in minuto, acquistare il rilievo, il colore, la vita, il sorriso, come
se avesse sangue, e muscoli, e nervi.
-- Sono una vanerella -- ella osservava talvolta. -- Innamorarmi della mia
immagine, come Narciso!
Ma era ella ben certa di non accusarsi a torto? Ammirando il proprio
ritratto, ammirava forse sè stessa?
Tanto per spigrire le membra, ella scendeva ogni giorno a far quattro
passi davanti all'albergo, non dilungandosene mai in modo che il
professore non potesse dalla finestra vederla e parlarle. -Fulmine-, il
vecchio cane di casa, che in quell'ora dormiva per solito attraverso
la soglia, le si metteva a fianco con molta galanteria nelle sue
passeggiate microscopiche, e sembrava disposto ad accompagnarla molto
più in là, ovunque ella avesse voluto. Ordinariamente la Gilda restava
fuori fino al ritorno di Mario. All'arrivo del pittore, i due giovani
facevano un paio di giri insieme, poi salivano entrambi dal professor
Romualdo.
L'ostessa serviva per le otto una cena frugale, il cui piatto più
importante era una trota pescata in un laghetto a poche ore di cammino.
Dopo cena si chiacchierava, si leggeva. Mario aveva trovato in salotto,
fra gli altri libri, il primo volume delle poesie di Longfellow, e
sapendo discretamente l'inglese, traduceva ad alta voce l'-Evangelina-;
indi sbozzava col lapis alcune tra le scene di quel pietoso
racconto. Qualche sera l'oste chiedeva licenza di prender parte alla
conversazione, e insieme con lui veniva anche -Fulmine-, scodinzolando
e fregandosi carezzevolmente intorno a Mario e alla Gilda. In queste
solenni occasioni il signor Emanuele (che era l'oste) si permetteva
di far sturare in onore dei suoi ospiti una bottiglia, di cui, pure in
loro onore, egli beveva almeno i due terzi. Il vino però non lo rendeva
espansivo; anzi condensava la sua eloquenza in certi -ma!- sonori che
egli emetteva dal labbro a intervalli regolari di due o tre minuti. Poi
lasciava cader la testa sul petto, chiudeva gli occhi, apriva la bocca
e dormicchiava fino alle dieci, ora nella quale il professore voleva
andare a letto, e Mario e la Gilda si ritiravano ciascuno nelle proprie
stanze.
Questa distribuzione della giornata subiva lievi modificazioni
quando il tempo, che non s'era mai rimesso al bello, era tale da non
permettere a Mario d'uscire. Allora egli supplicava umilmente che
gli si accordasse una più lunga ospitalità, e la Gilda, col piglio
d'una castellana del medio evo, gli concedeva di rimanere. Nè certo il
professore poteva mettere il suo veto alla onesta domanda.
Il ritratto volgeva al suo termine. All'ottava seduta, nell'ora in cui
Mario soleva deporre i pennelli, egli disse alla Gilda: -- Non vado via,
sa, oggi... Ho una buona giornata e voglio finire... Rimanga al suo
posto.... Pieghi un po' la testa verso sinistra... Così... sorrida...
-- Dio mio!... Non faccio altro da una settimana.
-- È vero, ma oggi soltanto mi par di cogliere la giusta espressione di
quel suo sorriso... Ah sì, sì... ecco.
E il pittore, tiratosi due passi indietro, mirava con compiacenza
l'opera sua. Il professore Romualdo, ch'era in via di guarigione e
camminava senza difficoltà per la stanza, venne a collocarsi dietro a
Mario e non potè a meno di esclamare: -- Bravo! È parlante.
L'Albani si rimise tosto al lavoro. Il suo occhio scintillava, un
fremito gli correva tutte le membra, la punta del suo piede batteva
impaziente sul pavimento, mentre il suo pennello sicuro ora sfiorava,
ora mordeva la tela, creando sul suo passaggio nuovi effetti d'ombra e
di luce, spirando un soffio potente in quella bella testa di vergine.
Ancora un tocco, un altro, e poi Mario depose la sua tavolozza, si
ravviò con la mano i capelli e disse: -- Si alzi, signora Gilda; è
finito.
Un grido d'ammirazione proruppe dal labbro della giovinetta quand'ella
vide il ritratto compiuto. Ella ne aveva seguìto i progressi con fede
incrollabile, ma la riuscita superava ogni sua aspettativa.
-- Oh signor Mario, ha fatto miracoli oggi -- ella soggiunse commossa.
-- E dire che se non ero io, avrebbe lacerato questa tela una mezza
dozzina di volte...
-- È stata la mia collaboratrice -- egli rispose -- Ha mantenuto il mio
coraggio. Dovrò tutto a lei.
Ella chinò il volto confusa e sentì spuntarsi una lagrimetta sul
ciglio. Scosse leggiadramente il capo, si rivolse al professore e
continuò accennando al quadro: -- Lo faremo mettere in una elegante
cornice, in una cornice dorata, e poi lo collocheremo nella tua
camera... al disopra della tua scrivania...; così lei, signor
disprezzatore delle donne, non potrà alzare gli occhi dai suoi
dottissimi libri senza vedere una donna, che, via, non è tanto
brutta... Chi sa le belle ispirazioni che ti scenderanno da quella
immagine!...
A questi discorsi il professore sentiva un peso, un'oppressione al
cuore, di cui non sapeva rendersi conto. E intanto, per non rimaner
muto affatto, egli rinnovava a Mario le sue congratulazioni. Erano
del resto congratulazioni sincere, perchè i pregi singolari di quella
mezza figura non potevano sfuggire nemmeno a lui, ed egli paragonava
sospirando gli effetti rapidi, fulminei, ottenuti dall'arte, coi
successi lenti, modesti, spesso ignorati, della scienza. In altri
tempi questo confronto gli avrebbe fatto parer tanto più cari gli studi
scientifici quanto minore è lo strepito che essi levano intorno a sè e
il compenso ch'essi danno ai loro cultori. Oggi la sua fede vacillava;
egli era tentato di chiedersi: -- Perchè non nacqui artista anch'io?
-- Ah! -- riprese la giovinetta, mutando discorso con la solita infantile
volubilità -- Ho le membra intorpidite... Son rimasta seduta cinqu'ore.
-- Dica pur sei -- osservò l'Albani. -- Si è cominciato al tocco, e sono
quasi le sette.
