Ma il vecchio Torralba tentennava ostinatamente la testa.
-- Chè? Chè?... Un'idea sbagliata... Non si festeggia la decrepitezza...
I figliuoli potevano venir a uno a uno... in giorni diversi... senza
solennità... E a ogni modo, ce n'era d'avanzo di riunir la famiglia...
Ma la scuola... ma la banda... ma il popolo... il buon popolo.
-- Una cosa tira l'altra.
-- Già, e i danari che si spendono?
-- Oh, per una volta!
Nella stanza dirimpetto la signora Laura brontolava con la Maddalena, la
cameriera.
-- Ero sicura che avrei scontato tutti questi strapazzi... Sento già
esacerbarsi i miei reumatismi... Aspetta, aspetta domani.
-- Eh, non faccia brutti pronostici... Non accadrà nulla... Le resterà
invece la compiacenza d'aver avuto la visita de' suoi figliuoli lontani.
-- Visita di congedo -- biascicò la signora Laura.
-- Eh via... Un secolo deve campare.
-- Son proprio di quelle, io... Ahi, ahi!... Il mio braccio!... E il
dottore non può venire un momento da me?
-- Vengo, signora Laura, vengo -- gridò Vignoni dall'altra camera.
-- E non la finiscono più quei cani? -- grugniva l'ex Prefetto, stringendo
i pugni. -- Sta a vedere che tornano da questa parte.
In fatti gli accordi musicali che giungevano prima confusi e indistinti
accennavano ora a riavvicinarsi.
L'Angela si levò faticosamente dalla sedia e affacciatasi alla soglia
della camera da letto del suo babbo disse:
-- Se ne andranno forse.
-- Se ne vadano, senza sonare, per Dio!
Messi di buon umore dalla musica, dal ballo e dal vino (due barili che
l'Angela aveva fatti portare nel prato erano stati vuotati in un attimo)
i contadini sbucavano da ogni parte rumoreggiando e si accalcavano
dinanzi alla casa.
-- Viva! Viva! Viva la nobile famiglia Torralba!
E la banda riattaccava la marcia trionfale.
-- Ma basta! -- urlava il commendatore. -- Non ci sarà nessuno a farli
tacere?
-- Or ora -- disse l'Angela accingendosi ad aprir la finestra.
Fu peggio. Quelli ch'erano giù, vedendola dietro i vetri, si credettero
in obbligo di salutarla con un tonante: -- Viva la signorina Angela!
-- Non aprire! -- strillava intanto la signora Laura... -- Ne ho presa
anche troppa dell'aria.
-- Anzi apri e mandali al diavolo! -- ordinava il commendatore Ercole. --
Se no, vengo io stesso.
-- Se credono, scendo in giardino e li licenzio io -- propose il dottore.
-- Senza cerimonie -- soggiunse il vecchio Torralba.
-- Con buone maniere -- raccomandò l'Angela.
Vignoni si mise a ridere.
-- Ah sentano. Tutto considerato, è meglio che se ne incarichi la
signorina.
E appressandosi a lei le susurrò nell'orecchio:
-- Tanto quì non la lasciano in pace... Quando poi ha persuaso quegli
energumeni a battere in ritirata, cerchi un angolo tranquillo della
casa, qualunque sia, e procuri di dormire un'oretta... Non abusi delle
sue forze.
-- Oh sì, ci vuol proprio quel poggiapiano della mia figliuola --
borbottava, malcontento, il commendatore vedendola avviarsi. E poichè le
acclamazioni si ripetevano, dava in ismanie sempre maggiori.
-- Bifolchi! Bifolchi! Pagate i vostri debiti, altro che gridar -viva
viva-!
Mescolandosi alla folla plaudente, l'Angela non durò troppa fatica a
ottener silenzio. Ringraziò in nome di tutta la famiglia delle cortesi
dimostrazioni, assicurò ch'ella in particolare avrebbe conservato
perenne memoria di questo giorno, ma soggiunse che i suoi genitori erano
affranti e avevano bisogno di quiete.
-- Giusto -- disse qualcuno dei più ragionevoli, -- troppo giusto... Ora ce
ne andiamo.
-- Viva la signorina Angela!
-- Viva i nobili signori Torralba!
-- No, no -- supplicava l'Angela portandosi il dito alla bocca.
Il capobanda la interrogò con lo sguardo.
Ella fece un segno negativo, e gettò una parola: -- Fuori del cancello.
Ancora un applauso tosto represso, indi, con la musica in testa, la
processione s'avviò abbastanza ordinata. Soltanto fuori del cancello,
secondo il desiderio dell'Angela, le trombe ripresero a suonare la
marcia dell'-Aida-.
-- È finito -- pensava l'Angela risalendo la breve gradinata che metteva
alla sala terrena della villa. -- È finito. Fra poco Villarosa sarà
tornata un mortorio.
Al primo piano s'aperse una finestra, quella della camera abitata dalla
Letizia.
-- Non ti fendono gli orecchi anche di lontano? -- gridò dall'alto
l'Alvarez rivolgendosi alla sorella. -- C'è da stare allegri a Villarosa
in fatto di musica. Fra le sonate preistoriche di nostra nipote e i
concerti della vostra banda, c'è da stare allegri.
L'Angela non rilevò le parole sprezzanti; si limitò a dire: -- Ora che
non c'è più nessuno, perchè non scendi?
-- No, no, ho bisogno di rinfrancarmi... Quel frastuono mi ha
intontita... E sono così stanca...
-- Ti sei alzata molto presto stamane? -- domandò l'Angela con un tono
ironico che non l'era consueto.
