-- ella disse un giorno allo zio.
-- Oh Gilda! -- esclamò con un gemito il professore.
-- Forse per te no -- ella rispose -- Tu mi vorresti bene in ogni caso...
Sei tanto buono, zio Aldo...
Egli la guardò intenerito, e queste parole fecero vibrare in lui le più
riposte corde dell'anima.
Se Mario passava parecchie ore presso la malata, il professor Romualdo
non se ne staccava nè giorno nè notte. Soverchiato dalla stanchezza,
egli abbassava le palpebre, lasciava cader la testa sul petto, ma non
si moveva dal suo posto, e il suo sonno era tanto leggero che la Gilda
non lo chiamava mai inutilmente. Egli preveniva, indovinava tutti i
suoi desiderii, le porgeva da bere, aiutava l'infermiera a mutarla
di posizione, invigilava perch'ella prendesse i medicamenti all'ore
prescritte. Non sapeva far altro, non sapeva pensar ad altro; sarebbe
stato inetto a risolvere il più semplice teorema di geometria; si
ricordava appena della sua Università, egli ch'era stato fino a quel
tempo il più assiduo tra i professori. Invano gli si raccomandava la
calma, gli si presagiva, che, tirando innanzi a quel modo, avrebbe
finito coll'ammalarsi anche lui; egli non porgeva ascolto a nessuno.
Vegliando, soffrendo al capezzale della Gilda, gli pareva d'espiare
verso di lei, verso Mario, il gran delitto di aver invidiato la loro
felicità.
Nè la signora Dorotea era avara dell'opera sua. Le supreme necessità
del momento le avevano ridonato una parte dell'antico vigore; era
sempre in moto, aveva sempre un gran da fare a preparar i brodi
succulenti per la malata, e, negli intervalli di riposo, brontolava
contro il professor Romualdo che non le cedeva mai il posto al letto
della nipote. La miglior prova delle preoccupazioni del suo animo
era il suo oblìo quasi assoluto del gioco del lotto. E sì che gli
straordinari accidenti successi in casa erano tali da suggerirle dei
bellissimi -terni!- Si buccinava anzi che uno ne avesse guadagnato la
portinaja, interpretando con acume il grave fatto dell'esplosione.
Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico
dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque
fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso
l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le
ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava
il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata
lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di
cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei
risultamenti ottenuti?
Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire
sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave
inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè
mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora,
più arguta che costumata, dice a una amica: -- Credimi, la miglior
condizione per una donna è quella di vedova. -- E l'amica, femmina
della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore,
risponde: -- Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser
maritata. -- Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle
virtuose lettrici.
Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della
guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita,
è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere
con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a
rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto
ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci
festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori,
e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla
finestra e la rondine ci dice: -ben tornati-; usciamo all'aperto, e
lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci
della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche
gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano
di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie
e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla
nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il
meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri
gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta
sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro
un'altra volta: avanti!
Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi
della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano
le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal
passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza.
L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva
sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella
mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una
visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le
pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano.
Era strano, ma le sembrava d'esser più libera allorchè Mario non era
presente, allorch'ella rimaneva sola con lo zio Aldo. L'affezione
fida, discreta, inalterabile, al cui tepido soffio ella era cresciuta,
non era stata scossa dalla tempesta che aveva sfrondato tante gioie e
tante speranze della sua vita. Ella la trovava accanto a sè, sollecita,
operosa come per lo addietro, più forse che per lo addietro, come se
avesse attinto nuovo vigore dalle prove della sventura. Di quando in
quando, simile a un'ombra, le si affacciava alla mente il ricordo d'un
giorno in cui le parole e gli sguardi dello zio l'avevano sgomentata;
ma oggi quel ricordo non valeva a turbarla, ad offenderla, a scrollar
la sua fede. I suoi occhi non isfuggivano gli occhi del professore che
sovente si volgevano in lei con una tenerezza piena d'ansietà, la sua
mano tremula e scarna cercava volentieri la mano dello scienziato.
E provava un senso di calma, di pace, che, in quella sua stanchezza
dell'animo e della persona, era il miglior bene a cui potesse aspirare.
Ma se arrivava Mario in uno di questi momenti d'abbandono, la Gilda
arrossiva, il professore si tirava in disparte; l'incanto era rotto, le
incertezze dell'avvenire penetravano nella camera insieme col giovine
artista. Egli faceva del suo meglio per esser gentile, officioso;
però, il tedio non tardava a dipingerglisi in viso, e la Gilda, con la
chiaroveggenza dei malati, se ne accorgeva anche troppo. Allorchè ella
sorprendeva il suo sguardo fisso su lei, le pareva ch'egli contasse le
sue cicatrici a una a una, le pareva ch'egli dovesse domandarle in tono
di rimprovero -- Perchè non sei più bella?
-- Oh -- ella disse una mattina al professore Romualdo, che accampava
mille pretesti per non darle uno specchio -- il mio vero specchio
è Mario. Ho visto da gran tempo nei suoi occhi che son diventata
bruttissima... Non sarà una novità, te lo assicuro, il vederlo in un
pezzo di vetro... Già, presto o tardi, a questo bisogna venirci... Via,
dammi lo specchio.
Alla fine, un giorno in cui Mario era assente, bisognò appagare il
suo desiderio. Prima però ella acconsentì a fare un po' di -toilette-
e anche a lasciarsi tagliare i capelli che le cadevano in gran copia,
come foglie secche dall'albero. -- Torneranno a crescere -- le si diceva
per confortarla, mentr'ella con moto nervoso ravvolgeva le dita lunghe
e sottili in quei bruni ricci ch'erano stati il suo orgoglio. Ella non
rispondeva nulla.
Poi che le forbici ebbero compìta l'opera loro, le si acconciò in capo
un cuffietta bianca, le si fece infilare un corsetto di bucato, e la
signora Dorotea, di sua propria mano, le annodò intorno al collo un
fisciù di seta azzurra.
La Gilda ruppe il silenzio. -- Qua lo specchio, e ch'io faccia la mia
personale conoscenza -- ella disse con un'allegria forzata. Indi si
voltò dalla parte dell'uscio. -- È ben chiuso?
