che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non capiscono niente. Frattanto una singolare nervosità s'era impadronita dell'Antonietta che non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute, senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno. Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un album di fotografie, borbottando: -- Par d'esser in una fiera di villaggio. Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico lamento della «-Traviata-». Addio del passato bei sogni ridenti. -- Oh -- dichiarò Ercole Torralba -- questo vogliamo sentirlo tutto. -- Mi ricordo quando lo cantava la Spezia -- disse la signora Laura. -- E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno. -- E la Piccolomini? -- E la Patti? -- La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non l'aveva nessuna... -- Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati -- replicò in tuono reciso l'ex Prefetto. -- Per me la Spezia. -- Ma che? Ma che? Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una confusa notizia. «Addio del passato bei sogni ridenti.» Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto. -- Cosa c'è? Cos'è stato? La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le braccia al collo della zia Angela. -- Ma cos'hai, bimba? Spiegati. -- Non lo so -- ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela. -- Vorrei morire anch'io come Violetta... -- Insomma che dice? Che ha? -- Niente, niente -- ripeteva l'Angela. -- Non agitarti, babbo, non ti agitare, mamma... E non vi movete. La Marialì sorrise. -- Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito... -- Antonietta, Antonietta! -- supplicava Tullio, côlto da una vaga inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina? -- Lasciala in pace -- intimò la zia Angela. -- La conduco io a respirare una boccata d'aria. -- Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo? -- Già, dov'è Frassini? -- Ma! -- disse Girolamo. -- Prima era di là con noi, poi è uscito in giardino. -- Meglio. Lo troveremo noi -- ripigliò l'Angela cingendo col braccio la vita dell'Antonietta e trascinandola seco. -- No, no, è inutile che nessuno ci accompagni. Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri, quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a qualcheduno che la inseguiva: -- Smetta! Basta!... In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle piante. Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola. La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta. -- Rientriamo -- ella disse con una calma che contrastava con l'eccitazione di poco fa. -- È inutile cercare il babbo ora. -- Perchè? -- balbettò l'Angela. -- Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia riconosciuta la Lisa? E soggiunse, in uno scoppio di pianto: -- Hai visto? La mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle serve!... Non ho ragione dì voler morire? XIII. Se l'Angela Torralba aveva dormito poco nelle notti precedenti, quella notte ella dormì ancora meno. Gl'incidenti della sera, riaprendo nel suo cuore piaghe ch'ella credeva rimarginate, sconcertando disegni che sorridevano alla sua fantasia, avevano avvelenato per lei la gioia di quella festa di famiglia. Ella non sapeva che cosa più l'avesse ferita: o la civetteria incorreggibile della Marialì, o il libertinaggio volgare di Giulio Frassini, o la leggerezza di Tullio, che, pur volendo bene all'Antonietta (bisognava esser ciechi per non accorgersene) non si vergognava di far lo smorfioso con la madre di lei. E come le suonavano all'orecchio le parole della nipote: -la mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui si perde dietro le serve!- Che luce gettavano sulla vita coniugale di sua sorella e di suo cognato! Passavano gli anni e la Marialì era sempre la stessa, sempre giovine, sempre bella, sempre affascinante... e sempre viziosa... Ma egli, oh quanto s'era mutato! L'artista si rodeva ormai nella sua impotenza, l'uomo era abbrutito... Ah forse con un'altra donna non sarebbe stato così! Pur l'Angela capiva che non c'era più modo di salvar nè l'uomo nè l'artista; e in ogni caso che mezzi aveva ella per tentare quest'opera? Ma l'Antonietta, quella sì doveva esser ancora possibile di salvarla, di toglierla dall'ambiente corrotto ov'ella viveva. Bastava trovarle un marito degno di lei... Tullio? Sicuro, Tullio, quest'era il compagno che fino a iersera l'Angela destinava in cuor suo alla nipote, pregustando la gioia delle prossime nozze, accarezzando con voluttà l'idea della famigliola che, per riconoscenza, sarebbe venuta spesso a Villarosa, vi avrebbe portato un soffio d'amore e di giovinezza... Ora però la sua fede era scossa... Chi le diceva che Tullio fosse disposto a sposarsi? Chi le diceva ch'egli non fosse uno dei tanti damerini che scherzano volentieri con una ragazza, che la lusingano e poi la piantano lì?... E l'Antonietta? O che c'erano prove positive ch'ella fosse innamorata sul serio di Tullio?... Degl'indizi, sì, in quantità, ma delle prove?... Iersera, in giardino, l'Angela si proponeva di strapparle una confessione esplicita, ma