la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico
Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta
postale.--Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che
ho spedita per raccomandarmi?
--Che numero?
--Centoventitrè. E sai a chi è diretta?
--Come vuoi che lo sappia?
--A Odoardo Selmi.
--Oh diavolo?.... E speri ch'egli possa....
--Trovare un posto per me nella sua miniera.... Sia un posto
d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso....
--Andresti a seppellirti a Valduria?
--Perchè no?
--E tua madre?
--Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano....
--Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera....
--Ho meno bisogni che tu non creda.
Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.
--Oh!--disse Roberto--tu non puoi capacitarti.... Guardi alla mia
-toilette- accurata, alla mia aria da zerbinotto.... È vero, nei primi
giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento
di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante.... Non si può
cambiar natura in ventiquattr'ore.... Aspetta un poco, e vedrai....
Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?
--Pazzie!
--Non sono pazzie.... Ne fumavo sei o sette.... È un risparmio da non
disprezzarsi.... Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o
per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini.... È per
questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi
per qualche anno alla vita cittadina.
Leoni chinò il capo in silenzio.
--Del resto--soggiunse Roberto--val proprio la spesa di discorrere
della mia partenza per la miniera.... Vedrai che è un'altra lettera
sprecata.... C'è una iettatura per me.
VII.
Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana,
egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in
cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli
cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli
mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi
che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la
sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva
fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed
egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua
sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse.
C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore
all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la
miniera apparteneva alla -Sulphur Society- residente nella metropoli
inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni
amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di
assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione?
In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso
abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il
luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di
qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva
credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito
il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a
letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti.
Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci
sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior
numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni
cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio.
Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato
da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran
parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre
brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno -spleen-
terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più.
Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto
prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe
accolto a braccia aperte.
Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose
accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che
sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era
necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo
di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.
Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto
desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo
nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo
stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila
quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi
dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di
cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli
sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon
mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria;
tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si
rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.
La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo
commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non
avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato
accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e
d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo
affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo
tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla
lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato
coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato
tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto
essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione
certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:--Ormai
sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto
nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una
miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il
consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto
si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego
da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva
sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo
egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio
gli si affacciava sotto forma dubitativa.
Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione
produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro
non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era
divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non
consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi
auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato
fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera,
o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a
rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il
pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè
offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra
d'Università. Professore d'Università, -transeat-; ma scribacchino di
miniera!
La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente.
Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di
perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si
capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però
un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere
presso la Società -L'Unione-, per un componimento più vantaggioso?
Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di
farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la
barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale -una
idea-. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto
indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità
dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E
allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di
lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta
sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso.
Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e
accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che
la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che
l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto
era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di
peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza
preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre,
lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero
egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni
mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le
piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva
di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a
parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur
troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno?
Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava
l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto,
non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza.
Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio,
egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li
collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un
terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura,
di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa
tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di
Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale,
chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due
versi in vita sua!
Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a'
suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove
c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il
ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la
testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con
un sorriso malizioso sul labbro.
Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il
sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva
anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.--Non dovrei
nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti--ella gli
disse.--Anzi, non ti voglio bene....
--Oh Lucilla, è una bugia--interruppe Roberto seguendo con lo sguardo
una lagrimetta che le colava giù per la guancia.
--Cosa c'è'?... Non è vero, non piango--ella rispose.--Anzi, sì,
piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo.
E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.
--Oh Gipsy è molto più buona--continuava la ragazza, carezzando la
cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo
vestito.
--Guarda--riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.--Tu mi dai un
dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo
staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola
rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi....
Lucilla si strinse nelle spalle.
Egli proseguì.--Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai
per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che
non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel
mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni
ostacolo.
--Non lo dirò, non lo dirò--proruppe Lucilla battendo i piedi con
dispetto infantile.
La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona
parola.--Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati
tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia
torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire.
L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe
sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua
figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma
gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei
deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva
sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate
fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava
sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa
felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo
sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era
il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto
poc'anzi, sperava nell'avvenire.
Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora
Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che
avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor
Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi
sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in
testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una
lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta
sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese
abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro
mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli
N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della
casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.
Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal
Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.--Sicuro--egli
disse--benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano....
Speriamo buona fortuna.
Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar
troppo le confidenze di Roberto dandogli del -tu- come il solito e non
sapeva d'altra parte come fare a dargli del -lei-.
Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il
discorso sull'avvenire.--Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi
parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.
--Ventisette e sette trentaquattro e porto tre--disse il signor Dal
Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.--Già....
anzi....
