--Uno che viene a star qui?
--Già.
--E perchè l'hai lasciato fuori? Fallo entrare.
Maria si affacciò alla soglia e chiamò Roberto, che non s'era seduto
sul muricciuolo, ma girava lì presso.
Quando il giovine fu entrato, Maria ne disse il nome e il cognome, e
spiegò all'Arconti come Gertrude fosse madre d'uno tra i migliori e
più coraggiosi lavoranti della miniera.
--Lo conoscerò forse oggi stesso e spero che diventeremo
amici,--rispose Roberto.
La donna non parve provare una gran simpatia per questo nuovo ospite
di Valduria.
--Eh desidero anch'io che diventino amici--ella disse squadrando il
giovinotto d'alto in basso;--ma mio figlio è un povero minatore, ella
è un signorino della città, e mi sembra difficile che possa aver le
nostre idee e adattarsi alla nostra vita.
--Le idee si modificano--osservò Roberto--e quando si vuole sul serio,
ci si adatta a tutto.
--Sarà--soggiunse Gertrude con aria scettica. Poi, indirizzandosi a
Maria.--E non li prendi oggi i tuoi fiorellini? Cipriano li ha
lasciati lì apposta per te.
Maria si fece rossa e prese in silenzio alcune margherite che si
trovavano sulla tavola.--Ogni giorno, poi--ella balbettò alquanto
confusa.--Addio Gertrude, a rivederci.
--Via, te li devi metter nei capelli, quei fiori.
--Oh Gertrude--esclamò Maria in tono di rimprovero.--A rivederci.
Era chiaro che Gertrude aveva insistito sulla faccenda dei fiori
perchè c'era un estraneo, e non era men chiaro che Maria s'era
mostrata infastidita per la stessa ragione.
--C'è un romanzetto in aria--pensò Roberto, guardando di sottecchi la
fanciulla che aveva perduto la sua primitiva vivacità.--E quella
vecchia mi sbirciava con un certo piglio sospettoso come se credesse
ch'io potessi essere un rivale del suo figliuolo. Che idee!... Chi
sarà poi questo Cipriano?
Maria s'era messo un po' dispettosamente il mazzolino di margherite
nei capelli e affrettava il passo verso casa.
Si era già in vicinanza della miniera, quando comparve Odoardo.
--Ebbene--egli disse,--avete fatto un giro lungo?
Maria si rasserenò alla vista di suo fratello, e gli descrisse in
poche parole la passeggiata che aveva fatto fare al suo ospite.
--Non sei mica stanco?--ripigliò Odoardo prendendo per un braccio
l'Arconti.
--Stanco? Figurati.
--Ebbene, adesso verrai con me fino all'ora del desinare.... Ma
vestito così? ah nemmeno per sogno!
L'ingegnere Arconti dovette di buona o di mala voglia ricorrere al
guardaroba dell'amico Selmi. Indossò un vestito unto e bisunto, calzò
un paio di stivaloni inzaccherati di fango, e si acconciò in testa un
cappellaccio che aveva perduta la forma e il colore primitivo. Inoltre
Roberto, quantunque non fosse nè piccolo, nè esile di persona, non
poteva gareggiare col Selmi nella magnitudine delle forme, onde la
giubba gli era troppo ampia, i calzoni troppo lunghi, gli stivali e il
cappello troppo larghi. Avrebbe riso del suo aspetto grottesco se il
suo sucido abbigliamento non avesse offeso ad un tempo le suscettività
del suo odorato e quelle dei suo senso artistico.
--Hai l'aria d'un ragazzo che ha preso l'olio--gli disse Odoardo, che
si divertiva fuor di misura alle smorfie del suo antico
condiscepolo.--Se tu vedessi come arricci il naso e che sberleffi fai
con le labbra.
--In verità--rispose Roberto--se non ho preso l'olio per bocca, lo
prendo per infiltrazione.... A spremer questa roba....
--Bazzecole.... Qualche goccia colata dal lume con cui si scende in
miniera, un po' di grasso proveniente dall'essere stato troppo vicino
a una macchina.... ma il più è fango, sai.... Coraggio, coraggio;
anderemo prima sotterra, poi visiteremo i forni fusori e le altre
officine.... Avevo ordinato a Cipriano di esser qui.... Ah eccolo....
S'avanzò un giovinotto di statura alta, di carnagione e di capelli
bruni, con due occhi pieni d'intelligenza e di fierezza. Poteva avere
venticinque anni, era in abito da minatore, ma la lunga consuetudine
gli faceva portare il suo vestito con una disinvoltura non priva di
eleganza.
--Cipriano Regoli--disse Odoardo presentandolo a Roberto--il migliore
dei nostri soprastanti.--E finì la presentazione.--L'ingegnere
Arconti, che ormai viene a stare con noi.
--Ho già sentito il vostro nome--rispose Roberto porgendo la mano
all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia
le dita bianche, affilate, aristocratiche.--Ho parlato di voi
stamattina con vostra madre....
