per inquilini tre vere mummie. Un colonnello in pensione, terrore dei
giovani di -restaurant- a cui gli accadeva spesso di gettare i piatti
nel viso; una vecchia galante, che disingannata del mondo passava la
giornata a snocciolar rosari; un signore misantropo, che raccoglieva
monete antiche senza permettere a nessuno di vederle: ecco i tre
personaggi esotici nei quali la Gilda si imbatteva talvolta uscendo
a prender aria sulla ringhiera. Le scorrerie della bimba parevano ai
tre fossili una enormità; essi avrebbero fatto volentieri una protesta
cumulativa al padrone di casa, se il farla non avesse reso necessario
di riunirsi e d'intendersi prima. Ma poichè le riunioni non formavano
parte del loro sistema di vita, s'eran contentati di rivolgere
isolatamente le loro lagnanze alla portinaja, la quale aveva un po' in
uggia la Gilda, dopo che un giorno, mentr'ella attraversava il cortile,
una palla di guttaperca caduta dal quarto piano era venuta a piombarle
sopra il -chignon-.
Per trovare un amico ed un alleato la Gilda doveva scendere tutte le
scale, uscir dal portone e recarsi nel magazzino del signor Gedeone
Albani. Ivi spadroneggiava per un paio d'ore al giorno il figlio del
signor Gedeone, Mario, ragazzo che aveva cinque anni più della piccola
Natali, e che, fin dal primo vederla, le aveva fatto a bruciapelo una
dichiarazione di simpatia. -- Sei proprio bella; mi piaci.
Mario passava due ore il giorno nel magazzino per volontà espressa
del padre, il quale desiderava iniziarlo nel commercio e diceva che
l'essenziale era d'imparar presto a -conoscere i generi-. A raggiunger
l'intento, il fanciullo cacciava le mani nei campioni di zucchero e
se ne riempiva la bocca, sbucciava le mandorle e pronunziava il suo
autorevole giudizio sulla loro qualità, ma non si mostrava mai tanto
appassionato per -la conoscenza dei generi- quanto all'arrivo delle
cassette dei datteri di Tunisi. Pel caffè, pel grano, pel pepe egli
aveva uno scarso trasporto; non isdegnava invece di assaggiar la gomma
arabica e il sugo di liquirizia. Sempre allo scopo di far confidenza
con le mercanzie, Mario ora sedeva, come sopra un trono, sopra una
balla di baccalà, ora si metteva a cavallo di un bariletto di aringhe
gridando -hop, hop-, come se si trattasse di un cavallo in carne ed
ossa. Ma ove i suoi meriti brillavano di luce più viva si era nel
mettere la marca G. A. sopra i colli che si facevano in magazzino. Qui
egli sfoggiava realmente una rara sicurezza di mano e un senso squisito
delle proporzioni, e il signor Gedeone rimaneva spesso estatico dinanzi
all'opera di suo figlio.
La Gilda, quantunque non fosse destinata al commercio e non avesse
alcun bisogno di acquistar -la conoscenza dei generi-, si divertiva
moltissimo in mezzo al movimento del fondaco, e non ricusava di
accettare qualche dattero da Mario, le cui birichinate la esilaravano
fuor di misura. Ma ciò ch'ella ambiva sopra tutto si era di porgergli
il pennello quand'egli si accingeva alla delicata operazione di -far
le marche-. Le pareva in questo modo di diventare collaboratrice
dell'amico suo. Gli uomini del magazzino, avvezzi ormai a trovarsela
sempre fra i piedi, la chiamavano scherzosamente -la Trottola-, e il
signor Gedeone non la vedeva neppur lui di mal occhio, e le permetteva
di assistere alle sapienti manipolazioni delle sue mercanzie. Poichè
il signor Albani aveva adottato a questo proposito un principio
tecnologico assai profondo, che si riassumeva così: -Ogni articolo nel
suo stato naturale è difettoso, ma ogni articolo può rendersi perfetto
mercè opportune mescolanze.- Ligio a una massima tanto ragionevole,
l'egregio negoziante temperava con qualche spruzzo di farina la
dolcezza nauseante dello zucchero, e diminuiva l'aroma esagerato del
tè coll'introdurre nelle cassette chinesi qualche po' di camomilla e di
malva.
Le lunghe dimore della Gilda nel magazzino Albani non andavano punto
a genio alla signora Dorotea, la quale si lagnava che i vestiti della
bimba s'impregnassero di un acuto odore di baccalà e di sardelle
salate, e scendeva talvolta dall'altezza del suo quarto piano a
impadronirsi della piccola ribelle. Nè per solito la Gilda cedeva senza
opposizione, che anzi Mario Albani l'aizzava e l'aiutava a resistere.
Un giorno fra gli altri, giorno nefasto per la signora Dorotea, mentre
la buona vedova era curva sulla Gilda che si rotolava sul pavimento, il
terribile ragazzo afferrò il suo pennello e in un batter d'occhio le
dipinse sulla schiena un magnifico G. A. che provocò le sonore risate
di tutti i presenti. È facile immaginare lo scandalo che ne successe.
La signora Dorotea chiese al signor Albani -seniore- una soddisfazione
immediata dello sfregio fattole dall'Albani -juniore-; indi Mario
s'ebbe tosto una tiratina d'orecchi, e alla Gilda fu vietato l'accesso
nel magazzino. Però la proibizione non istette molto a diventar lettera
morta, e i due fanciulli tornarono a vedersi quasi ogni giorno.
Del resto, pareva destino che la Gilda non dovesse avere che de' gusti
bislacchi. In casa, quando suo zio voleva usarle una finezza, egli
non aveva che da condurla nel suo laboratorio chimico. Ella rimaneva a
bocca aperta dinnanzi ai suoi esperimenti, voleva saper tutto e capir
tutto, e andava superba se il professore le ordinava di portargli
una boccettina di sali, di chiudere una chiavetta, di soffiare in un
fornello.
-- Non ci mancava che questa... proprio -- brontolava la signora Dorotea.
-- Son matti, zio e nipote, matti tutti e due... Guardate un po' se
una ragazza deve stare in quei luoghi lì a insudiciarsi le mani e il
vestito... Stia piuttosto in cucina, impari a metter la pentola al
fuoco, e non s'immischi in quelle diavolerie... Oh i dotti!... Che
piaga!... Non sono contenti di guastarsi da sè l'anima e il corpo...
vogliono guastare anche gli altri...
La Gilda aveva sette anni allorchè il suo amico Mario fu mandato in
un collegio della Svizzera. Le disposizioni commerciali del ragazzo
sembravano assai mediocri. Egli continuava ad approfondirsi nella
-conoscenza dei generi-, continuava a dipingere sui colli di mercanzie
la marca G. A., ma aveva una negativa assoluta pei conti e ripeteva
sempre che voleva fare il pittore o il soldato. Il signor Gedeone non
dubitava, però, che alcuni anni di soggiorno in un convitto commerciale
avrebbero corretto il figliuolo da queste ubbie.
Partito Mario, la Gilda non ebbe più motivo di scendere nel fondaco
Albani, e le mancò in tal modo la principale fra le sue distrazioni. Le
passeggiate con la signora Dorotea l'annojavano, il laboratorio chimico
dello zio non bastava neppur esso a metterla di buon umore.
