movimento ch'egli sperava dovesse rispondere alle sue mire, quale pure
ne fosse il risultato. Poichè, o si faceva ragione ai reclami dei
minatori, e il suo potere sopra di essi ne sarebbe cresciuto; o le
loro domande erano respinte, ed egli avrebbe tratto partito dal
malcontento inevitabile che ne sarebbe stato l'effetto.
XXII.
Quella naturale indolenza di spirito che, come sappiamo, faceva
riscontro in Odoardo Selmi alla vigoria delle membra e al coraggio nei
momenti del pericolo, gl'impedì di sorprendere le machinazioni dei
minatori. Non gli sfuggì forse la premura che alcuni d'essi mettevano
ad evitarlo, nè gli passarono inosservati i capannelli che si
scioglievano al suo avvicinarsi; pure non vi diede importanza. Solo un
giorno chiese ridendo ad uno dei lavoranti, che aveva visto più
accalorato in un crocchio, se c'era in aria una congiura; ma l'altro
ebbe pronta una spiegazione qualunque, e Odoardo non approfondì le sue
indagini. Continuava la solita vita; in miniera quel tanto che
occorreva, poi a casa davanti al suo fiasco di vino e con la sua pipa
in bocca, oppure nella valle dietro a qualche amorazzo.
Invece Maria era piena di ansietà. Non avrebbe voluto pensar male di
Cipriano, pure il cuore le diceva che le minacce di lui non erano
ciance vane. Spesso domandava timidamente a suo fratello--Cipriano
l'hai visto?
--Sicuro che l'ho visto.
--E com'era d'umore?
--Non ci ho badato. Che t'importa? Si direbbe ch'egli ti preme molto,
e che sei pentita di non averlo accettato in isposo.
Ella non soggiungeva nulla, ripugnandole il destar sospetti a carico
d'una persona già troppo infelice per cagion sua; pur non era
tranquilla, e si turbava sopratutto pensando a ciò che poteva accadere
al ritorno dell'ingegnere Arconti, così ferocemente odiato da
Cipriano. Questo ritorno, da una parte, ella lo avrebbe desiderato con
tutte le forze dell'animo; Roberto era una compagnia, una difesa, la
casa era tanto vuota senza di lui! Ma se poi lo aspettava un pericolo,
se Valduria doveva essergli fatale, s'egli doveva espiare il delitto
d'averle ispirato una simpatia di cui forse non s'era nemmeno accorto,
alla quale in ogni modo non avrebbe conceduto altro ricambio che una
sterile compassione? Del resto, che fare? Dirgli che ritardasse la sua
venuta? Dirgli che facesse ciò che non avrebbe fatto sicuramente, ciò
che Maria non avrebbe voluto vedergli fare, una viltà?
La ragazza non osava confidar le sue angustie al fratello. Egli
avrebbe indovinato il suo segreto, ed ella non voleva scoprirlo a
nessuno.
Mentr'era in queste incertezze, la bomba scoppiò.
Una mattina Odoardo tornò dalla sua prima visita alla miniera con
aspetto sì frastornato che sua sorella, tutta sgomenta, gliene chiese
la cagione. Egli le raccontò subito come una deputazione d'operai gli
avesse presentato con gran solennità un -memorandum-, nel quale si
chiedeva in primo luogo un aumento nella misura delle retribuzioni,
poi la soppressione di alcune discipline di non lieve importanza.
--La faccenda non è liscia--soggiunse il Selmi.--C'è qualche
mestatore. Ma se credono di farmi paura, la sbagliano.
--Povera gente!--interpose Maria, che aveva l'animo inclinato alla
pietà.--Se vogliono migliorar la loro condizione, bisogna scusarli....
Non ci sarebbe modo di secondare i loro desideri, almeno in parte?
--Ecco le donne!--esclamò Odoardo infastidito.--Anche le più
intelligenti, di certe cose non ne capiscono nulla. Gli operai di
Valduria sono i meglio pagati di tutta la regione, e per uno di loro
che se ne vada, ne capitan cento ad offrirsi.
--Ed hai già risposto di no?
--Per quello che riguarda il regolamento, ho risposto un -no- chiaro e
tondo; pel resto ho telegrafato a Londra.
--E intanto?
--Intanto c'è tregua, e i lavori continuano al solito.
--Chi sa che a Londra non facciano qualche concessione....
--Non ne faranno nessuna, e non devono farne... Quello che preme è che
si decida subito perchè non v'è nulla di peggio che lasciar marcire la
piaga.... Non perdonerò mai a me stesso d'essermi fatto cogliere alla
sprovveduta.... Bisogna sfrattare i caporioni; l'essenziale è di
conoscerli... Ad ogni modo scommetterei che c'è la zampa di Cipriano
in questo brutto garbuglio.... Si guardi, però.
Maria n'era persuasa anche troppo, e la riprovevole condotta del
giovine la giustificava a' suoi propri occhi del non aver dato ascolto
alle sue parole d'amore; nondimeno, era una grande afflizione per lei
il pensare ch'ella era la prima cagione d'un avvenimento dal quale
potevano derivar tanti guai. Fino allora s'era compiaciuta nell'idea
che la sua presenza a Valduria potesse essere utile a qualcheduno;
adesso ella si disperava pensando che tutto il bene che aveva fatto
non equivaleva certo al male che stava per accadere.
Fu una giornata assai triste per lei. Nè contribuì a fargliela finir
lietamente la risposta recisa, categorica che giunse da Londra verso
sera al telegramma di Odoardo, e ch'egli si affrettò a comunicare a
sua sorella.
-Respingete in modo assoluto domande operai. Procedete con energia,
informandoci giorno per giorno.-
--Almeno questi non tentennano--esclamò il Selmi soddisfatto.
--Bella bravura!--disse Maria.--Son lontani, loro.
--Bah!... Pur di mostrare i denti, la faremo finita presto. Domani una
parlatina in regola, e se ci saran riottosi, tanto peggio per loro.
Non entreranno più in miniera... Certo che se fosse qui Roberto
sarebbe meglio. Egli ha la lingua più spedita di me, e farebbe
intender ragione più presto a costoro.... Ma non importa, saprò ben
levarmi d'impiccio anch'io.
La mattina seguente, però, egli dovette accorgersi che l'impresa non
era così agevole come aveva creduto, giacchè dopo ch'egli ebbe
chiamato a sè la deputazione del giorno prima e partecipatole il
dispaccio di Londra, corse una parola d'ordine fra gli operai, e pel
mezzodì i lavori furono sospesi tanto nell'interno quanto nell'esterno
della miniera. Evidentemente il rifiuto era previsto e al rifiuto
s'era deliberato di opporre lo sciopero. La solita deputazione venne
con grande solennità a darne l'avviso all'ingegnere, soggiungendo in
nome proprio e dei propri mandanti che questo sciopero sarebbe durato
finchè non fossero state accolte le comuni rimostranze.