-- Ebbene -- soggiunse la Gilda, rivoltasi allo zio -- scendo a fare i
miei quattro passi d'ogni giorno... Mi farà da cavaliere, non è vero,
signor Mario? Le nostre colonne d'Ercole saranno quei soliti abeti
laggiù... E tu, zio Aldo, potrai vigilare sopra di noi, come l'angelo
custode... dall'alto.
Dopo l'uragano, era quello il primo giorno in cui il cielo si mostrava
quasi interamente sereno. Spirava un'aria mite, annunziatrice di una
rivincita dell'estate sull'autunno precoce; l'oste spianava la fronte
corrugata e riapriva l'animo alla speranza vedendo che -i due gemelli-
non -fumavano- più.
-- Bel tempo! -- disse il signor Emanuele a Mario e alla Gilda. -- Bel
tempo! -- E si fregò le mani per la contentezza.
Il signor Emanuele se ne stava ritto davanti alla soglia dell'albergo.
Vicino a lui c'erano due guide, un cacciatore di camosci, e una guardia
daziaria. -Fulmine-, che scherzava un po' più lontano col cane del
cacciatore, corse festosamente verso i due giovani. Il crocchio si
divise per lasciarli passare.
-- Sono fidanzati? -- chiese la guardia daziaria.
-- Ma! -- rispose il laconico oste.
E una delle guide soggiunse: -- Paion fatti l'uno per l'altra.
Il professore era alla finestra coi gomiti appoggiati al davanzale. La
Gilda guardò in alto, sorrise allo zio, e lo salutò colla mano.
-- Voglio raccontarle la storia di Van Dyck e di Miss Dolly Ruthwen --
cominciò Mario.
-- Oh bravo, racconti, racconti.
E la bellissima coppia si diresse verso la macchia d'abeti, ora
preceduta, ora seguìta da -Fulmine-, che carolava sull'erba e prendeva
fra i denti le pine cadute dagli alberi. Il professor Romualdo li
accompagnava con lo sguardo.
Giunti al termine stabilito, Mario e la Gilda si avvicinarono di nuovo
all'albergo.
-- Sicuro -- disse Mario, continuando la sua narrazione, -- se Miss Dolly
Ruthwen non avesse posato per lui, Van Dyck non avrebbe mai fatto uno
dei suoi capolavori.
-- E che avvenne poi? -- domandò la ragazza.
-- Fa bujo -- gridò dalla finestra il professore.
-- Un altro giro, un altro giro, e siamo con te.
Il sole era fuggito dalle cime dei monti, il breve crepuscolo cedeva
il posto alla sera, e già le stelle cominciavano a tremolare nel
firmamento. Il cappuccio di lana rossa della Gilda spiccò ancora
per qualche istante tra il grigio uniforme di tutte le cose; poi il
professor Romualdo non vide più che due ombre. E intanto Mario narrava
alla Gilda come Miss Dolly Ruthwen fosse divenuta moglie dell'artista
ch'ella aveva ispirato col suo bel viso. Il cane -Fulmine-, quasi
a significare la sua approvazione al felice connubio, abbajò
rumorosamente destando l'eco della valle, e i due giovani si misero
anch'essi a gridare per celia: -Gilda! Mario!- L'eco rimandava confusi
insieme i due nomi -Mario! Gilda!-
Lo scienziato non sapeva staccarsi dalla finestra. Egli seguiva con
l'occhio il moversi di quelle ombre, egli tendeva l'orecchio a quei
suoni. E indovinava l'amore. L'amore, che fino allora egli non aveva
nè provato in sè, nè compreso negli altri, adesso gli passava rasente
come un soffio infocato, gli turbava i sensi e lo spirito. Oh perchè
aveva egli tanti anni addietro accolto il grave legato di una sorella
con la quale non lo vincolava obbligo alcuno? E quando pure avesse
voluto conservare ed accrescere il piccolo patrimonio della nipote;
quando pure avesse voluto colmarla di benefizi, perchè tenerla sotto il
suo tetto? Per sentirsi dire un giorno: -- la tua parte è finita. Tutto
l'affetto prodigato a questa creatura nel lungo periodo dell'infanzia e
dell'adolescenza val meno del primo sorriso d'un ignoto che la rapirà
alla sua casa? E a te che le hai fatto da padre, non resta altro che
mettere il tuo -visto- sotto il passaporto che le servirà a varcar la
tua soglia per non ricalcarla forse mai più? Senonchè, altri pensieri
succedevano a questi nell'animo del professore. Egli non poteva a
meno di confessare che se la Gilda gli aveva costato dei sacrifizi,
egli ne aveva pure avuto un ricambio. Ella era stata docile, buona,
le sue grazie schiette ed ingenue, la sua intelligenza vivace, il
suo desiderio di apprendere avevano fruttato a lui soddisfazioni care
e ineffabili. Non aveva ella aperto nuovi orizzonti alla sua mente,
non aveva contribuito ad ingentilirgli il costume, a renderlo insomma
migliore di quello ch'egli era una volta? E ora, di che cosa poteva
incolparla? Di amare. Chi non ama nel mondo? Dacchè egli aveva spinto
lo sguardo oltre le sue formule e le sue storte, di chi poteva dire:
-- Costui non ama, costui non ha mai amato? -- Di sè... forse... No; la
Gilda non aveva nulla da rimproverarsi. Egli piuttosto, egli che ne
era il tutore, il secondo padre, aveva adempiuto alla parte sua? Che
aveva fatto mentre il sottile veleno dell'amore s'infiltrava nelle
vene della giovinetta? Egli non aveva nè provocato dal suo labbro una
confidenza, nè chiesto a Mario Albani una spiegazione; aveva assistito
con le braccia incrociate al crescere di una simpatia che forse non
era più che un capriccio pel giovine artista, ma che certo aveva messo
salde radici nell'anima della Gilda, e, delusa, le avrebbe turbata
tutta la vita. Oh improvvido e inetto! Ed egli andava orgoglioso della
sua scienza, egli che non aveva saputo fare ciò che sa ogni più umile
persona del volgo a cui siano affidate le sorti d'una fanciulla!
Lo prese un'inquietudine affannosa, e gridò: -- Gilda! Gilda! È tardi...
-- Eccoci, eccoci -- rispose la Gilda. E -Fulmine-, abbaiando, precedette
all'albergo la coppia felice.
Quella sera Mario Albani si ritirò più presto del solito nella sua
camera. Il professore, fattosi animo, trattenne la Gilda, e con voce
che la commozione rendeva tremula: -- Gilda -- le disse -- non mi nascondi
nulla?
