-- Sono io, sono il capitano Rodomiti.
E la poderosa persona del marinaio si affacciò alla soglia. Egli aveva
sempre la sua pipa in bocca e la sua testa era circonfusa da una nuvola
di fumo.
-- Se desidera ancora rimaner solo... se non ha letto tutte le carte che
le ho lasciate -- continuò il capitano, mostrandosi pronto a ritirarsi
di nuovo.
-- No, no -- disse il Grolli, e, vincendo la sua innata timidezza, fece
qualche passo verso il suo interlocutore; quindi soggiunse senz'alzare
gli occhi: -- Ho letto, e innanzi tutto mi lasci dirle che Lei è un cuor
generoso.
-- Basta -- interruppe il colosso -- non perdiamoci in complimenti. Noi
uomini di mare, quando facciamo una cosa, crediamo di far ciò che
c'impone il nostro dovere. La prego invece di accostarsi di nuovo al
tavolino... Qui... s'accomodi.
Così dicendo, depose la pipa in un angolo della stanza e si tolse di
tasca un piccolo astuccio.
La signora Teresa sospinse adagino l'uscio e cacciò la testa per lo
spiraglio.
-- Che c'è? -- gridò il capitano.
-- Niente... mi pareva di sentire odor di bruciato.
Il capitano Rodomiti non potè a meno di lasciarsi sfuggire una vivace
esclamazione marinaresca che pose in fuga la signora Teresa; poi chiuse
l'uscio per di dentro e tornò dal professore Romualdo.
-- Questo -- egli ripigliò, consegnandogli l'astuccio -- è il medaglione
che la signora Elena m'incaricò di portarle.
Vi fu un momento di silenzio. Il dottor Grolli aveva aperto l'astuccio
e stava contemplando quel gingillo che aveva attraversato due volte
l'Oceano e che gli ricordava sua madre.
-- Ed ora -- proseguì di lì a poco il capitano -- non Le spiaccia
esaminare questa nota. È scritta tutta di pugno della signora Natali,
e contiene l'elenco delle monete da lei versate nelle mie mani il
giorno della mia partenza. In tutto 2100 piastre d'argento, che io
convertii qui in franchi 10,674 56, com'Ella vedrà su questo polizzino
del cambiavalute. La somma è presso i signori Radice e Lupini, ove
andremo a ritirarla più tardi. Lei è il tutore naturale e legittimo di
sua nipote; dunque il danaro va pagato a Lei, ed Ella lo impiegherà
nel modo che reputerà più sicuro e proficuo per la sua pupilla... Io
non debbo e non voglio ingerirmene... Ma adesso, due parole schiette
e leali fra noi... A giorni io parto per un lunghissimo viaggio...
Vorrei lasciar Genova con la coscienza tranquilla circa all'avvenire
della bambina... Anche noi lupi di mare siamo atti ad affezionarci a
qualcheduno, e io ho preso a voler bene a questa figlioccia. Accampar
diritti non posso: non ne ho; avevo degli obblighi e sto per esserne
liberato... Ma con la franchezza del galantuomo che parla ad un altro
galantuomo Le dico: l'ufficio che la signora Natali le assegna è grave,
assai grave... Colto alla sprovveduta come fu, Ella non può averne
ancora misurata tutta l'importanza... Se non si sentisse in grado
d'incaricarsi della piccina, vedremmo insieme che cosa si potrà fare...
Povera Gilda!... Ci pensi, ci pensi, signor professore.
Il capitano era visibilmente commosso; egli si chinò a raccogliere la
sua pipa, l'accese e risollevò intorno a sè una nuvola di fumo.
-- Capitano -- esclamò il professore, che aveva ripreso i suoi giri per
la stanza e che mal dissimulava la sua inquietudine, -- prima di tutto,
siamo ben sicuri che mia sorella sia morta?
-- Non c'è dubbio, signore. Ella era già all'ultimo stadio della
consunzione... Questione di giorni, di ore forse... Il corpo era
sfatto, signor professore, ma l'anima era sempre d'acciaio... Ho
visto pochi uomini andare incontro alla morte come ci andava lei... Ha
sorriso persino nel separarsi dalla Gilda.
Il dottor Grolli abbassò il capo e stette muto alcuni secondi; poi
disse: -- Con la franchezza con cui mi ha interrogato, voglia pure
rispondermi... Mia sorella manifestò mai il pensiero ch'io potessi
sottrarmi al delicato incarico ch'ella mi affidava con la sua lettera?
-- No -- rispose il Rodomiti, dopo aver riflettuto un istante. -- Una sola
volta, io medesimo, lo confesso, le feci intravedere la possibilità
d'un suo rifiuto. Ella, che giaceva supina sul suo letto, si alzò
faticosamente a sedere, e mi guardò sbigottita, ma la sua fisonomia non
tardò a riprendere la sua espressione naturale. Mi tese la mano scarna,
con queste parole che non dimenticherò mai: -- In ogni caso, capitano,
io mi fido di voi... la mia Gilda non sarà gettata sulla strada. -- Può
fidarsene, signora Natali -- io risposi. -- Lo sapevo -- ella bisbigliò
con un sorriso. E tutta racconsolata lasciò ricadere il capo sul
guanciale.
-- Ebbene, capitano Rodomiti -- proruppe il dottore, animandosi a un
tratto -- prima che su ogni altro, mia sorella aveva fatto assegnamento
su me. Io non permetterò ch'ella vi abbia fatto assegnamento invano.
Il capitano si levò la pipa di bocca e la tenne fra le dita sospesa
all'altezza della spalla, poi fissò i suoi occhi in quelli del
professore, che esprimevano una volontà ferma e risoluta, e gli tese la
sua mano bruna e incallita.