Odoardo mise sott'occhio ai delegati le conseguenze d'un passo sì
grave, e li prevenne che come oggi non si lasciava intimidire dalle
minacce, così più tardi non si sarebbe lasciato commovere dalle
preghiere, e avrebbe inesorabilmente ricusato di riammettere nella
miniera gl'istigatori di questo movimento. Ci pensassero finch'erano
in tempo. Egli accordava loro ventiquattr'ore per venire a
resipiscenza.
Poi tentò prendere a parte qualcheduno degli operai ch'egli conosceva
per pratica come più alieni da tumulti e da chiassi. Ma essi, o
procuravano d'evitarlo, o cercavano di cavarsela con monosillabi. Era
chiaro che parecchi non erano entrati spontaneamente in quel brutto
impiccio; senonchè, una volta entratici, non sapevano come uscirne.
Chi si sentiva vincolato da una specie d'impegno d'onore verso i
compagni, chi aveva paura di tirarsi addosso qualche peggior malanno
facendo causa da sè.
Cipriano, com'è naturale, non aveva partecipato allo sciopero. Egli
era -tra i gaudenti-, come dicevano i minatori, e non poteva chieder
nulla per conto suo. Ma reso cieco dalle sue passioni, spingeva gli
altri in una via a capo della quale c'era un abisso che avrebbe
ingoiato anche lui.
S'era vantato con Maria di non essere ipocrita, e fino allora non era
parso mai tale; ma la sua condotta in quest'occasione smentiva le sue
parole e i suoi precedenti. Quand'era coll'ingegnere biasimava gli
scioperanti, o tutt'al più suggeriva qualche piccola concessione che,
secondo lui, avrebbe calmato gli animi; appena poteva recarsi nei
ritrovi dei collegati, li confortava a resistere assicurandoli che la
notizia dello sciopero avrebbe indotto la Direzione di Londra ad aprir
subito le trattative per un componimento amichevole. Odoardo, sebbene
non fosse un fino osservatore, non era però tratto in inganno
dall'ambiguo contegno del giovine, e si riservava di colpirlo al
momento propizio.
Le ventiquattr'ore accordate dal Selmi trascorsero senza che i
minatori dessero alcun segno di voler venire a patti. Tuttavia non
accadevano ancora disordini. È il solito di queste faccende; il primo
stadio è più ch'altro d'allegria e di spensieratezza. Quell'audace
sfida contro la fortuna ha in sè qualche cosa d'inebbriante, quel
trovarsi raccolti in grandi masse, fermi (almeno si crede) in un solo
proposito, dà un concetto esagerato della propria forza; la stessa
interruzione dei lavori contribuisce ad eccitar favorevolmente gli
spiriti. Non è ancora l'ozio; è una tregua da fatiche incresciose.
Gli operai s'erano agglomerati nelle due osterie di Valduria, ove non
s'era spacciato mai tanto vino in un giorno. Gli osti però si
rallegravano poco di questa cuccagna, giacchè bisognava vendere a
credito con limitate speranze di rimborso, sopratutto se lo sciopero
durava un pezzo. D'altra parte, come rifiutarsi di servire questi
rispettabili avventori che si presentavano a dozzine e avevano l'aria
di essere pronti a spillar le botti da sè?
Mentre in paese c'era tanto chiasso, nel recinto della miniera regnava
il silenzio e l'immobilità della morte. I forni che solevano arder
sempre s'erano spenti per mancanza di braccia che li alimentassero di
nuovo combustibile; la grù e le caldaje a vapore erano inoperose, i
carretti pieni di minerale non giravano lungo i binarii, non si vedeva
più il fumo del caminone, non si sentiva lo strepito delle pompe e il
cupo rimbombo delle mine, segnale della vita sotterranea. Solo nelle
officine dei fabbri e dei falegnami, ove la coalizione non aveva
trovato proseliti, si attendeva per forza d'inerzia a qualche lavoro
già iniziato nei giorni precedenti; ma vi si attendeva con quella
malavoglia che deriva dall'incertezza del domani.
In risposta al secondo dispaccio di Odoardo Selmi che annunziava lo
sciopero, la Direzione di Londra aveva telegrafato:
-Nessuna concessione. Se gli operai non capitolano, chiamatene altri.-
Era ciò appunto che si disponeva a fare il Selmi, ma prevedendo che la
cosa non sarebbe passata senza tumulti, ne aveva avvertito la
Prefettura da cui dipendeva Valduria, affinchè desse in tempo le
disposizioni per la tutela dell'ordine. Un delegato di questura, un
brigadiere e pochi carabinieri non potevano certo tenere in freno più
centinaia d'operai.
Ma sia che Odoardo non sapesse presentare al vivo lo stato delle cose,
sia che la Prefettura non ne intendesse tutta la gravità, fatto si è
che i rinforzi spediti furono assolutamente insufficienti, tali da
esacerbare gli animi, non da impedire ogni violenza. Cosicchè, quando
al terzo giorno dello sciopero, comparve a Valduria la prima squadra
di lavoranti (una trentina circa) che il Selmi era riuscito con molta
fatica a raccozzare nelle vicinanze, lo sciopero si mutò in vero
ammutinamento, e i collegati, messi già sull'avviso, assunsero un
contegno tanto minaccioso verso i nuovi venuti, che questi, temendo di
rimetterci la pelle, abbandonarono subito la partita. Le poche guardie
che s'erano provate a far qualche arresto tra i più turbolenti furono
anch'esse costrette a rinunciare all'impresa, e dovettero limitarsi a
difender la miniera dai colpi di mano dei sediziosi. Correvano già
sinistri propositi; s'eran sentite grida di -morte-: si diceva che
qualcheduno avesse in animo di far saltare il deposito della polvere;
che altri volessero dar fuoco alla casa dell'ingegnere e rubare il
denaro che doveva esserci in cassa, altri distruggere i forni, e così
via, Era, come si dice, un darsi la zappa sui piedi, perchè, se gli
operai mandavano in rovina la miniera, di che avrebbero poscia
vissuto? Ma chi non sa che, nello scoppio delle selvaggie passioni, le
moltitudini smarriscono affatto il criterio del loro utile e il male
diventa scopo a sè stesso?
Se l'ingegnere Selmi aveva mancato di previdenza, non si poteva certo
accusarlo di mancar di coraggio. Egli si mostrava dovunque c'era un
pericolo, e raccogliendo intorno a sè i pochi addetti alla miniera che
non avevano partecipato al movimento, si preparava, se fosse stato
necessario, a far pagar cara la propria vita. I carabinieri si
lasciavan dirigere da lui, come da persona che conosceva i siti ed era
in grado di disporre opportunamente le difese.
