Dalle due camere di destra e di sinistra si sentiva il respiro corto,
sibilante dei due conjugi. Oh nozze d'oro, nozze d'oro!
VI.
La campana che a' bei tempi di Villarosa annunziava l'ora dei pasti ai
membri della famiglia ed agli ospiti e il cui allegro e insistente -din
din- richiamava i dispersi dalla strada, dal giardino, dall'orto, la
campana che aveva cessato di suonare da quando la villa era abitata da
tre sole persone, fece, quel sabato, un po' prima del tocco, riudir la
sua voce che il lungo silenzio non aveva irrugginita.
E nella sala terrena ove la tavola era apparecchiata per quattordici
entrarono primi l'ex Prefetto a braccio della Letizia e la signora Laura
a braccio di Luciano; indi, alla rinfusa, Girolamo, sua moglie Adele che
dopo molte incertezze s'era decisa a venire e con la sua presenza
scongiurava oggi il pericolo dei tredici a tavola, la Marialì col marito
e con l'Antonietta, Cesare, l'Angela e Tullio e i due fratelli Alvarez,
Max e Fritz.
L'Angela segnò i posti.
-- Quì il babbo, quì la mamma... Fra loro due seggo io. -- E soggiunse più
piano: -- Bisogna che li ajuti, poveretti... Tu, Letizia, mettiti là, di
fronte a me... La Marialì a destra del babbo, Luciano a sinistra della
mamma... Dirimpetto a lei l'Adele... Fra l'Adele e la Letizia si metta
Frassini... Alla destra della Letizia Girolamo e Cesare... I ragazzi ai
due capi della tavola... Ma non così... Max e Fritz potrebbero
dividersi.
La Letizia intervenne. -- No, lasciali stare... Son sempre insieme.
-- Capisco, ma...
Guardandosi intorno, l'Angela incontrò gli occhi supplichevoli di Tullio
e dell'Antonietta ch'erano seduti accanto e che parevano dire: -- Per
amor del cielo, cara zia, non guastar le cose.
L'Angela non insistette e sorrise a questi due nipoti che le destavano
tanta maggior simpatia degli Alvarez, duri e impettiti come due figurini
d'un giornale di mode.
-- Càstore e Pollùce -- disse scherzosamente Cesare Torralba. -- Però quei
due figliuoli, quando saranno ufficiali, stenteranno a farsi imbarcare
nello stesso bastimento.
-- Non saranno ufficiali -- replicò la Letizia con un'intonazione acre
nella voce.
Vi fu un grido di meraviglia. -- Oh bella! Non sono all'Accademia navale?
-- Erano -- rispose la madre, -- ma li abbiamo levati, e non torneranno
più... Anche mio marito, quando avrà terminato il suo imbarco, darà le
sue dimissioni... Non si può servire questo governo... Il babbo lo sa.
Il commendatore Prefetto assentì alle parole della sua primogenita. -- È
vero, ma ignoravo che voi pure foste vittime di qualche ingiustizia.
-- Altro che ingiustizie! Lascio stare il modo in cui trattavano i
ragazzi all'Accademia; senz'alcun riguardo al nome che portano; due
Alvarez!... Ma Pasquale, vedersi saltato anche nelle ultime
promozioni!... Veder nominati contrammiragli in vece sua degli uomini da
nulla...
-- Ma, cara sorella -- interruppe Girolamo, il deputato, -- se mi scrivevi
facevo un'interpellanza.
-- Se ci fornite i dati necessari -- soggiunse l'Adele, la donna politica
-- si potrà risuscitare la questione alla riapertura della Camera.
-- Per me -- riprese Girolamo -- non domando di meglio che di raccoglier
elementi per combattere il Ministero.
La Letizia tentennò la testa. -- Sentirò da Pasquale. Ma credo ch'egli
non vorrà... Ormai è deciso. Ha trent'anni di servizio e si farà
liquidare la sua pensione.
-- E i ragazzi che carriera sceglieranno? -- ridomandò Cesare.
-- Vedremo... Penseremo... Non c'è fretta... Grazie a Dio, hanno da
vivere senza mettersi al servizio di nessuno.
Alle savie parole della genitrice i due fratelli si scambiarono
un'occhiata piena di compiacenza e di fatuità.
-- Tanto meglio! -- disse Cesare Torralba che non aveva mai avuto troppo
buon sangue con sua sorella Letizia e che non poteva soffrirne i
rampolli. -- Questo però non li esonera dall'obbligo di scegliersi
un'occupazione... Non possono mica andar sempre in -tandem-.
L'allusione fece ridere. E in vero era parso un po' strano a tutti che
gli Alvarez sentissero il bisogno di portare un -tandem- a Villarosa e
di montarvi su ogni momento, isolandosi dal resto della compagnia.
-- Se vanno in -tandem-, non so a chi facciano male -- ribattè, piccata,
la Letizia.
-- Anzi, anzi... quando si divertono... -- interpose l'Angela in tono
conciliante.
-- -Eh bien, petite mère- -- disse Luciano tra due cucchiajate di
minestra, -- come va?
Dacchè aveva fissato la sua dimora a Parigi, e sopratutto dopo il suo
secondo matrimonio, Luciano Torralba interpolava sovente delle paroline
francesi ne' suoi discorsi.
