Nozze d'oro
Enrico Castelnuovo
ENRICO CASTELNUOVO
NOZZE D'ORO
ROMANZO
MILANO
CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.o
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
1904
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
MILANO -- TIP. PIROLA & CELLA di R. CELLA
I.
-- Proprio non viene stasera? -- disse in tono di rimprovero Angela
Torralba al dottor Vignoni che s'avviava al cancello conducendo a mano
la sua bicicletta.
-- No -- rispose il dottore -- non vengo... Presto non potrei e tardi non
voglio. Si preparano al suo babbo e alla sua mamma delle giornate
campali, ed è bene che questa sera si corichino prima del solito.
-- Persuaderli! -- sospirò l'Angela. -- Dormono così poco.
-- Non importa... Riposeranno almeno... E farebbe bene a riposare anche
lei.
Ella si strinse nelle spalle. -- Io?... Se la fatica mi giova!
Il dottore squadrò l'Angela Torralba dalla testa ai piedi e soggiunse: --
Eh, non ha tutti i torti... Noi medici siamo dei gran minchioni. Io le
predicavo sempre: Non si strapazzi, non ha salute da buttar via... E
invece in queste ultime settimane, a lavorar come una bestia da soma,
scusi il paragone, ella ha guadagnato sotto ogni rispetto... Parola
d'onore, mostra diec'anni di meno.
L'Angela tentennò il capo. -- Estate di San Martino.
-- Certo -- riprese Vignoni -- che dopo questa baraonda, avrà bisogno di
quiete.
Ella si annuvolò in viso. -- Della quiete?... Ne avrò anche troppa...
Basta, sarà quel che sarà... Intanto l'essenziale era di riuscire...
Ancora, glielo confesso, mi pare un sogno.
-- Ma -- chiese il dottore -- recapitolando, quelli che vengono sicuramente
quanti sono?
-- Il conto è presto fatto -- rispose l'Angela. -- Mia sorella Letizia con
due figliuoli; la Marialì col marito e con la ragazza; Luciano con
Tullio; Girolamo, con o senza la moglie; e Cesare finalmente, Cesare che
dev'esser partito da Nuova York il 25 o 26 di Settembre e di cui aspetto
con ansietà un telegramma da Genova.
-- Il comandante Alvarez non viene?
-- No, è imbarcato.
-- E la Francese?
-- La moglie di Luciano?... Dice ch'è indisposta, che non vuol lasciare i
bimbi... Pazienza!... Chi sa che idee porterebbe?
Vignoni sorrise. -- Questa nuova cognata non è mai stata sul suo buon
libro.
L'Angela tentennò la testa. -- Io non ho nulla con lei, ma certo la prima
moglie di mio fratello m'era più simpatica... E poi era la madre di
Tullio...
Chiacchierando così erano giunti al cancello.
-- Arrivederci -- disse il dottore che s'accingeva a montar sulla
bicicletta.
-- Aspetti... Non abbia tanta furia -- soggiunse la Torralba. -- E ora non
rida delle mie incoerenze... Sono riuscita, non è vero?... Dovrei esser
contenta?... Ebbene?... Di tratto in tratto mi piglia uno scrupolo... Se
questa scossa fosse fatale ai miei vecchi?
Vignoni si affrettò a tranquillarla. -- Perchè?... Sono vecchi,
s'intende... Le nozze d'oro non si festeggiano dai giovani... Ma hanno i
visceri sani... Il commendatore, se non fossero gli occhi, sarebbe un
miracolo...
-- Gli occhi e i denti -- interruppe l'Angela.
-- Questi può sempre rimetterli... A ogni modo, non mostra i suoi
ottant'anni... E la signora Laura è piena d'acciacchi, lo so, piena di
disturbi nervosi e reumatici, il cuore è un po' debole, ma, per ora, di
serio, di grave non c'è nulla... E se ci pensasse meno sarebbe tanto di
guadagnato... Questa distrazione forzata non le farà male... No, no,
signorina, vedrà che non succederanno guai.
Rinnovati i saluti, Vignoni inforcò il suo cavallo d'acciaio e sparve in
un nembo di polvere, accompagnato dagli abbajamenti furiosi di Lupo, il
cane della fattoria.
-- Lupo! Lupo! -- chiamò l'Angela. E l'animale, chetatosi per incanto,
venne ad accovacciarsele ai piedi, mentr'ella gridava dietro al dottore:
-- Dica a sua moglie che se vuol portare oggi i bimbi troveranno ancora
dell'uva sotto la pergola...
-- Grazie -- rispose la voce che si perdeva lontano.
L'Angela si chinò ancora una volta a carezzar il cane; poi
discorrendogli come a una persona lo indusse a tornar verso la fattoria.
-- No, Lupo, sai che non si entra... Sai che il padrone non vuol bestie
in giardino.
Lentamente, ella ritornò sui suoi passi. Il sole, uscendo fuor dalle
nuvole, illuminò la facciata della vecchia casa grigia, illuminò, sul
portone, il quadrante del vecchio orologio.
-- Quasi le nove... La mamma mi aspetta per alzarsi -- pensò Angela
Torralba salendo i pochi gradini che mettevano alla sala terrena. Sul
ripiano si voltò; aveva sentito uno scalpiccìo sulla ghiaja.
Era Battista, il procaccia telegrafico di San Vito al piano, con un
espresso.
-- O Battista -- disse, precipitandoglisi incontro l'Angela che lo
conosceva. -- Date quì... Come siete sudato, pover'uomo!
-- Ho corso, e benchè si sia in Ottobre fa caldo.
-- Passate in cucina e fatevi versare un bicchier di vino... Or ora verrò
io col danaro.
Il dispaccio ch'era diretto al commendatore Ercole Torralba ma che
l'Angela aperse senza esitazione non conteneva che poche parole:
-Sono sbarcato felicemente Genova. Arriverò San Vito domattina alle 8.
Abbraccio tutti.-
CESARE.
L'Angela Torralba baciò il foglio e i suoi occhi s'inumidirono.
-- Caro Cesare! -- ella esclamò con tenerezza. E spingendo la portiera a
vetri entrò in casa col telegramma spiegato.
II.
