-- Sono io, sono il capitano Rodomiti. E la poderosa persona del marinaio si affacciò alla soglia. Egli aveva sempre la sua pipa in bocca e la sua testa era circonfusa da una nuvola di fumo. -- Se desidera ancora rimaner solo... se non ha letto tutte le carte che le ho lasciate -- continuò il capitano, mostrandosi pronto a ritirarsi di nuovo. -- No, no -- disse il Grolli, e, vincendo la sua innata timidezza, fece qualche passo verso il suo interlocutore; quindi soggiunse senz'alzare gli occhi: -- Ho letto, e innanzi tutto mi lasci dirle che Lei è un cuor generoso. -- Basta -- interruppe il colosso -- non perdiamoci in complimenti. Noi uomini di mare, quando facciamo una cosa, crediamo di far ciò che c'impone il nostro dovere. La prego invece di accostarsi di nuovo al tavolino... Qui... s'accomodi. Così dicendo, depose la pipa in un angolo della stanza e si tolse di tasca un piccolo astuccio. La signora Teresa sospinse adagino l'uscio e cacciò la testa per lo spiraglio. -- Che c'è? -- gridò il capitano. -- Niente... mi pareva di sentire odor di bruciato. Il capitano Rodomiti non potè a meno di lasciarsi sfuggire una vivace esclamazione marinaresca che pose in fuga la signora Teresa; poi chiuse l'uscio per di dentro e tornò dal professore Romualdo. -- Questo -- egli ripigliò, consegnandogli l'astuccio -- è il medaglione che la signora Elena m'incaricò di portarle. Vi fu un momento di silenzio. Il dottor Grolli aveva aperto l'astuccio e stava contemplando quel gingillo che aveva attraversato due volte l'Oceano e che gli ricordava sua madre. -- Ed ora -- proseguì di lì a poco il capitano -- non Le spiaccia esaminare questa nota. È scritta tutta di pugno della signora Natali, e contiene l'elenco delle monete da lei versate nelle mie mani il giorno della mia partenza. In tutto 2100 piastre d'argento, che io convertii qui in franchi 10,674 56, com'Ella vedrà su questo polizzino del cambiavalute. La somma è presso i signori Radice e Lupini, ove andremo a ritirarla più tardi. Lei è il tutore naturale e legittimo di sua nipote; dunque il danaro va pagato a Lei, ed Ella lo impiegherà nel modo che reputerà più sicuro e proficuo per la sua pupilla... Io non debbo e non voglio ingerirmene... Ma adesso, due parole schiette e leali fra noi... A giorni io parto per un lunghissimo viaggio... Vorrei lasciar Genova con la coscienza tranquilla circa all'avvenire della bambina... Anche noi lupi di mare siamo atti ad affezionarci a qualcheduno, e io ho preso a voler bene a questa figlioccia. Accampar diritti non posso: non ne ho; avevo degli obblighi e sto per esserne liberato... Ma con la franchezza del galantuomo che parla ad un altro galantuomo Le dico: l'ufficio che la signora Natali le assegna è grave, assai grave... Colto alla sprovveduta come fu, Ella non può averne ancora misurata tutta l'importanza... Se non si sentisse in grado d'incaricarsi della piccina, vedremmo insieme che cosa si potrà fare... Povera Gilda!... Ci pensi, ci pensi, signor professore. Il capitano era visibilmente commosso; egli si chinò a raccogliere la sua pipa, l'accese e risollevò intorno a sè una nuvola di fumo. -- Capitano -- esclamò il professore, che aveva ripreso i suoi giri per la stanza e che mal dissimulava la sua inquietudine, -- prima di tutto, siamo ben sicuri che mia sorella sia morta? -- Non c'è dubbio, signore. Ella era già all'ultimo stadio della consunzione... Questione di giorni, di ore forse... Il corpo era sfatto, signor professore, ma l'anima era sempre d'acciaio... Ho visto pochi uomini andare incontro alla morte come ci andava lei... Ha sorriso persino nel separarsi dalla Gilda. Il dottor Grolli abbassò il capo e stette muto alcuni secondi; poi disse: -- Con la franchezza con cui mi ha interrogato, voglia pure rispondermi... Mia sorella manifestò mai il pensiero ch'io potessi sottrarmi al delicato incarico ch'ella mi affidava con la sua lettera? -- No -- rispose il Rodomiti, dopo aver riflettuto un istante. -- Una sola volta, io medesimo, lo confesso, le feci intravedere la possibilità d'un suo rifiuto. Ella, che giaceva supina sul suo letto, si alzò faticosamente a sedere, e mi guardò sbigottita, ma la sua fisonomia non tardò a riprendere la sua espressione naturale. Mi tese la mano scarna, con queste parole che non dimenticherò mai: -- In ogni caso, capitano, io mi fido di voi... la mia Gilda non sarà gettata sulla strada. -- Può fidarsene, signora Natali -- io risposi. -- Lo sapevo -- ella bisbigliò con un sorriso. E tutta racconsolata lasciò ricadere il capo sul guanciale. -- Ebbene, capitano Rodomiti -- proruppe il dottore, animandosi a un tratto -- prima che su ogni altro, mia sorella aveva fatto assegnamento su me. Io non permetterò ch'ella vi abbia fatto assegnamento invano. Il capitano si levò la pipa di bocca e la tenne fra le dita sospesa all'altezza della spalla, poi fissò i suoi occhi in quelli del professore, che esprimevano una volontà ferma e risoluta, e gli tese la sua mano bruna e incallita. -- Bravo, professore, Lei mi solleva da un gran pensiero... Mia sorella Teresa avrebbe tenuto volentieri la piccola Natali presso di sè, ma io non sarei stato appieno tranquillo. Teresa ha un cuor d'oro, ma è un po' corta, ha certe fissazioni strane e per troppa affezione si rende