La signora Laura, con la sua voce querula, cominciò la lunga
enumerazione de' suoi mali. Debolezza di stomaco, frequenti vertigini,
dolori vaganti... E il braccio sopra tutto, il braccio sinistro quasi
paralizzato...
-- Non è paralisi -- obbiettò l'Angela. -- È reumatismo.
-- Sì, sì, la conclusione si è che non posso adoperarlo, che son
diventata un automa. Mi vestono, mi spogliano, mi danno da mangiare...
L'Angela fece un segno negativo col capo.
-- Non è vero, la mamma esagera, non si fa che aiutarla... Del resto se
la cava benissimo da sè, e se volesse...
Mentre la vecchia signora protestava contro l'insinuazione della
figliuola, il commendatore Ercole, parlando con la Marialì che gli era
vicina, tracciava una pittura altrettanto pessimista del proprio stato.
Delle sue forze in generale non si lagnava; le gambe lo reggevano
ancora; lo stomaco funzionava discretamente; ma che importano le gambe
per uno che non ci vede e che non può far due passi fuori delle sue
stanze se non è accompagnato; e che importa lo stomaco per uno che non
ha denti e deve rinunziare alle vivande più saporite?... E che giornate
interminabili erano le sue! Egli, ch'era stato sempre avvezzo a
occuparsi, non poter scrivere una lettera, non poter leggere un libro,
un giornale!... Almeno avesse avuto il sonno a sua disposizione!...
Nossignori... Sonnolenza, sì... non foss'altro che per effetto della
noja; ma una buona ora di sonno profondo, ristoratore, mai, meno forse
di giorno, dopo il pranzo... Ah gran brutta vita!
-- Gli è che Villarosa è fatta apposta per ammalarsi -- sentenziò la
Letizia. -- Così triste, così umida, così fredda...
L'Antonietta Frassini non potè trattenere un'esclamazione.
-- Trovi triste Villarosa, zia?... A me par tanto allegra...
Tullio era dell'opinione della cugina.
-- Villarosa è calunniata... Non è in una posizione amena, siamo
d'accordo, ma non è triste... Il giardino è così bello, ha di così belle
piante... Io ci fui anche d'inverno e vi ho trovato dei giorni di sole
come questo... Certo che se piove è un'altra faccenda... Ma la pioggia
getta un velo di tristezza da per tutto... Vorrei che vedeste Parigi.
-- -Es-tu bête, mon enfant?- -- interruppe Luciano, il padre. -- Che
confronti!... Con la pioggia o col sole Parigi è sempre allegra... E poi
importa molto la pioggia o il sole a chi è nel vortice degli affari?
E soggiunse che in quanto a lui non comprendeva la vita fuori d'un gran
centro, senza giornali, senza listini di borsa, senza telefono, senza
telegrafo. -- Pensare che quì bisogna far cinque chilometri per poter
mandare un dispaccio, e che l'ufficio non è nemmeno aperto la notte!
-- Siamo agli antipodi, caro cognato -- dichiarò Frassini, il pittore
rifiutato da anni a tutte l'Esposizioni. -- Il vostro telegrafo, il
vostro telefono, le vostre strade ferrate hanno rovinato il mondo... A
forza di sentir le voci degli altri non sentiamo più la nostra... A
forza di veder passare dinanzi a noi dei fantocci non abbiamo più occhi
per cogliere i grandi simboli che soli chiudono la verità... L'arte ha
smarrito la strada.
Luciano si accingeva a rispondere. Marialì lo prevenne.
-- Se badassi a mio marito si andrebbe a vivere sulla cima d'un monte, o
in mezzo a un deserto... Ci andrai tu, amico mio.
-- Il povero babbo finisce sempre col fare quello che vuole la mamma --
sussurrò l'Antonietta nell'orecchio al cugino. -- In quanto a me, avrei
molti de' suoi gusti.
L'Adele, la donna politica, volle dire anch'ella la sua.
-- Io sono d'accordo con Luciano. Un gran centro ci vuole. Fuori di Roma
non mi ci potrei vedere.
-- A Roma -- ribattè il commendatore Prefetto -- non ci starei nemmeno
dipinto... Mi pare che tutte quelle fucine d'intrighi, Parlamento,
Ministeri, eccetera eccetera, debbano emanare delle esalazioni
pestifere... Quel Ministero dell'interno è una camorra...
-- E quello della marina? -- esclamò la Letizia.
-- Chi ve lo nega? -- soggiunse il deputato. -- Sono uno peggio
dell'altro... Il guasto è nel sistema... Bisogna rinnovare ogni cosa -ab
imis fundamentis-... E noi dell'estrema siamo lì per questo.
L'ex Prefetto si strinse nelle spalle.
-- Voi?... Voi farete un monte di rovine, ecco quello che farete.
Luciano assentì.
-- Voi rovinate il credito del vostro paese... Se fosse dipeso da voi, la
Rendita italiana sarebbe oggi a 60...
-- E voi, uomini di Borsa... -- replicò Girolamo.
Ma l'Angela interruppe la disputa.
-- Per amor di Dio, lasciate dormir la politica e la finanza... Non
occupiamoci nè di Parlamenti, nè di Ministri, nè di Borsa, nè di Parigi,
nè di Roma... Restiamo a Villarosa.
