animo chiuso a ogni senso gentile, le parole amorevoli si dicono
artificî d'ipocriti. Soltanto innanzi alla tranquilla energia degli
uomini sicuri di sè ogni resistenza si spunta. E il conte non si lasciò
intimidire dallo schiamazzo de' malcontenti. Quanto ai contadini che
abitavano nella tenuta, egli però non volle licenziarne nessuno,
sebbene in sulle prime l'opera loro venisse ad essere diminuita
d'assai: egli prevedeva che l'impulso dato alla produzione con la
novità dei metodi agrarî avrebbe di certo ridomandato quelle braccia
che ora giacevano inerti, nè il risparmio di poche mercedi poteva
indurlo a metter sulla strada parecchie famiglie. E in questo generoso
proposito lo raffermarono anche le sollecitazioni della sua sposa.
Certo quel passaggio dalle vecchie abitudini ai nuovi sistemi più
fecondi, più logici, non si compie senza lagrime, non deve farsi senza
cautele, le quali vogliono forse esser maggiori nella campagna che
nella città. Si tratta di popolazioni meno aperte alle idee del secolo,
use a prendere speciale affetto alla terra che coltivano, alla capanna
che abitano, e per le quali un mutamento di sito ha talvolta tutte le
amarezze dell'esiglio. Si tratta di popolazioni che hanno chiuso il
loro orizzonte nel villaggio natìo, che vissute fuori dei grandi centri
sociali non acquistarono le svariate attitudini onde si adornano le
popolazioni urbane, a malgrado della più minuta divisione del lavoro.
1
2
3
4
5
6
7
8
.
9
10
11
.
12
.
-
-
.
13
-
-
.
14
.
15
.
16
17
18
19
.
20
.
21
.
22
23
24
25
26
.
27
28
29
30
31
.
32
33
34
,
,
35
.
36
-
-
,
,
,
37
;
'
-
-
;
38
-
-
,
39
,
,
,
40
,
'
41
.
42
,
.
43
.
,
44
'
45
.
46
47
,
48
'
.
49
.
50
51
,
52
,
,
53
'
'
:
,
54
,
.
55
,
,
,
56
.
57
58
59
'
,
60
'
.
'
61
;
62
,
,
,
-
63
-
-
-
,
64
,
,
65
.
'
66
,
'
,
,
67
'
,
.
68
;
,
69
,
'
70
,
'
'
71
,
'
'
,
72
,
,
73
.
;
74
,
,
75
,
'
.
76
77
78
,
79
'
,
80
.
81
82
-
,
.
-
83
84
'
.
85
86
87
88
89
.
90
91
92
.
93
94
*
*
*
,
,
95
,
'
'
96
,
'
97
,
,
98
'
.
99
'
,
100
,
101
,
,
102
'
'
103
'
'
,
104
,
'
105
'
.
-
-
,
106
,
,
,
107
'
:
108
'
109
,
110
,
111
.
112
113
*
*
*
,
114
.
,
115
,
116
,
,
,
117
'
,
118
'
,
'
119
.
!
'
120
121
,
'
,
122
123
,
124
.
'
125
,
,
126
,
127
128
:
'
129
!
130
131
132
.
,
133
134
;
'
,
135
,
'
136
.
'
:
137
'
,
'
;
138
,
139
,
,
140
'
,
,
.
'
141
,
'
,
142
'
143
.
,
,
144
,
.
145
146
,
,
147
-
-
,
148
.
149
.
150
'
,
'
151
'
:
'
152
;
'
,
153
,
'
154
155
,
'
.
156
157
'
.
158
,
159
'
,
160
'
'
.
'
161
,
162
,
,
163
'
164
,
'
165
,
166
'
.
167
'
'
.
168
169
170
.
171
172
'
173
,
'
.
174
,
.
175
,
'
'
176
,
177
,
178
179
.
180
'
,
,
'
181
;
,
182
,
183
.
'
184
'
,
'
:
-
-
185
-
.
-
-
-
'
'
,
186
,
187
.
188
189
190
,
'
191
;
'
,
192
,
'
193
.
194
195
196
,
'
197
.
198
199
,
200
201
.
,
'
202
-
-
'
,
203
,
204
,
,
205
.
,
,
206
,
'
207
?
?
'
208
,
,
209
:
210
.
211
,
212
.