Da parecchi mesi Angela Torralba era affaccendata a preparar quella
festa che dopo tanta dispersione doveva riunire almeno per un giorno
l'intera famiglia. Da parecchi mesi, vegliando parte della notte,
cogliendo ogni ritaglio di tempo lasciatole libero dalle occupazioni
domestiche e dalle cure filiali ella scriveva lettere su lettere ai
fratelli, alle sorelle, alle cognate, ai nipoti. Scriveva a Napoli, a
Roma, a Firenze, a Parigi, a Nuova York. Argomentava, discuteva,
pregava. -- Date questa gioja ai nostri vecchi, date questa gioja a me
che ne ho avute così poche nella vita. Fate uno sforzo, fate un
sacrifizio. Che il 15 Ottobre vi trovi tutti raccolti quì. Venire a più
riprese, gli uni prima, gli altri dopo, non è lo stesso. La festa non si
può celebrar che una volta sola, il 15 Ottobre, ch'è appunto il
cinquantesimo anniversario del matrimonio. Bisogna che in quel giorno
siate tutti insieme a Villarosa, tutti i figliuoli almeno, se non tutti
i nipoti... Villarosa è grande abbastanza per contenervi. Ci siamo pur
stati nella nostra infanzia, e allora il povero zio Luigi teneva due
stanze per sè, e c'era il nostro fratello Manlio, e c'era Mademoiselle
Lucie, e nell'autunno non mancavano gli ospiti... A ogni modo, se sarete
un po' pigiati, se starete un po' a disagio non ve ne dorrete pensando
alla gioja di questa riunione di famiglia, pensando che sarete
aggruppati ancora una volta, forse l'ultima volta, intorno al babbo e
alla mamma». -- E l'Angela insisteva su questo punto, su quest'-ultima
volta-. « -- Il babbo è robusto, sì, ma ha ottant'anni, e non s'arrischia
solo nemmeno in giardino; la mamma, che ne ha settantaquattro, ne mostra
molti di più ed è spesso inchiodata sulla sedia da dolori alle giunture
e da gonfiezze alle gambe che Vignoni, nonostante il suo ottimismo, non
esclude possano derivare da vizio di circolazione... Vedete bene che non
c'è da far troppo assegnamento sull'avvenire.»
Questo, nella corrispondenza dell'Angela, era per dir così, il fondo
comune; naturalmente le lettere variavano di tenore secondo le persone a
cui erano scritte. Alle osservazioni del fratello Luciano, ammogliato in
seconde nozze e stabilito a Parigi, il quale tentava di dimostrarle la
grande difficoltà d'impegnarsi a lasciare a data fissa la Banca del
suocero di cui egli era gerente, ella replicava: -- Sono ragioni
inammissibili. In una settimana tu puoi venire, stare e tornare. E io
non riuscirò a persuadermi che tu non sia in grado di consacrare una
settimana ai tuoi parenti. Viaggi pure ogni momento pei tuoi affari; vai
a Londra, vai a Vienna, vai a Berlino... fosti anche in Italia
l'altr'anno senza passare per Villarosa (vergogna!) e non potrai far in
modo d'aver liberi cinque o sei giorni intorno al 15 d'Ottobre? E
sarebbe questa un'eccellente occasione per accompagnare in Italia la tua
-Julie- che abbiamo vista quì solo un paio di volte e le due bimbe che
non abbiamo visto mai. Di Tullio non si parla nemmeno; quello non s'è
lasciato infranciosare e viene più spesso che può ad abbracciare i nonni
e la zia.
A Girolamo, l'uomo politico residente a Roma, il quale avrebbe voluto
mutar la data della cerimonia, adducendo certi obblighi assunti co' suoi
elettori per l'inaugurazione d'una mostra bovina alla metà di Ottobre,
l'Angela replicava infastidita: -- Che i buoi e gli elettori anticipino o
aspettino. Le ragioni elettorali non devono prevalere alle ragioni
domestiche.
Con Cesare ch'ell'aveva tenuto sulle ginocchia ella faceva valere la sua
autorità di sorella maggiore. -- A te meno che agli altri è lecito di
esitare. Tu hai dato un immenso dispiacere al babbo e alla mamma
abbandonando l'Italia e l'Europa; tu, se fissi realmente la tua dimora
in America, non potrai essere al loro letto di morte; tanto più è
necessaria ora la tua presenza; dopo ripasserai l'Oceano, starai forse
altri cinque anni senza rivedere la patria. Perchè sono cinqu'anni,
cinque lunghi anni dacchè sei partito. Basta, se di là dai mari puoi
fare la tua fortuna, se hai trovato costì un'occupazione confacente ai
tuoi gusti, finiremo col rassegnarci a saperti così lontano. Ma intanto
vieni. Non dubitare di non essere bene accolto. I nostri genitori,
poveretti, non hanno più la forza di serbarti rancore. Se non ti
scrivono, gli è perchè non iscrivono più a nessuno. Io poi mi faccio una
festa della tua venuta. Penso alle lunghe serate autunnali in cui,
davanti al caminetto, ci racconterai le tue avventure... Perchè gli
altri si tratterranno quì due o tre giorni;... tu ti fermerai almeno un
mesetto, non è vero?... Non si traversa l'Oceano per ripartire subito
dopo l'arrivo...
Cosa strana, le lettere dirette dall'Angela alle sorelle, pur essendo
ugualmente insistenti, avevano un'intonazione meno confidenziale. Si
capiva che ne' suoi rapporti con loro c'era stata qualche ombra, si
capiva che o per la posizione in cui si trovavano, o per la vita che
conducevano, esse avevano allentato, più ancora dei fratelli, il vincolo
che le univa alla famiglia, alla casa.
-- A te, a tuo marito, se sarà sbarcato in quel tempo, e ai tuoi due
figliuoli che allora saranno certo in vacanza, -- ella scriveva alla
Letizia Alvarez -- riservo il quartierino ch'era abitato dallo zio Luigi
e ove sei stata anche tu anni fa. Ora è ristaurato e confido che tu non
abbia a trovarviti male. Tu e tuo marito avrete la camera con gli
stucchi; Max e Fritz si accomoderanno nella biblioteca. È ingombra dagli
scaffali, ma due ragazzi che devono avvezzarsi alle cabine dei loro
bastimenti non ci baderanno tanto pel sottile. In fine, se porterai la
tua cameriera, troveremo un buco anche per lei. Non posso offrirvi pur
troppo gli splendidi orizzonti e gli agi della vostra villa di Posilipo;
Villarosa è rimasta su per giù quella ch'era ai tempi della nostra
infanzia; ma a te almeno i ricordi dell'infanzia la renderanno cara... E
vedendo co' tuoi occhi la nostra vita modesta ti persuaderai che la
parzialità del povero zio Luigi (parzialità alla quale dal canto mio
avrei rinunziato ben volentieri) non ci ha fatto piovere i milioni in
casa.