-- Bravo, professore, Lei mi solleva da un gran pensiero... Mia sorella
Teresa avrebbe tenuto volentieri la piccola Natali presso di sè, ma io
non sarei stato appieno tranquillo. Teresa ha un cuor d'oro, ma è un
po' corta, ha certe fissazioni strane e per troppa affezione si rende
molesta... Bravo, professore... Io m'ero ingannato nel giudicarla...
Sì, non glielo dissimulo, a prima vista io temevo che Lei avrebbe
cercato ogni pretesto per isbarazzarsi di questa nipote che Le piomba
addosso dall'America... Avevo sbagliato; tanto meglio... Oh per me,
quando sbaglio, lo dico aperto... Venga di qua adesso, signor dottore.
E, aperto l'uscio, invitò il Grolli a passare avanti.
La signora Teresa, appena sentì lo scalpiccìo dei piedi nell'andito,
uscì da una stanza e si avvicinò il fratello chiedendogli piano -- Hai
parlato?
-- Ho parlato, ma non se ne fa nulla. Il signor professore vuole la
bimba per sè... E noi -- egli si affrettò a soggiungere, vedendo ch'ella
si disponeva a replicare -- non possiamo fare alcuna obbiezione, perchè
egli è nel suo pieno diritto.
La donna, che aveva una gran soggezione del suo Tonino, com'ella
chiamava il gigantesco fratello, non aperse bocca, e si limitò a
congiunger le mani e a tentennare il capo con aria malcontenta. --
È già vestita -- ella disse poi, mettendo il piede sopra una favilla
sprigionatasi dalla pipa del capitano e caduta sul pavimento.
Sotto questi auspizi il professor Grolli fu presentato alla Gilda col
vezzeggiativo di zio Aldo. La fanciulla era bruna, ricciuta, aveva due
occhi color nocciuola pieni di vita e d'intelligenza, membra snelle,
giuste, aggraziate, statura piuttosto alta per l'età sua. È forza
riconoscere ch'ella mostrò di gradir poco la presentazione. Infatti,
quando lo zio Aldo tentò di prenderla in braccio, ella si scontorse e
si mise a strillare in modo che gli convenne deporla subito in terra,
e quando lo zio Aldo, che aveva disimparato i baci da un pezzo, si
chinò a baciarla, ella tornò a piangere al contatto della sua ispida
barba. Onde il professore si perdette d'animo, e la signora Teresa
dichiarò al fratello che mai e poi mai la Gilda si sarebbe acconciata
ad andarsene con quel porcospino. Il capitano Rodomiti, vista la
difficoltà della situazione, volle rimaner solo con la bimba, che lo
chiamava abusivamente zio Tonino e che nei due mesi e mezzo passati
a bordo della -Lisa- non gli aveva disobbedito una sola volta; se la
fece sedere sulle ginocchia, quindi se la portò sulla spalla destra
tenendola ritta, tantochè ella potesse toccare il soffitto colle
sue manine, la condusse in giro per la stanza in questa posizione
eminente, le raccontò alcune storielle, e le promise di raccontargliene
dell'altre la sera, purchè fosse buona e si lasciasse prendere in
braccio e baciare dallo zio Aldo. Così quando la Gilda ricomparve
insieme col capitano, ella era di umore assai più mansueto, e respinse
meno violentemente le carezze abbastanza impacciate dello zio.
VI.
Il dì seguente, nelle prime ore del pomeriggio, fra i tanti -fiacres-
che percorrevano le vie di Genova diretti alla stazione, ce n'era uno
aggravato dal peso formidabile del capitano Rodomiti, e da quello assai
più tenue del dottore Romualdo e della piccola Gilda. Il capitano
dondolava la bimba sulle sue ginocchia cingendole con un braccio
la personcina elegante, mentre con la mano che gli restava libera
sosteneva la sua pipa di maiolica, da cui si alzava una colonna di
fumo ancora più densa dell'ordinario. Quanto al professore, si sarebbe
detto ch'egli studiava un problema di matematica. E invero, ciò ch'egli
studiava in quel momento era per lui ben più difficile d'un problema di
matematica. Si trattava di apprendere l'arte di addomesticare la Gilda
Natali come il capitano era riuscito ad addomesticarla, e l'occhio
del Grolli passava dal Rodomiti alla fanciulla e dalla fanciulla
al Rodomiti, tentando di coglier la formula d'una situazione così
delicata. Ahimè, nè la geometria superiore, nè l'algebra offrivano
la soluzione dell'arduo quesito; e il libro dei logaritmi saputo a
memoria giovava assai meno allo scopo di quello che non gioverebbe
il libretto dell'-Attila- a far comprendere la questione d'Oriente.
Onde il professore sudava freddo pensando che, una volta salito in
ferrovia, egli si sarebbe trovato alle prese con difficoltà assai
maggiori di quelle incontrate fino allora nella sua vita tutta studio
e raccoglimento. Dal canto suo il capitano pareva molto più occupato
della bambina che di colui il quale doveva succedergli nell'averne
cura. Egli ravvolgeva le dita nei folti e ricciuti capelli di lei, le
sfiorava carezzevolmente col dorso della mano la guancia, e la guardava
con occhi inteneriti attraverso le nuvole di fumo svolgentisi intorno
alla sua pipa. Dinnanzi a un confettiere, egli fece fermar la carrozza.