Le aveano portato uno specchietto ovale molto leggero che soleva stare
appiccato a un chiodo infisso in uno dei regoli della finestra della
camera del professore, il quale se ne serviva nel ravviarsi i capelli
e la barba.
La convalescente lo prese due volte in mano, e due volte lo depose
sulle coperte prima d'avere il coraggio d'alzarlo al livello del viso.
Ella tentò di volgere in celia le sue stesse esitazioni. -- È come
quando dovevo prender l'olio da bambina... Se si potesse far come
allora... Chiuder gli occhi, aprir la bocca, e giù... Adesso invece
son proprio gli occhi che bisogna aprire... Coraggio... uno... due...
tre...
Nel bene la previsione va spesso oltre il vero, nel male avviene
sovente il contrario. Gli è che non v'è triste previsione, la quale
non sia temperata da una segreta speranza che il nostro spirito
s'inganni, che le nostre paure siano esagerate. E talvolta anzi noi
esageriamo a studio; fingiamo di prevedere un disastro ove secondo
ogni probabilità non istà per succedere che un incidente sgradevole.
Ma quando l'incidente sgradevole accade, non tardiamo ad accorgerci
ch'esso ha superato, non la nostra aspettazione immaginaria, ma la
nostra aspettazione reale.
-- Devo essere orrenda, mostruosa -- aveva detto mille volte la Gilda,
e, quantunque non fosse più bella, non era nè mostruosa, nè orrenda.
Nondimeno il vedersi nello specchio fu per lei un colpo di fulmine.
Era lei, era lei veramente quella donna pallida, tutta cicatrici e
lividure, che la mirava tra attonita e costernata? Stette un momento
muta ed immobile, soffocando gl'impeti tumultuosi dell'anima; poi si
guardò intorno smarrita, quasi a persuadersi ch'era ben desta, lasciò
cader di mano lo specchio, abbandonò il capo sui guanciali e si coperse
il viso con le lenzuola. La sentivano piangere sommessamente.
-- Hai avuto troppa fretta -- le ripetevano a gara il professore e la
signora Dorotea. -- Di qui a un paio di settimane sarà tutt'altra cosa.
Ella, rannicchiata sotto le coltri, si stringeva nelle spalle e diceva:
-- Lasciatemi sola... Per carità, lasciatemi sola... Mi calmerò da me.
Infatti, di lì a un'ora, ella era appieno ricomposta. Alla sera
s'intrattenne a lungo col medico, e con aria disinvolta lo pregò
di dirle quali tra i segni che le deturpavano la fisonomia il tempo
farebbe sparire e quali le resterebbero sempre. L'interrogato si provò
a dipinger tutto in rosa, ma la Gilda, che gli teneva inchiodati gli
occhi addosso e gli leggeva le bugie in viso, lo riprese amorevolmente.
-- Non la trattasse come una bimba, se anche quella mattina ella aveva
fatto un capriccetto; ormai ella aveva messo giudizio e aveva diritto
di conoscere la verità tutta intiera.
Il medico si schermì quanto più potè, ma alla fine espose sinceramente
il parer suo, soggiungendo però, che la natura sbugiarda spesso i
pronostici della scienza e che in gioventù soprattutto si vedono dei
miracoli.
-- Grazie -- ella replicò, stringendo la mano al dottore. E il suo
volto aveva l'espressione seria e tranquilla di chi, uscendo da molte
incertezze, ha preso un partito decisivo.
XXI.
Da qualche giorno la Gilda aveva cominciato ad alzarsi, e, appoggiata
al braccio dello zio, passava lentamente dalla sua camera in
salotto, ove sedeva in una poltrona accanto alla finestra. Le Lorati
non mancavano mai di venirle a tener compagnia un paio d'ore e le
mostravano un'amicizia tanto più calda quanto maggiore era in loro la
soddisfazione di veder avvilita quella famosa bellezza. Nell'andarsene
esse facevano un'infinità di commenti.
-- L'occhio sinistro è sciupato affatto.
-- E il labbro inferiore?
-- E quella cicatrice sulla fronte?
-- E l'altra alla guancia?
-- Povera Gilda, è proprio brutta.
-- Bruttissima.
-- Orribile.
-- Vedete, ragazze -- osservava la savia genitrice -- come i pregi fisici
possano svanire da un giorno all'altro.
-- Se non trovava lo sposo prima di questa disgrazia....
-- Uhm! Il matrimonio non è ancora successo. Ci credo poco.
-- Ella non ne parla mai...
-- In ogni caso c'è tempo. Va così adagio a rimettersi... Il medico ha
detto che prima di pensare alle nozze ci vorranno dei mesi.
-- E Mario intanto è assente da oltre una settimana.
-- Ma torna presto.
-- Pover'uomo! Se cerca qualche svago, bisogna perdonargli. È toccata
grossa anche a lui.
-- Se la prende, non può essere che per rispetto alla sua parola....
-- Un po' per questo e un po' per compassione.
-- Essere sposata per compassione... Io non mi degnerei certamente --
sentenziò la maestosa Ginevra.
-- Povera Gilda!
-- Ma! Chi avrebbe potuto immaginarselo? Lei che si credeva una Venere...
Per Mario, reduce dal suo viaggetto, non fu piccola meraviglia trovar
alzata la Gilda. Quando egli la vide adagiata nella poltrona, smunta
in viso, col suo corpicino sottile perduto nell'ampia veste da camera,
pensò alla stupenda e florida giovinetta che aveva incontrato sulle
Alpi, e durò fatica a frenare una lagrima.
Ella s'accorse del suo turbamento, abbassò gli occhi, e si passò
rapidamente la mano sulla fronte.
-- Devo parlarti -- disse poi -- fatti più vicino... No... anzi, prima
chiudi quei due usci... quello che dà nell'andito, e quello che mette
nella camera della signora Dorotea. Dall'altra parte non può venir
nessuno... Mio zio è all'Università.
Questi preparativi lo sgomentarono alquanto. Che rivolgeva ella
nell'animo?
-- Sii franco come sarò io -- ella principiò. -- Il dissimulare non
giova... Nulla può mutare omai la mia risoluzione.