Mentre queste frasi alludevano a una di quelle nefaste questioni
d'interesse che, nelle famiglie ricche sopra tutto, aprono sovente
ferite insanabili, le lettere che l'Angela dirigeva alla Marialì
lasciavano indovinare un antico dissidio derivante da una causa più
delicata, più intima.
-- Puoi venire con animo tranquillo, Marialì, puoi venire in compagnia di
Giulio. Il passato, già tanto lontano per sè, mi par sepolto addirittura
nella notte dei tempi. Pensa; dopo il tuo matrimonio (vent'anni fa!) non
ci siamo viste che alla sfuggita: a Cremona e ad Aquila dove il babbo
era Prefetto; quì a Villarosa tre volte sole, per poche ore. E una di
quelle volte, in una ben triste occasione, pei funerali dello zio.
Nell'autunno del 1892 che ti ci sei fermata per quindici giorni coi tuoi
figliuoli, quasi a farlo apposta, hai approfittato del tempo in cui ero
assente, ospite di Luciano. La tua Antonietta la conosco sopra tutto per
corrispondenza; gli altri miei nipoti non li conoscerei se non avessi le
fotografie. E vivete a Firenze, a poche ore da quì!
Insomma l'Angela Torralba non aveva mai spiegata tanta attività e tanta
energia.
Rimasta sola in casa a custodia dei vecchi parenti, zitella a 44 anni e
senza speranza di matrimonio, ell'era una di quelle donnette savie e
tranquille che sono la provvidenza delle famiglie, e che le famiglie si
avvezzano a considerare come esseri sbiaditi e subalterni, liberandosi
in questo modo dall'obbligo della gratitudine. I fratelli e le sorelle
dicevano: -- Quell'Angela manca di ogni -charme- femminile. Non è da
stupirsi se non ha trovato marito. -- E i genitori, che dell'Angela
avevano bisogno come dell'aria e del pane, ripetevano a sazietà: -- Dei
nostri sette figliuoli quella è stata la meno favorita dalla natura. È
buona, anzi buonissima, ma non ha slancio, non ha brio, non ha vita. Non
è stata mai giovine.
Ebbene, come il dottor Vignoni aveva notato, ora l'Angela pareva
ringiovanita. E non solo pel suo fervore epistolare, ma per l'assiduità
infaticabile con cui ella attendeva a tutti i preparativi necessari per
la buona riuscita del suo disegno. Giacchè l'ottener l'assenso di quelli
che sarebbero dovuti venire non bastava; bisognava far sì che non si
pentissero d'esser venuti, che quella vetusta casa di campagna situata
in una pianura disamena, quella Villarosa la quale d'allegro non aveva
altro che il nome, non apparisse troppo umile, troppo incomoda, troppo
inospitale a gente ormai usa alle raffinatezze delle villeggiature
moderne. È certo intanto che se l'invito fosse stato accolto nel senso
più largo; se i fratelli e le sorelle si fossero tirati dietro le mogli,
i mariti e tutti quanti i figliuoli, sarebbe stato un affar serio il
trovar posto per tutti. Ma l'Angela non si confondeva, tra perch'era
sicura che più d'uno avrebbe mancato, tra perchè aveva ormai preso i
debiti accordi col giardiniere e col fattore, affinchè, in caso estremo,
cedessero per pochi giorni le loro abitazioni.
Rivelando a sè stessa qualità organizzatrici fino allora ignorate,
ell'aveva compilato tre specie di preventivi: il minimo, il medio, e
quello ch'ella chiamava della -massima gioja- e che, oimè, sarebbe stato
anche del massimo disturbo e doveva servir nell'ipotesi che le varie
famiglie giungessero in massa. Tante stanze, tanti letti, tante persone
di servizio ausiliarie occorrevano nel primo caso, tante nel secondo e
tante nel terzo. E com'è naturale, le spese sarebbero state
proporzionate al numero degli ospiti.
Questo della spesa era un affar serio, e guai se l'Angela non vi avesse
contribuito liberalmente col suo peculio particolare! Perchè il
commendatore Ercole Torralba, ex Prefetto, invecchiando, era diventato
avaro e si spaventava d'ogni strappo fatto al suo bilancio ordinario. --
Non voglio mica morir sulla paglia per solennizzar le mie nozze d'oro --
egli aveva dichiarato alla figliuola. Ma ella gli aveva risposto: -- Non
aver paura. Faremo le cose con giudizio.
E per far le cose con giudizio l'Angela aveva venduto in silenzio una
sua cartella di 500 lire di rendita e attingeva a piene mani nella somma
che ne aveva ricavata. -- Poichè lo zio Luigi mi ha favorita nel suo
testamento -- ella pensava -- è ben giusto che le mie entrate vadano a
benefizio dell'intera famiglia.
III.
Niente di più naturale che in quella sera di giovedì 12 Ottobre ch'era
la vigilia dei primi arrivi, si fosse un po' nervosi alla Villa. Però la
nervosità del commendatore Ercole Torralba aveva in sè qualche cosa di
acre che impensieriva la buona Angela.
-- Oggi non capita nessuno -- brontolava l'ex Prefetto; -- nè Vignoni, nè
don Antonio, nè il farmacista, nè il segretario... Si è fatta correre
una parola d'ordine...
-- No -- disse l'Angela sollevando gli occhi dal giornale; -- avranno
creduto che tu volessi coricarti più presto del solito.
Il commendatore si strinse nelle spalle. -- Sciocchezze!... Così si passa
da un estremo all'altro... Oggi un mortorio, domani uno schiamazzo
indiavolato.
-- Domani Cesare ci racconterà le sue avventure -- soggiunse la figliuola.
-- Belle avventure, sì -- ribattè il padre. -- Un ragazzaccio che ha
provato cento mestieri senza fermarsi su nulla.
-- Ora s'è fermato -- riprese l'Angela con dolcezza.
-- Chi lo sa?... A ogni modo, per fermarsi è dovuto andare in America...
Ha piantato i suoi genitori, ha piantato te... Poteva viver tranquillo
quì, prendere il posto lasciato vuoto da suo fratello Manlio, investire
in fondi la somma ereditata dallo zio, e invece...
-- Non aveva vocazione per l'agricoltura...