l'episodio grottesco della Lisa e di Frassini aveva mandato ogni cosa all'aria... Dunque?... Dunque il bel castello di carte non si reggeva, e le balde speranze concepite dall'Angela Torralba impallidivano al punto di non esser che un pio desiderio. Se nonchè, ostinato, indomabile, il desiderio rianimava a poco a poco le speranze, rianimava la volontà, persuadeva l'Angela della necessità di moversi, di agire, di conoscere a fondo i sentimenti dei due cugini. Perchè se quelli si amavano davvero, sarebbe stato facile di togliere i malintesi fra loro, di superar gli altri ostacoli che certo si sarebbero incontrati per via. Ed ecco che quì le si affacciavano nuove difficoltà. Il colloquio con ciascuno dei due nipoti, che sarebbe stato in condizioni normali la più agevol cosa del mondo, come, quando averlo, oggi, con la casa piena d'ospiti, con la giornata densa di occupazioni? Avrebbe l'Angela avuto un ritaglio di tempo per sè? All'alba forse, quando tutti ancora posavano. Ed ella, rivoltandosi fra le coltri, aspettava l'alba con impazienza. Al primo raggio di luce che penetrasse attraverso le imposte sarebbe balzata dal letto, avrebbe ordinato alla Maddalena di vigilar sui padroni, sarebbe salita da Tullio. Sì, ell'avrebbe parlato a Tullio pel primo, tanto più che dall'Antonietta ella non poteva andare; l'Antonietta dormiva con la Marialì la quale non aveva voluto saperne d'intimità coniugali. La camera che la zia aveva allestita per la nipotina, la camera ov'ell'aveva fatto portare le più belle rose del giardino, era occupata invece da Giulio Frassini. Ironie della sorte! Quando le parve giunto il momento, l'Angela si alzò, a tastoni, senz'accender il lume, senza far rumore. Ma i suoi genitori avevano il sonno leggero e si destarono tutti e due. Da destra e da sinistra ella sentì chiamarsi: -- Angela! Angela! Ella dovette recarsi nell'una e nell'altra camera, dar una ragione qualunque del perchè fosse mezzo vestita, persuadere i due vecchi a starsene tranquilli nel loro letto e non pensar neanche di muoversi fin che non fosse tornata lei. Così ella perdette un'ora buona, e allorchè finalmente uscì nella sala era giorno fatto. -- Tu sta attenta al babbo e alla mamma -- ella disse alla Maddalena ch'era in piedi da un pezzo. -- Io devo parlare a mio nipote Tullio. Non l'hai mica visto scendere? -- No; ma ho sentito uno scalpiccìo per le scale... Non so se fosse il signor Tullio; però qualcheduno in giardino c'è sicuramente... Dalla cucina sbucò Giacomo, il servo. -- Il signor Tullio?... Saranno dieci minuti ch'è sceso... E non è stato il primo... -- Tutti così mattinieri? -- Tutti no... Ma la signora Letizia e il signor Girolamo passeggiavano insieme davanti alla casa poco dopo le sei e mezzo... E ora che ci penso, il primo dev'esser stato il signor Giulio... Non è però uscito con loro... Credo sia in salotto... Se vuole che lo avverta. -- No -- disse bruscamente l'Angela. E soggiunse: -- Nessuno ha preso il caffè e latte? -- Dalle sette mezzo in poi la prima colazione sarà pronta per chi la desidera -- replicò Giacomo. -- Non si poteva immaginarsi che quei signori si alzassero al canto del gallo... Del resto, per lei il caffè ci sarebbe... -- Lo prenderò più tardi. E imbacuccandosi nello sciallo fece per aprir la portiera che dava in giardino. Una voce maschile chiamò: -- Angela! Era Giulio Frassini. Ella, che pur era stata avvertita della presenza del cognato, trasalì e s'imporporò in viso. -- Addio, Giulio... Scusa se ti lascio... Devo dar qualche ordine al giardiniere. -- Non posso accompagnarti? -- egli chiese umile, quasi supplichevole. -- Non posso dirti una parola? Come respingerlo? Ella fece uno sforzo e rispose: -- Vieni pure... Ma capisci bene che son piena di faccende. -- Non ti tratterrò a lungo -- ribattè Giulio, mentre, a fianco dell'Angela, scendeva la scalinata. -- Che cosa penserai di me? -- egli disse a bassa voce, col tuono di chi si sente già condannato e accetta la propria condanna. Ella tentò di schermirsi. -- Perchè mi rivolgi questa domanda? -- Dopo quello che hai visto iersera... Sempre più inquieta e nervosa, l'Angela lo pregò di desistere. -- Non t'intendo... Non ho visto niente. -- Oh non lo dire... Che lo dica l'Antonietta è naturale... per non far arrossire suo padre. -- E tu hai parlato di questo con la tua figliuola? -- No... questa volta no. L'Angela lo guardò con un'espressione tra severa e dolente. -- -Questa volta?