Scese con la Gilda, entrò nel negozio e comprò alcuni frutti canditi,
ne diede uno alla bimba e affidò gli altri al professore perchè li
portasse seco in vagone e li distribuisse con parsimonia alla sua
compagna nei momenti scabrosi. Alla stazione il capitano s'incaricò
egli stesso di consegnare il bagaglio della fanciulla; poi scelse pei
due viaggiatori una buona carrozza di seconda classe ancora vuota,
ve li fece salire e, ritto dinnanzi allo sportello con un piede sul
montatoio, formò un argine insuperabile a tutti quelli che avrebbero
voluto entrare nel compartimento. Quando lo sportello fu chiuso dal
conduttore, il Rodomiti mise sul montatoio anche l'altro piede e
introducendo la testa nel vano del finestrino continuò a mantenersi
in comunicazione col professore e con la Gilda, sulla cui fronte
principiavano ad addensarsi certe grosse nubi foriere della tempesta.
Infine, allorchè la parola -pronti- fu ripetuta da un capo all'altro
del convoglio e la macchina mise il suo fischio, egli baciò di nuovo la
bambina, strinse vigorosamente la mano del Grolli, e calatosi a terra,
se ne stette immobile a veder sfilarsi davanti i vagoni. Quando avrebbe
riabbracciato la sua figlioccia? S'era avvezzo ormai alla compagnia
della gentile creatura, per quasi tre mesi l'aveva avuta ai fianchi
a tutte le ore, l'aveva tenuta a dormire nella sua cabina, l'aveva
addomesticata allo spettacolo del mare in tempesta, del cielo scuro e
iracondo, s'era avvezzato a vestirla, a spogliarla, a metterla a letto,
e adesso gli toccava lasciarla forse per sempre. -- A rivederci tra
qualche anno -- egli aveva detto nell'accommiatarsi dal professore; ma
chi sa che cosa sarebbe accaduto fra qualche anno? Intanto fra pochi
giorni egli salpava per le Indie, e la Gilda avrebbe un bel chiamare lo
-zio Tonino-!
Con questi pensieri lo -zio Tonino- si allontanava dalla stazione, e
fosse il fumo della pipa o altro che gli dèsse molestia, fatto si è
ch'egli dovette passarsi più volte la manica del vestito sugli occhi.
Mentre il capitano Rodomiti si affannava nelle angustie dell'avvenire,
il professore Romualdo era in mezzo alle tribolazioni del presente.
Fino all'ultimo momento la Gilda era fissa nell'idea che lo -zio
Tonino- sarebbe partito con lei, e aveva creduto ch'egli scherzasse
dicendole il contrario. Ma quando il convoglio si mise in moto, ed ella
vide che il capitano restava davvero alla stazione, non ebbe ritegno
alcuno nell'urlare e nel piangere. Il meschino professore non sapeva
più a che santi votarsi, e girava intorno certi occhi smarriti come se
dovesse capitargli un aiuto di sotto i sedili. Invano ricorreva alle
preghiere, alle minacce, alle frutta candite lasciategli dal capitano;
preghiere e minacce non valevano a nulla, e le frutta candite venivano
dalla terribile Gilda tramutate in proiettili ch'ella slanciava a tutti
gli angoli della carrozza. Ah se il nostro Romualdo avesse potuto dire
al macchinista come si dice a un cocchiere -- -Torniamo indietro!- --
Se avesse potuto almeno riconsigliarsi col capitano Rodomiti, prender
da lui una nuova lezione sul -modus tenendi- con questa indomabile
nipote! Doveva proprio capitare a lui! A lui che non dimandava se non
che di vivere tranquillo in mezzo alle equazioni di terzo grado e alle
storte del suo laboratorio! Così si giunse alla prima stazione, ed il
professore stava raccogliendo da terra gli avanzi della battaglia,
quando lo sportello si spalancò e il conduttore introdusse nella
carrozza una famiglia di sei persone, che vennero ad occupare tutti i
posti disponibili. Il professore, colto di sorpresa, ebbe appena tempo
di mettersi ritto e di tirar da una parte la recalcitrante fanciulla,
ma non potè impedire ad una grossa e rispettabile matrona di sedersi
sopra un -mandarino-, il quale scoppiò come una granata e abbellì di
non previsti ornamenti il vestito della signora. Onde i richiami e le
lagnanze dei compagni di viaggio vennero ad aggiungersi alle altre
allegrezze dell'infelicissimo Grolli. In quanto alla Gilda, seppure
di tratto in tratto ella si distraeva guardando fuori della finestra
gli alberi e le case, questi lucidi intervalli duravano poco, e
ogni pretesto bastava a rimetterla sul piede di guerra. Allora le si
manifestavano tutti i bisogni fisici e morali del mondo. Pareva aver
più sete dei Crociati sotto Gerusalemme, più fame dei figli del conte
Ugolino, più necessità di locomozione di un condannato da dieci anni al
carcere cellulare. Quando poi, nelle brevi fermate, il povero Romualdo
chiamava il caffettiere della stazione per offrire alla bisbetica
sua pupilla una limonata o una cialda, o quando egli le proponeva di
condurla a far quattro passi sotto la tettoia, ella rispondeva con
uno sdegnoso rifiuto, salvo a ridomandare, appena il convoglio era
in movimento, ciò che ormai non poteva più ottenere. Intanto alle
varie stazioni qualche viaggiatore scendeva, qualche altro saliva, e
la compagnia andava mutandosi continuamente. Ma per quante mutazioni
accadessero, il professore non vedeva intorno a sè che volti ostili,
non sentiva che un mormorio poco lusinghiero per lui. La bimba destava
affetti diversi a seconda dell'indole più o meno tollerante, più o meno
amorevole dei passeggeri, ma l'esotico personaggio che la accompagnava
non riusciva simpatico a nessuno. Chi lo trovava troppo severo e chi
troppo indulgente; ma tutti convenivano nell'attribuire a lui solo
l'inquietudine della piccina. E se il professore tentava di conciliarsi
il gruppo delle anime pietose con qualche carezza alla Gilda, egli
vedeva oscurarsi maggiormente i volti delle persone rigide e gravi,
e, se in omaggio a queste accennava, a voler inaugurare un regime di
repressione, i viaggiatori di pasta molle sembravano voler mangiarlo
cogli occhi.