La situazione di Cipriano diventava intanto sempre più delicata.
Odoardo non gli nascondeva la sua diffidenza, e deciso di non trovarsi
un nemico in casa, l'aveva allontanato con un pretesto.
Gli operai lo accusavano di doppiezza, e gl'intimavano di gettar giù
la maschera e di fare apertamente causa comune con loro. I più
tranquilli, quelli che s'eran lasciati rimorchiare dagli altri, non
gli perdonavano di averli cullati nell'illusione che quest'impiccio si
sarebbe risolto in modo conforme ai loro desideri. Invece dove si
andava a finire? Con che mezzi si sarebbe prolungata la resistenza?
Cipriano era ormai in grado di misurare l'enormità dello sproposito
commesso. Egli aveva procurato, è vero, delle molestie agli altri, ma
quanti maggiori guai tirava addosso a sè medesimo! Non era un aumento
di credito ch'egli avrebbe trovato alla fine del conto, era la perdita
di una posizione che aveva conquistato a palmo a palmo a forza di
lavoro e d'ingegno, era il disprezzo, era l'odio di quelli ch'egli
aveva ingannati, era l'odio, il disprezzo di Maria.... E quest'ultimo
pensiero gli era il più penoso di tutti.... Maria egli l'amava
sempre.... Talora nell'animo esacerbato egli si raffigurava la voluttà
di una suprema vendetta. Portar la devastazione e la morte nella
miniera, sottraendo al disastro la sola Maria. Presentarsi a lei come
un salvatore e come un padrone: difenderla contro tutti, ma volerla
per sè.
Follie! L'intelligenza di Cipriano non era tanto offuscata da non
capire ciò che vi fosse di assurdo in questi propositi di mente
inferma. Quand'anche il resto gli fosse riuscito, Maria non avrebbe
mai accondisceso a esser sua. Bensì promovendo, secondando gl'istinti
brutali che si manifestavano nella schiuma dei collegati, egli avrebbe
potuto far di lei una creatura derelitta ed infelicissima. Combattuto
così da affetti diversi, spesso tentava di moderare quelli che aveva
aizzati, e sentiva l'aura della popolarità ritirarsi rapidamente da
lui e il terreno vacillare sotto i suoi piedi.
Comunque sia, il contegno risoluto di Odoardo Selmi impose rispetto ai
minatori, e nella notte successiva all'ammutinamento nessun colpo di
mano fu tentato contro la miniera. I peggiori soggetti (una quarantina
circa) costrinsero gli osti a tener aperte le bettole e a dar loro
vino senza risparmio. Pagherebbe, dicevano, la Direzione di Londra.
Col sorger del giorno finì la baldoria. Le notizie dei nuovi disordini
avevano commosso le autorità del capoluogo, e alla mattina i pacifici
abitanti di Valduria furono rinfrancati dall'arrivo di uno squadrone
di cavalleria. Più tardi giunsero il Procuratore del Re e il giudice
istruttore, e procedettero ad alcuni arresti dopo aver sentito
l'ingegnere Selmi e il segretario comunale. Il sindaco Ludovici non
c'era. Non volendo uscire da una savia neutralità, egli s'era recato
altrove fin dal primo manifestarsi dello sciopero.--A trovarsi in
mezzo a queste cose non ci si guadagna mai--egli osservava
prudentemente. Fu detto da un bell'umore che il conte Ugolino
mangiasse i figli per conservar loro un padre; così il signor Ludovici
lasciava nelle male peste i suoi amministrati per conservar loro un
Sindaco.
Se la neutralità era sì cara al signor Ludovici, lo star con le mani
alla cintola durante questo scompiglio riusciva invece intollerabile a
Maria. Odoardo aveva dovuto usare poco men che la forza per indurla a
rimanersene in casa mentr'egli s'esponeva al pericolo. Nella notte
ella non aveva mai chiuso occhio, pronta sempre ad accorrere ove
avesse visto o sentito un segno d'allarme. Alla mattina poi, quando
l'arrivo della truppa l'ebbe assicurata che suo fratello non correva
pel momento alcun rischio, il suo cuore gentile fu commosso dall'idea
d'altri dolori. Pensò alle povere famiglie che questa crisi avrebbe
piombate nella miseria, alle donne e ai bambini che avrebbero pagato
il fio delle colpe dei mariti e dei padri. Che squallore in quelle
capanne ov'ella, visitatrice pietosa, aveva portato tante volte il
conforto d'un sorriso e d'una parola di simpatia!
Ubbidì agl'impulsi dell'animo, e senza dir nulla a Odoardo intraprese
un pellegrinaggio per la valle. Chi sa ch'ella non avesse potuto
esercitare un apostolato di pace e di carità! A lei forse avrebbero
dato retta. Avrebbero capito ch'ella non parlava che per desiderio del
bene.
E infatti quasi dappertutto ella fu accolta con affetto e con
deferenza. In qualche famiglia la si aspettava, s'era avvezzi a
vederla nei giorni del dolore. Nella maggior parte delle abitazioni
non c'erano soltanto le donne, i vecchi, i fanciulli; c'era anche
l'elemento vigoroso della casa, l'uomo che per solito lavorava,
guadagnava, sostentava gli altri. Torvo o accasciato, con le braccia
ciondoloni e con la testa china sul petto, egli non aveva più la
baldanza dei primi giorni di battaglia; soffriva delle sofferenze dei
suoi cari, o imprecava al destino che l'aveva condannato a servire.
Maria cercava di persuadere uomini e donne a non ostinarsi in una
contesa inutile; quei signori di Londra erano ricchi e potevano
attendere; invece, loro, poveri operai, che avrebbero fatto se fossero
stati licenziati definitivamente? La sua voce non si perdeva nel
deserto; quand'anche non le si dava ragione, quand'anche si voleva
sostenere il diritto dei minatori a un maggior salario, si riconosceva
d'aver agito con precipitazione, di essersi lasciati abbindolare da
quelli che pescan nel torbido. In quanto a capitolare, alcuni ci
sarebbero stati disposti, ma come si faceva? C'era un vincolo coi
compagni: bisognava che fosse una cosa fatta d'accordo fra tutti.
