Nozze d'oro Enrico Castelnuovo ENRICO CASTELNUOVO NOZZE D'ORO ROMANZO MILANO CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.o Galleria Vittorio Emanuele, 17-80 1904 PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA MILANO -- TIP. PIROLA & CELLA di R. CELLA I. -- Proprio non viene stasera? -- disse in tono di rimprovero Angela Torralba al dottor Vignoni che s'avviava al cancello conducendo a mano la sua bicicletta. -- No -- rispose il dottore -- non vengo... Presto non potrei e tardi non voglio. Si preparano al suo babbo e alla sua mamma delle giornate campali, ed è bene che questa sera si corichino prima del solito. -- Persuaderli! -- sospirò l'Angela. -- Dormono così poco. -- Non importa... Riposeranno almeno... E farebbe bene a riposare anche lei. Ella si strinse nelle spalle. -- Io?... Se la fatica mi giova! Il dottore squadrò l'Angela Torralba dalla testa ai piedi e soggiunse: -- Eh, non ha tutti i torti... Noi medici siamo dei gran minchioni. Io le predicavo sempre: Non si strapazzi, non ha salute da buttar via... E invece in queste ultime settimane, a lavorar come una bestia da soma, scusi il paragone, ella ha guadagnato sotto ogni rispetto... Parola d'onore, mostra diec'anni di meno. L'Angela tentennò il capo. -- Estate di San Martino. -- Certo -- riprese Vignoni -- che dopo questa baraonda, avrà bisogno di quiete. Ella si annuvolò in viso. -- Della quiete?... Ne avrò anche troppa... Basta, sarà quel che sarà... Intanto l'essenziale era di riuscire... Ancora, glielo confesso, mi pare un sogno. -- Ma -- chiese il dottore -- recapitolando, quelli che vengono sicuramente quanti sono? -- Il conto è presto fatto -- rispose l'Angela. -- Mia sorella Letizia con due figliuoli; la Marialì col marito e con la ragazza; Luciano con Tullio; Girolamo, con o senza la moglie; e Cesare finalmente, Cesare che dev'esser partito da Nuova York il 25 o 26 di Settembre e di cui aspetto con ansietà un telegramma da Genova. -- Il comandante Alvarez non viene? -- No, è imbarcato. -- E la Francese? -- La moglie di Luciano?... Dice ch'è indisposta, che non vuol lasciare i bimbi... Pazienza!... Chi sa che idee porterebbe? Vignoni sorrise. -- Questa nuova cognata non è mai stata sul suo buon libro. L'Angela tentennò la testa. -- Io non ho nulla con lei, ma certo la prima moglie di mio fratello m'era più simpatica... E poi era la madre di Tullio... Chiacchierando così erano giunti al cancello. -- Arrivederci -- disse il dottore che s'accingeva a montar sulla bicicletta. -- Aspetti... Non abbia tanta furia -- soggiunse la Torralba. -- E ora non rida delle mie incoerenze... Sono riuscita, non è vero?... Dovrei esser contenta?... Ebbene?... Di tratto in tratto mi piglia uno scrupolo... Se questa scossa fosse fatale ai miei vecchi? Vignoni si affrettò a tranquillarla. -- Perchè?... Sono vecchi, s'intende... Le nozze d'oro non si festeggiano dai giovani... Ma hanno i visceri sani... Il commendatore, se non fossero gli occhi, sarebbe un miracolo... -- Gli occhi e i denti -- interruppe l'Angela. -- Questi può sempre rimetterli... A ogni modo, non mostra i suoi ottant'anni... E la signora Laura è piena d'acciacchi, lo so, piena di disturbi nervosi e reumatici, il cuore è un po' debole, ma, per ora, di serio, di grave non c'è nulla... E se ci pensasse meno sarebbe tanto di guadagnato... Questa distrazione forzata non le farà male... No, no, signorina, vedrà che non succederanno guai. Rinnovati i saluti, Vignoni inforcò il suo cavallo d'acciaio e sparve in un nembo di polvere, accompagnato dagli abbajamenti furiosi di Lupo, il cane della fattoria. -- Lupo! Lupo! -- chiamò l'Angela. E l'animale, chetatosi per incanto, venne ad accovacciarsele ai piedi, mentr'ella gridava dietro al dottore: -- Dica a sua moglie che se vuol portare oggi i bimbi troveranno ancora dell'uva sotto la pergola... -- Grazie -- rispose la voce che si perdeva lontano. L'Angela si chinò ancora una volta a carezzar il cane; poi discorrendogli come a una persona lo indusse a tornar verso la fattoria. -- No, Lupo, sai che non si entra... Sai che il padrone non vuol bestie in giardino. Lentamente, ella ritornò sui suoi passi. Il sole, uscendo fuor dalle nuvole, illuminò la facciata della vecchia casa grigia, illuminò, sul portone, il quadrante del vecchio orologio. -- Quasi le nove... La mamma mi aspetta per alzarsi -- pensò Angela Torralba salendo i pochi gradini che mettevano alla sala terrena. Sul ripiano si voltò; aveva sentito uno scalpiccìo sulla ghiaja. Era Battista, il procaccia telegrafico di San Vito al piano, con un espresso. -- O Battista -- disse, precipitandoglisi incontro l'Angela che lo conosceva. -- Date quì... Come siete sudato, pover'uomo! -- Ho corso, e benchè si sia in Ottobre fa caldo. -- Passate in cucina e fatevi versare un bicchier di vino... Or ora verrò io col danaro. Il dispaccio ch'era diretto al commendatore Ercole Torralba ma che l'Angela aperse senza esitazione non conteneva che poche parole: -Sono sbarcato felicemente Genova. Arriverò San Vito domattina alle 8. Abbraccio tutti.