L'appartamento degli Osnaldi era vasto e la folla si disperse nelle
altre stanze.
--Come sei bella!--susurrò l'Arconti all'orecchio di Lucilla, mentre
premeva sotto il suo braccio il braccio di lei.
Ella si finse sorpresa di sentir questo complimento da Roberto, e
osservò con l'aria scherzosa di prima:--Anche l'uomo selvaggio si
occupa di queste cose?
--L'uomo selvaggio, Lucilla, tu lo sai benissimo, non ha mai trovato
bella altra donna che te. Ed egli vorrebbe dar tutta la sua vita per
questa donna, vorrebbe che questa donna fosse sua, unicamente sua.
--Sulla cima d'una montagna?
--Tu ridi sempre!
--Parla adagio, non farti sentire a darmi del -tu-.
I due giovani entrarono in un gabinetto ove in quel momento non
c'erano altre persone, e si appoggiarono al davanzale d'una finestra
aperta, respiciente un giardino, da cui esalava un soave odore di
caprifoglio.
--Ti ricordi--disse Roberto abbassando la voce--del tempo in cui,
fanciulli, giocavamo insieme? Noi si stava allora verso Porta Venezia,
avevamo un bel giardino più grande di questo, e tu ti divertivi tanto
a correre pe' suoi sentieri tortuosi. Mi par di sentire la ghiaja
scricchiolare sotto i tuoi piedini.... Io t'inseguivo, ti raggiungevo,
ti tenevo prigioniera.... E allora ci giuravamo di restar sempre
uniti, -fino alla morte-. Te ne ricordi?.... Adesso io sto per
ripartire.... sì, la mia licenza finisce lunedì, e se ci separeremo
così sarà lo stesso ch'esserci detto addio per sempre.
--Di chi la colpa?
--Lascia ch'io ti parli ancora una volta, Lucilla....
--Non in questo momento.... Bisogna tornar nella sala....
--Non in questo momento; ma stasera stessa... più tardi. Abbandona
presto la festa.... Persuadi tua madre a ritornar a piedi.... Io vi
accompagnerò.... È una notte d'incanto....
--Abbandonar presto la festa? Ma è impossibile....
--Chi te lo vieta?
--Sono impegnata per quasi tutti i balli....
--Trova una scusa.... Di' che non ti senti bene....
--No, no, non mi crederebbero, farei una cattiva figura.... Ah, che
cosa suonano adesso?
--Non so, una polka, un valzer, che mi importa?
--È una polka. Il marchesino Moschi mi cercherà.
--È il tuo cavaliere?
--Sì, per la prima polka e per il -cotillon-.
--Lucilla, balla pure la polka, ma se mi vuoi ancora un po' di bene,
sciogli l'impegno pel -cotillon-.
--Perchè? Per darti il gusto di farmi un nuovo sermone questa notte
istessa?.... Non puoi venire domani a casa? Già se non hai mutato
idea, mi dispiace, sprecherai il fiato.
--Lucilla--ripetè il giovine con passione.--Ha ben ragione chi dice
che l'amore è cieco. Non dovrei amarti, e t'amo tanto.
--È una sgarberia, o è un complimento?
--È la verità, crudele che sei.... Non lo vedi che fai di tutto per
tormentarmi?
--Insomma, adesso non posso più darti retta.... Riconducimi in sala, o
ci vado da me.
E si mosse dalla finestra.
--Ti riconduco subito--disse Roberto trattenendola.--Ma promettimi di
lasciar la festa prima del -cotillon-.
--La lascerei volentieri se non fossi impegnata.
--È appunto per questo che ti supplico di lasciarla:
--Per questo?
--Sì, perchè quel tuo Moschi m'è antipatico, m'è odioso, e non voglio
che tu balli con lui.
--Non vuoi? Con che diritto?
--Col diritto di un uomo che t'ha amata fin da bambino....
--Sì, e che rifiuta l'unico mezzo possibile per farmi sua moglie.
--Non l'unico, non l'unico....
--L'unico possibile, ripeto....
--Ascoltami, Lucilla....
--Riparleremo domani.... Andiamo adesso....
--Un'ultima parola.... Se, dopo questa polka, tu balli ancora col
marchesino, ti giuro ch'io provoco quello stupido bellimbusto.
--Uno scandalo?
--E sia pure.
--Fa quello che ti piace.... Io non ricevo intimazioni....
Il tuono freddo con cui furono proferite queste parole fece
impallidire Roberto. Lucilla parve un momento pentirsene, e col piglio
carezzevole ch'era una tra le sue maggiori seduzioni, soggiunse:--Sei
un fanciullo.
Egli non le rispose, ma le porse il braccio in silenzio, e
l'accompagnò nella sala, ove la padrona di casa l'accolse con un -oh-
prolungato, e ove il marchesino Moschi s'affrettò a venire a reclamare
il suo giro di -polka-.
La giovinetta ebbe un istante di esitazione, guardò Roberto, ch'era
serio, impassibile; poi si lasciò condur via dal suo ballerino.
--Ecco Fausto e Margherita--dicevano gli spettatori ammirando la
elegantissima coppia.
Lucilla fu più volte sul punto di annunziare al suo cavaliere che non
avrebbe potuto ballare con lui il -cotillon- perchè si sarebbe
assentata prima da casa Osnaldi. Ma le si affacciavano difficoltà
insuperabili; le avrebbero chiesto il motivo di questa sua partenza,
la signora Elvira avrebbe giudicato in lei una scortesia il privar la
festa del -suo più bell'ornamento-, sua madre stessa, quantunque
sempre disposta a far a modo suo, non si sarebbe mossa senza
infastidirla con una infinità di domande. La verità si era che i
trionfi di quella sera l'inebbriavano, e ch'ella non aveva voglia di
rinunciarvi così presto.
Inoltre, perchè non doveva avere anche ella -la sua dignità-, come
Roberto, che ne discorreva a ogni piè sospinto? Che figura avrebbe
fatto cedendo? Ma s'egli avesse avuto davvero l'intenzione di
provocare il marchesino? Lucilla si sforzava di persuadersi che gli
umori di Roberto sarebbero sbolliti naturalmente, che sarebbero stati
lampi senza tuoni. E poi, chi può dire che nel suo cervellino leggero
ella non si sentisse lusingata dall'idea di far nascere un duello per
cagion sua? Già ella vedeva dalle cronache dei giornali che i duelli
si risolvono in graffiature.