Ella abbassò gli occhi e arrossì.
-- Ti ricordi -- continuò il professore Romualdo -- dei discorsi tenuti
dal capitano Antonio l'ultima sera che egli passò con noi?... Guardami
in viso... Quel momento che il capitano presagiva vicino, è venuto?
Ella abbandonò la sua testina sulla spalla dello zio, e bisbigliò tra
un sorriso e una lagrima: -- Mi pare di sì.
-- La tua quiete è in pericolo, la mia fanciulla! -- egli riprese,
carezzandole con mano nervosa i capelli. -- Oh il malaugurato accidente
che c'imprigionò qui per tanti giorni!
-- Sì, la cagione del nostro soggiorno fu invero molto spiacevole... Ma
la prigionia non è stata una gran disgrazia.
-- Gilda, Gilda, tu scherzi col fuoco... Perchè il signor Mario affine
di passare il tempo ti fece il ritratto, perchè egli ti disse qualche
galanteria...
-- Quanto a questo -- ella interruppe con vezzo infantile -- prima di
giudicare, aspetta un certo discorso che ti verrà fatto domattina...
-- Dal signor Mario?
-- Sicuro, da Mario, il quale si presenterà dal mio signor zio e tutore
a chiedergli... insomma a fargli un discorso serio...
-- Ma, Gilda, questo giovine si può dire che tu lo conosci appena.
-- Oh zio Aldo, lo conosco fin da ragazzo.
-- Sì, come un ragazzo sventato... E vorrebbe farsi una famiglia?
-- Proprio vorrebbe questo....
-- Senza uno stato?
-- Aspetteremo che l'abbia.
-- E suo padre?
-- Oh! Egli non vede che per gli occhi di Mario.
-- E fu ben compensato della sua cieca affezione! Poveri padri!
-- No, no. Nè poveri padri, nè poveri zii -- ella ripigliò con grazia...
-- Si vuol loro tanto bene... E poi noi conosciamo il fondo del loro
pensiero meglio che non lo conoscano essi medesimi... Dio! Dio! Come
leggo chiaro qui... qui, nel tuo cuore.
-- Smetti, bimba -- egli interruppe tra fastidito e turbato.
-- Leggo in grandi caratteri -- soggiunse ella senza badargli -- queste
parole esplicite e solenni: -Desidero soltanto una cosa, che la Gilda
sia felice...- Non è vero, che so legger bene?
Un amaro sorriso sfiorò il labbro del professore, ma egli si ricompose
subito. -- Lasciami solo adesso, Gilda... te ne prego... ho bisogno di
rimanere solo.
E appoggiando uno dei gomiti al bracciale della poltrona, nascose il
volto nella palma della mano.
Ella accese lentamente la candela, s'avvicinò in punta di piedi allo
zio e gli diede un bacio in fronte. Poi sguisciò via.
-- È inutile che tu faccia il cattivo, zio Aldo.... Non ti credo.
E la giovinetta rientrò nella sua camera, e sciolse il volo alle sue
gioconde fantasie d'innamorata.
Il professor Romualdo, appoggiato al suo bastone, si mise a passeggiar
per la stanza. Giunto davanti al cavalletto dove era il ritratto della
Gilda, egli sollevò il lino bianco che copriva quelle care sembianze, e
stette a lungo immobile a contemplarle. Era quella la Gilda che sarebbe
rimasta sempre con lui, che gli avrebbe sempre sorriso... L'altra... oh
l'altra egli l'aveva perduta!
XVII.
Prima dell'inverno, Mario e la Gilda erano fidanzati. Il giovine Albani
era venuto in persona a rinnovare la sua domanda, e il professor
Romualdo aveva finito coll'accordare, spontaneamente o no, il suo
consenso. In quanto al signor Gedeone, padre di Mario, egli accolse
con molto favore il pensiero di questo matrimonio, cosa che può parer
singolare in un uomo positivo come lui. Ma il signor Gedeone era da
qualche tempo sotto la cura d'un medico omeopatico, che gli aveva
insegnato le sue teorie. -- -Similia cum similibus- -- diceva l'egregio
negoziante. -- I savi si governano con le idee savie, i matti con le
idee matte. Chi sa che il matrimonio non faccia venir giudizio a mio
figlio! -- Inoltre si trattava di una ragazza per bene, di una ragazza
che il signor Gedeone si era vista crescere sotto gli occhi e di cui
tutti lodavano le maniere e i costumi. Aggiungasi infine l'onore di
stringer parentela con un uomo sapiente come il professore Grolli.
Gl'ignoranti, e tale era il signor Gedeone, affettano disprezzo per la
scienza, ma nel fondo sentono solleticata la loro vanità dal poter dire
che hanno domestichezza con qualche dotto.
Anche dal lato dell'interesse l'affare era meno cattivo di quanto si
sarebbe creduto. Certo, se Mario fosse rimasto in negozio, s'egli
avesse voluto essere un continuatore della casa -Gedeone Albani-,
non gli sarebbe mancata l'offerta di qualche ragazza con centomila
lire e più; ma un artista in principio della sua carriera non poteva
aspirare a tanto, ed era già molto ch'egli trovasse una dote. La Gilda
aveva quasi trentacinque mila lire; il signor Gedeone aveva supposto
ch'ella non possedesse un centesimo. A lui, Gedeone Albani, negoziante
di granaglie e coloniali, toccava di far onore al suo nome, creando
al figliuolo una condizione indipendente e decorosa. E invero egli
non aveva altri che Mario al mondo; le sue operazioni commerciali
meno delicate, i suoi ingegnosi contrabbandi avevano sempre avuto uno
scopo che li giustificava, quello cioè di accrescere il patrimonio di
quest'unico figlio. Ora poi ch'egli doveva far delle spese maggiori per
conto di lui, il signor Gedeone s'era risolto di assumere la fornitura
di alcuni Istituti pii.
Le nozze vennero fissate per quando la Gilda compirebbe i diciotto
anni; Mario ne avrebbe allora ventitrè e qualche mese. Gli sposi si
stabilirebbero in Milano, o in Firenze, o in altra città dove vi fosse
una vita artistica. All'allestimento della casa provvederebbe il signor
Gedeone, il quale si obbligava inoltre a passare un congruo assegno
annuo a Mario.