-- Ma! disse Cesare. -- Quanti anni che non ci troviamo seduti a questa
tavola noi sei, fratelli e sorelle, intorno al babbo e alla mamma!
Si fecero i conti, si passarono in rassegna i vari avvenimenti, anche i
tristi, in occasione dei quali la famiglia s'era riunita... Ora mancava
l'uno, ora l'altro. Alla morte del povero Manlio, Cesare era lontano; ai
funerali dello zio Luigi non era potuto venire Luciano, trattenuto da'
suoi affari a Parigi... Conveniva risalire al matrimonio di Marialì,
vent'anni addietro.
-- Già, già -- osservò il commendatore Ercole nel Settembre 1879... l'anno
prima del mio collocamento a riposo,... quand'ero a disposizione del
Ministero... Ministero Cairoli-Depretis.
-- Tre di quei giovinetti non c'erano per la buonissima ragione che non
erano nati -- ripigliò Cesare accennando ai due Alvarez e
all'Antonietta... C'era Tullio...
-- Sicuro che c'ero -- affermò costui. -- E rammento...
-- Che cosa vuoi rammentare? -- interruppe la Letizia. -- Ella sì avrebbe
rammentato, la mia povera Laura... Aveva cinqu'anni allora.
-- E io -- ribattè Tullio -- rammento benissimo ch'eravamo insieme e che,
in chiesa, la zia Angela ci sollevò tutti e due perchè vedessimo
meglio... Vestita di bianco, la zia Marialì mi pareva un angelo.
La Marialì arrossì come una collegiale. Avvezza a ricever di questi
complimenti, avvezza anzi a cercarli, ella non sapeva dissimulare la
soddisfazione che l'era procurata da ogni nuovo omaggio alla sua
bellezza. E la ingenuità della sua civetteria era forse una delle sue
maggiori seduzioni, era uno dei coefficienti di quella sua aria
giovanile che, a quarantadue anni, l'avrebbe fatta credere, piuttosto
che la madre, la sorella maggiore dell'Antonietta.
Giulio Frassini, il marito, la guardò attraverso la tavola con un misto
d'ammirazione e di dispetto. Ell'era stata, ell'era sempre il suo idolo
e il suo cattivo genio. Ell'aveva in lui avvilito l'uomo e ucciso
l'artista, s'era impossessata di tutto l'esser suo, del suo corpo e
della sua anima; aveva preso il suo tempo, sciupato il suo ingegno,
trascinata nel fango la sua dignità... E nondimeno, anche oggi, dopo
vent'anni di matrimonio, egli sentiva che non avrebbe potuto vivere
senza di lei; anche oggi egli si maravigliava che vi fosse stato un
momento un cui egli le aveva preferita la sorella Angela, la buona e
sbiadita creatura che gli sedeva dirimpetto, occupata a sminuzzar le
vivande per renderle mangiabili ai suoi genitori.
E com'era commossa l'Angela, e con che studio teneva bassi gli occhi,
tanto da non lasciar veder le lacrime che le gonfiavano le palpebre! Il
matrimonio della Marialì! Tutte le più minute circostanze ella ne
ricordava; l'ora in cui s'era svegliata, l'abito che aveva indossato, il
guanto che le si era stracciato calzandolo, le poche goccie di pioggia
ch'eran cadute nel ritorno dalla stazione dopo l'accompagnamento degli
sposi, il fazzoletto di batista ch'ell'aveva bagnato di pianto nel
silenzio della sua camera, lo sforzo che aveva fatto per nascondere a
tutti la sua emozione... E nessuno aveva capito, nessuno, dallo zio
Luigi in fuori, aveva saputo niente. Ella lo sentiva ancora sulla fronte
il bacio dello zio Luigi; sentiva le sue parole: -- Quel balordo di
Frassini se ne accorgerà dello sproposito che ha commesso sposando la
Marialì invece di te.
Ella non aveva allora che ventiquattr'anni, eppure in quel giorno
ell'aveva compreso che la sua giovinezza era tramontata, che il suo
primo disinganno le aveva aperto nel cuore una ferita non sanabile mai.
Ed ella aveva, in quel giorno, letto chiaro nell'avvenire. Sposate le
sorelle, dispersi pel mondo i fratelli a eccezione di Manlio, ell'aveva
previsto che le sarebbe convenuto rinunziare alle gioje di moglie e di
madre e consacrarsi tutta quanta ai genitori e allo zio che
probabilmente non si sarebbero mossi da Villarosa. I fatti le avevano
dato ragione. Dopo un'effimera Prefettura durata pochi mesi, il
commendatore Torralba aveva dovuto abbandonare in modo definitivo il
servizio e s'era ritirato nella villa spezzando ogni legame col mondo;
indi la morte di Manlio e dello zio Luigi, le vicende varie di Cesare e
la partenza di lui per l'America avevano gettata una nuova ombra sulla
casa e ribadite le catene dell'Angela. No, non l'era possibile, non
l'era lecito pensare a sè stessa. E non vi aveva pensato più, aveva
compito il suo sacrifizio umile, quotidiano, quel sacrifizio che nessuno
avverte appunto perch'è quotidiano, perchè lo si crede diventato una
seconda natura.