Temette di esser troppo laconico, e proseguì.
--Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo
fa presto ad accomodarsi.
Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti
l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.
--Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo
farmi una famiglia.
--Male--rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.--Che le
donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie....
E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa
singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito
senza che gli uomini prendessero moglie.
Ma Roberto ormai era bene avviato.--Quando si ama ardentemente una
fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le
cose al mondo è di sposarla.
--Amare, amare!--disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa
di tabacco.--Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.
--Oh non creda--proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.--E
poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi
amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia....
Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella
contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a
meno di scuotersi.--Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi,
son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere
al serio?...
--L'amo--continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione--l'amo,
ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di
sè.... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia
ferma intenzione di sposar Lucilla....
--Ma.... adagio....
--Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano,
signor Benedetto, e a rivederci.
--Servitor suo.... Però.... mi pare....
Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e
pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal
Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che
egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli
avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano
nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si
capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.
--Intanto se ne va via--riflettè il signor Benedetto--e questo è
l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno
guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un
altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta
c'è di tirar fuori la dote?
VIII.
Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla
stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in
persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito,
e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.
Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto
ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del
cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la
malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che
contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua
noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a
posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del
cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse
misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far
l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri
bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe
ritirata il dì appresso.
La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale,
sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una
stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il
monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava
innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e
la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra
i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni
momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra
più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte
all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di
questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli
metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del
cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare
conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse
reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso
avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe
dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe
percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la
sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo
matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore,
protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto
alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa
l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto
ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo,
se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che
domandava gusti speciali e speciali attitudini?
La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto
al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero
accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei
pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo
dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del
cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla
terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano
cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli
era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle
incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa
pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e
guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva
venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni,
chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si
portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo
che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti
negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il
suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non
s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva
qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino
reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una
bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del
crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di
zolfo.
L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.--Ci vuol molto ad
arrivare?
--Un quarto d'ora---fu la risposta.
--Tanto fa scendere--soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver
bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di
lumaca.
Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un
po' di moto gli facesse bene.
Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si
addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.
Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via,
la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si
staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui
calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.
Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal
lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando
qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui
sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi
come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e
intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel
firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi.
Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del
viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che
l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua
idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano
nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non
avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta.
Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli
occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato.
--Ci siamo?--tornò a domandare Roberto.
--Io ci sono--rispose Andrea--perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia
il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti.
--Qualcheduno mi accompagnerà--soggiunse con piglio infastidito
l'Arconti--perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il
bagaglio non lo posso già prender in ispalla.
--Adesso vedremo--disse il cocchiere di malavoglia.--Ci sarà il figlio
dell'oste.
Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto,
un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò--Arconti, sei qui?
Era la voce di Odoardo Selmi.
--Sei tu, Odoardo?--chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto
consolato di trovar finalmente una persona amica.
Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due
baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo.
--Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da
mezz'ora appena dalla miniera.... Quanto piacere m'hai fatto ad
accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad
acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto
e vedremo di stare alla meno peggio....
--Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole.... Avrò proprio
bisogno della tua affezione e della tua indulgenza.... Ma per bacco!
Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano.... Che spalle hai
fatto, e che torace!
--Eh, me la passo.... Son sempre quella materia greggia ch'ero al
Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura
ci facevo!.... Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè
non iscrivermi prima?... Ma adesso non è tempo da chiacchiere....
Avrai fame.... Ancora pochi minuti e ci siamo.... Qui, per questa
scorciatoia.... A casa troveremo pronta la cena.... Il mio maggiordomo
fa le cose benino.
--Il tuo maggiordomo?--disse ridendo Roberto, mentre a braccio
dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso.
--Sì, mia sorella Maria.... Te la presenterò....
--Ah, tua sorella... Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta.
--Sì, allora era una fanciulla.... Adesso è una ragazza fatta. Ma così
esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti
compiti.... All'aspetto non par certo mia sorella.... E nemmeno
all'intelligenza.... Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val
tanto più di me.... Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco....
Del resto, guai se non l'avessi.... E non è un angelo per me solo....
ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle.... È semplice,
modesta.... vedrai.... Ah, guardi quel coso nero laggiù?... È un
caminone.... E quelle baracche lì in fondo?... Sono magazzini.... E a
destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a
vapore.... Nella miniera poi s'entra di là...
E accennò a sinistra. Indi soggiunse.--Ma, con questo buio, sfido a
vederci..... Domani, domani.
Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima
alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una
tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano
della porta si disegnava una figura di donna.
--Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti--disse
Odoardo, facendo la duplice presentazione.--Roberto sarà il compagno
della nostra vita per un pezzo, spero.... Bisogna trattarlo come uno
di casa.
--Come un altro fratello--rispose senza enfasi, ma spontaneamente
Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non
lasciandogli tempo di ringraziare.--Vuol esser condotto nella sua
camera, o vuol cenar prima?
Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora
un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso.
Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto
irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di
pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi
denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli.
Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano
lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La
sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare
ogni parola.
--Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina--disse
Odoardo.
--Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,--osservò
l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande.
Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto
all'osteria.
--Aspetta lì--disse la giovinetta--or ora bisognerà metterlo nella
camera dell'ingegnere.--Intanto bevi un bicchier di vino.
--Ci sarà poi anche una cassa--soggiunse Roberto.--La vettura non la
conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci
sarà modo di averla qui domani.
--Senza dubbio--rispose il Selmi.--Dovevo immaginarmelo che in quella
timonella tutto non ci sarebbe stato....
--Se avessi badato a me--insinuò Maria.
--Avrei fatto meglio--assentì Odoardo. Indi rivolgendosi
all'amico:--Sarà una cassa di biancheria.
--Veramente--disse Roberto con qualche esitanza--è una cassa di libri.
Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa.
--Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il
giorno, avrai ben altra voglia che di leggere.
Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.--Hai torto.
Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor
Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi
amici.
L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese
della lettura.
--Sì, sì--ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.--Capisco
ch'io non sono buon giudice.... Non ho mai vegliato -sulle dotte
pagine-, io.... ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando
avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto.... È una
ragazza che trova tempo a far tutto.... anche a dar da mangiare ai
cani.
Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da
caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza.
Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:--Vado a vedere
se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto.
I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col
sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le
vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua
natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar
così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva
che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato
di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita
attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle
qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di
coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.--Ma son sempre stato
corto di cervello, questo è il guaio--egli soggiungeva picchiandosi il
fronte.
E poichè Roberto rideva.--No, no, parlo sul serio--continuava il
Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di
vino;--capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un
buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di
venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze.
--Io?
--Sì, sì, vedrai.... Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua
classe.
--Questo vuol dir molto!.... Si è portenti in iscuola e asini
fuori.... e viceversa.... Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho,
ma volere non è sempre potere.... E sa Iddio se riuscirò anche negli
uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano
precisamente.
--Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere
in ogni sua parte.... Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e
ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da
superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche
della brava gente.... A proposito, hai un revolver?
--No.... Perchè?
--Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne
darò uno io.
--Siamo dunque sul piede di guerra?
--Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti
alla sprovvista.
---Si vis pacem, para bellum---esclamò Roberto con una risatina.
--Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco.
Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci
troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera.
Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre
era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui.
--Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia
qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche.
--Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il
mio capo di stato maggiore.... Ma ecco di nuovo mia sorella.
--Forse il signor Roberto è stanco--disse la giovinetta entrando.--Se
vuole che lo accompagni nella sua camera.
--Stanco no--egli rispose--ma non so le abitudini della miniera.
--Abitudini da montanari--osservò il Selmi.--Coricarsi presto e
alzarsi presto.... Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per
te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così
faticoso.... Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia
prima ispezione.
--E adesso che ore sono?
--Le nove passate.
--Chiacchierando s'è fatto tardi.... Vado dunque.... Se la signorina
Maria m'indica la strada.
--Verrò io stessa,--disse la ragazza.
Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto
la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico.
Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a
un uscio.--Eccoci--ella disse--non s'immagini di trovare una bella
camera.... Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica
vista. È tutto quello che ci può esser qui.
Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era
piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.
--Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello--ella
soggiunse.--Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la
nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?--e additò un usciolino
laterale.--Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la
biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da
mattina a sera... e in ogni modo non disturbo.... Faccia conto che sia
un salotto... Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere...
non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io.... per
la nota del bucato.... Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule,
che è la, nell'angolo.... O piuttosto, non ne levi adesso che quello
che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani... Buona
notte....
Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora
un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse
la mano a Roberto, e lo lasciò solo.
L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a
considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata
dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò
all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla
-Scala- o al -Club-.
IX.
Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando
nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne
a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse
a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era
bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del
quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo
spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto
dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi
d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che
attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina
abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre
collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda,
che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante,
si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a
cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè
mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga
promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a
brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna
illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel
piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un
fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque
verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe
potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo
dell'orizzonte.
Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale
della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo,
nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni,
nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un
momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo
avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si
spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si
davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci
volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e
l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre
l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva
lavorare, anch'egli doveva lottare.
Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua -toilette-. Pure, a
questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi
intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e
l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo
infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una
cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia
ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste
alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi
aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto
elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma
in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le
difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i
sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si
comincia a compierli.
E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava
la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza,
di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli
guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo
alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di
pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti
allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli
col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura
troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli
sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva
parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di
porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le
ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per
acquistare il -color locale-, per diventar simile, per esempio, a
Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto
Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?
E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul
tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio
di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da
lei. Indi si affacciò alla finestra.
Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar
da mangiare ai pulcini.
--Buon giorno, signora Maria--disse Roberto.
Ella alzò la testa, e rispose sorridendo:--Buon giorno, signor
Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che
dormisse ancora....
--Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini...
--Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere?
--Sicuro.
--Scenda allora, le darò il caffè e latte... E poi la condurrò un poco
in giro.
Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e
ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli
era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola
rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete
una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al
soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in
giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori
rappresentanti le quattro stagioni.
Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un
vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di
pane.
--Troverà il latte piuttosto cattivo--osservò la giovinetta.--Odoardo
ricorda sempre quello di Milano... Qui bisogna avvezzarsi a una vita
di privazioni.
--Però--rispose Roberto--quest'aria libera, questi ampi orizzonti
hanno anch'essi il loro prezzo.
--Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere...
--A Milano non c'è mai stata?
--Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro
paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute... E forse non ne
vedrò mai.
--O che dice? È tanto giovine.
--Del resto, che importa?--ella soggiunse stringendosi nelle
spalle.--Si sta bene così.
--Ha ragione--replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la
tazza del caffè e latte.
--Dunque vuol uscire?
--Eccomi.
--Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi
con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi
scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi.
Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero
scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo.
Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A
un tratto Maria ebbe uno scrupolo.--Vo troppo presto?
--Oh scusi--rispose l'ingegnere in tono semiserio--sono alpinista
anch'io.
--Davvero?
Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava
aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva
bazzicato molto con le montagne.
--Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più
alpinista di lei--osservò Maria, sorridendo.
Si sentì il mormorio dell'acqua corrente.
--Eccoci al nostro gran fiume--disse la ragazza.--Ora va umile e
dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il
cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi.
Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli
e carichi di pani di zolfo.
--È zolfo della miniera?--chiese Roberto.
--Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo
una raffineria.
Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò
nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.
Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una
certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si
avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a
lisciargli il pelo.
--La conoscono tutti qui, uomini e bestie--osservò Roberto.
--Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?... Che cosa
c'è?
Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che
s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.
Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si
accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue
gambe lasciandovi una traccia di zolfo.
Maria si mise a ridere.--Bisogna pur che ci si avvezzi--ella disse a
Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.--Chi
va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai.... Veda il
povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.
L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo
che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di
ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.
--E questa è Valduria--ripigliò la giovinetta.
Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune
assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione
recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un
botteghino di caffè e -liguori-, un paio di bettole, teatro di
magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva
per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale
all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa
sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra.
Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo
le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva
opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della
passeggiata.
Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada,
ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina.
--Mi lascia fare una visita, non è vero?--ella domandò al suo
compagno.
--Si figuri.
--Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è
infermiccia.... Ma c'è Giorgetto qui--ella soggiunse vedendo un bimbo
che si teneva le mani sugli occhi.--Piangi, Giorgetto? Cos'hai?
E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che
apparteneva anche lui a una famiglia di minatori.
Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era
toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della
raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il
suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima... Oh lo
direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco.... Adesso era andato da
quella parte.--E segnò col dito alla sua destra.--Se Maria potesse
raggiungerlo e dargli uno scapaccione.
--Che spirito vendicativo!--osservò sorridendo la giovinetta.--Non
sarebbe meglio far così?
Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che
cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino
che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento
quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone
simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel
ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione.
--Che armi ha!--esclamò Roberto con piglio scherzoso.
--Non è vero? Sono formidabile.
Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma
pulito.
--Se non vuol entrare, mi aspetti qui--disse Maria.--Mi spiccio
subito.... Veda, può seder su questo muricciuolo.
--Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata?--cominciò la
ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze
davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno.
--Eh, figliuola mia--rispose la vecchia tossendo.--A poltrire fra le
lenzuola non ci si guadagna nulla.... Tanto e tanto questa tosse dovrò
portarmela meco finchè vivo.
Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di
-Liebig-, che posò in silenzio sulla credenza.
--Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che
posso fare per te?
--Volermi un po' di bene, ecco tutto.
--Oh di bene te ne voglio tanto.... E non son sola a volertene.
S'interruppe guardando fuori della porta.
--C'è qualcheduno con te?
--Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera.
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