- CESARE. L'Angela Torralba baciò il foglio e i suoi occhi s'inumidirono. -- Caro Cesare! -- ella esclamò con tenerezza. E spingendo la portiera a vetri entrò in casa col telegramma spiegato. II. Da parecchi mesi Angela Torralba era affaccendata a preparar quella festa che dopo tanta dispersione doveva riunire almeno per un giorno l'intera famiglia. Da parecchi mesi, vegliando parte della notte, cogliendo ogni ritaglio di tempo lasciatole libero dalle occupazioni domestiche e dalle cure filiali ella scriveva lettere su lettere ai fratelli, alle sorelle, alle cognate, ai nipoti. Scriveva a Napoli, a Roma, a Firenze, a Parigi, a Nuova York. Argomentava, discuteva, pregava. -- Date questa gioja ai nostri vecchi, date questa gioja a me che ne ho avute così poche nella vita. Fate uno sforzo, fate un sacrifizio. Che il 15 Ottobre vi trovi tutti raccolti quì. Venire a più riprese, gli uni prima, gli altri dopo, non è lo stesso. La festa non si può celebrar che una volta sola, il 15 Ottobre, ch'è appunto il cinquantesimo anniversario del matrimonio. Bisogna che in quel giorno siate tutti insieme a Villarosa, tutti i figliuoli almeno, se non tutti i nipoti... Villarosa è grande abbastanza per contenervi. Ci siamo pur stati nella nostra infanzia, e allora il povero zio Luigi teneva due stanze per sè, e c'era il nostro fratello Manlio, e c'era Mademoiselle Lucie, e nell'autunno non mancavano gli ospiti... A ogni modo, se sarete un po' pigiati, se starete un po' a disagio non ve ne dorrete pensando alla gioja di questa riunione di famiglia, pensando che sarete aggruppati ancora una volta, forse l'ultima volta, intorno al babbo e alla mamma». -- E l'Angela insisteva su questo punto, su quest'-ultima volta-. « -- Il babbo è robusto, sì, ma ha ottant'anni, e non s'arrischia solo nemmeno in giardino; la mamma, che ne ha settantaquattro, ne mostra molti di più ed è spesso inchiodata sulla sedia da dolori alle giunture e da gonfiezze alle gambe che Vignoni, nonostante il suo ottimismo, non esclude possano derivare da vizio di circolazione... Vedete bene che non c'è da far troppo assegnamento sull'avvenire.» Questo, nella corrispondenza dell'Angela, era per dir così, il fondo comune; naturalmente le lettere variavano di tenore secondo le persone a cui erano scritte. Alle osservazioni del fratello Luciano, ammogliato in seconde nozze e stabilito a Parigi, il quale tentava di dimostrarle la grande difficoltà d'impegnarsi a lasciare a data fissa la Banca del suocero di cui egli era gerente, ella replicava: -- Sono ragioni inammissibili. In una settimana tu puoi venire, stare e tornare. E io non riuscirò a persuadermi che tu non sia in grado di consacrare una settimana ai tuoi parenti. Viaggi pure ogni momento pei tuoi affari; vai a Londra, vai a Vienna, vai a Berlino... fosti anche in Italia l'altr'anno senza passare per Villarosa (vergogna!) e non potrai far in modo d'aver liberi cinque o sei giorni intorno al 15 d'Ottobre? E sarebbe questa un'eccellente occasione per accompagnare in Italia la tua -Julie- che abbiamo vista quì solo un paio di volte e le due bimbe che non abbiamo visto mai. Di Tullio non si parla nemmeno; quello non s'è lasciato infranciosare e viene più spesso che può ad abbracciare i nonni e la zia. A Girolamo, l'uomo politico residente a Roma, il quale avrebbe voluto mutar la data della cerimonia, adducendo certi obblighi assunti co' suoi elettori per l'inaugurazione d'una mostra bovina alla metà di Ottobre, l'Angela replicava infastidita: -- Che i buoi e gli elettori anticipino o aspettino. Le ragioni elettorali non devono prevalere alle ragioni domestiche. Con Cesare ch'ell'aveva tenuto sulle ginocchia ella faceva valere la sua autorità di sorella maggiore. -- A te meno che agli altri è lecito di esitare. Tu hai dato un immenso dispiacere al babbo e alla mamma abbandonando l'Italia e l'Europa; tu, se fissi realmente la tua dimora in America, non potrai essere al loro letto di morte; tanto più è necessaria ora la tua presenza; dopo ripasserai l'Oceano, starai forse altri cinque anni senza rivedere la patria. Perchè sono cinqu'anni, cinque lunghi anni dacchè sei partito. Basta, se di là dai mari puoi fare la tua fortuna, se hai trovato costì un'occupazione confacente ai tuoi gusti, finiremo col rassegnarci a saperti così lontano. Ma intanto vieni. Non dubitare di non essere bene accolto. I nostri genitori, poveretti, non hanno più la forza di serbarti rancore. Se non ti scrivono, gli è perchè non iscrivono più a nessuno. Io poi mi faccio una festa della tua venuta. Penso alle lunghe serate autunnali in cui, davanti al caminetto, ci racconterai le tue avventure... Perchè gli altri si tratterranno quì due o tre giorni;... tu ti fermerai almeno un mesetto, non è vero?... Non si traversa l'Oceano per ripartire subito dopo l'arrivo... Cosa strana, le lettere dirette dall'Angela alle sorelle, pur essendo ugualmente insistenti, avevano un'intonazione meno confidenziale. Si capiva che ne' suoi rapporti con loro c'era stata qualche ombra, si capiva che o per la posizione in cui si trovavano, o per la vita che conducevano, esse avevano allentato, più ancora dei fratelli, il vincolo che le univa alla famiglia, alla casa. -- A te, a tuo marito, se sarà sbarcato in quel tempo, e ai tuoi due figliuoli che allora saranno certo in vacanza, -- ella scriveva alla Letizia Alvarez -- riservo il quartierino ch'era abitato dallo zio Luigi e ove sei stata anche tu anni fa. Ora è ristaurato e confido che tu non abbia a trovarviti male. Tu e tuo marito avrete la camera con gli stucchi; Max e Fritz si accomoderanno nella biblioteca. È ingombra dagli scaffali, ma due ragazzi che devono avvezzarsi alle cabine dei loro bastimenti non ci baderanno tanto pel sottile. In fine, se porterai la tua cameriera, troveremo un buco anche per lei. Non posso offrirvi pur troppo gli splendidi orizzonti e gli agi della vostra villa di Posilipo; Villarosa è rimasta su per giù quella ch'era ai tempi della nostra infanzia; ma a te almeno i ricordi dell'infanzia la renderanno cara... E vedendo co' tuoi occhi la nostra vita modesta ti persuaderai che la parzialità del povero zio Luigi (parzialità alla quale dal canto mio avrei rinunziato ben volentieri) non ci ha fatto piovere i milioni in casa. Mentre queste frasi alludevano a una di quelle