molesta... Bravo, professore... Io m'ero ingannato nel giudicarla... Sì, non glielo dissimulo, a prima vista io temevo che Lei avrebbe cercato ogni pretesto per isbarazzarsi di questa nipote che Le piomba addosso dall'America... Avevo sbagliato; tanto meglio... Oh per me, quando sbaglio, lo dico aperto... Venga di qua adesso, signor dottore. E, aperto l'uscio, invitò il Grolli a passare avanti. La signora Teresa, appena sentì lo scalpiccìo dei piedi nell'andito, uscì da una stanza e si avvicinò il fratello chiedendogli piano -- Hai parlato? -- Ho parlato, ma non se ne fa nulla. Il signor professore vuole la bimba per sè... E noi -- egli si affrettò a soggiungere, vedendo ch'ella si disponeva a replicare -- non possiamo fare alcuna obbiezione, perchè egli è nel suo pieno diritto. La donna, che aveva una gran soggezione del suo Tonino, com'ella chiamava il gigantesco fratello, non aperse bocca, e si limitò a congiunger le mani e a tentennare il capo con aria malcontenta. -- È già vestita -- ella disse poi, mettendo il piede sopra una favilla sprigionatasi dalla pipa del capitano e caduta sul pavimento. Sotto questi auspizi il professor Grolli fu presentato alla Gilda col vezzeggiativo di zio Aldo. La fanciulla era bruna, ricciuta, aveva due occhi color nocciuola pieni di vita e d'intelligenza, membra snelle, giuste, aggraziate, statura piuttosto alta per l'età sua. È forza riconoscere ch'ella mostrò di gradir poco la presentazione. Infatti, quando lo zio Aldo tentò di prenderla in braccio, ella si scontorse e si mise a strillare in modo che gli convenne deporla subito in terra, e quando lo zio Aldo, che aveva disimparato i baci da un pezzo, si chinò a baciarla, ella tornò a piangere al contatto della sua ispida barba. Onde il professore si perdette d'animo, e la signora Teresa dichiarò al fratello che mai e poi mai la Gilda si sarebbe acconciata ad andarsene con quel porcospino. Il capitano Rodomiti, vista la difficoltà della situazione, volle rimaner solo con la bimba, che lo chiamava abusivamente zio Tonino e che nei due mesi e mezzo passati a bordo della -Lisa- non gli aveva disobbedito una sola volta; se la fece sedere sulle ginocchia, quindi se la portò sulla spalla destra tenendola ritta, tantochè ella potesse toccare il soffitto colle sue manine, la condusse in giro per la stanza in questa posizione eminente, le raccontò alcune storielle, e le promise di raccontargliene dell'altre la sera, purchè fosse buona e si lasciasse prendere in braccio e baciare dallo zio Aldo. Così quando la Gilda ricomparve insieme col capitano, ella era di umore assai più mansueto, e respinse meno violentemente le carezze abbastanza impacciate dello zio. VI. Il dì seguente, nelle prime ore del pomeriggio, fra i tanti -fiacres- che percorrevano le vie di Genova diretti alla stazione, ce n'era uno aggravato dal peso formidabile del capitano Rodomiti, e da quello assai più tenue del dottore Romualdo e della piccola Gilda. Il capitano dondolava la bimba sulle sue ginocchia cingendole con un braccio la personcina elegante, mentre con la mano che gli restava libera sosteneva la sua pipa di maiolica, da cui si alzava una colonna di fumo ancora più densa dell'ordinario. Quanto al professore, si sarebbe detto ch'egli studiava un problema di matematica. E invero, ciò ch'egli studiava in quel momento era per lui ben più difficile d'un problema di matematica. Si trattava di apprendere l'arte di addomesticare la Gilda Natali come il capitano era riuscito ad addomesticarla, e l'occhio del Grolli passava dal Rodomiti alla fanciulla e dalla fanciulla al Rodomiti, tentando di coglier la formula d'una situazione così delicata. Ahimè, nè la geometria superiore, nè l'algebra offrivano la soluzione dell'arduo quesito; e il libro dei logaritmi saputo a memoria giovava assai meno allo scopo di quello che non gioverebbe il libretto dell'-Attila- a far comprendere la questione d'Oriente. Onde il professore sudava freddo pensando che, una volta salito in ferrovia, egli si sarebbe trovato alle prese con difficoltà assai maggiori di quelle incontrate fino allora nella sua vita tutta studio e raccoglimento. Dal canto suo il capitano pareva molto più occupato della bambina che di colui il quale doveva succedergli nell'averne cura. Egli ravvolgeva le dita nei folti e ricciuti capelli di lei, le sfiorava carezzevolmente col dorso della mano la guancia, e la guardava con occhi inteneriti attraverso le nuvole di fumo svolgentisi intorno alla sua pipa. Dinnanzi a un confettiere, egli fece fermar la carrozza. Scese con la Gilda, entrò nel negozio e comprò alcuni frutti canditi, ne diede uno alla bimba e affidò gli altri al professore perchè li portasse seco in vagone e li distribuisse con parsimonia alla sua compagna nei momenti scabrosi. Alla stazione il capitano s'incaricò egli stesso di consegnare il bagaglio della fanciulla; poi scelse pei due viaggiatori una buona carrozza di seconda classe ancora vuota, ve li fece salire e, ritto dinnanzi allo sportello con un piede sul montatoio, formò un argine insuperabile a tutti quelli che avrebbero voluto entrare nel compartimento. Quando lo sportello fu chiuso dal conduttore, il Rodomiti mise sul montatoio anche l'altro piede e introducendo la testa nel vano del finestrino continuò a