Il dottor Romualdo si sentì assalito da uno scrupolo di coscienza. Era
possibile che questa fanciulla esuberante di vita crescesse sempre al
fianco di lui e della buona ma uggiosa signora Dorotea? Nell'accettar
la Gilda dalle mani del capitano Rodomiti non aveva egli implicitamente
assunto l'obbligo di farne una ragazza a modo, atta a divenir col
tempo una moglie saggia, una madre amorosa? E a raggiungere questo
fine non era indispensabile di volger seriamente il pensiero alla sua
educazione?
In forza di così savie considerazioni, una mattina del novembre 1864,
il dottor Grolli accompagnava la sua pupilla nel miglior collegio
femminile della città. La Gilda aveva allora sette anni e mezzo; era
di viso bellissimo ed egregiamente proporzionata di membra. Chi la
vedeva con quei suoi occhi scuri e vivaci, con quei suoi bruni capelli
profusi, con quella sua aria di regina in miniatura, non poteva a meno
di esclamare: -- Che amore di bimba! -- A ogni modo, inosservata ella non
passava mai.
Quando le si annunziò che sarebbe andata in collegio, ella accolse la
notizia con più curiosità che rammarico. Le dispiaceva separarsi dai
suoi gatti, dai suoi cardellini, dalla sua bambola, e un po' anche
dallo zio Aldo e dalla signora Dorotea, ma il fascino della novità
soverchiava in lei gli altri sentimenti. In fin dei conti era ben
giusto di uscire dal mondo piccino in cui era cresciuta fino allora,
di veder visi diversi dai soliti, di contrarre amicizie con fanciulle
della sua età. Onde, quand'ebbe varcata la soglia della sua nuova
dimora e il professore si accomiatò da lei con un bacio, ella non
tardò a rasciugarsi una lagrimetta, a fare il viso ilare e a seguir
saltellando una giovane sotto-maestra che voleva presentarla alle sue
condiscepole raccolte in giardino.
Egli invece, l'austero ed ispido uomo, poichè ebbe affidata la nipote
alla direttrice del collegio, se ne tornò indietro oppresso da una
malinconia di cui da gran tempo non provava l'uguale. Pensava alla
solitudine della sua casa, alla noia di non veder davanti a sè altri
che la signora Dorotea, di non sentir altre voci che quella di lei,
così stridula e disarmonica. Negli ultimi tre anni aveva spesso
invocato l'antica quiete; adesso l'antica quiete gli era restituita,
ed egli non l'accoglieva senza sgomento. Le dita tenerelle della Gilda
avevano fatto vibrare nell'anima sua una corda non per anco toccata,
e la visione d'un mondo più ampio di quello dei libri, più ricco di
colori e di forme, era apparsa fuggevolmente ai suoi occhi. Era la sua
giovinezza che si svegliava, la sua giovinezza soffocata tra le formule
algebriche e le analisi chimiche.
Ormai tutto era finito. Lo spiraglio da cui entrava come un soffio di
primavera s'era chiuso, lo scienziato tornava a trovarsi a faccia a
faccia con la sua scienza.
X.
Una domenica sì e una domenica no, dal tocco alle tre, i parenti erano
ammessi a visitare le convittrici. Il dottor Grolli non mancava mai
di venir a vedere in quel giorno la sua pupilla, quantunque questa
spedizione gli dèsse da pensare per una settimana. Figuriamoci! Un
uomo come lui, schivo d'ogni altro pubblico ritrovo che non fosse la
sua Università, a trovarsi in mezzo a tanti babbi eleganti, a tante
mamme splendide di gioventù e di bellezza, a tante ragazze vispe e
leggiadre! Come ci stava a disagio, come tradiva il suo imbarazzo! Ed
egli sorprendeva gli sguardi ironici che lo esaminavano di sottecchi,
e coglieva a volo le risatine che gli scoppiettavano intorno, le
parolette con le quali si canzonava il taglio del suo vestito, la
goffaggine della sua persona, l'aspetto esotico del suo volto tutto
barba e capelli. Nè avveniva di rado che alcuni sarcasmi slanciati
contro di lui andassero a cader sulla Gilda.
Un giorno egli la vide movergli incontro peritosa, cogli occhi rossi.
-- Che cos'hai, Gilda? -- le chiese. -- Hai pianto?
Ella non gli rispose, ma si voltò da un'altra parte e si coprì la
faccia con le mani. Poco lungi sghignazzavano due convittrici, delle
più grandi.
Il dottor Romualdo si sentì una trafittura al cuore. Condusse la
fanciulla in un angolo appartato della sala e le domandò a mezza voce:
-- Ti burlano forse? -- Ella si strinse un po' nelle spalle, ma continuò
a tacere.
-- Ti burlano per cagion mia?... Di' la verità.
E presele le manine ch'ella teneva davanti agli occhi, la costrinse a
guardarlo in viso.
-- Sì -- ella bisbigliò con voce appena percettibile.
-- Ebbene, Gilda, se vuoi, io non vengo più.
Era la prima volta ch'egli metteva alla prova l'affetto della nipote,
era la prima volta ch'egli si accorgeva come quest'affetto fosse
necessario alla sua vita. Perciò, in quel momento, tutto l'esser suo
pendeva dalle labbra della Gilda. E quando egli sentì le morbide e
rotondette braccia di lei con impeto subitaneo cingergli il collo, e
quando fra i singhiozzi ella gli disse -- No, zio Aldo, voglio che tu
venga sempre -- una dolcezza nuova, inusata gli corse le vene, provò una
gioia quale non gli era stata data da nessuna formula algebrica. Egli
prese la bimba sulle ginocchia, e carezzandole i capelli ripigliò il
suo interrogatorio: -- Dunque che ti dicono?
Ella diventò rossa, ma stette senza aprir bocca.
-- Ti dicono forse che hai torto ad avere uno zio così brutto?
-- Oh! -- fec'ella con una garbata scrollatina di capo e ridendo in mezzo
alle lagrime.
-- Ebbene!
-- Oh... dicono tante cose -- replicò finalmente la Gilda.
-- Ma... per esempio?
-- Dicono... che non ti pettini...
Il professore sospirò. -- E poi?
-- Che continui a portare i calzoni che avevi da bimbo.
-- Perchè?
-- Non li vedi?... Son tanto corti!
Era vero. Il professore, che teneva una gamba accavallata sull'altra,
dovette riconoscere con singolare mortificazione che dieci centimetri
di stoffa di più non sarebbero stati soverchi.
-- C'è altro?
-- Sì -- rispose la fanciulla, che aveva ormai sciolto lo scilinguagnolo.
-- Dicono che non sai farti il nodo della cravatta.
-- Non è poi una gran disgrazia -- osservò il dottor Romualdo, al quale
questa accusa pareva men grave delle precedenti.
-- Dicono...
-- Ancora?
-- Sì... Che hai il naso sporco di tabacco...
Con un moto istintivo il professore cacciò la mano in saccoccia per
estrarre il fazzoletto. La Gilda gli fermò il braccio -- No -- ella disse
-- Hai un fazzoletto turchino?
-- Già...
-- Lascialo stare... Somiglia a quello di don Spiridione, il catechista.
Il dottor Romualdo non potè trattenersi dal sorridere. -- È finito
questo processo?