Ma l'altra non se ne avvide o finse di non avvedersene, e rispose
semplicemente: -- Sì, molto presto.
L'Angela non rispose nulla, pentita già della sua richiesta insidiosa. A
che prò? Chiese invece: -- Che ce n'è di tutta questa gente? Luciano,
Girolamo, Cesare, l'Adele, la Marialì, Frassini, i tuoi figliuoli?
-- Si sono dispersi. Effetti della musica... Max e Fritz sono partiti per
una passeggiata in -tandem-. Frassini dev'essere uscito a piedi con la
figliuola... Luciano, Girolamo e l'Adele credo che stiano sbrigando la
loro posta... la Marialì e gli altri saranno in salotto... Brr! Che aria
frizzante! Il tempo vuol cambiare.
E in fretta richiuse i vetri.
L'Angela guardò il cielo che si copriva di cirri. All'occidente l'occhio
del sole mostrandosi or sì or no fra le nuvole pareva una pupilla velata
di pianto.
-- È finito -- ella ripetè fra sè. -- È finito.
E stava per rientrare quando fu chiamata da Tullio.
-- Zia Angela!
-- Mi hai fatto paura -- ella esclamò. -- Di dove sei sbucato?
-- Non so... Ero quì in giro.
-- Dio, che faccia scura hai!... Vieni.
-- No -- egli rispose, -- scendi tu in giardino un momento... Ho da
dirti...
-- Che cosa?
-- Scendi un momento -- egli insistè. -- Non sarà poi un gran sacrifizio.
L'Angela compiacque al desiderio del nipote.
-- Ebbene?
-- Tu non hai voluto parlare -- ripigliò Tullio concitatamente; -- ho
parlato io.
-- Con chi?
-- Con l'Antonietta. Siamo intesi.
L'Angela fu colpita dal contrasto che c'era fra queste parole e il modo
singolare in cui erano pronunciate.
-- Intesi su che?
-- Sul romper tutto... Sicuro... L'Antonietta mi dichiarò che ha
riflettuto, che non si sposerà ne ora, nè mai, che il suo obbligo è di
consacrarsi a suo padre.
Ecco, pensava l'Angela, Frassini ha catechizzato la figliuola, le ha
tenuto un discorso analogo a quello tenuto a me, e la poveretta ha
consentito a sacrificarsi, a immolare la sua felicità e la sua
giovinezza.
-- Credevo fosse un ripicco, e non volevo prenderlo sul serio -- continuò
Tullio -- ma ella ribattè il chiodo, e allora toccò a me di perdere la
pazienza, e le diedi della matta, della commediante, della civetta...
-- Oh Tullio! -- esclamò la zia in tuono di rimprovero.
-- Avrò fatto male -- convenne il giovine. -- Ma già ella non s'è troppo
offesa... Oh, è d'una serenità, d'una equanimità degna d'una matrona di
quarant'anni... Mi stese la mano, mi disse che non mi serbava rancore, e
ch'era certa che le avrei reso giustizia, e che si sarebbe rimasti due
buoni cugini, due buoni amici.
-- E tu?
-- Oh... io le dissi che non ci saremmo rivisti mai... E appunto per
questo son venuto ad annunziarti che parto.
L'Angela non potè reprimere un grido.
-- Parti?
Ironicamente, Tullio riprese: -- Perchè fai le maraviglie?... Non era
quello che mi consigliavi stamattina?... Allora mi suggerivi d'andarmene
per non turbar la pace dell'Antonietta; ora che quella pace non è in
pericolo sono io che me ne vado per amore della -mia- pace... Tornerò a'
miei studi, mi seppellirò ne' miei archivi, guarirò di questa
scalmana... In fin dei conti, perchè dovrebb'esser altro?... che la
conosco a fondo l'Antonietta?... Prima che ci trovassimo insieme in
quest'occasione l'avevo vista forse cinque o sei volte, l'avevo vista
ch'era una ragazzina in sottane corte... E venti minuti passati insieme
in giardino dovrebbero esser bastati a farmene innamorare?... No, no...
fuochi di paglia, fuochi di paglia... Ma siccome anche i fuochi di
paglia posson appiccar davvero un incendio, il meglio è di battere in
ritirata.
E Tullio rideva d'un riso amaro che mal dissimulava i singhiozzi.
L'Angela si sforzava di cercar una soluzione che non compromettesse
l'avvenire.
-- Partirai, ma senza precipitazione... e sopra tutto in buona armonia
con l'Antonietta.
-- Già... da buoni cugini, da buoni amici -- egli soggiunse
sarcasticamente, ripetendo le frasi che la ragazza gli aveva dette
pocanzi.
-- E perchè no? -- chiese l'Angela. -- Oggi siete tali; domani, s'è
destinato, diverrete qualche cosa di più l'uno per l'altra... Credilo,
Tullio mio, vi sono avvenimenti che si compiono attraverso tutti gli
ostacoli... Non accusar l'Antonietta... Oggi forse ella non poteva
parlarti in modo diverso... Un giorno muterà linguaggio.
-- Quand'ella avrà mutato linguaggio io avrò mutato cuore -- replicò
Tullio. -- No, cara zia, io non ho il tuo fatalismo... Gli avvenimenti li
facciamo noi, non si fanno essi da sè... Intanto, domattina presto,
poichè stasera non ci son più corse, io prenderò il treno...
Un colpo di vento improvviso gli fece portar la mano al cappello.
-- Oh, come il cielo s'è annuvolato!
-- È un pezzo che si va annuvolando... Non te n'eri accorto? -- disse
l'Angela avviluppandosi nello scialle. -- Rientriamo... Discorreremo con
calma.