mantenersi in comunicazione col professore e con la Gilda, sulla cui fronte principiavano ad addensarsi certe grosse nubi foriere della tempesta. Infine, allorchè la parola -pronti- fu ripetuta da un capo all'altro del convoglio e la macchina mise il suo fischio, egli baciò di nuovo la bambina, strinse vigorosamente la mano del Grolli, e calatosi a terra, se ne stette immobile a veder sfilarsi davanti i vagoni. Quando avrebbe riabbracciato la sua figlioccia? S'era avvezzo ormai alla compagnia della gentile creatura, per quasi tre mesi l'aveva avuta ai fianchi a tutte le ore, l'aveva tenuta a dormire nella sua cabina, l'aveva addomesticata allo spettacolo del mare in tempesta, del cielo scuro e iracondo, s'era avvezzato a vestirla, a spogliarla, a metterla a letto, e adesso gli toccava lasciarla forse per sempre. -- A rivederci tra qualche anno -- egli aveva detto nell'accommiatarsi dal professore; ma chi sa che cosa sarebbe accaduto fra qualche anno? Intanto fra pochi giorni egli salpava per le Indie, e la Gilda avrebbe un bel chiamare lo -zio Tonino-! Con questi pensieri lo -zio Tonino- si allontanava dalla stazione, e fosse il fumo della pipa o altro che gli dèsse molestia, fatto si è ch'egli dovette passarsi più volte la manica del vestito sugli occhi. Mentre il capitano Rodomiti si affannava nelle angustie dell'avvenire, il professore Romualdo era in mezzo alle tribolazioni del presente. Fino all'ultimo momento la Gilda era fissa nell'idea che lo -zio Tonino- sarebbe partito con lei, e aveva creduto ch'egli scherzasse dicendole il contrario. Ma quando il convoglio si mise in moto, ed ella vide che il capitano restava davvero alla stazione, non ebbe ritegno alcuno nell'urlare e nel piangere. Il meschino professore non sapeva più a che santi votarsi, e girava intorno certi occhi smarriti come se dovesse capitargli un aiuto di sotto i sedili. Invano ricorreva alle preghiere, alle minacce, alle frutta candite lasciategli dal capitano; preghiere e minacce non valevano a nulla, e le frutta candite venivano dalla terribile Gilda tramutate in proiettili ch'ella slanciava a tutti gli angoli della carrozza. Ah se il nostro Romualdo avesse potuto dire al macchinista come si dice a un cocchiere -- -Torniamo indietro!- -- Se avesse potuto almeno riconsigliarsi col capitano Rodomiti, prender da lui una nuova lezione sul -modus tenendi- con questa indomabile nipote! Doveva proprio capitare a lui! A lui che non dimandava se non che di vivere tranquillo in mezzo alle equazioni di terzo grado e alle storte del suo laboratorio! Così si giunse alla prima stazione, ed il professore stava raccogliendo da terra gli avanzi della battaglia, quando lo sportello si spalancò e il conduttore introdusse nella carrozza una famiglia di sei persone, che vennero ad occupare tutti i posti disponibili. Il professore, colto di sorpresa, ebbe appena tempo di mettersi ritto e di tirar da una parte la recalcitrante fanciulla, ma non potè impedire ad una grossa e rispettabile matrona di sedersi sopra un -mandarino-, il quale scoppiò come una granata e abbellì di non previsti ornamenti il vestito della signora. Onde i richiami e le lagnanze dei compagni di viaggio vennero ad aggiungersi alle altre allegrezze dell'infelicissimo Grolli. In quanto alla Gilda, seppure di tratto in tratto ella si distraeva guardando fuori della finestra gli alberi e le case, questi lucidi intervalli duravano poco, e ogni pretesto bastava a rimetterla sul piede di guerra. Allora le si manifestavano tutti i bisogni fisici e morali del mondo. Pareva aver più sete dei Crociati sotto Gerusalemme, più fame dei figli del conte Ugolino, più necessità di locomozione di un condannato da dieci anni al carcere cellulare. Quando poi, nelle brevi fermate, il povero Romualdo chiamava il caffettiere della stazione per offrire alla bisbetica sua pupilla una limonata o una cialda, o quando egli le proponeva di condurla a far quattro passi sotto la tettoia, ella rispondeva con uno sdegnoso rifiuto, salvo a ridomandare, appena il convoglio era in movimento, ciò che ormai non poteva più ottenere. Intanto alle varie stazioni qualche viaggiatore scendeva, qualche altro saliva, e la compagnia andava mutandosi continuamente. Ma per quante mutazioni accadessero, il professore non vedeva intorno a sè che volti ostili, non sentiva che un mormorio poco lusinghiero per lui. La bimba destava affetti diversi a seconda dell'indole più o meno tollerante, più o meno amorevole dei passeggeri, ma l'esotico personaggio che la accompagnava non riusciva simpatico a nessuno. Chi lo trovava troppo severo e chi troppo indulgente; ma tutti convenivano nell'attribuire a lui solo l'inquietudine della piccina. E se il professore tentava di conciliarsi il gruppo delle anime pietose con qualche carezza alla Gilda, egli vedeva oscurarsi maggiormente i volti delle persone rigide e gravi, e, se in omaggio a queste accennava, a voler inaugurare un regime di repressione, i viaggiatori di pasta molle sembravano voler mangiarlo cogli occhi. Persino un uomo serio, calvo, impettito, che per lungo tempo aveva conservato la più stretta neutralità, ad un certo punto, ritirando un lembo del suo soprabito su cui la fanciulla aveva creduto opportuno di mettere i piedi, sentenziò gravemente: -- Quando