-- La tua risoluzione?... Quale?
-- Io non sarò più tua moglie.
-- Che dici? Perchè?
-- Oh! Non me lo domandare... Guardami. Egli comprese il significato
delle sue parole, ed esclamò: -- È per questo? È per questo?
-- Sì... Ci pensai fin dal primo giorno in cui mi colse la mia
sciagura... Adesso ho deciso... inesorabilmente deciso.
-- Ma tu credi dunque che io...
Ella non lo lasciò finire. -- No, Mario, non credo quello che tu
supponi... Tu mi sposeresti, ma saresti infelice.
-- Oh Gilda...
-- Sii sincero... Cento volte tu mi dicesti che non sai concepire la
donna che non sia bella... Io ne tremavo allora, e tu per rassicurarmi
mi protestavi ch'ero bellissima... Cento volte tu mi lasciasti
intendere che, artista anzitutto, tu cercavi nella donna il tipo
eterno della bellezza... e io ne tremavo e tu mi ripetevi che per
te io ero quel tipo... Ero io che col mio sguardo, col mio sorriso,
dovevo sprigionar dal tuo petto la sacra scintilla con cui si creano
i capolavori... lo dicevi tu... e mi venivano le vertigini a sentirmi
levata sì alto... Io mi chiedevo: -- Potrò reggermi dove egli mi ha
posta? Potrò sempre dargli il segreto della linea e del colore? Sarò
sempre giovine, sarò sempre bella? Oh Mario, quando mi angustiavano
questi dubbi ero ancora vagheggiata, ammirata; adesso tu vedi ciò ch'è
divenuta la Dea che avevi cinta d'un nimbo... Fissami bene, Mario; che
ispirazioni potrai tu cercare su questo volto contraffatto?
Mentr'ella parlava, la sua voce, sulle prime leggermente commossa, si
faceva a grado a grado più limpida e sicura, e una espressione dolce ma
risoluta si dipingeva sulla sua fisonomia. Mario l'ascoltava attonito,
colpito dalla stoica fortezza di quella fanciulla di diciott'anni che
rinunziava senza esitazioni e senza lamenti alle sue più care speranze.
Com'egli si sentiva umile e piccino in confronto a lei! Come avrebbe
voluto nasconderle il suo cuore, di cui ella metteva a nudo i segreti!
Come si ribellava all'idea ch'ella dicesse il vero!
E accumulava frasi su frasi, e tentava ingannar lei, e tentava ingannar
sè medesimo, e chiamava stupida aberrazione il suo culto esclusivo
della bellezza fisica, e giurava alla Gilda che standole vicino egli
aveva imparato a pregiare in lei altre qualità e ad amarla per quelle.
Ma per quanto facesse, non gli usciva dal labbro uno di quei gridi
dell'anima che scendono all'anima e vincono ogni resistenza.
Ella lo lasciò dire; poi riprese con un sospiro: -- Sì, Mario, tu devi
parlar come fai, io tener fermo il mio punto... La mia schiettezza
può parer dura oggi, ma verrà giorno in cui dirai: -- la Gilda aveva
ragione. -- E sarà quel giorno nel quale, se ti dèssi retta, mi
rinfacceresti il sacrifizio della tua libertà.
-- Oh Gilda, Gilda, mi reputi dunque ben vile -- interruppe Mario,
torcendosi le mani, tanto più turbato, tanto più confuso quanto più la
fanciulla, discorrendo, coglieva nel segno.
-- Non me lo rinfacceresti a parole, lo so -- ella riprese con soavità
-- ma lo capirei a ogni modo... e allora... adesso soffro forse...
ma allora sento che ne morrei di dolore... Bada a me, Mario, non
insistere... eri sincero quando mi rivelavi le tue debolezze d'artista;
in quel tempo non avevi ragione d'infingerti..., oggi sì... oggi hai
pietà di me, e io devo difenderti contro te stesso.... Va, Mario, non è
colpa tua; tu hai bisogno di moto, d'aria, di luce, hai bisogno di fare
un viaggio; qui il tuo ingegno si sfibra; l'ozio, lo scoraggiamento ti
uccidono.
-- Ma sei tu che ti crei questi fantasmi...
-- Non mentire, Mario... Io t'ho conosciuto nei tempi in cui la fiamma
dell'arte ti splendeva negli occhi e movevi incontro all'avvenire con
fronte alta e sicura... Allora la tua mente era piena di immagini,
il tuo album era pieno di disegni... da più mesi tu non fai nulla...
oh è inutile che tu accenni di sì col capo... Puoi mostrarmi, non
dico un tuo quadro, ma un tuo schizzo, ma una linea segnata dalla tua
matita?... Lo puoi?
-- Tu eri malata, Gilda...
-- Oh, le inquietudini sul conto mio sono cessate da oltre un mese. Che
hai fatto in questo mese?... Lo vedi, tu taci...
-- Sei un giudice inesorabile -- egli disse, quasi piangendo di dispetto
e di rabbia.
-- Sono un giudice clemente. Tu ti dibatti in una lotta tremenda fra
ciò che stimi il tuo dovere e il desiderio immenso di libertà che
ti affanna. Va, Mario; dal tuo dovere, s'è tale, io ti sciolgo; la
tua libertà, io te la rendo... Va... io ti apro la gabbia, povero
prigioniero.
Mario si trovava in una condizione d'animo ben singolare. La libertà
che gli era offerta egli la sospirava come l'assetato sospira una
goccia d'acqua, eppure all'idea di accettarla gli salivano al viso
i rossori della vergogna; egli doveva riconoscere che la Gilda aveva
ragione, che l'amore ch'egli le aveva portato non era sopravvissuto
allo strazio della sua bellezza, eppure sentiva che mai come adesso
ella era stata degna di essere amata.
E intanto lo sguardo della giovinetta non si staccava da lui e sembrava
dovergli legger nell'anima i più riposti segreti.
-- Ascolta -- egli le disse infine -- oggi, per quanto io facessi, le mie
parole non ti persuaderebbero... Ma domani?
-- Domani? -- ella ripetè distratta.
-- Sì, consentimi di ritentar la prova...