Persino un uomo serio, calvo, impettito, che per lungo tempo aveva
conservato la più stretta neutralità, ad un certo punto, ritirando un
lembo del suo soprabito su cui la fanciulla aveva creduto opportuno
di mettere i piedi, sentenziò gravemente: -- Quando non si sa tenere i
bimbi, si lasciano a casa.
Già! Come se il professore si trovasse a sì mal partito per sua propria
elezione.
Sull'imbrunire, la Gilda prese sonno, e vi fu un po' di tregua. Il
riposo del corpo ridonò la serenità anche all'espressione del viso
della fanciulla. Il demonio era cambiato in cherubino.
-- Ma se è un angiolo... Basta guardarla -- disse con voce commossa una
signora sentimentale, rivolgendosi al marito.
-- A rivederci quando si sveglia.
-- Che?... Coi bimbi è questione di tatto... Me ne intendo, io...
-- Quel signore deve intendersene pochino...
-- Quello non è un uomo, è un orso... È bella davvero la bimba, sai...
Che capelli! Con quei ricciolini intorno alla fronte.... E quella
manina che le penzola da un lato... Cara... Se ci fosse uno scultore...
Oh! Ma tira del vento... Signore, dico... signore!
Il Grolli stentò molto ad accorgersi che questo appello era indirizzato
a lui.
Quando ne fu sicuro, volse gli occhi da quella parte, ripose in tasca
frettolosamente un fazzoletto turchino col quale si era asciugato
la fronte, e stette immobile ad attendere i responsi della nuova
interlocutrice.
-- Scusi, sa, non potrebbe chiuder la finestra? La bimba è tutta
sudata... Si fa così presto a buscarsi un malanno!
E il professore, arrossendo di non averci pensato lui, si affrettò a
seguire il consiglio della persona prudente.
Certo, se il professore fosse stato espansivo, se avesse spiegato la
vera condizione delle cose, e come si trovasse lì in quel momento con
quella bambina al fianco, egli avrebbe disarmato in parte i giudizi
sfavorevoli sul conto suo. Ma il Grolli non era uomo da perdersi in
chiacchiere, e aveva già fatto uno sforzo superiore ai suoi mezzi
rispondendo con monosillabi alle domande che gli erano rivolte.
Estenuato dalla fatica, egli non si curava punto di modificare
l'opinione pubblica a suo riguardo; pensassero ciò che loro piaceva,
in quanto a lui desiderava una cosa sola: che la sua tumultuosa nipote
dormisse almeno ventiquattr'ore, tanto da permettergli di riprender
fiato. In verità, pel momento, egli non sapeva se augurarsi o temere la
fine del viaggio. Egli avrebbe ben volentieri portata di peso la Gilda
sulle sue braccia dal vagone fino ad un -fiacre-, pur ch'ella non si
fosse destata, ma era sperabile ch'ella avesse un sonno così profondo?
E chi sa che strepito allo svegliarsi!... All'idea di attraversare la
stazione in compagnia di una bimba strillante, gli venivano i brividi
della febbre.
Prima che finisse il viaggio, la Gilda si risentì più volte mostrando
chiaramente che il riposo poteva ristorare le sue membra, ma non
acquetava punto i suoi umori ribelli. Al momento di scendere, per
buona ventura ella dormiva. Il professore, con un impeto disperato,
la prese in collo, saltò già dalla carrozza, e tenendo i biglietti
della ferrovia fra i denti, l'ombrello nella posizione d'un fucila a
-spall'arm-, e la sacchetta infilata all'ombrello in modo che venisse
a battergli sulla schiena, si avviò di corsa verso l'uscita della
stazione.
Pure il suo eroismo poco gli valse; chè la piccina aperse gli occhi
mentre ch'egli era ancora sotto la tettoia, e si mise a strillare e ad
agitare braccia e gambe come un'ossessa. E quasi lo facesse apposta,
strillò e si dimenò più che mai davanti a due studenti dell'Università,
i quali erano venuti lì ad aspettare qualcheduno, e senza questo
strepito non si sarebbero forse nemmeno accorti del passaggio del
dottor Romualdo.
-- Guarda -- gridarono i giovinetti ad una voce. -- Il professor Grolli!
-- Santo cielo! -- soggiunse l'uno dei due. -- Pare abbia rubato una
bimba... Come corre!
-- E l'altra, come strilla!
-- Buona sera, signor professore -- gridò il primo, ch'era anche il più
birichino.
Il signor professore si lasciò scappare un grugnito e tirò innanzi
nella sua via. Appena fuori della stazione, entrò in una carrozza
ch'era già occupata e dovette scenderne; poi salì in un'altra, ne
chiuse lo sportello, ne abbassò le cortine, e ordinò al cocchiere di
condurlo quanto più presto potesse alla sua abitazione.
Il cocchiere frustò il cavallo; le grida della fanciulla si dileguarono
in lontananza.
Gli studenti si guardarono in faccia e proruppero in un riso
sgangherato.
-- Il ratto di Proserpina -- osservò uno d'essi. E declamò il famoso
sonetto:
-Diè un alto strido, gittò i fiori, e volta-, ecc., ecc., ecc.
VII.