Tullio scosse il capo energicamente.
-- Rientra tu... Ho bisogno di respirar quest'aria di temporale...
Rientra, zia, rientra...
Ella esitava; egli le cinse con un braccio la vita e l'accompagnò fin su
della scalinata.
In quella, Cesare Torralba spalancava la porta a vetri della sala e
attirava a sè sua sorella.
-- Ma vieni dunque... Vuoi pigliarti un malanno... E tu, bel ragazzo?
Ma quest'ultime parole non ebbero risposta perchè Tullio era già
lontano.
-- Ha i gusti che avevo io alla sua età -- disse Cesare con una
spallucciata. E chiuse in fretta la portiera.
XVII.
Fermo in mezzo al viale, sempre con la mano al cappello perchè il vento
non glielo portasse via, Tullio guardava le nuvole che si rincorrevano,
guardava le masse degli alberi che si staccavano cupe sul cielo plumbeo
e a ogni raffica si piegavano e si contorcevano con uno schianto secco
dei rami e un fremito doloroso di tutte le foglie.
Uno strider di ruote sulla ghiaja lo scosse, ed egli si fece da parte
per lasciar passare un carretto ov'erano allineati in due file alcuni
vasi di limoni. Il carretto era tirato da un mulo che un contadino
teneva per la cavezza; veniva dietro, sorvegliando il lavoro, Bortolo,
il giardiniere.
-- Oh signor Tullio -- disse costui. -- Sta a prendersi il fresco.
Il giovine tentennò la testa in aria d'uomo scontento.
-- No, non son questi i temporali che mi piacciono... Appena se si sente
brontolare il tuono in distanza.
-- Ah! -- soggiunse Bortolo ridendo -- A lei piacciono i lampi e le
saette... Non è la stagione... Oggi tutto finirà in pioggia... Mi
basterebbe intanto mettere al coperto questi limoni.
-- L'avremo presto la pioggia?.
Bortolo diede un'occhiata in giro e rispose: -- Temo di sì... Del resto,
è già una buona mezz'ora che il tempo minaccia e quei signorini che sono
partiti in -tandem- potrebbero essere ormai di ritorno... E anche gli
altri, se non sono andati tanto lontano...
-- Chi? Chi? -- domandò Tullio.
-- In -tandem- sono partiti i signorini Alvarez -- spiegò il giardiniere.
Tullio fece un gesto d'impazienza.
-- Che me ne importa?... Chi sono gli altri?
-- Il signor Frassini e la signorina Antonietta... Sono usciti insieme a
piedi verso le quattro.
-- E avevano ombrello?
-- Non mi sembra... Allora non c'era che qualche nuvola sparsa.
Tullio continuava a interrogare.
-- Da che parte si sono diretti?
-- Saperlo!... Forse dalla parte di San Vito...
Dimentico delle sue bizze di poco fa, ormai Tullio aveva un solo
pensiero; quello di correre incontro all'Antonietta e di ajutarla a
cercarsi un ricovero se un acquazzone la coglieva per via.
-- Dalla parte di San Vito, avete detto? -- egli ripigliò.
-- Suppongo... Non son mica sicuro.
-- A ogni modo, andando per di là è probabile che li trovi.
-- E non si provvede d'un ombrello? -- chiese Bortolo.
Tullio accennò alla casa ch'era un cinquanta o sessanta metri più
indietro.
-- Non ne vale la pena. Perderei tempo.
In quella, sotto un ombrellone aperto benchè ancor non piovesse,
sbucarono sul viale i tre bimbi del giardiniere. Rosso in viso e con
l'aria d'uomo che sia conscio della gravità del suo ufficio, Piero, il
maggiore, teneva forte con ambe le mani l'asta dell'arnese troppo
pesante per lui; i due piccini, la Lina di quattr'anni e Cencio di tre
si stringevano al fratello ridendo e strillando ogni volta che una
folata di vento faceva cigolar le stecche e scuoteva con violenza la
stoffa del baldacchino che li riparava.
-- Bada... Si rovescia.
-- Ecco... Or ora si vola.
-- Piano... Mi schiacciate.
-- Oh!... C'è il babbo.
Quì la baldoria ebbe fine perchè in un batter d'occhio Bortolo tolse
l'ombrello alle mani inesperte del suo primogenito, lo chiuse e lo
consegnò a Tullio, dicendogli:
-- Se si degna, prenda questo... Non è elegante, ma è solido e ci si sta
sotto comodamente in tre persone... Lo prenda, lo prenda, e lasci fare i
conti a me con questi signorini... Chi v'ha permesso?... Dov'era la
mamma?
Mentre i bimbi, piagnucolando, spiegavano al genitore come fossero
usciti di casa in un momento che la mamma era salita a chiuder le
imposte del primo piano, Tullio, decisosi ad accettare l'offerta, si
dirigeva di corsa verso il cancello, e in mezzo a un nembo di polvere
infilava lo stradone.
Frattanto, appesa al braccio del fratello Cesare, l'Angela camminava
lentamente su e giù per la sala terrena. Chi l'avesse vista alla luce
sarebbe rimasto colpito dal suo pallore, ma Cesare non se n'accorgeva,
sia perchè l'ombre avevano ormai invaso la sala, sia perch'egli era
infervorato a discorrere de' suoi disegni per l'avvenire. Ah, egli non
sapeva che male le aveva fatto con quella sua semplice comunicazione:
-- Sorellina mia, m'è arrivata una lettera che mi chiama a Roma per
Mercoledì.
Ella ebbe appena la forza di balbettare: -- Vai... a Roma?