-- S'egli mi amasse davvero! -- pensò la Gilda. Ma seppe frenar la sua
commozione, e rivoltasi a Mario con apparente tranquillità, lo licenziò
con queste parole: -- Allora ci diremo addio domani.
Per quel giorno ella non lasciò trapelar nulla del colloquio avuto col
suo fidanzato, e deluse la curiosità della signora Dorotea, che voleva
sapere il perchè di quella sconvenienza del chiudere gli usci per di
dentro.
Il giovine pittore partì di là che aveva la febbre addosso. Che
fare?... Poteva esserci un dubbio su ciò che doveva fare?... Doveva
dire alla Gilda: -- la sventura ha stretto di più il vincolo che ci
unisce; ora più che mai voglio farti mia sposa... -- Ma se non l'amava,
se non era in poter suo di amarla?... Se aveva questa fatalità di non
saper amare che un bel viso? Se col suo eroismo non fosse riuscito
che a sacrificar sè e a rendere infelice lei?... Era già dubbio se il
matrimonio si conciliasse col suo spirito mobilissimo, anche quando
si trattava di sposare una giovine avvenente, florida, vispa... ma il
matrimonio con una malata?... Perchè la Gilda ormai era una malata e
sarebbe stata tale per un pezzo... Invece di averla compagna nelle sue
peregrinazioni artistiche, avrebbe dovuto vegliarla, assisterla... e
queste qualità d'infermiere egli non le possedeva... In mezzo alle cure
del nuovo suo stato si sarebbe spenta del tutto la sua ispirazione già
illanguidita, e allora... che avvenire per lui, che avvenire per la
Gilda!
Quando noi rifuggiamo da un grave sacrifizio, ci piace assai spesso
ripararci dietro l'idea che quel sacrifizio non gioverebbe neppure
a quelli per cui dovremmo farlo, e così Mario concludeva volentieri
i suoi ragionamenti col dirsi che la Gilda sarebbe stata infelice
sposandolo.
Pure una fiera lotta si agitò nel suo spirito, e ne portava le tracce
il foglio pieno di pentimenti e di scancellature che la Gilda ricevette
il dì appresso: -- «Crudele, crudele, perchè suscitar la tempesta nella
mia anima? Io seguivo la via che mi pareva la sola buona, la sola
onorevole; tu con amara schiettezza hai voluto mostrarmene le insidie e
i pericoli, tu mi hai detto che non potrei percorrerla senza uccidere,
qual ch'esso sia, questo mio ingegno d'artista. È un'idea che mi toglie
la pace. Tutti devono essere qualche cosa nel mondo; io, che sarei se
non sono un pittore?... Non auguro al mio peggior nemico la notte che
ho passato... Ripensavo alle tue parole, e, a vicenda, ti adoravo, ti
ammiravo, ti colmavo di vitupèri... Sì, la tua generosità è spietata...
tu puoi darmi licenza d'essere un vile, non puoi impedirmi di credermi
tale... Vedi in qual bivio m'hai messo. O restare, con l'incubo di
non esser più atto a far nulla; o partire vergognandomi della mia
condotta... Ebbene, parto, cerco il moto, l'aria, la luce, di cui, come
dici, ho tanto bisogno, cerco la lena perduta. Se farò un capolavoro,
lo dovrò a te. A ogni modo, non ripatrierò prima di aver assodata la
mia riputazione d'artista. E tu, Gilda?... Non oso venire a stringerti
la mano; sarò già in viaggio quando riceverai questo foglio... Tu
meriti un uomo migliore di me, tu lo troverai senza dubbio... Ma, se tu
fossi libera al mio ritorno, potrei sperare di non esser respinto?...
Se ti riesce, non disprezzarmi, e fa che non mi disprezzi il tuo ottimo
zio... È troppa audacia chiedere una tua lettera, almeno una, a Zurigo,
ferma in posta? Addio, addio.»
In conformità a quanto egli scriveva, Mario era partito con la
prima corsa, diretto sulla linea di Modane. Giunto a Torino, vi si
trattenne per poche ore affine di salutarvi suo padre, il quale si
trovava colà per ragioni del suo commercio. L'ottimo signor Gedeone
fu molto addolorato, non tanto delle nozze sfumate quanto della nuova
partenza di Mario, ch'egli amava sinceramente. Nondimeno egli riempì
di napoleoni d'oro la borsa del figliuol prodigo e s'impegnò a non
fargli mancar danaro finchè non fosse in grado di mantenersi co' propri
guadagni. -- Quattrini, e poi quattrini, e sempre quattrini -- borbottò
tristamente il signor Gedeone. -- Senza contare la pigione del casino di
Firenze e la spesa dell'ammobiliamento... È inutile, son fatto così;
per questo figliuolo darei il sangue... con quel sugo... per averlo
sempre lontano.
E il signor Gedeone cercò un sollievo alle sue amarezze domestiche
nell'acquisto di una partita di farina avariata che poteva servir
benissimo per la sua fornitura agli Istituti Pii.
XXII.
Il professore Romualdo stava quella mattina rivedendo i suoi
manoscritti che giacevano abbandonati da tanto tempo, e come succede
a chi non è in vena di lavorare sul serio e pur vorrebbe poter dire
a sè stesso che non è rimasto in ozio, collocava a posto le virgole
dimenticate, arrotondava l'occhiello degli -e- e metteva i punti sugli
-i-. Si può tuttavia giurare che la sua mente era assorta in altri
pensieri ai quali non era certo estranea una persona la cui apparizione
repentina ed inaspettata lo fece scattar dalla sedia.
-- Tu, Gilda?... Alzata?... A quest'ora?... Che direbbe il medico?
-- Oh! -- ella rispose -- bisogna ormai emanciparsi dal medico... Sto
bene... Vedi come mi reggo da me...
-- Stai bene e sei così pallida? -- esclamò il professore con
inquietudine. -- Che hai?
-- Nulla....
-- Non dirlo... Hai gli occhi gonfi, Gilda, sei agitata... Questa tua
visita mattutina non è certo senza una grave ragione.
-- Voglio riprender le mie antiche abitudini -- ella replicò, avvicinando
una seggiola al tavolino -- voglio esser la tua assistente, il tuo
segretario come una volta... La pecorella smarrita ritorna all'ovile...
ecco tutto.