- -- ella ripetè. Egli taceva seguendola a capo chino. Passarono dinanzi all'oratorio che sorgeva, semplice e bianco, accanto alla casa. Proprio allora ne usciva un lavorante reggendo una scala a piuoli; dietro di lui Bortolo, il giardiniere, che si levò rispettosamente il berretto. -- Com'è mattiniera, padroncina! -- Oh, appunto di te cercavo -- ella disse avvicinandosi a lui nella sua impazienza di troncare il colloquio con Frassini. -- Hai visto mio nipote Tullio? -- Sissignora. Credo sia andato di là. E accompagnò la parola con un gesto della mano. -- Verso il lago? -- Appunto. -- Lo raggiungerò. -- Non vuole dar prima una capatina in chiesa?... Sentirà come odora... Ho spogliato tutte l'ajole per infiorarne l'altare. -- Ma... mi dispiacerebbe che intanto passasse Tullio. -- Non dubiti... Vado io da quella parte... per preparar l'aranciera... chè domani o doman l'altro penso di metter le piante al sicuro... Il barometro è abbassato. -- Durasse almeno per oggi il bel tempo! -- Speriamo che per oggi durerà... C'è appena qualche nuvola laggiù. E mentre l'Angela s'affacciava alla porta spalancata dell'oratorio, il giardiniere soggiunse: -- Tutto è in ordine. Veda come son lucidi i banchi, il pavimento, i vetri delle finestre... Ieri s'è fatto un -repulisti- generale... Davanti ci sono le due poltrone pel commendatore e per la padrona. L'Angela si decise ad entrare. Bortolo chiese licenza. -- Se mi permette... -- Va, va, e che Tullio m'aspetti sulla terrazza. Tre dei Torralba dormivano l'ultimo sonno sotto le pietre di quel tempietto domestico: il signor Luciano, padre del commendatore Ercole, il signor Luigi, fratello di questo, e il giovine Manlio. E lì sotto, fra non molto, l'Angela avrebbe composto i suoi parenti, e anch'ella, in un giorno che si augurava non troppo lontano, sarebbe discesa a raggiungerli. Per quelli della sua famiglia che vi riposavano ormai, pegli altri che vi avrebbero riposato fra poco, l'Angela amava il piccolo oratorio, sebbene, tranne al Natale e alla Pasqua, non vi si celebrassero funzioni religiose; chè il suo babbo non era punto osservante delle pratiche del culto, e la sua mamma, debole e malaticcia, era naturalmente dispensata da quanto potesse recarle la più lieve fatica. Ella, l'Angela, se qualche domenica voleva ascoltar la messa, andava alla chiesa di San Vito, e schermendosi dal prender posto nelle prime file destinate alle persone notabili del luogo, sedeva in mezzo ai contadini che tutti la conoscevano e l'avevano cara. Poich'ella intendeva così la religione: piuttosto che un complesso di dogmi e di riti, un'elevazione dell'anima, verso l'inconoscibile, un livellamento delle disuguaglianze sociali nella scambievole simpatia che ravvicina gli uomini in nome delle gioje e dei dolori comuni. A ogni modo, nel cuore della donna resta sempre qualche cosa delle credenze e delle consuetudini antiche, ed era stata lei, l'Angela, che aveva insistito perchè in questa solenne occasione l'oratorio della villa s'aprisse e una benedizione di sacerdote scendesse sul capo dei suoi genitori. Un'ombra discreta avvolgeva ancora il tempio silenzioso e raccolto; solo in alto un pallido raggio di sole penetrava fra gl'interstizi di due tende e lambiva la vôlta. Dall'altare ov'erano due coppe di rose si spandeva intorno un'acuta fragranza... come al giorno delle nozze di Marialì. Come al giorno delle nozze!... A ciò pensava in quel momento Giulio Frassini che l'Angela credeva fosse rimasto in giardino e che invece era dietro di lei, ritto, immobile, appoggiato a uno degli stipiti della porta. Di nuovo egli la chiamò a nome: -- Angela! Ella si scosse. -- Mi hai fatto paura. -- Rose, rose! -- egli borbottò. -- Quante ce n'erano anche la mattina del mio matrimonio!... E sarebbe pur stato meglio che la terra mi si fosse sprofondata sotto i piedi! -- Insomma, Giulio -- interruppe l'Angela. -- Che discorsi son questi? Frassini ripigliò: -- Te ne scongiuro, non mi sfuggire. Ho bisogno d'uno sfogo... ho bisogno di spiegarti... L'Angela era sui carboni ardenti. -- Ma se non ti chiedo nessuna spiegazione... Ma se non ho tempo... Via, sii ragionevole, lasciami... Egli le sbarrava l'uscita. -- Cinque minuti, concedimi cinque minuti.. Di quì, se passa Tullio,... perchè tu cercavi Tullio, non è vero?... di quì lo vediamo. -- A che prò, Dio buono? -- diceva l'Angela attorcendo convulsamente il fazzoletto alle dita. Giulio Frassini abbassò la voce. -- È stata -lei- che m'ha ridotto così... Perch'io non disturbassi le sue galanterie, perchè non fossi che un marito d'apparenza, s'è compiaciuta del mio abbrutimento, ha gettato fra le mie braccia le sue serve, le sue cameriere... -- Ma basta! -- supplicava l'Angela coprendosi il viso con le palme e vergognandosi per lui e per sè. Egli non le diede retta. -- E quando son caduto nel laccio -- egli seguitò -- -ella- bandì ogni ritegno... portò in trionfo i suoi amanti sotto i miei occhi... E s'io mi ribellavo, -ella- diceva: -- Mi curo io forse di quel che tu fai? -- Cento volte io, il marito, mi sono umiliato. -- Sì, ho anch'io le mie colpe... perdoniamoci a vicenda... ricominciamo da capo... riprendiamo a volerci bene. -- -Ella- alzava le spalle e continuava a respingermi... Non più una carezza, non un bacio... Il linguaggio di Giulio Frassini scompigliava tutte le idee, offendeva tutti i pudori dell'Angela, ormai invecchiata nell'austerità verginale... Che sozzura il mondo, che sozzura la vita! -- Sei vile! -- ella balbettò. -- Non lo nego... Oh da un pezzo... Quella donna mi ha stregato... fin da quando per lei ne ho abbandonata un'altra... ho abbandonato te... Perchè non t'ho sposata, Angela? E fece per prenderle la mano. Ma ella si ritrasse bruscamente, livida, contraffatta, con un sorriso amaro sul labbro. -- Se Marialì ti vedesse!... -- Oh