-- Sì, mi pare di averti detto che ci sarei dovuto andare... Ma non
credevo che fosse così presto...
-- Per tornare?... -- soggiunse l'Angela, trepidante.
Ed egli aveva risposto: -- Ripasserò certo di quì... per due o tre
giorni... Anche dall'America mi sollecitano.
Come? Egli partiva!... Che disgrazia! Che disgrazia! Quando, nel
rientrare in casa, l'Angela s'era trovata a faccia a faccia con Cesare
l'incontro l'era parso provvidenziale. Chi meglio del suo fratello
prediletto avrebbe potuto consigliarla, ajutarla nei dubbi, nelle
angustie in cui ella si dibatteva? Aver l'intimo convincimento che
Tullio e l'Antonietta si amavano, poter forse con una parola toglier di
mezzo l'equivoco che li divideva, e quella parola non aver il coraggio
di pronunciarla, e con la propria indecisione, col proprio silenzio
servire al meschino egoismo di chi insidiava la felicità di due esseri
nati l'uno per l'altro, ecco il cruccio dell'Angela, ecco ciò che
l'avrebbe spinta a confidarsi con Cesare, ad attingere da lui l'energia
necessaria per lottar con sè stessa, per vincer dentro di sè l'influenza
malefica delle cose morte contrastanti alla vita.
Ma ora a che prò? Le avrebbe egli dato ascolto? Avrebb'egli, a ogni
modo, avuto il tempo d'occuparsi del piccolo romanzo domestico che le
stava a cuore?
Egli parlava, parlava con impeto giovanile d'un'opera buona da lui
iniziata a Nuova York, d'una serie d'istituzioni, che insieme con alcuni
fra i migliori della colonia italiana egli voleva fondare in vantaggio
dei nostri poveri emigranti, taglieggiati, insidiati, indifesi, esposti
a tutte le tentazioni cattive... E per questo, poichè occorreva il
patrocinio del nostro Governo, per questo aveva domandato udienza al
Ministro, e avendola tosto ottenuta si recava a Roma... Gli avevano
promesso il loro appoggio due o tre deputati autorevoli... non Girolamo
però col quale egli si sarebbe ben guardato dal toccar più
l'argomento... Figuriamoci! A una lettera scrittagli dall'America
Girolamo aveva risposto che c'era in Italia un'unica questione urgente:
buttar giù il Ministero; e che a quella egli doveva consacrar le sue
forze... Che miseria!
L'Angela gli badava appena. Ripeteva soltanto, quasi non credendo a sè
stessa: -- Tu parti... Se hai da essere a Roma Mercoledì, parti doman
l'altro...
-- Appunto -- confermò il fratello. -- A Roma mi tratterrò il meno
possibile, verrò a risalutarvi di volo, e alla fine del mese
m'imbarcherò a Genova o a Napoli.
Ella non potè a meno di esclamare:
-- Oh Cesare, Cesare!... Avrai traversato l'Oceano, sarai venuto nella
tua casa, nella tua famiglia dopo cinque lunghi anni d'assenza per
rimanervi meno di una settimana! E sarà l'ultimo addio che avrai dato ai
tuoi genitori!... E potrebb'esser l'ultima volta che vedrai Villarosa!
-- Perchè dici questo?
-- Perchè chi sa quello che accadrà -dopo-? -- replicò l'Angela con le
lacrime nella voce. -- Chi sa in quali mani finirà questo luogo pieno di
tante memorie?... Chi sa dove finirò io?
Cesare premette il braccio di lei sotto il suo.
-- Tu? Tu?... Ma dovunque io sia tu potrai sempre raggiungermi... Un
posto per la mia sorella ci sarà sempre presso di me.
-- Grazie, Cesare. Ma tu dimentichi che non sarai sempre solo... che
forse oggi stesso c'è chi ti aspetta laggiù.
-- Una donna, tu credi?
Ella tacque.
Cesare riprese: -- E t'avrei tenuta all'oscuro d'una cosa di tale
importanza?... Non t'ho sin dall'infanzia messa a parte d'ogni mio
segreto... perfino di quelli che si tacciono alle sorelle?... Non ci
sono ne fidanzate, nè amanti... Ho una nobile impresa da compiere... non
altro mi chiama di là dall'Oceano... Ah se t'avessi compagna! Che
preziosa alleata saresti!
L'Angela scrollò il capo malinconicamente.
-- Come t'inganni, Cesare mio!... Io non ho più che un ufficio nella
vita, e non so neanche se mi basterà la lena per quello... Render meno
penosi gli ultimi anni ai nostri vecchi, ecco la mia unica ambizione...
E quando avrò chiuso loro gli occhi non impetro che una grazia dal
Signore: morire anch'io, morir quì, in questa villa.
Sciogliendosi dal fratello, s'era accostata alla portiera che metteva in
giardino, aveva posato la fronte sui vetri.
Cesare le portò una sedia.
-- Devi essere esausta... Non hai avuto un minuto di requie in tutta la
giornata.
-- È meglio ch'io non segga -- ella disse. -- Fin che la macchina va...
Dormirò un'ora di più domattina.
Guardava fuori, nella luce sempre più fievole del crepuscolo. Il vento
continuava a infuriare; cadevano sull'ajole l'ultime rose; divelti dai
gracili rami, i bianchi fiori stellati del bel gelsomino che
s'arrampicava tra le finestre volteggiavano in aria come fiocchi di
neve, e venivano ad ammucchiarsi sul ripiano della scalinata...
-- È l'inverno, è l'inverno che s'annunzia -- sospirò l'Angela. E la
tristezza della sua anima si confondeva con la tristezza della natura.