Com'ella s'accorse che lo zio Aldo stentava a raccapezzare il senso
delle sue parole, estrasse di tasca un foglio e glielo porse spiegato
-- Leggi.
Appuntò il gomito al ginocchio, fece con la mano sostegno al mento, e
stette lì a capo chino senz'aprir bocca e senza batter palpebra. Pareva
una figura scolpita nel marmo.
Il professore intanto aveva divorato l'arruffatissima lettera di Mario.
-- Parte? Ti lascia? -- egli gridò, appena l'ebbe finita. E balzò in
piedi con impeto, schizzando fiamme dagli occhi.
Ella si scosse, sollevò la testa, e rivolgendo allo zio uno sguardo
soave e amorevole: -- Sono stata io -- gli disse -- egli non fece che
ubbidirmi.
-- Ubbidirti? -- egli proruppe passando di sorpresa in sorpresa. -- Gli
hai imposto tu di partire?
Ella gli riferì il colloquio avuto con Mario il giorno innanzi. Il
professore durò fatica a non interromperla cento volte.
-- Non difenderlo, non iscusarlo -- egli esclamò finalmente, misurando a
lunghi passi la stanza. -- Che amore era il suo?... Ha potuto sentirti
parlare come gli parlavi, e non è caduto a' tuoi piedi, e non si pentì
delle sue esitazioni e non rinnovò i suoi giuramenti? T'ha abbandonata,
è fuggito perchè le tue guance sono men floride, perchè i tuoi occhi
sono meno scintillanti d'un tempo? E tu gli perdoni, e gli perdoneranno
tutti, e la sua vigliaccheria resterà impunita? Oh come intendo in
questo momento il piacere della vendetta!... Come disprezzo questa
scienza vantata che sfibra le virtù del braccio e dell'animo!... Come
volentieri la darei tutta quanta per essere un forte, per colpire
inesorabilmente colui che ti rende infelice!
-- Mio cavaliere -- rispose la giovinetta, atteggiando il labbro a un
malinconico sorriso -- non voglio che tu mi vendichi... Non c'è offesa
da vendicare... Mario era pronto a sposarmi, fui io che gli resi la sua
parola... S'egli mi avesse resistito, sarebbe stato un eroe, e non si
può pretender dagli uomini che siano eroi... Forse è stato meglio così.
-- Ma pur tu lo amavi?
-- Oh sì... Quando credevo di poter essere una valida alleata del suo
ingegno, uno strumento della sua gloria. Appena cominciai a dubitare
che gli sarei stata d'impaccio, cominciai anche ad amarlo meno... Sono
orgogliosa...
-- Gilda!... E l'avvenire?
-- Starò qui come sono stata finora; mi rimetterò a studiare... le donne
brutte studiano... copierò i tuoi manoscritti, ti aiuterò nei tuoi
esperimenti...
Egli le diede sulla voce. -- Non parlarmi dei miei esperimenti... Il
mio laboratorio io l'abborro... Voglio distruggerlo... O almeno voglio
chiuderne l'uscio per sempre...
-- Lo riapriremo insieme, zio Aldo -- rispose la Gilda. -- Rammento
ancora le mattine che vi ho passate, a bocca aperta, tempestandoti
d'interrogazioni, ammirando la vastità del tuo sapere, e la infinita
pazienza che avevi con me... Povera cameretta! Da due anni la
trascuravo e ne fui punita... Oh se si potesse tornare indietro di due
anni!... Proviamo, zio Aldo.
-- Se si potesse -- egli ripetè, tentennando il capo con aria desolata.
E soggiunse a mezza voce: -- È un nodo che non si scioglie. -- Indi si
abbandonò sopra una sedia e si coprì il viso con le mani.
-- Zio Aldo, tu mi nascondi qualche cosa -- proruppe inquieta la Gilda.
-- I nostri guai non sono finiti?
-- La fatalità ci perseguita, o fanciulla... Io vorrei pure che queste
pareti ridivenissero per te il nido calmo e tranquillo della tua
infanzia, vorrei poter dirti come una volta: Addormèntati fidente
sulle mie ginocchia, appoggiati al mio braccio leale, lasciami esser
tua guida nel campo della scienza... Ma no; un destino iniquo non lo
permette; io sono un pazzo, io sono un malato.
-- Se sei un malato, ti curerò -- interruppe con dolcezza la giovinetta.
-- Non mi curasti tu per due mesi? Dovrei abbandonarti, se soffri?
-- Eppure sarà necessario -- egli esclamò, agitandosi sulla seggiola.
E proseguì: -- Non ho rimorsi... ho lottato... ho lottato tanto...
Tutti gli argomenti che la ragione può suggerire io me li son detti...
tutta l'energia d'un carattere avvezzo a vincer gli ostacoli, io l'ho
spesa... e non è valso a nulla...
-- Ma insomma, a che mirano le tue parole? Che vuoi fare di me?
-- Pensiamo insieme, studiamo un modo...
-- Non posso più viver sotto questo tetto come la tua pupilla, come la
tua nipote, come la figlia dell'anima tua?
-- Compiangimi, Gilda, non lo puoi.
-- Come la tua sorella?... Vedi, i patimenti hanno in me affrettata
l'età... Io posso esser la tua sorella.
-- Non lo puoi, non lo puoi -- replicò il professore con l'accento della
disperazione.
Vi fu un istante di silenzio. Il dottor Romualdo teneva le mani
intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo immobile a terra. La Gilda,
levatasi da sedere, gli si avvicinò lentamente. Un lieve rossore le
tingeva le gote.
-- Alza gli occhi -- ella disse -- fissami in viso. In questa casa dove
non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno
esser la compagna della tua vita, la tua sposa?
-- Tu, Gilda? -- esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore.
-- La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul
serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta
l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi!
Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue.
-- Zio Aldo -- ella mormorò affettuosamente.
-- Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco
ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in
queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre
dirmi -professore-, -professore-... e non ero che un professore arido,
dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se
la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben
giovine, o Gilda...
Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: -- Invece
hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te?
Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le
rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa
risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più.