-- Già, tu lo hai sempre difeso... per amor dei contrasti.
-- Babbo! -- supplicò l'Angela colta da un subito sgomento. -- Non
amareggiamoci questi giorni che devono esser giorni di felicità e di
concordia... Saremo tutti uniti,... tutti quelli che rimangono... ed era
tanto tempo che non eravamo uniti!... Se pur ci furono attriti in
passato, dimentichiamoli, non diamo posto fra noi ai tristi ricordi...
Non dico bene, mamma, non sei della mia opinione?
Questa interrogazione era rivolta a una vecchietta in cuffia bianca e
vestito nero di seta che se ne stava rannicchiata su una poltrona, con
uno sciallo sulle spalle e una coperta di lana sulle gambe.
La vecchietta era sempre stata dell'opinione di qualchedun altro, e
questa volta ell'aveva il desiderio vivissimo d'esser dell'opinione
della sua figliuola, ma non osava parlare per tema di dar torto al
marito il quale la teneva compressa sotto il suo pugno di ferro.
Nondimeno ella balbettò: -- Eh sì... tu dici bene... sì... anch'io...
L'unione nelle famiglie è una bella cosa...
Subito dopo ella se la prese con le sue doglie. -- Ah questo braccio,
questo braccio... Neanche il massaggio ha servito.
-- Niente di quello che ordinano i medici serve -- borbottò Torralba.
-- Credo sia l'ora della mia pillola -- ripigliò la signora Laura.
-- No, mamma -- rispose la figliuola. -- È presto.
-- Mi pareva...
-- Sta tranquilla che ci penso io.
-- Pillole e unguenti -- disse il commendatore Prefetto. -- Ecco le
allegrezze della nostra età... Tu l'hai spuntata, Angela. Ti sei messa
in quattro a questa impresa, e ormai non si può più tirarsi indietro. Le
festeggieremo le nostre nozze d'oro. Ma, credilo, non c'è sugo a
chiamare a raccolta i figliuoli perchè ci vedano ciechi, sordi,
sdentati, rammolliti, impotenti. Quelli che ci son stati sempre vicini,
quelli dinanzi a cui siamo declinati a grado a grado si capisce che ci
portino le loro congratulazioni per un avvenimento che a loro sembra
giocondo... Ma gli altri si poteva contentarsi che ci mandassero i loro
auguri per lettera...
Come se questa tirata l'avesse stancato, Ercole Torralba chinò la testa
sul petto e parve assopirsi.
L'Angela rasciugò in fretta una lacrima e avvicinandosi a sua madre
inerte sulla poltrona tentò divagarla col richiamar l'attenzione di lei
sui regali ch'erano disposti in bell'ordine tutt'all'intorno. Regali dei
figli e delle figliuole, dei generi e delle nuore, regali dei nipoti e
delle nipoti, regali di qualche raro amico superstite e memore. Alcuni
s'adattavano all'età delle persone a cui erano destinati; pantofole
ricamate, sacchi da piedi, coperte di seta, guanciali di piuma, paralumi
e paraventi; altri erano i soliti gingilli che si trovano dal
chincagliere: album, vasi, coppe, statuine, calcafogli, ecc. ecc.
-- E ne verranno ancora domani -- notò l'Angela mentre lo sguardo della
signora Laura si posava distrattamente sui vari oggetti.
-- Sì, sì, -- sospirò la vecchia signora. -- Ma nessuno mi regalerà un
specifico per i miei reumatismi.
Il commendatore si scosse, spinse indietro con una mano il fiocco del
berretto che gli era caduto sul fronte, e chiamò: -- Angela! Angela!
-- Eccomi, babbo.
-- Perchè non mi leggi i giornali, stasera?
-- Sono pronta... Credevo che tu dormissi.
-- Già -- rimbeccò l'ex Prefetto. -- Tu credi sempre ch'io dorma.
Con la solita aria rassegnata, l'Angela sedette al tavolino e spiegò la
-Tribuna-.
-- C'è un articolo di fondo sul -Transval-.
-- Me n'importa molto del -Transval-! -- disse il commendatore con una
spallucciata. -- E nel -Corriere- che cosa c'è?
-- Ci son due colonne sul -Ministero e il paese- -- rispose la figliuola
aprendo l'altro foglio che le stava dinanzi. E nel legger quel titolo la
voce di lei aveva una certa esitazione, perch'ella sapeva benissimo che
se la politica estera non interessava suo padre, la politica interna
aveva quasi sempre la virtù di farlo uscire dai gangheri.
-- Il ministero e il paese! -- esclamò sarcasticamente Ercole Torralba. --
L'uno val l'altro... Ah, se quarant'anni addietro si fosse potuto
prevedere quello che sarebbe successo non si avrebbe rischiato la pelle
per mettere in piedi questa baracca.
Invero il Torralba la pelle non l'aveva rischiata; era giustizia
tuttavia il riconoscere che in gioventù egli era stato un buon patriota
e s'era adoperato secondo le sue forze in prò della causa nazionale. Ma
egli non era uomo d'idee larghe e d'animo alto; aveva una certa facilità
e apertura d'ingegno che, non corretta, non regolata dalla meditazione e
dallo studio, lo rendeva spesso avventato ne' suoi giudizi e gli dava un
concetto eccessivo di sè; aveva la stretta probità ch'è bastevole perchè
uno faccia il proprio dovere; non la delicatezza orgogliosa che ci vieta
di mercanteggiare i compensi per questo dovere adempiuto. Onde, entrato
nei pubblici uffici, era stato sempre un funzionario inquieto, ombroso,
incontentabile. Gli pareva che si disconoscessero i suoi servigi, gli
pareva che gli si preferissero altri men degni; e le promozioni e le
onorificenze che pur gli venivano largite arrivavano troppo tardi per
disarmarlo. Prefetto successivamente in varie provincie del Regno, s'era
fitto in capo che l'alta carica dovesse fruttargli un seggio al Senato,
e tempestava di sollecitazioni deputati e ministri, e deluso a ogni
infornata tirava giù a campane doppie contro la camorra trionfante. Si
può figurarsi se i suoi umori si fossero inaciditi dopo il suo
collocamento a riposo nel 1880. Sebbene fosse in fondo d'idee
conservative, il suo linguaggio verso il Governo somigliava a quello dei
più scalmanati ed egli si univa con questi nel pronosticare la rovina
del giovine Regno d'Italia. Un paese che mancava di riguardi a lui era
un paese immeritevole, nonchè di prosperare, di esistere.
