la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta postale.--Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che ho spedita per raccomandarmi? --Che numero? --Centoventitrè. E sai a chi è diretta? --Come vuoi che lo sappia? --A Odoardo Selmi. --Oh diavolo?.... E speri ch'egli possa.... --Trovare un posto per me nella sua miniera.... Sia un posto d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso.... --Andresti a seppellirti a Valduria? --Perchè no? --E tua madre? --Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano.... --Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera.... --Ho meno bisogni che tu non creda. Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia. --Oh!--disse Roberto--tu non puoi capacitarti.... Guardi alla mia -toilette- accurata, alla mia aria da zerbinotto.... È vero, nei primi giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante.... Non si può cambiar natura in ventiquattr'ore.... Aspetta un poco, e vedrai.... Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno? --Pazzie! --Non sono pazzie.... Ne fumavo sei o sette.... È un risparmio da non disprezzarsi.... Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini.... È per questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi per qualche anno alla vita cittadina. Leoni chinò il capo in silenzio. --Del resto--soggiunse Roberto--val proprio la spesa di discorrere della mia partenza per la miniera.... Vedrai che è un'altra lettera sprecata.... C'è una iettatura per me. VII. Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana, egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse. C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la miniera apparteneva alla -Sulphur Society- residente nella metropoli inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione? In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti. Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio. Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno -spleen- terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più. Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe accolto a braccia aperte. Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo di maggio. S'era allora verso la metà di aprile. Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria; tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani. La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:--Ormai sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio gli si affacciava sotto forma dubitativa. Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera, o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra d'Università. Professore d'Università, -transeat-; ma scribacchino di miniera! La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente. Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere presso la Società -L'Unione-, per un componimento più vantaggioso? Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale -una idea-. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso. Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre, lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno? Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto, non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza. Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio, egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura, di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale, chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due versi in vita sua! Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a' suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con un sorriso malizioso sul labbro. Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.--Non dovrei nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti--ella gli disse.--Anzi, non ti voglio bene.... --Oh Lucilla, è una bugia--interruppe Roberto seguendo con lo sguardo una lagrimetta che le colava giù per la guancia. --Cosa c'è'?... Non è vero, non piango--ella rispose.--Anzi, sì, piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo. E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso. --Oh Gipsy è molto più buona--continuava la ragazza, carezzando la cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo vestito. --Guarda--riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.--Tu mi dai un dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi.... Lucilla si strinse nelle spalle. Egli proseguì.--Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni ostacolo. --Non lo dirò, non lo dirò--proruppe Lucilla battendo i piedi con dispetto infantile. La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona parola.--Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire. L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto poc'anzi, sperava nell'avvenire. Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra. Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.--Sicuro--egli disse--benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano.... Speriamo buona fortuna. Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar troppo le confidenze di Roberto dandogli del -tu- come il solito e non sapeva d'altra parte come fare a dargli del -lei-. Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il discorso sull'avvenire.--Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave. --Ventisette e sette trentaquattro e porto tre--disse il signor Dal Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.--Già.... anzi.... Temette di esser troppo laconico, e proseguì. --Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo fa presto ad accomodarsi. Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso. --Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo farmi una famiglia. --Male--rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.--Che le donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie.... E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito senza che gli uomini prendessero moglie. Ma Roberto ormai era bene avviato.--Quando si ama ardentemente una fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le cose al mondo è di sposarla. --Amare, amare!--disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa di tabacco.--Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia. --Oh non creda--proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.--E poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia.... Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a meno di scuotersi.--Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi, son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere al serio?... --L'amo--continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione--l'amo, ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di sè.... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia ferma intenzione di sposar Lucilla.... --Ma.... adagio.... --Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano, signor Benedetto, e a rivederci. --Servitor suo.... Però.... mi pare.... Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere. --Intanto se ne va via--riflettè il signor Benedetto--e questo è l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta c'è di tirar fuori la dote? VIII. Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito, e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta. Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe ritirata il dì appresso. La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale, sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore, protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo, se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che domandava gusti speciali e speciali attitudini? La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni, chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di zolfo. L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.