Pareva invece che il brutto tempo ed il bujo avessero ingalluzziti
quelli che si trovavano in salotto. Fra risate ed applausi una voce di
donna, la voce della Marialì, canticchiava una strofa sguajata della
-Vie parisienne-.
-- Beata lei che ha sempre buonumore! -- esclamò l'Angela rivolgendosi al
fratello.
Cesare rispose: -- Sì, ma se verrà il momento in cui nessuno più le
faccia la corte, morirà disperata.
-- Non verrà mai quel momento -- soggiunse l'Angela con un'intonazione
amara in cui si tradiva il malanimo della donna virtuosa e non bella
verso l'avvenente e leggera alla quale vanno tutti gli omaggi.
-- Verrà tutto in una volta, non dubitarne -- ribattè Cesare Torralba. -- E
allora sentirà il vuoto della sua vita... sentirà che cosa sia non esser
stata nè buona moglie, nè buona madre.
La Marialì, accompagnandosi sul pianoforte, seguitava a cantare:
-Je suis la veuve... la veuve d'un colonel.-
Ma s'interruppe ad un tratto, e spalancando l'uscio fece irruzione nella
sala.
-- O che non ci son lumi in questa casa?
Dietro di lei, nel vano della porta, si movevano alcune ombre: don
Antonio, la signora Cesira, il maestro di scuola, l'organista di San
Vito.
Don Antonio borbottava: -- Che bisogno c'era di lumi?
-- Già -- ribatteva petulantemente la Marialì; -- a lei piace l'oscurità...
Scommetto che le riceve all'oscuro le sue pecorelle... Ah don Antonio,
don Antonio, se lo sapesse don Luca!... E lei, signora Cesira, non vada
mica a confessarsi da quel poco di buono.
Don Antonio alzava la voce per protestare, ma la Marialì lo fece tacere
con un gesto, ed essendosi accorta della presenza dell'Angela la
sollecitò a dar gli ordini perchè accendessero i lumi.
-- Ci tieni come le galline, diavolo!
XVIII.
Quasi si fossero dati l'intesa, Luciano, Girolamo, la Letizia e l'Adele
scendevano contemporaneamente le scale, lagnandosi delle tenebre in cui
erano immersi. I due uomini avevano ciascuno un fascio di lettere da
impostare.
-- Questa Villarosa è un paese barbaro -- brontolava Luciano. -- Nè gaz, nè
luce elettrica... Come si fa a viverci?
-- Si vive come si può -- rispose l'Angela dopo aver sonato il campanello
per chiamare il domestico.
-- Ormai la luce elettrica l'hanno tanti paesi piccoli -- osservò
Girolamo. -- Che cosa ci vorrebbe a introdurla quì?... La forza d'acqua
l'avete.
-- Ci vorrebbe qualcheduno che se ne occupasse -- rimbeccò l'Angela. -- Non
potete pretendere che se ne occupino il babbo o la mamma... o che me ne
occupi io... che ho già abbastanza pesi sulle spalle...
Montato sopra uno scaleo di legno, con un muso lungo due palmi, Giacomo
consumava i fiammiferi senza riuscir ad accendere la modesta lampada a
petrolio appesa alla volta. I presenti mormoravano, egli, in alto,
sbuffava.
-- Tira aria da tutte le parti... Bisogna chiuder quell'uscio... quello
lì, di fronte alla scala.
Quando la difficile impresa fu condotta a termine, il servitore discese
fra grida ironiche di -bravo, bene-.
-- E ora fa più bujo di prima -- disse la Marialì, mentre Giacomo,
trascinandosi dietro lo scaleo, s'avviava al salotto.
-- Benedetta la luce elettrica! -- esclamò la Lucrezia Alvarez. -- Noi
l'abbiamo anche nella nostra villa di Posilipo e non c'è che da girare
una chiave per accendere e spegnere... È un risparmio immenso di tempo e
di lavoro. Col numero di lampade che abbiamo noi, ci vorrebbe un
accenditore apposta.
-- La luminaria di Pisa addirittura -- masticò Cesare fra i denti.
Luciano e Girolamo agitavano i loro pacchi di lettere sotto il naso
dell'Angela.
-- Avrai una persona da mandare a San Vito?
Don Antonio, il maestro di scuola e l'organista si fecero avanti.
-- Se vogliono consegnarle a noi... Noi dobbiamo pur recarci a San Vito.
-- Oh, oh -- saltò su la Marialì. -- Non restano a cena con noi, loro tre e
la signora Cesira?
-- Per me è impossibile... pur troppo -- replicò don Antonio. -- Devo
essere alla parrocchia stasera... Con don Luca non si scherza.
-- Lo lasci cantare -- disse la Marialì con una spallucciata.
-- Oh sì... Già che sono nelle sue grazie, dopo che l'anno scorso m'ha
côlto a cacciar sui suoi campi...
Anche il maestro e l'organista, per varie ragioni, erano costretti ad
andarsene; solo la signora Cesira non fiatava perchè aveva paura dei
lampi (non c'erano ancora ma potevano venire) e avrebbe preferito che le
permettessero di passar la notte a Villarosa... in un cantuccio
qualunque.
-- Corpo di bacco! -- borbottava don Antonio che s'era avvicinato alla
portiera. -- Corpo di bacco! A star di là in buona compagnia non ci si
era accorti di quel po' po' di temporale che minacciava... E ora
incomincia a piovere.
Grossi goccioloni percotevano obliquamente i vetri delle finestre,
cadevano, rimbalzando, sul marmo della gradinata.