non sarebbe gelosa... Mai non sono riuscito ad ingelosirla. -- E vorresti ora... per mezzo mio?... Levati di là... Lasciami passare. Egli la tratteneva col gesto, con la voce, con l'umile preghiera degli occhi. -- Ancora un minuto... Non interpretar male ogni mia parola... Ascolta... Allorchè l'Antonietta è rientrata in casa... -- Ebbene? domandò ansiosa l'Angela come pacificata a quel nome. -- Non è stata un freno per voi? Giulio Frassini ebbe un istante d'esitazione. -- Sì, forse la Marialì è meno sfacciata. -- Ma tu, tu? -- Ma verso di me sempre gli stessi rigori. L'Angela battè i piedi impaziente. -- Che me ne importa? Credi ch'io t'abbia domandato questo?... Tu, a quel che sembra, se pur c'è l'Antonietta, non ti confondi. -- È stata una fatalità... Ho perso la testa... È -lei-... sempre -lei- che me la fa perdere... Perchè chiudermi la sua porta?... Perchè mutar la disposizione che tu avevi data alle nostre camere? -- In nome di Dio, finiscila -- esclamò l'Angela. -- Mi fate schifo, tu e la Marialì... E l'Antonietta mi fa pietà... Era ben meglio sposarla appena uscita di collegio. La fisonomia di Giulio Frassini si atteggiò a un'espressione di sgomento. -- Tu pure mi parli del suo matrimonio, tu pure?... E anch'io a volte ci penso... e vorrei spogliarmi d'ogni egoismo e trovare un giovine che fosse degno di lei. -- Ah sì? -- disse l'Angela con uno slancio improvviso di simpatia che contrastava col tuono ironico, tagliente di prima. E stava per comunicare al cognato la sua idea di unire l'Antonietta e Tullio, ma Frassini mutò subito tono. -- Di lì a poco invece -- egli ripigliò con veemenza -- sento che non è possibile, sento che se c'è per me una tavola di salvezza è la mia figliuola... Ella mi compatisce, ella mi perdona... ella mi ajuterà a ricuperare la mia dignità, il dominio su me stesso... Ella che non deride la mia arte, il mio genio, mi ajuterà a dar forma alle visioni della mia fantasia... Perchè c'è della roba quì dentro -- e si picchiò la fronte -- a dispetto dei critici, a dispetto dei giurì che rifiutano i miei quadri... Oh, mi renderanno giustizia... Ma che non mi portino via l'Antonietta... Quella sarebbe la mia sentenza di morte come artista e come uomo... M'intendi, Angela?... O l'Antonietta resta con me, o... Non terminò la frase, non aspettò la risposta, fece un gesto disperato e scappò via, piantando l'Angela più turbata, più confusa che mai. XIV. -- E ora che dirò a Tullio? -- ella chiedeva a sè stessa uscendo dall'oratorio. Ciò ch'ell'aveva udito, ciò ch'ell'aveva visto avrebbe dovuto raffermarla nel convincimento ch'era necessario di provveder subito all'avvenire dell'Antonietta. E pur ella sentiva che Giulio Frassini aveva detto il vero; sola tavola di salvezza per lui era la sua figliuola. E la vinceva una pietà immensa di quel povero cervello sconvolto in cui vaghe aspirazioni al bene lottavano con gl'istinti più volgari e più bassi e ove la coscienza del proprio decadimento non escludeva i fumi dell'orgoglio e i sogni ambiziosi di grandezza e di gloria. Poteva ella, che lo aveva amato, contribuire alla sua rovina? Spingerlo a qualche passo estremo? Al suicidio forse? Ma, d'altra parte, l'Antonietta non meritava di esser felice a ogni costo? Non era una colpa imperdonabile il lasciarla fra una madre corrotta e un padre abbrutito?... E s'ella e Tullio s'amavano, era lecito sacrificarli, impedir loro di vivere insieme, di farsi una famiglia gioconda, sana, virtuosa? Combattuta tra pensieri diversi, l'Angela avrebbe volentieri ritardato il suo colloquio col nipote, ma poich'ella gli aveva mandato a dire per mezzo del giardiniere che l'aspettasse sulla terrazza sentì che non l'era lecito farlo aspettare invano e s'avviò a quella volta, prendendo, per giungervi più presto, un sentiero che rasentava l'orto e dall'orto era diviso da un'alta e fitta siepe di bosso. Senonchè, dopo una trentina di passi, la colpì un suono di voci, ch'ella tosto riconobbe per quelle di suo fratello deputato e di sua sorella Alvarez. Desiderosa d'evitar incontri che l'arrestassero sul suo cammino, ella era sul punto di sgattajolare per una viottola laterale, quando s'accorse che le due voci venivano di là dalla siepe e ch'ella poteva tirare innanzi non vista e non disturbata. Infervorati in una conversazione vivace, la Letizia e Girolamo parlavano basso; non tanto però che alcune frasi non giungessero distinte all'orecchio dell'Angela. -- Con quella sua aria di santa s'ingegna -- diceva la Letizia. E Girolamo borbottava un assenso in cui l'Angela colse questa frase: -- Il testamento dello zio Luigi... -- Sarà lo stesso ora -- replicava l'Alvarez. -- Tutta la disponibile sarà per lei... È inutile; con la vostra apatia... L'onorevole protestò: -- La nostra?... E tu?... E Luciano?... E la Marialì? Con la morte nell'anima, l'Angela si cacciò nel fitto degli alberi, dimentica della mèta che s'era prefissa, non d'altro bramosa che di togliersi da quel luogo nefasto, ove il suo mal genio l'aveva condotta, ove una forza maggiore di lei l'aveva inchiodata per qualche secondo... Erano questi dunque i pensieri che, nel