Com'è naturale, in tutti questi accordi i due fidanzati non avevano
la menoma parte; i concerti erano presi tra il signor Gedeone e il
professor Grolli per iniziativa del primo e col sussidio di un uomo di
legge. -I patti chiari fanno i buoni amici-, diceva il signor Albani
-seniore-, e al professor Romualdo, che insisteva sulla superfluità di
metter penna in carta quando potevano intendersi a voce, egli replicava
sentenziosamente: -Verba volant.-
Sopra un altro punto il signor Gedeone fu irremovibile; egli volle cioè
dare una grande solennità agli sponsali. La ditta Gedeone Albani non
aveva mai fatto taccagnerie e non voleva farne in questa occasione.
Si trattava nientemeno che della promessa di matrimonio del figlio di
quella rispettabile ditta, di colui al quale per un certo tempo il
signor Gedeone aveva sperato di legare i suoi affari di grani e di
coloniali e i segreti delle sue contravvenzioni a danno del fisco.
Speranze pur troppo fallite; ma non importa; il figlio era sempre
figlio, e il signor Gedeone doveva mostrarsi uguale a sè stesso.
Vi fu in casa Albani un invito numerosissimo; parenti del signor
Gedeone, parenti della sua defunta moglie, membri della Camera
di commercio; poi, in onore del Grolli, parecchi professori
dell'Università, e in onore della Gilda la madre e le ragazze Lorati,
le quali dicevano che la Gilda non poteva a meno di essere una gran
civetta se aveva trovato così presto marito, mentre esse invece
non ne venivano mai a capo. In complesso una società un po' mista,
mirabilmente concorde però nel far buon viso agli abbondanti rinfreschi
preparati dal signor Gedeone.
Intanto il professore Grolli e la Gilda avevano partecipato
l'importantissimo avvenimento al capitano Rodomiti, il quale si trovava
a Cadice, prossimo a partire per la Nuova Guinea. E il marinaio,
deplorando di non poter essere in Italia per l'epoca delle nozze,
inviava le sue più vive congratulazioni al professore e agli sposi, e
annunziava di aver già dato a un amico di Milano gli ordini opportuni
pel corredo della figlioccia.
Così tutto pareva sorridere a questa unione: la gioventù, la bellezza,
le prospettive di una vita comoda e agiata, le brillanti promesse
della gloria. Se la Gilda rifletteva a ciò che sarebbe accaduto di lei
ove fosse rimasta orfana e sola a Montevideo, ella aveva ben ragione
di lodarsi della fortuna e degli uomini che avevano cospirato con
amorosa sollecitudine a sparger fiori sul suo cammino. Dal giorno in
cui sua madre morente l'aveva affidata al capitano Rodomiti perchè la
conducesse in Europa, quante cure soavi l'avevano cinta, di quanti
pensieri gentili era stata l'oggetto! Senza genitori, ella era
stata amata più di molte fanciulle che crescono all'ombra del tetto
domestico; povera, il frutto della previdenza altrui la rendeva quasi
ricca a diciassette anni. Uno zio che non le doveva nulla le faceva
da padre; un estraneo, il capitano Rodomiti, gareggiava con lo zio in
tenerezza per lei. Avrebbe potuto essere una selvaggia, ed era stata
allevata in un ambiente di studi; aveva il culto dell'arte, e l'uomo a
cui doveva unir la sua vita era un artista.
Pure, la sua contentezza non era scevra d'angustie. Come in qualche
giornata estiva si diffondono pel cielo sereno lievi vapori che, senza
prender forma visibile, offuscano nondimeno lo splendore del sole,
così una vaga malinconia s'impossessava talvolta della sua anima, e le
faceva considerar la sua felicità come un castello di carte destinato a
crollare ad un soffio. Mario l'amerebbe sempre? L'affetto che egli le
portava era di quelli che durano alla prova del tempo, che resistono
al tedio, ai capricci della mobile fantasia? Oggi ella era per lui il
tipo di quella bellezza ch'egli idoleggiava; a sentirlo, ella doveva
figurare in tutti i suoi quadri, passare all'immortalità per opera del
suo pennello. Ma domani? Se un altro tipo femminile gli sembrasse più
vicino all'ideale che gli sorrideva nella mente?
Un giorno ella non aveva potuto a meno di dirgli: -- Tu non comprendi la
donna che bella!
-- È vero -- egli aveva risposto -- ma che t'importa, poichè tu sei
bellissima?
Tra gli sponsali e le nozze doveva correre un periodo di un anno, nè
l'irrequietissimo Mario sapeva acconciarsi a rimaner tanto tempo fermo
in un luogo. Egli era ora di qua, ora di là; ora a Zurigo, ove aveva
vecchi amici e lavori lasciati incompiuti, ora in questa o in quella
città d'Italia. Lontano, non aveva l'abitudine di scriver troppo di
sovente alla sua sposa; se ne tornava però sempre più innamorato di
prima.
Durante le assenze di Mario, il pensiero della giovinetta si
ripiegava con maggior tenerezza dell'usato su quelli ch'ella stava per
abbandonare: sul professore Romualdo, sulla signora Dorotea, che, pur
brontolando continuamente, aveva mostrato tanto affetto per lei. La
signora Dorotea non era più la matura ma vispa donnetta di dieci anni
addietro, che divideva la giornata tra le cure domestiche e le visite
ai conoscenti; era curva, sdentata, e passava le lunghe ore in un
seggiolone cogli occhiali inforcati sul naso, con la calza in mano.
Negli ultimi tempi anche la sua condizione economica s'era molto
peggiorata. La manìa del giuoco del lotto, cresciuta in lei
coll'avanzare dell'età, l'aveva caricata di debiti, e una mattina il
professor Romualdo aveva visto giungere gli uscieri del tribunale
per l'oppignoramento dei mobili. Il professore aveva posto riparo
al disastro rimborsando il danaro dovuto dalla vedova e comprandole
i mobili a prezzo vantaggiosissimo per lei. Così a poco a poco le
parti s'erano invertite fra loro; egli era divenuto il padrone di
casa, ella era l'inquilina. Il professore pagava la pigione; ella,
piuttosto per salvare il decoro che per altro, pagava a lui un piccolo
assegno mensile pel proprio mantenimento. Non aveva rinunziato alla
sopraintendenza alle cose domestiche, ma le sue funzioni attive
si riducevano a nulla. L'ufficio che ella aveva abbandonato con
maggior riluttanza era quello di scriver la polizza del bucato; grave
occupazione, nella quale soleva impiegare tre ore ogni venerdì, dopo
aver fatto acquistare la sera innanzi una penna d'oca temperata
e aver versato una goccia d'aceto nel calamaio affine di render
scorrevole l'inchiostro. Alla lunga però anche un tale incarico era
stato assunto dalla Gilda, che mostrava tutte le qualità di una buona
massaia, e la signora Dorotea aveva sempre più agio di brontolare e di
studiare la cabala del lotto. La prima di queste inclinazioni aveva
trovato un nuovo alimento nella promessa di matrimonio della Gilda.