XIX.
Ad onta della stagione poco propizia, il ballo di casa Osnaldi
continuava abbastanza animato. Lucilla era quasi sempre in movimento.
Ne' suoi brevi riposi ella veniva a sedere vicino a sua madre, o alla
signora Federica, o alla signora Elvira, seguita da un nugolo di
ammiratori. La signora Federica non riusciva ad intendere il contegno
di suo figlio, che stava ritto in fondo alla sala, addossato allo
stipite di un uscio, vicino a tre o quattro uomini seri, con cui
probabilmente discorreva della sua miniera. Ella lo aveva visto prima
insieme a Lucilla, ma non sapeva ciò che i due giovani s'erano detto,
e non aveva potuto chiederlo nè a lui, nè alla ragazza. Intanto ella
pativa nel suo amor proprio di madre. Perchè Roberto si teneva in
disparte? Perchè non ballava? È vero, egli non era mai stato un
ballerino appassionato, nemmeno a' suoi tempi brillanti; ma chi non sa
ballare una quadriglia o una polka? Perchè non aveva mai invitato
Lucilla a fare un giro con lui? E se era geloso, perchè non suscitava
alla sua volta la gelosia della fanciulla corteggiando qualche altra
donna? Aveva dunque disimparato i primi rudimenti del viver sociale,
egli che prometteva d'essere uno fra i giovani più vivaci, più
eleganti, più graditi d'una città come Milano? Un anno in mezzo allo
zolfo l'aveva ridotto a tal punto? E pensare che s'era incaponito di
tornar laggiù, anzi di fissarvi stabile dimora, e di condurvi Lucilla,
se ella avesse avuto l'ingenuità di andarci! La signora Federica non
poteva a meno di osservare, in seguito a tutte queste riflessioni,
come siano avventati i giudizi del mondo. Roberto era reputato
generalmente un uomo d'ingegno; ella invece godeva d'una mediocrissima
considerazione; eppure a lei non pareva dubbio di avere il cervello a
segno assai più di suo figlio.
L'ingegnere Arconti continuava a discorrere di soggetti scientifici,
senza mai perder di vista Lucilla. Ella se n'era accorta, ed evitava
di rivolgere l'occhio dalla sua parte, ma sentiva ugualmente sopra di
sè quello sguardo indagatore, e non sapeva sottrarsi a una vaga
inquietudine. C'era qualche cosa di sforzato, di eccessivo nel suo
brio, nella sua gajezza; parlava per istordirsi, non badando più che
tanto a ciò che le veniva sul labbro. Però lo spirito d'una donna
giovane e bellissima passa sempre per spirito di buona lega; l'editore
fa accettar l'edizione.
Erano quasi le due dopo mezzanotte, e il momento critico si
avvicinava, perchè gli Osnaldi non desideravano che la loro
festicciuola durasse fino a un'ora troppo avanzata del mattino.
Non si tardò a dare il segnale del -cotillon-, e i giovinotti di
maggiore iniziativa si affrettarono a disporre convenientemente le
sedie intorno alla sala.
Il crocchio degli uomini seri, che discorrevano con Roberto, s'era
sciolto appena la parola -cotillon- aveva risuonato nell'aria; il
giovine ingegnere era invece rimasto immobile al suo posto insieme con
un suo vecchio amico, di alcuni anni maggiore di lui, già ufficiale
d'artiglieria e ora direttore tecnico in un'officina.
Però alla prima battuta della musica anche costui fu preso dalla
voglia di andarsene pe' fatti suoi, e porse la mano all'Arconti per
congedarsi.
--Se ti pregassi di restare?--disse Roberto.
--Perchè? Io non ballo e non ho voglia di stare alzato tutta la notte.
Inoltre mi pare che la nostra conversazione muoja per mancanza di
alimento. Tu sei occupatissimo a guardar laggiù.
--È vero. Potrei aver bisogno di te.
L'altro si fece serio.--Allora la cosa è diversa. Ma che c'è mai? Un
duello in aria?
--Forse.
I cavalieri andavano alla ricerca delle loro dame: alcune coppie
passeggiavano a braccetto su e giù per la sala. Il marchesino Moschi
si avvicinò a Lucilla, che si alzò in piedi, consegnò a sua madre il
ventaglio, e prese il braccio che le era offerto.
L'ingegnere Arconti divenne pallidissimo, si arricciò i baffi con un
movimento convulso, e respingendo una sedia che gli impediva il passo,
si diresse verso la parte onde venivano Fausto e Margherita.
Ma s'era mosso appena quando sentì dietro di sè una voce che
chiamava--Signor Arconti, signor Arconti.
Era la signora Osnaldi in persona, la quale lo avvertiva esserci in
vestibolo un fattorino del telegrafo che chiedeva di lui. Roberto
dovette subito andar a vedere di che si trattasse. C'era infatti un
telegrafista, che, non avendolo trovato a casa, gli portava presso gli
Osnaldi un dispaccio.
Il nostro giovine ne ruppe la busta con viva curiosità, e corse tosto
con l'occhio alla firma. Non c'era che un nome: -Selmi-.
Quel telegramma veniva da Valduria e diceva così:
-Ammutinamento e sciopero di minatori. Tua presenza indispensabile.
Scongiuroti affrettare ritorno.-
Roberto rientrò nella sala da ballo. L'amico ch'egli aveva poc'anzi
pregato di rimanere a sua disposizione era sulla soglia ad aspettarlo
e lo interrogava con lo sguardo.
--Senti--gli disse l'Arconti--credi che ci voglia più coraggio a
battersi in duello o ad affrontare una massa d'operai ammutinati?
--Ad affrontare gli operai, non c'è dubbio.
--E quale delle due imprese stimi più utile, più degna d'un uomo?
--E puoi chiederlo? La seconda.... Badiamo però.... La sfida non è
ancora successa?
--No, vi rinuncio e parto per la mia miniera, ove mi chiamano per
telegrafo. Qual'è la prima corsa per la via di Piacenza e Bologna?
