in minuto, acquistare il rilievo, il colore, la vita, il sorriso, come se avesse sangue, e muscoli, e nervi. -- Sono una vanerella -- ella osservava talvolta. -- Innamorarmi della mia immagine, come Narciso! Ma era ella ben certa di non accusarsi a torto? Ammirando il proprio ritratto, ammirava forse sè stessa? Tanto per spigrire le membra, ella scendeva ogni giorno a far quattro passi davanti all'albergo, non dilungandosene mai in modo che il professore non potesse dalla finestra vederla e parlarle. -Fulmine-, il vecchio cane di casa, che in quell'ora dormiva per solito attraverso la soglia, le si metteva a fianco con molta galanteria nelle sue passeggiate microscopiche, e sembrava disposto ad accompagnarla molto più in là, ovunque ella avesse voluto. Ordinariamente la Gilda restava fuori fino al ritorno di Mario. All'arrivo del pittore, i due giovani facevano un paio di giri insieme, poi salivano entrambi dal professor Romualdo. L'ostessa serviva per le otto una cena frugale, il cui piatto più importante era una trota pescata in un laghetto a poche ore di cammino. Dopo cena si chiacchierava, si leggeva. Mario aveva trovato in salotto, fra gli altri libri, il primo volume delle poesie di Longfellow, e sapendo discretamente l'inglese, traduceva ad alta voce l'-Evangelina-; indi sbozzava col lapis alcune tra le scene di quel pietoso racconto. Qualche sera l'oste chiedeva licenza di prender parte alla conversazione, e insieme con lui veniva anche -Fulmine-, scodinzolando e fregandosi carezzevolmente intorno a Mario e alla Gilda. In queste solenni occasioni il signor Emanuele (che era l'oste) si permetteva di far sturare in onore dei suoi ospiti una bottiglia, di cui, pure in loro onore, egli beveva almeno i due terzi. Il vino però non lo rendeva espansivo; anzi condensava la sua eloquenza in certi -ma!- sonori che egli emetteva dal labbro a intervalli regolari di due o tre minuti. Poi lasciava cader la testa sul petto, chiudeva gli occhi, apriva la bocca e dormicchiava fino alle dieci, ora nella quale il professore voleva andare a letto, e Mario e la Gilda si ritiravano ciascuno nelle proprie stanze. Questa distribuzione della giornata subiva lievi modificazioni quando il tempo, che non s'era mai rimesso al bello, era tale da non permettere a Mario d'uscire. Allora egli supplicava umilmente che gli si accordasse una più lunga ospitalità, e la Gilda, col piglio d'una castellana del medio evo, gli concedeva di rimanere. Nè certo il professore poteva mettere il suo veto alla onesta domanda. Il ritratto volgeva al suo termine. All'ottava seduta, nell'ora in cui Mario soleva deporre i pennelli, egli disse alla Gilda: -- Non vado via, sa, oggi... Ho una buona giornata e voglio finire... Rimanga al suo posto.... Pieghi un po' la testa verso sinistra... Così... sorrida... -- Dio mio!... Non faccio altro da una settimana. -- È vero, ma oggi soltanto mi par di cogliere la giusta espressione di quel suo sorriso... Ah sì, sì... ecco. E il pittore, tiratosi due passi indietro, mirava con compiacenza l'opera sua. Il professore Romualdo, ch'era in via di guarigione e camminava senza difficoltà per la stanza, venne a collocarsi dietro a Mario e non potè a meno di esclamare: -- Bravo! È parlante. L'Albani si rimise tosto al lavoro. Il suo occhio scintillava, un fremito gli correva tutte le membra, la punta del suo piede batteva impaziente sul pavimento, mentre il suo pennello sicuro ora sfiorava, ora mordeva la tela, creando sul suo passaggio nuovi effetti d'ombra e di luce, spirando un soffio potente in quella bella testa di vergine. Ancora un tocco, un altro, e poi Mario depose la sua tavolozza, si ravviò con la mano i capelli e disse: -- Si alzi, signora Gilda; è finito. Un grido d'ammirazione proruppe dal labbro della giovinetta quand'ella vide il ritratto compiuto. Ella ne aveva seguìto i progressi con fede incrollabile, ma la riuscita superava ogni sua aspettativa. -- Oh signor Mario, ha fatto miracoli oggi -- ella soggiunse commossa. -- E dire che se non ero io, avrebbe lacerato questa tela una mezza dozzina di volte... -- È stata la mia collaboratrice -- egli rispose -- Ha mantenuto il mio coraggio. Dovrò tutto a lei. Ella chinò il volto confusa e sentì spuntarsi una lagrimetta sul ciglio. Scosse leggiadramente il capo, si rivolse al professore e continuò accennando al quadro: -- Lo faremo mettere in una elegante cornice, in una cornice dorata, e poi lo collocheremo nella tua camera... al disopra della tua scrivania...; così lei, signor disprezzatore delle donne, non potrà alzare gli occhi dai suoi dottissimi libri senza vedere una donna, che, via, non è tanto brutta... Chi sa le belle ispirazioni che ti scenderanno da quella immagine!... A questi discorsi il professore sentiva un peso, un'oppressione al cuore, di cui non sapeva rendersi conto. E intanto, per non rimaner muto affatto, egli rinnovava a Mario le sue congratulazioni. Erano del resto congratulazioni sincere, perchè i pregi singolari di quella mezza figura non potevano sfuggire nemmeno a lui, ed egli paragonava sospirando gli effetti rapidi, fulminei, ottenuti dall'arte, coi successi lenti, modesti, spesso ignorati, della scienza. In altri tempi questo confronto gli avrebbe fatto parer tanto più cari gli studi scientifici quanto minore è lo strepito che essi levano intorno a sè e il compenso ch'essi danno ai loro cultori. Oggi la sua fede vacillava; egli era tentato di chiedersi: -- Perchè non nacqui artista anch'io? -- Ah! -- riprese la giovinetta, mutando discorso con la solita infantile volubilità -- Ho le membra intorpidite... Son rimasta seduta cinqu'ore. -- Dica pur sei -- osservò l'Albani. -- Si è cominciato al tocco, e sono quasi le sette. -- Ebbene -- soggiunse la Gilda, rivoltasi allo zio -- scendo a fare i miei quattro passi d'ogni giorno... Mi farà da cavaliere, non è vero, signor Mario? Le nostre colonne d'Ercole