--Ha visto mia madre?--domandò l'operaio con qualche sorpresa.
--Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora
Maria.
Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente--Ah!
--Il romanzo c'è--pensò in cuor suo Roberto.
Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.
--T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare--osservò Odoardo
battendo sulla spalla dell'amico.
Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che
costituiva la imboccatura della -discenderia-, tre di quei lumi dal
lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i
paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro
all'Arconti, e tenne il terzo per sè.
--Vieni dietro a noi--riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a
Roberto.--Andremo adagio.... Tu puoi con la sinistra tenerti alla
maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.
La -discenderia- poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo
metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai
tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla
miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una
pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide,
lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi
sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura
delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia
degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio
una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una
tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della
miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo
mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo,
e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il
passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.
Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più
distinto si sentiva lo strepito delle pompe.
--Siamo a tre quarti di viaggio--disse a un certo punto Odoardo.
Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi
qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in
tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.
La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso
all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel
tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della
miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle
pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.
Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del
sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al
lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre,
la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi
salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio
fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta
scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di
quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo
scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle
lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane
ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente
inclinato della scala.
Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una
temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole
impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor
più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i
pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin
sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la
fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto
affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle
pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi
e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente
ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò
subito molta stima pel nuovo ingegnere.
Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi
sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante
della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente
perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro
non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si
trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme
forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in
direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a
gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì
che si procedeva all'estrazione del minerale.
Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto
disse:--Vediamo.
Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un
manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un
lungo bastone di ferro appuntito, detto -palo a mine-. Alla venuta del
direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò
che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi
con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del -palo a
mine-, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e
ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.
--Allorchè i fori hanno raggiunta la profondità voluta--osservò
Odoardo Selmi facendo da cicerone all'amico--li si riempie di polvere
a cui si dà fuoco mediante una miccia. Naturalmente i lavoranti
s'affrettano a mettersi al sicuro finchè la mina sia scoppiata.
Qualche volta lo scoppio ritarda, e allora c'è un pericolo serio per i
minatori, i quali vanno a verificare se la miccia si sia spenta prima
del tempo. In più d'un caso l'esplosione è successa proprio nel punto
in cui s'andava a esaminare il perchè dell'indugio.... Un brutto
accidente davvero.... Vi ricordate, Cipriano, del povero Matteo,
l'autunno scorso?
Cipriano si strinse nelle spalle.--Poichè bisogna morire, meglio così
che sopra un saccone di paglia.
Si continuò il giro della miniera.--E per di qua si manda sopra terra
il minerale--disse Odoardo fermandosi davanti a una -discenderia-, che
differiva dall'altra per esservi, invece che scalini, un doppio
binario.--I carretti pieni son tirati su pel binario a sinistra e
ritornan vuoti per quello a destra.
Un più minuto esame fu consacrato agli ultimi lavori. S'erano
incontrate difficoltà non previste. Minaccie d'avvallamenti, pericoli
d'inondazione e di scoppi di gaz, quanto bastava insomma per far venir
la voglia di smettere. A questo punto Cipriano, il quale fin allora
non aveva pronunciato che pochi monosillabi, entrò con vivacità nella
conversazione. Aveva la parola netta, incisiva, era pieno di fede
nell'avvenire della miniera; non lo diceva, ma lasciava intendere che
per lui Odoardo aveva la colpa d'essere timido. Roberto ascoltava con
vivo interesse e di tanto in tanto faceva qualche osservazione col
piglio d'uomo che non presume di saperne più degli altri, ma che si
limita a manifestar le sue impressioni. In complesso, egli mostrava di
propendere più per le idee ardite di Cipriano che per la circospezione
eccessiva del Selmi, e il giovine soprastante pareva contento di
trovare un ausiliario nel nuovo impiegato.
La visita alla parte esterna della miniera non occupò meno tempo di
quella all'interno. C'erano i forni che ardevano dì e notte e dai
quali si ricavava lo zolfo mediante la fusione; c'eran le caldaie a
vapore; c'era una enorme grù, che, mossa da una manovella, serviva a
far salire il minerale dal sotterraneo; c'erano le varie officine
inerenti all'opificio, officine di fabbri, di falegnami, ecc., ecc.,
c'era infine il deposito del combustibile, delle pietre cotte, del
legname. L'ingegnere Arconti osservava tutto. Molto di ciò ch'egli
vedeva era nuovo per lui, ma la naturale prontezza dell'ingegno e il
largo corredo di studi gli permettevano di colmar le lacune del suo
spirito e di esprimer su ogni cosa idee giuste e precise.
--È un uomo che la sa lunga--dicevano gli operai.--Non gli manca che
la pratica.
Odoardo Selmi era soddisfattissimo della buona impressione prodotta
dal suo amico sul personale della miniera, e sussurrava nell'orecchio
a Roberto fregandosi le mani.--Ti vedo già ingegnere in capo di
qualche grande Società mineraria.
--Canzonatore!