-- Una baracca da fiera di villaggio -- seguitò il Torralba -- ove i
Ministri ballano sulla corda e i deputati fanno da pagliacci, e il
pubblico, ch'è poi composto di tutta la nazione, fischia ma paga.
-- Però -- riprese timidamente l'Angela -- quando Girolamo le dice lui
queste cose, tu gli dai sulla voce.
-- Sicuro. Lui non ha il diritto di dirle... Che sacrifizi gli è costata
l'Italia? Ha trovato il pranzo pronto e s'è seduto a tavola. Se si son
commesse delle ingiustizie (e quante e quali!) a danno di suo padre,
egli non s'è guastato il sangue... A lui tutto andava a seconda. Mentre
noi ci rifugiavamo in quest'eremo egli piantava a Roma il suo studio
d'avvocato, sposava una donna ricca, gettava le basi della sua
candidatura al Parlamento, e tra i clienti e la consorte e la politica
aveva un'infinità di buone ragioni per non venir quì che a ogni morte di
Papa... Ora siede all'estrema sinistra e si atteggia a tribuno, ma in
casa sua fa l'aristocratico e tien carrozza e cavalli e servitori in
guanti bianchi e lascia che sua moglie si freghi intorno alla nobiltà...
No, no, non c'è logica, non c'è altro che il tornaconto.
-- Ebbene, babbo, io prego te e pregherò Girolamo di non tirare in campo
nei vostri colloqui nè il Governo, nè il Parlamento, nè il paese, nè la
democrazia, nè l'aristocrazia, nè niente di tutto quello che può esser
fonte di dissidi.
Forse nell'animo dell'ex Prefetto balenò l'idea della vanità d'ogni
contrasto per chi era come lui all'orlo della tomba, ed egli accolse con
inusata mansuetudine le raccomandazioni della figliuola limitandosi a
borbottare: -- Per me tanto... ormai...
Dalla sua poltrona la signora Laura piagnucolò: -- Angela, questa
pillola.
-- Alle dieci, mamma, alle dieci, non prima. -- Sai che il medico vuol che
ci siano almeno quattr'ore d'intervallo fra l'una e l'altra.
Quando la signora Laura si fu quetata, l'Angela riprese in mano i
giornali e ne lesse ad alta voce quà e là alcuni brani, saltando tutto
ciò che poteva eccitare la suscettività di suo padre.
Alle dieci e un quarto i due vecchi si coricarono.
IV.
-- Non moverti di quì fin che non torno -- disse l'Angela alla Maddalena,
la cameriera fidata ch'era in casa già da vent'anni. -- E se mi chiamano
-- ella soggiunse guardando i due usci aperti di destra e di sinistra che
mettevano alle camere del suo babbo e della sua mamma -- di' che torno
subito... Se sei stanca, sdrajati sulla mia poltrona.
Già da un pezzo, rinunciando alla camera propria, l'Angela dormiva in
quella specie d'andito che divideva le stanze dei suoi genitori.
-- Oh, si figuri -- replicò la Maddalena. -- Lei piuttosto dovrebb'essere
estenuata e farebbe meglio ad andare a letto.
-- No, no. Non vado a letto fin che non ho visto co' miei occhi se tutto
è in ordine... Ma! È una casa alla vecchia, e vi mancano quegli agi che
le mie sorelle e i miei fratelli, a eccezione forse di Cesare, giudicano
indispensabili.
-- Al solito lei si ammazza pegli altri e non riuscirà a contentarli --
notò la cameriera.
Pentita d'aver toccato questo tasto, l'Angela riprese: -- Non perdiamoci
in chiacchiere. Quelli lì mi aspettano in cucina.
Con l'indicazione generica di -quelli lì-, l'Angela voleva alludere a
Giacomo, il domestico sessagenario ma ben portante, alla cuoca Marianna,
e a Pietro il cocchiere.
I tre personaggi seduti intorno alla tavola su cui ardeva una lucerna a
petrolio si alzarono al giungere della padroncina.
-- Dunque, Pietro -- ella disse -- siamo intesi... Qualche minuto prima
delle sette andrai alla stazione ad aspettare il signor Cesare... E
quando hai attaccato mi fai avvertire... Se posso, vengo... Chi sa se
potrò?
Indi la colse uno scrupolo. -- Se pur non vengo, sei ben sicuro di
riconoscerlo, il signor Cesare?
Pietro protestò. -- Come non lo riconoscerei?... Mi par jeri l'ultima
volta che l'ho accompagnato alla ferrovia... Aveva un bagaglio
leggero... Si credeva che facesse solamente una corsa a Parigi, dal
signor Luciano... Invece...
-- Invece due settimane appresso s'imbarcava all'Havre.
Congedato il cocchiere, l'Angela si rivolse alla Marianna, la cuoca. Era
una donna di mezza età, sempre in grembiule e cuffia bianca, grassoccia,
lucida in viso come se portasse sull'epidermide il riflesso delle sue
casseruole.
-- Se non ci sono ritardi nel treno, il signor Cesare sarà a Villarosa
alle 8 e tre quarti circa... Forse avrà fame.
-- Non dubiti che la colazione sarà pronta.
-- Domattina vi sarà anche la Lisa per ajutarvi. Ha promesso di esser quì
per le sette.
-- Ci sarà senza dubbio -- affermò Giacomo. -- L'ho vista due ore fa.
La Marianna, che compensava con la petulanza le deficienze della
statura, atteggiò le labbra a un risolino sarcastico.
-- Per gli ajuti che può dar la Lisa!
-- L'avete pur scelta voi -- notò l'Angela.
-- Naturale. Piuttosto di quel cuoco che volevano far venire da Milano e
che avrebbe preteso di comandare a bacchetta.
-- E perchè vi lagnate?
-- Non mi lagno. Basta che non pretendano l'impossibile. Non si può da un
giorno all'altro passare da una cucina casalinga per tre persone a una
cucina di lusso per dodici... Quando sono entrata al loro servizio ne
sapevo più di adesso... È molto se si accende il forno una volta per
settimana.
-- Via, via, -- disse in tono conciliante l'Angela che non voleva
provocare una crisi in un momento così difficile -- ora avrete campo di
farvi valere... Del resto, non vi sarà nessuno che abbia esigenze
superiori ai vostri meriti.
Rabbonita dagli elogi, la Marianna ripigliò:
-- Domani a pranzo saranno in dieci, non è vero?