Ecco ciò che significava per l'Angela il matrimonio di Marialì, ecco
perchè il richiamo di quelle nozze in questo giorno, in quest'ora, le
recava un insolito turbamento. Tutti, quanti erano intorno a quella
tavola, avevano vissuto o vivevano; con le loro passioni, coi loro
capricci, coi loro gusti nobili o puerili, coi loro ideali grandi o
meschini: l'ambizione politica, la febbre degli affari, la smania delle
avventure, la galanterìa, la vanagloria; ella viveva fuori della vita;
tutti avevano memorie e speranze; ella delle speranze non ne aveva, e le
sue memorie non erano che tristi; per trovarne di liete l'era forza
risalire all'infanzia... E ancora, fin che c'erano i suoi genitori,
ell'aveva un'occupazione, uno scopo... Ma poi?...
VII.
Verso la fine del pranzo, Luciano, il primogenito dei Torralba, alzò il
bicchiere colmo di vino.
-- Alle nozze di diamanti!
-- Evviva! -- risposero in coro i presenti levandosi in piedi.
Ma con un gesto il commendatore li invitò a sedere e trattenne quelli
che si avvicinavano a lui e alla signora Laura per rinnovare gli augurî.
-- Non diciamo sciocchezze... Ce n'è d'avanzo delle nozze d'oro, e badate
che l'anniversario se ne festeggia domani soltanto e alla nostra età non
si sa mai...
Sorse una protesta unanime.
-- Eh via, che discorsi!
-- Discorsi di stagione... Comunque sia, se domani saremo al mondo, vi
permetterò i brindisi...
-- A proposito di stagione -- saltò su la Letizia, -- il babbo, la mamma e
l'Angela dovrebbero venir quest'inverno a Posilipo... Converrete che,
almeno d'inverno, il soggiorno di Villarosa è impossibile.
-- Cara mia -- riprese l'ex Prefetto -- c'è una cosa più impossibile
ancora, ed è quella che noi ci moviamo di quì.
-- Ma perchè? Ma perchè?
-- Perchè siamo vecchi, perchè siamo invalidi, perchè io ci vedo appena,
e tua madre è piena di doglie.
-- Non mi posso muovere, no, io, -- piagnucolò la signora Laura. -- Voi
piuttosto dovreste esser meno avari delle vostre visite...
E la vecchia signora tacque, stupita di aver avuto il coraggio
d'esprimere un suo desiderio.
Ma! Tutti sarebbero voluti venire, ma tutti avevano qualche impedimento,
erano presi in qualche ingranaggio che toglieva loro ogni libertà
d'azione.
-- Quando si è a capo d'una Banca -- sospirava Luciano.
E Girolamo diceva: -- Quando si prende sul serio la deputazione!
-- Quando c'è di mezzo l'Oceano! -- soggiungeva Cesare.
E la Letizia accampava la scusa della sua numerosa famiglia (oltre a Max
e Fritz aveva due bimbe rimaste a casa) e la Marialì in mancanza
d'argomenti plausibili (non poteva confessare che non era capace di star
una settimana in un luogo ove non ci fossero uomini che le facessero la
corte) si trincerava dietro vaghe promesse. Chi sa?... Forse.
-- Veniamoci, mamma, quest'inverno a Villarosa -- pregò l'Antonietta.
-- Proprio d'inverno?
-- Ma sì... Scommetto che con la neve non è punto triste.
-- Brr!
-- Io -- interpose Tullio -- se i nonni e la zia me lo permettono, ci verrò
senza dubbio quest'inverno... anche più d'una volta.
-- Bravo, Tullio! -- gridò la zia Angela -- Che regalo ci farai!
-- Ecco, mamma -- soggiunse l'Antonietta, -- si potrebbe mettersi
d'accordo.
-- Oh che bella cosa fareste! -- esclamò l'Angela giungendo le mani e
guardando con infinita tenerezza i due cugini che, già, nella sua mente,
ella vedeva stretti da un vincolo più sacro e tenace.
La Marialì se la cavò con un'altra di quelle frasi che non impegnano. --
C'è tempo... ci penseremo.
Giacomo, il servo, che girava col piatto della frutta, susurrò una
parola all'orecchio della padroncina.
L'Angela si rivolse prima al suo babbo e alla sua mamma, poi al resto
dei commensali.
-- È una così bella giornata... Lo volete prendere in giardino, il caffè?
-- Sì, sì, in giardino.
Però la signora Laura tentennava. -- Con le mie doglie?
-- Quì davanti c'è il sole -- disse la figliuola. -- Ti ravvolgerò nel tuo
sciallo.
-- Ma dopo mi accompagnerai in camera.
-- S'intende... E anche il babbo farà il suo chilo.
L'ex Prefetto assentì energicamente.
-- Sfido io!... È la sola ora che dormo bene.
Intanto i due Alvarez insegnavano con molta gravità alla zia Marialì il
modo di sbucciar le pere tenendole sollevate con la forchetta e senza
toccarle con le dita.
-- -Parfaits!- -- disse la Marialì con un'ammirazione un po' ironica. --
Potreste aprire un corso di belle creanze.
Indi ella chiese all'Angela: -- Sono le vecchie pere di Villarosa, non è
vero?