--No, no, parlo sul serio. Ingegnere in capo con quindici mila lire di
stipendio.... E allora sai, si può passar lietamente metà della
giornata sotto terra....
--Ah ti confesso che preferisco star sopra terra...
--Baje! Alla lunga ci s'innamora anche del sotterraneo. Anch'esso ha
il suo fascino, la sua poesia... e tu sei poeta... Ma, capisco, non
riesci a persuaderti che la poesia possa trovarsi a suo agio in una
miniera di zolfo.
--T'inganni. La poesia c'è dappertutto. Ma non la s'incontra mai alla
superficie.... È come un minerale prezioso..... Per trovarla bisogna
scavare.
Chiacchierando così, i due amici ritornavano lentamente verso casa.
Cipriano s'era accommiatato.
--Dev'essere un bravo giovinotto, colui--osservò Roberto.
--Ha molta intelligenza.... è un po' violento di carattere, è un po'
poeta nelle sue idee...
--A proposito del discorso che si teneva or ora.... Ebbene, la
violenza è certo un difetto, ma minore della freddezza,
dell'apatia.... E in quanto all'avere un granellino di poeta, tanto
meglio....
Odoardo Selmi tentennò il capo.--Meglio fino a un certo punto.... Non
quando ci fa correr dietro alle chimere.... Basta, non vorrei che quel
ragazzo lì avesse una certa inclinazione per Maria....
--Lo credi?--disse Roberto, che se n'era già accorto.
--Sì.... Io non me ne impiccio.... Maria ha più giudizio di me, e
saprà regolarsi benissimo. Non mi opporrei a un suo desiderio,
sopratutto in un argomento così delicato, ma non mi sembra partito per
lei.
--Eh sì.... A rifletterci bene, in confronto di tua sorella, Cipriano
non è poi che.....
--Mi fraintendi,--interruppe Odoardo.--Tu giudichi un po' con le idee
cittadinesche.... Non è che Cipriano sia di bassa estrazione per
Maria.... Siamo di origine popolana anche noi, e fumi non se n'è mai
avuti in casa. Cipriano ha intelligenza e istruzione quanto basta per
mia sorella che, poveretta, non ha mai potuto coltivarsi come avrebbe
voluto. In famiglia tutti i sacrifizi si son fatti per me; di lei si è
detto che ce n'era d'avanzo quando avesse saputo essere una buona
massaia. E vedi, se si fosse fatto tutto l'inverso, se si fosse
pensato a lei invece che a me, si sarebbe seminato in un terreno molto
più propizio.... Quello che voglio dire si è che Cipriano, forse
buonissimo di fondo, ha certe intemperanze, certi impeti che non mi
piacciono, e temo che quell'angiolo di mia sorella si pentirebbe
amaramente di avergli dato retta.... Ma eccoci giunti.... Avrai
fame....
Mancavano venti minuti al tocco, ch'era l'ora del desinare.--Salgo a
cambiarmi,--disse Roberto, a cui pareva mill'anni di deporre quei
vestiti non suoi e d'immergere la faccia in un catino d'acqua. Perciò
egli fu piuttosto sconcertato quando vide che c'era qualcheduno in
camera sua.
Era Maria, la quale, dopo aver, con l'aiuto di Caterina, rifatto il
letto dell'ingegnere, stava in muta contemplazione davanti all'-album-
di fotografie ch'egli aveva lasciato aperto sul tavolino alla pagina
ove si trovava il ritratto di Lucilla.
Côlta alla sprovveduta, la giovinetta si voltò in sussulto, divenne
rossa e balbettò:--Oh signor ingegnere.... Scusi.... l'album era
aperto.
--Scusarla? E di che?
--Che bel ritratto!--soggiunse Maria.--E che bella ragazza!
--Le piace?
--Oh tanto!... È una sua parente?
Ma si pentì subito della sua domanda, e tornò a dire in fretta:--Oh
scusi.... Sono un'indiscreta.
E si mosse per andarsene.
Malgrado la sua fretta di rimaner solo, Roberto la trattenne.--Ma no,
ma no, signora Maria, non se ne vada così.... La ringrazio anzi della
sua domanda.... Così avrò agio di parlar qualche volta con lei di
Lucilla.
--Si chiama Lucilla?
--Sì.
--Sarebbe la sua fidanzata?--ripigliò la ragazza con qualche
esitazione.
--Quasi.--E spiegò la sua condizione di fronte a Lucilla.--Se Lucilla
aspetta,--egli concluse,---sarà mia sposa.
--Vuole che non aspetti?--disse Maria, come offesa dal dubbio, e quasi
volesse prender le parti della giovine assente.
---Lontan dagli occhi lontan dal core---sussurrò Roberto.
--Oh ell'ama la sua Lucilla?
--Se l'amo?.... Quanto si può amare una donna.
--E non la stima?
Roberto comprese il significato di queste parole e disse:--Ha ragione.
Maria cambiò discorso.--La lascio... Or ora si va a pranzo.... A
proposito.... ha la nota della sua biancheria?
--Io? no....
--No? E la roba l'ha riposta tutta nel cassettone?