giorno delle nozze d'oro de' suoi genitori, occupavano la mente di sua sorella Letizia e di suo fratello Girolamo? Per questo ell'aveva raccolto la famiglia dispersa? Per questo aveva scritto tante lettere, prodigato tante cure, speso tanto danaro? Per questo, per sentir discutere di testamenti e di eredità, per sentirsi accusar d'ignobili intrighi, di macchinazioni venali? E chi sa? O in un altro angolo del giardino, o su in casa, la Marialì e Giulio Frassini, Luciano e l'Adele, riuniti in conciliabolo, manifestavano la stessa opinione sul conto suo... E Cesare?... Oh, Cesare lo avrebbero lasciato in disparte come complice probabile della sorella. Non era stato anch'egli favorito dallo zio Luigi? Il contrasto fra la realtà e le apparenze, fra la bassezza rivelata dal colloquio ch'ell'aveva sorpreso e lo spettacolo di pietà filiale, di tenerezza paterna che di lì a poco si sarebbe svolto sotto ai suoi occhi, offendeva l'Angela in ciò ch'ell'aveva di più intimo e sacro, le faceva chiedere a sè medesima com'ell'avrebbe potuto, a sì breve intervallo, trovarsi faccia a faccia co' suoi denigratori, e stringer loro la mano e sorridere... Un rumore di passi interruppe le sue meditazioni dolorose. -- Chi è? -- ella gridò dando un passo indietro. Curvandosi e rimovendo i rami e le fronde, Tullio sbucò da una macchia di sempreverdi. -- Sono io, zia... Quanta brina su queste piante! E nel dir così si scoteva come un cane appena uscito dall'acqua. Indi riprese: -- Il giardiniere mi fece la tua ambasciata... Ma ti ho attesa e non venivi... Non ho avuto pazienza... Ma cos'hai?... Sei pallida... -- Non ci badare... È il freddo, è l'ora... Ho dormito poco. -- Sei tutta fradicia -- disse Tullio passando il braccio sotto quello della zia. -- Andiamo verso la terrazza... c'è il sole... -- Sì, andiamo dove c'è il sole... Ma non verso la terrazza... verso casa ormai -- ella rispose tirandolo dall'altra parte. -- Di quà, di quà... -- Come credi. Uscendo dal bosco, sbucarono sopra un largo sentiero coperto di ghiaja umida che luccicava ai raggi del sole. -- Ebbene? Volevi parlarmi? -- cominciò l'Angela. -- Io?... Sì... Ma tu pure... -- Parla, parla -- ella insistè. Ell'era in preda a un'eccitazione febbrile, le sue labbra tremavano, ogni suo movimento era convulso. Tullio seguitava a interrogarla con lo sguardo. -- Perchè mi guardi così? -- diss'ella infastidita da quell'insistenza. -- Non voglio esser squadrata dalla testa ai piedi come una bestia rara. Ma ella mutò subito intonazione, e fissando in volto al nipote i suoi occhi limpidi e dolci: -- Senti, Tullio -- ella esclamò -- ho bisogno che tu sii buono, che tu sii leale, ho bisogno d'aver fede in te. -- Perchè questo preambolo, zia?... T'ho dato motivo della mia sincerità? -- No... finora. -- Dunque?... Non hai nient'altro da dirmi?... Niente da parte dell'Antonietta? La faccia dell'Angela, che alla luce del languido sole d'Ottobre appariva ancora più bianca e più smorta, si colorì di un fuggitivo incarnato. -- Le vuoi bene davvero? -- ella chiese in un soffio. -- Se voglio bene all'Antonietta?... E me lo domandi? -- Che specie di bene? -- ripigliò la zia. -- S'è quello che si vuole ad una parente, sii cortese con lei, sii affettuoso, espansivo... ma che non ti sfugga nessuna di quelle parole che possono turbare una fanciulla inesperta. -- E s'è un bene diverso? Memore del discorso tenutole da Giulio Frassini, l'Angela dominò la sua emozione. -- Bada, Tullio, sei molto giovine. Sei in un'età che si lascia spesso ingannare dalle apparenze e non è in grado di distinguere una simpatia passeggera da un affetto profondo... Dà tempo al tempo... Interroga te stesso nel silenzio, nella solitudine... lontano da -lei-... Sì... anzi se tu dessi retta alla zia, partiresti da Villarosa dopo la cerimonia... -- Mi scacci! -- proruppe il giovine con amarezza. -- Oh Tullio... puoi credere che la zia Angela ti scacci?... Partiresti oggi per tornar di quì a poco, quando Villarosa fosse rientrata nella solita quiete... Ti confideresti meco, e se tu non avessi mutato pensiero nell'intervallo, allora... chi sa? -- Ch'io parta senz'aver riparlato con l'Antonietta? -- ribattè Tullio punto persuaso delle ragioni dell'Angela. -- Ch'io parta senz'aver avuto la chiave di certe contraddizioni inesplicabili? Ah no, zia, non lo sperare... È da jersera, e ci ho almanaccato tutta la notte... Oggi poi trovo cambiata anche te, che, invece d'ajutarmi, mi scoraggi... Tu sei stata a tu per tu con l'Antonietta; che ti disse?... Che aveva jersera?... Perchè si alzò dal pianoforte a quel modo!... Perchè mi respinse con tanta durezza? L'Angela cercava invano di schermirsi da quell'incalzar di domande, che Tullio rinnovava con insistenza sempre maggiore. -- Nervi... Noi donne siamo nervose... La musica poi ci agita, ci esalta... S'era stancata, ecco... -- Ma che ti disse di me? -- Nulla. -- Oh, è impossibile.. -- Sei presuntuoso, Tullio, sei vano... Vuoi proprio che l'Antonietta non abbia altro in mente?... Per quello che tu badavi a lei jersera! Appena l'Angela si fu lasciata scappar questa frase ella se ne pentì, ma era