saranno quei soliti abeti laggiù... E tu, zio Aldo, potrai vigilare sopra di noi, come l'angelo custode... dall'alto. Dopo l'uragano, era quello il primo giorno in cui il cielo si mostrava quasi interamente sereno. Spirava un'aria mite, annunziatrice di una rivincita dell'estate sull'autunno precoce; l'oste spianava la fronte corrugata e riapriva l'animo alla speranza vedendo che -i due gemelli- non -fumavano- più. -- Bel tempo! -- disse il signor Emanuele a Mario e alla Gilda. -- Bel tempo! -- E si fregò le mani per la contentezza. Il signor Emanuele se ne stava ritto davanti alla soglia dell'albergo. Vicino a lui c'erano due guide, un cacciatore di camosci, e una guardia daziaria. -Fulmine-, che scherzava un po' più lontano col cane del cacciatore, corse festosamente verso i due giovani. Il crocchio si divise per lasciarli passare. -- Sono fidanzati? -- chiese la guardia daziaria. -- Ma! -- rispose il laconico oste. E una delle guide soggiunse: -- Paion fatti l'uno per l'altra. Il professore era alla finestra coi gomiti appoggiati al davanzale. La Gilda guardò in alto, sorrise allo zio, e lo salutò colla mano. -- Voglio raccontarle la storia di Van Dyck e di Miss Dolly Ruthwen -- cominciò Mario. -- Oh bravo, racconti, racconti. E la bellissima coppia si diresse verso la macchia d'abeti, ora preceduta, ora seguìta da -Fulmine-, che carolava sull'erba e prendeva fra i denti le pine cadute dagli alberi. Il professor Romualdo li accompagnava con lo sguardo. Giunti al termine stabilito, Mario e la Gilda si avvicinarono di nuovo all'albergo. -- Sicuro -- disse Mario, continuando la sua narrazione, -- se Miss Dolly Ruthwen non avesse posato per lui, Van Dyck non avrebbe mai fatto uno dei suoi capolavori. -- E che avvenne poi? -- domandò la ragazza. -- Fa bujo -- gridò dalla finestra il professore. -- Un altro giro, un altro giro, e siamo con te. Il sole era fuggito dalle cime dei monti, il breve crepuscolo cedeva il posto alla sera, e già le stelle cominciavano a tremolare nel firmamento. Il cappuccio di lana rossa della Gilda spiccò ancora per qualche istante tra il grigio uniforme di tutte le cose; poi il professor Romualdo non vide più che due ombre. E intanto Mario narrava alla Gilda come Miss Dolly Ruthwen fosse divenuta moglie dell'artista ch'ella aveva ispirato col suo bel viso. Il cane -Fulmine-, quasi a significare la sua approvazione al felice connubio, abbajò rumorosamente destando l'eco della valle, e i due giovani si misero anch'essi a gridare per celia: -Gilda! Mario!- L'eco rimandava confusi insieme i due nomi -Mario! Gilda!- Lo scienziato non sapeva staccarsi dalla finestra. Egli seguiva con l'occhio il moversi di quelle ombre, egli tendeva l'orecchio a quei suoni. E indovinava l'amore. L'amore, che fino allora egli non aveva nè provato in sè, nè compreso negli altri, adesso gli passava rasente come un soffio infocato, gli turbava i sensi e lo spirito. Oh perchè aveva egli tanti anni addietro accolto il grave legato di una sorella con la quale non lo vincolava obbligo alcuno? E quando pure avesse voluto conservare ed accrescere il piccolo patrimonio della nipote; quando pure avesse voluto colmarla di benefizi, perchè tenerla sotto il suo tetto? Per sentirsi dire un giorno: -- la tua parte è finita. Tutto l'affetto prodigato a questa creatura nel lungo periodo dell'infanzia e dell'adolescenza val meno del primo sorriso d'un ignoto che la rapirà alla sua casa? E a te che le hai fatto da padre, non resta altro che mettere il tuo -visto- sotto il passaporto che le servirà a varcar la tua soglia per non ricalcarla forse mai più? Senonchè, altri pensieri succedevano a questi nell'animo del professore. Egli non poteva a meno di confessare che se la Gilda gli aveva costato dei sacrifizi, egli ne aveva pure avuto un ricambio. Ella era stata docile, buona, le sue grazie schiette ed ingenue, la sua intelligenza vivace, il suo desiderio di apprendere avevano fruttato a lui soddisfazioni care e ineffabili. Non aveva ella aperto nuovi orizzonti alla sua mente, non aveva contribuito ad ingentilirgli il costume, a renderlo insomma migliore di quello ch'egli era una volta? E ora, di che cosa poteva incolparla? Di amare. Chi non ama nel mondo? Dacchè egli aveva spinto lo sguardo oltre le sue formule e le sue storte, di chi poteva dire: -- Costui non ama, costui non ha mai amato? -- Di sè... forse... No; la Gilda non aveva nulla da rimproverarsi. Egli piuttosto, egli che ne era il tutore, il secondo padre, aveva adempiuto alla parte sua? Che aveva fatto mentre il sottile veleno dell'amore s'infiltrava nelle vene della giovinetta? Egli non aveva nè provocato dal suo labbro una confidenza, nè chiesto a Mario Albani una spiegazione; aveva assistito con le braccia incrociate al crescere di una simpatia che forse non era più che un capriccio pel giovine artista, ma che certo aveva messo salde radici nell'anima della Gilda, e, delusa, le avrebbe turbata tutta la vita. Oh improvvido e inetto! Ed egli andava orgoglioso della sua scienza, egli che non aveva saputo fare ciò che sa ogni più umile persona del volgo a cui siano affidate le sorti d'una fanciulla! Lo prese un'inquietudine affannosa, e gridò: -- Gilda! Gilda! È tardi... -- Eccoci, eccoci -- rispose la Gilda. E -Fulmine-, abbaiando, precedette all'albergo la coppia felice. Quella sera Mario Albani si ritirò più presto del solito nella sua camera. Il professore, fattosi animo, trattenne la Gilda, e con voce che la commozione rendeva tremula: -- Gilda -- le disse -- non mi nascondi nulla? Ella abbassò gli occhi e arrossì. -- Ti ricordi -- continuò il professore Romualdo -- dei discorsi tenuti dal capitano Antonio l'ultima sera che egli passò con noi?... Guardami in viso... Quel momento che il capitano presagiva vicino, è venuto? Ella abbandonò la sua testina sulla spalla dello zio, e bisbigliò tra un sorriso e una lagrima: -- Mi pare di