La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser
risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora
e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue
pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto
la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva
raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella
raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo
come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva
suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii
partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e
nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la
sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande
meraviglia di quanti la incontravano per via. -- Sì, farò conto di
non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. -- No, starò a vedere... -- Che
sconvenienza! -- Se fosse sua figlia! -- È impossibile. -- Si tratterà di
una notte...
Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender
le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un
brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe
mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a
trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso
a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò
all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde,
nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era
lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano
intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni
ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a
nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. -- Agesilao, Agesilao
-- ammoniva la savia femmina -- hai quattro lire al giorno e si campa a
fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì.
-- Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo
marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio
d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della
signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli
riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare
gli sdegni della nervosa vedovella.
-- Bah! -- concluse la signora Dorotea -- sarà per una notte.
Fatta questa consolante riflessione, la signora Salsiccini ordinò alla
serva, che era una ragazza mezzo idiota del contado, di preparare
su quattro seggiole accostate le une alle altre un letticciuolo per
l'ospite sconosciuta, nel luogo di sbarazzo attiguo alla camera del
dottor Romualdo; quindi estrasse dalla credenza un vasetto di conserva
Liebig, si recò in cucina, e pose opera alla preparazione di un brodo
sostanzioso, nel quale fece bollire un pugno di paste di Napoli. I
gatti -Mao- e -Meo-, non usi a veder due volte in un giorno la pentola
al fuoco, alzarono ripetutamente il muso in tono interrogativo, e
vennero a fregarsi alle vesti della loro padrona, distraendola dal suo
delicato ufficio con qualche discapito del brodo, che prese un leggiero
odor di bruciato.
La signora Dorotea, poichè una debolezza ne tira dietro un'altra,
considerò che anche il professore poteva aver bisogno di qualche
cosa; e mandò in segretezza a prendere un quintino di vino bianco e
un'oncia di formaggio stracchino che dispose acconciamente sopra la
tavola apparecchiata. Dopo di ciò lasciò andar a letto la serva, la
cui presenza era affatto inutile, e stette ad aspettar l'arrivo della
corsa.
La prima impressione della signora Dorotea, allorchè le comparve
davanti il suo pigionale con la Gilda in braccio, fu l'impressione
medesima provata dai due studenti: che questa bimba egli l'avesse
rubata. Certo l'idea stravagante non poteva aver presa in lei, come non
l'aveva avuta nei due giovinotti; ma essa bastò ad esacerbarla di nuovo
e a farle assumere un aspetto cupo e sospettoso.
E appena il professore ebbe deposto in terra il suo fardello, ella
cominciò: -- Mi spiegherà, poi...
-- Non ho tempo, non ho tempo -- rispose il nostro Romualdo, afferrando
pel vestito la sua pupilla, che manifestava una gran voglia di
rotolarsi sul pavimento.
Allora la signora Dorotea precedette in silenzio nel salottino i nuovi
arrivati, depose la candela sulla tavola, ove c'era la minestra già
scodellata, e si avviò verso l'uscio con dignità di regina.
-- Il letto è fatto -- ella disse senza voltarsi, quando fu sulla soglia.
Indi si dileguò.
Ma innanzi che passassero cinque minuti, i suoi migliori istinti
l'avevano ricondotta in salotto, ove il professore continuava a
dibattersi in mezzo a smisurate difficoltà.
-- Si può dar di peggio? -- gridò entrando la signora Dorotea, che voleva
dissimulare la sua condiscendenza con le apparenze della severità. -- Si
può dar di peggio? Non finirà mai questa musica?
-- Ma se non c'è caso di farla mangiare -- esclamò il professore desolato.
-- Madonna mia! Come vuol che mangi se non le mette un paio di guanciali
sulla sedia tantochè ella arrivi alla tavola?... Così... andiamo... Su,
bimba, sta' composta... Già capisco.. il cucchiaio è troppo grande per
la tua manina... Proviamo in questa maniera... Oh, va bene adesso... È
buona la pappa, non è vero?... Come ti chiami?
-- Gilda -- rispose la fanciulla tra un boccone e l'altro.
Il dottore Romualdo guardò la sua padrona di casa con l'espressione
della più grande maraviglia.
-- Che ha, professore?... Gilda? Un bel nome, cara... Via, professore...
non se ne stia lì impalato... Faccia qualche cosa... Annodi il
tovagliolo intorno al collo della piccina... Oh, ma non sa far nemmen
questo! E dicono che Lei è un brav'uomo... In questo modo si fa... E se
è lecito -- chiese la signora Dorotea, mentre dava l'ultima cucchiaiata
alla Gilda -- quando vengono a prenderla?
-- A prender chi?
-- La bimba...
-- Nessuno deve venirla a prendere!
-- Come!... Vuol tenerla seco?
-- Per ora, almeno... È mia nipote.
-- Uhm! -- borbottò la signora Dorotea, deponendo il cucchiaio sul piatto
e slacciando lentamente il tovagliolo della fanciulla. -- In ogni caso
cercherà un altro quartiere...
-- Signora Dorotea, dopo tanti anni... Credevo che ci si potesse
accomodare, beninteso facendo altri patti.
-- Son vecchia, io, ho bisogno della mia quiete... Se avessi potuto
immaginarmi che a Lei capitavano le nipoti dalle nuvole, si figuri se
Le avrei appigionato le stanze... Basta, basta, l'aiuterò io stessa
a trovarsi un appartamento che Le convenga... Lei è un dotto... per
queste cose, si sa, non è fatto... Ma pensi intanto a coricar quella
creatura. Non vede che non si regge più dal sonno?... Oh, se non c'ero
io, la cadeva proprio dalla sedia... E vuol tenersi le nipoti in casa,
Lei?... Qua, qua, piccina... Chiude già gli occhi... Orsù, per questa
sera gliela metterò in letto io... Per questa sera, ben inteso... Ci
preceda Lei, con la candela... Così...