tardi. Imporporandosi in viso come se l'allusione sibillina avesse destato in lui un rimorso, Tullio balbettò: -- Ella suonava, io ascoltavo... -- Tu ascoltavi la Marialì... Tu eri incantato ad ammirare la Marialì -- replicò l'Angela, ormai non più padrona di sè. -- La zia? Le labbra dell'Angela si atteggiarono a un amaro sorriso. -- Sì, una zia come me... Ma per la Marialì gli anni non passano, ma la Marialì è una di quelle che, anche senza volerlo, fanno girar la testa agli uomini. -- La mamma dell'Antonietta! -- ripetè Tullio. -- E tu supponevi?... E l'Antonietta ha supposto? Ora toccò all'Angela di arrossire fino alla radice dei capelli. Come aveva potuto tenere un discorso simile? Come aveva potuto scagliarsi con tanta acrimonia contro la propria sorella? E tradirsi con Tullio? E fargli balenar l'idea che l'Antonietta fosse gelosa della madre?... Ella, la savia, la buona, la rassegnata, ubbidiva dunque a non sopiti rancori, cedeva al risentimento d'un'offesa vecchia già di vent'anni? E così nè prendendo risolutamente sotto il suo patrocinio l'amore dei due nipoti, nè risolutamente adoperandosi per soffocarlo nel nascere, ella non riusciva ad altro che a portar nell'animo di Tullio lo scompiglio, la confusione ch'erano nell'animo suo. Mentre, nell'agitazione crescente di chi s'accorge d'aver perduto la bussola, ella s'affannava a correggere, a mitigare il senso delle sue parole, Tullio si dichiarava in colpa, dava ragione all'Antonietta. -- È giusto... Jersera ho avuto anch'io uno strano contegno... Ma ne farò ammenda onorevole... Ne domanderò perdono in ginocchio... -- No, Tullio, non far sciocchezze -- supplicava l'Angela. Egli non le dava retta. -- Ora mi spiego... Ah zia cattiva che pretendevi di non sapere!... -- Se ti giuro che non so niente... -- Non ti credo. Ella cercava d'impietosirlo. -- Abbi misericordia, Tullio, non mi tormentare... Vedi come sono abbattuta questa mattina... Ha fatto impressione anche a te il primo momento. Tullio ebbe un po' di rimorso. -- È vero... Sei pallida... Cos'hai? -- Eh, i nodi vengono al pettine... Mi sono tanto affaticata nei giorni scorsi... E oggi ancora, quando penso alle brighe infinite che avrò... alla responsabilità che pesa su me... -- Povera zia, senza di te le nozze d'oro non si celebravano.. A lei salivano le lacrime agli occhi. -- Sì, la ho voluta io questa festa... Mi pareva così bello riunir ancora una volta l'intera famiglia intorno ai nostri vecchi... -- E ci sei riuscita. -- Son riuscita -- ella ripetè con voce sorda chinando il capo. -- Ma oggi è la giornata campale e non vedo l'ora, non vedo l'ora che sia questa sera... Ho sempre paura... Scosse il capo e si sforzò di sorridere -- Saranno ubbìe. Ma è una ragione di più perchè tu non mi dia dispiaceri... Oh, ecco qualcheduno che si dirige dalla nostra parte... Avranno bisogno di me, per miracolo. In fatti, mentre un uomo in cui l'Angela riconobbe il procaccino telegrafico di San Vito, s'avanzava frettoloso lungo il sentiero, un altro (era Giacomo, il servitore) gridava a pieni polmoni, fermo presso una macchia d'abeti: -- Signorina, i padroni si sono svegliati e domandano di lei. -- Vengo, vengo -- ella gridò alla sua volta, accelerando il passo. Cammin facendo ella prese di mano al procaccia i due telegrammi e disse a Tullio: -- Firma tu la ricevuta... Io non ho un minuto da perdere... Ho da vestire i nonni, ho da vestir me... e poi... e poi tutto il resto... A più tardi... Abbi pazienza... E coi due dispacci aperti (due dispacci d'auguri) risalì la scalinata. XV. Dalle nove in poi l'Angela s'era sentita come presa in un ingranaggio, come travolta in un turbine, e benchè avesse dovuto provvedere a tutto, vigilar su tutto, le pareva d'esser vissuta in un sogno, d'esser stata, anzichè una volontà direttiva e cosciente, un cieco stromento di forze ignote ed imperscrutabili. Ora (erano quasi le cinque) insieme col dottor Vignoni, aveva riaccompagnato i suoi vecchi nelle loro camere, e mentre il medico somministrava ad essi qualche calmante, ella, nell'andito che divideva le due stanze, abbandonata sopra una sedia, con la faccia tra le mani, cercava di raccoglier le sue impressioni, di fermar le immagini che, come accade nel sogno e quasi non si riferissero a scene pur dianzi svoltesi davanti a lei, si confondevano nella sua mente. Prima, la -toilette- del suo babbo e della sua mamma. Egli, nella -redingote- attillata, con la sua commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro al collo, faceva ancora una certa figura; ma lei, nel vestito di seta nera che dava maggior risalto al pallore del viso scarno e aggrinzito e si sgualciva in mille pieghe sulla persona esile, curva, rattratta, era proprio una rovina... Poi la cerimonia religiosa. Era strano; di quella cerimonia voluta da lei, di quella cerimonia che, nel suo pensiero, doveva santificare la giornata, l'Angela non si ricordava che qualche futile particolare: l'acuto profumo di muschio che i suoi nipoti Max e Fritz spargevano intorno a sè; la tenda d'uno dei finestrini che gonfiandosi di quando in quando a un fiato di vento lasciava intraveder le