La Gilda scrollò il capo. -- Tu mi porti un cuore che non ha amato altra
donna che me...
-- Nessun'altra, nessun'altra -- egli esclamò con enfasi.
-- Lo vedi -- ella rispose. -- Il tuo cuore almeno è più giovine del mio
-- Abbassò gli occhi e soggiunse arrossendo: -- E da quando... da quanto
tempo mi ami?
-- Lo so io forse? Fu nel giorno in cui lessi sulla tua fronte ch'era
finita per te l'infanzia gioconda; fu prima, fu dopo? Lo ignoro.
Sentivo il mio affetto trasformarsi a grado a grado, ma non sarei
riuscito a dire a me stesso che cosa provavo... Non avevo mai amato...
Ti cercavo e ti sfuggivo... Avevo un immenso desiderio e una paura
immensa delle tue carezze... Nelle mie notti insonni la tua immagine
mi appariva fra le tenebre... Nel giorno il fruscìo della tua veste,
il suono della tua voce turbava le mie meditazioni. Mi sembrava qualche
volta che non avrei avuto pace finchè tu non avessi abbandonato la mia
casa, e talora mi sembrava invece che senza di te non avrei potuto
vivere... Eppure era amore?... Non lo so, non lo so... Ma quando tu
amasti un altro, oh allora sì m'accorsi che veramente t'amavo...
-- Poveretto! Che strazio deve essere stato il tuo! E hai sofferto in
silenzio?
-- E potevo parlare? Eri bella come un angiolo, tutte le grazie della
gioventù ti fiorivano in viso; eri innamorata di un uomo bello e
giovine anche esso... parevate nati uno per l'altro... La vostra
passione era così ragionevole, la mia così strana, così assurda!
Parlare?... Darti un dolore, insidiare la tua felicità, io che
t'adoravo?... Un giorno solo fui per tradirmi... oh quel giorno avrei
voluto morire...
-- Che rivelazione fu per me quella! -- esclamò la Gilda.
-- Te n'eri accorta?
-- Sì... Ero venuta ad annunziarti il prossimo arrivo di Mario... Si
dovevano prendere i concerti per le nozze...
-- Che pensasti di me, Gilda?
-- Piansi tanto...; che non avrei fatto per consolarti? Tu ti sei chiuso
nella tua camera, nel tuo laboratorio... La mattina dopo...
-- Taci -- egli interruppe -- a pensarci mi corre un gelo per l'ossa...
Più tardi io vegliavo al tuo letto... Avevi gli occhi bendati, eri
tutta una piaga... Il tuo respiro era un rantolo, la tua voce era un
gemito... I medici ti davano quasi per ispacciata; io volevo salvarti
a ogni costo...
-- E mi salvasti.
-- Sì, ma la mia ferita si faceva più larga e profonda. Dal tuo alito
infocato, dal tocco delle tue mani ardenti per la febbre, io aspiravo
l'amore... E non avevo speranze, e non avevo altro desiderio che quello
d'espiare un minuto d'oblìo... Non era per me ch'io ti conservavo in
vita, era per l'uomo a cui tu avevi giurato la tua fede. Spesso mi
pareva ch'egli non t'amasse abbastanza e me ne sdegnavo; ma pure (lo
crederesti?) sentivo una specie d'orgoglio all'idea che il mio amore
ignorato fosse più forte del suo... Accarezzavo col pensiero la mia
infinita miseria. Quando non s'ha più che il dolore, si vuole almeno
che il dolore sia grande... Intanto m'abbandonavo a occhi chiusi alla
corrente, aspettando da un momento all'altro che tu mi fossi tolta
per sempre... Ma no; tu non mi sei tolta, tu rimani; e io mi domando
ancora se tutto ciò non è un sogno, mi domando se sono ben desto...
Gilda, Gilda, sei tu sicura di non ubbidire a un impeto subitaneo, di
non cedere a un movimento di pietà verso di me, di dispetto verso -un
altro?-... Se ti pentissi domani! Se Mario tornasse!
-- Uomo di poca fede!... Non è un capriccio il mio, non è un desiderio
di vendetta... Quante volte, in mezzo ai patimenti di questi ultimi
mesi, io confrontavo in silenzio l'amor tuo con quello dell'uomo che
avrebbe dovuto sposarmi!... Quante volte, se eravate entrambi accanto
al mio letto, io studiavo l'espressione diversa dei vostri volti; nel
tuo una tenerezza infinita, in quello di Mario un tedio profondo! E
dicevo: Mario amava la mia bellezza che è svanita; lo zio Aldo mi ama
qual sono, mi ama forse di più dacchè cessai di esser bella...
-- E vero, è vero...
-- Dicevo: Mario non è un triste, non è un vile; egli terrà la sua
parola, ma io avrò il rimorso di aver fatto una vittima... E così il
mio cuore s'allontanava a mano a mano da lui e s'avvicinava a te...
a te ch'eri stato la mia provvidenza, a te cui speravo di poter dar
qualche gioia. Oh Mario non tornerà; egli è troppo lieto della libertà
che gli è resa; egli insegue il suo ideale d'artista, va dove lo chiama
la sua anima appassionata del bello... Se tornasse...
-- Ebbene? Che faresti?
-- Ebbene? Farei... così -- ella gridò gettandoglisi fra le braccia -- e
ti direi: Son la tua sposa difendimi... Mi crederesti allora?
-- Ti credo, ti credo -- proruppe il dottor Romualdo, stringendo al seno
con impeto quel capo diletto. E mentre la copriva di baci, mormorava:
-- Oh Gilda!... Amor mio!
-- Non ci odii dunque più, noi povere donne? -- ella chiese con malizia.
-- Adoro te -- egli rispose -- ecco quello ch'io so.
XXIII.
Pochi mesi dopo, una bella mattina di settembre, il professor Romualdo
era affacciato alla finestra d'un albergo di Genova guardante il mare.
