-- E perchè non ci son più? -- disse distrattamente la Marialì seguitando a camminare e a discorrere col Vignoni. -- O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? -- ribattè l'Angela. -- Se non la faccio io! La Marialì non replicò nulla. Ella pensava ai molti che quand'ella era ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì... Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto? Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era riuscita a tirarlo a sè!... Come se l'era visto cadere ai piedi proprio nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei, lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita, l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore, tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo, ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima con Giulio Frassini, non si sarebbe -distratta-, avrebbe preso sul serio tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno il suo compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani, l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei, alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta zitella. Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella cessasse di alimentare la conversazione col dottore. E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita, sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive: -- Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera, accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati... Il medico la guardava incredulo. -- Parlo sul serio -- ella riprese, mentre con la punta del piedino irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che ingombravano il viale. Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla sorella Angela: -- Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno. -- Occorrerebbe un personale più numeroso -- obbiettò l'Angela. -- E il babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar le foglie secche per terra. La Letizia tentennava la testa. -- Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare... Quì per esempio par d'essere in un bosco. -- Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante? -- No, ma diradarle quà e là... È quello che abbiamo fatto noi a Posilipo sotto la direzione d'un ingegnere olandese. Giulio Frassini protestò. -- A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati, pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere. Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca. A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro, l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne stata indegnamente trattata. Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima. Ciò ch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste; compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze, pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?... -- E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini dell'America? -- domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie secche. Cesare sorrise. -- Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in là... Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie. -- Vuoi che andiamo insieme in America? -- A trovar Cesare? -- A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei miliardari mi sono odiosi. -- Fra le pelli rosse allora? -- Meglio le pelli rosse dei -yankees-. -- -Merci bien, mon cher-... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in cerca dei selvaggi e delle foreste. -- Di quà -- disse l'Angela. -- Dobbiamo incontrarci con Tullio e l'Antonietta sulla terrazza. E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero declivio scendeva verso il lago. -- Oh, ecco il famoso ponte -- esclamò la Marialì. Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte, -in illo tempore-, uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio. -- Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è? -- È tirato in secco... Non lo vedi? -- È sempre quello? È sempre il nostro? Il -Calatafimi-? -- Sì.. Ma nessuno l'adopera. Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano. La Letizia diede l'allarme. -- Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il piede in terra ferma. -- Per sicuro è sicuro -- dichiarò l'Angela. -- Ho fatto cambiar qualche asse anche quest'anno. -- Rifarlo di pianta bisogna -- ribattè la Letizia. -- Lo so per pratica quello ch'esige la manutenzione d'un giardino. -- Ma non c'è ombra di pericolo -- disse il dottore che s'era indugiato a esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione. X. Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago. L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: -- Dunque? Come li hai trovati? -- Chi? -- Oh bella! Il babbo e la mamma. Cesare scosse il capo tristamente. -- Vecchi li ho trovati, assai vecchi. -- Pur troppo -- sospirò l'Angela. -- E ancora il babbo, se non fosse così indebolito nella vista, non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo... -- Brontolerà... -- Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la mamma ch'è ridotta un'ombra. -- Era sempre debole e malaticcia. -- È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non s'interessa di nulla... L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime. Cesare la guardò con simpatia. -- Che vita di sacrificio ti tocca fare! -- No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è... Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome. -- Ce ne sono in quantità -- rispose l'Angela -- davanti alla casa. Non le hai viste? -- Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago... -- Quelle son morte tutte in un inverno rigido. -- Noi a Posilipo... -- principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione. Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti. E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'-italianità- che egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi. -- Sì, sì -- aveva risposto Tullio con vivacità; -- io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua... -- Il tuo babbo, quello si è infranciosato. -- Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna... -- Che donna è? -- Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi. -- Quando facevi il volontariato a Livorno -- disse l'Antonietta -- io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte. -- Vestivi da collegiale. -- Che orrore! -- No... Eri tanto bellina anche così. -- Zitto! -- Ma ora sei infinitamente più bella. -- Basta!... -- Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età. -- Oh, la mamma è molto più bella anche adesso. -- Tu hai un'espressione più dolce... -- Non fidarti. -- Che tesoro di cuginetta! -- Finiscila, o scappo. -- Provati. -- Chiamerò in ajuto Max e Fritz. E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di cuore. Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento. -- E vai a studiare ancora? -- Sempre si deve studiare a questo mondo. -- Che pedante!... E vai a studiare a Venezia? -- Sì, a quegli Archivi. L'Antonietta arricciò il naso. -- Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede, un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le tignuole... Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo, disse al babbo: -- Queste sono carte dell'Archivio. -- Il babbo, spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: -- Guardi lei, faccia lei. -- ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente... -- Fino a un certo punto non hai torto. -- E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che sciogliessero un pacco... -- Ah cara cuginetta mia, -- replicò Tullio -- gli è che in quelle cartacce c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle curiosità retrospettive? -- Spiegati. -- Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il desiderio di conoscerne le origini, le vicende? -- Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria del Fiore, di Palazzo Vecchio... -- Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose? -- A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha insegnato delle corbellerie. -- Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti... Senza documenti non c'è storia. -- Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive... -- Mi canzoni, birichina? -- Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?... -- Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se certe cose sono avvenute e come sono avvenute. -- E a Venezia? -- Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato, sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di entrate, fogli aridi come le cifre che portano scritte e fogli palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari... L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino. -- Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita.... -- La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo mezzo secolo, sarebbe appena al principio. -- Misericordia! -- esclamò la ragazza inorridita. -- Quand'è così, è inutile sobbarcarsi all'impresa. -- Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta... -- Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! -- disse l'Antonietta. -- Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io -- riprese Tullio con calore. -- Eh no -- ella soggiunse. -- Il babbo non vuol più saperne di Venezia dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895... Peccato... Io sono entusiasta di Venezia. -- Ci sei stata dunque? -- Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case e i palazzi... Che magnificenza! -- Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso per tutti i canali della città. -- Magari! -- disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. -- Oh... che c'è? E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che vi si era posata. -- «Da' bei rami scendea» -- egli principiò. -- Oh, è un verso? -- Sicuro. -- Tuo? -- No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca. E riprese a declamare: Da' bei rami scendea, Dolce nella memoria. Una pioggia di fior sovra il suo grembo... -- Quella non era che una foglia -- interruppe l'Antonietta. -- Fa lo stesso. Tullio continuò: Ed ella si sedea Umile in tanta gloria... -- Chi, -ella-? -- Laura, l'amante di Petrarca. -- Sua moglie? -- No, veramente. Era moglie d'un altro. -- Che vergogna.... Però -- soggiunse l'Antonietta con un sorriso malizioso -- dev'essere un gran piacere il sentirsi recitar dei versi fatti in proprio onore. -- Vuoi che ne faccia io per te? -- Tu?... Sei poeta? -- Si diventa per l'occasione. Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi si vedeva lo scintillìo del lago. L'Antonietta battè palma a palma. -- Ecco l'acqua. E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due piedi. E guardandolo chiese: -- O che hai? Che vai borbottando? -- Senti! -- egli disse con aria inspirata. Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare... -- Versi? -- domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo. -- Sì -- rispose Tullio. -- Ma non farmi perdere il filo. E ripetè: «Vorrei fossimo soli in mezzo al mare... -- Bellissimo! -- mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine. «Sopra uno schifo ripigliò Tullio. Ma non parve contento dello -schifo-, e corresse: «Sopra un naviglio dalla bianca prora... A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi: «Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare, Sopra un naviglio dalla bianca prora... -- E poi? Tullio s'impazientì. -- E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo? -- Ah, è un sonetto? -- Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto -- confermò il cugino. -- Ma è un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho improvvisati che due. -- Se potessi ajutarti? -- insinuò timidamente l'Antonietta. Tullio sorrise. -- Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione. E andava masticando: «Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel. -- Se ti fa male, smetti -- disse la giovinetta pietosa. «Sotto un limpido ciel, soli nell'ora Che fra rosei vapor la luna appare, declamò Tullio trionfante. -- Oh Tullio! -- proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere il suo entusiasmo. Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina occorrevano due terzine. Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che attraversavano obliquamente il sentiero. Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi a passi lenti. Egli borbottava: «Vorrei fossimo soli in mezzo al mare, Sopra un naviglio dalla bianca prora; Sotto un limpido ciel, soli nell'ora Che tra rosei vapor la luna appare.» E da capo: «Vorrei... vorrei... Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino declamò quasi tutto d'un fiato: «A un'isoletta ti vorrei portare Ove fiorisse primavera ognora, E vorrei dirti: Sei la mia signora, Ti starò notte e giorno ad adorare.» -- No, no, è troppo -- esclamò l'Antonietta commossa fino alle lacrime. E ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri. -- Vedi -- spiegò Tullio -- qualche volta per trovar l'estro bisogna rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano le due terzine. -- Ma ora devi riposarti -- supplicò l'Antonietta con affettuosa sollecitudine. -- Già potrebbe bastare così. -- Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui manchino le due ruote davanti. Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri della brigata li avevano preceduti da qualche minuto. XI. -- Sia lodato il cielo -- gridò Cesare accennando ai due nipoti di affrettarsi. -- C'era la zia Angela inquieta. In fatti l'Angela voleva che suo fratello andasse alla ricerca dei due cugini. La Marialì l'aveva trattenuta con un gesto dicendo: -- Che vuoi che succeda? -- Eccoci, eccoci. -- L'avete ammirato a vostro agio il cedro del Libano? Com'è bello, non è vero? Il cedro del Libano! Ora soltanto si risovvennero della pianta che aveva servito loro di pretesto per appartarsi dalla compagnia. Colta in fallo, l'Antonietta arrossì. Tullio biascicò qualche parola che si perdette nella lontananza. Alla terrazza si accedeva in due modi; o per un sentiero che saliva dolcemente a zig zag, o per una scaletta a chiocciola scavata nel muro. Tullio e l'Antonietta scelsero quest'ultima via, e giunsero ansanti. -- Come siete scaldati!... Come sei rossa, Antonietta! -- disse l'Angela. -- E pur non siete mica venuti correndo -- soggiunse la Marialì. -- È stata la scala... Ci son certi scalini -- notò il futuro compulsatore di documenti. -- Ma sì -- ripigliò l'Angela. -- Non la si fa mai quella scala. Il dottor Vignoni si strinse nelle spalle. -- Via, che un po' di ginnastica è sempre utile. Questo scambio d'osservazioni fu interrotto da un movimento subitaneo della Letizia che con un'agilità insolita in lei si affacciava alla ringhiera della terrazza. -- Oh, oh! -- Che c'è? C'era questo. Al punto estremo del lago sbucava lenta fuor da una macchia di salici una barchetta vogata da due rematori in un elegantissimo vestito completo di lana a quadri bianchi e neri. Erano Max e Fritz. Un lampo d'orgoglio brillò negli occhi della Letizia. Quali -sportsmen- erano i suoi figliuoli! Ma l'orgoglio cedette il posto all'ansietà quand'ella udì sua sorella Angela gridare: -- No, ragazzi! Che ghiribizzo v'è saltato di entrar nel canotto? Non lo si adopera più da anni... Farà acqua certamente... L'avevo fatto tirare in terra apposta. Pare che i due fratelli si fossero già accorti di qualche avarìa, perchè dopo essersi avanzati fino in mezzo al laghetto si affannavano a tornare alla riva. Però la cosa non era facile. Una grossa falla si era aperta nel fondo, e il canotto andava via via sommergendosi. La Letizia metteva degli strilli da pavone. -- Max! Fritz!... Ajuto!... Presto! L'appello disperato era rivolto agli uomini che pur essendosi mossi dalla terrazza non accorrevano con sufficiente rapidità in soccorso dei naufraghi. -- Eh -- gridò Cesare Torralba dal basso, -- non siamo mica in mezzo all'Oceano... Sapranno nuotare, spero? La Letizia accennò col capo di sì. -- O che c'è dunque da spaventarsi? Se la caveranno con un bagno freddo. Intanto il canotto s'era adagiato con molta calma sul fondo del lago. I giovinetti che avevano l'acqua fino alla cintola non trovavano il verso d'uscirne. Tullio si tolse le scarpe e le calze, rimboccò i calzoni fin sopra il ginocchio, e slanciatosi coraggiosamente nel terribile pelago si accinse all'opera di salvataggio. Indi toccò all'Antonietta ad essere in angustie. -- Bada, Tullio, bada! La Letizia se la prendeva con l'Angela. -- Dovevi farlo distruggere o farlo racconciare, quel canotto. -- Hai ragione -- rispose la mitissima donna. -- Ma se tu sapessi quanti grattacapi ho avuto negli ultimi tempi! La Marialì e l'Adele ridevano. -- Siete pur le gran confusionarie. Non vedete che in questo lago durerebbe fatica ad affogare un bambino? Non vedete che camminano comodamente? Camminavano infatti; Tullio davanti diguazzando nell'acqua come un'anitra; gli Alvarez dietro di lui, con maggior sussiego e dignità, lagnandosi perch'egli li spruzzava e riparandosi il viso con le mani. Il primo a guadagnar la riva fu Tullio che in un attimo si rimise le calze e le scarpe, e benchè tutto grondante si accostò agli zii e al dottor Vignoni commentando allegramente la goffa avventura. Ma gli Alvarez, accolti dalla madre ch'era scesa trafelata a incontrarli, si affrettavano con lei verso casa. -- Ci sarà, spero, della stipa da accendere il fuoco nel caminetto -- diceva la Letizia. -- Ce n'è fin che vuoi -- rispose l'Angela che, mortificata dell'accaduto, seguiva la sorella a pochi passi di distanza. E soggiunse rivolgendosi a Tullio: -- Ce n'è anche in camera tua... Va, va subito a mutarti... Rischi di prendere un reuma. -- Andrò or ora. Non sono mica -une poule mouillée-, io -- replicò il salvatore. Ultime sopraggiunsero la Marialì e l'Antonietta, la quale si avvicinò al cugino e gli susurrò carezzevole: -- Sono io che ti prego di non rimanere coi vestiti fradici addosso... Fa questo piacere a me. -- Lo desideri proprio? -- diss'egli con un garbato cenno del capo. -- Proprio. -- Quand'è così, bisognerà ubbidire. E s'avviò. -- O che ci stiamo quì a fare noi altri? -- saltò su la Marialì. -- Accompagniamo il nostro eroe. E avvolgendolo del suo sguardo fascinatore gli si pose al fianco e, bagnato com'era, gli prese il braccio. -- Tu sei un uomo, almeno. Tullio arrossì fino alla radice dei capelli. L'Antonietta non era più contenta come prima. XII. Quella sera stessa, dopo cena, davanti alla tavola che la Lisa sparecchiava lentamente, Luciano, Girolamo e Cesare Torralba sedevano fumando un sigaro e sorseggiando il cognac. Giulio Frassini, inquieto, ora passeggiava per la