-- Appunto... In dieci... semprechè non vi siano sorprese.
-- Uno di più uno di meno non importa... Si prepara per dodici... Doman
l'altro poi?...
-- Per ora non sono annunziati che i miei due fratelli di Roma e di
Parigi e quel mio nipote Tullio ch'è già stato parecchie volte.
-- Un gran bravo giovine -- dichiarò la cuoca con accento di profonda
convinzione. -- Gli piace tanto il mio -vol-au-vent-.
-- Benone! Per doman l'altro ci farete un -vol-au-vent-.
La cuoca assentì con un cenno dignitoso del capo. Ma a un tratto,
battendosi il fronte, ella esclamò: -- A proposito, signorina, ha pensato
che doman l'altro saranno in tredici?
-- Come?
-- Scusi; domani sono in dieci, ne arrivano tre nella giornata di sabato:
dieci e tre tredici... Del resto, si fa subito il conto.
E con mirabile rapidità ella principiò e finì la sua enumerazione.
-- Il signor Prefetto, la padrona e lei, questi son tre; la signora
Letizia e due figliuoli, tre e tre sei; il signor Cesare, il signor
Girolamo, il signor Luciano e il signor Tullio, sei e quattro dieci; la
signora Marialì col marito e la ragazza, dieci e tre tredici.
Giacomo, che assisteva al colloquio, parve maravigliato d'una precisione
di calcolo che la Marianna non soleva possedere nell'addizionare la
cifra delle spese; ma la più confusa fu l'Angela che non si capacitava
d'aver trascurato una circostanza così grave... Non era superstiziosa,
ma insomma quel tredici a tavola in una solennità domestica l'era di
cattivo augurio.
Tuttavia ella si limitò a rispondere: -- Non è ancora ben certo che non
venga una delle mie cognate; in ogni modo c'è sempre il tempo d'invitare
il dottore, o il parroco, o qualche amico, e in tredici non saremo. E
adesso coricatevi pure, Marianna, che domattina dovete esser lesta di
buon'ora anche voi.
L'Angela fece un cenno a Giacomo che con un lume in mano precedette la
padroncina su per le scale e intraprese con lei il giro delle camere
riservate agli ospiti, cominciando da quella del signor Cesare, il primo
che doveva arrivare.
V.
-- Saranno dieci anni in Febbrajo -- notò Giacomo -- che è morto quì il
povero signor Manlio.
-- Proprio in Febbrajo -- sospirò l'Angela mentre si assicurava che le
coperte del letto erano sufficienti. -- Allorch'egli era un ragazzo e
Cesare era appena uscito dalle mani della bambinaja era questa la camera
ove stavano tutti e due nelle poche settimane di primavera e d'autunno
che passavano a Villarosa. Dopo, Cesare principiò la sua vita randagia e
la camera rimase al solo Manlio. V'erano però sempre i due letti... te
ne ricordi?
-- Sì, sì.
-- E ogni volta che Cesare faceva una corsa alla villa, egli ripigliava
il suo posto presso il fratello a cui voleva tanto bene.
-- E quanto ne voleva a lui il signor Manlio! E come lo chiamava in
quegli ultimi giorni!
-- Cesare era allora a Costantinopoli... Non ci fu il verso d'avvertirlo
-- replicò l'Angela. -- È stato un precipizio.
Troncando il discorso penoso, l'Angela volle verificar co' suoi occhi se
c'era l'acqua nella brocca del lavamano, se c'erano i fiammiferi sul
comodino e i pettini sul tavolino da -toilette-.
-- Cesare potrebbe aver bisogno di riposarsi un pajo d'ore -- ella disse.
-- Devono essere quasi quindici giorni ch'egli non dorme in un buon
letto... E faceva di quei sonni quand'era un ragazzo!
Dalla camera di Cesare l'Angela, sempre accompagnata dal servo, passò
nel quartierino assegnato alla Letizia Alvarez e ai suoi due figliuoli.
La camera della Letizia era forse la più bella della villa, esposta a
mezzogiorno, sul giardino, e non c'è dubbio che le cognate di Roma e di
Parigi, se fossero venute, ne sarebbero state gelose. Meglio dunque, per
questo lato, che non venissero. In quanto a Marialì, aveva tanti altri
difetti, ma era tagliata più alla buona e non badava a certe piccinerie.
Quella benedetta Letizia invece aveva i suoi fumi fin da ragazza, fin da
quando, venticinque anni addietro, alla Prefettura di Salerno, faceva
lei gli onori di casa in sostituzione della sua mamma sempre timida ed
impacciata. Poi ell'aveva conosciuto il tenente di vascello Alvarez,
che, sposandola, le aveva comunicato le sue arie di grande di Spagna -in
partibus-, benchè, con tutto il suo Alvarez, egli fosse di famiglia
borghese arricchitasi nel commercio di oggetti di tartaruga. E anzi
questo traffico, abbandonato dal padre di lui, fu continuato sino
all'ultimo da uno zio che aveva bottega in Piazza del Plebiscito e che
in mancanza di parenti più vicini lasciò erede il nipote. Costui si
affrettò a cedere il negozio, con l'espresso divieto di far figurare in
qualsiasi modo il nome di Alvarez nell'insegna della nuova ditta, e
mentre ereditava il patrimonio riusciva a far sparire dalla casa ogni
traccia di tartarughe e dal cuore ogni ricordo dello zio generoso.
-- Speriamo -- disse l'Angela la quale aveva fatto addobbare a nuovo la
camera -- che queste tappezzerie incontrino il gusto di mia sorella.
-- È un alloggio da regina -- ribattè Giacomo. -- Vorrei vedere che non ne
fosse contenta!
-- Tu non sai che luogo di delizie abbia mio cognato a Posilipo -- riprese
l'Angela. -- Io conosco la posizione, un incanto; non conosco la villa
che fu fabbricata solo negli ultimi anni; ma mio nipote Tullio che ci fu
due volte me ne faceva una descrizione entusiastica. E sì ch'egli vive
parte dell'anno a Parigi e anche a casa sua si trattano da gran signori.
Giacomo era poco persuaso. -- Per la posizione, sarà. Lì c'è la collina,
lì c'è il mare, e quì non abbiamo che una pianura bassa. Ma per la
camera, via... neppure sua sorella ne avrà una migliore di questa.
-- Almeno avesse il bagno accanto! -- soggiunse l'Angela.