--Ma.... quella delle 6.10, credo.
--Ebbene, prenderò quella.
A Lucilla non era sfuggito alcuno dei movimenti di Roberto. Allorchè
l'aveva visto in atto di dirigersi dalla sua parte, tutta la sua
baldanzosa spensieratezza non aveva potuto difenderla da un certo
sgomento; ella aveva, suo malgrado, dovuto confessare a sè stessa che
non era senza responsabilità in ciò che stava per accadere. Quando
invece Roberto era uscito dalla sala, la giovinetta, ignorandone la
ragione, s'era stretta nelle spalle e aveva detto in cor suo:--Lo
sapevo ch'erano fuochi di paglia.--E nella tranquillità succeduta alla
sua inquietudine entrava forse una piccola dose di dispetto.
Comunque sia, al ricomparire dell'Arconti, Lucilla, già -in figura-
col suo cavaliere, provò per un istante le apprensioni di prima. Però,
con sua immensa sorpresa e con una mortificazione pari allo stupore,
Roberto questa volta si curò appena di lei. Cogliendo il momento
propizio, egli traversò la sala, e andò difilato da sua madre, la
quale s'era fatta un piccolo uditorio di signore mature, e le
intratteneva col racconto delle sue passate grandezze.
Ella parve sbalordita di ciò che Roberto le sussurrò in un orecchio,
e, dopo aver detto alle sue vicine:--Scusino, torno subito--si
ritrasse con suo figlio in un angolo della sala.
--Ma è una pazzia--ella disse.--Partire questa mattina stessa,
senz'aver nulla concluso....
--Non ho più nulla da concludere--rispose Roberto--e non posso mancare
al mio dovere.
--Che dovere? La tua licenza finisce soltanto di qui a tre giorni.
--Non importa, hanno bisogno di me, e io non ho il diritto d'esitare
un minuto.
Roberto guardò l'orologio e soggiunse:
--Sono le due passate. È meglio andar via subito, alla sordina,
senz'accommiatarsi dai padroni di casa.
--No, no, è impossibile.... sarebbe una increanza.... E poi voglio
prevenire la Giulia Dal Bono.... Dio mio. Dio mio, che uomo sei! Non
puoi aspettare almeno fino a posdomani, fino a domani sera, fino a una
corsa più tardi?
--Non lo posso, mamma. È meglio che tu non insista.
Roberto aveva un piglio così risoluto che la signora Federica s'era a
poco a poco andata persuadendo ch'era inutile cozzar con lui.
Pur fece un ultimo tentativo.--E puoi lasciar Lucilla in questo modo?
Senza una parola? Senza un saluto?
--Le scriverò una riga prima di partire--rispose il giovine.--È meglio
ch'io non le parli. Ella è occupatissima.... Non disturbiamola.
Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della
situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio
delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva
deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.
--Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol
partire con la prima corsa per Piacenza--ella disse alla signora
Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla
Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole
dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:--Se tu potessi
trattenerlo....
Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare
un'influenza su Roberto Arconti.
--La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto
per me--le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.--La
ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio
e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a
compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine.... Sia felice e
possa veder felice sua figlia.
Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano
deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un
cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.
Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla
signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e
approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal
-cotillon-, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla
guardaroba.
Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò
Roberto e si avvicinò a lei.
--Che cosa c'è?--chiese Lucilla.
--Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche
ore--rispose la signora Giulia.
--Parte?--esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.
L'Arconti vide che non era più possibile esimersi da una spiegazione,
e domandò licenza alla signora Dal Bono di dire una parola a sua
figlia.
--Non ti trattengo che due minuti--egli cominciò appena ebbe condotta
Lucilla in disparte.--Potrai tornar subito al tuo -cotillon-. Ho
dimesso l'idea di provocare il tuo stupido marchesino. C'è qualche
cosa di meglio da fare a questo mondo, e me n'è capitata in buon punto
l'occasione.
Ella lo guardava con aria un po' scettica.
--Leggi--e' gli disse, estraendo di tasca il telegramma. E soggiunse,
mentr'ella ne scorreva con l'occhio le poche frasi.--Il pericolo che
affronto è maggiore di quello che fuggo. Qui non avrei davanti a me
che un floscio bellimbusto, laggiù mi troverò faccia a faccia con
uomini avvezzi a sfidare ogni giorno la morte.... E, vedi, ringrazio
il destino che mi ha fatto giunger questo dispaccio in tempo. S'esso
arrivava un momento più tardi, sarei adesso impicciato in una
cosidetta questione d'onore, perchè quando la signora Osnaldi mi
avvertì che un fattorino del telegrafo chiedeva di me, io ero in
procinto di venir a dire una grossa impertinenza al tuo bel cavaliere.
È meglio, è mille volte meglio così.
Lucilla cercò di nascondere il suo turbamento sotto un'affettata
ironia.
--Ci sarà anche da difendere una donna in quella famosa Valduria. La
signorina che studia il francese.... Maria, se non isbaglio.
--Maria--replicò l'Arconti--è una ragazza seria, esercitata sin
dall'infanzia alla rigida disciplina del dovere. Non è bella, è appena
mezzanamente istruita, ma ha il sentimento di tutto ciò che è nobile e
generoso, e l'uomo che ella amasse sarebbe degno d'invidia.... Io non
l'amo, io non devo esser nulla per lei; ella non ignora per altro che
può contar su me ogni volta che la minacci un pericolo.
La vispa e petulante Lucilla s'era ammutolita.
Roberto le ritolse di mano il dispaccio; poi riprese con voce
commossa.--Addio, Lucilla, io non so se tu meriti più di essere amata,
ma so che il cuore non muta in un giorno, che in un giorno non si
scancella tutto il passato. Verrà un tempo forse in cui la tua
immagine non empirà più la mia mente; oggi io non posso fingere
un'indifferenza che non ho. Sento che ti amo ancora, sento che sarei
ancora il più felice degli uomini se tu volessi dividere con me le
aspre battaglie della vita. Ma ora te lo dico più fermamente che mai;
non ti farei mia ad altro patto. Addio, Lucilla, torna nella sala dove
ti aspettano. Domani, quando i fumi della festa si saranno dissipati,
il tuo pensiero si volgerà al compagno della tua infanzia.... Tu sai
dove puoi fargli giungere una tua parola.... Addio, addio.