--No davvero. Ce n'è ancora molta nel baule.
--Tanto meglio. La metterò a posto io e farò l'inventario... A
rivederci; appena è pronto scenda.... Troverà già in tavola.
X.
--Signor ingegnere, è arrivata la sua cassa di libri.
Maria pronunziò queste parole entrando vivamente nella camera che suo
fratello aveva battezzata col pomposo nome di studio e nella quale
egli aveva insediato l'Arconti. Costui era immerso nell'esame di
alcuni quaderni, in cui cercava il bandolo dell'arruffatissima
contabilità della miniera. Non pretendeva d'essere un gran ragioniere,
ma ne sapeva abbastanza da capire che il sistema seguito fino allora
era fatto apposta per ingenerar confusione e che bisognava cambiarlo
da cima a fondo.
All'annunzio recatogli da Maria, egli si scosse, guardò l'orologio, e
parve combattuto fra il desiderio di rivedere i suoi vecchi amici e
quello di continuare il lavoro a cui s'era accinto.
--Venga, venga,--disse la giovinetta, che indovinò il suo
pensiero,--ha lavorato anche troppo. Son già le sei. Venga finch'è
giorno a dare un'occhiata alla sua cassa. Ho fatto restar di là l'uomo
che l'ha portata, e che si offerse d'aprirla davanti a lei.
--Allora eccomi qui,--esclamò Roberto. E il piacere che provava in
quel momento gli colorava d'un vivo incarnato le guancie.
La cassa era nella camera dell'ingegnere, accanto al baule. Appena fu
aperta, l'identica domanda venne sul labbro all'Arconti e a
Maria:--Dove si metteranno tutti questi libri?
Quantunque fossero cento volumi al più, in Valduria non s'era mai
visto una biblioteca simile; solo il brigadiere dei carabinieri
possedeva una ventina di romanzi -à sensation-, la cui lettura
manteneva in istato di umidità permanente gli occhi della maestra
comunale. L'ingegnere Selmi si contentava di tre o quattro opere
tecniche, e Maria, ch'era la letterata della famiglia, aveva di sua
esclusiva proprietà i -Promessi Sposi-, il -Marco Visconti-, i
-Bozzetti militari- del De Amicis, e il primo volume della
-Gerusalemme liberata-. Il secondo mancava.
I libri del giovane Arconti erano tutti legati con gran cura e alcuni
anche con lusso. C'erano perfino due o tre edizioni illustrate
splendidamente. Ricordi d'altri tempi, ahimè, ormai tanto lontani.
Roberto stesso riconosceva che que' libri, a Valduria, fuori del loro
nido elegante, fuori della loro bella biblioteca di noce, facevano un
effetto singolare. Eppure non sapeva pentirsi di averli portati seco.
Se lo prendeva la nostalgia, se lo assaliva una subitanea e profonda
tristezza, a chi avrebbe potuto ricorrere se non a quei fidi compagni
del suo pensiero?
--Diavolo!--esclamò Maria, rispondendo alla domanda ch'ella stessa
s'era rivolta un momento prima.--Il posto è presto trovato. Qui no, ma
nella stanza attigua, dove, come le dissi jersera, passo parte della
giornata a lavorare... Ma potrò fare anche a meno di starci, io.... La
lascerò tutta per lei...
--A questo patto no.... Non accetto....
--Bene, bene... Ne riparleremo.... In quanto ai libri, sfido io, se
non li mette là, dove vuol metterli? lasci fare a me, ordinerò al
falegname gli scaffali... Oh, Bastiano fa le cose a modo....
Si rammentò che l'ingegnere veniva da una grande città, che aveva
abitudini raffinate e non poteva esser di così facile contentatura
com'era lei. Onde soggiunse un po' confusa:--Bisognerà, per altro che
abbia una grande indulgenza... Poveri libri! Alloggiavano molto meglio
una volta.
La giovinetta non seppe resistere alla tentazione di chinarsi sopra la
cassa e di prendere in mano qualcheduno di quei volumi. Poi li
riponeva con infinita delicatezza, e alzava gli occhi verso Roberto
come a chiedergli scusa della libertà che s'era presa.
Ma egli l'incoraggiava con lo sguardo e con la parola.--Faccia,
faccia; quando vedo festeggiare i miei libri, mi par d'essere una
mamma che si rallegra delle cortesie usate ai suoi bimbi.
Pur c'era una cosa che turbava Maria. Molti tra questi libri non erano
italiani, e la ragazza, dopo averne guardato il frontispizio, si
affrettava a ricollocarli a posto con una certa aria di
mortificazione.
--Che peccato,--ella disse finalmente,--di non poter sapere nessuna
lingua straniera, nemmeno il francese.
--Non sa proprio nulla di francese?--domandò Roberto con interesse.
--Odoardo aveva cominciato a insegnarmene i principii, ma poi ha
smesso.... Ha tanto poco tempo, ed io ero una scolara di testa così
dura!