213
214
215
*
*
*
.
'
216
;
'
217
,
'
218
,
.
219
220
.
221
,
222
,
,
223
'
,
'
224
-
-
.
225
,
'
226
,
227
.
,
,
228
229
;
'
,
230
'
'
,
231
:
-
-
'
,
'
,
232
?
-
-
!
-
-
233
;
'
234
.
-
-
?
-
-
235
.
-
-
!
,
-
-
'
;
-
-
236
;
,
.
-
-
!
-
-
237
,
.
238
239
'
.
240
241
,
242
'
,
243
'
'
,
244
245
,
246
.
247
,
,
,
248
249
*
*
*
.
'
,
250
,
251
,
,
252
.
253
,
,
254
255
,
256
,
.
-
-
257
,
-
-
:
-
-
258
,
'
259
'
.
.
.
.
-
-
.
.
.
.
260
-
-
,
,
'
?
261
.
.
.
.
,
.
.
.
.
-
-
!
262
,
-
-
263
;
-
-
.
.
.
.
-
-
'
.
-
-
264
,
-
-
,
265
'
.
.
.
.
-
-
266
.
.
.
.
-
-
,
,
.
.
.
.
.
.
.
-
-
267
,
.
.
.
.
-
-
,
,
.
.
.
.
268
,
-
-
269
.
270
271
-
-
,
272
;
,
273
;
,
274
;
,
'
275
;
,
,
276
;
,
.
277
,
278
.
279
280
281
.
282
283
,
284
'
.
285
286
.
,
287
'
288
;
'
289
290
,
,
,
291
'
'
.
292
,
'
293
.
294
,
,
295
296
'
.
297
,
,
298
:
-
-
.
-
-
299
,
,
300
.
,
301
'
302
,
.
303
'
,
304
305
,
306
'
,
.
-
-
307
'
,
308
!
'
309
'
?
,
.
310
'
311
?
,
312
'
?
?
313
,
'
314
,
?
.
315
,
,
316
,
'
317
.
'
318
,
'
,
319
:
'
320
,
'
'
321
.
'
322
?
323
'
'
,
324
325
'
.
-
-
326
'
:
327
,
328
,
329
'
'
330
'
.
331
,
,
;
332
,
!
333
,
,
.
334
335
336
.
337
338
339
'
,
'
340
,
'
341
'
.
342
,
343
'
'
-
-
344
.
345
,
346
.
347
,
348
:
,
349
,
350
'
351
-
-
.
352
.
353
'
354
,
,
355
.
356
,
,
357
358
,
.
,
359
,
360
,
,
'
361
.
362
,
363
,
,
364
365
.
366
.
367
,
368
-
'
-
.
369
370
-
-
.
371
:
'
'
,
372
,
.
,
373
;
'
374
.
,
375
.
376
,
377
,
378
379
.
380
381
'
,
382
-
-
383
,
.
384
'
,
385
'
.
'
,
386
,
387
'
'
.
388
,
389
.
390
'
,
'
391
'
,
,
392
'
393
'
.
,
394
,
'
,
395
:
'
396
,
;
,
397
.
,
398
,
'
.
399
'
'
.
400
,
401
'
.
-
-
,
402
,
.
403
?
:
404
,
,
'
405
.
406
,
.
.
.
.
-
-
407
,
'
408
.
'
409
'
;
410
,
'
411
'
412
.
413
414
,
,
415
,
416
'
:
417
418
-
-
'
,
419
,
'
,
420
,
.
421
;
.
422
'
'
423
.
,
424
.
425
,
,
426
,
'
427
.
?
,
,
428
.
.
429
'
430
,
?
?
,
;
431
.
;
'
432
,
433
.
434
,
,
435
.
,
436
,
437
438
,
.
439
,
440
.
-
-
441
442
443
.
444
445
'
,
'
446
,
447
'
,
448
.
,
449
,
'
,
450
;
451
,
,
,
452
.
453
,
454
,
455
:
456
457
-
-
,
'
,
458
.
-
-
459
460
.
461
462
'
463
'
;
'
464
'
,
,
?
,
465
'
,
'
;
466
.
467
468
'
469
'
.
470
471
-
-
,
-
-
,
'
,
472
-
-
;
.
.
.
.
473
474
-
-
,
;
475
.
,
,
.