sì. -- La tua quiete è in pericolo, la mia fanciulla! -- egli riprese, carezzandole con mano nervosa i capelli. -- Oh il malaugurato accidente che c'imprigionò qui per tanti giorni! -- Sì, la cagione del nostro soggiorno fu invero molto spiacevole... Ma la prigionia non è stata una gran disgrazia. -- Gilda, Gilda, tu scherzi col fuoco... Perchè il signor Mario affine di passare il tempo ti fece il ritratto, perchè egli ti disse qualche galanteria... -- Quanto a questo -- ella interruppe con vezzo infantile -- prima di giudicare, aspetta un certo discorso che ti verrà fatto domattina... -- Dal signor Mario? -- Sicuro, da Mario, il quale si presenterà dal mio signor zio e tutore a chiedergli... insomma a fargli un discorso serio... -- Ma, Gilda, questo giovine si può dire che tu lo conosci appena. -- Oh zio Aldo, lo conosco fin da ragazzo. -- Sì, come un ragazzo sventato... E vorrebbe farsi una famiglia? -- Proprio vorrebbe questo.... -- Senza uno stato? -- Aspetteremo che l'abbia. -- E suo padre? -- Oh! Egli non vede che per gli occhi di Mario. -- E fu ben compensato della sua cieca affezione! Poveri padri! -- No, no. Nè poveri padri, nè poveri zii -- ella ripigliò con grazia... -- Si vuol loro tanto bene... E poi noi conosciamo il fondo del loro pensiero meglio che non lo conoscano essi medesimi... Dio! Dio! Come leggo chiaro qui... qui, nel tuo cuore. -- Smetti, bimba -- egli interruppe tra fastidito e turbato. -- Leggo in grandi caratteri -- soggiunse ella senza badargli -- queste parole esplicite e solenni: -Desidero soltanto una cosa, che la Gilda sia felice...- Non è vero, che so legger bene? Un amaro sorriso sfiorò il labbro del professore, ma egli si ricompose subito. -- Lasciami solo adesso, Gilda... te ne prego... ho bisogno di rimanere solo. E appoggiando uno dei gomiti al bracciale della poltrona, nascose il volto nella palma della mano. Ella accese lentamente la candela, s'avvicinò in punta di piedi allo zio e gli diede un bacio in fronte. Poi sguisciò via. -- È inutile che tu faccia il cattivo, zio Aldo.... Non ti credo. E la giovinetta rientrò nella sua camera, e sciolse il volo alle sue gioconde fantasie d'innamorata. Il professor Romualdo, appoggiato al suo bastone, si mise a passeggiar per la stanza. Giunto davanti al cavalletto dove era il ritratto della Gilda, egli sollevò il lino bianco che copriva quelle care sembianze, e stette a lungo immobile a contemplarle. Era quella la Gilda che sarebbe rimasta sempre con lui, che gli avrebbe sempre sorriso... L'altra... oh l'altra egli l'aveva perduta! XVII. Prima dell'inverno, Mario e la Gilda erano fidanzati. Il giovine Albani era venuto in persona a rinnovare la sua domanda, e il professor Romualdo aveva finito coll'accordare, spontaneamente o no, il suo consenso. In quanto al signor Gedeone, padre di Mario, egli accolse con molto favore il pensiero di questo matrimonio, cosa che può parer singolare in un uomo positivo come lui. Ma il signor Gedeone era da qualche tempo sotto la cura d'un medico omeopatico, che gli aveva insegnato le sue teorie. -- -Similia cum similibus- -- diceva l'egregio negoziante. -- I savi si governano con le idee savie, i matti con le idee matte. Chi sa che il matrimonio non faccia venir giudizio a mio figlio! -- Inoltre si trattava di una ragazza per bene, di una ragazza che il signor Gedeone si era vista crescere sotto gli occhi e di cui tutti lodavano le maniere e i costumi. Aggiungasi infine l'onore di stringer parentela con un uomo sapiente come il professore Grolli. Gl'ignoranti, e tale era il signor Gedeone, affettano disprezzo per la scienza, ma nel fondo sentono solleticata la loro vanità dal poter dire che hanno domestichezza con qualche dotto. Anche dal lato dell'interesse l'affare era meno cattivo di quanto si sarebbe creduto. Certo, se Mario fosse rimasto in negozio, s'egli avesse voluto essere un continuatore della casa -Gedeone Albani-, non gli sarebbe mancata l'offerta di qualche ragazza con centomila lire e più; ma un artista in principio della sua carriera non poteva aspirare a tanto, ed era già molto ch'egli trovasse una dote. La Gilda aveva quasi trentacinque mila lire; il signor Gedeone aveva supposto ch'ella non possedesse un centesimo. A lui, Gedeone Albani, negoziante di granaglie e coloniali, toccava di far onore al suo nome, creando al figliuolo una condizione indipendente e decorosa. E invero egli non aveva altri che Mario al mondo; le sue operazioni commerciali meno delicate, i suoi ingegnosi contrabbandi avevano sempre avuto uno scopo che li giustificava, quello cioè di accrescere il patrimonio di quest'unico figlio. Ora poi ch'egli doveva far delle spese maggiori per conto di lui, il signor Gedeone s'era risolto di assumere la fornitura di alcuni Istituti pii. Le nozze vennero fissate per quando la Gilda compirebbe i diciotto anni; Mario ne avrebbe allora ventitrè e qualche mese. Gli sposi si stabilirebbero in Milano, o in Firenze, o in altra città dove vi fosse una vita artistica. All'allestimento della casa provvederebbe il signor Gedeone, il quale si obbligava inoltre a passare un congruo assegno annuo a Mario. Com'è naturale, in tutti questi accordi i due fidanzati non avevano la menoma parte; i concerti erano presi tra il signor Gedeone e il professor Grolli per iniziativa del primo e col sussidio di un uomo di legge. -I patti chiari fanno i buoni amici-, diceva il signor Albani -seniore-, e al professor Romualdo, che insisteva sulla superfluità di metter penna in carta quando potevano intendersi a voce, egli replicava sentenziosamente: -Verba volant.