Sentendosi soverchiare dalla commozione, Roberto afferrò il braccio di
sua madre e uscì con lei nel vestibolo prima che Lucilla potesse
rispondergli.
Intanto nella sala da ballo il direttore del -cotillon-, col piglio
risoluto d'un generale che riordina sul campo di battaglia il suo
esercito côlto dal panico, gridava a piena gola---A vos dames et à vos
places. Grande ronde-.
Lucilla approfittò della momentanea confusione per riprendere il suo
posto. Ma aveva perduto la sua ilarità, nè le svenevolezze del
marchesino Moschi valevano a ridonargliela.
Mentre si compiva tristamente per lei una festa principiata sotto
auspici così brillanti, Roberto doveva rinunziare all'impresa di
calmare gli spiriti esacerbati di sua madre. Poichè tutti i suoi
argomenti non riuscivano che a convincerla sempre più della
dissennatezza e della perversità del figliuolo, egli s'era rassegnato
a lasciar libero corso alle sue querimonie e a terminare in silenzio i
preparativi per la partenza.
--Vedi--gli disse la signora Federica nel momento in cui egli
s'accommiatava--io non ti guarderei nemmeno in viso se non avessi la
sicurezza che, appena giunto in quella tua maledetta Valduria, mi
scriverai una lettera di scusa e mi supplicherai di riannodar le
pratiche coi Dal Bono.
Roberto non volle toglierle questa illusione.
XX.
Riconduciamoci adesso col pensiero a Valduria, nel giorno in cui
Roberto ne era partito insieme a M.^r Black per recarsi a Milano.
Maria, la quale, come sappiamo, aveva accompagnato fino alla carrozza
i due viaggiatori, nel tornare a casa trovò un contadino tutto
trafelato che veniva a chiamarla per parte di Gertrude Regoli. La
vecchia, inferma da un pezzo, s'era aggravata improvvisamente nella
notte ed era ormai in fin di vita.
Solita a correr senz'indugio dove c'era bisogno di lei, Maria non si
fece attendere nemmeno questa volta. Allorchè ella giunse, Gertrude
aveva già perduta la parola. Ma negli occhi le si leggeva ancora la
piena coscienza di sè, e alla vista di Maria quegli occhi brillarono
d'una luce più viva. Ella accennò alla ragazza d'avvicinarsi. Maria
s'inginocchiò fra Cipriano, che stava ritto al capezzale in
atteggiamento di cupo dolore, e il curato che sedeva a piedi del
letto, recitando le orazioni degli agonizzanti.
Gertrude fece un altro segno a Cipriano, che pendeva da ogni suo
movimento. Il giovine la sollevò a sedere e con infinita cura le
acconciò il guanciale sotto la testa. Quindi cadde egli pure in
ginocchio accanto al letto. La moribonda con uno sforzo supremo alzò
ambe le braccia e impose le mani sul capo dei due giovani, come
accomunandoli in un'ultima benedizione. Le sue pupille dilatate si
fissarono prima sul volto fieramente contratto di Cipriano, poi sulla
faccia pallida e mesta della dolce Maria, e parvero voler esprimere un
voto, una preghiera che il labbro non era più capace d'articolare. Un
tremito convulso le agitò tutta la persona, un gemito lungo le uscì
dal petto, e la sua testa canuta si piegò sulle spalle del rude
minatore, che la stringeva fra le braccia chiamando--Mamma, mamma!
--È morta!--disse il prete avvicinandosi.
Cipriano mise un ruggito--Non è vero!--
E seguitava a chiamare--Mamma, mamma!
--Coraggio, Cipriano!--susurrò Maria con accento pieno di soavità.
Al suono della nota voce, le guancie illividite del giovine si tinsero
d'un lieve rossore; un'espressione più calma si diffuse sulla sua
fisonomia. Egli si lasciò persuadere a deporre sul capezzale il peso
inerte che gli si era abbandonato sull'ómero; e mentre Maria con atto
pietoso chiudeva gli occhi dell'estinta, egli, ritto ed immobile, con
le braccia ciondoloni, con le mani intrecciate, ricorreva nel pensiero
i giorni della sua infanzia, quando sua madre lavorava con indomita
energia per fargli men dura la vita; e, aspra con gli altri e con sè,
prodigava solo per lui tesori d'affetto e di tenerezza. Anch'egli per
molto tempo aveva amato lei sola; poscia insieme a lei, un'altra
persona. E il suo avvenire dipendeva tutto da -quella persona-. Ella
poteva farlo felice o sventurato senza fine, poteva farlo buono o
malvagio. Ma bench'ella gli fosse vicina, in quell'ora, in quella
stanza, bench'ella si associasse al suo lutto, come sua madre l'aveva
associata a lui nella sua benedizione suprema, egli se ne sentiva più
lontano che mai; il suo bel sogno gli pareva più che mai destinato a
rimanere un sogno. Nè sapeva rassegnarvisi, e il suo sangue ribolliva,
e le sue vene si gonfiavano all'idea che un altr'uomo potesse essere
amato da Maria.
--Coraggio!--ripetè la fanciulla nel prender commiato.
Egli le afferrò con forza la mano e la portò alle labbra ardenti.
Maria uscì di là con una profonda tristezza nell'anima. S'era
affezionata alla vecchia Gertrude, che l'aveva assistita un pajo
d'anni addietro nella sua malattia e che la trattava sempre quasi come
una figliuola. Però, assai più che l'estinta, le faceva compassione
Cipriano, pel quale ella teneva in serbo un così gran dolore. Poichè
non le era dato ignorare ch'egli l'amava, che voleva farla sua sposa,
ella invece era decisa di non appartenergli mai, nè vedeva senza
sgomento approssimarsi l'istante in cui le sarebbe convenuto dissipar
le ultime illusioni del giovine. Talora ella ricordava il passato, e
chiedeva a sè medesima se ella avesse sempre pensato ad un modo, se il
suo contegno non fosse mai stato tale da alimentare le speranze di
Cipriano. Le pareva di no; tuttavia non poteva dissimularsi che un
cambiamento era successo in lei, che la sua risoluzione di restar
fanciulla era adesso più salda, più irremovibile d'un tempo. Sì, di
restar fanciulla; il secreto del suo cuore non aveva preso ancora
altra forma.