nefaste questioni d'interesse che, nelle famiglie ricche sopra tutto, aprono sovente ferite insanabili, le lettere che l'Angela dirigeva alla Marialì lasciavano indovinare un antico dissidio derivante da una causa più delicata, più intima. -- Puoi venire con animo tranquillo, Marialì, puoi venire in compagnia di Giulio. Il passato, già tanto lontano per sè, mi par sepolto addirittura nella notte dei tempi. Pensa; dopo il tuo matrimonio (vent'anni fa!) non ci siamo viste che alla sfuggita: a Cremona e ad Aquila dove il babbo era Prefetto; quì a Villarosa tre volte sole, per poche ore. E una di quelle volte, in una ben triste occasione, pei funerali dello zio. Nell'autunno del 1892 che ti ci sei fermata per quindici giorni coi tuoi figliuoli, quasi a farlo apposta, hai approfittato del tempo in cui ero assente, ospite di Luciano. La tua Antonietta la conosco sopra tutto per corrispondenza; gli altri miei nipoti non li conoscerei se non avessi le fotografie. E vivete a Firenze, a poche ore da quì! Insomma l'Angela Torralba non aveva mai spiegata tanta attività e tanta energia. Rimasta sola in casa a custodia dei vecchi parenti, zitella a 44 anni e senza speranza di matrimonio, ell'era una di quelle donnette savie e tranquille che sono la provvidenza delle famiglie, e che le famiglie si avvezzano a considerare come esseri sbiaditi e subalterni, liberandosi in questo modo dall'obbligo della gratitudine. I fratelli e le sorelle dicevano: -- Quell'Angela manca di ogni -charme- femminile. Non è da stupirsi se non ha trovato marito. -- E i genitori, che dell'Angela avevano bisogno come dell'aria e del pane, ripetevano a sazietà: -- Dei nostri sette figliuoli quella è stata la meno favorita dalla natura. È buona, anzi buonissima, ma non ha slancio, non ha brio, non ha vita. Non è stata mai giovine. Ebbene, come il dottor Vignoni aveva notato, ora l'Angela pareva ringiovanita. E non solo pel suo fervore epistolare, ma per l'assiduità infaticabile con cui ella attendeva a tutti i preparativi necessari per la buona riuscita del suo disegno. Giacchè l'ottener l'assenso di quelli che sarebbero dovuti venire non bastava; bisognava far sì che non si pentissero d'esser venuti, che quella vetusta casa di campagna situata in una pianura disamena, quella Villarosa la quale d'allegro non aveva altro che il nome, non apparisse troppo umile, troppo incomoda, troppo inospitale a gente ormai usa alle raffinatezze delle villeggiature moderne. È certo intanto che se l'invito fosse stato accolto nel senso più largo; se i fratelli e le sorelle si fossero tirati dietro le mogli, i mariti e tutti quanti i figliuoli, sarebbe stato un affar serio il trovar posto per tutti. Ma l'Angela non si confondeva, tra perch'era sicura che più d'uno avrebbe mancato, tra perchè aveva ormai preso i debiti accordi col giardiniere e col fattore, affinchè, in caso estremo, cedessero per pochi giorni le loro abitazioni. Rivelando a sè stessa qualità organizzatrici fino allora ignorate, ell'aveva compilato tre specie di preventivi: il minimo, il medio, e quello ch'ella chiamava della -massima gioja- e che, oimè, sarebbe stato anche del massimo disturbo e doveva servir nell'ipotesi che le varie famiglie giungessero in massa. Tante stanze, tanti letti, tante persone di servizio ausiliarie occorrevano nel primo caso, tante nel secondo e tante nel terzo. E com'è naturale, le spese sarebbero state proporzionate al numero degli ospiti. Questo della spesa era un affar serio, e guai se l'Angela non vi avesse contribuito liberalmente col suo peculio particolare! Perchè il commendatore Ercole Torralba, ex Prefetto, invecchiando, era diventato avaro e si spaventava d'ogni strappo fatto al suo bilancio ordinario. -- Non voglio mica morir sulla paglia per solennizzar le mie nozze d'oro -- egli aveva dichiarato alla figliuola. Ma ella gli aveva risposto: -- Non aver paura. Faremo le cose con giudizio. E per far le cose con giudizio l'Angela aveva venduto in silenzio una sua cartella di 500 lire di rendita e attingeva a piene mani nella somma che ne aveva ricavata. -- Poichè lo zio Luigi mi ha favorita nel suo testamento -- ella pensava -- è ben giusto che le mie entrate vadano a benefizio dell'intera famiglia. III. Niente di più naturale che in quella sera di giovedì 12 Ottobre ch'era la vigilia dei primi arrivi, si fosse un po' nervosi alla Villa. Però la nervosità del commendatore Ercole Torralba aveva in sè qualche cosa di acre che impensieriva la buona Angela. -- Oggi non capita nessuno -- brontolava l'ex Prefetto; -- nè Vignoni, nè don Antonio, nè il farmacista, nè il segretario... Si è fatta correre una parola d'ordine... -- No -- disse l'Angela sollevando gli occhi dal giornale; -- avranno creduto che tu volessi coricarti più presto del solito. Il commendatore si strinse nelle spalle. -- Sciocchezze!... Così si passa da un estremo all'altro... Oggi un mortorio, domani uno schiamazzo indiavolato. -- Domani Cesare ci racconterà le sue avventure -- soggiunse la figliuola. -- Belle avventure, sì -- ribattè il padre. -- Un ragazzaccio che ha provato cento mestieri senza fermarsi su nulla. -- Ora s'è fermato -- riprese l'Angela con dolcezza. -- Chi lo sa?... A ogni modo, per fermarsi è dovuto andare in America... Ha piantato i suoi genitori, ha piantato te... Poteva viver tranquillo quì, prendere il posto lasciato vuoto da suo fratello Manlio, investire in fondi la somma ereditata dallo zio, e invece... -- Non aveva vocazione per l'agricoltura... -- Già, tu lo hai sempre difeso... per amor dei contrasti. -- Babbo! -- supplicò l'Angela colta da un subito sgomento. -- Non amareggiamoci questi giorni che devono esser giorni di felicità e di