- Sopra un altro punto il signor Gedeone fu irremovibile; egli volle cioè dare una grande solennità agli sponsali. La ditta Gedeone Albani non aveva mai fatto taccagnerie e non voleva farne in questa occasione. Si trattava nientemeno che della promessa di matrimonio del figlio di quella rispettabile ditta, di colui al quale per un certo tempo il signor Gedeone aveva sperato di legare i suoi affari di grani e di coloniali e i segreti delle sue contravvenzioni a danno del fisco. Speranze pur troppo fallite; ma non importa; il figlio era sempre figlio, e il signor Gedeone doveva mostrarsi uguale a sè stesso. Vi fu in casa Albani un invito numerosissimo; parenti del signor Gedeone, parenti della sua defunta moglie, membri della Camera di commercio; poi, in onore del Grolli, parecchi professori dell'Università, e in onore della Gilda la madre e le ragazze Lorati, le quali dicevano che la Gilda non poteva a meno di essere una gran civetta se aveva trovato così presto marito, mentre esse invece non ne venivano mai a capo. In complesso una società un po' mista, mirabilmente concorde però nel far buon viso agli abbondanti rinfreschi preparati dal signor Gedeone. Intanto il professore Grolli e la Gilda avevano partecipato l'importantissimo avvenimento al capitano Rodomiti, il quale si trovava a Cadice, prossimo a partire per la Nuova Guinea. E il marinaio, deplorando di non poter essere in Italia per l'epoca delle nozze, inviava le sue più vive congratulazioni al professore e agli sposi, e annunziava di aver già dato a un amico di Milano gli ordini opportuni pel corredo della figlioccia. Così tutto pareva sorridere a questa unione: la gioventù, la bellezza, le prospettive di una vita comoda e agiata, le brillanti promesse della gloria. Se la Gilda rifletteva a ciò che sarebbe accaduto di lei ove fosse rimasta orfana e sola a Montevideo, ella aveva ben ragione di lodarsi della fortuna e degli uomini che avevano cospirato con amorosa sollecitudine a sparger fiori sul suo cammino. Dal giorno in cui sua madre morente l'aveva affidata al capitano Rodomiti perchè la conducesse in Europa, quante cure soavi l'avevano cinta, di quanti pensieri gentili era stata l'oggetto! Senza genitori, ella era stata amata più di molte fanciulle che crescono all'ombra del tetto domestico; povera, il frutto della previdenza altrui la rendeva quasi ricca a diciassette anni. Uno zio che non le doveva nulla le faceva da padre; un estraneo, il capitano Rodomiti, gareggiava con lo zio in tenerezza per lei. Avrebbe potuto essere una selvaggia, ed era stata allevata in un ambiente di studi; aveva il culto dell'arte, e l'uomo a cui doveva unir la sua vita era un artista. Pure, la sua contentezza non era scevra d'angustie. Come in qualche giornata estiva si diffondono pel cielo sereno lievi vapori che, senza prender forma visibile, offuscano nondimeno lo splendore del sole, così una vaga malinconia s'impossessava talvolta della sua anima, e le faceva considerar la sua felicità come un castello di carte destinato a crollare ad un soffio. Mario l'amerebbe sempre? L'affetto che egli le portava era di quelli che durano alla prova del tempo, che resistono al tedio, ai capricci della mobile fantasia? Oggi ella era per lui il tipo di quella bellezza ch'egli idoleggiava; a sentirlo, ella doveva figurare in tutti i suoi quadri, passare all'immortalità per opera del suo pennello. Ma domani? Se un altro tipo femminile gli sembrasse più vicino all'ideale che gli sorrideva nella mente? Un giorno ella non aveva potuto a meno di dirgli: -- Tu non comprendi la donna che bella! -- È vero -- egli aveva risposto -- ma che t'importa, poichè tu sei bellissima? Tra gli sponsali e le nozze doveva correre un periodo di un anno, nè l'irrequietissimo Mario sapeva acconciarsi a rimaner tanto tempo fermo in un luogo. Egli era ora di qua, ora di là; ora a Zurigo, ove aveva vecchi amici e lavori lasciati incompiuti, ora in questa o in quella città d'Italia. Lontano, non aveva l'abitudine di scriver troppo di sovente alla sua sposa; se ne tornava però sempre più innamorato di prima. Durante le assenze di Mario, il pensiero della giovinetta si ripiegava con maggior tenerezza dell'usato su quelli ch'ella stava per abbandonare: sul professore Romualdo, sulla signora Dorotea, che, pur brontolando continuamente, aveva mostrato tanto affetto per lei. La signora Dorotea non era più la matura ma vispa donnetta di dieci anni addietro, che divideva la giornata tra le cure domestiche e le visite ai conoscenti; era curva, sdentata, e passava le lunghe ore in un seggiolone cogli occhiali inforcati sul naso, con la calza in mano. Negli ultimi tempi anche la sua condizione economica s'era molto peggiorata. La manìa del giuoco del lotto, cresciuta in lei coll'avanzare dell'età, l'aveva caricata di debiti, e una mattina il professor Romualdo aveva visto giungere gli uscieri del tribunale per l'oppignoramento dei mobili. Il professore aveva posto riparo al disastro rimborsando il danaro dovuto dalla vedova e comprandole i mobili a prezzo vantaggiosissimo per lei. Così a poco a poco le parti s'erano invertite fra loro; egli era divenuto il padrone di casa, ella era l'inquilina. Il professore pagava la pigione; ella, piuttosto per salvare il decoro che per altro, pagava a lui un piccolo assegno mensile pel proprio mantenimento. Non aveva rinunziato alla sopraintendenza alle cose domestiche, ma le sue funzioni attive si riducevano a nulla. L'ufficio che ella aveva abbandonato con maggior riluttanza era quello di scriver la polizza del bucato; grave occupazione, nella quale soleva impiegare tre ore ogni venerdì, dopo aver fatto acquistare la sera innanzi una penna d'oca temperata e aver versato una goccia d'aceto nel calamaio affine di render scorrevole l'inchiostro. Alla lunga però anche un tale incarico era stato assunto dalla Gilda, che mostrava tutte le qualità di una buona massaia, e la signora Dorotea aveva sempre più agio di brontolare e di studiare la cabala del lotto. La prima di queste inclinazioni aveva trovato un nuovo alimento nella promessa di matrimonio della Gilda. Quel matrimonio ella non sapeva mandarlo giù, sia che avesse altri disegni relativamente alla -bambina-, com'ella soleva spesso chiamare la Gilda, sia che tenesse ancora il broncio a Mario per la marca di negozio ch'egli le aveva dipinto sulla schiena quand'era fanciullo. Ordinariamente ella si limitava a sfogare il suo malcontento in lunghi soliloqui; non lasciava però sfuggirsi l'opportunità di dirne una parola anche al professore, e di biasimarlo della sua troppo facile condiscendenza. Nè con la Gilda faceva mistero dell'antipatia che le inspirava il suo fidanzato. Del resto, si era troppo avvezzi alle querimonie della signora Dorotea per dar loro gran peso; tuttavia la Gilda sentiva spuntarsi qualche volta una lagrimuccia di dispetto, e diceva: -- In fin dei conti, che ha con Mario? -- Eh, nulla, nulla -- rispondeva la vecchia -- ma quello lì non era il marito per te... E credi tu che il professore veda di buon occhio queste nozze?... Non parla, ma soffre... Oh! Il professore io l'ho conosciuto prima che tu avessi lume di ragione. L'idea che lo zio Aldo soffrisse amareggiava profondamente la Gilda e la rendeva più sollecita, più affettuosa verso di lui ch'ella non fosse mai stata. Ella voleva a ogni costo prestargli l'opera sua, voleva copiare i suoi manoscritti, voleva aiutarlo nel suo laboratorio. E s'egli si schermiva, ella, che non aveva la virtù dissimulatrice di lui, mostrava tanta afflizione da vincere ogni sua resistenza. No, piuttosto di darle un dolore, egli ne avrebbe dati cento a sè stesso. Nel momento in cui era stato fissato il matrimonio della Gilda, egli aveva fermo in cuor suo due cose: consacrarsi con lena raddoppiata agli studi, avvezzarsi a veder la nipote meno che fosse possibile. Di questi due proponimenti il primo soltanto gli era riuscito; s'era immerso nel lavoro, s'era impegnato con un editore a fornirgli entro pochi mesi la materia di un paio di pubblicazioni: un trattato di geometria superiore, e un libro di minor mole, che avrebbe dovuto essere come la sintesi del suo pensiero scientifico. A quest'ultimo soprattutto egli indirizzava le forze dell'intelletto; voleva ch'esso fosse stampato prima delle nozze della Gilda, voleva ch'esso levasse romore intorno al suo nome; per la prima volta nella sua vita, al culto disinteressato del vero si mesceva nell'animo suo il desiderio della gloria. Era geloso della celebrità bambina di Mario; ambiva mostrare che la scienza può dare alla fama una base più sicura e più salda dell'arte. Il suo stile, ordinariamente arido e disadorno, si risentiva dell'inspirazione robusta che gli aveva suggerito quest'opera, e acquistava una vigorìa e un colore inusato. La Gilda, nel ricopiarne alcune pagine, non aveva potuto a meno di esclamare: -- Zio Aldo, diventi anche poeta? -- E aveva soggiunto, additando il suo ritratto appeso al disopra della scrivania: -- Ero stata buona profetessa. Quel quadro doveva far miracoli. La Gilda diceva il vero? Era dunque da lei, era dalla sua immagine che spirava un soffio di poesia in quell'anima austera di scienziato? Anch'egli dunque cedeva a quella influenza della donna a cui aveva saputo sottrarre la sua giovinezza? Così finivano i suoi superbi dispregi? Ahimè! A questa domanda egli non avrebbe potuto rispondere senza grave imbarazzo. Tutti i suoi criteri erano scompigliati. Aveva perduto la calma, eppure sentiva il suo ingegno ringagliardito; aveva perduto l'antica padronanza di sè, eppure aveva lampi d'energia per lo addietro non sospettati nemmeno. Ma un dolore sordo, assiduo lo martoriava; egli invocava ormai come un modo di uscir di pena il matrimonio della Gilda e la possibilità d'intraprendere un lungo viaggio nel quale forse egli avrebbe finito col ritrovare sè stesso. XVIII. S'eran già fatte le pubblicazioni di legge, e per fissare il giorno delle nozze non si aspettava che il ritorno di Mario, il quale dopo molte esitazioni s'era determinato a stabilire la sua futura residenza in Firenze, e si trovava da qualche giorno in quella città insieme col signor Gedeone affine di cercarvi un appartamento. Intanto il corredo ordinato a Milano dal capitano Rodomiti era giunto, e formava l'ammirazione degli intelligenti, e soprattutto delle intelligenti. Le Lorati si rodevano dall'invidia; anzi la signora Olimpia mormorava con le sue amiche che questa grande tenerezza del capitano Rodomiti aveva certo le sue buone ragioni, e che senza dubbio -c'era stato qualche cosa- tra lui e la madre della ragazza... Ma! Se anche lei fosse stata di manica larga in gioventù, non le mancherebbero adesso i protettori per la Ginevra e la Giulia. Nonostante queste caritatevoli insinuazioni, la signora Olimpia e le sue figliuole attendevano assiduamente a ricamare un tappeto da tavola da regalarsi alla Gilda. Era un lavoro di polso, specialmente in virtù d'un quadro centrale che doveva raffigurare la favola del cigno e di Leda. Soggetto arrischiatissimo, ma trattato con molta innocenza, perchè il cigno pareva una pacifica oca aliena da pensieri galanti, e il bel corpo di Leda dava l'idea d'una stufa di pietra cotta. Non era facile intendere come da quella stufa potesse uscire la famosa Elena destinata a mettere a soqquadro la Grecia; ma tolta questa piccola menda, l'opera collettiva delle signore Lorati era veramente pregevole. La signora Olimpia, da mamma esemplare, ne dava tutto il merito alle ragazze, e specialmente alla Ginevra, ch'era la maggiore e che andava maturandosi a colpo d'occhio. Nè il cavalier Diomede se ne stava con le mani alla cintola. Egli era in grandi faccende per approntare un volume di circa duecentocinquanta pagine, contenente un'edizione riveduta e corretta dei discorsi letti da lui stesso nell'Accademia di cui era segretario. Erano diciotto discorsi e potevano corrispondere a diciotto grosse dosi di cloralio da prendersi in caso d'insonnia. In quanto al professore Romualdo, egli si proponeva di dedicare alla nipote l'opera scientifica alla quale attendeva da alcuni mesi e