-- Sì, quelle piantate a spalliera nell'orto.
-- Ai nostri tempi non venivano mai a maturità.
-- Le mangiavamo acerbe.
-- E come s'arrabbiava lo zio Luigi!
-- Una volta ha amministrato a me una lezione coi fiocchi -- osservò
Cesare. -- Nella mia sbadataggine avevo svelto un ramo del prezioso
arbusto.
-- E il pesco, il bel pesco che sorgeva dietro la casa del giardiniere,
c'è ancora? -- domandò Luciano.
-- No, pur troppo -- rispose l'Angela. -- È morto nell'inverno del 1895 in
seguito ai geli... Oh, quello fu un anno fatale pei nostri alberi
fruttiferi.
-- E non avete ripiantato?
-- Quando in famiglia non ci son più giovani non si ripianta -- sentenziò
il commendatore. -- Noi non li avremmo visti crescer quegli alberi, e sa
il cielo chi verrà a star quì dopo di noi... Nessuno de' miei figli ama
Villarosa.
-- Io, io l'amo! -- avrebbe voluto gridar l'Angela. Ma aveva un nodo alla
gola. Sentiva che le sue parole sarebbero state strozzate dai
singhiozzi. Pur si chinò verso suo padre e gli disse piano: -- Se credi,
possiamo alzarci.
Di nuovo il commendatore prese il braccio della Letizia: di nuovo la
signora Laura s'appoggiò a quello di Luciano, ordinando in pari tempo
all'Angela di andarle a cercare lo sciallo. Doveva averlo lasciato di
là, in salotto.
-- Eh, lo so che ci sono gli scalini -- protestò l'ex Prefetto,
infastidito degli avvertimenti della Letizia.
-- Ci vedi dunque?
-- Che c'entra il vederci? È la forza dell'abitudine. Anche quelli che
son ciechi affatto camminano soli nella loro casa... Io distinguo ancora
gli oggetti, le persone come dietro un velo, come in un'ombra... Le
tenebre complete verranno.
-- Perchè dovrebbero venire?... Consulta uno specialista... A Napoli...
-- Che Napoli?... Il Toschi di Milano, una celebrità, che fu quì l'anno
scorso, giudicò pericolosa ogni cura energica, non trattandosi già di
una malattia ma di un indebolimento progressivo del nervo ottico.
S'intese la voce squillante, argentina dell'Antonietta.
-- Oh che bellezza, che sole, che sole!... Par d'essere in estate... E
poi si sosterrà che Villarosa è triste!
-- Ecco la mia poltrona -- disse la signora Laura a Luciano, sedendo
faticosamente. -- Ma io non resto che pochi minuti.
Si guardò intorno, inquieta. -- Quest'Angela...
-- Son quì -- rispose la figliuola accorrendo con lo sciallo e
ravviluppandone le spalle e il petto della madre.
Anche il commendatore Ercole sedette in una sedia a bracciuoli.
-- Il caffè lo verso io -- dichiarò la Marialì ritta davanti alla tavola
di vimini dove Giacomo aveva posato il vassojo con le chicchere. -- Lo
verso io e l'Antonietta lo distribuirà. Credo di ricordare il gusto di
tutti quanti... Il babbo poco zucchero, la mamma molto... Luciano due
pezzi...
-- Per me solo una mezza tazzina -- disse la signora Laura. -- Mi piace
tanto il caffè, ma mi agita i nervi. Se badassi al dottore, non ne
prenderei affatto.
VIII.
-- -Lupus in fabula- -- gridò Cesare Torralba additando un uomo di mezza
età che si avanzava lungo il viale. -- Ecco Vignoni.
E gli mosse incontro.
-- Non si sentiva fischiar gli orecchi, dottore?
-- Perchè?
-- Perchè parlavamo di lei.
-- Davvero?
Ora i due uomini venivano insieme verso il grosso della comitiva.
Cesare disse: -- Gli Alvarez e i Frassini li ha già visti iersera...
Luciano e Tullio, Girolamo e mia cognata Adele sono arrivati
stamattina... C'è bisogno d'introduzione?
-- No, ho avuto il piacere d'incontrarli qualche altra volta -- replicò il
medico scambiando saluti e strette di mano. -- Anzi col signor Tullio --
egli soggiunse -- siamo vecchie conoscenze.
-- Giuocheremo di nuovo alle boccie, sa -- disse il giovane.
-- Sono sempre a' suoi ordini.
-- Dottore, desidera un caffè? -- domandò Marialì.
-- Grazie, signora, se mi dispensa.
-- O un bicchierino di cognac?
-- Neppure... Ho appena pranzato.
-- O un bicchiere di vino?
-- Nossignora. Proprio non prendo nulla.
-- Un sigaro almeno -- disse Girolamo aprendo l'astuccio.
-- Grazie... Accetterò quello.
-- Un medico di campagna che non beve! -- esclamò la Marialì -- Che
miracolo! Il suo predecessore aveva altre abitudini.
-- Così raccontano -- rispose sorridendo Vignoni. -- E ho inteso che negli
ultimi anni sopra tutto...