teste ricciute dei bimbi del giardiniere, arrampicatisi sugli sporti del muro esterno per guardar dentro nell'oratorio; il risolino sarcastico errante sulle labbra del commendatore Ercole nel momento in cui don Luca, il parroco di San Vito, terminata la messa, aveva creduto bene di aggiungere il suo bravo fervorino magnificando un vincolo conjugale suggellato da mezzo secolo di amore e di fede reciproca, lodando la pietà dei figliuoli accorsi da lidi remoti a rendere omaggio agli autori dei loro giorni, raccomandando il rispetto alla religione, l'ossequio alla Chiesa, porto unico di salvezza... Poi tutti s'erano alzati in piedi, e allora, allora sì l'Angela aveva avuto una grande emozione. Chè ad uno ad uno i figliuoli, il genero, la nuora e i nipoti avevano deposto un bacio sulla fronte degli eroi della festa, ed ella che poche ore innanzi aveva creduto così difficile di trovarsi faccia a faccia con la Letizia e con Girolamo, aveva sentito, in uno scoppio di pianto, in un impeto di tenerezza, spegnersi ogni rancore, e le sue labbra s'erano sporte e le due braccia s'erano aperte volonterose a quelli che l'avevano ingiuriata coi loro sospetti... -- Signorina Angela! Signorina Angela! Gli altri erano in giardino, in attesa del pranzo; ella, chiamata dalla servitù, aveva dovuto sorvegliar gli ultimi apparecchi della tavola imbandita per ventiquattro persone, scintillante di cristalli, lucente d'argenterie, sparsa di fiori... Dalla porta spalancata le giungeva l'eco delle conversazioni vivaci, udiva le risate della Marialì che se la godeva un mondo a ingalluzzire il parroco don Luca e l'arciprete don Antonio, e vedeva passare e ripassare l'Antonietta a braccio del padre, e Tullio dietro a loro, come un'anima in pena. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -Din, din, din...- A tavola, a tavola. Un rumore di sedie smosse, un acciottolio di stoviglie, un tintinnìo di bicchieri; quindi un relativo silenzio; solo dopo la seconda portata il sussiego cessò. E d'allora in poi fu un continuo -crescendo-, fin che il baccano toccò il suo culmine allo sciampagna. I tappi delle bottiglie volavano in aria con lo strepito secco di colpi di rivoltella, la schiuma traboccava dai calici, i brindisi si succedevano, s'intrecciavano, si accavallavano gli uni sugli altri. All'Angela, benchè avesse appena accostato il bicchiere alla bocca, una morsa d'acciajo stringeva le tempie, una nebbia pesante gravava gli occhi, e in mezzo a quella nebbia la tavola le pareva ondeggiare e le figure dei commensali avvicinarsi e allontanarsi a vicenda. Una però le spiccava dinanzi netta e precisa. Era quella della Marialì, nel suo abito chiaro guarnito di pizzi, con una rosa tea inserta nei capelli bruni, con un sorriso provocante sul labbro. E accanto a lei, l'uno a destra, l'altro a sinistra, don Luca e don Antonio con gli occhi imbambolati di chi ha troppo bevuto... Dopo il pranzo il ricevimento in giardino, all'aperto, approfittando della giornata mitissima, forse l'ultima giornata mite dell'anno, perchè il barometro seguitava a scendere e l'occidente andava via via coprendosi di nubi. Il segretario comunale e il farmacista di San Vito con le rispettive consorti, l'assessore anziano, il maestro di scuola, l'organista, tutti acidetti, perchè non erano stati invitati al banchetto, ove pure s'era creduto bene d'invitare il dottore con la consorte e la signora Cesira e don Antonio, e altri ancora... Già si sa, per tutti non c'era posto... bisognava scegliere le persone di maggior conto... Ah, non per questo gli auguri erano meno sinceri... anzi... E apportatori d'auguri e di voti vennero anche il cavaliere Soldani proprietario d'una fornace nelle vicinanze, e l'ufficiale postale di San Vito, e certo signor Mazzi ex negoziante di salumi, il quale, avendo anni addietro comperato in quei dintorni una villa da un'antica famiglia patrizia in rovina, s'era trovato -conte- di punto in bianco, senza suo merito e senza sua colpa, perchè i suoi coloni vissuti sempre alle dipendenze di gente titolata non potevano ammettere d'aver per padrone un plebeo. Il -conte- Mazzi era sordo e rinminchionito, ma appunto per questo il commendatore Ercole lo riceveva volentieri, nell'amara compiacenza di vedere una decrepitezza peggior della sua in un uomo assai meno vecchio di lui. Invece l'Angela ne soffriva, costretta com'era, ella mite e pietosa, ad alzar la voce per farsi intendere, ad ajutarsi con lo sguardo e col gesto per rimettere in carreggiata quel povero diavolo, il quale, ostinandosi a rispondere a caso, ne diceva d'ogni colore. E oggi il -conte-, o fosse più sordo del solito, o lo turbasse la presenza di molte persone, non ne aveva azzeccato una, aveva parlato della sua salute quando gli avevano chiesto della vendemmia, e della sua stalla quando gli avevano domandato notizie di sua moglie inferma, provocando così un'ilarità mal repressa di cui egli aveva finito per accorgersi e che lo aveva indotto ad accorciar la sua visita. L'Angela s'era sentita una stretta al cuore allorchè nel salire sul suo biroccino egli le aveva detto: -- Il suo papà ci vede poco, ma