concordia... Saremo tutti uniti,... tutti quelli che rimangono... ed era tanto tempo che non eravamo uniti!... Se pur ci furono attriti in passato, dimentichiamoli, non diamo posto fra noi ai tristi ricordi... Non dico bene, mamma, non sei della mia opinione? Questa interrogazione era rivolta a una vecchietta in cuffia bianca e vestito nero di seta che se ne stava rannicchiata su una poltrona, con uno sciallo sulle spalle e una coperta di lana sulle gambe. La vecchietta era sempre stata dell'opinione di qualchedun altro, e questa volta ell'aveva il desiderio vivissimo d'esser dell'opinione della sua figliuola, ma non osava parlare per tema di dar torto al marito il quale la teneva compressa sotto il suo pugno di ferro. Nondimeno ella balbettò: -- Eh sì... tu dici bene... sì... anch'io... L'unione nelle famiglie è una bella cosa... Subito dopo ella se la prese con le sue doglie. -- Ah questo braccio, questo braccio... Neanche il massaggio ha servito. -- Niente di quello che ordinano i medici serve -- borbottò Torralba. -- Credo sia l'ora della mia pillola -- ripigliò la signora Laura. -- No, mamma -- rispose la figliuola. -- È presto. -- Mi pareva... -- Sta tranquilla che ci penso io. -- Pillole e unguenti -- disse il commendatore Prefetto. -- Ecco le allegrezze della nostra età... Tu l'hai spuntata, Angela. Ti sei messa in quattro a questa impresa, e ormai non si può più tirarsi indietro. Le festeggieremo le nostre nozze d'oro. Ma, credilo, non c'è sugo a chiamare a raccolta i figliuoli perchè ci vedano ciechi, sordi, sdentati, rammolliti, impotenti. Quelli che ci son stati sempre vicini, quelli dinanzi a cui siamo declinati a grado a grado si capisce che ci portino le loro congratulazioni per un avvenimento che a loro sembra giocondo... Ma gli altri si poteva contentarsi che ci mandassero i loro auguri per lettera... Come se questa tirata l'avesse stancato, Ercole Torralba chinò la testa sul petto e parve assopirsi. L'Angela rasciugò in fretta una lacrima e avvicinandosi a sua madre inerte sulla poltrona tentò divagarla col richiamar l'attenzione di lei sui regali ch'erano disposti in bell'ordine tutt'all'intorno. Regali dei figli e delle figliuole, dei generi e delle nuore, regali dei nipoti e delle nipoti, regali di qualche raro amico superstite e memore. Alcuni s'adattavano all'età delle persone a cui erano destinati; pantofole ricamate, sacchi da piedi, coperte di seta, guanciali di piuma, paralumi e paraventi; altri erano i soliti gingilli che si trovano dal chincagliere: album, vasi, coppe, statuine, calcafogli, ecc. ecc. -- E ne verranno ancora domani -- notò l'Angela mentre lo sguardo della signora Laura si posava distrattamente sui vari oggetti. -- Sì, sì, -- sospirò la vecchia signora. -- Ma nessuno mi regalerà un specifico per i miei reumatismi. Il commendatore si scosse, spinse indietro con una mano il fiocco del berretto che gli era caduto sul fronte, e chiamò: -- Angela! Angela! -- Eccomi, babbo. -- Perchè non mi leggi i giornali, stasera? -- Sono pronta... Credevo che tu dormissi. -- Già -- rimbeccò l'ex Prefetto. -- Tu credi sempre ch'io dorma. Con la solita aria rassegnata, l'Angela sedette al tavolino e spiegò la -Tribuna-. -- C'è un articolo di fondo sul -Transval-. -- Me n'importa molto del -Transval-! -- disse il commendatore con una spallucciata. -- E nel -Corriere- che cosa c'è? -- Ci son due colonne sul -Ministero e il paese- -- rispose la figliuola aprendo l'altro foglio che le stava dinanzi. E nel legger quel titolo la voce di lei aveva una certa esitazione, perch'ella sapeva benissimo che se la politica estera non interessava suo padre, la politica interna aveva quasi sempre la virtù di farlo uscire dai gangheri. -- Il ministero e il paese! -- esclamò sarcasticamente Ercole Torralba. -- L'uno val l'altro... Ah, se quarant'anni addietro si fosse potuto prevedere quello che sarebbe successo non si avrebbe rischiato la pelle per mettere in piedi questa baracca. Invero il Torralba la pelle non l'aveva rischiata; era giustizia tuttavia il riconoscere che in gioventù egli era stato un buon patriota e s'era adoperato secondo le sue forze in prò della causa nazionale. Ma egli non era uomo d'idee larghe e d'animo alto; aveva una certa facilità e apertura d'ingegno che, non corretta, non regolata dalla meditazione e dallo studio, lo rendeva spesso avventato ne' suoi giudizi e gli dava un concetto eccessivo di sè; aveva la stretta probità ch'è bastevole perchè uno faccia il proprio dovere; non la delicatezza orgogliosa che ci vieta di mercanteggiare i compensi per questo dovere adempiuto. Onde, entrato nei pubblici uffici, era stato sempre un funzionario inquieto, ombroso, incontentabile. Gli pareva che si disconoscessero i suoi servigi, gli pareva che gli si preferissero altri men degni; e le promozioni e le onorificenze che pur gli venivano largite arrivavano troppo tardi per disarmarlo. Prefetto successivamente in varie provincie del Regno, s'era fitto in capo che l'alta carica dovesse fruttargli un seggio al Senato, e tempestava di sollecitazioni deputati e ministri, e deluso a ogni infornata tirava giù a campane doppie contro la camorra trionfante. Si può figurarsi se i suoi umori si fossero inaciditi dopo il suo collocamento a riposo nel 1880. Sebbene fosse in fondo d'idee conservative, il suo linguaggio verso il Governo somigliava a quello dei più scalmanati ed egli si univa con questi nel pronosticare la rovina del giovine Regno d'Italia. Un paese che mancava di riguardi a lui era un paese immeritevole, nonchè di prosperare, di esistere. -- Una baracca da fiera di villaggio -- seguitò il Torralba -- ove i Ministri ballano sulla corda e i deputati fanno da