-- Se vorrà fare il bagno -- notò il servo -- scenderà a pianterreno come
gli altri... come, del resto, scendeva tre anni fa...
-- Ti ricordi che se ne lagnava? E ripeteva sempre: Nella villa che
stiamo fabbricando a Posilipo il bagno è attiguo alla camera da letto.
Giacomo si strinse nelle spalle. -- In fin dei conti, quanto tempo si
tratterrà quì? Cinque o sei giorni.
-- Forse meno.
-- E allora, scusi, che pretese ha? Viene a Villarosa per una festa di
famiglia; dovrebbe pazientare se pur non ha tutti gli agi di casa sua.
-- Hai ragione, ma...
E intanto l'Angela esaminava il tavolino da -toilette- su cui erano
disposte boccette e boccettine d'acqua d'odore, e spazzole d'ogni misura
per le unghie e pei denti, e scatole di cipria e lime e pinzette.
-- Quì mi pare ce ne sia d'avanzo -- ella osservò. -- Già non c'è dubbio
che la Letizia porterà seco tutto quello che le occorre.
-- Ella, padroncina, non ha mai avuto tante smorfie -- borbottò Giacomo.
-- Io sono una zoticona, sono una campagnuola...
-- E il defunto signor Luigi, poi, figuriamoci!
-- Oh, quello era un filosofo... I suoi libri, le sue passeggiate, la sua
pipa, e non voleva altro... Lo dicevano un orso.
-- Ce ne fossero di quegli orsi! -- esclamò il servo.
E la nipote seguitò. -- Solo chi non lo conosceva poteva dirne male. Che
cuore sotto quell'aspetto ruvido!
-- S'è visto a' suoi funerali -- disse Giacomo. -- Da dieci, da venti
miglia son venuti per rendergli onore.
-- Povero zio! Era di cinqu'anni più giovine del babbo... Potrebb'esser
oggi con noi... E chi sa?... Forse mio fratello Cesare sarebbe rimasto,
forse certi attriti sarebbero stati evitati.
-- È morto tredici mesi giusti dopo il signor Manlio, in Marzo.
-- Appunto; in quell'anno non finiva mai di nevicare.
-- E l'han portato via in mezzo alla neve..... Che tristezza!
L'Angela diede una capatina nella stanza attigua ch'era l'antica
biblioteca dello zio e ov'ella aveva fatto collocare due letti pei due
nipoti Alvarez.
-- Certo ch'è molto ingombra e che quei due ragazzi saranno un po'
pigiati. Ma sono due futuri militari e si adatteranno.
-- Mi ricordo d'averli visti un'unica volta, da bambini... ed erano
sprezzanti e scontrosi più del bisogno -- borbottò Giacomo, mentre,
traversando la sala, s'avviava con la padroncina alla camera che, da
ragazzi, Luciano e Girolamo Torralba dividevano insieme e che ora
l'Angela destinava al primo dei due fratelli.
Per la Marialì e pel marito era pronta la camera gialla, l'antica camera
delle ragazze, ampia ed ariosa, ove le tre sorelle avevano scambiato
tante chiacchere e fatte tante allegre risate, ove nessuna delle tre si
svegliava la notte senza svegliare le altre due e richiamar la loro
attenzione sul russare romoroso di -Mademoiselle Lucie-, la governante
francese, che dormiva lì presso. Allora le tre birichine russavano
anch'esse con certe note nasali così stravaganti e caratteristiche che
-Mademoiselle Lucie- si destava in sussulto e gridava picchiando sul
muro: -- -Mais, Mesdemoiselles, est-ce que vous ne pouvez pas dormir sans
ronfler? C'est tout à fait inconvenant.-
Oh felici autunni di Villarosa, quando la famiglia era tutta riunita, e
i genitori erano sani e robusti, e non un'ombra turbava l'accordo delle
tre sorelle! L'Angela non invidiava nè la bellezza florida e regolare
della Letizia, nè la bellezza capricciosa e vivace della Marialì: anzi
ell'era superba di loro, superba dell'ammirazione ch'esse destavano;
sempre la prima a magnificare i loro pregi, sempre l'ultima ad
accorgersi dei loro difetti. Ella non vedeva, non voleva vedere il
freddo egoismo che si nascondeva sotto le apparenze corrette della
Letizia, non vedeva, non voleva vedere, dietro il sorriso affascinante
della Marialì, nei movimenti felini della sua persona leggiadra, una
smania morbosa di piacere, di soverchiare, un desiderio insaziato di
lodi e di adulazioni, una sensualità raffinata ed irrefrenabile.
All'Angela bastava che quelle sue sorelle l'amassero, che così la
maggiore come la minore (ell'era di tre anni più giovine dell'una, e di
due più vecchia dell'altra) ricorressero a lei per consiglio e per
ajuto, e perchè aveva anch'ella un poco di vanità (chi non ne ha a
questo mondo?) si godeva a sentirsi dire: -- Tu sei più savia, tu sei più
buona di noi.
Ah, quelle parole la Letizia gliele aveva ripetute con amara ironia dopo
la morte dello zio Luigi: -- Era naturale che lo zio ti preferisse nel
suo testamento. Tu sei la più savia, tu sei la più buona... anche con
gli zii ricchi...
Questo aveva osato rinfacciarle la Letizia Alvarez, tornando dal
cimitero, in una giornata rigida di Marzo, ed ella, colpita nel cuore
dall'ingiuria immeritata, non aveva saputo nemmeno difendersi, non aveva
saputo che inghiottir le lacrime che le rigavano il viso. Ah, in quel
giorno ella s'era dovuta persuadere che non aveva più sorelle...
L'altra, Marialì, la sua dolce Marialì, ella l'aveva perduta prima, fin
da quando la bella inconsciente le aveva preso il cuore di Giulio
Frassini e se l'era sposato...
Avrebbero ora dormito insieme in quella camera, Giulio Frassini e la
Marialì, egli forse innamorato sempre della moglie ancor bella e
seducente a quarantadue anni, ella con la testa piena di fisime galanti
e di null'altro tanto sollecita quanto di conservare il più a lungo
possibile il suo impero sugli uomini.
-- Mia sorella è freddolosa -- disse l'Angela dopo aver dato un'occhiata
al letto. -- Bisognerà che domattina la Maddalena aggiunga una coperta.
Ritto sulla soglia, reggendo con la destra il candeliere e posando la
sinistra sulla gruccia d'un uscio, Giacomo aspettava.