Era l'albergo medesimo in cui, circa quindici anni addietro, egli
aveva passato tante ore d'incertezza attendendo il suo misterioso
abboccamento col capitano Rodomiti. Fra quelle pareti era cominciata
per lui una nuova esistenza, eran cominciate le cure, i pensieri che
dovevano far sbocciare la sua gioventù appassita prima di nascere,
ed egli tornava oggi ai memori luoghi, allo stesso modo che l'egro
risanato torna pellegrino alla fonte ond'ebbe il primo ristoro. Come
quindici anni addietro, gli si stendeva davanti agli occhi lo splendido
golfo riscintillante ai raggi del sole, e una selva d'antenne si
levava al cielo, e mille barchette guizzavano sulle acque leggermente
increspate, e s'alzava dai pensili giardini il profumo dei fiori, e
dalle vie popolose l'allegro strepito del lavoro.
Ma questa volta il dottor Romualdo non era solo. S'aprì l'uscio
della camera attigua, e una giovine dalla persona snella e spigliata
s'avvicinò con passo rapido alla finestra, e toccò lievemente la spalla
del professore.
-- Sei tu, Gilda? -- egli disse, voltandosi estendendole ambe le mani.
-- Va bene così? -- ella chiese, mostrando la sua -toilette- d'una
elegante semplicità. E soggiunse: -- Son curiosa di vedere che
impressione gli faccio.
-- Sei bella, Gilda -- riprese il professore. -- Sei troppo bella per me.
-- Zitto -- ella interruppe, portando al labbro l'indice della mano
destra -- Zitto, non voglio sentir coteste sciocchezze.
La Gilda era sempre un po' magra, un po' pallida, ma il tempo andava
via via scolorando le sue cicatrici e ricolmava lentamente le sue
guance sparute, e faceva rinascere i suoi capelli, i cui ricciolini
bruni spuntavano dagli orli della sua cuffia. In quanto al segno che
l'era rimasto nell'occhio sinistro, esso non era percettibile a prima
vista. Certo ella non era più, ella non sarebbe più ridiventata la
splendida giovinetta che sollevava un mormorio di ammirazione sul suo
passaggio, ma era chiaro che le conseguenze dell'accidente ond'ella era
stata vittima avrebbero finito coll'essere assai minori di quanto s'era
supposto.
Ella s'accostò in punta di piedi all'uscio che metteva sul corridoio.
-- Vien gente? -- domandò il professore.
-- No... Del resto, siamo intesi... Prima ch'egli entri scappo di là...
-- Cattiva! Vuoi lasciar me nell'imbarazzo...
-- Voglio veder come ti levi d'impaccio...
Non occorre una grande sagacità a capire che il professore e la Gilda
aspettavano qualcheduno. Questo qualcheduno era il capitano Rodomiti,
il quale aveva scritto a' suoi amici annunziando loro che sperava
d'essere a Genova col suo legno entro il settembre, e che giunto colà
avrebbe chiesto una licenza di alcuni mesi, e sarebbe intanto volato
subito a far loro una visita. Il capitano sapeva della malattia e
della guarigione della Gilda; non sapeva il resto, perchè le notizie
posteriori non avrebbero potuto pervenirgli durante il viaggio. Non
doveva esser piccola sorpresa per lui l'apprendere il matrimonio del
professore Romualdo con la figlioccia, e questa sorpresa i novelli
sposi avevano voluto anticiparla col venirgli incontro essi stessi.
Invero essi sentivano un po' di rimorso a non averlo consultato prima
delle nozze, ma si capisce d'altra parte che la condizione di due
fidanzati i quali abitano sotto il medesimo tetto è troppo ambigua
perchè essi non abbiano da affrettarsi a diventar marito e moglie.
Comunque sia, il professore e la Gilda, che s'erano sposati appena
ottenuto il decreto reale che toglieva l'impedimento della parentela,
si trovavano a Genova da un paio di settimane, e il nostro matematico
andava ogni mattina nel banco di noleggi del signor Egisto Giorgi
successore dei signori Radice e Lupini, per informarsi del capitano.
Alla fine, la vigilia del giorno di cui parliamo, il dottor Romualdo
era tornato all'albergo con una importante notizia. Il legno comandato
dal Rodomiti era in vista e sarebbe entrato in porto verso notte.
Allora il professore, d'accordo con la Gilda, era ripassato nel
banco del signor Giorgi a lasciarvi un bigliettino pel capitano così
concepito: «Sono qui all'-Hôtel de la Grande Bretagne-, nº 36. Ho molte
cose da dirvi. Vi aspetterò domani all'albergo fino a mezzogiorno.» Il
signor Giorgi, ch'era un uomo assai più officioso dei suoi predecessori
Radice e Lupini, non solo si incaricò della trasmissione del biglietto,
ma fece aver la mattina seguente al professor Grolli la risposta del
capitano: «Sarò da voi prima dell'ora indicata -- scriveva il Rodomiti;
-- ma che diamine v'impediva di venirmi a trovare a bordo? E la Gilda?»
Erano le undici quando un cameriere picchiò all'uscio del nº 36, e con
un certo timore reverenziale introdusse il gigantesco marinaio.
-- Oh Grolli -- disse costui, stringendo cordialmente la mano del
professore. -- E la Gilda?
-- Ormai sta bene.
-- S'è sposata col suo Mario?
-- No...
-- Come?
-- Or ora vi dirò. Accomodatevi.
Il capitano prese una sedia. -- Non è la vostra camera da letto? -- egli
domandò, girando intorno gli occhi.
-- No... è un salottino... dormo di là -- rispose il Grolli in fretta,
come se le parole gli scottassero la lingua.
-- Cospetto! Siete in lusso ora -- esclamò il Rodomiti. E soggiunse: -- Su
via, raccontatemi... Questo matrimonio?
Quando il professore ebbe narrato che la Gilda aveva reso a Mario
la sua libertà e che Mario aveva accettata l'offerta, il capitano si
lasciò scappare una serqua di vigorose esclamazioni, le quali finirono
con una domanda -ad hominem:- -- E voi?
-- Io? Che cosa?
-- E voi non avete data una buona lezione a quel bellimbusto che pianta
la sposa perchè le è toccata una disgrazia?.. Oh lo so quel che volete
dire... È stata lei... Grazie tanto... Ella non poteva fare altrimenti;
ma un uomo che avesse avuto un filo d'onore non l'avrebbe presa in
parola... Ah caro Grolli, se ero nei vostri panni, non l'andava a
finire così... Gran che! Voi altri dotti non avete sangue nelle vene!