La signora Dorotea portò la Gilda nella camera che le era destinata,
e si accinse a svestirla. -- E la non ha nemmeno uno straccio di suo? --
ella domandò, guardandosi attorno.
A questa interrogazione il professore si picchiò la fronte, poi
si frugò nel taschino del panciotto, e ne estrasse la ricevuta del
bagaglio.
-- Si è dimenticato di ritirare i bauli?... Era da immaginarselo... Che
vuol fare, adesso?... Bisogna aspettare fino a domattina... Dia qui la
ricevuta... Intanto le lasceremo la biancheria che ha in dosso... Come
dorme!... Scommetto che tirerà innanzi così per dodici ore...
-- Grazie, signora Dorotea -- si arrischiò a dire il professore.
-- Non mi ringrazi -- saltò su la vedova. -- Se non fosse stato che per
Lei... Mi faceva compassione questa innocente... Sua nipote o no, ella
non ne ha colpa...
-- Ma, signora Dorotea, che cosa crede?
-- Io?... Non credo nulla, io... Del resto, son ciarle inutili. Sulla
sua scrivania troverà una lettera e un giornale arrivati durante la sua
assenza... Buona notte.
Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla
nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito
sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava
alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva
appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di
rosa!
-- Ma! -- sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi
in punta di piedi. -- Se fosse stata così in ferrovia!
Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il
giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise
da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece
in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva
da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta,
spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano
poche righe in italiano, concepite così:
«-Egregio signore-,
«In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m.,
adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto
di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da
parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi.
«Con stima, ecc., ecc.»
Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua
spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal
console italiano a Montevideo.
Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva
mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora
fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per
la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne
aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che
stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera
ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non
poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa.
Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non
fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era
tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso
più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata
Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di
raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine;
sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice.
Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva
interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il
possibile per convincersi di nuovo che la formula -x=(sen y)(sen α)-
era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si
cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano,
ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da
pianto, dormiva una creatura del suo sangue.
Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola
Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni
dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida.
VIII.
Se la nipote dormiva, lo zio invece andava rivoltandosi nelle coltri
senza pigliar sonno. Da tutte le parti vedeva la via seminata di
triboli e di difficoltà senza fine. Agli impicci gravissimi che gli
avrebbe recati la fanciulla s'aggiungevano quelli del dover cercarsi un
altro nido, e abbandonare il laboratorio ov'egli aveva con tanto amore
fatti costruire i suoi fornelli e collocate le sue storte sui ruderi di
una vecchia cucina caduta in disuso. Oh poveri i suoi studi, poveri i
suoi esperimenti! Quando mai avrebbe trovata la calma così necessaria
al pensiero? Quando avrebbe trovato la sicurezza di mano e la serenità
di spirito indispensabili a misurare le dosi degli acidi e dei sali che
dovevano combinarsi insieme sotto i suoi occhi? Ahimè! Ahimè! Romualdo
Grolli, l'uomo di scienza, il futuro titolare della Cattedra di
matematica d'una cospicua Università, era bell'e spacciato. Non restava
più che un Romualdo Grolli tutore di una pupilla bisbetica, una specie
di Belisario vagante per la città alla ricerca di camere ammobiliate.
Tormentato da questi pensieri che non gli lasciavano trovar requie,
il dottor Romualdo si alzò per tempissimo, e appena infilati i calzoni
entrò nel suo laboratorio, sospinse l'usciuolo della cameretta attigua
e cacciò la testa attraverso lo spiraglio per veder se la Gilda dormiva
ancora. E la Gilda dormiva infatti, e i primi raggi del sole, entrando
nella stanza tra le stecche delle persiane, venivano a lambire un suo
piedino di rosa che spuntava da un lembo della coperta.
Mentre il dottore contemplava questo spettacolo nuovo per lui, l'uscio
che dal luogo di sbarazzo metteva al cosidetto salotto da ricevimento
si aperse adagino e si richiuse in gran fretta. Non così però, che
il dottor Romualdo non ravvisasse la persona che lo aveva aperto e
richiuso. Quella persona non era nè più nè meno che la signora Dorotea.
Sebbene il Grolli fosse quasi certo di ciò, volle togliersi ogni
dubbio, attraversò lo stanzino e fu tosto nel salotto, ove colse la sua
padrona di casa in piena ritirata.
La signora Dorotea aveva una veste sciolta, il viso cosparso di cipria,
le rade ciocche dei capelli involte in ricciolini di carta. In questo
abbigliamento affatto mattiniero, la signora Dorotea non aveva la più
lontana rassomiglianza con la Venere dei Medici.
-- Signora Dorotea! -- esclamò il professore.
La buona donna sentì il bisogno di spiegare il suo apparente
spionaggio, e stringendosi con la mano la veste sul petto, si voltò
verso il suo inquilino.
-- Ero venuta a vedere se la bimba dormiva ancora -- ella disse.
Il dottor Romualdo, visto l'atto pudico della signora Dorotea, stimò
opportuno di passare nell'occhiello il bottone della camicia; quindi
rispose: -- Sì, dorme ancora.
La signora Salsiccini tentennò il capo, e parve voler cominciare una
frase che finisse con una interiezione. Si appigliò invece ad un punto
interrogativo. -- Dunque la fanciulla è sua nipote?
-- Già... mia nipote -- replicò il professore, dopo un momento di
distrazione.
-- Curiosa! Non sapevo che il professore avesse fratelli.