in cui aveva versato tanta parte del suo pensiero. Avrebbe potuto con molto maggior ragione dedicare il libro a qualche uomo illustre nel campo degli studi, ma lo allettava l'idea di associare al nome della sua pupilla il frutto delle sue lunghe meditazioni e delle sue veglie. Certo, la Gilda non avrebbe potuto a meno di sentirne un po' d'orgoglio e di gratitudine, e avrebbe detto: Povero zio Aldo! Ha -anche lui- i suoi meriti. E il Grolli aveva già riveduto tutte le stampe del suo lavoro, ad eccezione dell'ultimo capitolo. Qui s'era urtato contro uno scoglio. Egli correva dietro a una formula che non poteva essergli data che da una esperienza chimica alla quale s'era accinto con ardore mal ricompensato dalla fortuna. Quell'esperienza non gli riusciva secondo i suoi desiderii, per quante volte egli ritentasse la prova. Rinunciarvi non voleva, giacchè gli sarebbe parso rinunciare alla parte più brillante del suo lavoro; e poi la scienza ha anch'essa il suo punto d'onore, e s'ostina di più dove trova maggiori gli ostacoli. Ma intanto il tempo passava ed era abbastanza difficile che l'opera potesse uscire dai torchi prima delle nozze. Ciò contribuiva a metter di cattivo umore il professore Romualdo, e il cattivo umore dello scienziato faceva brontolar più del solito la signora Dorotea e stendeva un'ombra sulla felicità della Gilda. Fu appunto in uno di questi giorni critici che Mario annunziò alla sposa il suo imminente ritorno. Ormai tutto era pronto, non c'era che da diventar marito e moglie. Siccome però ci voleva il tempo di ammobiliare il quartierino preso a pigione (un amore di quartierino a piedi del colle di Bellosguardo), i due primi mesi del matrimonio si sarebbero consumati in viaggio. Mario si riprometteva miracoli da una peregrinazione artistica con la Gilda in Sicilia. -- Quel cielo limpido, quella natura lussureggiante -- egli le scriveva entusiasta -- faranno degna corona alla tua bellezza, e chi sa che a me non ispirino un capolavoro! -- Per onor del vero, dopo il ritratto così egregiamente riuscitogli, egli non aveva prodotto nulla di notevole. Ammetteva egli stesso che la condizione di fidanzato gli si attagliava pochino. Una volta marito, sarebbe stata ben altra cosa. -Sentiva- già dentro di sè cinque o sei quadri, in ciascuno dei quali era serbato un posto d'onore alla sua sposa. V'erano momenti in cui la Gilda non poteva a meno di domandare a sè medesima: -- Mi prende dunque come una modella? -- Ma più sovente la sua vanità era lusingata dalla idea che la sua immagine, riprodotta in diverse guise, passasse ai posteri come quella della moglie d'un gran pittore. La Gilda, poichè ebbe la lettera di Mario, corse in camera dello zio tenendo in mano il foglio spiegato, e gridando: -- Mario sarà qui domani. Sia che il professore pensasse all'impossibilità di pubblicare il suo libro per l'epoca voluta, sia che, dopo aver affrettato col desiderio questo matrimonio, sentisse ch'esso avrebbe lasciato un vuoto troppo grande nella sua vita, fatto si è che la nipote non ebbe punto a lodarsi della sua accoglienza. -- Venga, vada, che me ne importa? -- egli disse in tono sgarbato. -- Oh, zio -- cominciò la Gilda, a cui questi modi inurbani facevano male. Ma egli la interruppe: -- Lo so che hai fretta d'andartene... Vuoi fissare le nozze per posdomani, per domani sera?... -- Zio Aldo, zio Aldo -- ella esclamò in mezzo alle lagrime -- mi volevi tanto bene una volta! Che ti ho fatto perchè da qualche tempo tu debba odiarmi? -- Odiarti?... Io?... -- gridò il professore fuori di sè in veder quel bel viso molle di pianto... -- Odiarti?... Ma io invece... Avrebbe avuto mille cose da soggiungere, ma si arrestò a un tratto. Come colui che guardando alla casa del vicino vede il riflesso delle fiamme che investono la casa propria, così il professore, nel turbamento che si dipinse in viso alla Gilda, lesse il segreto che gli era sepolto nell'anima e che non aveva voluto fino allora rivelare a sè stesso. Sentì il precipizio sotto i suoi piedi e disse balbettando: -- Perdonami... Ho bisogno d'aria... Prese il cappello, e uscì senza dar ascolto alla signora Dorotea, che seduta nel suo seggiolone in salotto chiedeva: -- Che cosa c'è! Che è accaduto? -- Che c'è! Che è accaduto? -- tornò a domandare la signora Dorotea quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta. La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme e ruppe in singhiozzi. -- Ma insomma? -- ripetè la vedova, avvicinandosi. -- Oh, signora Dorotea -- proruppe la giovinetta, per la quale la buona femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio -- non conosco più lo zio Aldo. -- Spiegati dunque... Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò il capo e congiunse le mani. -- Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio. -- O signora Dorotea, che dice mai? -- riprese la Gilda, diventando scarlatta di pallida ch'era. -- Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà andato? -- ella proseguì, colta da un subito spavento. -- Voglia il cielo ch'egli non faccia qualche sproposito. -- No, per carità, non lo pensi nemmeno -- gridò sbigottita la Gilda, che aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto. -- Dio mio; sono pure infelice! Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro desiderio che quello di trovarsi all'aperto. Uscì dalla città e prese a caso la prima strada che gli si parò davanti. Era dunque possibile? Il suo affetto di zio, di tutore, di padre, s'era cambiato in un sentimento di tutt'altra natura?... Innamorato?... Lui?... Alla sua età, con le sue abitudini austere, con la sua ripugnanza verso quanto sapeva di galanteria?... E s'era tradito?... Oh s'era tradito senza dubbio... Lo sgomento della Gilda parlava chiaro... Imbecille, imbecille!... Egli aveva sciupato in un secondo il frutto di tanti anni di sacrifizio e di abnegazione. La Gilda non si ricorderebbe più di lui come di un tutore sollecito, come di uno zio tenero e affettuoso, ma come d'uno spasimante ridicolo che s'era offeso perchè ella gli aveva preferito un uomo giovine e bello... E se la Gilda parlasse?... Se rivelasse tutto a Mario, come ne aveva il diritto?... Se Mario venisse a provocarlo?... Oh, Mario ne avrebbe riso, ne avrebbe riso insieme con la sua sposa! Questa paura del ridicolo lo perseguitava nel suo cammino; avrebbe voluto nascondersi sotto terra, tanto gli pareva che anche le cose inanimate dovessero acquistar la favella per dargli la baja. Eppure, mentre si vergognava di sè stesso, gli sarebbe stato di grande sollievo il poter versare le sue pene in un cuore amico. Ma dove trovarlo? La sua vita era stata dissimile da quella degli altri giovani, la cui intrinsichezza si aumenta con le confidenze reciproche; coi suoi coetanei egli aveva discorso di matematica; confidenze intime non ne aveva mai chieste, non ne aveva mai fatte. E comincerebbe a trentasette anni? Un uomo forse l'avrebbe sorretto di virili consigli, ma quell'uomo era lontano, e a che pro scrivergli? Che avrebbe potuto far per lui il capitano Rodomiti finchè stava col suo legno nei mari dell'India o dell'Africa? Dopo più d'un'ora di cammino, egli si accinse al ritorno, sempre molestato dagli stessi pensieri, sempre agitato dall'idea di doversi ripresentare alla Gilda... Procurerebbe di rientrare in casa inosservato, si chiuderebbe nella sua camera, nel suo laboratorio, per non mostrarsi che all'ora di desinare. Nel suo laboratorio?... I bei risultati ch'egli vi aveva ottenuti! Anche le storte gli eran diventate ribelli!... Ebbene; bisognava ritentare per la centesima, per la millesima volta... Già il suo mondo era lì, era tra le sue formole, tra le sue esperienze... Meglio le severe ripulse della scienza che lo scherno della donna! A poca distanza dalla città il professore s'imbattè in una frotta di studenti che si levarono il cappello al suo passaggio e lo fissarono con curiosità. Come mai erano a zonzo così presto? Il professore Romualdo ne interrogò uno. -- Hanno vacanza? Il giovine diede un'occhiata ai suoi condiscepoli, e poi rispose sorridendo: -- Scusi... era la sua ora. -- La mia ora?... Il giovedì! -- Ma oggi è venerdì, signor professore. -- Venerdì -- esclamò esterrefatto il Grolli, osservando distrattamente l'orologio, come se potesse trovarvi l'indicazione della giornata. -- Appunto... -- Sicchè... io non ho fatto la mia lezione? -- Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene. Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile. XIX. Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire. Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza, e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso il buco della serratura. -- Non c'è nessuno -- ella disse. -- Sarà in laboratorio -- osservò la ragazza, e passando nel luogo di sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla parete. Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio; il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti. -- Solite diavolerie! -- borbottò la signora Dorotea, non tranquillata che a mezzo -- Una volta o l'altra va in aria la casa. -- Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò che gli preme soprattutto -- pensò la Gilda, e si persuase che le sue inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che altro. Sul tardi vennero le Lorati a prenderla, ed ella non rientrò che tardi. Nell'intervallo il professore era uscito e rientrato anche lui, e dopo aver chiesto conto della nipote, s'era ritirato in camera lasciando ordine che non lo disturbassero fino alla mattina dopo. La signora Dorotea si era messa per intavolare un discorso, ma egli le aveva dato sulla voce e l'aveva piantata in asso. -- Benedetto uomo! -- disse la vedova Salsiccini alla Gilda. -- È di un umore bestiale. Scatta per nulla come una molla. A malgrado di questo avvertimento, la Gilda, sul punto di coricarsi, non potè a meno di gridare in modo da esser sentita nella stanza attigua: -- Buona notte, zio Aldo. Al suono di quella voce così cara al suo orecchio, il professore, che era seduto davanti alla scrivania, trasalì e rispose: -- Buona notte, Gilda... Fa di dormire, adesso. -- Non ho sonno... -- A ogni modo -- ripigliò il professore -- non è ora da far conversazione... Parleremo domani. -- E soggiunse con uno sforzo: -- Parleremo anche delle tue nozze... Buona notte, buona notte. -- Abbiamo preso senza dubbio un equivoco -- riflettè la Gilda. -- Egli era preoccupato del suo esperimento... Me lo aveva pur detto giorni fa, che c'era un'esperienza che lo faceva impazzire... La Gilda non vide due grosse lagrime calar lentamente giù per le guance del professore, che forse da quand'era bambino non aveva mai pianto, e cader sopra le pagine d'un libro. In quel libro era trascritta la partita aperta da quindici anni presso la Banca dei prestiti e degli sconti al nome -Gilda Natali-, e il professore vi aveva in quel momento conteggiati in margine gli interessi ed esposta la somma totale. Le lire 10,674 50 versate nel maggio 1861 erano diventate circa lire 34,800, e il dottor Romualdo poteva esser contento della dote raggranellata per la nipote. Quel cervellino di Mario avrebbe saputo amministrar così bene la sostanza della moglie? Fosse l'idea delle prossime nozze, o fosse altra ragione, la Gilda non fece in tutta notte che voltarsi e rivoltarsi nelle coltri. Assopitasi verso l'alba, la svegliò quasi subito l'allegro canto dei suoi cardellini, che scioglievano un inno alla luce nascente, un inno all'amore. E quell'inno destava un'eco nella sua anima. Anche per lei sorgeva uno splendido giorno, e l'amore tutto malizie e sorrisi le susurrava all'orecchio misteriose parole. Ella diventava rossa alle confidenze del suo invisibile interlocutore, e istintivamente raccoglieva le coperte intorno alla