-- Era sempre brillo -- soggiunse Cesare Torralba terminando la frase. --
Me lo ricordo benissimo. Se non avesse avuto un cavallo savio che
conosceva a menadito tutte le strade e tirava da sè il suo biroccino
sarebbe andato a finire in fosso un pajo di volte al giorno.
-- Capiscono che non ho torto se non voglio imitarne l'esempio.
-- Quanti anni sono ch'è quì, dottore? -- chiese la Marialì. -- Certo è
venuto dopo ch'io mi sono sposata.
-- Sono venuto nel 1885.
-- E ormai non si muove?
-- Ho la mia famiglia, ho un poderetto che coltivo da me.
-- Coltivar la propria terra, quella dev'essere una soddisfazione --
sospirò l'Angela. -- Quando la si affitta, si cessa d'essere in comunione
con lei.
-- La terra! -- borbottò Luciano consegnando a sua nipote Antonietta la
chicchera vuota. -- La terra è esausta. Chi può viver più della terra?
-- Scusi -- ribattè Vignoni, -- tutti ne viviamo, anche coloro che la
disprezzano. -- Se talora essa ci sembra stanca, impoverita, gli è che le
domandiamo troppo... Si vuole ch'essa nutra quelli che la lavorano,
quelli che la fanno lavorare e quelli che la cedono a chi la fa lavorare
agli altri... senza contare le delizie del fisco.
Il commendatore Ercole si scosse. -- La proprietà fondiaria è gravata in
un modo indecente.
-- Il nostro sistema fiscale è un cumulo d'iniquità -- sentenziò Girolamo,
l'onorevole.
-- Oh non isperiamo niente neanche da voi radicali -- soggiunse, stizzito,
il commendatore. -- Figuriamoci se voi pensereste ad alleggerire i
proprietari!
-- Noi ridurremmo le spese... esercito, marina...
Luciano protestò: -- Dio guardi l'Italia dalla finanza dei demagoghi...
Altro che ridur le spese!... Voi le raddoppiereste... Troppa gente avete
da contentare...
Mentre i due fratelli si bisticciavano, la signora Adele ammiccava a
Vignoni.
-- Il dottore è un po' socialista, se non m'inganno... Anch'io...
Ma la signora Adele non potè svolgere le sue idee perchè quasi
contemporaneamente gli suoceri reclamarono Vignoni per sè.
-- Dottore, non stia a discorrer di politica, e venga quì -- disse l'ex
Prefetto col suo tono alquanto imperioso.
E la querula signora Laura, che rimproverava l'Angela di averla fatta
uscire in giardino, disse alla sua volta:
-- Me ne appello a lei, dottore. Non è un'imprudenza, co' miei
reumatismi, di rimanere all'aria aperta?
-- Fin che c'è questo bel sole, no.
-- Ma -- riprese la vecchia valetudinaria -- il sole è sul punto di
nascondersi dietro gli alberi... E meglio ch'io rientri in casa.
-- E a me è appunto il sole che dà noja -- brontolò il commendatore. --
Quando avevo i miei occhi sani non me ne dava; me ne dà adesso che non
ci vedo... Una delle solite canzonature della vita... Del resto, penso
di fare anch'io la mia dormitina... Arrivederci più tardi.
La Letizia gli riofferse il suo braccio. Ma la Marialì sostenne che
questa volta toccava a lei.
-- Nè l'una nè l'altra -- dichiarò Ercole Torralba. -- C'è l'Angela che ha
più pratica.
-- E la signora Laura darà il braccio a me -- disse il dottore. -- Io poi
leggerò il giornale al signor Prefetto fin che si sia addormentato...
Così la signorina Angela potrà trattenersi con gli ospiti.
Questa, che s'era avviata col padre, girò un momento la testa.
-- Allora mi aspettate quì... Torno subito.
-- Sì, sì, ti aspettiamo.
Incontrandosi nello stesso pensiero Luciano e Girolamo guardarono
l'orologio; indi gridarono dietro alla sorella: -- Tarderà molto la
posta?... Hai mandato il giardiniere a prenderla?
-- Sicuro, e non può tardare -- ella rispose di lontano.
Luciano investì l'-onorevole-. -- Vale la pena che tu sia deputato se non
riesci a far organizzar meglio le poste e i telegrafi di questi
paesi?... È incredibile... Una sola distribuzione al giorno...
-- Scusa, in quanto a distribuzioni ce ne son due.
-- Oh, quella della mattina è insignificante... E il telegrafo a cinque
chilometri, e niente telefono... E l'Angela si maraviglia della brevità
e della rarità delle nostre visite!
-- Quando non se ne occupa il deputato del collegio, -- obbiettò Girolamo.
-- Chi è? Chi è?
-- Un riccone, Basterini... un moderato di tre cotte.
Giulio Frassini che passeggiava su e giù con aria trasognata si fermò
sui due piedi, e battendo sulla spalla del cognato -- Caro mio --
principiò -- tu e Girolamo e Cesare...
-- Chi mi nomina? -- interruppe costui che stava chiacchierando con la
Marialì.
-- Io, io -- replicò Frassini -- E volevo dire che tutti voi altri, uomini
e donne... forse la Letizia e l'Angela faranno eccezione... siete
ammalati della malattia del secolo, l'inquietudine...
-- O come se non l'avesse, lui, l'inquietudine! -- esclamò la Marialì.