-
-
476
,
477
.
478
'
,
'
479
,
480
.
481
482
-
-
'
,
-
-
,
-
-
483
.
.
.
.
484
485
-
-
,
.
.
.
.
?
.
.
.
486
487
-
-
!
.
.
.
.
'
,
,
488
,
'
?
489
490
-
-
,
,
,
.
.
.
.
491
492
-
-
,
.
493
,
.
494
'
.
?
-
-
,
495
'
.
496
'
,
497
:
'
498
.
499
500
-
-
,
,
.
.
.
.
.
.
.
.
'
.
.
.
.
.
.
.
501
;
.
.
.
,
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
502
.
.
.
.
503
504
-
-
,
,
;
'
505
.
.
.
.
.
506
.
.
.
.
507
,
.
.
.
.
,
508
.
.
.
.
'
.
.
.
.
509
510
-
-
.
.
.
.
?
.
.
.
.
-
-
'
511
,
,
'
512
,
513
.
514
515
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
-
-
516
'
517
,
518
'
,
519
:
520
521
-
-
,
,
!
522
?
-
-
523
524
'
,
,
525
.
,
526
,
527
,
:
528
529
-
-
'
,
530
.
-
-
'
,
531
'
.
532
533
534
.
.
535
536
-
-
'
?
537
,
;
.
.
.
,
,
538
.
.
.
.
.
539
,
540
.
.
.
!
,
541
,
.
.
.
.
'
542
'
:
-
-
,
543
,
,
.
,
-
-
544
,
-
-
545
:
,
546
'
,
!
547
548
-
-
,
,
'
'
.
549
550
-
-
?
?
.
.
.
-
-
551
552
553
.
554
555
,
,
556
557
'
,
558
'
.
559
,
,
560
,
561
562
'
.
-
-
-
-
563
'
-
-
'
564
'
;
565
?
.
.
.
.
-
-
:
-
-
566
.
567
568
-
-
?
-
-
,
569
'
.
570
571
-
-
!
,
.
572
,
573
.
.
.
.
,
.
.
.
.
'
.
574
-
-
575
,
576
.
577
578
,
579
.
,
580
'
:
-
-
,
581
-
-
,
.
582
.
583
.
584
585
586
.
587
588
,
,
,
,
589
,
590
.
591
592
,
593
594
'
.
595
,
596
.
597
598
,
,
599
;
600
;
,
601
,
602
603
,
'
'
.
604
,
605
:
-
-
606
,
'
.
607
,
,
608
,
609
'
,
610
611
;
,
612
,
,
613
?
'
.
614
,
'
615
;
'
:
616
'
?
;
617
,
618
?
?
,
!
619
'
:
620
,
'
:
621
?
,
622
,
;
'
623
,
624
:
-
-
,
;
625
'
,
,
626
?
-
-
:
627
,
628
.
,
629
.
630
.
'
'
631
,
'
,
;
632
633
.
,
'
,
634
'
,
635
,
636
.
,
637
'
.
638
'
'
'
?
639
,
'
.
640
,
641
,
642
?
,
,
-
643
-
,
-
-
?
,
644
.
-
,
-
,
,
645
,
;
646
,
'
647
?
648
,
649
,
'
'
650
?
,
651
?
'
652
'
,
653
'
,
654
?
655
'
,
656
'
.
657
,
,
,
658
.
,
659
'
.
-
-
660
661
662
.
663
664
.
665
'
,
666
'
,
-
'
-
.
667
'
,
668
,
'
.
669
,
670
,
671
'
,
672
'
;
,
673
'
674
.
,
,
675
,
'
676
.
677
'
,
.
678
679
,
680
'
,
681
-
-
.
,
682
;
,
683
.
,
684
,
685
'
'
686
.
,
,
.
687
,
688
:
,
689
,
,
690
;
691
.
692
693
,
694
.
695
'
696
,
697
.
,
'
,
698
,
'
,
699
-
-
700
,
,
701
'
.
702
'
,
'
'
703
,
704
,
.
705
,
706
,
'
'
707
,
'
,
708
,
709
'
.
710
,
711
,
,
712
,
713
,
'
714
,
'
.
715
,
716
,
717
.
718
719
720
.
721
722
,
'
723
,
:
724
'
725
,
'
726
.
727
728
'
.
729
,
730
,
731
,
,
,
732
.