Se Odoardo fosse stato presente, egli, con la ordinaria franchezza, si
sarebbe affrettato a smentire la sua troppo modesta sorella, e a
confessare che quelle lezioni erano state interrotte soltanto per
colpa del maestro, il quale doveva convincersi della sua
insufficienza.
--Vorrebbe ritentare la prova con me?--chiese l'ingegnere Arconti.
--Con lei!--esclamò Maria, quasi non credendo a sè stessa.--Si
prenderebbe questo disturbo?
--Si, davvero. Sarebbe uno svago.
--Oh com'è buono! Com'è gentile!--replicò la fanciulla, che per poco
non si metteva a saltare dalla contentezza.--E quando....
S'interruppe arrossendo... Egli sorrise e disse:--Quando che cosa?...
Oh via, non si confonda.... Vuol che la finisca io la frase.... Quando
si comincia?.... Ebbene, si comincerà domani sera.... Stasera voglio
scrivere a casa.
E infatti, subito dopo cena, Roberto si ritirò nella sua camera e
scrisse a sua madre. Gli era convenuto rinunciare, per qualche tempo
almeno, a una corrispondenza diretta con Lucilla, giacchè la signora
Giulia aveva subordinato a questa condizione la sua promessa di
patrocinar la causa de' due amanti. Del resto, la lettera di Roberto
alla signora Federica era, per tre quarti, consacrata a Lucilla. Il
nome della giovinetta ricorreva una quindicina di volte nelle sei
facciate dell'ingegnere. Se Lucilla avesse veduto lui, l'antico
frequentatore dei teatri e dei balli, camuffato da minatore! E poi
Roberto descriveva a sua madre (e a Lucilla) la famigliuola che lo
aveva accolto con tant'effusione: Odoardo un po' grossolano di gusti,
ma tutto cuore, tutto ospitalità, e Maria così buona, così
intelligente, così desiderosa d'apprendere. Egli s'era impegnato a
insegnarle un po' di francese. Non era però bella, Maria, e quantunque
fosse piuttosto alta di statura, aveva ancora l'aspetto d'una
fanciulla. Che confronto con Lucilla! Pure c'era qualcheduno a cui
questa Maria piaceva moltissimo. E qui Roberto discorreva di Cipriano
e della vecchia Gertrude, la quale pareva in sospetto di tutti gli
uomini che avvicinavano la ragazza. L'aveva vista anche lui, ed ella
gli aveva fatto il viso dell'arme, la buona femmina, come a un
possibile rivale di suo figlio. Che ne pensava Lucilla? Sarebbe
gelosa? Lucilla, sempre Lucilla, tanto è vero che, se alla lunga la
lontananza raffredda gli affetti, in principio li riscalda e li
avviva.
In complesso Roberto non si mostrava troppo scontento della sua sorte.
Se non fosse stata la separazione dalle persone care, a tutto il resto
si poteva adattarsi. A proposito, egli stimava suo dovere di
annunziare un gran cambiamento che stava compiendosi nel suo aspetto
esteriore. Si lasciava crescer la barba. Non aveva pazienza di radersi
da sè, e gli mancava il coraggio di affidarsi all'opera del barbiere e
veterinario di Valduria. Il periodo di transizione era scabroso, ma,
in meno d'un mese, egli sperava di esser di nuovo -un bel giovine-,
anzi più bello di prima.
Roberto chiudeva la sua lettera col pregar sua madre di scrivergli
diffusamente, e col prometterle l'invio d'un vaglia postale alla fine
del mese, appena avesse incassato il suo stipendio.
Quel giorno stesso, Cipriano tornò a casa cupo e taciturno.
--Cos'hai?--gli chiese sua madre.
--Nulla--egli rispose seccamente.
Ma Gertrude non era donna da smettere così presto.
--Lo so quello che hai--ella soggiunse. Egli si strinse nelle spalle.
--È odioso anche a te lo zerbinotto venuto iersera da Milano a
mangiare il pane della miniera. Dev'essere uno sciocco.
Cipriano fece un gesto d'impazienza:--Non è uno sciocco. Ecco il
peggio. Quell'uomo lì diventerà il vero direttore della miniera.
Gertrude inarcò le ciglia.--E l'ingegnere l'avrebbe fatto venir qui
per questo?.... Oh quel signor Odoardo non ha senso comune.... Se lo
tiene in casa, anche, con sua sorella.
La vecchia aveva proprio messo il dito sulla piaga.
A Cipriano salirono le fiamme al viso.--Cosa penseresti, mamma?
--Nulla, nulla, ma sono imprudenze che una persona di giudizio non
commette.
--Che l'ingegnere vagheggiasse un matrimonio di sua sorella con questo
signore?
--Potrebbe anche darsi, ma s'ingannerebbe a partito. Figurati se quel
bellimbusto lì è uomo da sposare una ragazza come Maria.... Sposarla,
no....
--E allora?
--Allora? Metti un giovinotto senza scrupoli vicino a una fanciulla
senza esperienza....