-- Pazienza! -- sospirò don Antonio. -- Tanto bisogna avviarsi.
-- Coraggio! -- soggiunse il maestro di scuola costretto dalla sua
condizione sociale a dar l'esempio delle virtù civili.
E l'organista si rimboccava i calzoni guardando con aria patetica le sue
scarpe nuove destinate ad inzaccherarsi.
Ma l'Angela che s'era allontanata in silenzio tornò portando una parola
consolatrice.
-- O credono che li lasci andare a piedi?... Che diamine!... Ho ordinato
già di attaccare... Così la carrozza li deporrà sani e salvi a San Vito,
e Pietro, il cocchiere, s'incaricherà delle lettere... Sono in quattro
che partono... Bisognerà che si ristringano il più possibile.
-- Benedetta quella nostra signorina Angela! -- esclamò don Antonio con
entusiasmo. -- Lei pensa a tutto, lei provvede a tutto.
Côlta da una subitanea inquietitudine, la Letizia Alvarez girava su e
giù per la sala.
-- E Max e Fritz che non si vedono ancora!
-- Sono in giro anche Frassini e l'Antonietta -- soggiunse con calma la
Marialì. -- Piglieranno un po' d'acqua. Non sarà poi una disgrazia
irreparabile.
-- Loro sono usciti col sereno -- osservò Luciano.
-- Un bell'originale è mio figlio Tullio che venti minuti fa si dirigeva
a gran passi verso il cancello con un ombrellone sotto il braccio... Io
che stavo fissando un'imposta della mia camera mi provai a chiamarlo...
Oh sì... non m'ha sentito, o non m'ha dato retta.
-- Dove sarà andato? -- pensava l'Angela ricordandosi i discorsi del
nipote e la sua dichiarazione di voler partire. Ella non poteva credere
ch'egli fosse veramente partito così, senza salutar nessuno, senza
prender la sua roba; ma, allora, dov'era andato, in nome del cielo? Non
aveva proprio pietà di lei? Non gli pareva ch'ell'avesse bastanti
emozioni in quel giorno?
Pian piano qualcheduno le si avvicinò per di dietro, le pose le mani
sulle spalle.
-- Ancora quì, signorina Angela, ancora in piedi? Non le avevo
raccomandato di riposare?
-- Oh Vignoni -- ella disse voltandosi con uno sforzo manifesto e senza
rispondere alla interrogazione. -- M'ero dimenticata di lei.
-- Brava!
-- E il babbo? E la mamma?
-- Li ho lasciati in questo punto... Pisolavano tutti e due... Credo che
dormiranno fino a ora di cena... Ma lei, lei, signorina Angela?
Sfuggendo lo sguardo indagatore del medico ella borbottò: -- Più tardi,
più tardi... Sa che con questo tempaccio metà dei nostri ospiti sono a
spasso?
-- E per questo? Che vuol che succeda?
Fuori, nella notte precoce, il rumore d'una carrozza che si fermava
davanti alla scalinata. La fiamma dei fanali oscillava, mossa dal vento.
-- Chi è? Cos'è?
Era il legno che l'Angela aveva fatto attaccare.
-- Oh -- chiese l'organista; -- il dottor Vignoni viene anch'egli con noi?
-- Perchè no? -- disse don Antonio. -- Non siamo mica colossi... E in caso
disperato uno di noi si prende sulle ginocchia la signora Cesira.
Offesa nella sua verecondia, la maestra fece un gesto d'orrore. E poichè
il suo intimo desiderio era quello di rimanere, ella dichiarò che cedeva
volentieri il posto al dottore, che non aveva fretta e che forse il
tempo si sarebbe rabbonito più tardi ed ella avrebbe potuto andarsene
con le sue gambe... In ogni modo, se pur fosse stata bloccata a
Villarosa, si sarebbe contentata di passar la notte su una poltrona,
avvolta in uno sciallo pesante.
Certo, in condizioni ordinarie, l'Angela non avrebbe esitato a offrire
asilo alla maestra, ma oggi tra perchè la villa era piena, tra
perch'ella si sentiva esausta e sfinita, non le parve vero che il dottor
Vignoni rispondesse in vece sua.
-- No, signora Cesira, in carrozza ci vada lei... A me quattro goccie
d'acqua non danno disturbo e anche in mezzo alla pioggia la mia
bicicletta mi porterà a casa in un quarto d'ora.
E chinandosi all'orecchio dell'Angela, il dottore soggiunse: -- Sono
ostinato e non vado via di quì finchè non la ho accompagnata in un
angolo tranquillo ov'ella possa, se non dormire, almeno distender le
membra.
Ella gli strinse la mano.
-- Grazie, Vignoni.... Resti con noi che sarà una gran bella cosa. Ma non
voglia l'impossibile... Se trova un angolo tranquillo in tutta
Villarosa, è bravo.
-- Oh per questo, lasci fare a me... appena avremo spedito quella gente.
E accennava alla signora Cesira, a don Antonio e agli altri due, ormai
pronti alla partenza.
-- Buona sera e buon viaggio...
-- Brr! Che aria!
-- E che acqua!
-- Presto, che piove anche in sala.
-- Avanti la -dama- -- diceva il galante arciprete. -- Avanti la signora
Cesira... Adagio nello scender gli scalini, che se va con le gambe
all'aria ci da qualche brutto spettacolo.
L'organista e il maestro di scuola risero sguajatamente.
La signora Cesira fece il cipiglio.
-- Lei, don Antonio, col vestito che indossa, non dovrebbe tenerli di
questi discorsi.
-- To', che male c'è?
-- Pietro, le lettere son bene al sicuro? -- gridarono Luciano e Girolamo.