Le guance del nostro Romualdo si colorarono vivamente. -- Avevo una
sorella, che è morta -- egli disse con uno sforzo.
-- E il padre della bimba?
-- Morto anche lui!
-- Povera creatura! -- esclamò la signora Dorotea, congiungendo le mani
e abbandonando quindi l'atteggiamento verecondo che correggeva il
disordine della sua -toilette-.
Il dottor Romualdo guardò pudicamente da un'altra parte e sospirò: -- Ma!
-- Creda pure -- riprese la signora Dorotea, e non pareva più la
medesima donna che il giorno prima s'era mostrata tanto inviperita
col suo pigionale -- creda pure, signor professore, se fossi più
giovane, se avessi un quartiere meno ristretto, vorrei continuare ad
alloggiarli io, vorrei attendere io alla bambina. Ma come si fa?... È
impossibile... proprio impossibile.
Il professore chinò la testa con aria rassegnata.
-- Intanto non si dia fretta -- seguitò l'altra -- c'è tempo... Penseremo
insieme... vedremo... Ho qualche cosa in vista... E adesso non si
affanni per la fanciulla... vada nel suo studio, Lei... starò attenta
io stessa quando si sveglia... la vestirò io...
A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva
principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore
potesse ringraziarla.
Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò
nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli
riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli
-a + b- e i -b + a- sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto
la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli
dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della
sua pupilla.
-- Son qua io -- disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava
di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. -- Studii,
studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi.
Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando
nello svolgimento della sua tesi, che -a h- è uguale a -z-, ciocchè
gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori.
Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli
erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che
parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto
di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni
addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima
operazione.
Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si
trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di
oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una
cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò
in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola
ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta
verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di
raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso
come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea,
la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di -Mimi-. Questo
nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva
lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il
suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa
ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia.
Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla
madre, questa le aveva risposto: -- Sta' tranquilla, che presto o tardi
l'avrai.
Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per
compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta,
che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano.
Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si
trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune
microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente
caricato, apriva la bocca e belava.
Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai
balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello
ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso
di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero
la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano
le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la
scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto
il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le
era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo
agli occhi.
La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola,
inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando
ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona
massaia, non potè a meno di ripetere più volte: -- La sorella del signor
professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a
modo.
Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in
tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello
belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti
a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi.
Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un
nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era
in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito
bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva
visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella
parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande
sventura può far loro disimparare -- -mamma- -- veniva sui suoi labbretti
di corallo. -- -La mamma- -- ella diceva, alzando verso la signora
Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e
toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno
come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No,
povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più.
Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava
l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser
passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò
all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille
domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe
dare.
E infatti egli non tardò ad avvedersi che l'incidente della notte
scorsa aveva avuto un'eco nelle severe aule della scienza. Poichè,
appena il suo arrivo fu notato dagli studenti sparsi nel cortile e
sotto i portici in attesa del suono della campana, essi si affollarono
sul suo passaggio con un bisbiglio simile al ronzìo d'uno sciame
d'api. Ma la vista del cappello abbrunato del professore disarmò i loro
sarcasmi. Anche il rettore, a cui il Grolli si presentò subito, pareva
sulle prime esser disposto alla celia, ma anch'egli se ne astenne
quando avvertì il segno di lutto e disse con accento di simpatia: --
Vedo con dispiacere che Lei fu colpito da qualche sventura domestica.
Allora il dottor Romualdo, così taciturno, così riservato per indole,
dovè raccontare ciò che gli era accaduto.
-- Casi della vita -- osservò gravemente il rettore, che non aveva
scritto per nulla un libro di psicologia sperimentale. -- Casi
della vita -- egli ripetè, offrendo una presa di tabacco al giovane
scienziato.
La lezione procedette senza peripezie.
I giovani stettero quieti secondo l'usato, e il Grolli notò con
singolare compiacenza che le inattese vicende dei giorni scorsi non
avevano potuto ottenebrare in alcuna guisa la limpidezza del suo
criterio matematico. Seppur nel più bello di una dimostrazione il
visino della Gilda si affacciava al suo pensiero nel mezzo di un
triangolo isoscele o scaleno, egli andava acquistando man mano la usata
sicurezza, talchè gli studenti non se ne accorgevano e i rapporti degli
angoli fra loro rimanevano inalterati.
Così egli uscì della scuola con animo più tranquillo, e volse le cure
ad altro importantissimo ufficio, a quello cioè di collocare a frutto
i danari della Gilda.
Egli era ormai deciso di non toccar quella somma in alcun modo,
ma di lasciarla ingrossarsi cogli interessi a formar la dote della
fanciulla. Per quanto egli vivesse fuori del mondo, gli era pur giunta
all'orecchio questa grande verità, che le femmine senza dote stentano
a maritarsi. All'educazione, al mantenimento della sua pupilla avrebbe
provveduto egli stesso. Il suo stipendio di assistente era piccolo, ma
egli lo arrotondava un po', collaborando in qualche Rivista scientifica
e prestando l'opera sua per qualche analisi chimica. In tre anni dacchè
aveva una posizione, s'era messo da parte millecinquecento lire: erano
dunque cinquecento lire all'anno ch'egli poteva spender di più, e le
avrebbe spese per la Gilda. Certo, con questa piccola somma non gli era
dato far miracoli, ma possibile che non gli venisse presto la nomina
a professore! Il dottore Romualdo avvertì per la prima volta nel suo
animo un sentimento poco nobile e generoso, tanto è vero che spesso
il male germoglia dal bene, come il bene dal male. Egli pensò che il
titolare della Cattedra di matematica aveva quasi ottant'anni ed era
paralitico, onde la sua morte non avrebbe nè sorpreso, nè addolorato
soverchiamente nessuno.