Cipriano balzò come un leone ferito, tantochè la vecchia Gertrude si
pentì delle sue reticenze maligne. Le accadeva spesso con le sue
parole imprudenti di andar oltre il segno.
--No, no,--ella riprese--non dar retta a me.... Ho avuto torto....
Maria è una ragazza troppo seria da lasciarsi accalappiare dalle
lusinghe d'un damerino.... E poi, anche l'altro, anche quell'ingegnere
l'ho accusato a caso....
E Gertrude esortava il figliuolo a mangiare la minestra ch'ella gli
aveva scodellata sulla tavola.
--Oh s'egli si provasse a toccar Maria--esclamò Cipriano stringendo il
manico d'un coltellaccio che portava sempre con sè.
--Per amor del cielo, Cipriano, non tiriamoci addosso i guai.... Via,
la minestra si raffredda.
Cipriano diede una spinta alla zuppiera rovesciandone mezzo il
contenuto, e soggiunse:--Anche stamattina era con lei....
--Sì, l'ho visto appunto allora.
--Ed ella prese ugualmente i fiori che le avevo lasciati?....
--Si è schermita un momento....
--Ah.... vedi....
--Ma li ha presi, li ha presi.... e se li è messi nei capelli....
--La mia disgrazia la so ben io qual è--proruppe Cipriano
abbandonandosi sulla sedia e prendendosi la testa fra le mani--la mia
disgrazia è d'essere un povero minatore.
--Oh.... come s'ella fosse una contessa....
--No, ma è più di me, è sempre una signorina in confronto.... La mia
disgrazia è d'essere un ignorante. E sì che qui dentro ci sarebbe
qualche cosa....
E si picchiò la fronte con le nocche delle dita.
--Perchè non mandarmi a una buona scuola in qualche grande
città?--egli continuò.--Perchè non farmi istruire?
--Oh Cipriano--disse Gertrude, colpita nel cuore da questo
rimprovero--come si doveva fare? Siamo sempre stati povera gente....
Tuo padre era un semplice minatore ed è morto a trent'anni; io non
avevo nulla di mio.... Si è sempre campato a fatica.... Cipriano,
Cipriano, non essere ingiusto.
E la vecchia, così spesso acre e maligna nel giudicare gli altri,
trovava nella sua voce una nota profondamente commossa.
Ma egli l'ascoltava appena.--E adesso la differenza tra noi due si fa
maggiore, adesso che c'è l'-altro-, il cittadino, con la sua eleganza,
con la sua facondia, co' suoi libri. Seppur ella non lo ama, seppur
egli non si cura di lei, lo sento, costui è un nuovo ostacolo alla mia
felicità.... Come se non ce ne fossero già abbastanza! Ma io perchè
l'amo, questa fanciulla?... Quante, più belle di Maria, sarebbero
orgogliose s'io rivolgessi loro uno sguardo, un sorriso!
--Oh sì,--esclamò Gertrude, enumerando con materna compiacenza una
dozzina di ragazze, che, a sentirla, ambivano la mano del suo
figliuolo. E ce n'erano di ricche, di quelle che avevano dei campi al
sole, mentre Maria non possedeva un soldo di dote. Fisicamente poi
valevano tutte assai meglio di questa creatura esile, dai capelli
corti, dalla tinta sbiadita.... Però si capiva che nemmeno Gertrude
era persuasa appieno di quanto diceva. Che le ragazze da lei nominate
languissero per Cipriano, quest'era naturalissimo; ma esse erano, qual
più qual meno, contadine zotiche e rozze, e Cipriano si sarebbe
abbassato a curarsi di loro.... Maria invece, a malgrado della sua
semplicità, pareva cresciuta in un altro ambiente; volere o non
volere, si doveva riconoscere in lei un essere superiore, e perciò
appunto Gertrude, ch'era ambiziosa, trovava ch'ella era la sola degna
dell'affetto di suo figlio.
Ond'egli non fece che interpretare il pensiero di lei quando
rispose:--Che mi importa di loro? Nè io le intendo, nè esse intendono
me. Esse vivono contente del loro stato, contente del mondo in cui
nacquero; io no.... Ma, le poche volte che io posso avvicinarmi a
Maria, mi par di respirare un'altr'aria, l'aria fatta pei miei
polmoni.... Ma ella non mi ama.... oh non mi ama!
--Abbi pazienza, e ti amerà--disse Gertrude, ansiosa di calmar la
tempesta ch'ella stessa aveva provocata.--Ella conosce il bene che tu
le vuoi, e non lo respinge....
--Non lo respinge per compassione--ruggì Cipriano.--Perchè è dolce,
perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno.... Oh da
questo lato non mi somiglia.... Soffrano pure quelli che non amo....
Soffro tanto anch'io....
E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la
persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.
Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio,
s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella
rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il
bicchiere di Cipriano.
A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.
Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che
l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente
alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e
dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.
--Sempre quella tosse, mamma?
--Non è niente.... Passerà--ella rispose fra un colpo e l'altro.--Ma
tu, mettiti a mangiare.... fallo per me.
Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di
minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla
sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno
quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano
anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui
parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto
schiacciare sotto ai suoi piedi.
XI.
Una lettera da Milano! Una lettera listata di nero, con un acuto odore
di -patchouli- e con la soprascritta in bella calligrafia:
-All'egregio signor ingegnere Roberto Arconti.--Miniera di Valduria,
in Romagna-.
Il procaccino la consegnò a Roberto una sera mentr'egli insegnava a
Maria Selmi a coniugare in francese i verbi ausiliari. La lezione
aveva luogo nel salottino terreno alla presenza di Odoardo, il quale
se ne stava sibariticamente fumando la sua pipa, ch'egli di tratto in
tratto levava di bocca per sorseggiare un bicchiere di vino. E quando
deponeva il bicchiere e ripigliava la pipa, non mancava mai di
dire:--Ci vuol proprio una vocazione speciale per mettersi a studiare
dopo cena!
La vocazione speciale Maria l'aveva. E il suo maestro stava
congratulandosi con lei del modo in cui ell'aveva ripetuto il
soggiuntivo presente del verbo -essere- allorchè l'arrivo della posta
interruppe la lezione.
«Caro Roberto»--scriveva la signora Federica a suo figlio--«Sai che la
tua lettera è -extrémément bourgeoise-? Si direbbe che tu vada in
solluchero per codesti luoghi pieni di miseria e di sudiciume! Un
giovinotto come te, avvezzo a tutto il -chic- di Milano, avvezzo a
vivere con la -fine fleur- della società, come mai può adattarsi a un
ambiente simile a quello di Valduria? Ci sei voluto andare, non hai
voluto attendere un impiego migliore che con un po' di pazienza
avresti sicuramente trovato, e capisco che fino a un certo punto oggi
tu faccia -bonne mine à mauvais jeu-. Ma via, non bisogna prendere il
Purgatorio per il Paradiso, nè dimenticare che costì ci devi rimanere
meno che sia possibile. La Giulia Dal Bono, che è la -platitude- in
persona, si sbracciava ieri a provarmi che in fin dei conti è meglio
che tu ti trovi bene che male. Niente affatto--saltò a dire
Lucilla:--Se si trova bene, finisce col non moversi più.--E Lucilla
aveva ragione.
«Santo Iddio! Quando mi figuro mio figlio in mezzo allo zolfo, al
carbone, all'unto, al grasso e a tutte le altre porcherie della
miniera, domando a me stessa s'è un cattivo sogno quello che faccio.
Anche il mio povero Mariano ne sarebbe scandalizzato. E sì che quello
lì ha lavorato pei suoi giorni. Ma alla cura della sua persona egli
non ci rinunciava per tutto l'oro del mondo, e non mi ricordo d'averlo
mai visto con una macchia sul vestito o con la cravatta a sghimbescio.
«E anche la gente con cui ti tocca a vivere, povero Roberto,
lasciamelo dire, che supplizio dev'essere! Saranno buone creature, lo
ammetto, e non ti nego che questa sia una qualità da tenersi in gran
conto. Ma l'educazione, mio caro, l'educazione! Quell'Odoardo Selmi
m'è bastato di vederlo una volta anni addietro per capire che zotico
egli sia, e sua sorella, di cui vanti l'intelligenza, farà una bella
figura in virtù del noto proverbio: Beati i monocoli in terra di
ciechi! Ma, in nome del cielo, cosa può essere una ragazza la quale,
ai tempi che corrono, non sa una parola di francese?
«S'è riso con Lucilla dell'idea -saugrenue- che t'è venuta di
dirozzare questa mezza selvaggia, e ti auguriamo buona fortuna. Ma
vedrai che sarà un pestar l'acqua nel mortaio. Bada piuttosto che il
ciclope sentimentale il quale spasima per -mademoiselle- non ti mangi
vivo, e che la sospettosa madre di lui non ti graffi gli occhi.... In
quanto a Lucilla, credi pure ch'ella non è gelosa. Ella non fa questo
onore alla tua scolara.
«Ma parliamo d'altro. Lucilla la vedo quasi ogni giorno, e sta bene.
Ieri la ho accompagnata da -Madame Chaillon- a ordinarsi un vestito. È
il primo ch'ella si fa dalla Chaillon, e non c'è voluto poco a
persuadere il signor Benedetto che una ragazza come Lucilla ha diritto
d'avere almeno un abito all'anno fatto da una brava sarta. Scelsi io
la stoffa ed il taglio sull'ultimo figurino di Parigi.... Immaginati
un -piquet-.... oh ma c'è proprio sugo a discorrer con te di questa
roba!... La Chaillon mi diceva: E lei, madama Arconti, non comanda
nulla? Mi son sentita una stretta al cuore a pensar che una volta
commettevo due o tre -toilettes- ogni stagione e che adesso invece mi
tocca prolungare il lutto intero per non aver quattrini da farmi un
vestito da mezzo lutto. Caro Roberto, ciò che ti proponi di mandarmi
ogni mese è molto se si considera il tuo stipendio, ma come si può
tirare avanti così? È necessario, è indispensabile che tu cerchi una
posizione migliore. E intanto non far troppo il puritano, e lasciami
mangiar la mia dote a porzioni meno omeopatiche. -Il faut bien vivre.-
«T'assicuro che anche il tenere una sola persona di servizio alla
lunga non va, non va assolutamente. Ho dovuto licenziar la Teresa, che
cucinava abbastanza bene, ma non sapeva introdurre con un po' di garbo
le visite in salotto. Quella che ho preso ora, invece, il garbo l'ha,
ma non riesce a portarmi in tavola un piatto che non sappia di fumo. È
una disperazione. A ogni modo capisco che la terrò in virtù -de sa
bonne mine-.