-- Sicurissime, non dubitino -- replicò il cocchiere scuotendo le briglie
sul collo del non focoso quadrupede che si avviò al piccolo trotto.
Cresceva intanto l'agitazione della Letizia.
-- E non ci sarà un altro legno che possa andar alla ricerca di quei
ragazzi?... Ho il presentimento d'una disgrazia.
-- Non abbia di queste paure -- disse pronto il dottor Vignoni -- Non siamo
nè sulle Alpi, nè in un deserto, nè al polo... Le nostre strade sono
diritte, larghe e piane... Da quì a San Vito non ci son precipizi, non
ci son fiumi, non ci sono neanche fossati profondi.
-- Il -tandem- può essersi ribaltato a ogni modo...
-- Che? Che?... I suoi figliuoli ne saranno discesi e se lo tireranno
dietro pacificamente... A meno che non si siano ricoverati in una
fattoria, in un casolare di contadini, ad aspettare che cessi la pioggia
o che cessi il vento... Non mi maraviglierei che mentre parliamo fossero
tutti insieme a contarsela davanti a una bella fiammata, i signorini
Alvarez, il signor Frassini, la signorina Antonietta e il signor Tullio;
perchè... se non ho sentito male quando entravo in sala... son fuori
anche loro.
-- Già -- rispose la Marialì sedendo sopra una cassapanca e invitando
Vignoni a fare altrettanto; -- son fuori, ma non vedo che ragione ci sia
di guastarsi il sangue... In fin dei conti, lo sapete che ora
abbiamo?... Mancano dieci minuti alle sei, e se fosse bel tempo non
sarebbe ancora notte piena.
-- Dieci minuti alle sei? -- ripeterono in coro i tre fratelli Torralba
guardando l'orologio per persuadersi della verità dell'affermazione...
-- Bisogna collocarsi proprio sotto il lume per distinguer le sfere e i
numeri del quadrante -- brontolò Luciano. -- -Quel éclairage, mon
Dieu!-... Appunto, mancano 8 o 10 minuti... E... -quelle est l'heure de
souper?-... Scusate: a che ora si va a cena?
-- Alle 8½, al solito -- disse l'Angela.
-- -Sacrebleu!- Come s'impiegano queste due ore e tre quarti?
E Luciano pensò alla sua banca, e Girolamo ai corridoi della Camera e ai
tavolini del Caffè Aragno, e Cesare al movimento febbrile di
-Wallstreet- a Nuova York.
-- -In illo tempore- c'era un bigliardo -- osservò Girolamo reprimendo uno
sbadiglio. -- Era quì in sala.
L'Angela fece il gesto di chi accenna a cose remote.
-- Son tanti anni che non c'è più... da quando il babbo cominciò ad aver
la vista debole e a non poter maneggiare la stecca... Per noi era un
ingombro e lo abbiamo ceduto ad un villeggiante vicino, quel conte Mazzi
ch'è stato prima a farci visita.. Se volete gli scacchi, il dominò, le
carte...
Luciano propose un -whist-.
I fratelli acconsentirono.
-- L'Adele farà il quarto... a meno che la Marialì o la Letizia...
L'Adele, la donna politica, che s'era ritirata in un angolo con un
mucchio di giornali, udendo pronunziare il suo nome, alzò gli occhi
dalla -Tribuna- e chiese: -- Chi mi domanda?
Ma la Letizia scoppiò con la violenza d'un tubo di gaz.
-- Siete gente senza cuore... Mi vedete in queste angustie e venite a
propormi una partita al -whist-!... Altro che -whist-!... Giacchè fra
tanti uomini non ce n'è uno che si muova, andrò io stessa incontro ai
miei figliuoli... Salgo a prendere il mio -impermeabile-, e vado.
-- Aspetta, via, sii ragionevole... Se alle 6½ non saranno tornati,
penseremo a qualcosa -- disse l'Angela.
-- E se vorrai assolutamente prender parte alla spedizione t'accompagnerò
io -- seguitò Cesare per rabbonire la sorella maggiore verso la quale
egli riconosceva d'esser stato in quei giorni un po' aspro e mordace.
-- Dio! Che tragedie inutili! -- esclamò la Marialì. -- Cercherete anche di
mio marito e di mia figlia.
-- E di Tullio -- soggiunse Luciano.
-- Poi se tarderemo -- ripigliò Cesare ridendo -- organizzerete una
spedizione nuova in nostro soccorso. Peccato che non ci siano cani di
San Bernardo a Villarosa.
La Letizia divenne rossa rossa e stava per esplodere una seconda volta,
quando, dall'uscio dell'andito che dava in cucina, si sporse un visetto
florido e tondo e una voce femminile chiamò: -- Signorina Angela,
signorina Angela.
Era la sottocuoca, quella Lisa, che, la sera innanzi, aveva solleticato
gli appetiti di Giulio Frassini.
-- Ebbene?
-- I signori mandano a dire che vanno a mutarsi vestito e scenderanno
subito.
-- Che signori?
-- I signorini Max e Fritz... poi la signorina Antonietta e suo padre...
-- Di dove son passati?
-- Dalla parte della cucina per far più presto... Son saliti per la
scaletta di servizio.
-- E il signor Tullio non era con loro? -- chiese l'Angela.
La Lisa rimase perplessa. -- Non ci ho badato... oh, ma ci sarà stato
anche lui... Eran così frettolosi.
-- Hai sentito, Letizia?... Sono arrivati felicemente.
Ma, sin dal primo annunzio, la Letizia s'era dileguata.