--Ci vuol molto ad arrivare? --Un quarto d'ora---fu la risposta. --Tanto fa scendere--soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di lumaca. Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un po' di moto gli facesse bene. Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura. Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via, la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta. Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi. Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta. Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato. --Ci siamo?--tornò a domandare Roberto. --Io ci sono--rispose Andrea--perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti. --Qualcheduno mi accompagnerà--soggiunse con piglio infastidito l'Arconti--perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il bagaglio non lo posso già prender in ispalla. --Adesso vedremo--disse il cocchiere di malavoglia.--Ci sarà il figlio dell'oste. Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto, un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò--Arconti, sei qui? Era la voce di Odoardo Selmi. --Sei tu, Odoardo?--chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto consolato di trovar finalmente una persona amica. Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo. --Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da mezz'ora appena dalla miniera.... Quanto piacere m'hai fatto ad accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto e vedremo di stare alla meno peggio.... --Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole.... Avrò proprio bisogno della tua affezione e della tua indulgenza.... Ma per bacco! Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano.... Che spalle hai fatto, e che torace! --Eh, me la passo.... Son sempre quella materia greggia ch'ero al Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura ci facevo!.... Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè non iscrivermi prima?... Ma adesso non è tempo da chiacchiere.... Avrai fame.... Ancora pochi minuti e ci siamo.... Qui, per questa scorciatoia.... A casa troveremo pronta la cena.... Il mio maggiordomo fa le cose benino. --Il tuo maggiordomo?--disse ridendo Roberto, mentre a braccio dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso. --Sì, mia sorella Maria.... Te la presenterò.... --Ah, tua sorella... Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta. --Sì, allora era una fanciulla.... Adesso è una ragazza fatta. Ma così esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti compiti.... All'aspetto non par certo mia sorella.... E nemmeno all'intelligenza.... Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val tanto più di me.... Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco.... Del resto, guai se non l'avessi.... E non è un angelo per me solo.... ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle.... È semplice, modesta.... vedrai.... Ah, guardi quel coso nero laggiù?... È un caminone.... E quelle baracche lì in fondo?... Sono magazzini.... E a destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a vapore.... Nella miniera poi s'entra di là... E accennò a sinistra. Indi soggiunse.--Ma, con questo buio, sfido a vederci..... Domani, domani. Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano della porta si disegnava una figura di donna. --Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti--disse Odoardo, facendo la duplice presentazione.--Roberto sarà il compagno della nostra vita per un pezzo, spero.... Bisogna trattarlo come uno di casa. --Come un altro fratello--rispose senza enfasi, ma spontaneamente Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non lasciandogli tempo di ringraziare.--Vuol esser condotto nella sua camera, o vuol cenar prima? Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso. Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli. Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare ogni parola. --Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina--disse Odoardo. --Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,--osservò l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande. Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto all'osteria. --Aspetta lì--disse la giovinetta--or ora bisognerà metterlo nella camera dell'ingegnere.--Intanto bevi un bicchier di vino. --Ci sarà poi anche una cassa--soggiunse Roberto.--La vettura non la conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci sarà modo di averla qui domani. --Senza dubbio--rispose il Selmi.--Dovevo immaginarmelo che in quella timonella tutto non ci sarebbe stato.... --Se avessi badato a me--insinuò Maria. --Avrei fatto meglio--assentì Odoardo. Indi rivolgendosi all'amico:--Sarà una cassa di biancheria. --Veramente--disse Roberto con qualche esitanza--è una cassa di libri. Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa. --Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il giorno, avrai ben altra voglia che di leggere. Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.--Hai torto. Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi amici. L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese della lettura. --Sì, sì--ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.--Capisco ch'io non sono buon giudice.... Non ho mai vegliato -sulle dotte pagine-, io.... ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto.... È una ragazza che trova tempo a far tutto.... anche a dar da mangiare ai cani. Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza. Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:--Vado a vedere se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto. I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.--Ma son sempre stato corto di cervello, questo è il guaio--egli soggiungeva picchiandosi il fronte. E poichè Roberto rideva.--No, no, parlo sul serio--continuava il Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di vino;--capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze. --Io? --Sì, sì, vedrai.... Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua classe. --Questo vuol dir molto!.... Si è portenti in iscuola e asini fuori.... e viceversa.... Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho, ma volere non è sempre potere.... E sa Iddio se riuscirò anche negli uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano precisamente. --Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere in ogni sua parte.... Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche della brava gente.... A proposito, hai un revolver? --No.... Perchè? --Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne darò uno io. --Siamo dunque sul piede di guerra? --Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti alla sprovvista. ---Si vis pacem, para bellum---esclamò Roberto con una risatina. --Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco. Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera. Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui. --Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche. --Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il mio capo di stato maggiore.... Ma ecco di nuovo mia sorella. --Forse il signor Roberto è stanco--disse la giovinetta entrando.--Se vuole che lo accompagni nella sua camera. --Stanco no--egli rispose--ma non so le abitudini della miniera. --Abitudini da montanari--osservò il Selmi.