«Delle mie relazioni non posso lagnarmi. Anche venerdì ebbi quasi una
dozzina di signore, e fra queste la marchesa Trivelli e la contessa
Lippi. E tutte queste visite dovrò restituirle a piedi, o in un
-fiacre-, che è ancora peggio. È dura, assai dura. Una dama che si
rispetta non è possibile che stia in Milano senza carrozza propria.
Per me è una mortificazione che mi accorcia la vita... Ma finirà. Mi
dirai visionaria, ma ho il presentimento che finirà presto. Al primo
del mese venturo c'è l'estrazione della gran lotteria, e scommetterei
che sortirà uno dei nostri biglietti. Qualcheduno deve pur vincere; e
perchè non possiamo noi esser quelli che vinceranno?
«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi
sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che
hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti
meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so
rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento
all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela,
c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli
commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo
collocheranno a giorni sopra un cippo di -bardiglio- a poca distanza
dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso
Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.
«Del resto, mi assicurano che all'-Unione- ci sia -dégringolade-
completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova
-direttoressa-, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.
«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo
tollerabile. Parlo -par oui dire-, perchè, come puoi credere, io non
andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera
a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i
nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese
ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli
avanzi che ho.
«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato
ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son
così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto
sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato
a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.
«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera -décousue-. Mille
saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera
alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura
messa a frutto.... Sono una buona madre, io.... Gipsy ha imparato a
starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua
bravura io le ricamerò un collarino nuovo.
«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita!
Non si degna forse? Addio.
«-La tua affez. mamma.-»
«-P.S.- A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo
assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già
codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».
Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre,
Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli
scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli
occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e
avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere
l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della
mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza
quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma!
Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe!
Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri
di quella sua diletta!... Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe
scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui
felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti
profumati di -patchouli-, e la sua calligrafia era elegante come la
sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli
aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che
lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui,
invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè
talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno
d'impazienza e di dispetto?
--Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?--chiese Maria appena
egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.
--No, grazie,--egli rispose.--Tutt'altro.
E compose il labbro a un sorriso, ma era un sorriso così languido,
così forzato che metteva in maggior risalto l'espressione di mestizia
diffusa in tutto il suo volto. Nello stesso modo il raggio di sole che
sbuca furtivo e timido dalle nuvole fa spiccar di più la tristezza
d'una giornata d'inverno.
Maria non aveva diritto di chiedere altre confidenze; anche in questa
occasione forse ella era stata troppo indiscreta. Era un difetto che
non s'era accorta di avere prima della venuta dell'ingegnere Arconti.
Arrossì, e sfogliò con mano distratta il libro che teneva davanti a
sè.
Roberto si alzò dalla sedia, e porgendo la mano alla giovinetta,--Non
mi tenga il broncio,--le disse,--se oggi interrompo la lezione più
presto del solito. Ci rifaremo domani sera... Voglio lavorare ancora
un poco... Buona notte... Addio, Odoardo.
--Oh,--borbottò il Selmi che aveva chiuso gli occhi e stava per
prendere sonno con la sua pipa in bocca.--Buona notte, Roberto.... È
già ora di andare a letto?
--Forse no, ma vado a finire la relazione da spedirsi a Londra.
--Ih! Che furia....
--Cosa fatta capo ha.
Odoardo stirò le braccia, mise un lungo sbadiglio e soggiunse:--Tutti
i gusti son gusti.
L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.
Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto
un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche
tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile,
coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le
palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli
incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo?
Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva
aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a
poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della
situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio.
Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di
quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da
un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che
Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe
un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo
sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto
d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine
della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni
altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano,
la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse
nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione
che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad
altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto
aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer
le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito,
rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero
impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile
acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione
della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un
labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva
ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima
voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la
propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una
parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che
se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe
mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva
l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la
sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa
era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del
mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.
XII.
Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua
antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di
Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima.
Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli
apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la
mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma
non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona
amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole
dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne
rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare
in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della
fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per
esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano,
farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che
avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si
mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non
lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se
però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore
alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del
sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro
che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non
pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi
d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole
esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè
qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga
esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado
minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria
aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo
d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le
viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore
le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.
Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una
certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove
ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le
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