A questo punto il capitano con un brusco movimento ruppe la spalliera
della seggiola e si alzò di scatto facendo tremare i vetri della camera
sotto i suoi passi pesanti e poderosi.
-- È dunque diventata un mostro questa Gilda? -- egli ripigliò, dopo una
breve pausa.
-- Un mostro! -- esclamò il professore scandalizzato -- Che idee?
-- Oh adesso vi riscaldate! Con me? Era meglio riscaldarsi con
quell'altro... Via, scusate -- continuò il Rodomiti, mutando tono. --
Son certo che avete fatto tutto ciò ch'era possibile... Se la Gilda
è sempre piacente, non dureremo fatica a darle un marito che valga
più di quel vostro famoso pittore... Bisognerà pensarci insieme... Ma
spiegatemi un po', perchè non l'avete condotta con voi a Genova?
Il professor Romualdo, più confuso che mai, guardò istintivamente verso
l'uscio della camera attigua.
Questo imbarazzo non isfuggì al capitano, il quale chiese con una
certa impazienza: -- Siete in compagnia? C'è qualcheduno di là?... Avete
un'aria di mistero!...
-- Benedette donne! -- pensò il Grolli. -- Hanno dei capricci!... Per
secondar la Gilda mi convien fare questa commedia. -- Insomma -- egli
disse a voce alta -- ho da raccontarvi una novità...
-- Ed è?
-- Ho preso moglie...
Questo annunzio produsse al marinaio l'effetto dello scoppio d'una
mina. -- Moglie?... Voi?... Scherzate?
-- Niente affattissimo -- rispose il professore punto da queste
esclamazioni -- Parlo sul serio...
-- E il vostro odio per le femmine?
-- È sfumato...
-- Non c'è che dire -- osservò il marinaio, calmandosi a poco a poco
-- voi siete il miglior giudice delle vostre azioni, e in quanto
alla donna che vi sposò, ella può vantarsi d'avere sposato un gran
galantuomo...
-- Non credete quindi che questa donna abbia commesso uno sproposito
imperdonabile? -- domandò il dottor Romualdo, alquanto rinfrancato.
-- Tutt'altro... tutt'altro... Anzi vi chieggo perdono... Del resto, è
vero... siete ringiovanito, e mi congratulo con voi. Ma che volete?...
Penso alla mia figlioccia... Converrete meco che adesso è più urgente
che mai di accasarla... Povera Gilda!... È necessario ch'io la veda...
Abita sempre con voi?
-- Sicuro...
-- Non v'invidio... Due donne sotto il medesimo tetto...
-- Ma mia moglie...
-- Non intendo dir male di vostra moglie... Dio guardi... Ma in ogni
modo...
-- Volete conoscerla? -- insinuò il professore, che non vedeva l'ora di
gettar giù la maschera.
-- No, grazie... o almeno finchè non sia necessario. Non prendete in
cattivo senso il mio rifiuto... Sapete che io sono un uomo alla buona,
un uomo che si trova a disagio in mezzo alle nuove conoscenze...
specialmente poi quando si tratta di signore...
-- E se fosse una signora che si conoscesse da un pezzo? -- disse una
vocina nota e melodiosa. In pari tempo la Gilda si precipitò nella
stanza e si appese (qui la frase va a pennello) al collo del capitano.
-- Come? Che?... la Gilda...? -- balbettò il Rodomiti nel colmo dello
sbalordimento.
-- Sì, signore, la Gilda... Sono un po' mutata, ma insomma...
Il capitano guardava alternativamente la sua figlioccia e il
professore, le cui guance s'erano fatte del color della porpora -- Sua
moglie? -- egli disse infine.
-- Sua moglie, sua moglie -- ripetè la giovine.
-- Non è lo sposo ch'ella si meritava -- osservò Romualdo in tono
rimesso, ma senza affettazione di umiltà.
-- -Zio Tonino- -- disse la Gilda -- fallo tu finire una buona volta...
Egli ha paura che tu disapprovi il nostro matrimonio...
-- In verità, figliuoli miei -- esclamò il capitano, scotendo forte
la mano ad entrambi -- in verità ch'io sarei una gran bestia se lo
disapprovassi... Ma vi confesso che mi avete fatto cascar dalle
nuvole... Ah professore, professore, siete più birichino di quello
che credevo, voi... Basta... Intanto, Gilda, torno a dirti ciò che
dicevo poco fa a lui... La donna che prese per marito questo signore ha
sposato un fior di galantuomo...
-- Grazie, amico mio -- interruppe il dottor Romualdo, raggiante di
contentezza.
-- Un fior di galantuomo -- continuò il capitano -- a cui bisogna voler
bene sempre.
-- Perdonandogli la sua età matura, il suo brutto visaccio, e i suoi
capelli che imbiancano -- soggiunse il professore, compiendo la frase.
-- Allora -- saltò a dire la Gilda -- io porterò in campo le mie cicatrici
e il mio occhio sinistro...
-- Zitti tutti e due -- gridò il capitano Antonio col suo vocione --
amatevi e fatemi presto diventare padrino d'un bel maschiotto... Questo
è l'essenziale.
-- Oh! -- bisbigliò la Gilda, arrossendo.
E il professore, tanto per mutar discorso: -- E voi -- disse -- non
penserete mai a farvi una famiglia?
-- Io? A sessantadue anni?... Eh via, a trentotto, ne avete trentotto,
non è vero?
-- Sì.
-- A trentotto la cosa va co' suoi piedi, ma a sessantadue poi... ho
proprio paura ch'essa andrebbe coi piedi degli altri.
* * * * *
La storia è finita. Che se qualcheduno volesse sapere che cosa
pensi di queste nozze la signora Dorotea, dirò soltanto ch'ella ne è
felicissima, che sostiene d'avervi contribuito per gran parte, ma che
non sa persuadersi come un così bel matrimonio non debba fruttarle
una vincita al lotto. E sì ch'ella va giocando a ogni estrazione i
numeri che le sono suggeriti dalla cabala e da persone sperimentate e
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