pagliacci, e il pubblico, ch'è poi composto di tutta la nazione, fischia ma paga. -- Però -- riprese timidamente l'Angela -- quando Girolamo le dice lui queste cose, tu gli dai sulla voce. -- Sicuro. Lui non ha il diritto di dirle... Che sacrifizi gli è costata l'Italia? Ha trovato il pranzo pronto e s'è seduto a tavola. Se si son commesse delle ingiustizie (e quante e quali!) a danno di suo padre, egli non s'è guastato il sangue... A lui tutto andava a seconda. Mentre noi ci rifugiavamo in quest'eremo egli piantava a Roma il suo studio d'avvocato, sposava una donna ricca, gettava le basi della sua candidatura al Parlamento, e tra i clienti e la consorte e la politica aveva un'infinità di buone ragioni per non venir quì che a ogni morte di Papa... Ora siede all'estrema sinistra e si atteggia a tribuno, ma in casa sua fa l'aristocratico e tien carrozza e cavalli e servitori in guanti bianchi e lascia che sua moglie si freghi intorno alla nobiltà... No, no, non c'è logica, non c'è altro che il tornaconto. -- Ebbene, babbo, io prego te e pregherò Girolamo di non tirare in campo nei vostri colloqui nè il Governo, nè il Parlamento, nè il paese, nè la democrazia, nè l'aristocrazia, nè niente di tutto quello che può esser fonte di dissidi. Forse nell'animo dell'ex Prefetto balenò l'idea della vanità d'ogni contrasto per chi era come lui all'orlo della tomba, ed egli accolse con inusata mansuetudine le raccomandazioni della figliuola limitandosi a borbottare: -- Per me tanto... ormai... Dalla sua poltrona la signora Laura piagnucolò: -- Angela, questa pillola. -- Alle dieci, mamma, alle dieci, non prima. -- Sai che il medico vuol che ci siano almeno quattr'ore d'intervallo fra l'una e l'altra. Quando la signora Laura si fu quetata, l'Angela riprese in mano i giornali e ne lesse ad alta voce quà e là alcuni brani, saltando tutto ciò che poteva eccitare la suscettività di suo padre. Alle dieci e un quarto i due vecchi si coricarono. IV. -- Non moverti di quì fin che non torno -- disse l'Angela alla Maddalena, la cameriera fidata ch'era in casa già da vent'anni. -- E se mi chiamano -- ella soggiunse guardando i due usci aperti di destra e di sinistra che mettevano alle camere del suo babbo e della sua mamma -- di' che torno subito... Se sei stanca, sdrajati sulla mia poltrona. Già da un pezzo, rinunciando alla camera propria, l'Angela dormiva in quella specie d'andito che divideva le stanze dei suoi genitori. -- Oh, si figuri -- replicò la Maddalena. -- Lei piuttosto dovrebb'essere estenuata e farebbe meglio ad andare a letto. -- No, no. Non vado a letto fin che non ho visto co' miei occhi se tutto è in ordine... Ma! È una casa alla vecchia, e vi mancano quegli agi che le mie sorelle e i miei fratelli, a eccezione forse di Cesare, giudicano indispensabili. -- Al solito lei si ammazza pegli altri e non riuscirà a contentarli -- notò la cameriera. Pentita d'aver toccato questo tasto, l'Angela riprese: -- Non perdiamoci in chiacchiere. Quelli lì mi aspettano in cucina. Con l'indicazione generica di -quelli lì-, l'Angela voleva alludere a Giacomo, il domestico sessagenario ma ben portante, alla cuoca Marianna, e a Pietro il cocchiere. I tre personaggi seduti intorno alla tavola su cui ardeva una lucerna a petrolio si alzarono al giungere della padroncina. -- Dunque, Pietro -- ella disse -- siamo intesi... Qualche minuto prima delle sette andrai alla stazione ad aspettare il signor Cesare... E quando hai attaccato mi fai avvertire... Se posso, vengo... Chi sa se potrò? Indi la colse uno scrupolo. -- Se pur non vengo, sei ben sicuro di riconoscerlo, il signor Cesare? Pietro protestò. -- Come non lo riconoscerei?... Mi par jeri l'ultima volta che l'ho accompagnato alla ferrovia... Aveva un bagaglio leggero... Si credeva che facesse solamente una corsa a Parigi, dal signor Luciano... Invece... -- Invece due settimane appresso s'imbarcava all'Havre. Congedato il cocchiere, l'Angela si rivolse alla Marianna, la cuoca. Era una donna di mezza età, sempre in grembiule e cuffia bianca, grassoccia, lucida in viso come se portasse sull'epidermide il riflesso delle sue casseruole. -- Se non ci sono ritardi nel treno, il signor Cesare sarà a Villarosa alle 8 e tre quarti circa... Forse avrà fame. -- Non dubiti che la colazione sarà pronta. -- Domattina vi sarà anche la Lisa per ajutarvi. Ha promesso di esser quì per le sette. -- Ci sarà senza dubbio -- affermò Giacomo. -- L'ho vista due ore fa. La Marianna, che compensava con la petulanza le deficienze della statura, atteggiò le labbra a un risolino sarcastico. -- Per gli ajuti che può dar la Lisa! -- L'avete pur scelta voi -- notò l'Angela. -- Naturale. Piuttosto di quel cuoco che volevano far venire da Milano e che avrebbe preteso di comandare a bacchetta. -- E perchè vi lagnate? -- Non mi lagno. Basta che non pretendano l'impossibile. Non si può da un giorno all'altro passare da una cucina casalinga per tre persone a una cucina di lusso per dodici... Quando sono entrata al loro servizio ne sapevo più di adesso... È molto se si accende il forno una volta per settimana. -- Via, via, -- disse in tono conciliante l'Angela che non voleva provocare una crisi in un momento così difficile -- ora avrete campo di farvi valere... Del resto, non vi sarà nessuno che abbia esigenze superiori ai vostri meriti. Rabbonita dagli elogi, la Marianna ripigliò: -- Domani a pranzo saranno in dieci, non è vero? -- Appunto... In dieci... semprechè non vi siano sorprese. -- Uno di più uno di meno non importa... Si prepara per dodici... Doman l'altro poi?... -- Per ora non sono annunziati che i miei due fratelli di Roma e di Parigi e quel mio nipote Tullio ch'è già stato parecchie