La Gilda fece un viso scuro scuro che voleva significare -- Non
è finito. -- Ma non fu cosa facile il cavarle di bocca l'ultima
rivelazione. Finalmente ella confessò singhiozzando che la chiamavano
-la nipote dell'orangutan-. -- E l'orangutan -- ella soggiunse nella
massima costernazione -- è una bestia.
-- E una brutta bestia -- ammise il dottor Grolli con aria rassegnata.
-- Ebbene -- egli ripigliò dopo una breve pausa -- non c'è che un
rimedio.... Lascia che dicano quel che vogliono e non ci badare... Io
procurerò di essere meno orangutan che sia possibile, farò allungare
i miei calzoni, mi ravvierò meglio i capelli e la barba, cesserò di
servirmi del fazzoletto turchino...
Il viso della fanciulla si rischiarò.
-- Tu intanto non vergognarti di traversar la sala a fianco
dell'orangutan... Dobbiamo dire così?
-- No, no, dello zio Aldo.
Il professore si alzò, e la bimba passò il suo braccetto sotto quello
di lui. Andarono in questa guisa, zio e nipote, fino all'uscio, e
la Gilda teneva la sua fronte così alta e girava intorno uno sguardo
così sicuro, che nessuna tra le sue condiscepole osò prendere un'aria
canzonatoria. Quando si fu in fondo alla sala, la fanciulla diede
un bacio sonoro al professore, e disse forte -- Buon dì, zio Aldo, a
rivederci.
Ella tornò indietro contenta; aveva vinta una prima battaglia sopra sè
stessa, aveva vinto la falsa vergogna. Anche il professore si sentiva
un altro uomo. Ciò che lo aveva legato prima alla Gilda era la pietà,
era l'idea del dovere; poi, con la consuetudine della vita, vi si era
aggiunta un'affezione sincera, ma timida, inconsapevole quasi di sè,
un'affezione che non osava chiedere, non osava sperare il ricambio.
Ora, invece, di questo ricambio egli era sicuro; la Gilda gliene aveva
tolto il dubbio con l'ingenua confessione delle sue piccole amarezze,
col soave abbandono con cui gli si era gettata al collo, con la balda
franchezza con cui aveva traversato la sala al suo fianco sfidando
gli sguardi delle sue compagne. Senonchè quell'intima soddisfazione
dell'anima non era senza mistura. Un punto della sua antica filosofia
era scosso, era turbato il suo profondo convincimento della inutilità
d'ogni dote esteriore. La bellezza, la grazia, non erano dunque vane
parvenze? Erano forze reali e gagliarde, non create dalla fantasia dei
poeti? Non era dunque la medesima cosa avere un aspetto increscioso o
gradevole; la virtù, l'ingegno, non bastavano a coprir le imperfezioni
del corpo? E, allora, che ci guadagnava a esser brutto? Non avrebbe
potuto riuscire un buon matematico anche mostrando l'età che aveva e
non più, anche essendo un bel giovane?
Queste savie riflessioni del dottor Romualdo si traducevano in una cura
alquanto maggiore della persona. Egli usava con una certa frequenza la
spazzola e il pettine, procurava che ciascun bottone del suo soprabito
entrasse nell'occhiello che gli competeva, e non isdegnava di rimanere
qualche secondo davanti allo specchio per allacciarsi il nodo della
cravatta. Questo fatto memorabile accadeva specialmente nei giorni in
cui il professore doveva recarsi dalla nipote. Prima di far la sua
visita, egli si lavava col sapone d'odore, si ravviava i capelli,
lasciava a casa la tabacchiera, e invece del fazzoletto turchino,
prendeva seco un fazzoletto bianco di bucato. Egli non cessava già
di esser brutto, ma cessava d'esser sucido, e le convittrici non
lo chiamavano più l'-orangutan-. Avrebbero smesso, a ogni modo, di
dargli questo appellativo sgarbato, per riguardo alla Gilda ch'era
diventata in breve tempo un personaggio importante. Negli studi era
la prima della sua classe, nei giuochi era delle più vispe e briose
di tutto il collegio. Alcune tra le ragazze maggiori d'età avevano
fatto per qualche tempo il viso dell'arme al novello astro che sorgeva
sull'orizzonte, ma la bizza era durata poco; la grazia della Gilda,
il suo aspetto attraente, la prontezza del suo ingegno, la spontaneità
dei suoi modi avevano trionfato di ogni ritrosia. Onde ella non tardò
ad appartenere al gruppo delle elette, a quella aristocrazia della
scuola che nessun regolamento vale a sopprimere, come nessuna legge può
distruggere le inuguaglianze nella vita reale. E a quella guisa che il
professore Romualdo aveva in principio fatto cadere sulla nipote parte
della sua impopolarità, la Gilda faceva riflettere oggi sullo zio parte
della simpatia ch'ella aveva acquistata per sè.
V'era poi un'altra ragione assai importante per la quale il Grolli era
ormai guardato, se non con vivo interesse, almeno con una curiosità
benevola. Prima che compisse il secondo anno dacchè la Gilda era
entrata in collegio, il dottor Romualdo aveva mutato la sua condizione
di assistente in quella di titolare, e il titolare era già divenuto
illustre, le sue opere erano lodate anche fuori d'Italia, la sua
conoscenza era ambita da uomini preclari nel campo scientifico. A sua
insaputa, il dottore Romualdo s'era messo su una delle due vie, per
le quali, dato un certo merito, si consegue la fama. Poichè a questo
proposito non c'è mezzo termine; la fama, o bisogna arrabattarsi molto
a cercarla, o bisogna star molto cheti ad attenderla. O l'impudenza
sfacciata del ciarlatano, o la ritrosia quasi infantile del cenobita.
Col primo sistema si assorda il paese del proprio nome, si loda per
esser lodati, si accarezza la critica, si entra audacemente in una
chiesuola scientifica. Indi uno stuolo d'alleati, ma, di fronte, uno
stuolo di nemici. Cento insidie, cento passioni poste in giuoco, il
trionfo delle dottrine subordinato al trionfo della fazione, l'abilità
spesso più potente dell'ingegno. Col secondo sistema si studia in
silenzio, creduti timidi dal mondo a cui si getterà forse un giorno
un'idea destinata a sconvolgerlo. Non una condiscendenza che ne chiami
un'altra, non una parola che accenni a vaghezza di plauso; non alleati,
ma non nemici; bensì, sparse per la terra, numerose simpatie di persone
che non si conoscono e non si conosceranno giammai; simpatie un po'
inerti, non bastevoli a dare la gloria, ma pronte ad alimentare il
primo soffio di fortuna che ci spiri propizio. Ottenuta così, la fama è
più sicura, più stabile di quella ottenuta per l'altra via. Ma siccome
vi si giunge più difficilmente o più tardi, è appunto l'altra via
quella che d'ordinario si sceglie.