sua persona. Nella camera attigua si moveva qualcheduno. La Gilda si fece pensosa. Povero zio Aldo! Era possibile ch'egli l'amasse in modo diverso da quello in cui gli zii e i tutori sogliono amare? Povero zio Aldo! Egli le aveva sacrificato tutto, ed ella, in compenso, lo rendeva infelice... Poteva ella lasciarlo nel dubbio ch'ella non avesse più verso di lui la fede di un tempo? No certo; era pur necessario ch'ella gli facesse comprendere come nulla era cambiato fra loro, era necessario ch'ella gli dicesse una parola affettuosa prima delle nozze, subito anzi, prima che la venuta di Mario la costringesse a non attendere ad altri che al suo fidanzato. Scese con cautela dal letto, aprì adagio le imposte, si vestì senza far romore, e poi stette alcuni minuti in silenziosa aspettazione. Quando il cigolare d'un uscio la ebbe fatta sicura che il professore era entrato nel suo santuario chimico, ella passò dalla sua camera in salotto e dal salotto alla camera dello zio; traversata questa in punta di piedi, sospinse l'usciolo del laboratorio, e si fermò sulla soglia. Il professore concentrava la sua attenzione sopra un apparecchio attraverso il quale si svolgevano alcuni gas. -- Chi è? -- egli chiese, dando un balzo. -- Sono io, zio Aldo. -- Non voglio nessuno, non voglio nessuno -- gridò il professore, tutto assorto nella sua esperienza. Ella non gli diede retta, e si accostò trattenendo il fiato. Quand'ella fu vicina ai fornelli: -- Sei tu? -- disse il professore Romualdo, mutando tono. -- Resta adesso. Le afferrò il braccio, e con volto trasfigurato le mostrò una sostanza che si precipitava in fondo a una storta. Egli era quasi bello nel suo entusiasmo. -- Ebbene? -- chiese la Gilda, fissandolo in viso. -- L'esperienza a cui tenevo tanto, e alla quale stavo per rinunciare, è finalmente riuscita a modo mio -- egli esclamò con enfasi. -- Possedo finalmente la mia formula. Anche la scienza ha i suoi trionfi. -- Una volta ero la tua assistente -- osservò con accento malinconico la giovinetta. Egli ripetè sospirando: -- Una volta. -- Mi spiegherai almeno di che si tratta. -- Or ora -- egli rispose. -- Aspettiamo che sia finito. Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto accostato. -- Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra -- disse il professore, allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta. -- E io chiuderò l'uscio -- soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe, uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme, mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la sorressero più, e stramazzò sul pavimento. Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi, senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli. -- L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! -- borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea. Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga, e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto, e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi, bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un pronostico più tranquillante. Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia. Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in corpo la smania delle scoperte! Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili. Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo cuore. XX. Le prime parole articolate dalla Gilda, appena il suo stato glielo concesse, furono queste: -- Non voglio che Mario entri in camera. Non voglio che egli mi veda così. E Mario, arrivato sotto sì tristi auspizi, non osò per qualche giorno infrangere il divieto della sua sposa. Egli non sapeva rassegnarsi all'idea di vedere sformata colei, che, nella sua fantasia, era rimasta fulgida e bella come un raggio di sole. Veniva ogni momento nella camera del professor Grolli, origliava all'uscio, interrogava con lo sguardo i medici, le infermiere, e poi s'abbandonava accasciato sul canapè. Di tanto in tanto la sua pupilla s'arrestava sull'effigie che pendeva dalla parete e ch'era senza dubbio l'opera migliore uscita dalle sue mani. Erano quelli gli occhi che lo avevano acceso, era quello il sorriso che lo aveva inebbriato, quella fanciulla divina doveva essere l'ispiratrice dei suoi quadri venturi. Oh perchè non poteva, nuovo Pigmalione, infondere la vita nella sua fattura e strapparla alla tela, e persuadersi che la Gilda vera era questa, e fuggire con lei lontano lontano, e non rammentarsi dei casi dell'altra che come d'un cattivo sogno? Alla lunga però la vergogna lo vinse: egli sentì che aveva obbligo sacro d'infrangere la proibizione e di assistere colei che doveva esser sua sposa. Ciò ch'egli soffrisse nel mirarla tutta coperta di bende e d'empiastri non è difficile immaginare; ella non lo vide, chè aveva fasciati gli occhi e la fronte, ma sentì la sua voce e gli disse con un gemito: -- Mario, perchè venire? La Gilda che tu amavi è morta. L'idea di contribuire a salvarla, la speranza che ov'ella guarisse rifiorirebbe anche la sua bellezza, dava al giovine la forza ch'egli stesso non avrebbe creduto di avere. Egli non aveva il coraggio di chiedersi: -- L'amerai s'ella rimarrà deformata? -- ma intanto sentiva che bisognava lottare per farla vivere. Era una lotta seria. La Gilda ebbe febbri terribili, ebbe spossatezze che facevano tremare i medici, i quali temettero più d'una volta una irreparabile infezione del sangue. A due riprese si credette tutto perduto, e il cavaliere Lorati, secondo la sua pietosa consuetudine, aveva già abbozzato in mente il cenno necrologico della giovinetta. Ella non desiderava guarire. -- Credi, è meglio -per tutti- che io muoia , , , , , 1 , , . 2 3 - - - - . - - 4 , ! 5 6 ? 7 , ? 8 9 , 10 ' , 11 . - - , 12 , ' 13 , 14 , 15 , . 16 . ' , 17 , 18 . 19 20 ' , 21 . 22 , . , 23 , , 24 ' , ' - - ; 25 26 . 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