Maria usciva da queste visite con uno stringimento al cuore. Dopo aver
visto quelle cucine senza pentola al fuoco, quegli uomini sparuti,
quelle donne avvizzite, quei bimbi macilenti, che pur si sforzavan di
sorriderle in mezzo alle lagrime, ella avrebbe voluto arrivar d'un
balzo a Londra, penetrare nei palazzi degli azionisti della miniera e
dir loro: Siate generosi, siate misericordiosi, sacrificate una parte
del vostro lusso per dare un pane di più alla povera gente. Maria non
s'era mai curata di far la diagnosi delle società anonime; ella
credeva in buona fede che gli azionisti fossero gli esseri più felici
del mondo, e non si preoccupava punto del rapporto tra i salari e il
costo di produzione.
Un nome aveva suonato spesso all'orecchio della giovinetta nel suo
pellegrinaggio, un nome pronunciato per lo più con accento d'ira e di
sprezzo: quello di Cipriano. Dov'era costui? Perchè, dopo aver
sobillato gli altri, si nascondeva? Tra gli arrestati ce n'erano di
meno colpevoli. A loro non si sarebbe badato; si sapeva che erano
cervelli malati e spiriti guasti; ma quando si sparse la voce che un
uomo come Cipriano prometteva il suo appoggio e assicurava il buon
successo, allora fu cosa diversa.... Invece Cipriano li aveva
abbandonati, li aveva traditi.... oh ma ne pagherebbe il fio!
Non c'era più dubbio! Era veramente da Cipriano ch'era partita la
prima scintilla destinata a far divampar tanto incendio. Nè Maria
poteva ignorare le cagioni che avevano travolto in tal guisa la sua
intelligenza. Così allo sdegno ch'ella provava si mesceva un senso
d'infinita pietà. Com'egli doveva essere infelice!
Una forza maggiore di lei la indusse, nel ritorno, ad avviarsi dalla
parte ove abitava il giovine soprastante. Era forse desiderio
d'incontrarlo? E che gli avrebbe detto? E s'egli, ormai alla
disperazione, le avesse fatto ingiuria?
Ella non si dissimulava il suo sgomento, eppure non si ritraeva dal
suo cammino. Già nell'ombra del crepuscolo biancheggiava la casa
ov'ella era andata tante volte a visitare la vecchia Gertrude; il
pioppo alto e sottile che cresceva lì vicino dondolava gravemente il
capo con un lieve stormire di fronde. Maria si avvicinò trattenendo il
respiro. L'uscio dell'abitazione era chiuso, eran chiuse le imposte.
Maria chiamò timidamente--Cipriano!--Nessuno rispose. Non c'era
nessuno.
XXIII.
In quel giorno medesimo, Odoardo Selmi spediva all'ingegnere Arconti
il dispaccio che i lettori conoscono. Non lo aveva chiamato nel
momento del maggiore pericolo, ma adesso sentiva di non poter far a
meno del suo aiuto e del suo consiglio. La presenza dello squadrone di
cavalleria a Valduria sino a cose finite era una guarentigia contro il
ripetersi dei disordini; non bastava però a far cessare lo sciopero.
Gli operai non potevano esser ricondotti per forza nella miniera.
Bisognava rappacificare gli animi, e inoltre c'erano parecchie
quistioni da risolvere. Chi si doveva riammettere, chi escludere; come
si dovevano colmare i vuoti? Certo l'Arconti era molto più adatto del
Selmi a sciogliere tutte queste difficoltà, e Odoardo operava
saviamente invitandolo ad affrettare la sua venuta.
Roberto, noi lo sappiamo, non aveva esitato un istante. Egli era
partito da Milano poche ore dopo ricevuto il dispaccio, e nel partire
ne aveva dato avviso telegrafico all'amico.
Quando Maria seppe che Roberto era in viaggio per Valduria, il suo
primo movimento fu di gioia schietta e vivissima. Ma alla gioia
successe il terrore. Cipriano odiava Roberto com'egli sapeva odiare, e
non aveva certo dimesso l'idea di rifarsi sopra di lui dei mali che
aveva attirati sul proprio capo. Scomparso momentaneamente perchè si
sentiva inviso a tutti e non era ben sicuro di non esser tratto in
arresto se si mostrava, egli avrebbe ben trovato il modo d'uscire dal
suo nascondiglio per compiere o per tentare una vendetta.
Maria rivelò le sue angustie al fratello, che ne rimase alquanto
impensierito, ma alla fine si strinse nelle spalle e disse:--Che vuoi
farci? Staremo in guardia. Ad ogni modo, un uomo ne vale un altro, e
Arconti non ha paura di nessuno.
Con queste inquietudini nell'anima, la giovinetta s'accinse a preparar
la camera dell'ingegnere. Non aveva però soltanto queste inquietudini.
Altri pensieri non lieti le passavano pel capo.
--Egli torna--ella diceva fra sè.--Per dividere i nostri pericoli
lascia più presto la sua splendida Milano, lascia sua madre, la sua
fidanzata. Ma per quanto tempo starà con noi? Adesso che ha riveduta
la sua città natale, adesso che ha riveduta la sua Lucilla, gli parrà
mille volte più squallido e triste questo soggiorno.... Aver negli
occhi una cara immagine, aver l'anima piena di sogni d'amore, e venir
qui in questo tugurio, in mezzo alle malinconie d'uno sciopero.... Che
prepotente bisogno sentirà d'andarsene!
--Si sposeranno presto--continuava Maria.--Roberto troverà una bella
posizione in qualche città... dev'essergli tanto facile di ottener ciò
che vuole..... E se invece persuadesse la sua sposa a venir qui?...
Lei, avvezza a tutti gli agi, a tutte l'eleganze di una capitale? Come
potrebbe adattarvisi?... A ogni modo, se ci venisse?
Questa idea faceva spuntar le lagrime agli occhi di Maria. Si vedeva
mortificata, avvilita da quell'altera bellezza cittadinesca che le
avrebbe tolto persino l'amicizia di Roberto. Apriva istintivamente
l'album di fotografie ch'era sul tavolino dell'ingegnere, e
contemplava il ritratto di Lucilla. Oh sì, ell'era bella, assai bella,
e Roberto aveva ragione d'amarla.... Però quest'amore lo rendeva
felice davvero? Perchè, dopo essersi ripromesso di parlarne sovente
con lei, non gliene aveva parlato più? Perchè aveva pronunziato così
di rado il nome di Lucilla? Aveva forse indovinato, aveva forse
compreso?...
Un vivo rossore copriva le guancie di Maria. No: egli non poteva aver
nulla indovinato, nulla compreso. Che concetto si sarebbe fatto di lei
se avesse compreso, se avesse indovinato? Come l'avrebbe trovata
temeraria, come l'avrebbe trovata ridicola!... No, s'egli non parlava
di Lucilla, era soltanto perchè non poteva dirne tutto il bene che
avrebbe voluto.... Forse Lucilla non lo amava abbastanza, non lo amava
com'egli meritava... Ed egli meritava tanto amore, ed egli meritava
tanta felicità...