Nel pomeriggio del dì seguente ebbe luogo il funerale di Gertrude. La
vecchia non era amata in paese. I suoi modi acri, la sua incapacità a
veder altro di bello al mondo fuor che suo figlio, le avevano alienato
gli animi. Così, pochi accompagnarono il suo feretro al camposanto.
Tra i pochi c'era Maria, che quando la bara fu calata nella fossa e
coperta di terra, sparse sul tumulo alcuni fiori, poi s'avviò a casa
meditabonda e soletta. Non aveva fornito ancora metà del cammino
quando si sentì chiamare per nome.
Era Cipriano, che aveva seguito di lontano i suoi passi e ora la
raggiungeva per una scorciatoia.
Ella non avrebbe voluto incontrarlo in quel momento; pur gli tese la
destra in atto amichevole, e gli domandò con dolcezza:--Come state,
Cipriano?
Il giovine le si pose a fianco. Era pallido, più negletto del solito
nel vestire; aveva la barba e i capelli rabbuffati.
--Grazie di quello che ha fatto per la mia povera mamma--egli
disse.--Oh, la mamma le voleva tanto bene!
--Lo so, Cipriano....
--Le ultime parole ch'ella potè pronunziare jeri mattina furono
queste: -E Maria non verrà?-
--Io sono accorsa appena fui avvertita....
--Oh sì, ma pur troppo mia madre aveva ormai perduto la favella....
Però la sua mente era limpida, e le leggevo negli occhi tutti i
pensieri.... E quand'ella ci benedisse entrambi, lo ha compreso,
Maria, ciò ch'ella voleva dire?
Maria sentì ove mirava il discorso di Cipriano, e chiamò a raccolta
tutta la sua energia.
--Voleva dire--ella rispose chinandosi sul margine della strada a
raccogliere un fiorellino di campo---Siate sempre buoni amici.- E lo
saremo, non è vero, Cipriano?
--No, no, non voleva dir questo solo--soggiunse il minatore con
enfasi.--Voleva dire più che -buoni amici-...
--Cipriano, ve ne prego, smettete.... Parliamo di vostra madre, che fu
sepolta pochi minuti or sono....
--È giusto, signora Maria, questo non sarebbe il momento, ma ho il
cuore che mi trabocca.... Son due anni, sa, son due anni che combatto,
che peno, che non ho il coraggio di aprirle tutto l'animo mio.... Oh
ma non è un segreto per lei, ella non può dirmi che sia un segreto.
Maria tacque. Ella non voleva mentire.
--Ad ogni modo--proseguì Cipriano--nell'immensità del mio dolore trovo
oggi la forza che non ho trovato mai.... L'amo, Maria, l'amo come un
pazzo....
La fanciulla voleva interromperlo; egli continuò:--E non mi son
dissimulato gli ostacoli. Mi son detto tante volte: Cosa sei tu di
fronte a Maria? Ella è una signorina, e tu sei un rozzo operajo; ella
è un angelo di bontà e tu sei cattivo.... Oh, sì, la natura mi ha dato
istinti perversi; sento che ho la capacità di fare il male.... sento
che guai a me se si scatena il demonio che tengo chiuso qui dentro....
Vede, io non mi faccio la corte.... ipocrita, no, non lo sono....
Insomma mi son detto, mi son ripetuto che non avevo il diritto
d'amarla, e l'ho amata lo stesso.... E quando mi sono accorto che non
potevo fare altrimenti, ho cambiato tattica; mi son prefisso di
rendermi degno di lei.... Ho studiato quel poco che potevo studiare,
ho messo in opera tutta la mia forza di volontà per sollevarmi dalla
mia posizione subalterna, e ci son riuscito, e non son più il meschino
minatore d'una volta, e ho anch'io un avvenire, e quantunque non esca
dall'Università, dai Politecnici, posso sperare anch'io d'essere un
giorno a capo di una miniera come tanti altri. Ma non è la sola cosa
che abbia fatto. Ho represso i miei impeti, le mie collere, i miei
odî, ho cercato di domare il mio carattere.... tutto per lei, per lei
sola.... Oh s'ella mi manca, Maria, l'uomo di prima ritorna....
--Non lo dite, Cipriano. Noi non dobbiamo far dipender da un'altra
persona le nostre virtù e i nostri vizi.
--Avrà ragione, ella ha sempre ragione.... ma io non diventerei
virtuoso per amore della virtù, lo diventerei per amor suo.... Maria,
mi dica una parola, mi dia una speranza.... o, piuttosto, no.... se
non ha vinto le sue incertezze, si prenda tempo a rispondermi....
Aspetterò.... Ho aspettato tanto.
Maria comprese che al punto in cui eran le cose bisognava rimover per
sempre ogni equivoco. Sentiva ch'era in procinto di fare un gran male
a Cipriano, ella che, in vita sua, non aveva fatto male a nessuno, e
gliene doleva nell'anima, ma non c'era rimedio. No, il sacrificio del
suo cuore nessuno aveva il diritto di chiederglielo. Alzò verso
Cipriano i suoi occhi dolci e profondi, e con un tremito nella voce
cominciò:--Cipriano, lo sa Iddio, lo sa vostra madre che adesso forse
vede i pensieri miei più riposti, se il cuore mi si spezzi all'idea
d'amareggiarvi di più in questo giorno.... Io non lo volevo....
--L'ho voluto io, l'ho voluto io. Parli--esclamò Cipriano la cui
fisonomia s'era penosamente contratta a quest'esordio di cattivo
augurio.
--Ebbene--ripigliò Maria--non domandatemi più di quello che posso
darvi. Siate ragionevole; io vi stimo, io ho per voi tutto l'affetto
d'una buona amica....
--Ma non mi ama, ma non mi ha amato mai--interruppe il giovine con
impeto--ecco la conclusione.
--Come intendete voi, no, non vi ho amato.
In viso a Cipriano era evidente lo sforzo ch'egli faceva per non
prorompere.
--Eppur no, non è vero, non fu sempre così--egli disse.
--Spiegatevi.... Non vi capisco.