Vergognandosi seco medesimo di questo calcolo indecoroso, il dottor
Grolli eseguì quel giorno una duplice operazione presso la Banca
locale. Egli prelevò una piccola somma sulla partita che teneva
aperta colà, e nello stesso tempo, con immenso stupore del cassiere
signor Bernardo Bernardini, versò a titolo di deposito vincolato lire
10,674 50 in nome della signora Gilda Natali minorenne, di cui egli si
costituiva rappresentante.
Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa,
fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne
fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la
responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti,
è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi
ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori...
Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!...
E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era
stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè
la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella
del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli
resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi
balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per
terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio
da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti
alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la
pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva
di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due
gatti -Mao- e -Meo-, che da anni ed anni non penetravano nella stanza
del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda,
avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno
vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il
dottor Romualdo.
-- Signora Dorotea, signora Dorotea -- egli gridò, abbracciando con un
rapido sguardo il desolante spettacolo.
-- Che vuol che ci faccia?... La bambina gridava come iersera e non ho
potuto quietarla altrimenti che lasciandole fare il piacer suo.
-- Ma io...
-- Ma Lei, caro signor professore -- interruppe la signora Dorotea in un
accesso del suo umore bisbetico, del giorno innanzi, se vuol tenersi
sua nipote a dovere, rimanga a casa a custodirla, o le pigli una
governante... Capisco anch'io che così non può durare.
E ciò detto, afferrò la gruccia dell'uscio e abbandonò la stanza,
seguìta dalla Gilda che le si era aggrappata alle falde del vestito e
che lasciava armi e bagagli sul campo di battaglia.
-- Signora Dorotea -- gridò di nuovo il dottore Romualdo, scotendo
forte la poltrona su cui si trovavano i gatti. Ma la signora Dorotea
non sentì o non volle sentire; invece -Mao- e -Meo-, turbati nei
loro riposi, spiccarono un salto, passarono sopra la scrivania del
professore scompigliandone le carte, e calatisi giù dall'altra parte
sgusciarono via per l'uscio socchiuso.
-- E vero, così non può durare -- esclamò il professore. E si lasciò
cadere sfinito sulla poltrona.
IX.
-- -Così non può durare-, -- avevano detto con mirabile accordo la
signora Dorotea e il professore Romualdo uno degli ultimi giorni del
maggio 1861; ma si sa che le umane previsioni sbagliano spesso, e
non parrà quindi troppo singolare che durasse così per alcuni anni.
Invero, nei primi tempi, la signora Dorotea si era accinta molto
coscienziosamente all'ufficio di cercare un quartierino che potesse
convenire al professore, ma per quanti ella ne avesse visitati non
gliene era andato a genio nessuno. E il professore aveva sempre accolto
con la massima rassegnazione le risposte sconfortanti della sua padrona
di casa. Finalmente, in via provvisoria e verso un moderato aumento
di pigione, la signora Dorotea s'era determinata a cedere al dottor
Grolli anche il salotto da ricevimento, affine di collocarvi la Gilda
togliendola dal bugigattolo ov'era stata posta al suo arrivo. -- È una
cosa che non può tirare in lungo più di qualche settimana -- dichiarò
un giorno la vedova Salsiccini alla portinaja, che le rinfacciava
sarcasticamente la sua debolezza. La signora Gertrude non si degnò
di rispondere, ma le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso di
compassione.
E i fatti dimostrarono che la signora Gertrude aveva le sue buone
ragioni di sorridere. Prima che passasse un mese, la combinazione
provvisoria era diventata una combinazione stabile, il professore non
pensava ad andarsene, la signora Dorotea non pensava a cacciarlo via, e
la Gilda Natali mostrava le migliori disposizioni a menar per il naso
così il dottissimo zio come la padrona di casa. -- È una birichina --
diceva la vedova, conducendo seco la bimba nelle sue peregrinazioni e
presentandola alle infinite sue conoscenze -- una birichina. Ma io la
farò stare a dovere.
-- Viene dall'America? -- chiedeva qualcheduno.
-- Sicuro. Non è vero, Gilda, che vieni dall'America?
-- E parla italiano?
-- Già, parlava italiano con la sua mamma. Sa anche l'-americano- però.
Dice qualche volta delle parole da far ridere. Di' buon giorno, Gilda,
di' buon giorno in -americano-.
-- -Buenos dias- -- rispondeva in spagnuolo la fanciulla sorridendo, e
mostrando i suoi bei dentini bianchi come l'avorio.
-- Eh, non deve poi mica esser tanto difficile l'-americano-. Somiglia
alla nostra lingua... Ih che occhietti vispi!
-- E sapete come si dice -bambina- in -americano-? -- ripigliava la
signora Dorotea, superba di poter dare una lezione di lingua straniera.
-- Sentiamo, via.
-- Si dice -nigna-.
-- Oh -nigna-! -nigna-!
Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli,
con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva
a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi,
egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie
infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento
di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso
era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora
lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva
questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel
suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri
al mondo che lui.
Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera
a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se
stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse
qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il
pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il
noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in
casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella
s'intratteneva ora coi due gatti -Mao- e -Meo- a cui aveva infuso una
insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio
a comprarle, ora con la sua pupattola -Mimi-, ora con la sua cucina di
stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando
acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava
sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: -- Ancora uno o due
giorni, e poi la faccio finita io.
Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda
continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi
che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio
alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita
giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un
capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche
abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino
allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la
casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva
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