Mentre Maria seguiva il corso di questi pensieri, Roberto Arconti
viaggiava verso Valduria nello stato d'animo che ci è facile
immaginare. Ormai non lo legava che un ben tenue filo al passato; la
speranza, ahi debole tanto, che Lucilla si pentisse del contegno
serbato con lui a Milano e ne facesse ampia ammenda per lettera. Oh se
ell'avesse trovato quelle frasi appassionate che vengon dal cuore,
egli le avrebbe perdonato tutto! S'ella gli avesse parlato quel
linguaggio che non lascia dubbio sulla sincerità dell'affetto, le
avrebbe perdonato anche di non voler venire a Valduria! Non avrebbe
accettato certo la posizione subalterna che gli si offriva in casa Dal
Bono; avrebbe detto: aspettiamo ancora; e fiducioso nell'avvenire si
sarebbe posto in traccia di un altro impiego. Più assai che il rifiuto
di Lucilla di abitare nelle solitudini inospitali d'una miniera, lo
aveva afflitto, lo aveva offeso la sua frivolezza. E pur troppo questa
frivolezza gli faceva presentire che il male era senza rimedio. Si
correggono le opinioni, non si mutano i sentimenti e gli istinti.
Ma la persuasione che una rottura con Lucilla era inevitabile non era
fatta per consolar Roberto. Quando per tanti anni s'è vissuti in un
pensiero, quando non s'è compresa la vita che confusa nella vita
d'un'altra persona, il bel gusto a dover dire: m'ero sbagliato; quella
persona non è adatta per me!
In questo triste ritorno a Valduria la prospettiva più lieta per
l'ingegnere Arconti era quella delle difficoltà che l'aspettavano. La
febbre della lotta e del pericolo poteva solo fargli dimenticare le
mille angustie che gli travagliavano lo spirito.
Così, quando alla stazione più vicina a Valduria, gli dissero che i
tumulti erano già cessati, egli n'ebbe più noia che soddisfazione.
Nondimeno, giunto alla miniera, gli si allargò il cuore
all'accoglienza di Odoardo e di Maria. Maria era profondamente
commossa, la sua mano tremava nello stringere la mano di Roberto, un
vivo incarnato s'era diffuso sulle sue guancie pallide, e in tutto il
suo aspetto splendeva quella bellezza che la natura concede anche ai
volti meno regolari nei momenti in cui l'anima s'affaccia agli occhi.
Del resto, Maria s'era cambiata in modo notevole da quando l'ingegnere
Arconti l'aveva vista la prima volta. I suoi capelli corti eran
cresciuti, e ricadendole a ricciolini sulle tempie incorniciavano
leggiadramente la sua fronte candida; le sue spalle esili, le sue
braccia sottili s'erano un po' arrotondate; all'aria di bontà e
d'intelligenza, che l'aveva sempre resa simpatica, s'era aggiunta
un'espressione di dolce malinconia, che le dava un'attrattiva tanto
maggiore quanto meno in quella malinconia si poteva sospettare
l'artifizio.
--Ci perdonerai d'aver troncato prima del termine stabilito le tue
beate vacanze di Milano?--disse Odoardo all'amico.
--Non parliamo di ciò--rispose Roberto, rannuvolandosi e mostrando una
fretta di sfuggire questo argomento, che non passò inosservata a
Maria.--Raccontami piuttosto per filo e per segno tutto ciò ch'è
successo.
Il Selmi espose i fatti che già conosciamo, soffermandosi
particolarmente sopra la condotta di Cipriano, la cui disparizione
era, del resto, la miglior conferma delle accuse che gli si movevano.
--Oh si guardi, si guardi--disse in tono supplichevole Maria
all'Arconti.--Cipriano odia lei più di tutti gli altri, ed è capace di
tutto.
--E perchè mi odia tanto?
Maria arrossì e non rispose.
--T'odia--rispose Odoardo--perchè s'è sognato di veder in te un
ostacolo al suo matrimonio con mia sorella.... Sciocchezze! Se Maria
l'ha respinto, non fu pei suggerimenti d'alcuno, ma perchè ha capito
che Cipriano non era sposo per lei.... E aveva ragioni da vendere.
Roberto avrebbe potuto soggiungere che, per un momento, egli aveva
piuttosto patrocinato che osteggiato presso Maria la causa del giovine
minatore, ma non voleva aver l'aria di persona che cerca d'attenuare
la sua responsabilità.
--Checchè egli pensi sul conto mio--disse fieramente l'ingegnere
Arconti--e checchè egli mediti a mio danno, io non ho paura di lui.
--Oh per carità, per carità--esclamò Maria, giungendo le mani--non
faccia imprudenze. Se le accadesse una disgrazia non me lo perdonerei
più per tutta la vita.
--Buona Maria--rispose Roberto--non si accori così. Vedrà che non
succede nulla.... Se tutte le minaccie avessero effetto! pensiamo
piuttosto al resto.
Entro la giornata si concertarono tra i due amici i provvedimenti da
prendersi.
E infatti nella mattina successiva venne affisso a Valduria un
manifesto, in cui si annunciava che sarebbero riammessi nella miniera
alle condizioni di prima quelli fra gli operai che si presentassero
nel termine di ventiquattr'ore, trascorso il quale non si farebbe più
grazia a nessuno.
Da questa specie d'amnistia erano esclusi però dodici fra i più noti
caporioni del movimento, e i loro nomi figuravano appiedi del
manifesto.
Di Cipriano non era fatta menzione. Selmi e Arconti avevano deciso di
licenziar lui pure, ma non credevano di poterlo fare senza
preavvisarne la Direzione di Londra, dalla quale recentemente il
Regoli era stato encomiato e promosso. Si stabilì quindi di
trasmettere a Londra la formale proposta del congedo in base al
contegno ambiguo di Cipriano nei primi giorni dello sciopero, alla
voce pubblica che lo chiamava colpevole, e alla sua misteriosa
disparizione.
La baldanza dei collegati era svanita da un pezzo. Nessuno sciopero
era mai stato iniziato così all'impazzata, senza un fondo di riserva,
senza una probabilità al mondo di trovar lavoro nei paesi vicini.
S'era calcolato d'intimorire la Direzione, non riflettendo che la
violenza ben di rado assicura agli operai la vittoria nella questione
dei salari. Per vincere bisogna essere in grado di opporre a lungo la
resistenza passiva dell'inazione, e per oppor questa resistenza
bisogna aver quattrini da parte, o trovar chi ne somministri. Ora, ai
minatori di Valduria mancava l'una e l'altra cosa.
È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto,
moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che,
prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli
scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune
furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od
offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla
presenza d'uno squadrone di cavalleria.
Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano
pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori,
l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti
all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle
parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi--egli
concluse;--dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro
combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura,
e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti
siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti
per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro
azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar
qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua
sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne
avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il
capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il
segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie
che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il
lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più
miserie intorno a sè.
Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti
gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse
aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue
idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di
aver persuaso il suo uditorio.
Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno
borbottare a mezza voce:--Tutti i salmi finiscono in gloria: State
cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.--Oppure:--Il sugo
del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.--O
finalmente:--Non la deve mica andar sempre così.... Basta, s'è pagato
il maestro, e la lezione non sarà perduta.
Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il
pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza
riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:--Se ci fosse
stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è
accaduto.
XXIV.
La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana
annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio
delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a
vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva
dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti
carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine
rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la -discenderia-, e lungo
le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di
fiammelle fantastiche.
Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano,
sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i
quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo,
come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi
giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto
pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva
visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva
discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di
Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.
Maria era piena di tristi presentimenti.--Si guardi, si guardi--ella
ripeteva a Roberto ogni volta ch'egli usciva di casa. Ed era
travagliata da affannose inquietudini nelle assenze di lui, e quando
lo vedeva riapparir di lontano provava una consolazione così forte da
durar fatica a nasconderla. Poi Roberto partiva, ed ella ripiombava
nelle ansietà di prima. Il cuore è buon profeta, e il cuore di Maria
non s'ingannava ne' suoi presagi.
L'ingegnere Arconti tornava un giorno dall'aver visitato una fornace
ove si stavano fabbricando delle pietre cotte da servire ad alcune
opere di muratura occorrenti a Valduria. Era solo, malinconico,
assorto ne' suoi pensieri. La calma che egli aveva contribuito a
ristabilire nella miniera non era penetrata nel suo spirito, anzi,
dileguate le gravi cure che avevan richiesto l'esercizio di tutte le
sue facoltà, gli si addensava nella mente una folla d'idee dolorose.
Simile a chi s'aggira tra le rovine della sua patria, egli errava con
la fantasia tra le rovine del suo povero amore, che avrebbe voluto, e
non poteva, divellere dalle radici. Ogni tanto estraeva di tasca una
lettera, l'apriva, vi scorreva su con l'occhio e pareva ritrarne un
sentimento indicibile d'uggia e di pena. Era una lettera profumata,
con monogramma, una lettera la cui fisonomia aristocratica faceva uno
strano effetto in quei luoghi e nelle mani di Roberto che aveva
dimessa ogni eleganza cittadinesca e aveva ripreso l'abito e l'aspetto
di minatore. Quel foglietto conteneva uno sproloquio della signora
Federica, vano e sconclusionato, secondo il solito. Ma la leggerezza
di sua madre non era cosa nuova per l'Arconti; ciò che però l'accorava
era il vedere ch'esisteva una uniformità assoluta d'idee e di
carattere tra lei e Lucilla. Se, diventando suocera e nuora, si
fossero mantenute così, sarebbero state da citare a modello. In questa
lettera la signora Federica mostrava di aspettarsi dal figliuolo un
atto di contrizione; per lei era chiaro come la luce del giorno
ch'egli aveva torto marcio, e solo la sua caparbietà naturale
gl'impediva di riconoscerlo. Appena se ne fosse persuaso, si sarebbero
potuti riappiccare i negoziati; già Lucilla, a condizioni pari, gli
dava la preferenza; la signora Giulia non aveva mutato opinione.
L'osso più duro sarebbe stato il signor Benedetto, ch'era
sdegnatissimo della condotta di Roberto; ma siccome per lui
l'essenziale era di non esborsare la dote, non sarebbe stato
impossibile di strappargli un nuovo consenso. Tutti questi
-sragionamenti- erano diluiti in un mare d'inezie e di volgarità,
sulle chiacchiere della gente, sulle -toilettes- di Lucilla, sulle
bravure di -Gipsy-, ecc., ecc. I pericoli a cui Roberto era andato
incontro a Valduria non parevano nemmeno ricordati da quelle creature
frivole, e alla miniera appena si alludeva con ironia sprezzante per
chieder conto della -damigella d'alto affare- che vi dimorava.
--Povere donne!--pensava Roberto.--Quanto più cuore e quanto più
ingegno di voi ha -la damigella d'alto affare- di cui discorrete con
quest'aria di superiorità!
Per abbreviare il cammino, egli aveva preso una viottola che
s'insinuava serpeggiando tra fitte macchie d'arbusti. L'ora ed il
luogo erano pieni di solitudine e di silenzio. Non si sentiva che il
ronzio degl'insetti e il mormorio lievissimo delle fronde accarezzate
dalla brezza vespertina. Ma ad un tratto parve a Roberto di udir
rumore come di una persona che s'avanzasse cautamente da un lato della
strada... Tese l'orecchio; non sentì più nulla; aguzzò l'occhio e non
riuscì a veder nulla. Pur non era tranquillo: si risovvenne delle
ammonizioni di Maria; rammentò il carattere violento di Cipriano, le
sue minaccie, la sua scomparsa, e temette un'insidia. Non era uomo da
cercar salvezza nella fuga, nè, a ogni modo, sarebbe stato più in
tempo di fuggire. L'aggressore, se non era tutta un'allucinazione dei
sensi, doveva trovarsi ormai a pochi passi. Deliberò di affrontarlo
risolutamente, armò il revolver che portava sempre con sè, e si
diresse dalla parte ond'era venuto il rumore, procurando quanto più
fosse possibile, di coprirsi colle fronde e coi rami. Non aveva fatto
due passi quando la doppia canna d'una pistola luccicò tra le foglie,
due colpi echeggiarono uno dopo l'altro, due palle gli fischiarono
rasente alla testa e andarono a configgersi nell'esile tronco d'un
arbusto dietro di lui. Nello stesso punto s'intese un grido di dolore
e di rabbia, e un uomo livido in viso, con gli occhi injettati di
sangue, con la barba incolta, coi capelli arruffati, sbucò dalla
macchia. Era Cipriano, o piuttosto la larva di Cipriano. Le veglie, il
digiuno, i patimenti d'ogni sorta, i malvagi pensieri avevano fatto di
lui un altr'uomo. Restava appena una traccia della sua maschia
bellezza; la sua fisonomia aveva l'espressione dei momenti peggiori;
qualche cosa di sinistro, di selvaggio, di feroce. Parve sulle prime
ch'egli volesse scagliarsi sull'Arconti, ma, quando vide che questi
teneva il revolver appuntato contro di lui, comprese che era inutile
ogni attacco, gettò lungi da sè la pistola scarica, e preferì di
aspettare impavido la morte.--Perchè non fa fuoco?--egli chiese a
Roberto, arrestandosi e incrociando le braccia.