-- La mia è d'un altro genere... Io inseguo le forme del bello che si
sono perdute nella volgarità universale. Io cerco il simbolo ch'è
l'essenza di tutte le cose... Ma la mia inquietudine è puramente
intellettiva... La vostra è fatta d'ambizione, di cupidigia di danaro,
di smania d'avventure... Può darsi che anche la mia uccida; la vostra
uccide ed abbassa.
-- La nostra conduce a qualche cosa, tu macini il vuoto -- ribattè
Luciano.
Intanto la Marialì tentennava il capo come a dire: -- O che prendete sul
serio le fisime di mio marito?
Da parte sua Frassini pareva non prender sul serio i suoi contradditori,
perchè senza curarsi delle loro obbiezioni s'era rimesso a camminare con
la testa china e con le mani intrecciate dietro la schiena.
In quella una bicicletta si fermò davanti al cancello e ne scese
Bortolo, il giardiniere, con un fascio di lettere, di cartoline, di
giornali.
-- Quà, quà -- dissero a una voce Luciano e Girolamo indicando la tavola
di dov'era stato tolto da poco il servizio da caffè.
-- Non è mai arrivata una posta simile a Villarosa -- osservò Bortolo,
mentre, dopo aver deposto il suo carico, si frugava nelle tasche per
veder se avesse dimenticato qualche cosa.
In fatti aveva ancora un mucchio di biglietti da visita.
-- Sono pel commendatore -- egli disse -- E ci devono essere anche cinque o
sei lettere per lui... Le porterò alla signorina Angela... Dov'è?
-- Or ora viene... Lasciate quì tutto quanto -- ordinò Luciano.
E con ansia febbrile si mise a cercare la sua corrispondenza.
Lo stesso facevano Girolamo e sua moglie.
-- Con vostro comodo -- disse ironicamente la Letizia ch'era rimasta
seduta -- vedrete se c'è nulla per gli altri.
La Marialì s'avvicinò in silenzio alla tavola e prese il -Figaro-.
-- È di Luciano, ma ora non lo legge.
S'intesero le due voci di Max e Fritz.
-- Noi aspettavamo delle cartoline illustrate.
-- Ecco, ecco... Sono più d'una dozzina.
-- Ogni giorno ce ne arrivano.
-- Ah, siete collezionisti?.
-- Cinquemila e cinquecento ne abbiamo -- rispose Max.
-- In venticinque album -- soggiunse Fritz.
-- Più dieci album di francobolli -- ripigliò Max, pavoneggiandosi.
Fritz corresse il fratello.
-- Scusa, sono undici.
-- Hai ragione, undici. Dimenticavo il piccolo.
-- Avete anche bottoni da camicia? -- domandò serio serio Cesare Torralba.
I due Alvarez guardavano lo zio col sorriso ebete di chi non capisce.
Intervenne la Letizia in aiuto dei figliuoli.
-- Che spiritosaggini!
-- Non c'è niente di male -- ribattè Cesare. -- Ne ho conosciuti io dei
collezionisti di bottoni da camicia... Son gusti innocenti.
-- Questo sì -- ripigliò la Letizia che voleva slanciare una frecciata al
fratello. -- Son gusti tranquilli che non danno dispiaceri alle famiglie.
L'Angela scendeva frettolosa per la gradinata.
-- Eccomi finalmente... L'avete poi ricevuta la posta?
Assorti nella lettura, Luciano e Girolamo non risposero che con un segno
affermativo del capo.
L'Adele, alzando la testa da un giornale, additò le lettere e i
biglietti rimasti sulla tavola.
-- Saranno congratulazioni per le nozze d'oro. Povero babbo! Gli farà
piacere che qualche amico lontano si ricordi di lui.
-- Le apri tu le sue lettere? -- chiese l'Adele ripiegando il foglio.
-- Sì, in sua presenza... Talora le apre egli stesso, e io le leggo...
Diamo un'occhiata ai biglietti... Oh! -Carlo Tazzoni, senatore del
Regno-... Questo era consigliere delegato a Salerno, quando il babbo era
Prefetto... Letizia dovrebbe ricordarsene.
-- Sì, sì... Me ne ricordo perfettamente... Era allora un bell'uomo,
alto, con due fedine da diplomatico, accurato nel vestire...
-- Ma! -- sospirò l'Angela. -- È riuscito a esser senatore, lui... Il sogno
di nostro padre...
E seguitò a tirar fuori dalla busta i vari biglietti.
-- -Conte commendatore Annibale Zilli, Capo divisione al Ministero
dell'interno -- Onorevole Bariolo, deputato...-
L'Angela stette un momento sospesa.
-- Ora che ci penso, come va che questa gente ha saputo della nostra
festa domestica?... Noi non abbiamo fatto pubblicità.
-- C'era nel -don Chisciotte- di venerdì, a proposito di quella seduta a
cui non potevo assistere -- disse Girolamo. -- È il numero che ho
comperato per viaggio. Credo di averlo ancora in tasca.
L'aveva in fatti e lo porse all'Angela, richiamando la sua attenzione su
un trafiletto di cronaca. «L'onorevole Torralba mandò una lettera al
Presidente della Lega dei contribuenti scusando la sua assenza dalla
seduta di iersera. Iersera appunto egli partiva per Villarosa ove i suoi
genitori celebrano le nozze d'oro. Felicitazioni ed auguri.»