stanza sbirciando la Lisa, ora usciva in giardino a godersi il fresco Il resto della comitiva era passato nel salotto attiguo di dove venivano degli accordi di pianoforte. I tre fratelli Torralba tacevano o scambiavano qualche frase insignificante. Finchè s'era trattato di evocar insieme le rimembranze comuni, la loro conversazione era stata calda e animata; esaurito questo tema, essi avevano scoperto che il tempo, la lontananza, le diverse abitudini avevano in modo straordinario allentati i vincoli della parentela, cresciute le differenze originali che c'eran fra loro. Erano come i congegni d'una macchina smontata da un pezzo e che non si riesce più a combinare. E ora Luciano pensava alla sua Banca e a un sindacato per la emissione di certi titoli e Girolamo si doleva seco medesimo della coincidenza tra le nozze d'oro de' suoi genitori e la Mostra bovina del suo collegio elettorale, onde a lui era stato impossibile d'intervenire all'inaugurazione di quella Mostra e di pronunziarvi il discorso d'apertura; Cesare in fine, il poeta della famiglia, concretava nella sua mente il disegno di una grande istituzione da lui immaginata a favore degli emigranti italiani agli Stati Uniti. Così era in tutti e tre i fratelli, dissimulata forse, forse avvertita con un senso intimo d'amarezza, la segreta impazienza di andarsene da Villarosa, di rientrare ciascuno nella sua sfera d'attività, in un ambiente favorevole alle proprie idee, ai propri interessi, alle proprie ambizioni. Luciano fu il primo ad alzarsi in piedi e ad accostarsi all'uscio del salotto. -- Chi è che suona? -- chiese Girolamo reprimendo uno sbadiglio. -- L'Antonietta -- rispose Luciano. -- È carina nostra nipote -- disse Cesare. -- Quando poi la paragono a quelle due marionette dei figliuoli di nostra sorella Letizia. Quì non c'erano dissidi possibili. Max e Fritz parevano a tutti due caricature ridicole. Girolamo gettò via il sigaro. -- E che muso avevano stasera! Sarà pel bagno involontario d'oggi che sciupò loro un vestito e li costrinse a indossare lo -smoking-. -- Li costrinse? -- esclamò Cesare. -- Nemmen per sogno. Hanno portato con sè un intero guardaroba... Ma la sera vestono sempre di nero, all'uso inglese. -- Ebbene -- propose Girolamo, -- vogliamo assistere al concerto? -- -Faute de mieux- -- sospirò Luciano. -- A Parigi ove della musica se ne può sentire oltre il bisogno, io mi guardo bene dall'accompagnare mia moglie, che, lei, si dà delle arie di artista. -- In quanto a me -- confessò Cesare -- di musica non capisco niente. Non posso sentire una sonata senza correre involontariamente col pensiero a quella scena del -Bourgeois gentilhomme- di Molière, ove il professore di filosofia combina, non so in quanti modi diversi, per istruzione di M.r Jourdain, la frase -Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour-. Così, quando un maestro ha trovato un'idea musicale, ve la ripete all'infinito condita in tutte le salse: -Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour... D'amour mourir me font, belle marquise, vos beaux yeux... Vos yeux beaux d'amour me font, belle marquise, mourir...- E via di questo passo per una mezz'ora. Luciano e Girolamo sorrisero per compiacenza. Era strano; questo loro fratello che non aveva terminato i suoi studi, che dal Liceo, ove scaldava le panche, era passato all'Istituto tecnico, e nemmeno all'Istituto tecnico era riuscito a conseguire la sua licenza, pareva conoscere a menadito una quantità di autori ch'essi, usciti entrambi dall'Università con la loro brava laurea, conoscevano appena di nome... Bah! Fors'era appunto per questo ch'egli non aveva fatto fortuna. Non è l'erudizione letteraria quella che spinge avanti nel mondo. Venne dal salotto un rumore d'applausi. -- Entriamo! -- disse Girolamo. -- Il concerto è finito. -- Entriamo pure -- soggiunse Cesare. -- Ma per vostra regola i concerti non finiscono mai. In fatti, prima che i tre fratelli avessero richiuso l'uscio dietro di sè, l'Antonietta aveva attaccato un altro pezzo. -- Tss! -- fece la signora Laura portandosi il dito alla bocca con una vivacità inconsueta. E dalla fisonomia di lei come da quella dell'Angela che le sedeva vicino traspariva un godimento intimo e schietto. Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo. Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se il signor Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele, accostata la sedia alla tavola, sfogliava la -Tribuna-, la Letizia e i figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si occupi di lei. -- Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio -- gridò la signora Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro d'introduzione della -Norma-. -- E un bacio anche a me! -- soggiunse l'Angela. -- Non foss'altro, pel piacere che dài alla nonna. -- Torna al pianoforte -- riprese la vecchia signora, che, nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. -- C'è tanta musica lì in quello scaffale. -- L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità -- sentenziò la Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, -- ma spero che a casa la farai studiare sul serio. -- A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto saperne. -- Sfido! -- protestò l'Antonietta. -- Mi rimetteva agli esercizi. -- Naturale, i fondamenti ci vogliono. -- Lasciali discorrere e va al pianoforte -- tornò a dire la signora Laura. Ma la Letizia non si diede per vinta. -- A Firenze almeno suonerà dell'altra roba. Quì a Villarosa avete ancora le riduzioni d'opere teatrali ch'erano in voga quand'eravamo bambine noi, e che son fatte per sciupar la mano di chi eseguisce e l'orecchio di chi ascolta. Non lo rinnovate mai il vostro repertorio? La Letizia poteva anche aver ragione, ma i suoi modi sprezzanti riuscivano a irritar perfino la pazientissima Angela. -- Oh -- ella rispose. -- Lo sai che nessuna di noi tre e nessuno dei nostri fratelli aveva disposizioni speciali per la musica... Da ragazze strimpellavamo il pianoforte, ecco tutto... E quando son rimasta sola in casa ho seguitato a strimpellarlo ripetendo le vecchie sonate che la mamma riudiva volentieri... Ma ormai da anni e anni lo stromento non si apriva più... La mamma non ci trovava più gusto... Ci voleva l'Antonietta per fare il miracolo. -- Vuoi mettere il tocco dell'Antonietta col tuo? -- saltò su la signora Laura con la crudeltà con cui si parla alle persone che sacrificano la loro vita per noi. -- Sicuro, l'Antonietta ha fatto il miracolo... Ha sentimento, ha espressione... Per merito suo ho risentito della musica che va al cuore... Torna al pianoforte, Antonietta, e non badare agli sproloqui di tua zia Letizia... Cerca le riduzioni della -Sonnambula-, della -Lucrezia Borgia-, dei -Lombardi-, del -Trovatore-, del -Rigoletto-, della -Traviata-, dell'-Aida-, del -Faust-. La ragazza si mise a ridere. -- Ci sarebbe da tirare innanzi fino a domattina. -- Tira innanzi fin che puoi... Mi ringiovanisci di trent'anni. -- Vede, signora Laura -- notò il dottor Vignoni -- vede se non ho ragione io quando sostengo che i suoi mali sono per una buona metà fatti d'immaginazione, e che s'ella si sforzasse... Ma le parole del medico richiamarono la valetudinaria ai consueti piagnistei. -- Voi dite delle sciocchezze, Vignoni... Li aveste voi per un'ora i mali che ho io, ve ne accorgereste... Ma ha ragione mio marito... Voi altri medici non capite nulla. Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno. -- Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra. -- Era l'Antonietta -- rispose la moglie. -- Suona come un angelo. -- In fatti -- ripigliò l'ex Prefetto -- ho dormito meglio del solito... E perchè non suona più? Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte. Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro passeggiata in giardino. E la infastidiva altresì che quella sera la sua mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica, ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino. Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi, pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli, per questo solo, usare particolari riguardi? Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero, che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma. Dei confronti mentali che il suo vicino andava facendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi. Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta. -- Quindic'anni che non vado ad un'opera -- egli borbottava. -- Son quasi venti -- rettificò la signora Laura. -- Da quando ci siam seppelliti quì. L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di prima lo aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito. Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò una delle sue frecciatine. -- Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per grattar gli orecchi. -- Lo so, lo so -- ribattè il commendatore; -- oggi la musica l'andate a prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento 1 - - ? - - 2 . 3 4 - - ? - - ' . - - 5 ! 6 7 . ' 8 9 ; ' ' , - 10 , ' . 11 . . . 12 ' , ' 13 : 14 ' , , 15 ' . 16 ; , ; ' 17 ; , , 18 , . . . . . . , 19 ' ' , , ' 20 . . . ' 21 . . . . . . ? 22 ; ' ' ' 23 ' . . . , 24 ! . . . ' 25 , , 26 ' 27 ' ! . . . ! . . . , 28 , ' 29 ; , , 30 ' . , , 31 ; ; ' ' 32 , ' . 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