Roberto abbassò lentamente l'arma e senza rispondere alla domanda
disse:--Non vi credevo un assassino.
--Volevo ucciderla. Se l'avessi sfidato a duello, mi avrebbe riso in
faccia, non si sarebbe degnato di battersi meco.... Non avevo altro
modo che questo.... Se fossi riuscito, direbbero che sono un furfante;
ho sbagliato il colpo, e diranno che sono anche un imbecille....... La
finisca lei; faccia fuoco; meglio così che sulla forca.
--Disgraziato, e perchè volevate uccidermi?
--Non lo sa? Perchè vedo in lei la sorgente di tutti i miei mali...
Non ne avrà colpa forse, ma che importa? Il fatto non muta per
questo... E poi non è un mistero per nessuno.... Io sono cattivo....
C'era un'unica persona che poteva trasformarmi, e non ha voluto....
Per causa di chi? Per causa di lei.... Oh sicuro, lei non se n'è
immischiato; la sua amante, la sua fidanzata è a Milano; lei a questa
non pensa, ma che vuol dir ciò? Se non fosse mai venuto qui, Maria
avrebbe finito coll'amarmi, Maria sarebbe oggi mia sposa.... Invece
m'ha rifiutato, e lo vede, il suo rifiuto m'ha travolto il
cervello.... Avevo conquistato una brillante posizione nella miniera,
e ho perduto tutto; se mi mostrassi, i miei capi mi chiuderebbero la
porta in viso e i miei subalterni mi lapiderebbero.... Non vivevo più
che per questa vendetta, e m'è fallita anch'essa, e porto ugualmente
in fronte un marchio d'infamia... È vero, ho commesso un delitto, ho
commesso una viltà.... Bisogna espiarla. Faccia fuoco.... Sarà
un'opera di misericordia.
Roberto si guardò intorno. Poi disse con piglio solenne:--Avete
ragione; la vostra vita è in mano mia; posso togliervela, e -di me-
nessuno dubiterà ch'io sia un assassino; posso denunziarvi alla
giustizia, e nessuno dubiterà ch'io sia un calunniatore... Ma se non
volessi fare nè una cosa, nè l'altra?
--E che vorrebbe fare?
--Voglio dirvi: nessuno ci ha visto: quello che è avvenuto può
rimanere un secreto fra noi, purchè partiate subito da questi paesi,
purchè andiate lontano, purchè non turbiate più la pace d'una persona
ch'io giuro di difendere contro le vostre insidie..... Che decidete?
--Mi uccida o mi denunzi. Rimango.
--Sciagurato! Quanti anni avete?
--Ventisei. Che le importa saperlo?
--E a ventisei anni la vita non ha per voi altri allettamenti che
l'odio e il pensiero della vendetta? E piuttosto di rinunziare ai
vostri feroci propositi, vi rassegnate a chiudere i vostri giorni tra
i quattro muri d'una carcere confuso coi delinquenti volgari.... voi
che forse eravate nato a qualcosa di meglio?
Cipriano ebbe un istante di esitazione. L'ingegnere Arconti se ne
avvide, e continuò con più calore.--Siete giovine, Cipriano, voi
potete ancora diventare un altr'uomo, potete spendere la vostra
energia, il vostro ingegno in opere sane e feconde, potete conquistare
la stima dei buoni, potete amare ed essere amato. Vedete, io credo in
voi più che non ci crediate voi stesso; vi credo un traviato più che
un malvagio. Badate a me, giacchè v'è aperta una via di scampo,
approfittatene prima che sia troppo tardi... Perchè, ve lo giuro, oggi
io sono disposto ad agevolare la vostra fuga, a procurarvene anche i
mezzi, se non li avete, a tacere, a obliare il triste fatto che mette
in mia balìa il vostro nome, la vostra esistenza; ma domani.... oh
domani sarò inesorabile.... Valduria non deve essere infestata dagli
aggressori di strada.
Mentre l'ingegnere Arconti parlava, cento pensieri diversi
attraversavano lo spirito di Cipriano e si dipingevano sulla sua
fisonomia mobile ed espressiva. All'ammirazione pel nemico generoso
che voleva salvarlo succedeva un odio tanto più fiero ed intenso
quanto più egli pativa d'essere umiliato da questa generosità; al
sentimento della vita che gli si ridestava nell'anima succedeva la
persuasione che tutto era finito, che non c'era più avvenire per lui.
La vergogna del delitto tentato contrastava col dolore della vendetta
rimasta incompiuta, il nobile impulso di chiedere perdono all'uomo che
aveva voluto uccidere era soffocato in Cipriano dall'orgoglio nativo
ribelle ad ogni atto di resipiscenza.
E l'orgoglio prevalse. Rilevando solo l'ultima parte del discorso di
Roberto, egli rispose con voce cupa e velata dalla collera.--Domani.....
Ha detto domani.... Prima di domani saprà mie notizie.
Si chinò rapidamente, raccolse la pistola che aveva gettato a terra, e
si dileguò in un baleno.
L'Arconti stette un momento in forse se doveva inseguirlo e
strappargli il segreto delle sue parole; poi riflettè ch'era miglior
consiglio il lasciarlo meditare da solo sull'insidia codarda che aveva
teso, sulla proposta di salvezza che gli era fatta; possibile che
qualche cosa di buono, che qualche cosa di sano non gli si svegliasse
nell'anima? Ma se invece tentasse un nuovo delitto? Contro di chi?
Contro di lui per la seconda volta? Ebbene, si difenderebbe. Contro di
Maria? Quest'idea turbò singolarmente Roberto, che giurò a sè stesso
di vigilar sulla giovinetta fino all'indomani. L'indomani, poi, se
Cipriano non dava serie guarentigie di allontanarsi per sempre da
Valduria, la giustizia sarebbe stata informata di tutto. Non aveva
diritto di tacere; non si trattava soltanto di lui; era Maria, era
Odoardo che conveniva tutelare contro gli eccessi d'un forsennato.
Giunto a casa, non fece parola dell'accaduto, nè lo sguardo scrutatore
di Maria avvertì alcuna alterazione nel suo volto. Ma per quel giorno
non volle più scendere in miniera, disse che aveva da rivedere alcuni
conti, e si ritirò nello studio per non uscirne che a ora di cena. La
sera rimase col Selmi e con sua sorella. Odoardo in maniche di
camicia, col colletto sbottonato, fumava, beveva, sonnecchiava,
stirando ogni tanto le braccia e mettendo degli sbadigli rumorosi.