;
'
,
733
,
734
,
735
.
736
'
:
,
737
'
;
,
738
,
739
'
,
740
.
.
741
,
742
,
743
,
744
745
.
746
747
'
,
748
'
,
749
'
-
-
750
'
.
'
,
751
752
*
*
*
.
753
,
'
,
754
'
,
755
.
756
757
758
.
759
760
,
,
761
'
,
762
763
.
,
764
,
765
.
'
766
,
:
767
,
,
768
,
.
769
,
'
'
770
,
;
771
,
,
,
772
.
773
,
774
;
,
775
.
,
776
'
,
777
;
,
778
,
'
,
779
-
-
780
.
'
781
.
-
-
-
-
,
,
-
-
782
;
-
-
-
-
,
783
-
-
.
784
785
,
,
786
'
787
.
,
788
.
,
,
789
-
-
,
'
790
,
'
791
,
792
-
-
'
'
.
793
!
,
794
,
,
'
795
,
,
796
,
!
797
.
'
798
,
,
,
799
,
800
'
.
801
802
,
803
'
,
804
,
805
.
;
'
806
,
'
.
807
,
'
808
.
,
809
,
'
810
,
811
-
-
;
'
812
,
813
,
,
814
'
.
'
,
815
,
,
816
,
,
817
.
'
818
,
819
'
820
;
821
.
-
-
,
,
,
822
,
823
.
,
824
,
'
;
825
;
826
;
'
827
.
828
:
829
,
,
,
,
830
'
,
831
.
832
'
;
'
833
'
.
834
,
,
835
-
-
;
,
836
837
'
.
:
838
,
'
839
,
840
;
,
841
.
*
*
*
.
842
843
,
844
,
845
,
.
846
,
847
,
,
848
'
,
849
-
-
,
,
:
-
-
850
-
.
-
-
-
.
851
,
852
,
,
!
.
853
,
854
'
855
,
'
,
856
'
857
'
'
?
,
858
,
859
,
860
.
861
862
,
,
863
'
'
864
'
,
'
865
,
866
,
867
.
868
869
.
870
:
'
871
'
,
'
872
,
'
-
-
.
[
]
873
874
,
.
875
,
876
,
877
,
-
-
878
.
,
,
-
-
:
879
,
880
:
881
,
,
882
-
,
883
,
'
884
;
885
:
-
-
,
,
.
.
.
886
'
.
-
-
887
.
888
,
889
'
,
890
.
,
,
891
'
:
-
-
,
,
892
.
?
.
.
.
893
.
-
-
!
.
-
-
894
'
*
*
*
,
,
,
?
895
,
'
,
'
.
896
'
,
?
.
.
.
-
-
897
!
.
.
.
.
-
-
,
,
,
898
.
.
.
.
,
.
.
.
.
-
-
,
899
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
-
-
?
-
-
900
'
,
,
,
901
:
-
-
,
902
;
.
-
-
903
904
905
.
906
907
-
-
,
908
,
909
,
'
.
910
?
'
911
,
912
.
,
913
'
,
914
,
915
'
,
916
.
,
917
,
,
918
'
919
.
920
'
,
921
;
'
922
,
923
.
924
:
-
-
,
925
.
.
.
,
926
?
.
.
.
;
927
,
928
'
.
929
,
,
930
.
-
-
931
,
;
932
,
.
.
.
.
933
'
,
'
934
.
!
,
935
,
936
,
,
,
937
,
,
938
:
-
-
:
,
939
'
.
:
,
940
,
,
;
941
,
'
,
942
.
-
-
943
944
,
'
945
.
946
947
948
'
,
949
,
'
950
'
.
951
,
952
-
-
-
953
-
,
-
-
954
;
'
955
,
'
956
.
957
958
,
,
959
960
,
'
.
961
,
'
962
'
.
963
-
-
,
'
'
.
964
,
,
965
:
-
-
.
-
-
966
967
,
.
968
'
,
;
969
,
970
.
971
,
:
972
,
973
.
974
975
976
;
'
977
,
'
978
,
'
979
'
,
980
'
.
981
.
982
'
.
983
,
,
984
'
985
'
:
'
986
987
,
988
.
989
.
990
991
,
,
,
992
,
993
.
,
994
,
995
,
996
'
.
997
,
998
999
,
.
1000