-- È andata a rasciugare -i bimbi- -- disse la Marialì. -- Come li avvezza
bene!... Per me attendo quì di piè fermo il mio signor consorte e la mia
figliuola... Anzi, se credete di cominciar la partita, farò io -il
quarto-... Mi pare che l'idea venisse da Luciano...
-- Sì, ma volevo pur sapere se Tullio è rientrato con gli altri.
La stessa risposta diede l'Angela al dottore che insisteva per mandarla
a riposare.
-- Sì, ma dopo che avremo visto se c'è anche Tullio.
XIX.
-- Tullio? -- disse l'Antonietta che fu la prima a comparir in sala. --
No... noi non l'abbiamo incontrato.
-- Ma di dove venite?... Da San Vito?
-- Oh no... Dalla parte opposta... da una località che chiamano dei
-Platani-... Sai, zia Angela, dove c'è quel platano grande grande
circondato da altri minori... Ci si va voltando a destra della
fattoria...
-- Vuoi che non sappia?
La ragazza continuò: -- Il babbo, approfittando del cielo coperto, s'era
fermato per buttar giù uno schizzo... egli odia gli effetti di sole...
quando si levò il vento e convenne battere in ritirata... Appunto nel
ritorno c'imbattemmo in Max e Fritz che facevano una passeggiata in
-tandem- senza una mèta fissa... Oh, furono d'una galanterìa perfetta...
Vollero a tutti i costi scender dal -tandem- e camminare con noi... È
vero che non conoscevano bene la strada... E v'assicuro che non ci è
parsa una strada breve con quel po' po' di vento che soffiava e a volte
ci toglieva il respiro, a volte minacciava di rovesciarci. Sul più bello
è cominciata la pioggia e con la pioggia s'ebbe un cambiamento di scena.
Se prima eravamo avvolti da nembi di polvere, adesso eravamo accecati
dall'acqua, e l'acqua e la polvere mescolandosi insieme formavano per
terra uno strato di fango in cui il piede s'affondava sino alla
caviglia; se prima le mie sottane si gonfiavano come vele adesso mi si
appiccicavano, fradicie, intorno alle gambe impedendomi il passo; nè i
miei disgraziati cugini stavano meglio di me, con quel loro pesantissimo
-tandem- da spingere innanzi nella mota e nelle pozzanghere.
-- Non potevate ripararvi in un casolare, in un pagliajo? -- Chiese la
Marialì.
-- Oh sì... sarebbe convenuto internarsi nei campi e non ci si vedeva più
in là del naso... E poi Max e Fritz avevano una gran fretta d'arrivare e
piagnucolavano: -- Che cosa dirà la mamma? -- In confidenza... non c'è
mica la zia Letizia?... io propenderei a credere che un tantino di paura
quei giovinetti l'avessero... Bah!... Non c'è l'obbligo di nascere
eroi... Insomma, eccoci quì sani e salvi... Ma di Tullio nessuna
traccia... È evidente ch'egli ha preso la via di San Vito.
-- In tal caso -- osservò Luciano -- la carrozza lo avrà raggiunto e lo
avrà raccolto... Egli andrà fino al paese con la signora Cesira e coi
suoi compagni e tornerà indietro solo con tutto comodo... Mi sembra che
possiamo principiar tranquillamente la nostra partita... Dunque, chi è
che fa il quarto? L'Adele o la Marialì?
-- Se mi lasciaste in pace? -- borbottò l'Adele che aveva deposto la
-Tribuna- e stava spiegando -Il Capitan Fracassa-.
-- Un momento e vengo io -- disse la Marialì ch'era occupata ad aggiustar
la -toilette- dell'Antonietta. -- C'è la mia figliuola che, nella fretta
di scendere, non s'è neanche rasciugati i capelli nè agganciati i
bottoni del vestito.
-- Ci accusano di gingillarci davanti allo specchio -- replicò
l'Antonietta mal celando la sua impazienza. -- Ho voluto mostrare che al
bisogno sappiamo far più presto degli uomini.
-- A far più presto in questo modo c'è poca bravura -- riprese la Marialì.
-- Oh, ecco un altro reduce! -- esclamò Cesare Torralba accennando a
Frassini che entrava con l'aria cupa d'un cospiratore e salutava appena
i presenti.
-- Dunque -- gli chiese pronta l'Antonietta svincolandosi da sua madre, --
non rimane proprio nessuna traccia?
Giulio Frassini sospirò: -- Nessuna. L'acqua ha scancellato tutto... È
una fatalità. C'era qualcosa lì dentro, c'era un'idea, un simbolo.
Cesare non potè trattenersi dall'interrompere.
-- Benedetto uomo! Lavora col sole come i semplici mortali.
Frassini guardò il cognato con profonda commiserazione.
-- Il sole è buono pei mestieranti, pei virtuosi della forma. La vera
arte sdegna i contorni e il colore. Che cosa ci vuole per riprodurre i
contorni? L'abilità della mano. E pel colore? Una felice disposizione
dell'occhio. Qualità subalterne. L'essenziale sta nell'esprimere
l'inesprimibile, nell'afferrare l'inafferrabile. E questi si rivelano
assai meglio nell'ombra che nella luce.
Quì Giulio Frassini s'accorse che nessuno dei presenti era in grado
d'intender le sue teorie estetiche, e traversata rapidamente la sala
evitando di scontrarsi a faccia a faccia con l'Angela, si recò nel
salotto ove il fratello Luciano era entrato prima di lui e accendeva le
candele sul tavolino da gioco.
-- Oh bravo! -- disse costui. -- Poichè quelle donne fanno le preziose,
scritturo te per il -whist-.
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