È superfluo il dire a qual partito si fosse appigliato il professore
Romualdo. La sua indole, i suoi gusti, l'ambiente in cui egli era
sempre vissuto avevano reso in lui una seconda natura le abitudini del
riserbo. Nè sapeva abbandonarle oggi, nè acconciarsi alle esigenze
di una celebrità della quale era, più che lieto, maravigliato egli
stesso. Era timido, impacciato, alieno da tutto ciò che potesse
metterlo in mostra. Però, quando era in giuoco il decoro della sua
Università, non ricusava mai l'opera sua; la modestia non era per lui,
come è per molti, una maschera della pusillanimità. Un giorno ci fu
un ammutinamento di studenti; il rettore aveva perduto la bussola, i
professori, scrollando le spalle, s'erano dispersi da varie parti;
il solo professor Grolli ebbe il coraggio di affrontare e di sedar
la tempesta. Un'altra volta, all'apertura dell'anno scolastico,
quand'era già annunciata la prolusione, il titolare a cui toccava di
leggere accampò non so qual pretesto per sottrarsi all'impegno. Indi
il rettore convocò per urgenza il corpo insegnante, facendo osservare
come fosse antichissima consuetudine quella di inaugurar le lezioni
con un discorso, e come l'ommettere questa formalità potesse riuscire
a scapito dell'Istituto, insidiato da occulti e palesi nemici. Ma chi
si scusò con la ristrettezza del tempo, chi con la molteplicità delle
occupazioni, e non si veniva a nessuna conclusione. -- E lei, professor
Grolli? -- chiese il rettore, dopo aver interrogato ad uno a uno tutti
gli altri. -- So che ha una grande ripugnanza per queste cose, e non
osavo... -- Se è proprio necessario... -- rispose il professore, nel
quale il sentimento del dovere andava al disopra di qualunque altra
considerazione. E poichè la sua offerta venne accolta con entusiasmo,
egli vegliò due notti affine di compiere il suo lavoro pel giorno
prefisso.
Non può dirsi che, dal punto di vista accademico, il dotto e severo
discorso avesse un successo clamoroso. Si notò anzi che parecchie
signore si allontanarono dalla sala durante la tornata, che il
commendatore prefetto appoggiò il gomito al ginocchio e il capo
alla mano nel punto culminante dell'orazione e si assopì fingendo
di meditare, e che i due bidelli, i quali, secondo il cerimoniale,
stavano ritti in grande divisa ai due lati della piattaforma riservata
alle autorità e al corpo insegnante, dovettero addossarsi alla
parete e si addormentarono in piedi, cosa non seguìta mai nelle
adunanze precedenti, nemmeno alle più erudite concioni. Ma quel
discorso, riuscito noioso a tanta parte dell'uditorio, fu invece,
per l'importanza e la novità delle cose dette, un vero avvenimento
scientifico, che valse al Grolli la nomina a socio corrispondente
dell'Istituto di Francia.
Punto inorgoglito delle mutate fortune, il nostro professore conservava
le sue modeste abitudini, e le rendite cresciute gli servivano soltanto
a ingrossare il fondo giacente presso la Banca in conto della nipote
e ad abbellire la stanza in cui ella sarebbe tornata al suo uscir dal
collegio.
XI.
Due anni prima che la Gilda compiesse la sua educazione, un'epidemia
difterica venne a mietere più di una vittima fra le convittrici. Allora
vi fu un fuggi fuggi; quasi tutti i genitori richiamarono a casa le
figliuole, e il professor Romualdo s'affrettò egli pure a riprendere
la sua pupilla. A epidemia finita, la Gilda avrebbe dovuto ridursi
nuovamente in collegio, ma la sua migliore amica era morta, e l'idea
di non trovarla più la contristava fuor di misura. -- Preferiresti di
restare con noi? -- le domandò un giorno lo zio. -- Oh sì -- ella rispose
con le lagrime agli occhi. E rimase.
Ella aveva allora quattordici anni, e si trovava in quel periodo
critico della vita femminile nel quale un non so che d'incerto,
d'indefinito si stende sull'espressione del volto e sulle linee della
persona. È come se il fiore tornasse nel suo bocciuolo per aprirsi una
seconda volta, nè si può prevedere in qual modo si riaprirà. Quante
speranze dell'infanzia deluse! Quante paure svanite! Il mostricciuolo
diventerà forse una Venere, Venere si cambierà in un mostricciuolo.
Negli occhi delle madri si dipinge un'inquietudine ansiosa, nello
sguardo degli estranei una curiosità indiscreta; la giovinetta intanto
si sente osservata e si osserva; ella dimanda a sè stessa che cosa
scomponga l'armonia delle sue membra, che cosa turbi la serenità del
suo spirito, che fuoco arcano le riscaldi le vene. Ha baldanze che la
fanno arrossire, ha ritrosie che non comprende; guarda dietro di sè,
vede le bambine saltellanti, chiassose, e ne ha invidia e disprezzo ad
un tempo; deve confessare che stava meglio quand'era come loro, eppure
non vorrebbe tornar come loro; guarda davanti a sè, e vede le giovani
spose, le matrone dalle forme opulente mal dissimulate dai veli, le
vede imperare con un volger di ciglio e sente che sarà anche lei un
giorno quali esse sono, e affretta col desiderio quel giorno. Eppure
il desiderio non è senza una tristezza profonda. A che prezzo stringerà
quello scettro?
Nell'ultimo tempo della sua dimora in collegio la Gilda era alquanto
imbruttita. Era alta, magra, pallida, con un cerchio azzurro intorno
alle palpebre. Le sottane corte lasciavano vedere un piede un po'
troppo lungo e il principio d'una gamba un po' troppo sottile; anche
le braccia erano lunghe e stecchite. Il suo sorriso aveva perduto
dell'antica vivacità, la sua voce, già limpida e argentina, era spesso
velata e talora feriva l'orecchio con certe note fesse e sgradevoli. Ma
in questa eclissi della sua bellezza la Gilda conservava di magnifico
gli occhi grandi, espressivi, i folti, bruni, crespi capelli, e i denti
bianchi come l'avorio e uguali come le perle d'un monile. Era lecito
pronosticare che il resto si sarebbe accomodato da sè.
Come la fisonomia e la persona, così si era un po' modificato il
carattere. Ella non era più la bimba impetuosa, ma gioviale, espansiva,
che aveva anni addietro portato la rivoluzione nella silenziosa casa
Negrelli; i suoi uccelletti, i suoi fiori non le parlavano più l'usato
linguaggio; qualche volta la sua allegria era forzata, qualche altra
non sapeva frenarsi, e si rinchiudeva nella sua camera, malinconica e
taciturna. Non di rado ripensava al chiasso ch'ella faceva con Mario
nel magazzino del signor Gedeone; ahimè, dov'erano andati quei tempi?
dov'era andato Mario?
Quando gli si domandava conto del suo figliuolo, il signor Gedeone
tentennava gravemente il capo. Quel ragazzo gli dava pure di gran
tribolazioni. Non era cattivo, ma voleva fare a suo modo, e il
soggiorno in Isvizzera, che doveva mettergli giudizio, aveva invece
finito di guastargli il cervello. Ormai bisognava rinunziare alla
speranza ch'egli succedesse al padre nel commercio dei grani e dei
coloniali. Con la stramba idea di diventar pittore, s'era legato in
amicizia con un giovane artista svizzero, il quale lo aveva condotto
seco per otto mesi a Roma ed ora lo teneva nel suo studio a Zurigo.
Di là Mario scriveva al babbo lettere piene d'entusiasmo, chiedendo
quattrini e promettendo di render celebre in meno di dieci anni il nome
della famiglia.
-- Eh, signorina -- disse un dopo pranzo il signor Gedeone alla Gilda,
ch'egli salutava sempre con deferenza come l'antica camerata di suo
figlio -- Mario terrà forse parola e mi renderà celebre, ma che me ne
importa? Io avrei preferito ch'egli fosse qui ad attendere agli affari
insieme con me... Allora sì che avrei lavorato di lena... Adesso
invece...