--Perchè accettava i miei fiori? Perchè se ne adornava i capelli?
Perchè? Perchè? Era meglio che li calpestasse allora come calpesta
adesso tutte le mie speranze.
--Ebbene--rispose Maria--se la paura di recarvi offesa con un rifiuto,
se la simpatia che realmente avevo per voi mi fece commettere una
leggerezza, io ve ne chiedo perdono.... Sarei tanto lieta di poter
espiare la mia colpa.... E lo potrei se lo voleste... Lasciatemi
essere la vostra confidente, la vostra amica.... O Cipriano, che
minaccia c'è nei vostri sguardi?
--C'è.... c'è questo.... Qualcheduno s'è posto fra lei e me,
qualcheduno è venuto dal di fuori a impedirle d'amarmi.... Oh, è un
pezzo che lo so....
--Le vostre parole non hanno senso--disse la fanciulla.--La persona a
cui alludete è oggi presso la sua fidanzata.
--Che importa? Quell'uomo amerà forse un'altra donna, ma egli mi ha
tolto il suo cuore, Maria, ed io l'odio.
--Vergognatevi, Cipriano. Parlar d'odio in un giorno come questo!
--Oh, anche mia madre odiava -colui-.... E mia madre aveva l'istinto
sicuro.... Se gli facessi del male, ella ne esulterebbe sotterra.
--Voi bestemmiate....
--Lasci pur ch'io bestemmi, poichè non m'ama.... Chi si cura più di
me?... Mia madre è morta.... ed ella, Maria, è la sua ultima parola
quella che ha detto?
--Calmatevi, Cipriano....
--No, no, è la sua ultima parola? Non vuol esser mia moglie?
--Vostra moglie, no--disse Maria con accento risoluto.
I suoi occhi s'incontrarono con quelli di Cipriano che mandavano lampi
sinistri. Egli voltò la testa quasi temendo l'influenza pacificatrice
di quello sguardo dolce a un tempo e sicuro, di quello sguardo che
pareva ansioso di medicare le ferite recate dal labbro. Ella non lo
amava, ed egli non voleva ad altro patto sacrificarle la ferocia
ingenita del suo carattere.
--Addio--egli balbettò con voce soffocata dalla collera.--Qualcheduno
dovrà pentirsi....
--Quanto vi compiango, Cipriano!
--Oh! Il compianto!...
--Sì, vi compiango, perchè capisco che avevate ragione... Non siete
buono.
--Ella poteva farmi buono e non ha voluto... Ma basta... A lei non
torcerò mai un capello... Non abbia paura....
--Paura?--esclamò Maria con alterezza.--Non ne ho mai avuta.
--Tutta la soavità della donna e tutto il vigore dell'uomo--pensò
Cipriano.--E non deve esser mia?
Le si riavvicinò come se volesse riattaccare il discorso, ma ella,
allungando il passo e prendendo una scorciatoja, gli disse--Addio--e
gli fece segno di non seguirla.
Egli non ebbe il coraggio di disubbidire, e si diresse da un'altra
parte.
XXI.
Tutta la forza d'animo di Maria non bastò a farle dissimulare il
turbamento prodotto in lei da questa scena. Nel vedersela comparir
davanti pallida e stravolta, Odoardo comprese che doveva esserle
accaduto qualche cosa di grave e la incalzò di domande. Ella voleva
schermirsi, attribuendo la sua commozione all'aver assistito ai
funerali di Gertrude, ma non potè trarre in inganno il fratello,
avvezzo a trovarla calma e serena anche in mezzo alle cure più
fastidiose. Messa alle strette, narrò del suo colloquio con Cipriano,
smorzandone le tinte quanto più le fosse possibile e supplicando
Odoardo a non darsene pensiero. Ormai tutto doveva ritenersi finito.
Il Selmi però non era di questo parere, e si pentiva anzi della sua
passata indulgenza.
--Sono una bestia--egli disse.--Mi ero accorto da un pezzo delle
intenzioni di colui, e avrei dovuto immischiarmene. In casi ordinari
forse il meglio era affidarmi al tuo buon criterio. Tu hai più
giudizio di me e sai regolarti senza bisogno de' miei consigli..... Io
non potrei che accogliere a braccia aperte l'uomo a cui tu dessi la
preferenza, e non direi parola a favore di quello che tu
respingessi... Ma nel caso presente, col carattere violento di
Cipriano, dovevo impedire che le cose arrivassero a questo punto.
Maria, addoloratissima delle confidenze che si era lasciata sfuggire,
fece quant'era in lei per indurre Odoardo a conservar la neutralità,
ma egli non volle prometterle cosa alcuna. E infatti, quella sera
stessa, intimò molto recisamente a Cipriano di non turbar più la pace
di sua sorella. Contro l'aspettazione di Odoardo, il fiero giovine non
accolse le sue parole nè con uno scoppio di collera, nè con un
silenzio minaccioso. Per un istante egli riuscì a domare la sua
fierezza, il suo orgoglio, e le sue labbra si piegarono alla
preghiera.--Non lo si respingesse così.... Amava tanto Maria che
l'avrebbe fatta felice. Per lei sola si sarebbe corretto dei suoi
difetti, ella sola poteva essere il suo angiolo salvatore. Lo si
mettesse alla prova, un anno, due anni, quanto tempo si voleva....
Egli avrebbe taciuto, avrebbe seppellito dentro di sè il suo
segreto.... Ma non gli si togliesse ogni speranza.
Odoardo gli parlò con molta benevolenza; gli disse che apprezzava le
sue eccellenti qualità, che non considerava certo una colpa in lui il
suo amore per Maria, ma poichè questo amore non poteva condurre a
nessun risultato, era assolutamente necessario di soffocarlo.
Le lagrime che inumidivano gli occhi di Cipriano si rasciugarono, la
sua fisonomia prese una espressione cupa e dura; egli si morse il
labbro inferiore, e si ritirò senza soggiunger nulla.