volte. -- Un gran bravo giovine -- dichiarò la cuoca con accento di profonda convinzione. -- Gli piace tanto il mio -vol-au-vent-. -- Benone! Per doman l'altro ci farete un -vol-au-vent-. La cuoca assentì con un cenno dignitoso del capo. Ma a un tratto, battendosi il fronte, ella esclamò: -- A proposito, signorina, ha pensato che doman l'altro saranno in tredici? -- Come? -- Scusi; domani sono in dieci, ne arrivano tre nella giornata di sabato: dieci e tre tredici... Del resto, si fa subito il conto. E con mirabile rapidità ella principiò e finì la sua enumerazione. -- Il signor Prefetto, la padrona e lei, questi son tre; la signora Letizia e due figliuoli, tre e tre sei; il signor Cesare, il signor Girolamo, il signor Luciano e il signor Tullio, sei e quattro dieci; la signora Marialì col marito e la ragazza, dieci e tre tredici. Giacomo, che assisteva al colloquio, parve maravigliato d'una precisione di calcolo che la Marianna non soleva possedere nell'addizionare la cifra delle spese; ma la più confusa fu l'Angela che non si capacitava d'aver trascurato una circostanza così grave... Non era superstiziosa, ma insomma quel tredici a tavola in una solennità domestica l'era di cattivo augurio. Tuttavia ella si limitò a rispondere: -- Non è ancora ben certo che non venga una delle mie cognate; in ogni modo c'è sempre il tempo d'invitare il dottore, o il parroco, o qualche amico, e in tredici non saremo. E adesso coricatevi pure, Marianna, che domattina dovete esser lesta di buon'ora anche voi. L'Angela fece un cenno a Giacomo che con un lume in mano precedette la padroncina su per le scale e intraprese con lei il giro delle camere riservate agli ospiti, cominciando da quella del signor Cesare, il primo che doveva arrivare. V. -- Saranno dieci anni in Febbrajo -- notò Giacomo -- che è morto quì il povero signor Manlio. -- Proprio in Febbrajo -- sospirò l'Angela mentre si assicurava che le coperte del letto erano sufficienti. -- Allorch'egli era un ragazzo e Cesare era appena uscito dalle mani della bambinaja era questa la camera ove stavano tutti e due nelle poche settimane di primavera e d'autunno che passavano a Villarosa. Dopo, Cesare principiò la sua vita randagia e la camera rimase al solo Manlio. V'erano però sempre i due letti... te ne ricordi? -- Sì, sì. -- E ogni volta che Cesare faceva una corsa alla villa, egli ripigliava il suo posto presso il fratello a cui voleva tanto bene. -- E quanto ne voleva a lui il signor Manlio! E come lo chiamava in quegli ultimi giorni! -- Cesare era allora a Costantinopoli... Non ci fu il verso d'avvertirlo -- replicò l'Angela. -- È stato un precipizio. Troncando il discorso penoso, l'Angela volle verificar co' suoi occhi se c'era l'acqua nella brocca del lavamano, se c'erano i fiammiferi sul comodino e i pettini sul tavolino da -toilette-. -- Cesare potrebbe aver bisogno di riposarsi un pajo d'ore -- ella disse. -- Devono essere quasi quindici giorni ch'egli non dorme in un buon letto... E faceva di quei sonni quand'era un ragazzo! Dalla camera di Cesare l'Angela, sempre accompagnata dal servo, passò nel quartierino assegnato alla Letizia Alvarez e ai suoi due figliuoli. La camera della Letizia era forse la più bella della villa, esposta a mezzogiorno, sul giardino, e non c'è dubbio che le cognate di Roma e di Parigi, se fossero venute, ne sarebbero state gelose. Meglio dunque, per questo lato, che non venissero. In quanto a Marialì, aveva tanti altri difetti, ma era tagliata più alla buona e non badava a certe piccinerie. Quella benedetta Letizia invece aveva i suoi fumi fin da ragazza, fin da quando, venticinque anni addietro, alla Prefettura di Salerno, faceva lei gli onori di casa in sostituzione della sua mamma sempre timida ed impacciata. Poi ell'aveva conosciuto il tenente di vascello Alvarez, che, sposandola, le aveva comunicato le sue arie di grande di Spagna -in partibus-, benchè, con tutto il suo Alvarez, egli fosse di famiglia borghese arricchitasi nel commercio di oggetti di tartaruga. E anzi questo traffico, abbandonato dal padre di lui, fu continuato sino all'ultimo da uno zio che aveva bottega in Piazza del Plebiscito e che in mancanza di parenti più vicini lasciò erede il nipote. Costui si affrettò a cedere il negozio, con l'espresso divieto di far figurare in qualsiasi modo il nome di Alvarez nell'insegna della nuova ditta, e mentre ereditava il patrimonio riusciva a far sparire dalla casa ogni traccia di tartarughe e dal cuore ogni ricordo dello zio generoso. -- Speriamo -- disse l'Angela la quale aveva fatto addobbare a nuovo la camera -- che queste tappezzerie incontrino il gusto di mia sorella. -- È un alloggio da regina -- ribattè Giacomo. -- Vorrei vedere che non ne fosse contenta! -- Tu non sai che luogo di delizie abbia mio cognato a Posilipo -- riprese l'Angela. -- Io conosco la posizione, un incanto; non conosco la villa che fu fabbricata solo negli ultimi anni; ma mio nipote Tullio che ci fu due volte me ne faceva una descrizione entusiastica. E sì ch'egli vive parte dell'anno a Parigi e anche a casa sua si trattano da gran signori. Giacomo era poco persuaso. -- Per la posizione, sarà. Lì c'è la collina, lì c'è il mare, e quì non abbiamo che una pianura bassa. Ma per la camera, via... neppure sua sorella ne avrà una migliore di questa. -- Almeno avesse il bagno accanto! -- soggiunse l'Angela. -- Se vorrà fare il bagno -- notò il servo -- scenderà a pianterreno come gli altri... come, del resto, scendeva tre anni fa... -- Ti ricordi che se ne lagnava? E ripeteva sempre: Nella villa che stiamo fabbricando a Posilipo il bagno è attiguo alla camera da letto. Giacomo si strinse nelle spalle. -- In fin dei