Il signor Gedeone, ch'era seduto sur una panca di legno davanti al
suo magazzino, si alzò in piedi, si passò il rovescio della mano
sugli occhi; indi proseguì: -- Ma!... Mi par ieri quando Mario e lei
si rincorrevano fra le balle di caffè e i barili di aringhe... Se ne
rammenta? Come passa il tempo!
Un garzone del fondaco s'avvicinò al principale. -- Il brigadiere se n'è
andato. Non ci sono che le guardie Munari e Albonzio.
-- Avanti, allora -- ordinò il signor Albani.
Un gran carro di fieno ch'era fermo sulla strada, col timone rivolto
dalla parte della città, si mosse alzando una nuvola di polvere. I
sonagli dei muli tintinnavano in cadenza, il sole morente lambiva coi
suoi ultimi raggi la parte superiore del carico, lasciando in ombra il
resto, il conduttore disteso sul fieno cantava:
Addio, mia bella, addio,
L'armata se ne va,
ecc., ecc.
Intanto il signor Gedeone ora seguiva con lo sguardo il barroccio, ora
si voltava a discorrere con la Gilda.
-- Non viene mai il signor Mario qui? -- chiese questa timidamente.
-- C'è stato un paio di volte -- rispose il signor Gedeone -- Lei era in
collegio. Adesso dice che non vuol tornare finchè non abbia fatto un
bel quadro... Il bel quadro lo farà... oh lo farà senza dubbio... ma
non è questo ch'io volevo... Volevo averlo meco... volevo lasciargli i
miei affari... ecco quel che volevo....
A questo punto il signor Gedeone diede un'occhiata dal lato della porta
della città. Un suo commesso gli fece un cenno con la mano, come a
significare: -- Ormai è passato.
Il negoziante mostrò di aver capito; poi stringendo la destra alla
Gilda: -- La ringrazio della sua premura, signorina... Mi fa tanto
piacere, sa, poter parlare di quel bricconcello di Mario.
E il signor Gedeone era altrettanto sincero nel suo affetto paterno,
quanto nel suo desiderio d'introdurre in città senza dazio le derrate
che egli nascondeva nei carri di fieno.
La Gilda risalì le scale, lieta in cuor suo che il suo vecchio amico
avesse scelto la professione d'artista.
Nel ritirar dal collegio la sua pupilla, il dottor Romualdo s'era
proposto di compiere egli stesso la sua educazione. Perciò la faceva
studiare almeno due ore al giorno. Egli era in principio un po'
impacciato, ma la Gilda gli additava ella stessa la via, ribellandosi
ad ogni metodo rigoroso, eppure riuscendo ad afferrar di volo ogni
cosa. Il professore aveva cominciato col trovar molto da ridire su
questo modo di procedere a sbalzi, ma aveva finito col dar ragione
alla discepola. Ella era così pronta d'ingegno, ella scriveva con tanto
garbo! Quand'ella gli leggeva i suoi componimenti pieni di semplicità e
di freschezza, era come se una musica nuova gli ricreasse l'orecchio.
Le discipline scientifiche avevano intorpidito in lui il senso
dell'arte; ora esso gli si risvegliava nell'anima, gli richiamava alla
mente le vergini impressioni dell'infanzia, e gli faceva sentir tutto
il pregio di studi che aveva negletti. Gli pareva d'essere, anzichè
il maestro, l'allievo. Era ben altra cosa quand'egli introduceva la
Gilda nel suo laboratorio. Là egli era come un re; tutto obbediva ai
suoi cenni; sotto il suo occhio vigile, nelle sue storte, alla fiamma
dei suoi fornelli i corpi mutavano forma, aspetto, colore, e la natura
gelosa gli rivelava gli intimi suoi segreti. Ed egli si compiaceva a
stuzzicar la curiosità della sua pupilla, certo com'era di non poter
esser mai colto alla sprovvista dalle domande di lei. Forse era questa
l'unica sua vanità.
La signora Dorotea, a cui il passare degli anni non aveva raddolcito
il carattere, sparlava liberamente del sistema di educazione tenuto
dal professore. -- Vuol fare di sua nipote una dottoressa; si può dar di
peggio?... Che maraviglia se ella è pallida, allampanata, con le pesche
sotto gli occhi... Ne son morte di fanciulle a forza di leggere... Ne
ho conosciute io...
V'erano dei giorni in cui l'umore della Gilda pareva dar ragione ai
pronostici della vedova. Bastava un nonnulla a farla piangere, non
voleva uscire, non c'era verso di cavarle una parola di bocca.
Una mattina che la ragazza era più smorta dell'ordinario, la signora
Dorotea fece a bassa voce delle comunicazioni misteriose al professore,
concludendo: -- Se non crede a me, mandi per un medico.
Il medico venne, si mise a ridere, diede ragione alla signora Dorotea,
e finì tra il serio e il faceto: -- Via, caro professore, non affatichi
troppo questa sua nipote. Non è uno studente d'Università, è -una
donna-.
La signora Dorotea chinò il capo in segno di assenso.
-- Ci vuole una vita più svariata -- continuò il medico -- la conduca
spesso fuori di casa, le faccia conoscere qualcheduno... gioventù
sopra tutto... i giovani devono stare coi giovani... Quando poi verrà
l'autunno... adesso già ci vuol tempo, siamo appena in febbraio...
in autunno insomma un viaggetto sarebbe eccellente... Alle corte, io
stimerei opportuno di adottare un altro sistema di vita.
Qui l'approvazione della signora Dorotea fu meno esplicita. -- Bisogna
stare coi giovani! -- ella borbottò fra i denti. -- Come se io fossi
una vecchia decrepita e rimbambita... Le belle cose che s'imparan dai
giovani!
Il professore si ritirò pensoso nella sua camera. -- È una donna --
egli bisbigliava, ripetendo le parole del medico. E soggiungeva: -- Una
donna in casa! -- A quel che sembra il professor Romualdo non s'era mai
accorto che era una donna anche la signora Dorotea.
Comunque sia, l'avvenire gli si presentava buio, buio oltre misura.
Il fatto più naturale del mondo gli pareva dover esser fecondo
d'incalcolabili conseguenze; egli sentiva che il suo ufficio di
tutore entrava in una nuova fase, e che adesso soltanto egli avrebbe
cominciato a sperimentarne le difficoltà.
XII.
Bastarono poche settimane alla Gilda per riaversi affatto. Pareva anzi
che quel passeggiero malessere avesse contribuito a far rifiorire la
sua bellezza decaduta da qualche anno. I molli contorni della donna si
disegnavano ormai sotto le vesti succinte della fanciulla; gli occhi
già languidi e smorti brillavano d'una nuova luce più viva, più intensa
di quella che li aveva illuminati nell'infanzia gioconda, e la persona
leggiadra, pur mutando linee, si ricomponeva nell'antica armonia. Le
inesplicabili tristezze, gli scoraggiamenti infiniti degli ultimi tempi
l'assalivano di rado e non mai con tanta violenza; era tutt'al più una
malinconia pensosa, non scevra d'ogni dolcezza.