Quel matrimonio ella non sapeva mandarlo giù, sia che avesse altri
disegni relativamente alla -bambina-, com'ella soleva spesso chiamare
la Gilda, sia che tenesse ancora il broncio a Mario per la marca di
negozio ch'egli le aveva dipinto sulla schiena quand'era fanciullo.
Ordinariamente ella si limitava a sfogare il suo malcontento in lunghi
soliloqui; non lasciava però sfuggirsi l'opportunità di dirne una
parola anche al professore, e di biasimarlo della sua troppo facile
condiscendenza. Nè con la Gilda faceva mistero dell'antipatia che
le inspirava il suo fidanzato. Del resto, si era troppo avvezzi alle
querimonie della signora Dorotea per dar loro gran peso; tuttavia la
Gilda sentiva spuntarsi qualche volta una lagrimuccia di dispetto,
e diceva: -- In fin dei conti, che ha con Mario? -- Eh, nulla, nulla
-- rispondeva la vecchia -- ma quello lì non era il marito per te... E
credi tu che il professore veda di buon occhio queste nozze?... Non
parla, ma soffre... Oh! Il professore io l'ho conosciuto prima che tu
avessi lume di ragione.
L'idea che lo zio Aldo soffrisse amareggiava profondamente la Gilda e
la rendeva più sollecita, più affettuosa verso di lui ch'ella non fosse
mai stata. Ella voleva a ogni costo prestargli l'opera sua, voleva
copiare i suoi manoscritti, voleva aiutarlo nel suo laboratorio. E
s'egli si schermiva, ella, che non aveva la virtù dissimulatrice di
lui, mostrava tanta afflizione da vincere ogni sua resistenza. No,
piuttosto di darle un dolore, egli ne avrebbe dati cento a sè stesso.
Nel momento in cui era stato fissato il matrimonio della Gilda, egli
aveva fermo in cuor suo due cose: consacrarsi con lena raddoppiata agli
studi, avvezzarsi a veder la nipote meno che fosse possibile. Di questi
due proponimenti il primo soltanto gli era riuscito; s'era immerso
nel lavoro, s'era impegnato con un editore a fornirgli entro pochi
mesi la materia di un paio di pubblicazioni: un trattato di geometria
superiore, e un libro di minor mole, che avrebbe dovuto essere come la
sintesi del suo pensiero scientifico. A quest'ultimo soprattutto egli
indirizzava le forze dell'intelletto; voleva ch'esso fosse stampato
prima delle nozze della Gilda, voleva ch'esso levasse romore intorno
al suo nome; per la prima volta nella sua vita, al culto disinteressato
del vero si mesceva nell'animo suo il desiderio della gloria.
Era geloso della celebrità bambina di Mario; ambiva mostrare che la
scienza può dare alla fama una base più sicura e più salda dell'arte.
Il suo stile, ordinariamente arido e disadorno, si risentiva
dell'inspirazione robusta che gli aveva suggerito quest'opera, e
acquistava una vigorìa e un colore inusato. La Gilda, nel ricopiarne
alcune pagine, non aveva potuto a meno di esclamare: -- Zio Aldo,
diventi anche poeta? -- E aveva soggiunto, additando il suo ritratto
appeso al disopra della scrivania: -- Ero stata buona profetessa. Quel
quadro doveva far miracoli.
La Gilda diceva il vero? Era dunque da lei, era dalla sua immagine
che spirava un soffio di poesia in quell'anima austera di scienziato?
Anch'egli dunque cedeva a quella influenza della donna a cui aveva
saputo sottrarre la sua giovinezza? Così finivano i suoi superbi
dispregi?
Ahimè! A questa domanda egli non avrebbe potuto rispondere senza grave
imbarazzo. Tutti i suoi criteri erano scompigliati. Aveva perduto la
calma, eppure sentiva il suo ingegno ringagliardito; aveva perduto
l'antica padronanza di sè, eppure aveva lampi d'energia per lo addietro
non sospettati nemmeno. Ma un dolore sordo, assiduo lo martoriava; egli
invocava ormai come un modo di uscir di pena il matrimonio della Gilda
e la possibilità d'intraprendere un lungo viaggio nel quale forse egli
avrebbe finito col ritrovare sè stesso.
XVIII.
S'eran già fatte le pubblicazioni di legge, e per fissare il giorno
delle nozze non si aspettava che il ritorno di Mario, il quale dopo
molte esitazioni s'era determinato a stabilire la sua futura residenza
in Firenze, e si trovava da qualche giorno in quella città insieme col
signor Gedeone affine di cercarvi un appartamento.
Intanto il corredo ordinato a Milano dal capitano Rodomiti era giunto,
e formava l'ammirazione degli intelligenti, e soprattutto delle
intelligenti. Le Lorati si rodevano dall'invidia; anzi la signora
Olimpia mormorava con le sue amiche che questa grande tenerezza del
capitano Rodomiti aveva certo le sue buone ragioni, e che senza dubbio
-c'era stato qualche cosa- tra lui e la madre della ragazza... Ma! Se
anche lei fosse stata di manica larga in gioventù, non le mancherebbero
adesso i protettori per la Ginevra e la Giulia.
Nonostante queste caritatevoli insinuazioni, la signora Olimpia e le
sue figliuole attendevano assiduamente a ricamare un tappeto da tavola
da regalarsi alla Gilda. Era un lavoro di polso, specialmente in virtù
d'un quadro centrale che doveva raffigurare la favola del cigno e
di Leda. Soggetto arrischiatissimo, ma trattato con molta innocenza,
perchè il cigno pareva una pacifica oca aliena da pensieri galanti, e
il bel corpo di Leda dava l'idea d'una stufa di pietra cotta. Non era
facile intendere come da quella stufa potesse uscire la famosa Elena
destinata a mettere a soqquadro la Grecia; ma tolta questa piccola
menda, l'opera collettiva delle signore Lorati era veramente pregevole.