conti, quanto tempo si tratterrà quì? Cinque o sei giorni. -- Forse meno. -- E allora, scusi, che pretese ha? Viene a Villarosa per una festa di famiglia; dovrebbe pazientare se pur non ha tutti gli agi di casa sua. -- Hai ragione, ma... E intanto l'Angela esaminava il tavolino da -toilette- su cui erano disposte boccette e boccettine d'acqua d'odore, e spazzole d'ogni misura per le unghie e pei denti, e scatole di cipria e lime e pinzette. -- Quì mi pare ce ne sia d'avanzo -- ella osservò. -- Già non c'è dubbio che la Letizia porterà seco tutto quello che le occorre. -- Ella, padroncina, non ha mai avuto tante smorfie -- borbottò Giacomo. -- Io sono una zoticona, sono una campagnuola... -- E il defunto signor Luigi, poi, figuriamoci! -- Oh, quello era un filosofo... I suoi libri, le sue passeggiate, la sua pipa, e non voleva altro... Lo dicevano un orso. -- Ce ne fossero di quegli orsi! -- esclamò il servo. E la nipote seguitò. -- Solo chi non lo conosceva poteva dirne male. Che cuore sotto quell'aspetto ruvido! -- S'è visto a' suoi funerali -- disse Giacomo. -- Da dieci, da venti miglia son venuti per rendergli onore. -- Povero zio! Era di cinqu'anni più giovine del babbo... Potrebb'esser oggi con noi... E chi sa?... Forse mio fratello Cesare sarebbe rimasto, forse certi attriti sarebbero stati evitati. -- È morto tredici mesi giusti dopo il signor Manlio, in Marzo. -- Appunto; in quell'anno non finiva mai di nevicare. -- E l'han portato via in mezzo alla neve..... Che tristezza! L'Angela diede una capatina nella stanza attigua ch'era l'antica biblioteca dello zio e ov'ella aveva fatto collocare due letti pei due nipoti Alvarez. -- Certo ch'è molto ingombra e che quei due ragazzi saranno un po' pigiati. Ma sono due futuri militari e si adatteranno. -- Mi ricordo d'averli visti un'unica volta, da bambini... ed erano sprezzanti e scontrosi più del bisogno -- borbottò Giacomo, mentre, traversando la sala, s'avviava con la padroncina alla camera che, da ragazzi, Luciano e Girolamo Torralba dividevano insieme e che ora l'Angela destinava al primo dei due fratelli. Per la Marialì e pel marito era pronta la camera gialla, l'antica camera delle ragazze, ampia ed ariosa, ove le tre sorelle avevano scambiato tante chiacchere e fatte tante allegre risate, ove nessuna delle tre si svegliava la notte senza svegliare le altre due e richiamar la loro attenzione sul russare romoroso di -Mademoiselle Lucie-, la governante francese, che dormiva lì presso. Allora le tre birichine russavano anch'esse con certe note nasali così stravaganti e caratteristiche che -Mademoiselle Lucie- si destava in sussulto e gridava picchiando sul muro: -- -Mais, Mesdemoiselles, est-ce que vous ne pouvez pas dormir sans ronfler? C'est tout à fait inconvenant.- Oh felici autunni di Villarosa, quando la famiglia era tutta riunita, e i genitori erano sani e robusti, e non un'ombra turbava l'accordo delle tre sorelle! L'Angela non invidiava nè la bellezza florida e regolare della Letizia, nè la bellezza capricciosa e vivace della Marialì: anzi ell'era superba di loro, superba dell'ammirazione ch'esse destavano; sempre la prima a magnificare i loro pregi, sempre l'ultima ad accorgersi dei loro difetti. Ella non vedeva, non voleva vedere il freddo egoismo che si nascondeva sotto le apparenze corrette della Letizia, non vedeva, non voleva vedere, dietro il sorriso affascinante della Marialì, nei movimenti felini della sua persona leggiadra, una smania morbosa di piacere, di soverchiare, un desiderio insaziato di lodi e di adulazioni, una sensualità raffinata ed irrefrenabile. All'Angela bastava che quelle sue sorelle l'amassero, che così la maggiore come la minore (ell'era di tre anni più giovine dell'una, e di due più vecchia dell'altra) ricorressero a lei per consiglio e per ajuto, e perchè aveva anch'ella un poco di vanità (chi non ne ha a questo mondo?) si godeva a sentirsi dire: -- Tu sei più savia, tu sei più buona di noi. Ah, quelle parole la Letizia gliele aveva ripetute con amara ironia dopo la morte dello zio Luigi: -- Era naturale che lo zio ti preferisse nel suo testamento. Tu sei la più savia, tu sei la più buona... anche con gli zii ricchi... Questo aveva osato rinfacciarle la Letizia Alvarez, tornando dal cimitero, in una giornata rigida di Marzo, ed ella, colpita nel cuore dall'ingiuria immeritata, non aveva saputo nemmeno difendersi, non aveva saputo che inghiottir le lacrime che le rigavano il viso. Ah, in quel giorno ella s'era dovuta persuadere che non aveva più sorelle... L'altra, Marialì, la sua dolce Marialì, ella l'aveva perduta prima, fin da quando la bella inconsciente le aveva preso il cuore di Giulio Frassini e se l'era sposato... Avrebbero ora dormito insieme in quella camera, Giulio Frassini e la Marialì, egli forse innamorato sempre della moglie ancor bella e seducente a quarantadue anni, ella con la testa piena di fisime galanti e di null'altro tanto sollecita quanto di conservare il più a lungo possibile il suo impero sugli uomini. -- Mia sorella è freddolosa -- disse l'Angela dopo aver dato un'occhiata al letto. -- Bisognerà che domattina la Maddalena aggiunga una coperta. Ritto sulla soglia, reggendo con la destra il candeliere e posando la sinistra sulla gruccia d'un uscio, Giacomo aspettava. -- Apri, apri -- ordinò la padroncina, ed entrò dietro di lui nella stanza che vent'anni addietro era occupata da -Mademoiselle Lucie-, e ch'ella, l'Angela, aveva presa per sè dopo il matrimonio delle sorelle, pur non passandovi la notte già da due anni, da quando cioè, per vigilar meglio i suoi genitori, ella dormiva al pianterreno. Oggi quella camera era preparata per l'Antonietta, la primogenita della