Ma il dottor Romualdo assisteva con mal celato sgomento a questa
trasformazione della sua pupilla. S'era avvezzato ad amar la fanciulla,
e non sapeva acconciarsi all'idea che la fanciulla diventasse donna,
poichè la donna era sempre ai suoi occhi un essere inferiore, malato,
pieno di piccole arti e di avvolgimenti insidiosi. Allorchè la Gilda
entrava nella sua stanza, egli pareva atteggiarsi a guisa di uomo
che si mette in difesa; non le dava più un pizzicotto sulla guancia,
nè un buffetto sotto il mento: e s'ella gli faceva una carezza, egli
arrossiva confuso.
-- Ti faccio paura! -- ella esclamava canzonandolo -- E sì ch'io son
quella di una volta!
Quella di una volta? Oibò, oibò. O la Gilda parlava in mala fede, o
ella ingannava sè stessa. Ma già ella parlava in mala fede sicuramente;
era una femmina.
Quand'egli la conduceva a passeggio, ed ella gli dava il braccio,
ci voleva poco ad accorgersi ch'ella non era quella di una volta.
Noi lo sappiamo, l'avevano ammirata sempre, ma adesso era mutato il
genere dell'ammirazione, e soprattutto era mutata -la qualità- degli
ammiratori. Non erano più i babbi e le mamme quelli che si fermavano
estatici a guardar la Gilda; erano i bellimbusti profumati, azzimati,
erano i giovinetti di primo pelo, erano, orribile a dirsi, gli studenti
dell'Università. Nè soltanto i rompicolli; quelli stessi, che, dalla
cattedra, il professore mirava assorti nelle severe meditazioni
scientifiche, quelli stessi che pendevano con più amore dalla sua
parola, se vedevano la Gilda al suo braccio, le piantavano tanto
d'occhi in viso, come se volessero divorarsela. Egli sentiva bisbigliar
dietro a sè -- Che stupenda ragazza diventa la nipote del professor
Grolli! -- Che bottoncino di rosa! -- Ah! esser l'ape che succhierà quel
fiore!
-- Disgraziati! Disgraziati! -- rifletteva in cuor suo il professore
Romualdo. -- Anche su loro che sono l'orgoglio della Università, la
speranza della patria, la donna esercita la sua funesta influenza:
ella distrae la loro mente dai forti pensieri, ella turba i loro sensi,
ella popola la loro fantasia di immagini ingannatrici. Quanto cammino
di più si farebbe nel mondo se non vi fosse la donna! Quanto più
presto sarebbe stata scoperta la legge della gravitazione, da quanto
tempo si sarebbe già trovata una soluzione alle equazioni di quarto
grado! Che gloria immensa si acquisterebbe colui il quale riuscisse ad
emancipare l'umanità dalla femmina ed assicurasse con un nuovo metodo
la propagazione della specie!
Talora, mentre il dottor Grolli era infatuato dietro questo grave
problema, la Gilda gli dava una scrollatina al braccio, e gli chiedeva
sorridendo: -- Sei fra le nuvole?
Del resto, il professor Romualdo, quantunque convinto che la
soppressione della donna ci avvierebbe a uno stato di perfezione
assoluta, non intendeva sottrarsi a nessuno degli obblighi suoi
verso la nipote. Se, anni addietro, egli aveva commesso una debolezza
acconsentendo a tenerla presso di sè, tanto peggio per lui; s'egli non
aveva saputo prevedere che la bambina non sarebbe stata sempre bambina,
era a lui e non ad altri che toccava scontare l'imprevidenza. Norma
costante delle sue azioni, il sentimento del dovere lo reggeva anche in
questa prova e gli dava il modo di vincere ostacoli che sulle prime gli
parevano insuperabili.
Tra le novità introdotte nel sistema di vita del nostro matematico
non fu certo l'ultima quella di recarsi un paio di sere la settimana
insieme con la Gilda in casa del cavalier Diomede Lorati, che teneva
allora l'ufficio di rettore dell'Università. Il professor Grolli in
conversazione; era una cosa da far strabiliare! Ma il medico aveva
giudicato opportuno che la Gilda conoscesse qualche persona dell'età
sua, ed erano su per giù della stessa età le figlie del rettore. Il
cavaliere Lorati era una buonissima pasta d'uomo, che da venti anni
professava diritto civile e in tutto questo tempo non aveva mutato
una virgola alle sue lezioni. Gli scolari sapevano come ogni lezione
principiava e come finiva, e spesso il professore aveva la compiacenza
di sentir correr lungo i banchi una frase ch'egli non aveva ancor
detta. Del resto, il cavalier Lorati era tenuto in conto di persona
sapiente; era segretario della locale Accademia di scienze e lettere,
e in questo ufficio aveva avuto agio di svolgere le sue naturali
disposizioni per le commemorazioni funebri. Infatti, quando moriva
un socio, era a lui che toccava darne la triste novella, e la dava
-col cuore spezzato-. Il buon professore non avrebbe ommessa questa
frase per tutto l'oro del mondo. Ma non era soltanto in favore dei
soci dell'Accademia che il cavalier Lorati versava il suo inchiostro
e le sue lagrime. Chiunque passasse agli eterni riposi, per poco che
fosse conosciuto da lui, aveva il conforto d'un suo cenno necrologico
preceduto da un motto latino, o da uno dei soliti emistichi, come --
-Morte fura -- Prima i migliori e lascia star i rei- -- oppure -- -Sol chi
non lascia eredità d'affetti -- Poca gioja ha dell'urna-.
Un'altra bella qualità del cavaliere era la sua sommissione agli
oracoli della signora Olimpia, sua moglie, donna notevole per molti
rispetti, e particolarmente per quello di madre di famiglia. Ella
aveva studiata a fondo la situazione matrimoniale delle sue figliuole
e soleva cantar loro su tutti i toni: -- Bimbe mie, vostro padre è un
sapientissimo giureconsulto, ma voi non avete quello che si dice il
becco d'un quattrino, e ai tempi nostri una lepre verrà a gettarsi in
braccio del cacciatore prima che un uomo venga spontaneamente ad offrir
la sua mano a una ragazza senza dote; perciò abbiate bene in mente che
bisogna aiutarsi da sè, non aver romanticismi, non patir distrazioni,
cercar molto e cercar sempre, e quando si crede di aver trovato, badare
che non isfugga la preda. Io sono vostra madre e farò il dover mio. Ma
farei ben poco se non mi secondaste.
Fedele alle sue savie massime, la signora Olimpia metteva in mostra
la sua Ginevra e la sua Giulia quanto più poteva, e non mancava di
condurle a passeggio, alle funzioni di chiesa, ai dibattimenti della
Corte d'assise, dappertutto insomma dove vi fosse la speranza di veder
comparire quella rara selvaggina che si chiama un marito. Inoltre ella
riceveva due sere la settimana. Erano ricevimenti alla buona; alcuni
professori con le mogli e le figliuole, alcuni parenti dei professori,
e una mezza dozzina di studenti, nei quali la signora Olimpia aveva
creduto di scoprire la stoffa matrimoniale.