non si sa tenere i bimbi, si lasciano a casa. Già! Come se il professore si trovasse a sì mal partito per sua propria elezione. Sull'imbrunire, la Gilda prese sonno, e vi fu un po' di tregua. Il riposo del corpo ridonò la serenità anche all'espressione del viso della fanciulla. Il demonio era cambiato in cherubino. -- Ma se è un angiolo... Basta guardarla -- disse con voce commossa una signora sentimentale, rivolgendosi al marito. -- A rivederci quando si sveglia. -- Che?... Coi bimbi è questione di tatto... Me ne intendo, io... -- Quel signore deve intendersene pochino... -- Quello non è un uomo, è un orso... È bella davvero la bimba, sai... Che capelli! Con quei ricciolini intorno alla fronte.... E quella manina che le penzola da un lato... Cara... Se ci fosse uno scultore... Oh! Ma tira del vento... Signore, dico... signore! Il Grolli stentò molto ad accorgersi che questo appello era indirizzato a lui. Quando ne fu sicuro, volse gli occhi da quella parte, ripose in tasca frettolosamente un fazzoletto turchino col quale si era asciugato la fronte, e stette immobile ad attendere i responsi della nuova interlocutrice. -- Scusi, sa, non potrebbe chiuder la finestra? La bimba è tutta sudata... Si fa così presto a buscarsi un malanno! E il professore, arrossendo di non averci pensato lui, si affrettò a seguire il consiglio della persona prudente. Certo, se il professore fosse stato espansivo, se avesse spiegato la vera condizione delle cose, e come si trovasse lì in quel momento con quella bambina al fianco, egli avrebbe disarmato in parte i giudizi sfavorevoli sul conto suo. Ma il Grolli non era uomo da perdersi in chiacchiere, e aveva già fatto uno sforzo superiore ai suoi mezzi rispondendo con monosillabi alle domande che gli erano rivolte. Estenuato dalla fatica, egli non si curava punto di modificare l'opinione pubblica a suo riguardo; pensassero ciò che loro piaceva, in quanto a lui desiderava una cosa sola: che la sua tumultuosa nipote dormisse almeno ventiquattr'ore, tanto da permettergli di riprender fiato. In verità, pel momento, egli non sapeva se augurarsi o temere la fine del viaggio. Egli avrebbe ben volentieri portata di peso la Gilda sulle sue braccia dal vagone fino ad un -fiacre-, pur ch'ella non si fosse destata, ma era sperabile ch'ella avesse un sonno così profondo? E chi sa che strepito allo svegliarsi!... All'idea di attraversare la stazione in compagnia di una bimba strillante, gli venivano i brividi della febbre. Prima che finisse il viaggio, la Gilda si risentì più volte mostrando chiaramente che il riposo poteva ristorare le sue membra, ma non acquetava punto i suoi umori ribelli. Al momento di scendere, per buona ventura ella dormiva. Il professore, con un impeto disperato, la prese in collo, saltò già dalla carrozza, e tenendo i biglietti della ferrovia fra i denti, l'ombrello nella posizione d'un fucila a -spall'arm-, e la sacchetta infilata all'ombrello in modo che venisse a battergli sulla schiena, si avviò di corsa verso l'uscita della stazione. Pure il suo eroismo poco gli valse; chè la piccina aperse gli occhi mentre ch'egli era ancora sotto la tettoia, e si mise a strillare e ad agitare braccia e gambe come un'ossessa. E quasi lo facesse apposta, strillò e si dimenò più che mai davanti a due studenti dell'Università, i quali erano venuti lì ad aspettare qualcheduno, e senza questo strepito non si sarebbero forse nemmeno accorti del passaggio del dottor Romualdo. -- Guarda -- gridarono i giovinetti ad una voce. -- Il professor Grolli! -- Santo cielo! -- soggiunse l'uno dei due. -- Pare abbia rubato una bimba... Come corre! -- E l'altra, come strilla! -- Buona sera, signor professore -- gridò il primo, ch'era anche il più birichino. Il signor professore si lasciò scappare un grugnito e tirò innanzi nella sua via. Appena fuori della stazione, entrò in una carrozza ch'era già occupata e dovette scenderne; poi salì in un'altra, ne chiuse lo sportello, ne abbassò le cortine, e ordinò al cocchiere di condurlo quanto più presto potesse alla sua abitazione. Il cocchiere frustò il cavallo; le grida della fanciulla si dileguarono in lontananza. Gli studenti si guardarono in faccia e proruppero in un riso sgangherato. -- Il ratto di Proserpina -- osservò uno d'essi. E declamò il famoso sonetto: -Diè un alto strido, gittò i fiori, e volta-, ecc., ecc., ecc. VII. La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande meraviglia di quanti la incontravano per via. -- Sì, farò conto di non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. -- No, starò a vedere... -- Che sconvenienza! -- Se fosse sua figlia! -- È impossibile. -- Si tratterà di una notte... Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde, nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. -- Agesilao, Agesilao -- ammoniva la savia femmina -- hai quattro lire al giorno e si campa a fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì. -- Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare gli sdegni della nervosa vedovella. -- Bah! -- concluse la signora Dorotea -- sarà per una notte. Fatta questa consolante riflessione, la signora Salsiccini ordinò alla serva, che era una ragazza mezzo idiota del contado, di preparare su quattro seggiole accostate le une alle altre un letticciuolo per l'ospite sconosciuta, nel luogo di sbarazzo attiguo alla camera del dottor Romualdo; quindi estrasse dalla credenza un vasetto di conserva Liebig, si recò in cucina, e pose opera alla preparazione di un brodo sostanzioso, nel quale fece bollire un pugno di paste di Napoli. I gatti -Mao- e -Meo-, non usi a veder due volte in un giorno la pentola al fuoco, alzarono ripetutamente il muso in tono interrogativo, e vennero a fregarsi alle vesti della loro padrona, distraendola dal suo delicato ufficio con qualche discapito del brodo, che prese un leggiero odor di bruciato. La signora Dorotea, poichè una debolezza ne tira dietro un'altra, considerò che anche il professore poteva aver bisogno di qualche cosa; e mandò in segretezza a prendere un quintino di vino bianco e un'oncia di formaggio stracchino che dispose acconciamente sopra la tavola apparecchiata. Dopo di ciò lasciò andar a letto la serva, la cui presenza era affatto inutile, e stette ad aspettar l'arrivo della corsa. La prima impressione della signora Dorotea, allorchè le comparve davanti il suo pigionale con la Gilda in braccio, fu l'impressione medesima provata dai due studenti: che questa bimba egli l'avesse rubata. Certo l'idea stravagante non poteva aver presa in lei, come non l'aveva avuta nei due giovinotti; ma essa bastò ad esacerbarla di nuovo e a farle assumere un aspetto cupo e sospettoso. E appena il professore ebbe deposto in terra il suo fardello, ella cominciò: -- Mi spiegherà, poi... -- Non ho tempo, non ho tempo -- rispose il nostro Romualdo, afferrando pel vestito la sua pupilla, che manifestava una gran voglia di rotolarsi sul pavimento. Allora la signora Dorotea precedette in silenzio nel salottino i nuovi arrivati, depose la candela sulla tavola, ove c'era la minestra già scodellata, e si avviò verso l'uscio con dignità di regina. -- Il letto è fatto -- ella disse senza voltarsi, quando fu sulla soglia. Indi si dileguò. Ma innanzi che passassero cinque minuti, i suoi migliori istinti l'avevano ricondotta in salotto, ove il professore continuava a dibattersi in mezzo a smisurate difficoltà. -- Si può dar di peggio? -- gridò entrando la signora Dorotea, che voleva dissimulare la sua condiscendenza con le apparenze della severità. -- Si può dar di peggio? Non finirà mai questa musica? -- Ma se non c'è caso di farla mangiare -- esclamò il professore desolato. -- Madonna mia! Come vuol che mangi se non le mette un paio di guanciali sulla sedia tantochè ella arrivi alla tavola?... Così... andiamo... Su, bimba, sta' composta... Già capisco.. il cucchiaio è troppo grande per la tua manina... Proviamo in questa maniera... Oh, va bene adesso... È buona la pappa, non è vero?... Come ti chiami? -- Gilda -- rispose la fanciulla tra un boccone e l'altro. Il dottore Romualdo guardò la sua padrona di casa con l'espressione della più grande maraviglia. -- Che ha, professore?... Gilda? Un bel nome, cara... Via, professore... non se ne stia lì impalato... Faccia qualche cosa... Annodi il tovagliolo intorno al collo della piccina... Oh, ma non sa far nemmen questo! E dicono che Lei è un brav'uomo... In questo modo si fa... E se è lecito -- chiese la signora Dorotea, mentre dava l'ultima cucchiaiata alla Gilda -- quando vengono a prenderla? -- A prender chi? -- La bimba... -- Nessuno deve venirla a prendere! -- Come!... Vuol tenerla seco? -- Per ora, almeno... È mia nipote. -- Uhm! -- borbottò la signora Dorotea, deponendo il cucchiaio sul piatto e slacciando lentamente il tovagliolo della fanciulla. -- In ogni caso cercherà un altro quartiere... -- Signora Dorotea, dopo tanti anni... Credevo che ci si potesse accomodare, beninteso facendo altri patti. -- Son vecchia, io, ho bisogno della mia quiete... Se avessi potuto immaginarmi che a Lei capitavano le nipoti dalle nuvole, si figuri se Le avrei appigionato le stanze... Basta, basta, l'aiuterò io stessa a trovarsi un appartamento che Le convenga... Lei è un dotto... per queste cose, si sa, non è fatto... Ma pensi intanto a coricar quella creatura. Non vede che non si regge più dal sonno?... Oh, se non c'ero io, la cadeva proprio dalla sedia... E vuol tenersi le nipoti in casa, Lei?... Qua, qua, piccina... Chiude già gli occhi... Orsù, per questa sera gliela metterò in letto io... Per questa sera, ben inteso... Ci preceda Lei, con la candela... Così... La signora Dorotea portò la Gilda nella camera che le era destinata, e si accinse a svestirla. -- E la non ha nemmeno uno straccio di suo? -- ella domandò, guardandosi attorno. A questa interrogazione il professore si picchiò la fronte, poi si frugò nel taschino del panciotto, e ne estrasse la ricevuta del bagaglio. -- Si è dimenticato di ritirare i bauli?... Era da immaginarselo... Che vuol fare, adesso?... Bisogna aspettare fino a domattina... Dia qui la ricevuta... Intanto le lasceremo la biancheria che ha in dosso... Come dorme!... Scommetto che tirerà innanzi così per dodici ore... -- Grazie, signora Dorotea -- si arrischiò a dire il professore. -- Non mi ringrazi -- saltò su la vedova. -- Se non fosse stato che per Lei... Mi faceva compassione questa innocente... Sua nipote o no, ella non ne ha colpa... -- Ma, signora Dorotea, che cosa crede? -- Io?... Non credo nulla, io... Del resto, son ciarle inutili. Sulla sua scrivania troverà una lettera e un giornale arrivati durante la sua assenza... Buona notte. Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di rosa! -- Ma! -- sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi in punta di piedi. -- Se fosse stata così in ferrovia! Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta, spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano poche righe in italiano, concepite così: «-Egregio signore-, «In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m., adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi. «Con stima, ecc., ecc.» Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal console italiano a Montevideo. Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa. Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine; sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice. Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il possibile per convincersi di nuovo che la formula -x=(sen y)(sen α)- era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano, ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da pianto, dormiva una creatura del suo sangue. Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida. VIII. Se la nipote dormiva, lo zio invece andava rivoltandosi nelle coltri senza pigliar sonno. Da tutte le parti vedeva la via seminata di triboli e di difficoltà senza fine. Agli impicci gravissimi che gli avrebbe recati la fanciulla s'aggiungevano quelli del dover cercarsi un altro nido, e abbandonare il laboratorio ov'egli aveva con tanto amore fatti costruire i suoi fornelli e collocate le sue storte sui ruderi di una vecchia cucina caduta in disuso. Oh poveri i suoi studi, poveri i suoi esperimenti! Quando mai avrebbe trovata la calma così necessaria al pensiero? Quando avrebbe trovato la sicurezza di mano e la serenità di spirito indispensabili a misurare le dosi degli acidi e dei sali che dovevano combinarsi insieme sotto i suoi occhi? Ahimè! Ahimè! Romualdo Grolli, l'uomo di scienza, il futuro titolare della Cattedra di matematica d'una cospicua Università, era bell'e spacciato. Non restava più che un Romualdo Grolli tutore di una pupilla bisbetica, una specie di Belisario vagante per la città alla ricerca di camere ammobiliate. Tormentato da questi pensieri che non gli lasciavano trovar requie, il dottor Romualdo si alzò per tempissimo, e appena infilati i calzoni entrò nel suo laboratorio, sospinse l'usciuolo della cameretta attigua e cacciò la testa attraverso lo spiraglio per veder se la Gilda dormiva ancora. E la Gilda dormiva infatti, e i primi raggi del sole, entrando nella stanza tra le stecche delle persiane, venivano a lambire un suo piedino di rosa che spuntava da un lembo della coperta. Mentre il dottore contemplava questo spettacolo nuovo per lui, l'uscio che dal luogo di sbarazzo metteva al cosidetto salotto da ricevimento si aperse adagino e si richiuse in gran fretta. Non così però, che il dottor Romualdo non ravvisasse la persona che lo aveva aperto e richiuso. Quella persona non era nè più nè meno che la signora Dorotea. Sebbene il Grolli fosse quasi certo di ciò, volle togliersi ogni dubbio, attraversò lo stanzino e fu tosto nel salotto, ove colse la sua padrona di casa in piena ritirata. La signora Dorotea aveva una veste sciolta, il viso cosparso di cipria, le rade ciocche dei capelli involte in ricciolini di carta. In questo abbigliamento affatto mattiniero, la signora Dorotea non aveva la più lontana rassomiglianza con la Venere dei Medici. -- Signora Dorotea! -- esclamò il professore. La buona donna sentì il bisogno di spiegare il suo apparente spionaggio, e stringendosi con la mano la veste sul petto, si voltò verso il suo inquilino. -- Ero venuta a vedere se la bimba dormiva ancora -- ella disse. Il dottor Romualdo, visto l'atto pudico della signora Dorotea, stimò opportuno di passare nell'occhiello il bottone della camicia; quindi rispose: -- Sì, dorme ancora. La signora Salsiccini tentennò il capo, e parve voler cominciare una frase che finisse con una interiezione. Si appigliò invece ad un punto interrogativo. -- Dunque la fanciulla è sua nipote? -- Già... mia nipote -- replicò il professore, dopo un momento di distrazione. -- Curiosa! Non sapevo che il professore avesse fratelli. Le guance del nostro Romualdo si colorarono vivamente. -- Avevo una sorella, che è morta -- egli disse con uno sforzo. -- E il padre della bimba? -- Morto anche lui! -- Povera creatura! -- esclamò la signora Dorotea, congiungendo le mani e abbandonando quindi l'atteggiamento verecondo che correggeva il disordine della sua -toilette-. Il dottor Romualdo guardò pudicamente da un'altra parte e sospirò: -- Ma! -- Creda pure -- riprese la signora Dorotea, e non pareva più la medesima donna che il giorno prima s'era mostrata tanto inviperita col suo pigionale -- creda pure, signor professore, se fossi più giovane, se avessi un quartiere meno ristretto, vorrei continuare ad alloggiarli io, vorrei attendere io alla bambina. Ma come si fa?... È impossibile... proprio impossibile. Il professore chinò la testa con aria rassegnata. -- Intanto non si dia fretta -- seguitò l'altra -- c'è tempo... Penseremo insieme... vedremo... Ho qualche cosa in vista... E adesso non si affanni per la fanciulla... vada nel suo studio, Lei... starò attenta io stessa quando si sveglia... la vestirò io... A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore potesse ringraziarla. Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli -a + b- e i -b + a- sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della sua pupilla. -- Son qua io -- disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. -- Studii, studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi. Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando nello svolgimento della sua tesi, che -a h- è uguale a -z-, ciocchè gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori. Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima operazione. Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea, la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di -Mimi-. Questo nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia. Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla madre, questa le aveva risposto: -- Sta' tranquilla, che presto o tardi l'avrai. Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta, che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano. Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente caricato, apriva la bocca e belava. Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo agli occhi. La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola, inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona massaia, non potè a meno di ripetere più volte: -- La sorella del signor professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a modo. Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi. Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande sventura può far loro disimparare -- -mamma- -- veniva sui suoi labbretti di corallo. -- -La mamma- -- ella diceva, alzando verso la signora Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No, povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più. Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe dare. E infatti egli non tardò ad avvedersi che l'incidente della notte scorsa aveva avuto un'eco nelle severe aule della scienza. Poichè, appena il suo arrivo fu notato dagli studenti sparsi nel cortile e sotto i portici in attesa del suono della campana, essi si affollarono sul suo passaggio con un bisbiglio simile al ronzìo d'uno sciame d'api. Ma la vista del cappello abbrunato del professore disarmò i loro sarcasmi. Anche il rettore, a cui il Grolli si presentò subito, pareva sulle prime esser disposto alla celia, ma anch'egli se ne astenne quando avvertì il segno di lutto e disse con accento di simpatia: -- Vedo con dispiacere che Lei fu colpito da qualche sventura domestica. Allora il dottor Romualdo, così taciturno, così riservato per indole, dovè raccontare ciò che gli era accaduto. -- Casi della vita -- osservò gravemente il rettore, che non aveva scritto per nulla un libro di psicologia sperimentale. -- Casi della vita -- egli ripetè, offrendo una presa di tabacco al giovane scienziato. La lezione procedette senza peripezie. I giovani stettero quieti secondo l'usato, e il Grolli notò con singolare compiacenza che le inattese vicende dei giorni scorsi non avevano potuto ottenebrare in alcuna guisa la limpidezza del suo criterio matematico. Seppur nel più bello di una dimostrazione il visino della Gilda si affacciava al suo pensiero nel mezzo di un triangolo isoscele o scaleno, egli andava acquistando man mano la usata sicurezza, talchè gli studenti non se ne accorgevano e i rapporti degli angoli fra loro rimanevano inalterati. Così egli uscì della scuola con animo più tranquillo, e volse le cure ad altro importantissimo ufficio, a quello cioè di collocare a frutto i danari della Gilda. Egli era ormai deciso di non toccar quella somma in alcun modo, ma di lasciarla ingrossarsi cogli interessi a formar la dote della fanciulla. Per quanto egli vivesse fuori del mondo, gli era pur giunta all'orecchio questa grande verità, che le femmine senza dote stentano a maritarsi. All'educazione, al mantenimento della sua pupilla avrebbe provveduto egli stesso. Il suo stipendio di assistente era piccolo, ma egli lo arrotondava un po', collaborando in qualche Rivista scientifica e prestando l'opera sua per qualche analisi chimica. In tre anni dacchè aveva una posizione, s'era messo da parte millecinquecento lire: erano dunque cinquecento lire all'anno ch'egli poteva spender di più, e le avrebbe spese per la Gilda. Certo, con questa piccola somma non gli era dato far miracoli, ma possibile che non gli venisse presto la nomina a professore! Il dottore Romualdo avvertì per la prima volta nel suo animo un sentimento poco nobile e generoso, tanto è vero che spesso il male germoglia dal bene, come il bene dal male. Egli pensò che il titolare della Cattedra di matematica aveva quasi ottant'anni ed era paralitico, onde la sua morte non avrebbe nè sorpreso, nè addolorato soverchiamente nessuno. Vergognandosi seco medesimo di questo calcolo indecoroso, il dottor Grolli eseguì quel giorno una duplice operazione presso la Banca locale. Egli prelevò una piccola somma sulla partita che teneva aperta colà, e nello stesso tempo, con immenso stupore del cassiere signor Bernardo Bernardini, versò a titolo di deposito vincolato lire 10,674 50 in nome della signora Gilda Natali minorenne, di cui egli si costituiva rappresentante. Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa, fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti, è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori... Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!... E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due gatti -Mao- e -Meo-, che da anni ed anni non penetravano nella stanza del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda, avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il dottor Romualdo. -- Signora Dorotea, signora Dorotea -- egli gridò, abbracciando con un rapido sguardo il desolante spettacolo. -- Che vuol che ci faccia?... La bambina gridava come iersera e non ho potuto quietarla altrimenti che lasciandole fare il piacer suo. -- Ma io... -- Ma Lei, caro signor professore -- interruppe la signora Dorotea in un accesso del suo umore bisbetico, del giorno innanzi, se vuol tenersi sua nipote a dovere, rimanga a casa a custodirla, o le pigli una governante... Capisco anch'io che così non può durare. E ciò detto, afferrò la gruccia dell'uscio e abbandonò la stanza, seguìta dalla Gilda che le si era aggrappata alle falde del vestito e che lasciava armi e bagagli sul campo di battaglia. -- Signora Dorotea -- gridò di nuovo il dottore Romualdo, scotendo forte la poltrona su cui si trovavano i gatti. Ma la signora Dorotea non sentì o non volle sentire; invece -Mao- e -Meo-, turbati nei loro riposi, spiccarono un salto, passarono sopra la scrivania del professore scompigliandone le carte, e calatisi giù dall'altra parte sgusciarono via per l'uscio socchiuso. -- E vero, così non può durare -- esclamò il professore. E si lasciò cadere sfinito sulla poltrona. IX. -- -Così non può durare-, -- avevano detto con mirabile accordo la signora Dorotea e il professore Romualdo uno degli ultimi giorni del maggio 1861; ma si sa che le umane previsioni sbagliano spesso, e non parrà quindi troppo singolare che durasse così per alcuni anni. Invero, nei primi tempi, la signora Dorotea si era accinta molto coscienziosamente all'ufficio di cercare un quartierino che potesse convenire al professore, ma per quanti ella ne avesse visitati non gliene era andato a genio nessuno. E il professore aveva sempre accolto con la massima rassegnazione le risposte sconfortanti della sua padrona di casa. Finalmente, in via provvisoria e verso un moderato aumento di pigione, la signora Dorotea s'era determinata a cedere al dottor Grolli anche il salotto da ricevimento, affine di collocarvi la Gilda togliendola dal bugigattolo ov'era stata posta al suo arrivo. -- È una cosa che non può tirare in lungo più di qualche settimana -- dichiarò un giorno la vedova Salsiccini alla portinaja, che le rinfacciava sarcasticamente la sua debolezza. La signora Gertrude non si degnò di rispondere, ma le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso di compassione. E i fatti dimostrarono che la signora Gertrude aveva le sue buone ragioni di sorridere. Prima che passasse un mese, la combinazione provvisoria era diventata una combinazione stabile, il professore non pensava ad andarsene, la signora Dorotea non pensava a cacciarlo via, e la Gilda Natali mostrava le migliori disposizioni a menar per il naso così il dottissimo zio come la padrona di casa. -- È una birichina -- diceva la vedova, conducendo seco la bimba nelle sue peregrinazioni e presentandola alle infinite sue conoscenze -- una birichina. Ma io la farò stare a dovere. -- Viene dall'America? -- chiedeva qualcheduno. -- Sicuro. Non è vero, Gilda, che vieni dall'America? -- E parla italiano? -- Già, parlava italiano con la sua mamma. Sa anche l'-americano- però. Dice qualche volta delle parole da far ridere. Di' buon giorno, Gilda, di' buon giorno in -americano-. -- -Buenos dias- -- rispondeva in spagnuolo la fanciulla sorridendo, e mostrando i suoi bei dentini bianchi come l'avorio. -- Eh, non deve poi mica esser tanto difficile l'-americano-. Somiglia alla nostra lingua... Ih che occhietti vispi! -- E sapete come si dice -bambina- in -americano-? -- ripigliava la signora Dorotea, superba di poter dare una lezione di lingua straniera. -- Sentiamo, via. -- Si dice -nigna-. -- Oh -nigna-! -nigna-! Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli, con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi, egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri al mondo che lui. Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella s'intratteneva ora coi due gatti -Mao- e -Meo- a cui aveva infuso una insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio a comprarle, ora con la sua pupattola -Mimi-, ora con la sua cucina di stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: -- Ancora uno o due giorni, e poi la faccio finita io. Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva - - , . 1 2 . 3 4 . 5 6 - - . . . 7 - - , 8 . 9 10 - - , - - , , , 11 ; ' 12 : - - , 13 . 14 15 - - - - - - . 16 , , 17 ' . 18 . . . . . . ' . 19 20 , 21 . 22 23 ' 24 . 25 26 - - ' ? - - . 27 28 - - . . . . 29 30 31 ; 32 ' . 33 34 - - - - , ' - - 35 ' . 36 37 . ' 38 39 ' . 40 41 - - - - - - 42 . , 43 ' 44 . 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