Maria aveva preso silenziosamente da un cassetto un libro francese e
pareva voler dire a Roberto: Quand'è che ripiglieremo le nostre
lezioni? Egli indovinò il suo pensiero, e le chiese:--Dunque ha
studiato da sola? Ormai capisce quello che legge?
--Mi par di sì.
--Via, mi faccia sentire.
Avvicinò la sedia a quella di lei, e si mise in ascolto.
Ella incominciò a leggere. La sua voce tremava.
--Ha il timor panico?--disse sorridendo Roberto.--Le faccio tanto
soggezione?
Ella divenne rossa rossa.
Proprio in quel punto si picchiò forte all'uscio e comparve un giovine
lavorante che venia spesso in casa per piccoli servigi e che Maria
trattava con molta confidenza.
--Cosa c'è, Luigi?--ella chiese amichevolmente.
--Nulla, signorina--rispose il giovine, che aveva una cera da
spiritato.--Volevo....
E fece segno ai due uomini di uscire un momento.
--Dio mio, qualche disgrazia in miniera!--esclamò Maria impallidendo.
Odoardo e Roberto erano balzati tutti e due dalla seggiola.
--Resta qui tu con tua sorella--disse l'Arconti al Selmi.--Sentirò io
di che si tratta. Torno subito....
E uscì nell'andito insieme a Luigi.
Il lavorante raccontò molto confusamente che sul far della sera,
passando davanti all'abitazione di Cipriano ch'era chiusa da un pezzo,
ne aveva visto con sorpresa l'uscio e le imposte spalancate. In una
camera, quella in cui era morta la vecchia Gertrude, si vedeva chiaro.
La sua prima impressione fu una gran paura, onde se la diede a gambe;
ma mentre fuggiva, incontrò il figlio dell'oste, un pezzo di
giovinotto alto quasi due metri, che non avrebbe avuto scrupolo a
misurarsi col diavolo e che volle a forza andar a verificare coi suoi
occhi se la vecchia Gertrude fosse risuscitata.--Meno male se ci fosse
andato lui solo--soggiunse Luigi--ma mi prese per un braccio e mi
costrinse a seguirlo. Non avevo più sangue nelle vene.
--Spicciati, via.
--Arrivati sul luogo, entrammo. Io tremavo come una foglia...
--Finiscila. Cos'hai trovato? La vecchia Gertrude?
--No, no, la vecchia Gertrude dorme sempre in camposanto, e domani suo
figlio le terrà compagnia.
--Cipriano è morto?
--Sì..... In che stato l'abbiamo visto! Era lungo disteso per terra in
un lago di sangue..... Stringeva ancora in pugno una pistola. Sulla
tavola ardeva un lume, e c'erano queste due lettere....
--Per me?
--Una è per lei--disse Luigi consegnandogliele tutte e due.--L'altra
per la signorina.
Odoardo e Maria s'erano affacciati sulla soglia inquietissimi.
--Dunque!... Un'esplosione?...
--No--rispose Roberto--la miniera non c'entra....
--E allora?
L'Arconti rientrò nella stanza, riluttante a parlar davanti a Maria.
Ma ella lo costrinse a uscir dal suo riserbo.--Dica la verità, c'è
qualche bricconeria di Cipriano?
--Non una bricconeria; un atto di disperazione. Insomma,
quell'infelice s'è ucciso....
--Ucciso!--gridarono a una voce Maria ed Odoardo.
--Sì.... E ha lasciato una lettera per me e una per lei, signora
Maria.
--Me la dia qui--ella disse.--E appena l'ebbe, ne ruppe il suggello
con mano convulsa. In pari tempo Roberto leggeva il foglio diretto a
lui.
Non c'erano che queste poche parole: «Non accetto benefizi da chi
detesto. Oggi non ha voluto uccidermi. M'uccido io stesso. È il solo
partito che mi rimane da prendere. Ha fatto la mia rovina, procuri di
non far anche quella d'-un'altra persona-.»
La lettera per Maria era più lunga, e conteneva una rivelazione, che
gelò il sangue della giovinetta.
«Alcune ore fa--scriveva Cipriano--ho tirato due colpi di pistola
contro l'ingegnere Arconti, che, colpevole o no, è la prima origine
delle mie sciagure. L'occhio e il braccio m'hanno tradito. La mia vita
apparteneva al mio nemico, che non volle prendersela e mi promise di
non denunziarmi purchè io acconsentissi ad andarmene per sempre da
questi paesi. Non gliene sono riconoscente. Accettar la sua offerta
sarebbe stato un subire la peggiore delle umiliazioni. Ciò che egli
non ha voluto fare lo faccio io. Allorchè riceverà questa lettera,
Cipriano avrà cessato di vivere. C'era un ostacolo alla sua felicità,
signora Maria; quest'ostacolo è tolto.... Si ricordi di me con
benevolenza. Del giudizio degli altri non m'importa; del suo, sì.
Pensi che l'ho amata molto, che non ho amato al mondo che mia madre e
lei.»
--Oh Dio, è possibile?--gridò Maria nel leggere le prime righe di
questa lettera. E quando l'ebbe finita, ridomandò con voce affannosa e
tenendosi alla spalliera d'una seggiola:--Ma è vero dunque, ma perchè
non m'ha detto nulla?
--Si calmi, cara Maria--rispose Roberto.--Lo vede, aveva promesso di
tacere pel momento, e, se quel disgraziato di Cipriano mi avesse dato
ascolto, avrei taciuto sempre.... Ma ora si calmi; per me non c'è più
pericolo, e per -lui- pur troppo non c'è più rimedio.... Povero
giovine!
--Che povero giovine d'Egitto!--scappò fuori Odoardo, che aveva
raccolto il foglio caduto di mano a Maria.--Era un pazzo e un
furfante, e il meglio che poteva fare era di levarci l'incomodo....
--Odoardo!--interruppero in tono di rimprovero Roberto e Maria.
--Sì, sì, io non ho i vostri sentimentalismi ridicoli. Non ci sarebbe
stata pace a Valduria finchè colui fosse vissuto.... La sua morte è
una vera liberazione, e per lui non meno che per gli altri. Con quei
caratteri lì non si vive mai bene nel mondo.
--Forse è vero, ma ciò non toglie che Cipriano sia più da compiangere
che da condannare. Aveva la stoffa d'un uomo superiore; e se fosse
nato in condizioni diverse, chi sa che cosa avrebbe potuto
divenire.... Basta tanto poco a determinare il destino degli uomini!
Odoardo tentennò la testa in segno d'incredulità. Maria invece guardò
l'Arconti in un modo che voleva dire:--Come parla bene, come sono
d'accordo con lei!
XXV.
Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine
rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le
due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una
minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore
sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea
di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto
rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto
una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto
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