-- Apri, apri -- ordinò la padroncina, ed entrò dietro di lui nella stanza
che vent'anni addietro era occupata da -Mademoiselle Lucie-, e ch'ella,
l'Angela, aveva presa per sè dopo il matrimonio delle sorelle, pur non
passandovi la notte già da due anni, da quando cioè, per vigilar meglio
i suoi genitori, ella dormiva al pianterreno.
Oggi quella camera era preparata per l'Antonietta, la primogenita della
Marialì che doveva avere ormai 18 anni compiti, e che l'Angela non
vedeva da tempo. Però, da quando la ragazza era uscita di collegio, zia
e nipote s'erano scambiate lettere affettuosissime, e questa
corrispondenza aveva fatto nascere tra loro una viva simpatia. Già
all'Angela sorrideva l'idea di poter riportare sulla giovinetta la
tenerezza ch'ella provava un giorno per la sorella. E ora, alla vigilia
dell'arrivo di lei, ella pregustava la gioja di venire la mattina presto
a chiamarla e di condursela in giro pel giardino e per l'orto e di far
lunghe chiacchierate insieme.
-- L'ultimo ritratto che abbiamo dell'Antonietta -- ella osservò -- è del
1895 quand'ell'era all'Annunziata a Firenze ed era tanto bellina, anche
nel vestito da collegiale che generalmente ingoffisce.
-- Nel 1892 -- soggiunse Giacomo -- allorchè la signora Marialì giunse
improvvisamente a Villarosa coi figliuoli e vi si trattenne un paio di
settimane, la signorina Antonietta era in sottane corte e aveva i
capelli giù per le spalle. Era un po' magra, ma che splendidi occhi
aveva! E che sorriso! E com'era piacevole e manierosa!
-- I miei ricordi personali risalgono al 1890 -- sospirò l'Angela; -- al
giorno dei funerali del povero zio... Nel 92 ero a Parigi da Luciano;
nell'autunno del 96 la Marialì passò a Villarosa un giorno solo coi due
maschi ch'ella accompagnava in Svizzera nel collegio ove sono tuttora.
-- O che non ci sono scuole da noi? -- domandò il servo.
-- Ma! Ognuno ha i suoi gusti... Io, se avessi avuto figliuoli, non li
avrei messi certo in collegio. Perchè allontanarli da sè?
Giacomo, ch'era un savio, fece una riflessione da par suo.
-- Gli è che quelle che sarebbero nate per esser madri non si sposano; si
sposano invece quelle per le quali i figliuoli sono altrettanti impicci.
-- Bisognerà ricordarsi di far portar domani in questa camera una coppa
di rose -- riprese l'Angela lasciando cader l'allusione. -- Una ragazza
non può non amare i fiori.
-- Il giardiniere diceva oggi che delle rose ce ne son poche.
-- È tardi, lo so. Ma ce ne saranno abbastanza da riempirne una coppa...
Villarosa, Villarosa! È un nome che crea degli obblighi... È vero però
che converrebbe far nuovi innesti, nuove piantagioni, e quando i padroni
non se ne occupan loro...
-- Il signor Manlio e il signor Luigi avevano una passione pel
giardino...
-- Anch'io l'avrei... Ma non ho tempo... purtroppo!
-- E sacrificata sempre...
-- No, Giacomo, non è la parola giusta... Non è un sacrifizio, il mio; è
un dovere sacrosanto che mi augurerei di poter compiere fino all'ultimo
giorno della mia vita... Triste, triste cosa il veder invecchiare coloro
a cui si vuol bene!
Dopo una breve pausa, e senza indugiarsi in altre considerazioni,
l'Angela ripigliò: -- Ora siamo quasi al termine del nostro giro. Non ci
restano che le due camere del signor Girolamo e del signor Tullio...
Animo, facciamo quest'ascensione.
Le due stanze erano al secondo piano, tutt'e due in buonissima plaga;
non avevano che l'incomodo della scala un po' erta.
-- Girolamo capirà che non si poteva diversamente -- disse l'Angela. --
Luciano è piuttosto corpulento e non era possibile collocarlo quassù...
Anche mia cognata, se viene, s'adatterà... Non saprei proprio in che
altro modo accomodarla... Però bisognerà domattina portar su una
poltrona...
-- Di dove la leviamo? -- chiese Giacomo. -- Ha voluto che tutti gli ospiti
ne avessero una!
-- Non è vero... Tullio non ne avrà... Quì metteremo la mia.
-- Vuol privarsi di tutto...
-- Credi pure che in questi giorni avrò altro da fare che sdraiarmi sulla
poltrona!... Già me ne servo sempre pochissimo... E ora un'occhiatina
alla camera di mio nipote, e poi scenderemo... Dev'esser tardi?
-- Non ha sentito?... Saranno già dieci minuti che l'orologio di sala ha
battuto la mezzanotte.
-- Quì non c'è nulla di troppo -- disse l'Angela guardando lo scarso
mobilio della camera ove avrebbe dormito suo nipote...
-- Oh, il signor Tullio non ha esigenze...
-- No, affatto... È un gran ragazzo simpatico.
-- E per quello che ci starà lui nella sua camera!... Monterà all'alba
sulla sua bicicletta e non tornerà fino a ora di colazione.
L'Angela fece un segno negativo col capo. -- Intanto io credo che questa
volta non l'avrà mica con lui la bicicletta... E se non viene che per
due tre giorni non avrà mica tanta fretta d'andare in giro per la
campagna... Però -- ella soggiunse come se le rimordesse di non aver
pensato anche a questo, -- però, in caso disperato, potremo trovare una
bicicletta a prestito... C'è quella del giardiniere, c'è quella del
fattore...
-- Ormai non c'è' altra abbondanza -- notò Giacomo. -- Perfino la moglie
del segretario comunale ha la sua... Ella, padroncina, non ha mai voluto
saperne...
-- Tutta questa, caro mio, è roba da giovani e non fa per me.
-- O ch'è vecchia forse?
-- Si è quello che le circostanze ci fanno. Son vecchia, anche più della
mia età... Mi basta vivere fin che vivono quei due poveri infermi...
Come tirerebbero innanzi s'io non ci fossi?... Andiamo, Giacomo...
Riaccompagnami giù.
La Maddalena sonnecchiava nella poltrona. Al giungere dell'Angela ella
si scosse, si fregò le palpebre e si alzò in piedi.
-- È lei, signorina?
-- Sì... Mi hanno chiamata?
-- Nossignora... Dormono.
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