Per i professori c'era un tavolino a parte, intorno al quale essi
impegnavano discussioni rumorose sui regolamenti universitari, sui
ministri che s'eran succeduti all'istruzione pubblica, sugli esami e
sulle propine. Ma il grosso della compagnia sedeva a una gran tavola
rettangolare, su cui la Ginevra e la Giulia stendevano con moltissima
cura un tappeto di lana che ricadeva sin quasi sul pavimento. I maligni
volevano far credere che all'ombra di quel tappeto si stabilissero
fra gli studenti e le ragazze attivissime comunicazioni di mani e di
piedi, assai più gustose dei giuochi di società che avevano luogo alla
superfice.
Alle dieci la signora Olimpia distribuiva agli invitati una tazza
di tè leggiero in modo da non alterare il sistema nervoso, e le
padroncine giravano un piatto di -sandwichs- preparati dalle loro
mani. Alle undici la compagnia si scioglieva, salvo i pochi casi in
cui tra gl'invitati si trovasse una persona di buona volontà da suonar
l'armonica e da permettere alla gioventù di far -quattro salti in
famiglia-.
Un osservatore superficiale troverà senza dubbio che la signora
Olimpia, sollecita com'era di procurar marito alle sue figliuole,
commetteva una leggerezza invitando ai suoi convegni serali la Gilda,
che dava scacco matto a tutte e due. Ma la signora Olimpia aveva vedute
più larghe e profonde. Ella pensava che la bellissima giovinetta poteva
servir d'uccello di richiamo e far venire in casa qualcheduno che non
ci sarebbe venuto altrimenti. -- E pur che ci vengano almeno in due --
rifletteva l'accorta donna -- io ci avrò sempre guadagnato. Quand'anche
si appiccicassero entrambi alla nipote del Grolli, più d'uno ella non
ne sposerebbe; l'altro resterebbe sempre amico di famiglia, e allora,
chi sa?
Non si può creder quante feste si facessero dalla famiglia Lorati ai
due nuovi ospiti. Le ragazze volevano sedere l'una a destra, l'altra a
sinistra della Gilda, la colmavano di elogi sulla sua bellezza e sulla
sua grazia, la iniziavano ai segreti dei dilettevoli giuochi di -scopa-
e -campana e martello-. La signora Olimpia e il rettore prodigavano
le più tenere cure al professor Romualdo, e anzi il rettore sentiva
l'imperioso bisogno di fargli ogni momento il solletico sulle ginocchia
e di ripetergli con infinita espansione: -- Ma bravo il nostro Grolli,
che si è risolto a uscir dal suo guscio!
E gli altri professori in coro: -- Bravo Grolli! Bravissimo!
Nell'ora del tè poi era la signora Olimpia in persona che portava la
tazza al dottor Romualdo e gli offriva i -sandwichs-. Faceva servire
gli altri invitati dalle figlie, ma il dottor Romualdo voleva servirlo
ella stessa.
I colleghi, con la insistenza uggiosa dei dotti quando pretendono di
far gli uomini di spirito, celiavano costantemente su queste attenzioni
speciali della signora Olimpia pel Grolli. -- Ehi Grolli, state in
guardia... la signora Lorati insidia la vostra innocenza... Badate che
non si ripeta il caso della moglie di Putifarre.
Il professore si agitava sulla sedia e borbottava infastidito: -- Che
discorsi! -- E si confermava sempre nell'idea ch'era meglio vivere
a sè, tenersi lontani anche dai colleghi, e non aver con loro altre
relazioni che quelle volute dagli studi. Ma oramai erano vani rimpianti
e conveniva rassegnarsi all'inevitabile.
Gli omaggi di cui la Gilda era l'oggetto in casa del rettore
non le facevano salire i fumi al cervello. Lasciava discorrere i
damerini senz'accordar preferenze ad alcuno, e quando giungeva il
momento desiderato dei -quattro salti in famiglia-, ella ballava
indifferentemente con tutti, più entusiasta della danza che dei
danzatori. Com'era bella allorchè il giro vorticoso del valzer le
invermigliava le gote e le scompigliava i capelli, e il suo piede
leggiero appena sfiorava il pavimento, e la sua persona agile, snella,
succinta, si disegnava in mille pose sempre diverse e sempre leggiadre
e composte!
-- Che allegria, non è vero, in queste festine? -- diceva il cavaliere
Lorati, stropicciandosi le mani e andando dall'uno all'altro crocchio.
-- Benedetta la gioventù!... Ci s'ingrassa proprio a vederla divertirsi
in tal modo... Voi, caro Grolli, vi siete fatto vecchio prima del
tempo... Avete avuto torto, un gran torto... Quanti anni avete?
-- Trentacinque fra poco.
-- Guardate un po' se un uomo a trentacinque anni dovrebbe star lì
impalato presso uno stipite invece di ballare con le ragazze... Fin che
si tratta di me che non aspetto i sessanta...
Ballare! Egli, il professor Grolli! Che idee! Le coppie danzanti
lo urtavano, lo investivano, ed egli rimaneva come trasognato. In
quell'intrecciarsi delle braccia, in quel confondersi del respiro, in
quel mover del piede in cadenza, in quell'abbandonarsi della persona
all'onda dei suoni, c'era dunque, ci doveva essere un piacere ch'egli
non aveva mai provato, ch'egli non sapeva comprendere, ma di cui gli
era impossibile non ravvisare l'espressione schietta ed ingenua nelle
facce giovanili ch'egli vedeva passarsi davanti. Era proprio vero.
C'era un mondo di cui egli non aveva nemmeno toccato la soglia.
Negl'intervalli fra un ballo e l'altro la Gilda veniva a dargli un
saluto e a chiedergli se si divertiva... Oh! tanto... Egli la seguiva
mestamente con l'occhio mentre ella s'allontanava a braccio di un
-cavaliere- qualunque. Egli pensava che la cara bambina la quale gli
aveva insegnato a comprender la famiglia, non era più sua; le acri
voluttà della vita si erano impadronite di lei: oggi era il ballo,
era l'ingenua soddisfazione di sapersi ammirata; domani sarebbe stato
l'amore, forse la passione violenta, irresistibile, fatale.
-- Fra un paio d'anni bisognerà dar marito a quella ragazza -- diceva il
rettore battendo sulla spalla del dottor Romualdo. -- Cospetto! Come è
cresciuta bene!... Grande scoglio questo del matrimonio... E io ho da
provvedere a due... Meno male che se ne incarica Olimpia.
Un discorso così naturale come quello del matrimonio della nipote
recava al professore una molestia inesplicabile, ed egli sfogava il suo
dispetto parlando con amarezza di tutti i giovani i quali frequentavano
la famiglia Lorati.
Nel tornare a casa, una sera, la Gilda gli chiedeva il suo parere sopra
certo Norio, ch'era una conoscenza recente e che pareva destinato a
divenire il beniamino della società.
-- È un giovine che non riuscirà a nulla -- replicò vivamente il
professore.
-- O perchè dici così? -- ella soggiunse.
-- Perchè? A che vuoi che riesca un giovine che è venuto qui per
istudiare e pochi giorni dopo il suo arrivo non sa impiegar meglio la
sera che ballando e facendo giuochi di compagnia?
-- Dio buono! Alla sua età non gli sarà lecito divertirsi?
-- Alla sua età il divertimento per i giovani seri, per i giovani
che vogliono diventar qualche cosa, è lo studio. Ne ho conosciuti
io di questi giovani, che vegliavano fino a tarda ora sui libri,
affaticandosi la mente, logorandosi gli occhi, che si alzavano
poi la mattina prima del sole e ripigliavano il lavoro lasciato a
mezzo, intenti a decifrare una formula, a risolvere un problema...