--Coricarsi presto e alzarsi presto.... Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così faticoso.... Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia prima ispezione. --E adesso che ore sono? --Le nove passate. --Chiacchierando s'è fatto tardi.... Vado dunque.... Se la signorina Maria m'indica la strada. --Verrò io stessa,--disse la ragazza. Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico. Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a un uscio.--Eccoci--ella disse--non s'immagini di trovare una bella camera.... Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica vista. È tutto quello che ci può esser qui. Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai. --Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello--ella soggiunse.--Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?--e additò un usciolino laterale.--Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da mattina a sera... e in ogni modo non disturbo.... Faccia conto che sia un salotto... Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere... non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io.... per la nota del bucato.... Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule, che è la, nell'angolo.... O piuttosto, non ne levi adesso che quello che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani... Buona notte.... Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse la mano a Roberto, e lo lasciò solo. L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla -Scala- o al -Club-. IX. Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda, che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante, si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo dell'orizzonte. Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo, nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni, nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva lavorare, anch'egli doveva lottare. Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua -toilette-. Pure, a questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si comincia a compierli. E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza, di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per acquistare il -color locale-, per diventar simile, per esempio, a Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto Lucilla a vederlo cambiato in tal modo? E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da lei. Indi si affacciò alla finestra. Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar da mangiare ai pulcini. --Buon giorno, signora Maria--disse Roberto. Ella alzò la testa, e rispose sorridendo:--Buon giorno, signor Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che dormisse ancora.... --Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini... --Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere? --Sicuro. --Scenda allora, le darò il caffè e latte... E poi la condurrò un poco in giro. Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori rappresentanti le quattro stagioni. Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di pane. --Troverà il latte piuttosto cattivo--osservò la giovinetta.--Odoardo ricorda sempre quello di Milano... Qui bisogna avvezzarsi a una vita di privazioni. --Però--rispose Roberto--quest'aria libera, questi ampi orizzonti hanno anch'essi il loro prezzo. --Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere... --A Milano non c'è mai stata? --Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute... E forse non ne vedrò mai. --O che dice? È tanto giovine. --Del resto, che importa?--ella soggiunse stringendosi nelle spalle.--Si sta bene così. --Ha ragione--replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la tazza del caffè e latte. --Dunque vuol uscire? --Eccomi. --Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi. Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo. Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A un tratto Maria ebbe uno scrupolo.--Vo troppo presto? --Oh scusi--rispose l'ingegnere in tono semiserio--sono alpinista anch'io. --Davvero? Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva bazzicato molto con le montagne. --Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più alpinista di lei--osservò Maria, sorridendo. Si sentì il mormorio dell'acqua corrente. --Eccoci al nostro gran fiume--disse la ragazza.--Ora va umile e dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi. Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli e carichi di pani di zolfo. --È zolfo della miniera?--chiese Roberto. --Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo una raffineria. Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi. Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a lisciargli il pelo. --La conoscono tutti qui, uomini e bestie--osservò Roberto. --Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?... Che cosa c'è? Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti. Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue gambe lasciandovi una traccia di zolfo. Maria si mise a ridere.--Bisogna pur che ci si avvezzi--ella disse a Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.--Chi va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai.... Veda il povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle. L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine. --E questa è Valduria--ripigliò la giovinetta. Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un botteghino di caffè e -liguori-, un paio di bettole, teatro di magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra. Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della passeggiata. Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada, ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina. --Mi lascia fare una visita, non è vero?--ella domandò al suo compagno. --Si figuri. --Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è infermiccia.... Ma c'è Giorgetto qui--ella soggiunse vedendo un bimbo che si teneva le mani sugli occhi.--Piangi, Giorgetto? Cos'hai? E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che apparteneva anche lui a una famiglia di minatori. Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima... Oh lo direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco.... Adesso era andato da quella parte.--E segnò col dito alla sua destra.--Se Maria potesse raggiungerlo e dargli uno scapaccione. --Che spirito vendicativo!--osservò sorridendo la giovinetta.--Non sarebbe meglio far così? Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione. --Che armi ha!--esclamò Roberto con piglio scherzoso. --Non è vero? Sono formidabile. Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma pulito. --Se non vuol entrare, mi aspetti qui--disse Maria.--Mi spiccio subito.... Veda, può seder su questo muricciuolo. --Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata?--cominciò la ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno. --Eh, figliuola mia--rispose la vecchia tossendo.--A poltrire fra le lenzuola non ci si guadagna nulla.... Tanto e tanto questa tosse dovrò portarmela meco finchè vivo. Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di -Liebig-, che posò in silenzio sulla credenza. --Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che posso fare per te? --Volermi un po' di bene, ecco tutto. --Oh di bene te ne voglio tanto.... E non son sola a volertene. S'interruppe guardando fuori della porta. --C'è qualcheduno con te? --Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera. . . 1 ' 2 . - - , 3 ? 4 5 - - ? 6 7 - - . ? 8 9 - - ? 10 11 - - . 12 13 - - ? . . . . 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