La signora Olimpia, da mamma esemplare, ne dava tutto il merito alle
ragazze, e specialmente alla Ginevra, ch'era la maggiore e che andava
maturandosi a colpo d'occhio.
Nè il cavalier Diomede se ne stava con le mani alla cintola. Egli era
in grandi faccende per approntare un volume di circa duecentocinquanta
pagine, contenente un'edizione riveduta e corretta dei discorsi letti
da lui stesso nell'Accademia di cui era segretario. Erano diciotto
discorsi e potevano corrispondere a diciotto grosse dosi di cloralio da
prendersi in caso d'insonnia.
In quanto al professore Romualdo, egli si proponeva di dedicare alla
nipote l'opera scientifica alla quale attendeva da alcuni mesi e in
cui aveva versato tanta parte del suo pensiero. Avrebbe potuto con
molto maggior ragione dedicare il libro a qualche uomo illustre nel
campo degli studi, ma lo allettava l'idea di associare al nome della
sua pupilla il frutto delle sue lunghe meditazioni e delle sue veglie.
Certo, la Gilda non avrebbe potuto a meno di sentirne un po' d'orgoglio
e di gratitudine, e avrebbe detto: Povero zio Aldo! Ha -anche lui- i
suoi meriti.
E il Grolli aveva già riveduto tutte le stampe del suo lavoro, ad
eccezione dell'ultimo capitolo. Qui s'era urtato contro uno scoglio.
Egli correva dietro a una formula che non poteva essergli data che
da una esperienza chimica alla quale s'era accinto con ardore mal
ricompensato dalla fortuna. Quell'esperienza non gli riusciva secondo i
suoi desiderii, per quante volte egli ritentasse la prova. Rinunciarvi
non voleva, giacchè gli sarebbe parso rinunciare alla parte più
brillante del suo lavoro; e poi la scienza ha anch'essa il suo punto
d'onore, e s'ostina di più dove trova maggiori gli ostacoli. Ma intanto
il tempo passava ed era abbastanza difficile che l'opera potesse uscire
dai torchi prima delle nozze.
Ciò contribuiva a metter di cattivo umore il professore Romualdo, e
il cattivo umore dello scienziato faceva brontolar più del solito la
signora Dorotea e stendeva un'ombra sulla felicità della Gilda.
Fu appunto in uno di questi giorni critici che Mario annunziò alla
sposa il suo imminente ritorno. Ormai tutto era pronto, non c'era che
da diventar marito e moglie.
Siccome però ci voleva il tempo di ammobiliare il quartierino preso a
pigione (un amore di quartierino a piedi del colle di Bellosguardo), i
due primi mesi del matrimonio si sarebbero consumati in viaggio. Mario
si riprometteva miracoli da una peregrinazione artistica con la Gilda
in Sicilia. -- Quel cielo limpido, quella natura lussureggiante -- egli
le scriveva entusiasta -- faranno degna corona alla tua bellezza, e chi
sa che a me non ispirino un capolavoro! -- Per onor del vero, dopo il
ritratto così egregiamente riuscitogli, egli non aveva prodotto nulla
di notevole. Ammetteva egli stesso che la condizione di fidanzato gli
si attagliava pochino. Una volta marito, sarebbe stata ben altra cosa.
-Sentiva- già dentro di sè cinque o sei quadri, in ciascuno dei quali
era serbato un posto d'onore alla sua sposa. V'erano momenti in cui la
Gilda non poteva a meno di domandare a sè medesima: -- Mi prende dunque
come una modella? -- Ma più sovente la sua vanità era lusingata dalla
idea che la sua immagine, riprodotta in diverse guise, passasse ai
posteri come quella della moglie d'un gran pittore.
La Gilda, poichè ebbe la lettera di Mario, corse in camera dello
zio tenendo in mano il foglio spiegato, e gridando: -- Mario sarà qui
domani.
Sia che il professore pensasse all'impossibilità di pubblicare il suo
libro per l'epoca voluta, sia che, dopo aver affrettato col desiderio
questo matrimonio, sentisse ch'esso avrebbe lasciato un vuoto troppo
grande nella sua vita, fatto si è che la nipote non ebbe punto a
lodarsi della sua accoglienza.
-- Venga, vada, che me ne importa? -- egli disse in tono sgarbato.
-- Oh, zio -- cominciò la Gilda, a cui questi modi inurbani facevano male.
Ma egli la interruppe: -- Lo so che hai fretta d'andartene... Vuoi
fissare le nozze per posdomani, per domani sera?...
-- Zio Aldo, zio Aldo -- ella esclamò in mezzo alle lagrime -- mi volevi
tanto bene una volta! Che ti ho fatto perchè da qualche tempo tu debba
odiarmi?
-- Odiarti?... Io?... -- gridò il professore fuori di sè in veder quel
bel viso molle di pianto... -- Odiarti?... Ma io invece...
Avrebbe avuto mille cose da soggiungere, ma si arrestò a un tratto.
Come colui che guardando alla casa del vicino vede il riflesso
delle fiamme che investono la casa propria, così il professore, nel
turbamento che si dipinse in viso alla Gilda, lesse il segreto che gli
era sepolto nell'anima e che non aveva voluto fino allora rivelare a sè
stesso. Sentì il precipizio sotto i suoi piedi e disse balbettando: --
Perdonami... Ho bisogno d'aria...
Prese il cappello, e uscì senza dar ascolto alla signora Dorotea, che
seduta nel suo seggiolone in salotto chiedeva: -- Che cosa c'è! Che è
accaduto?
-- Che c'è! Che è accaduto? -- tornò a domandare la signora Dorotea
quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta.
La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme
e ruppe in singhiozzi.
-- Ma insomma? -- ripetè la vedova, avvicinandosi.
-- Oh, signora Dorotea -- proruppe la giovinetta, per la quale la buona
femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio -- non
conosco più lo zio Aldo.
-- Spiegati dunque...
Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò
il capo e congiunse le mani. -- Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio
Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma
pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio.
-- O signora Dorotea, che dice mai? -- riprese la Gilda, diventando
scarlatta di pallida ch'era.
-- Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la
parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo
matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà
andato? -- ella proseguì, colta da un subito spavento. -- Voglia il cielo
ch'egli non faccia qualche sproposito.
-- No, per carità, non lo pensi nemmeno -- gridò sbigottita la Gilda, che
aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto.
-- Dio mio; sono pure infelice!
Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro
desiderio che quello di trovarsi all'aperto.
Uscì dalla città e prese a caso la prima strada che gli si parò davanti.
Era dunque possibile? Il suo affetto di zio, di tutore, di padre, s'era
cambiato in un sentimento di tutt'altra natura?... Innamorato?...
Lui?... Alla sua età, con le sue abitudini austere, con la sua
ripugnanza verso quanto sapeva di galanteria?... E s'era tradito?...
Oh s'era tradito senza dubbio... Lo sgomento della Gilda parlava
chiaro... Imbecille, imbecille!... Egli aveva sciupato in un secondo
il frutto di tanti anni di sacrifizio e di abnegazione. La Gilda non
si ricorderebbe più di lui come di un tutore sollecito, come di uno
zio tenero e affettuoso, ma come d'uno spasimante ridicolo che s'era
offeso perchè ella gli aveva preferito un uomo giovine e bello... E
se la Gilda parlasse?... Se rivelasse tutto a Mario, come ne aveva il
diritto?... Se Mario venisse a provocarlo?... Oh, Mario ne avrebbe
riso, ne avrebbe riso insieme con la sua sposa! Questa paura del
ridicolo lo perseguitava nel suo cammino; avrebbe voluto nascondersi
sotto terra, tanto gli pareva che anche le cose inanimate dovessero
acquistar la favella per dargli la baja. Eppure, mentre si vergognava
di sè stesso, gli sarebbe stato di grande sollievo il poter versare
le sue pene in un cuore amico. Ma dove trovarlo? La sua vita era
stata dissimile da quella degli altri giovani, la cui intrinsichezza
si aumenta con le confidenze reciproche; coi suoi coetanei egli aveva
discorso di matematica; confidenze intime non ne aveva mai chieste, non
ne aveva mai fatte. E comincerebbe a trentasette anni? Un uomo forse
l'avrebbe sorretto di virili consigli, ma quell'uomo era lontano, e a
che pro scrivergli? Che avrebbe potuto far per lui il capitano Rodomiti
finchè stava col suo legno nei mari dell'India o dell'Africa?
Dopo più d'un'ora di cammino, egli si accinse al ritorno, sempre
molestato dagli stessi pensieri, sempre agitato dall'idea di
doversi ripresentare alla Gilda... Procurerebbe di rientrare in casa
inosservato, si chiuderebbe nella sua camera, nel suo laboratorio,
per non mostrarsi che all'ora di desinare. Nel suo laboratorio?...
I bei risultati ch'egli vi aveva ottenuti! Anche le storte gli eran
diventate ribelli!... Ebbene; bisognava ritentare per la centesima, per
la millesima volta... Già il suo mondo era lì, era tra le sue formole,
tra le sue esperienze... Meglio le severe ripulse della scienza che lo
scherno della donna!
A poca distanza dalla città il professore s'imbattè in una frotta di
studenti che si levarono il cappello al suo passaggio e lo fissarono
con curiosità.
Come mai erano a zonzo così presto? Il professore Romualdo ne interrogò
uno. -- Hanno vacanza?
Il giovine diede un'occhiata ai suoi condiscepoli, e poi rispose
sorridendo: -- Scusi... era la sua ora.
-- La mia ora?... Il giovedì!
-- Ma oggi è venerdì, signor professore.
-- Venerdì -- esclamò esterrefatto il Grolli, osservando distrattamente
l'orologio, come se potesse trovarvi l'indicazione della giornata.
-- Appunto...
-- Sicchè... io non ho fatto la mia lezione?
-- Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene.
Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni
d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile.
XIX.
Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare
il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo
di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a
chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati
nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto
rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così
nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche
la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire.
Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza,
e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare
in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio
che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso
il buco della serratura.
-- Non c'è nessuno -- ella disse.
-- Sarà in laboratorio -- osservò la ragazza, e passando nel luogo di
sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla
parete.
Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio;
il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti.
-- Solite diavolerie! -- borbottò la signora Dorotea, non tranquillata
che a mezzo -- Una volta o l'altra va in aria la casa.
-- Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò
che gli preme soprattutto -- pensò la Gilda, e si persuase che le sue
inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso
questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che
altro.
Sul tardi vennero le Lorati a prenderla, ed ella non rientrò che tardi.
Nell'intervallo il professore era uscito e rientrato anche lui, e dopo
aver chiesto conto della nipote, s'era ritirato in camera lasciando
ordine che non lo disturbassero fino alla mattina dopo. La signora
Dorotea si era messa per intavolare un discorso, ma egli le aveva dato
sulla voce e l'aveva piantata in asso. -- Benedetto uomo! -- disse la
vedova Salsiccini alla Gilda. -- È di un umore bestiale. Scatta per
nulla come una molla.
A malgrado di questo avvertimento, la Gilda, sul punto di coricarsi,
non potè a meno di gridare in modo da esser sentita nella stanza
attigua: -- Buona notte, zio Aldo.
Al suono di quella voce così cara al suo orecchio, il professore, che
era seduto davanti alla scrivania, trasalì e rispose: -- Buona notte,
Gilda... Fa di dormire, adesso.
-- Non ho sonno...
-- A ogni modo -- ripigliò il professore -- non è ora da far
conversazione... Parleremo domani. -- E soggiunse con uno sforzo: --
Parleremo anche delle tue nozze... Buona notte, buona notte.
-- Abbiamo preso senza dubbio un equivoco -- riflettè la Gilda. -- Egli
era preoccupato del suo esperimento... Me lo aveva pur detto giorni fa,
che c'era un'esperienza che lo faceva impazzire...
La Gilda non vide due grosse lagrime calar lentamente giù per le guance
del professore, che forse da quand'era bambino non aveva mai pianto,
e cader sopra le pagine d'un libro. In quel libro era trascritta
la partita aperta da quindici anni presso la Banca dei prestiti e
degli sconti al nome -Gilda Natali-, e il professore vi aveva in
quel momento conteggiati in margine gli interessi ed esposta la somma
totale. Le lire 10,674 50 versate nel maggio 1861 erano diventate circa
lire 34,800, e il dottor Romualdo poteva esser contento della dote
raggranellata per la nipote. Quel cervellino di Mario avrebbe saputo
amministrar così bene la sostanza della moglie?
Fosse l'idea delle prossime nozze, o fosse altra ragione, la Gilda
non fece in tutta notte che voltarsi e rivoltarsi nelle coltri.