Per qualche giorno non si avvertì in lui alcun mutamento che il dolore
della madre perduta non bastasse a giustificare. Ma egli era in preda
a una fiera tempesta. Tutte le malvagie passioni che un affetto nobile
e puro aveva sopite nella sua anima si svegliavano più violente e
imperiose, come ridomandando il posto ch'era stato loro conteso. Esse
gli dicevano con amaro sarcasmo: Che ti valse disciplinar la tua
tempra indomita, aprire il tuo cuore agli affetti gentili, armarti di
pazienza e di mansuetudine? Quello che varrebbe alla vipera lo
spogliarsi del suo veleno. Cessando d'esser temuta, non sarebbe amata.
La natura t'aveva dato le qualità onde l'uomo divien formidabile;
torna come la natura ti fece. Se non puoi aver le voluttà dell'amore,
procurati quelle dell'odio; se non puoi esser tra i felici del mondo,
vendicati di loro, fa soffrire quelli che ti fanno soffrire.
Queste voci gli suonavano insistenti all'orecchio nelle profondità
della miniera, nelle passeggiate solitarie fra i monti, nel deserto
della sua casa, ove nessuno domandava più le sue cure e gli prodigava
le proprie, ove nessuna mano gli si posava più sulla fronte, ove
nessun saluto amichevole lo accoglieva all'arrivo e lo accompagnava
alla partenza.
Pure egli si forzava di resistere ai perfidi impulsi che lo spingevano
al male. Chi ha visto zampillare la sorgente cristallina torna
riluttante a dissetarsi all'acqua limacciosa, chi porta negli occhi i
riflessi d'un cielo azzurro stenta ad avvezzarsi alle tenebre.
E anch'egli aveva, come in un sogno, pregustato le gioie sane della
vita. Anch'egli, nella sua fantasia, aveva evocato l'immagine geniale
di una cameretta modesta che una donna semplice e vereconda riempiva
con le grazie ineffabili del suo sorriso. Da lei egli attingeva il
coraggio nell'ore dello sconforto, sul suo seno egli trovava il riposo
nell'ore della stanchezza, al suo sguardo limpido e soave egli
chiedeva il segreto dell'indulgenza e della bontà.
Questa visione fuggente aveva lasciato dietro a sè come un solco di
luce che illuminava l'abisso in cui egli era sul punto di precipitarsi
seguendo le suggestioni dell'odio e della vendetta. Se avesse potuto
resistervi! Se avesse potuto soffrir con calma serena le ingiustizie
della fortuna e degli uomini! Se con la condotta laboriosa, paziente,
tranquilla, avesse potuto vincere l'inesorabile fanciulla che lo
respingeva da sè!
No, no; eran vane illusioni; erano esitanze codarde. Qualcheduno dovrà
pentirsi--egli aveva detto a Maria, e la sua minaccia si sarebbe
compiuta. Come? Su chi? Non lo sapeva ancora; sentiva soltanto un
prepotente bisogno di nuocere.
E cercava di persuadersi delle mille ragioni che aveva per abborrire
il Selmi, per abborrire l'Arconti, per agognar la rovina della
miniera. Non lo si era stimato mai al suo vero valore; per più anni
egli era rimasto confuso nella folla degli operai; se l'ingegnere
Arconti l'aveva distinto dagli altri, era stato per servirsi di lui;
se la Società gli aveva reso una tarda giustizia, essa non aveva fatto
in suo pro la metà di quello che egli meritava. Lo si condannava
sempre ad essere un esecutore degli ordini altrui, ed egli non
ammetteva la superiorità intellettuale dei suoi capi. Non teneva in
nessun conto il Selmi e non si reputava da meno dell'Arconti,
quantunque l'ingegno e la dottrina di quest'ultimo lo avessero colpito
in passato. Ma egli aveva particolari ragioni per detestarlo; era lui,
era lui sicuramente che gli rapiva il cuor di Maria; era su lui più
che su tutti ch'egli doveva sfogare il suo livore. Gli avrebbe aizzato
contro il personale della miniera, avrebbe intralciato la riuscita de'
suoi lavori, avrebbe fatto il possibile per distruggere la sua
riputazione.
Non mancavano a Valduria gli elementi torbidi. Odoardo Selmi aveva fin
dal principio additato a Roberto alcuni minatori su cui pesava un
delitto di sangue. Erano nature fiere, iraconde, uomini pronti a
metter mano al coltello, spregiatori della vita altrui e della
propria.--Sono belve addomesticate--diceva Odoardo.--Quando meno si
crede, possono digrignare i denti e spiegare gli artigli.--E all'amico
che gli domandava se fosse davvero indispensabile di tener nella
miniera gente siffatta, egli rispondeva che, in fin dei conti, ormai
avevano espiato la loro condanna, che non era giusto metterli al bando
della società, che, respinti da tutti, avrebbero finito coi gettarsi
alla campagna, mentre invece, posti a lavorare e assicurati d'un pane,
potevano forse correggersi. L'essenziale era di mostrar sempre che non
si aveva paura di loro.
Invero essi non avevano dato nemmeno a Roberto argomento a serie
lagnanze. Avevano preso a rispettarlo subito, e poichè egli era fermo
senza esser aspro, lo vedevano di buon occhio.
Cipriano non s'era mai sentito attratto verso costoro. Non vedeva in
essi che l'energia brutale, ed egli apprezzava soltanto la forza
congiunta all'intelligenza. Nè finchè aveva potuto sperar di
conseguire i suoi scopi per le vie regolari, s'era curato di farsene
dei docili stromenti. Essi sarebbero stati i primi sui quali egli
avrebbe aggravato la sua mano, sui quali avrebbe sfogato la sua
libidine di dominio. E neppur essi lo amavano. Per loro, come del
resto per tutti gli operai della miniera, egli aveva il gran torto di
essersi fatto strada da sè. Uscito dalle file degl'infimi, si era
creato a poco a poco, dicevano, una posizione brillante, e l'alterigia
gli era cresciuta con lo stipendio. Dalle riforme introdotte a
Valduria essi non avevano tratto il menomo vantaggio; egli sì; avevano
lavorato, avevano faticato per lui. Così pei livellatori era anche lui
un'altezza da spianare, era un naturale nemico.