io mi cambierei con lui... Creda pure, una gran disgrazia la sordità. -- E poich'ella gli susurrava qualche parola di conforto, il -conte- le aveva risposto tutto commosso: -- Grazie, grazie... Come va che a -lei- la capisco?... È buona, -lei-. Poco dopo del -conte- Mazzi s'era accommiatato don Luca, offrendo un posto nella sua carrozzella all'arciprete che aveva addotto un pretesto qualunque per rimanere ancora a barattar quattro chiacchiere con quella deliziosa signora Marialì... Il suo superiore gerarchico l'aveva fulminato con un'occhiata, ma egli, don Antonio, s'era stretto nelle spalle. Già a lui vescovo non lo facevano in nessun modo e per quello che s'aspettava dalla Curia valeva proprio la pena ch'egli si negasse ogni svago onesto!... Il veicolo di don Luca aveva appena oltrepassato il cancello che l'Angela s'era vista circondata dalle bimbe della Scuola comunale di San Vito di cui ell'era ispettrice. Venivano, guidate dalla sottomaestra Zorani, a portar le loro felicitazioni, si schieravano in semicerchio davanti al commendatore Ercole e alla signora Laura, e una di loro, quella ch'era in fama di più svegliata, cominciava a recitare un complimento, fatica particolare della signora Cesira, la quale, ospite di Villarosa sin dalla mattina, aveva aspettato con ansietà questo momento solenne. -- -In questo giorno...- -- principiava la bimba. Ma un -oh- doloroso dell'ex Prefetto, non abbastanza preparato alle gioje di un'accademia di declamazione, la faceva restare in asso. -- -In questo giorno... in questo giorno...- -- -Di letizia- -- suggeriva la signora Cesira, rossa come un gambero. -- -Di delizia- -- biascicava la bimba. -- -Letizia, letizia- -- ripeteva furibonda la maestra provocando con la voce e con lo sguardo un'irreparabile catastrofe. Perchè, mentre la voce colpiva in pieno petto la declamatrice, gli occhi, divergendo l'uno a destra e l'altro a sinistra per effetto dello strabismo, sembravano fissarsi con espressione minacciosa sulle due bimbe collocate ai due capi opposti del semicerchio e le facevano prorompere in dirottissimo pianto. Animata dall'esempio, la vera colpevole era scoppiata in lacrime anch'essa, e il commendatore Ercole, alzando le mani al cielo, s'era messo a gridare: -- Basta, basta per carità! Per calmar la burrasca l'Angela aveva spedito tutta la comitiva infantile a mangiar dell'uva sotto una pergola non ancora vendemmiata interamente; indi, esercitando la sua virtù consolatrice verso la signora Cesira, l'aveva pregata di trascriverle, senza fretta, il suo -bel lavoro-. Certe cose si gustano più a leggerle che a sentirle. -- Sei buona, tu -- aveva esclamato dietro dell'Angela una voce fresca e giovanile. Era l'Antonietta che, passando, le buttava un bacio. Ma, di lì a un momento le si avvicinava Tullio, torvo e cruccioso. -- O zia Angela, perchè l'Antonietta mi sfugge come un appestato?... Parlale, fa che si spieghi... -- Tullio mio, vedi bene se posso... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sulla strada, in mezzo a un nembo di polvere, il sordo muggito d'una folla che si avanzava. A un tratto, uno squillare di trombe. -- Oh Dio, la marcia dell'-Aida-! -- Angela, che roba è questa? -- Abbi pazienza, babbo... È la banda di San Vito. -- E l'hai fatta venir tu? -- Si sono offerti loro... Come si poteva rifiutare? -- E bisognerà star quì a sentirli? -- Per pochi minuti... Non si può usar uno sgarbo... Li mando subito di là dal bosco, nel prato. -- Ma io... -- Babbo, te ne scongiuro... Anche voi altri -- e si rivolgeva alle sorelle, ai fratelli, ai nipoti -- non vi squagliate tutti quanti... Per pochi minuti soli... XVI. Della condiscendenza mostrata nel lasciarsi assordare dai -viva- dei contadini che avevano invaso la villa e nell'assistere all'esecuzione d'una -Marcia trionfale Torralba-, composta in suo onore dal capobanda di San Vito su motivi della -Bella Elena-, l'ex Prefetto, discorrendo nella sua camera col dottore, si rifaceva con recriminazioni infinite ch'erano per l'Angela come tanti colpi di spillo. -- Ah se sapevo, se m'immaginavo... Mai più permetterò all'Angela di agir di sua testa... Son io il padrone e intendo di essere il padrone fino all'ultimo... Anzi ho piacere che l'Angela mi senta... E di là, non è vero? -- Sì -- rispondeva Vignoni -- è nell'andito... Avrebbe assoluta necessità di riposo... È in piedi fin dall'alba. -- Colpa sua, colpa sua... Ha montato lei questa macchina. -- Non si lagni, commendatore... Non sia ingiusto... 1 . 2 3 ' ' 4 , , 5 ' , 6 . 7 8 , , ' 9 , : - - ' 10 . 11 12 13 « - - » . 14 15 . 16 17 - - - - - - . 18 19 - - - - . 20 21 - - ? . . . ' . 22 23 - - ? 24 25 - - ? 26 27 - - , 28 ' . . . 29 30 - - ' - - 31 ' . 32 33 - - . 34 35 - - ? ? 36 37 . 38 ' , , , 39 , 40 , ' 41 , ' ' 42 43 . 44 45 « . » 46 47 48 ' 49 . 50 51 - - ' ? ' ? 52 53 , 54 ' , 55 . 56 57 - - ' , ? . 58 59 - - - - ' . 60 - - ' . . . 61 62 - - ? ? 63 64 - - , - - ' . - - , , 65 , . . . . 66 67 . 68 69 - - , . . . . . . . . . 70 71 - - , ! - - , 72 , . 73 ? 74 75 - - - - . - - 76 ' . 77 78 - - , , ' . . . 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