-- A me occorrerebbe spedir subito due telegrammi -- saltò su a un tratto
Luciano. -- Come si fa ora?
-- Troveremo qualcheduno che li porti -- disse l'Angela.
-- No, no. Preferirei scriverli in stazione... Sono in francese e se non
sono presente io chi sa che -brioches-!... Non c'è una bicicletta?
-- Anch'io ho da telegrafare -- dichiarò Girolamo. -- Una gran seccatura
questa mancanza d'un ufficio telegrafico!
-- Dio buono! Non avrete mica l'apparecchio in casa nemmeno a Roma e a
Parigi -- esclamò l'Angela un po' annoiata nonostante la sua indole
conciliativa.
A Girolamo venne un'idea luminosa.
-- Se Max e Fritz ci prestassero il loro -tandem- si potrebbe andar
insieme, Luciano ed io, sino a San Vito... Ve ne servite ora, ragazzi?
No, pel momento i ragazzi non se ne servivano, onde, consultata la
genitrice, essi accondiscesero al desiderio degli zii e li precedettero
nella rimessa ov'era depositata la preziosa macchina lucida, levigata,
civettuola come i suoi proprietari.
-- Non ve lo sciupiamo, no -- disse Luciano rispondendo alla muta
raccomandazione dei due giovinetti.
Quando il -tandem- passò davanti al cancello, quelli ch'erano nella
villa sventolarono i fazzoletti ai due biciclisti.
-- Occhio ai fossi! -- gridò Cesare. -- E non discutete di politica.
-- Non c'è nulla di più antiartistico della bicicletta -- osservò
Frassini. -- È un prodotto degno di questo secolo di bottegai.
-- Lo volete fare il giro del giardino? -- propose l'Angela.
-- -Le tour du propriétaire- -- borbottò la Letizia pure assentendo alla
proposta della sorella.
-- Credo che l'Adele lo conosca appena -- riprese l'Angela.
-- È vero; fui quì tre o quattro volte, e il giardino non credo d'averlo
mai girato tutto.
-- È abbastanza grande.
-- Grande! Grande! -- ribattè la Letizia col suo tuono sprezzante. -- Il
ricinto non è piccolo, ma non c'è orizzonte... da noi a Posilipo c'è il
mare, ci son le isole, c'è il Vesuvio...
La Marialì alzò le spalle.
-- Se fai entrare nel tuo giardino anche il Vesuvio!
In fin dei conti a lei non importava nulla nè di Posilipo, nè di
Villarosa, nè di luogo alcuno al mondo se non in quanto vi fosse
l'opportunità di civettare. E il carattere affatto domestico della
presente cerimonia le toglieva la speranza di far valere i suoi vezzi.
-- La gioventù con la gioventù -- disse l'Angela a Max e a Fritz. -- Perchè
non raggiungete l'Antonietta e Tullio che sono avanti già d'un buon
tratto?
Cesare si mise a ridere. -- Quelli non si confondono.
Ma gli Alvarez chiesero licenza alla madre di salire un momento in
camera per riordinare le loro cartoline. Sarebbero discesi poi.
-- Come vi piace -- rispose la Letizia. -- Non stenterete a trovarci... Non
ci si perde a Villarosa, non c'è pericolo.
Indi ella vantò i suoi figliuoli. Ubbidienti, rispettosi, amorevoli, non
movevano un passo senza consultarla, quantunque l'uno avesse
diciott'anni, l'altro diciasette.
IX.
Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del
giardino.
-- È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò
Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che
praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò
viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno,
trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva
rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera
ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?
-- Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come
se tu fossi stato presente...
-- Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...
-- Ma non c'era neppur lei allora...
-- No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi
ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.
-- Sessant'anni! -- ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa
cifra. -- Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di
sessant'anni. Fra noi due...
-- Fra noi due di poco si passa i quaranta.
-- Che disgrazia diventar vecchi! -- sospirò l'Antonietta. -- Perdere i
denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i
poveri vecchi.
Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: -- Ora
sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i
nostri cugini volessero venir con noi.
-- Max e Fritz! -- esclamò Tullio con una risata.
-- Sì. Non li trovi noiosi?
-- Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e
giudicati... Son due cretini.
-- O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po'
cattivo con quei due nipoti.
-- Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta
guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei
capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle
cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui
appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...
-- È un modo d'occuparsi.
-- Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.
-- Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.
-- Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in
bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta;
è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...
-- Via, tu esageri.
-- Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me
piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che
ho in questo momento al mio fianco.
L'Antonietta divenne rossa.
-- Adulatore!
-- Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di
modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.
Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.
-- Antonietta! Tullio!
-- Siamo quì, siamo quì -- risposero i ragazzi.
-- Perchè non venite con noi?
Tullio spiegò: -- Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano
piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera
c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.
-- Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?
-- Più tardi.
Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il
commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla
Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.
La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui
procedeva di alcuni passi gli altri. Non bello, non elegante e d'un
aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non
poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la
Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di
esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine
sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo
sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si
divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito
dell'ammirazione e del desiderio.
Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:
-- Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti
che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele,
l'altalena, il trapezio...
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