Ad onta di ciò, allorchè Cipriano fu invaso dal demone della vendetta,
egli comprese che doveva rimestare in questi bassi fondi. Uscì dal suo
riserbo sdegnoso, e con la scusa che dopo la morte della madre la casa
gli era divenuta intollerabile, si cacciò nei crocchi più turbolenti,
tentando di scandagliare gli animi. Accolto sulle prime con
diffidenza, potè notar tuttavia che il momento era abbastanza propizio
per suscitare un'agitazione. Che importava agli operai che la miniera
fosse serbata a grandi destini se la retribuzione del loro lavoro
rimaneva la stessa? La Direzione aveva pensato ai capi, ma in quanto a
loro, s'era limitata a dir belle parole, a far vaghe promesse per
l'avvenire. C'erano bensì le sue brave prediche, i soliti eccitamenti
al risparmio, a inscriversi alla Società di mutuo soccorso, tutti
consigli ipocriti e interessati per metter meglio i piedi sul collo ai
poveri proletari.
Le idee e le frasi del socialismo, come si vede, principiavano a
infiltrarsi a Valduria, fra quella gente rozza, inquieta, settaria per
indole e per tradizioni. Lo spirito positivo di Cipriano non si era
mai lasciato abbagliare da dottrine fantastiche, e in massima le
disuguaglianze del mondo non gli spiacevano, pur di poter essere fra
coloro che stavano in alto. E adesso ci stava infatti, sebbene non ci
stesse in proporzione al concetto smisurato che aveva di sè medesimo.
Comunque sia, se Cipriano soffiava nel fuoco, non era già perchè si
fosse convertito al verbo socialista, ma perchè voleva servirsi di
quella materia infiammabile. La passione gli aveva posto una benda
agli occhi. Non vedeva che mediante la rovina altrui consumava la
propria. O piuttosto lo vedeva, e si gettava spontaneamente nel
baratro. Il danno ch'egli sperava di fare lo compensava di quello
ch'egli temeva di subire.
--Tu sei fra i gaudenti--gli dicevano.--Parli contro il tuo interesse
e non puoi essere in buona fede. Avrai i tuoi secondi fini.
Egli si sbracciava a dimostrare che non era vero; che un salario
eguale al suo avrebbero potuto averlo tutti gli altri minatori, quando
si fosse risparmiato il danaro che si gettava in tante cose inutili, e
quando gli azionisti si fossero contentati di men lauti dividendi.
C'erano due direttori de' quali ormai si poteva fare a meno....
--Senza l'ingegnere Arconti però la miniera sarebbe forse
liquidata--osservava qualcheduno.
Nè Cipriano lo negava; soltanto sosteneva che adesso non c'era più
bisogno di lui, nè di Selmi.
--Vorresti essere il direttore tu;--mormoravano i più maligni.
--No, no--gridavano altri--nessun direttore fisso. I soprastanti, uno
dopo l'altro, per turno....
--Che diamine?--urlavano i radicali.--I soprastanti soli? Bel gusto
aver tanti padroni! Tutti devono poter dirigere, uno per settimana.
--E la miniera dev'esser nostra--soggiungevano ingrossando ancora più
la voce gli arrabbiati della -montagna-.--Siamo noi che ci rischiamo
la nostra pelle, siamo noi che ci mettiamo le nostre fatiche. Perchè
il frutto del nostro sudore e del nostro sangue deve impinguare quei
signori di Londra, i quali non hanno da fare altro che raccogliersi
una volta per settimana in un salotto ben riscaldato a dir quattro
chiacchiere?....
--E le ore di lavoro devono essere diminuite--interrompeva uno che
badava ai risultati positivi e palpabili.
--E la misura del compenso aumentata--diceva un altro.
--Non ci devono esser più nè salari fissi, nè compensi a cottimo.
--Come?
--Naturalmente.... Ci saranno i dividendi.
--Ma se non ci sono?
--Devono esserci.... I capitalisti si son tutti arricchiti coi
dividendi. Vuol dir che i dividendi ci sono.
Cipriano s'impensieriva di questo crescendo di bestialità, e prevedeva
quanto gli sarebbe stato difficile di dominar l'incendio ch'egli
voleva far divampare. Egli cercava nondimeno di calmare gli spiriti.
Non era possibile, ripeteva, di ottener tutto in una volta. A mettersi
in lotta aperta con la Direzione, si rischiava di tornarsene indietro
malconci. Bisognava proceder con cautela e veder intanto di ottenere
un aumento nella misura dei compensi. Quanto meglio l'operajo è
pagato, tanto meno esso è alla mercede de' suoi padroni, tanto più è
in grado di far economie e di dettar legge in avvenire.
Questo suggerimento pareva più pratico degli altri e raccoglieva
perciò i maggiori suffragi. Cipriano diceva che a lui non ispettava
alcuna iniziativa verso l'ingegnere, che la sua interposizione poteva
anzi compromettere il buon successo; che a ogni modo, se fosse stato
chiamato a dir la sua opinione, avrebbe appoggiato senza dubbio i suoi
compagni. Ove poi non si riuscisse a nulla, egli discuterebbe
volentieri con loro i provvedimenti da prendersi.
--Ci lascia in ballo--borbottavano alcuni.
--Vuol stare al coperto.
--Non bisogna fidarsene.
Però il seme gettato fruttava, e l'idea di domandare un aumento di
paghe si faceva strada non solo tra gli operai riottosi, ma anche tra
i buoni. A loro pure sembrava che la venuta dell'ispettore della
Direzione non avrebbe dovuto esser utile soltanto ai capi. Non
pensavano che pochi mesi addietro s'era discorso sul serio di
sospendere o almeno di ridur considerevolmente i lavori, e quindi il
numero delle braccia occupate nella miniera; pensavano soltanto alla
disillusione presente. È proprio del cuore umano il dimenticare i mali
evitati per ricordarsi soltanto dei beni che non si sono potuti
conseguire. I migliori avrebbero voluto attendere il ritorno
dell'ingegnere Arconti, ch'era un uomo equo e avrebbe sostenuto
validamente la loro causa. Ma le impazienze dei pochi soverchiavano la
calma dei molti; anche in questa occasione, come in tante altre, i
meno tiravano i più.
Cipriano aveva tutto l'interesse a far sì che la cosa venisse a
maturità prima dell'arrivo dell'Arconti, di cui egli sapeva
l'influenza sull'animo degli operai. Perciò tenendosi apparentemente
in disparte, faceva del suo meglio per organizzare al più presto un
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