Oh non erano eleganti, no... Non avevano la scriminatura perfetta, i
baffetti arricciati, il colletto candidissimo, il nodo della cravatta
d'una simmetria architettonica, non avevano i bottoncini d'oro sulla
camicia... no, no... le loro vesti erano sgualcite, la loro biancheria
era frusta, i loro capelli scomposti... Le donne non li guardavano con
compiacenza...
-- Ma, zio Aldo -- interruppe Gilda -- saranno stati indecenti.
-- Non me ne intendo io... Erano poveri...
-- Ebbene, che colpa ha il signor Norio se la sua famiglia è piuttosto
agiata?
-- Colpa? Non ne ha nessuna, ma gli manca la più grande maestra della
vita, la povertà. Male alloggiati, mal nutriti, mal coperti, si trova
che vi è una sola consolazione, il lavoro, lo studio... La vita del
pensiero diventa la vita del corpo; non si sente la fame, non si sente
il freddo... Per mesi e mesi si mangia un pane di meno al giorno,
tanto da comperarsi un libro nuovo, e quel libro acquistato così
faticosamente ha per noi maggior pregio che non abbia pei bellimbusti
un abito da ballo, e per voi altre donne un vezzo d'oro e di perle...
Voltarne e rivoltarne la coperta, tagliarne le carte, aspirare l'odore
acre della stampa ancora umida e fresca, ecco tanti piaceri ignorati
dal comune della gente... Che c'importa delle travi affumicate, che
c'importa delle pareti sgretolate e crollanti?... I nostri occhi
guardano più in là; essi abbracciano il mondo intero...
-- E nessuna compagnia, nessuna distrazione? -- chiese la Gilda, che non
aveva mai trovato lo zio Aldo così eloquente.
-- Distrazioni?... Qualche passeggiata all'aria aperta, nelle ore del
sole l'inverno, nelle ore del fresco l'estate... Compagnia?... Fra i
vivi, tre o quattro coetanei delle stesse condizioni e degli stessi
gusti; fra i morti, tutti i migliori... Tutti quelli che hanno stampato
un'orma nel campo degli studi; tutti quelli che hanno aggiunto una
verità al patrimonio della scienza... e t'assicuro io che valgon meglio
della folla volgare e piccina dalla quale siamo attorniati.
-- Tu hai fatto questa vita, zio? -- domandò la Gilda commossa.
-- Ho parlato di me?
-- Oh! T'ho inteso benissimo... Fosti tu pure uno di quelli che hanno
lottato, che hanno patito.
-- Ne conobbi tanti che patirono di più...
-- Povero zio Aldo! -- rispose la fanciulla alzando verso di lui gli
occhi inteneriti. -- Sei rimasto solo presto?
-- Sì -- egli rispose, scosso da quella voce soave, da quello sguardo
penetrante. -- Ma lasciamo questo discorso... Vedi che ormai la burrasca
è passata.
La Gilda sapeva che suo zio non era mai stato ricco, ma ella
ignorava ch'egli avesse avuto una giovinezza così travagliata, e
strappandogliene per la prima volta la confessione non poteva a meno di
ammirare in lui la forza dell'animo alieno da ogni vanteria.
-- Hai ragione, zio Aldo -- ella soggiunse dopo una breve pausa. -- Quelli
che tu hai descritti sono i giovani degni di essere amati.
Egli sentì corrersi un fremito per le vene; poi disse sospirando: --
Amati da una donna! A che pro?... Allora non istudierebbero più.
-- Oh zio Aldo -- sclamò la Gilda -- come sei cattivo con noi donne!
XIII.
Nel maggio di quel medesimo anno, il professore e la Gilda ricevettero
una visita non meno cara che inaspettata, quella del capitano Rodomiti.
Il capitano non si era mai dimenticato dei suoi amici, scriveva loro
ogni tre o quattro mesi, mandava regali alla sua figlioccia, e le
prometteva sempre che sarebbe venuto a salutarla. Ma, sinchè il suo
bastimento si trovava nei mari dell'India e del Giappone, egli aveva
un bel promettere, e la Gilda diceva ridendo: Lo -zio Tonino- discorre
delle sue visite come s'egli fosse a Firenze o a Milano invece d'essere
a Hongkong o a Singapore. -- Adesso però egli si era diviso non senza
rammarico dalla sua vecchia -Lisa-, e assumeva il comando di un legno
di gran portata uscito appena dai cantieri di Sestri Ponente per conto
d'uno dei principali armatori della riviera Ligure. Prima d'imbarcarsi
e di star lontano dall'Italia chi sa quanti anni ancora, aveva chiesto
una licenza di due settimane, e ne approfittava per venir a vedere
coi propri occhi i cambiamenti successi in quasi dodici anni nella
vispa bambina ch'egli aveva condotta da Montevideo a Genova. Come lo
accogliessero non c'è bisogno di dirlo. Il lungo tempo trascorso dal
primo ed unico incontro fra il professore e lui non aveva lasciato
segno visibile sulla sua fisonomia e sulla sua persona. Una vita
attiva sin dall'infanzia, esercitata alle fatiche, alle privazioni e
ai pericoli, abbrevia forse il periodo della giovinezza, ma prolunga
quello della virilità. L'uomo comincia più presto, ma finisce più
tardi. Il Rodomiti toccava i sessanta, ma a vederlo lo avreste detto
appena cinquantenne. Giusto di membra nelle sue proporzioni colossali,
egli si conservava sempre ritto e imponente; l'occhio limpido e vivace
esprimeva il connubio della forza e della bontà; non era facile trovare
un pelo bianco nella sua barba e nei suoi capelli che incorniciavano
l'ovale regolare della sua faccia abbronzita. In collera era terribile,
terribile come l'Oceano di cui aveva affrontato così spesso le
tempeste; ma le tempeste della sua anima erano molto meno frequenti
di quelle del mare, e i suoi scoppi d'ira non erano mai cagionati
da futili motivi. Solo i deboli, quando non sono pusillanimi, sono
irascibili. Il capitano Antonio era d'ordinario pronto al sorriso e
all'arguzia; la sua voce tonante sapeva piegarsi alle inflessioni più
dolci, più carezzevoli, specialmente quand'egli si trovava in mezzo
ai bambini. Oh i bambini egli li amava tanto! Non v'era porto toccato
dalla sua nave ov'egli non ne conoscesse qualcheduno, e la sua cabina
era piena di gingilli ch'egli portava da una parte all'altra del mondo
per regalarne i suoi piccoli amici. E che feste essi gli facevano! Come
gli si arrampicavano sulle spalle, come gli tiravano la barba! Era
padrino di quasi tutti i figli de' suoi marinai, e la soddisfazione
ch'egli vedeva dipingersi in tante famiglie al suo comparire lo
dispensava dall'avere una famiglia propria. D'indole espansiva e
gioviale, egli narrava volentieri i suoi viaggi, che gli avevano fatto
conoscere uomini e paesi diversi, e veniva sempre alla sua conclusione
favorita: -- Ciò che v'è di meglio dappertutto sono i fanciulli.
-- Meglio delle donne? -- chiedeva qualcheduno maliziosamente.
-- Eh! mille volte meglio.
Il capitolo delle sue avventure galanti sarebbe stato lungo e curioso;
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