Assopitasi verso l'alba, la svegliò quasi subito l'allegro canto dei
suoi cardellini, che scioglievano un inno alla luce nascente, un inno
all'amore. E quell'inno destava un'eco nella sua anima. Anche per
lei sorgeva uno splendido giorno, e l'amore tutto malizie e sorrisi
le susurrava all'orecchio misteriose parole. Ella diventava rossa
alle confidenze del suo invisibile interlocutore, e istintivamente
raccoglieva le coperte intorno alla sua persona.
Nella camera attigua si moveva qualcheduno. La Gilda si fece pensosa.
Povero zio Aldo! Era possibile ch'egli l'amasse in modo diverso da
quello in cui gli zii e i tutori sogliono amare? Povero zio Aldo!
Egli le aveva sacrificato tutto, ed ella, in compenso, lo rendeva
infelice... Poteva ella lasciarlo nel dubbio ch'ella non avesse
più verso di lui la fede di un tempo? No certo; era pur necessario
ch'ella gli facesse comprendere come nulla era cambiato fra loro,
era necessario ch'ella gli dicesse una parola affettuosa prima delle
nozze, subito anzi, prima che la venuta di Mario la costringesse
a non attendere ad altri che al suo fidanzato. Scese con cautela
dal letto, aprì adagio le imposte, si vestì senza far romore, e poi
stette alcuni minuti in silenziosa aspettazione. Quando il cigolare
d'un uscio la ebbe fatta sicura che il professore era entrato nel suo
santuario chimico, ella passò dalla sua camera in salotto e dal salotto
alla camera dello zio; traversata questa in punta di piedi, sospinse
l'usciolo del laboratorio, e si fermò sulla soglia. Il professore
concentrava la sua attenzione sopra un apparecchio attraverso il quale
si svolgevano alcuni gas.
-- Chi è? -- egli chiese, dando un balzo.
-- Sono io, zio Aldo.
-- Non voglio nessuno, non voglio nessuno -- gridò il professore, tutto
assorto nella sua esperienza.
Ella non gli diede retta, e si accostò trattenendo il fiato. Quand'ella
fu vicina ai fornelli: -- Sei tu? -- disse il professore Romualdo,
mutando tono. -- Resta adesso.
Le afferrò il braccio, e con volto trasfigurato le mostrò una sostanza
che si precipitava in fondo a una storta. Egli era quasi bello nel suo
entusiasmo.
-- Ebbene? -- chiese la Gilda, fissandolo in viso.
-- L'esperienza a cui tenevo tanto, e alla quale stavo per rinunciare,
è finalmente riuscita a modo mio -- egli esclamò con enfasi. -- Possedo
finalmente la mia formula. Anche la scienza ha i suoi trionfi.
-- Una volta ero la tua assistente -- osservò con accento malinconico la
giovinetta.
Egli ripetè sospirando: -- Una volta.
-- Mi spiegherai almeno di che si tratta.
-- Or ora -- egli rispose. -- Aspettiamo che sia finito.
Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con
violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto
accostato.
-- Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra -- disse il professore,
allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una
tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta.
-- E io chiuderò l'uscio -- soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi
urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe,
uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e
in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme,
mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si
conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori
del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la
sorressero più, e stramazzò sul pavimento.
Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da
una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal
letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi,
senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo
di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva
la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e
la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di
cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo
la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi
del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il
loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel
laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli.
-- L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! --
borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea.
Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla
infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso
così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una
larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga,
e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano
sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto,
e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello
di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a
tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo
letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe
dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima
per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi,
bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un
pronostico più tranquillante.
Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli
non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi
medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia.
Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si
dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era
lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta
la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in
corpo la smania delle scoperte!
Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da
attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di
lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili.
Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua
vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua
prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue
passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e
piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la
femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello
della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva
scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava
le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo
cuore.
XX.
Le prime parole articolate dalla Gilda, appena il suo stato glielo
concesse, furono queste: -- Non voglio che Mario entri in camera. Non
voglio che egli mi veda così.
E Mario, arrivato sotto sì tristi auspizi, non osò per qualche giorno
infrangere il divieto della sua sposa. Egli non sapeva rassegnarsi
all'idea di vedere sformata colei, che, nella sua fantasia, era rimasta
fulgida e bella come un raggio di sole. Veniva ogni momento nella
camera del professor Grolli, origliava all'uscio, interrogava con lo
sguardo i medici, le infermiere, e poi s'abbandonava accasciato sul
canapè. Di tanto in tanto la sua pupilla s'arrestava sull'effigie che
pendeva dalla parete e ch'era senza dubbio l'opera migliore uscita
dalle sue mani. Erano quelli gli occhi che lo avevano acceso, era
quello il sorriso che lo aveva inebbriato, quella fanciulla divina
doveva essere l'ispiratrice dei suoi quadri venturi. Oh perchè non
poteva, nuovo Pigmalione, infondere la vita nella sua fattura e
strapparla alla tela, e persuadersi che la Gilda vera era questa, e
fuggire con lei lontano lontano, e non rammentarsi dei casi dell'altra
che come d'un cattivo sogno?
Alla lunga però la vergogna lo vinse: egli sentì che aveva obbligo
sacro d'infrangere la proibizione e di assistere colei che doveva esser
sua sposa. Ciò ch'egli soffrisse nel mirarla tutta coperta di bende
e d'empiastri non è difficile immaginare; ella non lo vide, chè aveva
fasciati gli occhi e la fronte, ma sentì la sua voce e gli disse con un
gemito: -- Mario, perchè venire? La Gilda che tu amavi è morta.
L'idea di contribuire a salvarla, la speranza che ov'ella guarisse
rifiorirebbe anche la sua bellezza, dava al giovine la forza ch'egli
stesso non avrebbe creduto di avere. Egli non aveva il coraggio di
chiedersi: -- L'amerai s'ella rimarrà deformata? -- ma intanto sentiva
che bisognava lottare per farla vivere.
Era una lotta seria. La Gilda ebbe febbri terribili, ebbe spossatezze
che facevano tremare i medici, i quali temettero più d'una volta una
irreparabile infezione del sangue. A due riprese si credette tutto
perduto, e il cavaliere Lorati, secondo la sua pietosa consuetudine,
aveva già abbozzato in mente il cenno necrologico della giovinetta.
Ella non desiderava guarire. -- Credi, è meglio -per tutti- che io muoia
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