Marialì che doveva avere ormai 18 anni compiti, e che l'Angela non vedeva da tempo. Però, da quando la ragazza era uscita di collegio, zia e nipote s'erano scambiate lettere affettuosissime, e questa corrispondenza aveva fatto nascere tra loro una viva simpatia. Già all'Angela sorrideva l'idea di poter riportare sulla giovinetta la tenerezza ch'ella provava un giorno per la sorella. E ora, alla vigilia dell'arrivo di lei, ella pregustava la gioja di venire la mattina presto a chiamarla e di condursela in giro pel giardino e per l'orto e di far lunghe chiacchierate insieme. -- L'ultimo ritratto che abbiamo dell'Antonietta -- ella osservò -- è del 1895 quand'ell'era all'Annunziata a Firenze ed era tanto bellina, anche nel vestito da collegiale che generalmente ingoffisce. -- Nel 1892 -- soggiunse Giacomo -- allorchè la signora Marialì giunse improvvisamente a Villarosa coi figliuoli e vi si trattenne un paio di settimane, la signorina Antonietta era in sottane corte e aveva i capelli giù per le spalle. Era un po' magra, ma che splendidi occhi aveva! E che sorriso! E com'era piacevole e manierosa! -- I miei ricordi personali risalgono al 1890 -- sospirò l'Angela; -- al giorno dei funerali del povero zio... Nel 92 ero a Parigi da Luciano; nell'autunno del 96 la Marialì passò a Villarosa un giorno solo coi due maschi ch'ella accompagnava in Svizzera nel collegio ove sono tuttora. -- O che non ci sono scuole da noi? -- domandò il servo. -- Ma! Ognuno ha i suoi gusti... Io, se avessi avuto figliuoli, non li avrei messi certo in collegio. Perchè allontanarli da sè? Giacomo, ch'era un savio, fece una riflessione da par suo. -- Gli è che quelle che sarebbero nate per esser madri non si sposano; si sposano invece quelle per le quali i figliuoli sono altrettanti impicci. -- Bisognerà ricordarsi di far portar domani in questa camera una coppa di rose -- riprese l'Angela lasciando cader l'allusione. -- Una ragazza non può non amare i fiori. -- Il giardiniere diceva oggi che delle rose ce ne son poche. -- È tardi, lo so. Ma ce ne saranno abbastanza da riempirne una coppa... Villarosa, Villarosa! È un nome che crea degli obblighi... È vero però che converrebbe far nuovi innesti, nuove piantagioni, e quando i padroni non se ne occupan loro... -- Il signor Manlio e il signor Luigi avevano una passione pel giardino... -- Anch'io l'avrei... Ma non ho tempo... purtroppo! -- E sacrificata sempre... -- No, Giacomo, non è la parola giusta... Non è un sacrifizio, il mio; è un dovere sacrosanto che mi augurerei di poter compiere fino all'ultimo giorno della mia vita... Triste, triste cosa il veder invecchiare coloro a cui si vuol bene! Dopo una breve pausa, e senza indugiarsi in altre considerazioni, l'Angela ripigliò: -- Ora siamo quasi al termine del nostro giro. Non ci restano che le due camere del signor Girolamo e del signor Tullio... Animo, facciamo quest'ascensione. Le due stanze erano al secondo piano, tutt'e due in buonissima plaga; non avevano che l'incomodo della scala un po' erta. -- Girolamo capirà che non si poteva diversamente -- disse l'Angela. -- Luciano è piuttosto corpulento e non era possibile collocarlo quassù... Anche mia cognata, se viene, s'adatterà... Non saprei proprio in che altro modo accomodarla... Però bisognerà domattina portar su una poltrona... -- Di dove la leviamo? -- chiese Giacomo. -- Ha voluto che tutti gli ospiti ne avessero una! -- Non è vero... Tullio non ne avrà... Quì metteremo la mia. -- Vuol privarsi di tutto... -- Credi pure che in questi giorni avrò altro da fare che sdraiarmi sulla poltrona!... Già me ne servo sempre pochissimo... E ora un'occhiatina alla camera di mio nipote, e poi scenderemo... Dev'esser tardi? -- Non ha sentito?... Saranno già dieci minuti che l'orologio di sala ha battuto la mezzanotte. -- Quì non c'è nulla di troppo -- disse l'Angela guardando lo scarso mobilio della camera ove avrebbe dormito suo nipote... -- Oh, il signor Tullio non ha esigenze... -- No, affatto... È un gran ragazzo simpatico. -- E per quello che ci starà lui nella sua camera!... Monterà all'alba sulla sua bicicletta e non tornerà fino a ora di colazione. L'Angela fece un segno negativo col capo. -- Intanto io credo che questa volta non l'avrà mica con lui la bicicletta... E se non viene che per due tre giorni non avrà mica tanta fretta d'andare in giro per la campagna... Però -- ella soggiunse come se le rimordesse di non aver pensato anche a questo, -- però, in caso disperato, potremo trovare una bicicletta a prestito... C'è quella del giardiniere, c'è quella del fattore... -- Ormai non c'è' altra abbondanza -- notò Giacomo. -- Perfino la moglie del segretario comunale ha la sua... Ella, padroncina, non ha mai voluto saperne... -- Tutta questa, caro mio, è roba da giovani e non fa per me. -- O ch'è vecchia forse? -- Si è quello che le circostanze ci fanno. Son vecchia, anche più della mia età... Mi basta vivere fin che vivono quei due poveri infermi... Come tirerebbero innanzi s'io non ci fossi?... Andiamo, Giacomo... Riaccompagnami giù. La Maddalena sonnecchiava nella poltrona. Al giungere dell'Angela ella si scosse, si fregò le palpebre e si alzò in piedi. -- È lei, signorina? -- Sì... Mi hanno chiamata? -- Nossignora... Dormono. ' 1 2 3 4 5 6 7 8 ' 9 10 11 12 13 14 15 16 , . 17 , - 18 19 20 21 22 23 - - . . 24 25 26 27 28 . 29 30 31 - - ? - - 32 ' 33 . 34 35 - - - - - - . . . 36 . 37 , . 38 39 - - ! - - ' . - - . 40 41 - - . . . . . . 42 . 43 44 . - - ? . . . ! 45 46 ' : - - 47 , . . . . 48 : , . . . 49 , , 50 , . . . 51 ' , ' . 52 53 ' . - - . 54 55 - - - - - - , 56 . 57 58 . - - ? . . . . . . 59 , . . . 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